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venerdì 11 dicembre 2015

Karen Horney, Psichiatra e Psicanalista tedesca. I conflitti nevrotici non si risolvono per decisione razionale.


“I conflitti nevrotici non si risolvono per decisione razionale. I tentativi di soluzione del nevrotico non sono soltanto inutili, ma dannosi. Però questi conflitti possono essere risolti cambiando la condizione interna della personalità che li ha fatti sorgere. Ogni pezzo di lavoro analitico bene eseguito cambia queste condizioni per il fatto che rende una persona meno debole, meno timorosa, meno ostile e meno alienata da se stessa e dagli altri.” 
Karen Horney, Psichiatra e Psicanalista tedesca




sabato 28 marzo 2015

Qual è oggi, possiamo domandarci, la funzione della religione, nel momento in cui vediamo che il suo ruolo non è più di configurare la vita sociale dandole una legge fondata su un principio trascendente? Se prendiamo quel che dice Lacan nella conferenza stampa tenuta a Roma nel 1974 e pubblicata con il titolo Il trionfo della religione, dobbiamo dire che la religione è una terapia. Per Freud era il contrario, era una nevrosi: Freud considerava che la religione avesse la struttura della nevrosi ideale, della nevrosi ossessiva. Per Lacan la religione è una terapia giacché, con la sua capacità di secernere senso, di dare senso a tutto, e in particolare alla vita umana, essa è in grado di "acquietare i cuori", particolarmente quando questi vengono turbati dal reale messo in circolazione dalla scienza.



Qual è oggi, possiamo domandarci, la funzione della religione, nel momento in cui vediamo che il suo ruolo non è più di configurare la vita sociale dandole una legge fondata su un principio trascendente? Se prendiamo quel che dice Lacan nella conferenza stampa tenuta a Roma nel 1974 e pubblicata con il titolo Il trionfo della religione, dobbiamo dire che la religione è una terapia. 
Per Freud era il contrario, era una nevrosi: Freud considerava che la religione avesse la struttura della nevrosi ideale, della nevrosi ossessiva. Per Lacan la religione è una terapia giacché, con la sua capacità di secernere senso, di dare senso a tutto, e in particolare alla vita umana, essa è in grado di "acquietare i cuori", particolarmente quando questi vengono turbati dal reale messo in circolazione dalla scienza.
Naturalmente quando Lacan parla di terapia in questo senso si riferisce a un rimedio per l'insanabile, si riferisce all'incurabile della vita. Quest'idea della religione come terapia ha sedotto gli ideologi dello scientismo, che l'hanno ripresa a modo loro, un modo piuttosto monocorde, bisogna dire, ma che riesce sempre a stupirci e a volte anche a divertirci. L'Herald Tribune del 1 aprile scorso riferisce di uno studio, condotto in una clinica del Minnesota, intorno al potere di guarigione esercitato dalla preghiera su pazienti che avevano subito un intervento cardiochirurgico di una certa importanza. L'esperimento su cui si basa lo studio, questo è l'aspetto interessante, non ha preso ad oggetto la preghiera meditativa, e quindi quello stato di benessere fisico e spirituale che può derivare dalla concentrazione e dal raccoglimento in se stessi, ma la preghiera intercessoria, cioè una domanda, rivolta a Dio, perché eserciti il proprio intervento sul corso delle cose terrene. Dopo che Kant ha reso impercorribile l'argomento ontologico di S. Anselmo, lo scientismo contemporaneo aggira l'ostacolo passando a un sondaggio diretto dell'esistenza di Dio con il metodo del doppio cieco. 
I pazienti studiati sono stati divisi in tre gruppi: 
per un gruppo non si pregava, per gli altri due sì; uno dei due gruppi per cui si pregava ne veniva informato, l'altro veniva lasciato in situazione dubitativa: ai partecipanti veniva detto che per loro si poteva pregare oppure no. Le preghiere erano affidate a tre diverse congregazioni dove gli oranti erano istruiti a utilizzare il nome e l'iniziale del cognome della persona per cui pregavano - per proteggere la privacy suppongo, tanto Dio dall'iniziale può già capire di chi si tratta - e di includere la frase: "Per il successo dell'intervento chirurgico e per una rapida guarigione senza complicanze". 
La ricerca su cui si basa lo studio è costata $ 2.400.000.

In questo tentativo di negoziare con il divino attraverso i più aggiornati strumenti scientifici potremmo ravvisare un residuo d'incantamento del mondo che resiste alle analisi di Weber, risalenti ormai ai primi decenni del secolo scorso. Nella visione del disincantamento di Weber tuttavia, il razionalismo moderno non coincide con la cancellazione di Dio: semplicemente l'uomo disincantato, grazie alla potenza della tecnica, è portato a costruire attivamente il proprio mondo perché non pensa più di poter condizionare la divinità.
Weber scrive prima della Shoa, prima dell'orrore smisurato che ha piegato la potenza della tecnica alla distruzione dell'uomo. La Shoa, oltre a sollevare mille interrogativi nella riflessione etica, ha rilanciato anche i temi classici della teodicea, con il suo tipico vizio assolutorio di fondo. Una delle voci che ha avuto maggiore risonanza in questo senso è stata quella di Hans Jonas, stimato allievo di Heidegger, che non ha potuto risolvere il dilemma del male assoluto se non pensando a un Dio impotente.
Benedetto XVI, teologo senz'altro più sottile, nella sua visita ad Auschwitz del maggio scorso, interrogandosi sul silenzio di Dio di fronte allo sterminio degli ebrei, non solo non ha avuto bisogno dell'ipotesi depotenziante di Jonas, ma si è anche spinto più in là di Weber, e ha visto nella potenza della tecnica messa al servizio del genocidio la prefigurazione di un mondo dove l'uomo si sostituisce a Dio, ha visto l'incubo di un mondo senza Dio. Qui l'onnipotenza divina è salvata, anche se si paga il prezzo semplificativo di ridurre il nazismo al colpo di mano di una banda di criminali sui quali le colpe ricadono in modo esclusivo.
L'immagine di un mondo senza Dio appare, nelle parole di Joseph Ratzinger, quando ancora non porta al dito l'anello pontificale, in un intervento del 2001 al Sinodo dei Vescovi, dove richiamandosi alle epistole paoline, afferma: "Un mondo senza Dio è un mondo senza speranza, e una cultura senza Dio porta nel suo nucleo la disperazione, diventa inevitabilmente cultura della morte".
La speranza, virtù teologale, è un tramite che consente alle facoltà dell'uomo di partecipare alla natura divina, e nella fattispecie è la mediazione che porta a desiderare il regno dei cieli, la salvezza. Senza speranza non c'è salvezza. Auschwitz ci dà un'immagine completamente terrena di un luogo senza salvezza, dove tra i sommersi e i salvati anche i salvati sono perduti. Il problema è stato ben inquadrato da Giorgio Agamben, che fa del Lager il paradigma di uno spazio in cui lo stato d'eccezione diventa la regola. Abitualmente lo stato d'eccezione riguarda una situazione d'emergenza, quando viene sospeso l'ordine giuridico e il governo viene rimesso al decreto, alla forza o, al limite, all'arbitrio. Commettere atrocità, in questo caso, non è più correlato al diritto, ma piuttosto al senso di misura, o alla moralità di chi provvisoriamente esercita azione di polizia in modo sovrano. Il campo come luogo in cui lo stato d'eccezione diventa la regola è allora anche il luogo dove tutto è possibile, dove non c'è la protezione del diritto, dove si è in balìa del capriccio di chi governa senza nessun altro controllo sulla situazione.
Se facessimo funzionare in modo automatico le nostre formule diremmo che un luogo dove tutto è possibile è un luogo irreale, come un racconto di Hoffmann che tocca le corde delle nostre inquietudini più segrete. E' facile vedere tuttavia che in questo caso è vero il contrario: l'inferno sulla terra, il mondo senza Dio, è un luogo dove sono saltati i fondamenti della legge, e dove il reale impazza senza argine.
Senza andare agli estremi del Lager, questa dimensione della contemporaneità, dove il reale non sta più nelle briglie, è stata ben dipinta da Alejandra Eidelberg in uno dei Papers preparatori al nostro incontro, dove ha mostrato, come correlato di un declino dell'amore, la gabbia di ferro dei nuovi sintomi e il loro rovescio: i corpi di ferro per i quali impossible is nothing.
Dio nella tradizione era il fondamento della legge: se questo fondamento salta e la legge è sospesa, il mondo diventa un luogo dove lo stato d'eccezione si trasforma in regola e dove, con la miccia accesa dell'emergenza dovuta al terrorismo, i fondamentalismi si scontrano. Nello spazio globalizzato del mercato, Dio ridiventa tribale, si moltiplica per legittimare contrapposte rivendicazioni identitarie. Il lato drammatico, nel cedimento dell'universale, è l'esplosione delle identità. Dio è a brandelli, come suonava il titolo di un articolo nel dossier di una rivista francese - Dieu en lambeaux - e ognuno ne agita un lacerto per farsene insegna.
Il NdP, nei primi seminari di Lacan, era definito come il fondamento della legge. Poi, man mano che il suo insegnamento ha fatto posto alla logica e alla matematica, man mano che ha dato spazio alle tematiche della crisi dei fondamenti e dei suoi paradossi, il NdP non ha più potuto essere il fondamento. Si è logicizzato a sua volta, è diventato funzione, si è moltiplicato, si è pluralizzato. Pluralizzazione però non vuol dire andare a pezzi, non significa essere a brandelli: piuttosto suppone l'effetto implicato dalle conseguenze dello squarcio apertosi nell'universale. Questa falla fa naufragare la possibilità di pensare il NdP come fondamento.
Un mondo in cui Dio non è più il fondamento della legge deve allora per forza essere pensato come la globalizzazione del Lager, come incubo senza risveglio, come deserto senza speranza dove, secondo il detto di Feuerbach, l'uomo è ciò che mangia? C'è in questo detto l'oscillazione tra l'autoerotismo orale e la chiusura tautologica che la formulazione in tedesco permette di far risuonare - der Mensch ist, was er ist - riducendo la biografia di ogni uomo al cerchio insensato: nacque, mangiò, morì.
Credo tuttavia sia possibile vedere un'altra prospettiva, che non si dibatte tra la nostalgia del fondamento e la disperazione riduzionista di un materialismo senza prassi.
Abbiamo bisogno di una terapia che ci colmi di senso solo se abbiamo, come correlato, una civiltà la cui secolarizzazione si basa sulla programmazione totale, sulla prevedibilità, sul controllo come unico mezzo per contrastare l'angoscia. Il mondo moderno, che ha distolto lo sguardo dal passato, dal fondamento della tradizione dove si alimentava una vita immutabile, guarda avanti, verso il nuovo che gli viene incontro, e al tempo stesso, angosciato da quel che non conosce, cerca di sterilizzarne la sorpresa. La scienza ci nutre di novità che servono a placare le nostre apprensioni, e contemporanemente fa crescere la nostra angoscia del futuro, del corpo che invecchia, di una morte che la medicina cancella come esito naturale della vita e che tuttavia ci ghermirà. Abbiamo tutti gli agi, ma il piacere della vita è corroso dal futuro che la inghiotte. Sembra che la sola risposta sia illuminare di senso il buco nero delle nostre inquietudini, suturare la fenditura nativa del godimento. Se si vive la vita come un prodotto fallato, che contiene il vizio redibitorio della morte, non resta che rivolgere lo sguardo al produttore, meglio detto Creatore, al Dio da cui tutto proviene e a cui tutto ritorna, il Dio del fondamento, per restituirla avendo in cambio la salvezza.
Lacan menziona spesso Dio negli ultimi anni del suo insegnamento e nei modi più svariati. Difficile trarne una dottrina. Una divertente rassegna in chiave di dialogo immaginario è presentata dal testo di Antonio Di Ciaccia nel CD del Congresso. Se non si può fare una sintesi si può però tirare qualche filo. Uno è in RSI, dove Lacan definisce Dio come la rimozione in persona o, meglio, come la persona supposta alla rimozione. Lacan parla qui di rimozione originaria, Ûrverdrangung, che è l'inconscio irriducibile, quello a cui non è possibile dare nessun senso. Prendiamo la via lineare di dire che la rimozione è una difesa, la barriera che ci permette di non essere in preda al reale. La rimozione originaria non dà un senso al reale, lo contiene, diciamo così, nei limiti del ragionevole, quel tanto da potercisi abituare.
A questo punto si tratta solo di porre le questioni giuste: per avere il senso della vita occorre interpellare il Dio del fondamento, perché il senso della vita trascende la vita. Per il godimento della vita invece la faccenda è diversa, perché il godimento è immanente alla vita, e il fatto che sia fessurato non richiede terapia, piuttosto: accortezza.
Destreggiarsi, se debrouiller, è una delle ultime parole di Lacan. Occorre destreggiarsi nell'inestricabile vita. Il sogno dedalico del colpo d'ala che fa uscire dal labirinto è lo stesso che ci imprigiona nell'incubo di un'esistenza senza speranza. La verità è che non c'è uscita dal labirinto perché il mondo stesso è un labirinto in cui cercare un filo, un filo all'altro capo del quale c'è una donna, una donna con la quale non c'è rapporto sessuale, una donna che non è La donna, che non è Dio, e che non si può amare di amore perfetto, ma della quale si può fare il proprio partner-sintomo, e con la quale, nei momenti migliori, si può anche fare l'amore.
Marco Focchi, L'incubo di un mondo senza Dio, Roma, 13 luglio 2006




lunedì 4 agosto 2014

Thomas Szasz. I nevrotici costruiscono castelli in aria; gli psicotici ci abitano dentro...Il dubbio sta alla certezza come la nevrosi alla psicosi. Il nevrotico è nel dubbio e ha timori sulle persone e sulle cose; lo psicotico ha convinzioni e fa affermazioni su di loro. In breve, il nevrotico ha problemi, lo psicotico ha soluzioni.

“I nevrotici costruiscono castelli in aria; gli psicotici ci abitano dentro...Il dubbio sta alla certezza come la nevrosi alla psicosi. Il nevrotico è nel dubbio e ha timori sulle persone e sulle cose; lo psicotico ha convinzioni e fa affermazioni su di loro. In breve, il nevrotico ha problemi, lo psicotico ha soluzioni.”
Thomas Szasz 
(psichiatra statunitense di origine ungherese,esponente dell'Antipsichiatria)


Se parli a Dio, stai pregando;
se Dio parla a te, sei affetto da schizofrenia.
Se i morti ti parlano, sei uno spiritista;
se tu parli ai morti, sei uno schizofrenico.
Thomas Szasz



se le patologie sono condivise da milioni di persone si chiamano normalità.


"Se la specie umana sopravviverà, gli uomini del futuro considereranno la nostra epoca illuminata, immagino come un vero e proprio secolo d'oscurantismo. Saranno indubbiamente capaci di apprezzare l'ironia di questa situazione in modo più divertente di noi. È di noi che rideranno. Sapranno che ciò che noi chiamiamo schizofrenia era una delle forme sotto cui – spesso per il tramite di gente del tutto ordinaria – la luce ha cominciato a filtrare attraverso le fessure delle nostre menti chiuse. La follia non è necessariamente un crollo (breakdown); essa può essere anche una apertura (breakthrough)..."
Ronald Laing, psichiatra scozzese

mercoledì 14 maggio 2014

Antonello Corrreale. Le terapie analiticamente orientate delle psicosi: la nozione di campo e la funzione dell'empatia. Se ad esempio un paziente, nel corso di una seduta, riferisce come un particolare irrilevante il ricordo che da bambino era molto infastidito dal fumo dei genitori, che invadeva eccessivamente la sua stanza, è possibile ipotizzare che egli ci offra non solo un ricordo importante, ma una forma estremamente precisa e puntuale di descrizione della specifica modalità invasiva del rapporto dei genitori con lui.


"Se ad esempio un paziente, nel corso di una seduta, riferisce come un particolare irrilevante il ricordo che da bambino era molto infastidito dal fumo dei genitori, che invadeva eccessivamente la sua stanza, è possibile ipotizzare che egli ci offra non solo un ricordo importante, ma una forma estremamente precisa e puntuale di descrizione della specifica modalità invasiva del rapporto dei genitori con lui."
Antonello Corrreale, Le terapie analiticamente orientate delle psicosi: la nozione di campo e la funzione dell'empatia, in: Quale psicoanalisi per le psicosi? A cura di A. Correale e L. Rinaldi, 1997 Cortina, pag.38.



giovedì 23 febbraio 2012

Caffè Filosofico. Freud, Jung e la Psicoanalisi. Il disagio della civiltà. Di fatto l'uomo primordiale stava meglio, poiché ignorava qualsiasi restrizione pulsionale. In compenso la sua sicurezza di godere a lungo di tale felicità era molto esigua. L'uomo civile ha barattato una parte della sua possibilità di felicità per un po' di sicurezza




Tre ferite narcisistiche, tre colpi all’egocentrismo difficili da digerire. 
Ne parla Freud in "Una difficoltà della psicoanalisi", 1916, Opere VIII, Boringhieri, 1976.
1 - Copernico: il nostro pianeta, la terra, non è più al centro del mondo. 
2 - Darwin: noi esseri umani non siamo più tanto diversi dagli altri viventi. 
3 - Freud: la coscienza occupa solo una piccola parte della nostra psiche, 
e del resto ben poco si sa. 




Umberto Galimberti racconta
Freud, Jung e la psicoanalisi
La Biblioteca di Repubblica, 2011




http://www.leparoletranoileggere.it/2012/01/07/freud-jung-e-la-psicoanalisi/



"Libro molto interessante, e per chi vuol rinfrescare nozioni assopite, e per chi non sa nulla dell’argomento - grazie alla sua chiarezza espositiva, e, soprattutto, per capire a che punto siamo, individualmente e collettivamente.
Galimberti espone con molta chiarezza il percorso e i punti cardine della teoria freudiana: la suddivisione tra io ed inconscio, che a sua volta è costituito da una parte pulsionale (Es, sede delle esigenze della specie) ed una superegoica (Super-io, dove si interiorizzano le esigenze della società); la distinzione tra nevrosi (che incrina l’equilibrio dell’io) e psicosi (che invece arriva a dissolvere l’io inteso come mediazione tra Es e Super-io, cioè tra spinte a soddisfare le pulsioni della sessualità e dell’aggressività da una parte e divieti imposti dalla società dall’altra); la distinzione tra morale eteronoma (cioè con la sorveglianza esterna) e morale autonoma; il principio di piacere e il principio di realtà; le tre fasi dello sviluppo psichico (orale, anale, edipica); la formazione dell’individualità e della capacità di relazione tramite il superamento del complesso edipico; la costruzione della cultura intesa come sublimazione delle pulsioni; infine “il disagio della civiltà” che nasce dall’oppressione esercitata da una società troppo rigida in termini di divieti e caratterizzata da un «legame sociale stabilito per identificazione reciproca dei vari membri».
Galimberti mette in luce come Freud anticipi Marcuse (“L’uomo a una dimensione”) con l’ipotesi secondo la quale «l’uomo ha barattato una parte della sua possibilità di felicità per un po’ di sicurezza»; molto convincente, a tal proposito, l’affermazione dell’esistenza di un ulteriore condizionamento per l’umanità contemporanea derivante da un “inconscio tecnologico” (che produce in noi un senso di inadeguatezza, in quanto inferiori alla macchina in termini di efficienza e regolarità).
Il filosofo passa quindi ad esaminare la teoria di Jung e le diversità di questa rispetto ai concetti freudiani: gli esseri umani nascono sostanzialmente schizofrenici, abitati da molte personalità, tra le quali l’IO, il complesso autonomo che tiene i rapporti con la realtà; l’inconscio si configura come uno sfondo indifferenziato da cui emerge la coscienza; a differenza di Freud che spiega l’uomo dal punto di vista patologico, la teoria junghiana mira alla comprensione dell’uomo in quanto sano; per Jung il simbolo non è solo un segno manifesto di un contenuto latente, ma un’istanza operativa che promuove lo sviluppo sia dell’individuo che della collettività, è quell’energia eccedente suscettibile di essere impiegata in modo nuovo e diverso rispetto a ciò che è codificato; in questo senso l’inconscio non è solo il deposito del rimosso, ma è anche un “progetto di esistenza” da esplicare e realizzare. Con l’introduzione del concetto di inconscio collettivo – e la correlata “scoperta” degli archetipi, quali forme “a priori” dell’apprendimento – Jung si distingue dal modello concettuale di Freud nel descrivere la psiche utilizzando invece un modello “immaginale”. Per Jung la totalità della psiche è il “Sé”, che costituisce l’espressione indifferenziata di tutte le possibilità umane – ed è anche la sede della follia – e da cui si emerge tramite la ragione; ma, dopo aver raggiunto questa padronanza razionale, l’individuo, per realizzare a pieno la propria personalità, deve ampliare la propria coscienza ricorrendo di nuovo a quell’indifferenziato luogo di follia che è il Sé. Infine è messa in luce quella che, a detta dello stesso Jung, è la sua maggior differenza da Freud: «La consapevolezza del carattere soggettivo di ogni psicologia».
Galimberti propone un’ultima riflessione sul valore, per il nostro oggi, del pensiero dei due padri della psicoanalisi, ricordando l’importanza della fiducia di Freud nella ragione in quanto regolatrice del caos e promotrice del cosmo ( oggi, più che mai, ma forse come sempre nella storia umana, il sonno della ragione genera mostri: http://fatimallospecchio.blogspot.com/2012/01/genio-e-sregolatezza.html ); ma anche dell’affermazione di Jung riguardo alla necessità di ricorrere all’inconscio, dopo aver rafforzato l’IO – e con l’avvertimento che «Non tutte le porte vanno aperte», perché la vita possa alimentarsi di nuovi motivi.
In questo scenario il futuro della psicoanalisi deve tener conto del passaggio da quella società della disciplina, che caratterizzava il mondo di Freud, alla società dell’efficienza che può generare un «senso di insufficienza».
Il libriccino, molto denso, riporta brani delle opere di Freud – di particolare interesse quelli tratti da “il disagio della civiltà”.
Alla fine due pagine di Maurizio Ferraris, in cui si riassumono le tre grandi ferite all’orgoglio umano: da Copernico (l’uomo non è il centro dell’universo); da Darwin (l’uomo non viene da Dio, ma dal mondo animale); dalla psicoanalisi (la coscienza non è la padrona assoluta, perché è l’inconscio che ci muove e l’Io non è padrone in casa propria)".

L'Io dunque «non è padrone in casa propria» perché è abitato da una dimensione inconscia che l'uomo ha sempre evitato di considerare, perché un inganno narcisistico gli ha fatto credere di essere al centro dell'universo, creatura di Dio, e padrone dell'orizzonte dispiegato dalla sua coscienza e dal suo procedere razionale.
Umberto Galimberti



La doppia soggettività
Ma CHE COS'È UNA NEVROSI? Freud che, contrariamente a quanto si crede, non si appassiona alla medicina di stampo positivista in voga al suo tempo, rifiuta la tesi che la nevrosi sia una malattia del sistema nervoso, e avanza l'ipotesi che la nevrosi sia un «conflitto» tra il mondo delle pulsioni (da lui denominato Es) e le esigenze della società (denominate Super-io) che ne chiedono il contenimento e il controllo. In questa dinamica è possibile scorgere il tragitto dell'umanità e il suo disagio che Freud condensa in queste rapide espressioni che possiamo leggere ne Il disagio della civiltà (1929): «Di fatto l'uomo primordiale stava meglio, poiché ignorava qualsiasi restrizione pulsionale. In compenso la sua sicurezza di godere a lungo di tale felicità era molto esigua. L'uomo civile ha barattato una parte della sua possibilità di felicità per un po' di sicurezza».
Ma da dove Freud trasse questa sua concezione, a dir poco rivoluzionaria, di nevrosi? Non dalla medicina del suo tempo ovviamente, ma dalle intuizioni filosofiche del romanticismo, da Goethe, da Schelling e soprattutto da Schopenhauer, che Freud considera suo «precursore», e a proposito del quale scrive nel saggio Una difficoltà della psicoanalisi (1917): «Probabilmente pochissimi uomini hanno compreso che ammettere l'esistenza di processi psichici inconsci significa compiere un passo denso di conseguenze per la scienza e per la vita. Affrettiamoci comunque ad aggiungere che un tale passo la psicoanalisi non l'ha compiuto per prima. Molti filosofi possono essere citati come precursori, e sopra tutti Schopenhauer, la cui "volontà inconscia" può essere equiparata alle pulsioni psichiche di cui parla la psicoanalisi».
Secondo Schopenhauer, infatti, ciascuno di noi è abitato da una doppia soggettività: la «soggettività della specie» che impiega gli individui per i suoi interessi che sono poi quelli della propria conservazione, e la «soggettività dell'individuo» che si illude di disegnare un mondo in base ai suoi progetti, che altro non sono se non illusioni per vivere e non vedere che a cadenzare il ritmo della vita sono le immodificabili esigenze della specie.
L'io e l'inconscio
Questa doppia soggettività viene codificata dalla psicoanalisi con le parole Io e inconscio. Nell'inconscio occorre distinguere un «inconscio pulsionale» che Freud chiama col pronome neutro latino Es, dove trovano espressione le esigenze della specie, e un «inconscio superegoico» denominato Super Io, dove si depositano e si interiorizzano le esigenze della società.
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Sono esigenze della specie la sessualità, senza di cui la specie non vedrebbe garantita la sua perpetuazione, e l'aggressività che serve per la difesa della prole. Queste due pulsioni, proprio perché sono al servizio della specie, l’Io (la nostra parte cosciente) le subisce, le patisce, e perciò diventano le sue «passioni», che la società, per salvaguardare se stessa, chiede di contenere, nella loro espressione, entro certi limiti. Ciò avviene attraverso l'educazione, durante la quale, interiorizzando i divieti genitoriali, ciascun individuo acquisisce gradatamente i divieti sociali che svolgono una funzione di contenimento dei moti pulsionali.
L'Io dunque «non è padrone in casa propria» perché è abitato da una dimensione inconscia che l'uomo ha sempre evitato di considerare, perché un inganno narcisistico gli ha fatto credere di essere al centro dell'universo, creatura di Dio, e padrone dell'orizzonte dispiegato dalla sua coscienza e dal suo procedere razionale. Scrive in proposito Freud nell’Introduzione alla psicoanalisi (1915-1917): «Nel corso dei tempi l'umanità ha dovuto sopportare due grandi mortificazioni che la scienza ha recato al suo ingenuo amore di sé. La prima, quando apprese che LA NOSTRA TERRA NON È AL CENTRO DELL'UNIVERSO, bensì una minuscola particella di un sistema cosmico che, quanto a grandezza, è difficilmente immaginabile. Questa scoperta è associata per noi al nome di COPERNICO, benché la scienza alessandrina avesse già proclamato qualcosa di simile. La seconda mortificazione si è verificata poi, quando LA RICERCA BIOLOGICA annientò la PRETESA POSIZIONE DI PRIVILEGIO DELL'UOMO NELLA CREAZIONE, GLI DIMOSTRÒ LA SUA PROVENIENZA DAL REGNO ANIMALE E L'INESTIRPABILITÀ DELLA SUA NATURA ANIMALE. Questo sovvertimento di valori è stato compiuto ai nostri giorni sotto l'influsso di CHARLES DARWIN, di Wallace e dei suoi precursori, non senza la più violenta opposizione dei loro contemporanei. Ma la terza e più scottante mortificazione, la megalomania dell'uomo è destinata a subirla da parte dell'odierna INDAGINE PSICOLOGICA, la quale ha l'intenzione di DIMOSTRARE ALL'IO CHE NON SOLO EGLI NON È PADRONE IN CASA PROPRIA, ma deve fare assegnamento su SCARSE NOTIZIE RIGUARDO A QUELLO CHE AVVIENE INCONSCIAMENTE NELLA SUA PSICHE. Anche questo richiamo a guardarsi dentro non siamo stati noi psicoanalisti né i primi né i soli a proporlo, ma sembra che tocchi a noi sostenerlo nel modo più energico e corroborarlo con un materiale empirico che tocca da vicino tutti quanti gli uomini».
Nevrosi e psicosi
Tra le ESIGENZE DELLA SPECIE (ES O INCONSCIO PULSIONALE) e le ESIGENZE DELLA SOCIETÀ (SUPER-IO O INCONSCIO SOCIALE) C'È IL NOSTRO IO, LA NOSTRA PARTE COSCIENTE, CHE RAGGIUNGE IL SUO EQUILIBRIO NEL DARE ADEGUATA E LIMITATA SODDISFAZIONE A QUESTE ESIGENZE CONTRASTANTI, la cui forza può incrinare l'equilibrio dell'Io (e in questo caso abbiamo la nevrosi), o addirittura può dissolvere l'Io sopprimendo ogni spazio di mediazione tra le due forze in conflitto, e allora abbiamo la psicosi o follia.
L'IO DUNQUE AGISCE DA EQUILIBRATORE TRA QUESTE DUE ISTANZE, che possono invadere lo spazio dell'Io in misura maggiore o minore da individuo a individuo. Rispetto a questo schema ideale, ogni invasione dello spazio dell'Io provoca la nevrosi, mentre la psicosi ha luogo quando lo spazio dell'Io è interamente occupato dall'uno o dall'altro inconscio, oppure da entrambi quando vengono a contatto, non rendendo più possibile il governo di sé.
La psicoanalisi, che nel suo momento terapeutico necessita della presenza dell'Io del paziente, può operare solo con la nevrosi, aggiustando le incrinature dell'Io, mentre è impotente con la psicosi, dove inconscio pulsionale e inconscio sociale confliggono corpo a corpo, senza uno spazio di mediazione, e dove l'assenza dell'Io non consente alcuna elaborazione.
Scopo della psicoanalisi è che l'Io (la nostra parte cosciente) sia in grado di guadagnare sempre più spazio all'inconscio, come gli olandesi (l'esempio è di Freud) hanno guadagnato un'estensione della terra sottraendola al mare, perché, scrive Freud nell'Introduzione alla psicoanalisi. Nuova serie di lezioni (1932): «L'intenzione degli sforzi terapeutici della psicoanalisi è in definitiva di rafforzare l'Io, di renderlo più indipendente dal Super-io, di ampliare il suo campo percettivo e perfezionare la sua organizzazione, così che possa annettersi nuove zone dell'Es. Dove era l'Es, deve subentrare l'Io. E questa l'opera della civiltà, come per esempio il prosciugamento dello Zuiderzee». Ma vediamo più in dettaglio questo percorso.
L'inconscio pulsionale e le esigenze della specie
A proposito dell'uomo parliamo di «pulsioni» e non di «istinti» perché l'istinto è una risposta rigida agli stimoli. Se a una mucca mostro una bistecca, la mucca non reagisce, se le mostro un covone di fieno, la mucca si mette a mangiare. Gli uomini non hanno istinti perché non hanno risposte rigide agli stimoli. Lo stesso Freud, che nei suoi primi scritti impiega il termine Instinkt, in seguito lo sostituisce col termine Trieb, che noi traduciamo con «pulsione»: spinta generica a meta indeterminata. Ne è prova il fatto che, per esempio, in presenza di una pulsione sessuale l'uomo, a differenza dell'animale, può accedere a tutte le «perversioni», così come può assegnare alla pulsione sessuale una meta non sessuale, quale può essere un'opera letteraria o artistica. In questo caso Freud parla di «sublimazione».
Chiarita questa differenza, che già Platone, Tommaso d'Aquino, Kant, Gehlen avevano segnalato, Freud si domanda: quali sono le esigenze della specie che si esprimono nelle pulsioni? La procreazione, a cui è preposta la pulsione sessuale, e la difesa della prole, a cui è preposta la pulsione aggressiva.
Freud colloca queste due pulsioni nell'inconscio, ovvero in quel sottosuolo di noi stessi a cui solitamente non prestiamo alcuna attenzione, perché impostiamo la nostra vita a partire dall'Io, dalla sua progettualità, dall'investimento che noi facciamo su di noi, dal senso che cerchiamo di reperire nella nostra esistenza, dimenticando che noi siamo fondamentalmente «funzionari della specie».
Tra l'economia dell'Io e l'economia della specie c'è un profondo conflitto, perché l'Io non si rassegna a essere un semplice funzionario della specie, e perciò per vivere cerca in qualche modo di illudersi, giocando con i suoi pensieri, le sue speranze, i suoi progetti, i suoi scenari di autorealizzazione, nel tentativo di reperire un senso alla propria esistenza, anche se è la specie a determinare e a qualificare le tappe della sua vita che, dopo la nascita e la crescita, prevede la procreazione e infine la morte come vuole la natura per tutti i viventi.

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L'INCONSCIO SOCIALE e la FONDAZIONE DELLA MORALE
Oltre all'INCONSCIO PULSIONALE, dove ci sono le esigenze della specie, esiste anche un INCONSCIO SOCIALE, dove sono espresse le esigenze della società che, come abbiamo visto, confliggono con quelle della specie. Compito dell'Io è tenere l'equilibrio tra queste due istanze tra loro conflittuali, perché se esprimessimo senza freni tutte le nostre pulsioni sarebbe impossibile la convivenza sociale e con essa sarebbero impossibili le condizioni per la costruzione e il progresso della società.
Le istanze sociali trovano espressione nei limiti e nei divieti che ciascuno deve dare a se stesso, onde evitare che la piena esplicazione delle proprie pulsioni porti a uno stato di perenne conflittualità e di sopraffazione continua. Queste limitazioni, secondo Freud, vengono acquisite nell'infanzia attraverso l'interiorizzazione dei divieti genitoriali che il bambino accoglie non per amore dei genitori, ma per un'istanza egoista. I genitori, infatti, sono percepiti dal bambino come la condizione imprescindibile per la propria sussistenza, per cui è vantaggioso attenersi alle loro prescrizioni onde evitare che questa condizione venga meno.
L'introiezione del divieto è quindi un baratto. Il bambino si autolimita perché se i genitori non dovessero essere più suoi alleati, se non dovessero più prestare il loro soccorso, se non dovessero essere più i mediatori del cibo, delle cure e delle attenzioni di cui il bambino ha bisogno, il bambino non sopravvivrebbe. L'interiorizzazione dei divieti avviene dunque su questa base fondamentalmente egoista. Del resto l'amore, al di là dell'enfasi profusa dalla letteratura intorno a questa parola, di fatto è sostanzialmente una relazione con l'altro che risulta vantaggiosa per la propria vita. L'egoismo, che è il tratto costitutivo dell'istinto di conservazione, sa utilizzare anche strategie amorose, nella forma della seduzione o dell'ubbidienza, per garantire la sopravvivenza dell'individuo.
All'inizio il bambino si attiene alle regole solo in presenza dei genitori, e in questo modo segue quella che viene denominata morale eteronoma, tipica di chi assume un comportamento corretto solo in presenza di un sorvegliante che può sanzionare e punire. Non è infrequente constatare che a questo stadio morale si arrestano, anche in età adulta, quanti si attengono alla norma solo in presenza di un controllo o di una sanzione.
Per giungere a una morale autonoma occorre che l'assimilazione del divieto avvenga compiutamente, che il sorvegliante esterno venga interiorizzato, per cui non c'è più bisogno di essere controllati per attenersi alla norma e osservare la legge. Ora dobbiamo chiederci: perché per Freud anche il Super-io è «inconscio»? Perché, una volta interiorizzati i divieti, non è più necessario riflettere su quello che dobbiamo o non dobbiamo fare. Cessano gli indugi a favore di un comportamento automatico, e quindi «inconscio», che più non richiede particolari riflessioni per decidere se comportarci in un modo piuttosto che in un altro.

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Il principio di piacere e il principio di realtà
L'uomo è un animale desiderante, e il desiderio desidera ciò che non possiede, per cui la struttura psichica è regolata da quella dimensione che si chiama «mancanza», come già bene aveva evidenziato Platone nel Simposio dove, abbandonando la tradizione mitologica che parlava di Amore come figlio di Afrodite, dice che Amore è figlio di Povertà (Penìa). Il desiderio, infatti, prevede un intervallo tra ciò che si desidera e l'oggetto che soddisfa il desiderio. Nella copertura di questo intervallo sta la costruzione della psiche.
Giusto per fare un esempio, tutti possiamo constatare che il bambino quando nasce non conosce la distanza tra il desiderio e la sua soddisfazione: quando ha fame viene immediatamente nutrito, quando ha sonno viene immediatamente coccolato e messo a dormire. La soddisfazione immediata del desiderio è chiamata da Freud principio di piacere, che però mal si adatta alla realtà.
Crescendo, siamo in qualche modo costretti a raggiungere la soddisfazione dei nostri desideri attraverso quello che Freud chiama lavoro psichico, che copre la distanza che la realtà impone tra il desiderio e la sua soddisfazione. Col lavoro psichico si accede, secondo Freud, al principio di realtà. La realtà, infatti, ci impone sempre un certo lavoro per raggiungere la soddisfazione dei desideri. L'infantilismo non è altro che la rinuncia al lavoro psichico che, se eccessivamente protratta, determina una regressione al mondo dell'infanzia e quindi a un mancato sviluppo psichico.

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Le fasi dello sviluppo psichico
Nell'infanzia lo sviluppo psichico è scandito da Freud in tre fasi dove si concentra quella che lui chiama libido, che non va intesa solo in termini sessuali, perché il riferimento è a quell'energia psichica che, nelle fasi dello sviluppo infantile, si concentra nelle aperture del nostro corpo, che sono la bocca, l'ano e i genitali.
Nella fase orale la libido si raccoglie innanzitutto nella bocca, perché se non ci fosse un piacere nella suzione, a rischio sarebbe l'alimentazione, dal momento che, per mangiare, bisogna muovere dei muscoli, bisogna fare una certa fatica, che può essere superata solo se compensata da un piacere.
La seconda fase, che secondo Freud prende avvio dopo il secondo anno di vita, è la cosiddetta fase anale, in cui il bambino incomincia ad acquisire una sorta di padronanza del proprio corpo, quando avverte che dipende da lui rilasciare o trattenere le feci. E' questa la prima forma di controllo che, dice Freud, i bambini utilizzano talvolta come forma di gioco, talvolta di ricatto nei confronti delle attese delle madri.
È facile intuire che da una fissazione in una fase o dalla regressione alla fase precedente dipendono molte patologie. Persone fissate o regredite alla fase orale soffrono spesso di disturbi dell'alimentazione o, senza arrivare a queste forme patologiche, mantengono un rapporto privilegiato con la libido orale di continuo sollecitata. Sottesa a questa forma nevrotica c'è, secondo Freud, una carenza d'essere e quindi un bisogno di incorporare, di avere.
Connessa alla fase anale è invece la relazione col potere. In questa fase si formano infatti le personalità leader e le personalità gregarie. Il leader è una figura che non può prescindere dal bisogno del controllo generalizzato del mondo che lo circonda. La sua versione patologica è la «paranoia», ovvero il bisogno di un controllo totale, dove ogni fallimento viene interpretato come l'effetto di una persecuzione ordita da altri.


La terza fase, denominata fase genitale o fase edipica, è per Freud la più significativa, perché caratterizzata da quello stadio dello sviluppo psichico in cui si costituiscono le strutture dell'identità e della relazione.

Il complesso di Edipo
Freud prende spunto dalla tragedia dell'Edipo re di Sofocle, dove è messo in scena il dramma di un uomo giusto che, senza saperlo e senza volerlo, ha ucciso suo padre e sposato sua madre. Freud riprende questo mito e ne fa una tappa dello sviluppo psichico quando, tra i quattro e i sei anni, si guadagnano quelle due dimensioni fondamentali dell'esistenza umana che sono l'identità e la relazione. Se non ho identità non so chi sono, se non ho acquisito la struttura della relazione non so rapportarmi agli altri. Il percorso non è del tutto identico per il maschio e per la femmina.

Edipo e il mondo maschile. Dal punto di vista del figlio maschio, il bambino vuole uccidere il padre e andare a letto con la madre. Non impressioni il linguaggio un po' truculento, dal momento che il nostro inconscio non dispone del linguaggio forbito ed educato della coscienza. Per sedurre la madre il bambino imita il padre: fa tutto quello che dice il papà, gioca e gareggia con lui in un continuo processo di imitazione. Naturalmente il padre si confonde e pensa che tra lui e il figlio si sia creato un magnifico rapporto. In realtà il figlio sta imitando il padre nell'illusione di poter essere alla sua altezza, e quindi in grado di poter fruire dei favori della madre. In questo processo di imitazione, il figlio acquisisce la propria identità maschile, impara cioè a diventare maschio.
Quando poi verifica che non può raggiungere il suo scopo, il bambino, dice Freud, subisce una sorta di castrazione, ossia una frustrazione che ha un effetto depressivo non necessariamente negativo se, per superarlo, il bambino sposta la sua libido dalla madre a un'altra figura femminile sulla quale investirà la sua libido quando, dopo l'età della latenza (che a parere di Freud va approssimativamente dai sei ai dodici anni), la sessualità farà la sua comparsa. Imitando il padre e desiderando la madre, prima rappresentante dell'altro sesso, il bambino, superando il complesso edipico, acquisisce la propria identità e il proprio orientamento relazionale.

Edipo e il mondo femminile. Il complesso edipico femminile, che va pensato rovesciato rispetto a quello maschile (la bambina ama il padre e vuol prendere il posto della madre), è molto più complicato rispetto a quello maschile e più difficile da superare. La ragione va cercata nel fatto che nella madre è molto più evidente che nel padre quella doppia soggettività che nella donna si esprime nell'essere da un lato un Io e dall'altro una funzionarla della specie. Anche il padre ha un Io ed è funzionario della specie, ma di questo secondo aspetto non ne offre un percezione fisica e tantomeno psichica. Ne consegue che, nella costruzione della propria identità, la figlia resta incerta se prendere a modello l'Io della madre o quell'aspetto della madre che la identifica come funzionaria della specie.
Questa ambivalenza si fa ancora più netta quando, nell'età della pubertà, la ragazza, proprio mentre sta acquisendo la sua identità a partire dal suo corpo, che costruisce secondo i suoi desideri e secondo i modelli sociali diffusi, avverte che quel corpo non risponde solo alle esigenze del suo Io, ma anche a quelle della specie. Il processo mestruale interviene come una memoria che dice alla ragazza: tu sei un Io, ma sei anche una funzionaria della specie.
La doppia soggettività, così evidente nella donna e così poco manifesta nel maschio, fa sì che il complesso edipico femminile non è mai totalmente comparabile a quello maschile, non è così preciso e definito. E questa indeterminatezza istituisce nella donna una sorta di ambivalenza, che si riflette sulle sue capacità percettive, cognitive ed emotive molto meno precise di quelle maschili ma, proprio per questo, più complesse, più variegate, più sottili, più capaci di cogliere tutte quelle sfumature psichiche che al maschio solitamente sfuggono.

Il disagio della civiltà
Come è noto Freud non si è occupato solo della psiche individuale e delle dinamiche che la determinano, ma anche della società in cui gli uomini si trovano a vivere e degli effetti nevrotici che la forma che la società va via via assumendo nel suo progresso può determinare nei singoli individui.
Dopo aver negato l'autonomia della coscienza e indicato ai suoi confini un complesso di forze che la condizionano, Freud legge ogni espressione culturale espressa dall'umanità come una sublimazione delle pulsioni, la cui forza viene deviata dalla meta sessuale, alla quale esse naturalmente tendono, per essere indirizzata verso creazioni a cui è riconosciuto quel valore che si chiama «cultura». In un saggio del 1908 intitolato La morale sessuale «civile» e il nervosismo moderno Freud scrive:
«La pulsione sessuale mette a disposizione del lavoro culturale delle quantità di energia estremamente grandi; e ciò è dovuto alla peculiarità particolarmente accentuata in essa di poter spostare la sua meta senza ridurre sensibilmente la propria intensità. Questa capacità di scambiare la meta sessuale originaria con un'altra meta che non è più sessuale, ma è psichicamente imparentata con la prima, viene chiamata capacità di sublimazione».
Se la civiltà nasce dalla repressione e dalla sublimazione delle pulsioni, procede in base a esse e di esse si nutre, ne consegue che la felicità consiste nella piena esplicazione delle pulsioni, e che la libertà è tanto maggiore quanto minore è la repressione delle pulsioni. Scrive infatti Freud ne II disagio della civiltà (1929): «La libertà individuale non è un frutto della civiltà. Essa era massima prima che si instaurasse qualsiasi civiltà, benché in realtà a quell'epoca non avesse mai un grande valore, in quanto difficilmente un individuo era in grado di difenderla. La libertà subisce delle limitazioni a opera dell'incivilimento, e la giustizia esige che queste restrizioni colpiscano immancabilmente tutti».
Il problema però è la misura della restrizione pulsionale. Può accadere, infatti, che una società sia troppo severa in termini di regole, convenzioni, divieti, generando quel «disagio della civiltà» che Freud così descrive: «Oltre agli obblighi, cui siamo preparati, concernenti la restrizione pulsionale, ci sovrasta il pericolo d'una condizione che potremmo definire "la miseria psicologica della massa". Questo pericolo incombe maggiormente dove il legame sociale è stabilito soprattutto attraverso l'identificazione reciproca dei vari membri [...]. La presente condizione della civiltà americana potrebbe offrire una buona opportunità di studiare questo temuto male della civiltà. Ma evito la tentazione di addentrarmi nella critica di tale civiltà; non voglio destare l'impressione che io stesso ami servirmi dei metodi americani».
In questo rapido accenno al «legame sociale stabilito per identificazione reciproca dei vari membri», Freud anticipa la diagnosi che Herbert Marcuse farà nel 1964 con L'uomo a una dimensione, dove, pur nella differenza della terapia, si conferma l'ipotesi freudiana secondo la quale «l'uomo ha barattato una parte della sua possibilità di felicità per un po' di sicurezza». Il mito della sicurezza è un mito particolarmente sentito oggi, ma non dobbiamo dimenticare che la sicurezza richiede un impianto di regole che, quando diventa eccessivo, comprime la vita, e anche la felicità.
Luogo eminente delle regole, delle convenzioni, delle pratiche e delle azioni descritte e prescritte è il mondo della tecnica, che Freud ai suoi tempi non poteva prendere in considerazione, ma che noi oggi non possiamo evitare di considerare e inserire in quel tema della sicurezza da lui segnalato. La tecnica, infatti, è un impianto di regole molto rigoroso, che assume a modello la macchina, rispetto alla quale gli uomini sono inferiori in termini di efficienza, precisione, regolarità.
La pervasività di questo modello può far pensare che, oltre che dall'inconscio pulsionale e dall'inconscio sociale segnalati da Freud, l'uomo oggi è condizionato anche da una sorta di inconscio tecnologico, che non gli consente di essere davvero se stesso, quanto piuttosto un semplice funzionario dell'apparato di appartenenza, dove più che il suo nome proprio, conta la sua funzione, il suo ruolo. Ne consegue che, oltre a essere funzionari della specie, come Freud ci ha segnalato, oggi siamo anche funzionari di apparati che ci impongono azioni che non sono più propriamente nostre, perché sono quelle descritte e prescritte dall'apparato di appartenenza.
Questo concetto di «inconscio tecnologico», che mette rigorosamente tra parentesi la nostra soggettività, ci consente di accedere a quell'altro grande esponente della psicoanalisi del Novecento che è Jung, il quale indica come scopo della pratica psicoanalitica quello di diventare se stessi al di là delle maschere, al di là dei ruoli, al di là delle funzioni che la società tecnologicamente avanzata esige da noi, per la sua economia e non per la nostra economia.

Lo sguardo di Bleuler e Jung sul rapporto tra ragione e follia
Freud era un neurologo, Jung uno psichiatra, allievo di Eugen Bleuler che aveva ribattezzato quella che allora era considerata una «demenza precoce (dementia praecox)» col termine schizofrenia. Sottesa a questo cambio di denominazione c'era la persuasione che noi nasciamo sostanzialmente «schizofrenici», abitati da molte personalità, da molte figure, da un teatro di demoni che Bleuler chiama «complessi autonomi». Tra questi, l'Io è il complesso autonomo che instaura il miglior rapporto con la realtà e riesce a contenere tutte le altre personalità latenti.


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Umberto Galimberti racconta - Freud, Jung e la psicoanalisi 

venerdì 3 febbraio 2012

John Bowlby. Se il fatto che i bambini piccoli non siano mai completamente o troppo a lungo separati dai loro genitori, fosse diventato parte della tradizione, allo stesso modo in cui il sonno regolare e la spremuta d’arancia sono diventate consuetudini nell’allevamento dei piccoli, credo che molti casi di sviluppo nevrotico del carattere sarebbero stati evitati.

Una Base sicura...
“questa è la caratteristica più importante di essere genitori: fornire una base sicura da cui un bambino o un adolescente possa partire per affacciarsi nel mondo esterno ed a cui possa ritornare sapendo per certo che sarà il benvenuto, nutrito sul piano fisico ed emotivo, confortato se triste, rassicurato se spaventato” .
John Bowlby, Una base sicura


Se il fatto che i bambini piccoli non siano mai completamente o troppo a lungo separati dai loro genitori, fosse diventato parte della tradizione, allo stesso modo in cui il sonno regolare e la spremuta d’arancia sono diventate consuetudini nell’allevamento dei piccoli, credo che molti casi di sviluppo nevrotico del carattere sarebbero stati evitati.
John Bowlby


"Per certe famiglie diventa evidente, via che il lavoro procede, che i genitori sono interessati, talvolta quasi a qualunque costo, a presentare il comportamento del paziente come irragionevole e incomprensibile, e sé stessi come persone ragionevoli che hanno fatto tutto il possibile per lui. Un medico perspicace può accorgersi di quanto tali genitori siano sensibili ad ogni segno di critica nei loro riguardi, specialmente se essa proviene dal paziente, e con quale decisione cerchino di difendersi dall’accusa di avere avuto una parte qualsiasi nel creare il problema. Essi sostengono che il comportamento del paziente va inteso esclusivamente basandosi sul paziente stesso: egli è emotivamente disturbato, malato, matto o cattivo" .
John Bowlby, Attaccamento e Perdita


"Nessun aspetto della psichiatria infantile degli ultimi anni è così significativo come il crescente riconoscimento che i problemi che essa è chiamata ad affontare spesso non sono problemi limitati agli individui, ma in genere derivano dalle modalità stabili d’interazione sviluppatesi tra due, e più spesso tra più membri di una famiglia. L’abilità diagnostica consiste nella valutazione di queste modalità d’interazione, e delle disposizioni che in ogni membro della famiglia contribuiscono a mantenerle; l’abilità terapeutica consiste nel ricorso a tecniche che permettano di apportare dei cambiamenti più o meno concomitanti in tutti i membri di una famiglia, in modo che si possa instaurare e stabilizzare una nuova modalità d’interazione ".
John Bowlby, Attaccamento e perdita




"ll "bonding" o legame di attaccamento per gli esseri umani rappresenta la forma di relazione che assicura la sopravvivenza fisica ed emotiva del bambino. Progressivamente le esperienze relazionali vissute sin dalle prime fasi della vita diventano il modello di relazione che il bambino interiorizza e riproduce durante la crescita: per questo l’amore e la fiducia ed un'atmosfera di serenità con i genitori che egli sperimenta precocemente saranno determinanti nelle sue capacità future di stabilire delle buone e sane relazioni". 
Rita Giorgi criminologipuntocom




Il bambino si costruisce un modello interno di sé stesso in base a come ci si è presi cura di lui
John Bowlby

LA PRIMA ESPERIENZA DI DIPENDENZA CHE OGNUNO DI NOI HA È CON LA PRIMA FIGURA DI ATTACCAMENTO. Bowlby, studiando il RAPPORTO MADRE-BAMBINO, e in particolare con lo studio delle RISPOSTE CHE LA MADRE DÀ ALLE RICHIESTE DI ACCUDIMENTO DEL PICCOLO e di come questi poi si relaziona col genitore, ha parlato di QUATTRO STILI DI ATTACCAMENTO: SICURO, INSICURO-EVITANTE, ANSIOSO-AMBIVALENTE, DISORGANIZZATO. Lo stile di attaccamento è molto importante durante la crescita poichè È LA PRIMA ESPERIENZA DI RELAZIONE CHE IL BAMBINO HA. IN BASE A QUESTA, IL BAMBINO STRUTTURA LA PROPRIA PERSONALITÀ E LE SUCCESSIVE RELAZIONI INTERPERSONALI, DATO CHE LO STILE DI ATTACCAMENTO SARÀ RIPROPOSTO ANCHE NEL RESTO DEI RAPPORTI AFFETTIVI, TRA CUI QUELLI DI AMORE. Un bambino con ATTACCAMENTO SICURO tenderà ad essere esplorativo, sapendo che c’è una FIGURA AFFIDABILE, AMOREVOLE E ATTENTA AI SUOI BISOGNI, PER CUI SI SENTIRÀ TRANQUILLO ANCHE DURANTE IL DISTACCO SENZA IL TIMORE DI ESSERE ABBANDONATO. L’Altro è visto come positivo e accudente, e IL BAMBINO SVILUPPERÀ UN SÈ POSITIVO, GIOIOSO E FIDUCIOSO IN SE STESSO E NEGLI ALTRI. Un bambino con un CAREGIVER INAFFIDABILE E A TRATTI RIFIUTANTE svilupperà un ATTACCAMENTO DI TIPO INSICURO-EVITANTE. L’adulto, infatti, NON SI MOSTRA SENSIBILE ALLE RICHIESTE D’ACCUDIMENTO, PER CUI IL PICCOLO TENDERÀ A NON CHIEDERE AIUTO ALL’ALTRO MA AD AFFIDARSI SOLO A SE STESSO. Per questo motivo, DA ADULTO, LE RELAZIONI SARANNO VISSUTE CON POCO COINVOLGIMENTO poichè L’ALTRO È STATO INTERIORIZZATO COME RIFIUTANTE PERCHÈ NON SI È DEGNI DI ESSERE AMATI. Un BAMBINO CON ATTACCAMENTO ANSIOSO-AMBIVALENTE INTERIORIZZERÀ L’ALTRO COME FIGURA DISCONTINUA. LA MADRE, INFATTI, NON RISPONDE COSTANTEMENTE AI BISOGNI DEL BAMBINO, ma Si Mostra Sia Presente Sia Assente. L’esplorazione Sarà Caratterizzata Dall’ansia E Dalla Paura Dell’abbandono. DA ADULTO, LE RELAZIONI SARANNO VISSUTE SMINUENDO IL PROPRIO SÈ E SOPRAVVALUTANDO GLI ALTRI, AMANDO L’ALTRO IN MODO POSSESSIVO E CON MOLTA GELOSIA. Infine, nell’ESPERIENZA DI ATTACCAMENTO DISORGANIZZATO, IL BAMBINO SVILUPPA UN’IMMAGINE DI SÈ E DELL’ALTRO NEGATIVA, LA RELAZIONE È CONFUSIVA IN QUANTO IL PICCOLO CERCA L’ACCUDIMENTO MA ALLO STESSO TEMPO È SPAVENTATO DAL CAREGIVER. DA ADULTO, NELLE RELAZIONI DI COPPIA, IL SOGGETTO TENDERÀ AD ESSERE DIPENDENTE E PASSIVO DALLA PERSONA CHE AMA, COLPEVOLIZZANDOSI LADDOVE CI DOVESSERO ESSERE DEI PROBLEMI DI COPPIA.



Riconoscere l'importanza delle cure che il bambino riceve fin dai primissimi giorni di vita e il ruolo che hanno sul suo sviluppo, non significa attribuire ai caregivers ogni responsabilità rispetto alla persona che diventerà e al tipo di vita che condurrà. Significa affermare che da lì la persona comincia a formarsi ed a crescere all'interno della relazione con l'altro. Questo ci ricorda quanto l'altro sia parte di noi e contribuisca alla formazione e al cambiamento della nostra identità personale.




I modelli operativi interni....I suoi tomi, complessi quanto attuali e utili nella pratica...anche nell'adultità.





La stima e il rispetto che avrà di sé stesso saranno esattamente corrispondenti alla stima e al rispetto ricevuti dai genitori.




Sto leggendo il 3 volume sulla teoria dell'attaccamento, fantastico!



Teoria dell'Attaccamento
I bambini COERCITIVI PUNITIVI utilizzano la rabbia per fare dispetti al genitore. Minacciano, picchiano, urlano, oppure si chiudono in se stessi, diventando impenetrabili ai tentativi della figura di attaccamento di confortarli. Inoltre adottano spesso comportamenti il cui fine è di far vergognare il genitore o di farlo sentire in imbarazzo, prima di porre fine al loro comportamento ostile e vendicativo. Questi comportamenti non hanno un fine punitivo, ma sono l’unico modo per il bambino, di ottenere dal genitore una risposta che soddisfa i suoi bisogni. Purtroppo, in questi casi il genitore spesso risponde con comportamenti di maggior severità o minacciandolo di privarlo dell’affetto, aggravando di fatto il problema, in quanto al bisogno di conforto, la risposta di severità viene interpretata dal bambino come un abbandono, sollecitando così la necessità di essere maggiormente oppositivo nei confronti del genitore.
Questi bambini incontrano grosse difficolta nelle situazioni in cui devono condividere con altri, le attenzioni di un adulto, in quanto sono portati ad interpetrare una normale disattenzione nei loro confronti, come una punizione. Per conquistarsi l’attenzione, l’unico comportamento che sono in grado di attuare è quello di essere indisciplinati, anche a costo di essere sgridati o incorrere in sanzioni disciplinari.


Teoria dell'Attaccamento 
Innanzitutto è importante conoscere l’effettiva interazione fra i diversi membri della famiglia: come i genitori stanno gestendo i figli? Quali strategie utilizzano? Cosa fanno per rendere ubbidiente il figlio? Ecc. In funzione delle risposte ottenute si può adottare un’opportuna strategia correttiva, tenendo conto che i bambini piccoli preferiscono essere guidati, piuttosto che comandare.
Ad esempio, quando il figlio inizia a fare il biricchino, il genitore potrebbe dirgli: "ho capito che per te è importante fare quello che fai, quindi adesso hai mezz’ora di tempo per farlo, aspetta il mio via e parti… adesso inizia a farmi i dispetti"; il genitore deve assumere un atteggiamento orientato all’osservazione, senza intervenire, allontanandosi di qualche metro, ma mantenendo il contatto visivo, in modo da segnalare al figlio che non sta attuando un ricatto affettivo e non ha intenzione di abbandonarlo.
Questa strategia priva il bambino del potere del ricatto, rendendo così inefficace il suo comportamento.


Elisa Bratz 
È giusto ciò che dici ma mio figlio ha 3 anni e lui non ascolta i miei comandi...nessuno!né a scuola né a psicomotricità...vuole comandare essere il leader. Questo porta a mettere un pericolo se stesso e anche gli altri purtroppo. Noi lo coccoliamo molto gli diamo molte attenzioni ma per lui non è sufficiente. È nata la sorellina che ora ha 10 mesi e ci gioca insieme e non le ha mai fatto nulla anzi è molto geloso con chi le si avvicina...la sua maestra ha detto che dobbiamo lavorare insieme per estinguere certi comportamenti :lanciare i giochi,spuntare,alzare le mani,urlare,scappare via ecc.....è dura tanto tanto...


Teoria dell'Attaccamento 
Un bambino di tre anni non possiede i requisiti per essere un leader, ma non gli è difficile essere un piccolo dittatore. Non tollerano i comandi, ma gradiscono essere guidati con autorevolezza. Un uomo ricco non è mai soddisfatto di ciò che ha, vuole sempre più denari, nello stesso modo i bambini “molto coccolati” non saranno mai soddisfatti dell’amore che ricevono, ne cercheranno sempre di più. Ed è anche molto probabile che in queste situazioni i genitori adottano strategie punitive, seguite da manifestazioni di intenso amore, che contribuiscono ad alimentare ulteriormente il problema. [...]
Forse la soluzione è davanti ai vostri occhi e ve la sta fornendo vostro figlio. Osservando il suo comportamento con la sorella potrebbe ispirarvi
Dalla breve descrizione, le frasi che seguono forniscono una prima indicazione del modello interattivo genitori/figlio: “lui non ascolta i miei comandi”; vuole comandare essere il leader; Noi lo coccoliamo molto gli diamo molte attenzioni ma per lui non è sufficiente. Sono queste tentate soluzioni che alimentano il problema, probabilmente insieme ad altre che non sono emerse
Per risolvere il problema occorre adottare un diverso modello interattivo genitori/figlio, che miri a stabilire in modo chiaro i ruoli e il rispetto di alcune regole fondamentali, altrimenti il bambino potrebbe crescere con l’illusione egocentrica di essere ciò che non è. Il rischio è che da adulto potrebbe crollare di fronte alle prime difficoltà.



Teoria dell'Attaccamento
I bambini COERCITIVI PUNITIVI utilizzano la rabbia per fare dispetti al genitore. Minacciano, picchiano, urlano, oppure si chiudono in se stessi, diventando impenetrabili ai tentativi della figura di attaccamento di confortarli. Inoltre adottano spesso comportamenti il cui fine è di far vergognare il genitore o di farlo sentire in imbarazzo, prima di porre fine al loro comportamento ostile e vendicativo. Questi comportamenti non hanno un fine punitivo, ma sono l’unico modo per il bambino, di ottenere dal genitore una risposta che soddisfa i suoi bisogni. Purtroppo, in questi casi il genitore spesso risponde con comportamenti di maggior severità o minacciandolo di privarlo dell’affetto, aggravando di fatto il problema, in quanto al bisogno di conforto, la risposta di severità viene interpretata dal bambino come un abbandono, sollecitando così la necessità di essere maggiormente oppositivo nei confronti del genitore.
Questi bambini incontrano grosse difficolta nelle situazioni in cui devono condividere con altri, le attenzioni di un adulto, in quanto sono portati ad interpetrare una normale disattenzione nei loro confronti, come una punizione. Per conquistarsi l’attenzione, l’unico comportamento che sono in grado di attuare è quello di essere indisciplinati, anche a costo di essere sgridati o incorrere in sanzioni disciplinari.



Nicoletta De Maria 
"Un uomo ricco non è mai soddisfatto di ciò che ha, vuole sempre più denari, nello stesso modo i bambini "molto coccolati" non saranno mai soddisfatti dell'amore che ricevono, ne cercheranno sempre di più"...

Mi hai fatto tornare alla mente (e cercare in un libro che non sfogliavo da anni) una massima epicurea: "Niente basta a colui per il quale il bastevole è poco" .


Tornando alla teoria dell'attaccamento, io continuo a prendere appunti. 




"BOWLBY, AMATO-ODIATO DALLA PSICOANALISI.

La teoria dell'attaccamento ha avuto un' influenza importante negli ultimi trenta anni nella psicoanalisi, nel cognitivismo e nella psicologia dello sviluppo, mettendo in luce il ruolo delle prime esperienze con i genitori nello sviluppo della personalità. Oggi può sembrare un'affermazione scontata, ma in passato la teoria dell'attaccamento si è dovuta scontrare con le concezioni psicoanalitiche che sostenevano la centralità delle fantasie sessuali ed aggressive nello sviluppo infantile oppure con le tesi innatiste dello sviluppo infantile che lo riconducevano alla dotazione genetica. Ora il libro John Bowlby dalla psicoanalisi all'etologia di Frank Van Der Horst (Cortina, pagg. 198, euro 22) ripercorre in chiave storica ed epistemologica lo sviluppo e il successo della teoria dell'attaccamento attraverso la storia del suo fondatore, appunto lo psichiatra e psicoanalista inglese John Bowlby (1907-1990). Van Der Horst nel tracciare il percorso professionale di Bowlby valorizza l'influenza delle sue esperienze infantili di separazione, prima la perdita della sua governante e poi il distacco dalla famiglia quando fu mandato in collegio, che lo avrebbero segnato dolorosamente. Più tardi, se da una parte Bowlby fa esperienza diretta delle scuole progressiste, influenzate dalla psicoanalisi, dall'altra si trova nel pieno delle controversie che infiammano il mondo psicoanalitico britannico e vedono contrapposte Melanie Klein ed Anna Freud. Bowlby, fin da allora, tiene fede alla sua convinzione empirista secondo cui occorre documentare nel modo più attento e affidabile le osservazioni cliniche, come nel suo studio effettuato negli anni Quaranta su 44 giovani delinquenti, molti dei quali avevano avuto un'infanzia fortemente travagliata. Ma se queste erano state le intuizioni iniziali di Bowlby le sue successive esperienze lo portano ad osservare il malessere dei bambini che erano stati allontanati dalle famiglie impegnate nello sforzo bellico. Èanche il tema di una sua monografia sulle cure materne, realizzata nell'ambito dell'Organizzazione mondiale della sanità, che lo spinge anche a studiare le conseguenze psicologiche dell'ospedalizzazione dei bambini, che allora veniva effettuata precludendo la presenza dei genitori. Da qui inizia il percorso di differenziazione di Bowlby dalla teoria psicoanalitica, nonostante ne riconoscesse l'importanza delle osservazioni cliniche. L'insoddisfazione di Bowlby per il modello intrapsichico della psicoanalisi di allora, secondo cui il bambino sarebbe influenzato dalle sue pulsioni interne minimizzando l'intreccio delle relazioni quotidiane, lo spinge a ricercare nuove frontiere. E proprio in quegli anni si afferma l'etologia con personaggi di spicco, come i Nobel Lorenz e Tinbergen, che forniscono una cornice ed una metodologia, mutuate dal campo animale, per studiare le relazioni dei bambini con le figure significative. In questo contesto interdisciplinare comincia a prendere corpo la teoria dell'attaccamento che ha una forte base evoluzionistica: non è la pulsione sessuale a motivare il comportamento umano ma è la ricerca di sicurezza, che nel bambino si realizza con la vicinanza all'adulto che si prende cura di lui. La reazione del mondo psicoanalitico è fortemente negativa, la stessa Anna Freud ritiene che Bowlby sia ormai perso per la psicoanalisi. Ma il percorso di Bowlby prosegue, convinto come è delle sue idee, confermate sempre più dagli studi animali come quelli di Harlow oppure dagli studi con i bambini di Mary Ainsworth. In questi ultimi anni c'è stato un riavvicinamento fra la teoria dell'attaccamento e gli sviluppi più recenti della psicoanalisi relazionale, anche se permangono differenze consistenti. Di diverso parere è l'autore del libro, che ritiene che Bowlby abbia adottato un approccio etologico diverso dalla psicoanalisi. Eppure psicoanalisti come Winnicott e più recentemente Stern o Sander hanno un approccio abbastanza vicino a quello di Bowlby, anche se alla particolare sensibilità di quest'ultimo per lo studio del comportamento umano non corrisponde un'analoga attenzione per i meccanismi della mente."
Repubblica-24 luglio 2012- Massimo Ammaniti

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