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domenica 27 novembre 2016

La calunnia del femminicidio. Violenza è violenza, a prescindere dal genere. Quella femminile viene raccontata molto di più perchè é una forma di violenza messa in atto da un "forte" su un "debole" (idealmente), quella maschile non viene raccontata, e credo forse potrebbe essere riconducibile a un senso di vergogna e umiliazione? (la vittoria di un "debole" su un "forte"? idealmente e ipoteticamente). Ma anche gli uomini subiscono violenza sia fisica che psicologica, e le donne possono essere altrettanto malvagie e malate. La violenza é tale a prescindere dal genere, razza e specie.





Violenza è violenza, a prescindere dal genere. 
Quella femminile viene raccontata molto di più perchè é una forma di violenza messa in atto da un "forte" su un "debole" (idealmente), quella maschile non viene raccontata, e credo forse potrebbe essere riconducibile a un senso di vergogna e umiliazione? (la vittoria di un "debole" su un "forte"? idealmente e ipoteticamente). Ma anche gli uomini subiscono violenza sia fisica che psicologica, e le donne possono essere altrettanto malvagie e malate. 
La violenza é tale a prescindere dal genere, razza e specie.



LO STATO DELLA RICERCA IN MATERIA DI VIOLENZA DOMESTICA
Quando la bugia sembra vera nasce la calunnia

2. LA CALUNNIA DEL FEMMINICIDIO
Posted on 19 agosto 2013 by pct38

Il termine “femminicidio” è stato coniato da Maria Marcela Lagarde 
– una femminista comunista messicana – ed è divenuto popolare per via del  film “Bordertown”, 
che narrava delle migliaia di donne uccise nella città messicana di Ciudad Juarez. 
Secondo la teoria femminista venivano uccise in quanto donne da maschi violenti nell’indifferenza della polizia. Secondo la realtà, Ciudad Juarez (la vecchia El Paso dei film western, oggi situata sul confine con gli Stati Uniti) è diventata il crocevia mondiale del narcotraffico e la città con più omicidi al mondo, con la polizia impotente a fermare le guerre fra i cartelli della droga. I becchini fanno gli straordinari tutte le sere, e l’80% dei circa 10 mila omicidi sono stati a danno di uomini.  Molti di questi omicidi vengono compiuti da donne killer, attive soprattutto nel cartello Los Zetas, preferite ai killer uomini perché meno sospettabili. In una retata  nel campo di addestramento per killer di San Cristobal de la Barranca la polizia catturò molte assassine.
Le più note sono Maria del Pilar Narro Lopez, alias “la comandante Bombon” e Maria Jimenez, che catturata dopo decine di omicidi ha confessato:

«noi donne lo facciamo per il denaro. Mi misi ad uccidere diventando sicario a tempo pieno insieme a ragazze così belle e con unghie grandi e affilate come coltelli che ispiravano pensieri inverecondi». [Corriere della Sera, 16/8/2011, “Le donne di Ciudad Juarez: vittime, madri e sicarie”].

Ma l’eroina delle femministe è Diana La Cazadora, l’assassina seriale che ammazza uomini.

Femministe occidentali notarono che “femminicidio” era un termine che colpiva la fantasia e consentiva di calunniare gli uomini.

E così il femminicidio è un fenomeno esploso in Italia dal 2010, ma solo sui media, che hanno diffuso questa parola inventata apposta per odiare gli uomini, per far credere che esista una strage di donne, per chiedere leggi secondo cui la vita di una donna ha più valore della vita di un uomo.

Secondo la propaganda femminista ripresa dalla stampa, l’ONU avrebbe detto che “femmicidio e femminicidio sono crimini di Stato tollerati dalle pubbliche istituzioni”.   Questa stupidaggine non la ha detta l’ONU, ma una femminista (Rashida Manjoo) che presiede un comitato femminista (CEDAW)  tollerato dentro l’ONU.

La realtà dei veri dati del vero ONU [2011 Global Study on Homicide, UNODC Homicide Statistics] è che:

L’Italia è uno dei paesi al mondo con il più basso tasso di omicidi femminili:  
5 per milione all’anno, circa la metà che nei nostri paesi confinanti 
(9 per milione per anno in Francia, 7 in Svizzera, 13 in Austria…). 
Fra i grandi paesi, solo Giappone, Irlanda e Grecia hanno tassi minori. 
Una donna italiana ha, in tutta la sua vita, una probabilità dello 0.05% di subire un omicidio. 
Se non ci fossero altre cause di morte, una donna vivrebbe in media 200mila anni prima di subire un omicidio. Per fare un confronto, è la stessa probabilità di morire in un incidente con un trattore: 
in entrambi i casi circa 150 decessi all’anno [Dati ASPAS 2010].  
Nessuno parla di ‘trattoricidio’. Il numero di donne che si suicidano (22 per milione per anno) è più del quadruplo di donne vittime di omicidio. Nessuno parla di “auto-femminicidio”.  
Unico vero numero da strage è quello dei bambini abortiti 
(7800 per milione di donne per anno, per un totale di 5 milioni dal 1982 ad oggi nella sola Italia).

In Italia il tasso di omicidi maschili è di 16 per milione all’anno, 
cioè vengono uccisi più di 3 uomini per ogni donna uccisa. 

Sia uomini che donne uccidono in prevalenza uomini: circa 400 ogni anno.  
Le donne assassine uccidono nel 39% dei casi donne, e nel 61% dei casi uomini.  
Gli uomini assassini uccidono nel 31% dei casi donne, e nel 69% dei casi uomini. 
[Ministero dell’Interno, Rapporto sulla Criminalità, “Gli omicidi volontari”, Tabella IV.18, “Genere della vittima secondo il genere dell’autore di omicidio commesso in Italia tra il 2004 e il 2006”]. 

Ricerche criminologiche indicano che il numero di donne assassine è sottostimato in quanto le donne hanno maggiore tendenza a commissionare omicidi e ad uccidere avvelenando. Nessuno parla del ‘maschicidio’.  

In Italia il tasso di suicidio di uomini separati è di 284 per milione all’anno [Dati EURES 2009]. 
Nessuno ne parla, sebbene si tratti di una vera strage di stato: 
il tasso di suicidi si quadruplica con la separazione, 
anche a causa delle sentenze  che privano i papà dei loro figli, della loro casa, del loro reddito.

Il femminicidio non esiste in nessun paese al mondo: ovunque vengono uccisi più uomini che donne. Gli unici paesi nei quali il tasso di donne uccise è quasi pari al tasso di uomini uccisi sono quelli che hanno adottato politiche femministe (47% di omicidi femminili in Croazia, 41% in Norvegia…) o dove le donne partecipano alla vita pubblica (49% di omicidi femminili in Germania, 48% in Svizzera…).  Viceversa, il tasso di omicidio di donne è una piccola percentuale del totale di omicidi nei paesi dove molte donne preferiscono il ruolo femminile tradizionale (7% in Grecia, 18% in Irlanda, 23% in Italia…).
a3
La realtà è l’opposto dell’ideologia femminista, secondo cui esisterebbe un “patriarcato” che opprime ed uccide le donne.
Riassumendo:
a2
Come mai il fenomeno più piccolo di tutti, gli omicidi di donne, riceve l’attenzione maggiore? 

In parte è perché gli omicidi, pur essendo una causa di morte statisticamente marginale, ricevono molta attenzione sui media.  Questo causa una percezione distorta della realtà, similmente a come accade per gli incidenti aerei:  sono eventi così rari che finiscono in prima pagina, mentre gli incidenti stradali sono così frequenti che non fanno notizia. Gli aerei, il mezzo di trasporto più sicuro, vengono così percepiti come pericolosi.  Allo stesso modo gli omicidi più rari, quelli di donne, attirano più attenzione.

Ma soprattutto, grazie a campagne di disinformazione finalizzate a costruire l’allarmismo del femminicidio, gestiste da professioniste che farebbero invidia a Wanna Marchi. Lo scopo è ottenere leggi che discriminano contro gli uomini, che radicano nella legge la falsa ideologia femminista [Convenzione di Istanbul, per ora ratificata da Montenegro, Albania, Turchia, Portogallo e Italia ma non dai paesi seri] ma soprattutto far avere un ruolo istituzionale e finanziamenti pubblici per i centri anti-violenza e per le avvocate femministe:

«Norme per il contrasto al femminicidio.
il centro antiviolenza che presta assistenza alla persona offesa può intervenire in giudizio …
La gestione delle case e dei centri delle donne è assicurata attraverso convenzioni…
Agli oneri derivanti dalla presente legge, pari a 85 milioni di Euro…» 
[Decreto-Legge 14 agosto 2013, n. 93 — Gazzetta Ufficiale]

Il decreto legge italiano sul “femminicidio” prevede infatti che le donne non possano ritirare le denunce e che lo stato le rimborsi anche in deroga ai limiti di reddito: il chiaro intento è tutelare le parcelle, non le donne.

È la stessa fondatrice dei centri anti-violenza per sole donne a dire che le femministe li usano per calunniare gli uomini e privare i bambini dei loro papà.

https://violenzafamiliare.wordpress.com/2013/08/19/la-calunnia-del-femminicidio/



pct38
I dati contraddicono l’ideologia della “violenza di genere” assunta per vera dai media: 
i dati dicono che il tasso di donne uccise è basso in paesi come Italia, Grecia, Giappone, 
dove sono più diffusi i tradizionali ruoli di genere. La violenza domestica non ha niente ha che fare con la cultura tradizionale, secondo cui la donna è sì considerata come un bambinone, ma che deve essere protetta morendo in guerra e non deve essere toccata nemmeno con un fiore.

Paradossalmente, le femministe hanno successo nell’imporre le loro politiche (che hanno fallito nel contrastare la violenza domestiche, essendo basate su presupposti ideologici falsi) in quanto sfruttano l’istinto maschile secondo cui la donna è vittima da proteggere e difenderla è dovere del cavaliere medievale.

Dire che l’anti-violenza è diventata una industria, che stati finanziano fanatiche che si arricchiscono con false accuse di violenza, può sembrare una affermazione forte. Ma è la realtà letterale, sostenuta fra l’altro da attiviste come Erin Pizzey (fondatrice centri anti-violenza) e Loiuse Malenfant, giornaliste come Donna Laframboise (autrice dell’inchiesta “One-Stop Divorce Shops”) e Trudy Shuett, giudici come Francisco Serrano Castro, dai massimi esperti di violenza domestica, da sociologi come Gerhard Amendt autore di questo testo in materia:

http://www.welt.de/politik/deutschland/article4295642/Why-Womens-Shelters-Are-Hotbeds-of-Misandry.html

e fa storcere il naso anche a me.



Stefano
io parlo da uomo che si sta separando,
Sono stanco di sentire parlare solo della violenza sulle donne, 
che resta un atto riprovevole e non accettabile.
Ma bisognerebbe parlare un po’ della violenza che le donne applicano verso gli uomini, non voglio generalizzare, mai mi permetterei anche perché vorrebbe dire che rinuncio ad un eventuale futuro con una donna, ma la mia esperienza personale si basa continue persecuzioni, minacce, diffamazioni, false denunce, tra l’altro dati delle procure indicano come false la maggior parte delle denuncie realizzate in fase di separazione da donne verso gli uomini. Io stesso ne ho ricevute, tutte smontate da prove tangibili, episodi di violenza che sostiene di aver subito mentre ero da tutt’altra parte per lavoro, e altro. Ripeto non generalizzo perché sarebbe un gravissimo errore, conosco donne che hanno subito ogni tipo di violenza e con una dignità incredibile crescono figli si ricostruiscono un futuro.
Ma sopratutto anche per loro, per coloro che realmente hanno subito, che non posso più tollerare il sistema che cavalcando il “tormentone” del momento cercano di sfruttare per i loro comodi e necessita’ finendo poi per screditare coloro che realmente hanno subito.
Una cosa la devo dire sui suicidi dei padri separati, purtroppo è un fenomeno reale, finché non si vedrà realmente applicata la legge sulla bigenitorialita’ il fenomeno non potrà rientrare, io da padre separato, e mi definisco pure fortunato in quanto passo 2 settimane al mese con mio figlio, e che sto lottando per l’affidamento esclusivo, posso capire il dolore di coloro che si vedono portare via tutto dalla fine di una relazione, e con tutto intendo il tempo che possono passare con i propri figli.







venerdì 18 novembre 2016

Mito di Krishna (Cristo). “Siamo o Sono?” Corrado Malanga e la Grande Egregora della Separazione

“Siamo o Sono?” 
Corrado Malanga e la Grande Egregora della Separazione.

[...] Separazione, 
Malanga ne fa un racconto meraviglioso, 
utilizzando il modello caratteristico della cultura Indu:


“Nell’istante in cui la coscienza decide di creare la virtualità per fare l’esperienza, crea cioè fa, e nel fare si manifesta, diviene evidente appunto, con la creazione, dal nulla, di un fotone e di un anti fotone, ripetendo lo stesso atto infinite volte. I due oggetti si riuniranno assieme in molti modi creando il tutto dal nulla. 

Ma nell’istante in cui la prima separazione accade, nell’istante in cui si crea la dualità, necessaria per esperienziarsi, la coscienza si chiede se ha fatto la cosa da farsi. [...]

La Creazione procede con Shiva e Vishnu quali simboli del primo duale virtuale. 

La Coscienza vede che i due creatori creati sono perplessi poiché sanno che il loro percorso ha una scadenza e, tale situazione, all’interno della virtualità in cui essi sono calati, li rattrista.  [...]

Essi non sono eterni ma immortali e, terminato il loro percorso, dopo aver acquisito la consapevolezza, si spegneranno per ritornare nell’Uno. [...]

In poche parole, la Coscienza fa la stessa cosa che fa ora, quando entra nei nostri contenitori per capire cosa sta accadendo nella dimensione materiale delle cose.  [...]

E’ nel mito raccontato che il dio si fa uomo e “scende” nel nostro mondo, per fare l’esperienza dell’uomo stesso. Poi il mito verrà stravolto nella sua originale interpretazione e diverrà non un atto di acquisizione di consapevolezza, da parte di tutti noi, che abbiamo deciso di fare l’esperienza della vita in 3 dimensioni, ma si trasformerà in un atto di finto eroismo divino, apparentemente teso a salvare un uomo che non aveva minimamente chiesto di essere salvato, nel tentativo di riportarlo a forza in cielo.  [...]

L’ultima beffa è rappresentata dunque dal mito di Krishna (Cristo);  [...] I due creatori Shiva e Vishnu, nell’istante in cui la Coscienza, per fare l’esperienza della separazione cioè per viverla, si mette a loro disposizione, hanno la possibilità di manipolare essi stessi, la Creazione. 
Dividono così la Coscienza in 3 parti, creando la triade di anima, mente e spirito. 
In quell’istante, le 3 parti divise provano l’idea della separazione dal Sé ed acquisiscono la netta sensazione di una esperienza dolorosa. 
E’ in questo momento che anima, divenuta duale, comprende che separare significa creare barriere, vede le altre parti di Sé allontanarsi da sé e ne ha paura e smarrimento. 

In questo istante viene descritto il mito dell’idea che esistano 2 tipologie divine: il dio vero e mai nato che crea dal nulla che, nel nostro racconto, viene recitato dalla Coscienza e gli dei di seconda generazione, creati dal primo che invece, per creare ulteriormente, usano qualcosa di già esistente e lo modificano solamente. Questi 2 dei sono Shiva e Vishnu e, a scendere, tutti coloro che hanno operato divisioni più marcate all’interno della originaria virtualità. 

Brahma Vishnu Shiva.
Tutto il percorso simbolico del CAMMINO DELLA TRIADE sarà impiegato nel ritrovare le parti separate del Sé originale e comprendere che ciò significa sconfiggere la dualità nel virtuale. 

La separazione da origine alla barriera che è la rappresentazione dell’inganno, dietro la quale si cela. 
Non è dunque vero che dio punisce l’uomo per le sue malefatte e poi lo ri perdona ma è vero che è l’uomo che decide di staccarsi da Lui poiché non solo non ha commesso nessuna colpa, in quanto le colpe non esistono, essendo la rappresentazione di un concetto duale ma non ha, di conseguenza, nemmeno il bisogno di essere perdonato per qualcosa di mai commesso. 

I patti che sono stati fatti non sono validi perché in primis ottenuti con l’inganno, tenendo all’oscuro parti della coscienza umana, della loro vera identità ma in secondo luogo perché il patto, per definizione, è una specie di contratto e nel contratto ci devono essere 2 firmatari in accordo tra loro. 

Il patto che gli dei fanno con l’uomo è voluto solo dagli dei, in quanto unilaterale e, nel mito, non esiste traccia di un accordo bilaterale. La vecchia e la nuova alleanza appaiono, anche nel mito, che rappresenta la reale fotografia della virtualità atemporale, solo un atto di imposizione unilaterale.  

[...] la Coscienza [...] scopre che la sofferenza della solitudine è propria della parte che è stata separata dal Tutto, mentre il Tutto non sente separazione. 

[...] Ora, la Triade può riunirsi in una Coscienza Consapevole, abbattendo le barriere interne all’essere umano, la parte femminile del Sè può unirsi a quella maschile, rendendo il rapporto tra maschio e femmina, fonte di amore trascendentale, fonte dell’energia necessaria per ottenere il processo di fusione e divenire Uno. 

Per evitare mis-interpretazioni della parola “amore” dobbiamo soffermarci sul fatto che questa parola non ha nulla a che vedere con l’amore tra parenti o con il coniuge o per una pianta od un animale od una altra qualsiasi forma di esistenza. 

Non ha altresì nulla a che vedere con la sessualità: 
nulla che possa far ricordare l’Heros o l’Agape dei miti greci cioè amore erotico di un uomo per una donna o l’amore che gli dei avrebbero per l’uomo. 

I due tipi di amore sono legati infatti ad una idealizzazione inesistente di una necessità. 

Heros è la necessita che un uomo ha di essere amato da un altro essere essendone, per definizione, ricambiato. 

Agape è l’amore che, sempre per definizione, dio rivolge alle sue creature, senza volere niente in cambio. 

[...] Il secondo tipo di amore è una colossale fregatura da parte degli dei che fanno finta di amarti, facendoti credere che stiano colmando il tuo bisogno di non essere solo ma, quella solitudine, l’hanno creata loro stessi quando hanno staccato dalla coscienza, anima, mente e spirito. Hanno dunque creato un bisogno inesistente e lo hanno poi fintamente colmato, creando anche in questo caso, un rapporto di dipendenza e di sudditanza. [...] 

Nell’istante in cui la parte femminile dell’universo si unisce a quella maschile, non solo si abbatte la penultima barriera del duale primordiale ma la realtà virtuale e quella reale divengono Uno, azzerando la distanza tra mappa e territorio, arrivando ad ottenere la totale comprensione del Sé Cosmico. 

Al di fuori di spazio e tempo, che non esistono più, la Coscienza Consapevole, rinasce da se stessa a nuova vita: IL MATRIMONIO alchemico fra creatore e creato, fra realtà reale e virtuale [...]
 http://allediecidellamattina.altervista.org/corrado-malanga-la-grande-egregora-della-separazione/


martedì 7 aprile 2015

Antonia Pozzi da “lettera a Vittorio Sereni”. Non sai che cosa spietata è la convivenza quotidiana: quell’essere giorno per giorno di fronte, a misurare le proprie diversità sul metro delle piccole realtà materiali, come sminuzza i sentimenti, come seppellisce i concetti idealizzati…….

Non sai che cosa spietata è la convivenza quotidiana: quell’essere giorno per giorno di fronte, a misurare le proprie diversità sul metro delle piccole realtà materiali, come sminuzza i sentimenti, come seppellisce i concetti idealizzati…….
Antonia Pozzi da “lettera a Vittorio Sereni”

lunedì 7 aprile 2014

Luciana Alterini. Stavo riflettendo sul linguaggio.Secondo me ci sono due forme fondamentali di linguaggio , una conciliativa e una separativa.Il linguaggio conciliativo è quello che vuole arrivare a tutti, è chiaro, semplice, esemplificativo: Buoni esempi sono i Vangeli, gli scritti di Don Milani, di Freud...quello separativo è quello che usa i termini specifici delle varie discipline anche quando viene usato tra o con non addetti ai lavori.Voglio pensarci un po' a questa storia del linguaggio perchè benché esso serva a comunicare, può creare anche separazione ed esclusione.



Stavo riflettendo sul linguaggio.Secondo me ci sono due forme fondamentali di linguaggio , una conciliativa e una separativa.Il linguaggio conciliativo è quello che vuole arrivare a tutti, è chiaro, semplice, esemplificativo: Buoni esempi sono i Vangeli, gli scritti di Don Milani, di Freud...quello separativo è quello che usa i termini specifici delle varie discipline anche quando viene usato tra o con non addetti ai lavori.Voglio pensarci un po' a questa storia del linguaggio perchè benché esso serva a comunicare, può creare anche separazione ed esclusione.
Luciana Alterini


martedì 24 settembre 2013

Oblomov. Vivendo sempre insieme, si erano venuti a noia reciprocamente. Una intimità quotidiana non è mai innocua né per l'uno né per l'altro: è necessaria, dall'una e dall'altra parte, molta esperienza di vita, molta logica e cordialità, per potere, godendo solo delle qualità positive, non offendere e non essere offeso dalle reciproche manchevolezze

 Nell’Oblomov di Ivan Aleksandrovič Gončarov, per gli abitanti del villaggio di Oblòmovka la vita scorre “accanto ad essi” come un fiume, sulle cui rive si fermano a contemplarla. Se l’esistenza è solo un ininterrotto congedo da se stessa, sulla sua fuga s’innalza di continuo la domanda di Oblomov: quando si vive? L’età moderna non sembra conoscere il presente, ma soltanto un trascorrere, un divenire percepito non quale arricchimento, quale itinerario verso una meta che infonde significato e sostanza a ogni tappa del cammino, bensì quale dileguare, quale continuo non-essere, mancanza di ogni valore cui afferrarsi saldamente (…) In luogo di un fine ultimo è subentrata una miriade di obiettivi momentanei e parziali, che si susseguono l’uno l’altro senza sosta e senza prender fiato, come nella catena di montaggio d’una immane produzione, sacrificando e bruciando ogni attimo a quello che gli succede, per raggiungere uno scopo meramente pratico e ignaro di valori, che non illumina perciò - né a ritroso nella memoria, né in avanti, nell’attesa – la strada che è necessario percorrere per raggiungerlo. (…)Il presente per bastare a se stesso, deve poggiare su dei valori, ma il pulviscolo di scopi e obblighi convenzionali, con i quali l’organizzazione sociale bersaglia l’individuo, offusca e vela questi valori, quando non li distrugge; impedisce al pensiero di soffermarsi sull’essenziale e lo incalza in una corsa affannosa, che lo distoglie da ciò ch’esso ama e vorrebbe amare.
Brano tratto da Da Claudio Magris - Itaca e oltre


Riflettevo sul fatto che il conflitto, a volte blocca l'azione cioé ha anche un suo opposto mortifero l'inazione, il rifiuto del confronto, l'immobilità, in una parola il terrore di vivere, di esporsi, quindi “la fuga dalla vita”. C'é un personaggio della Letteratura russa, narrato da Ivan Goncarov, ( 1812/1891) Oblomov, da cuii il nome al romanzo omonimo, il cui modo d'essere e di vivere rappresenta una trasposizione, il tropo vivente di una peculiare maniera di abitare il mondo. Oblòmov é un inetto, ecco, come nell'incipit lo descrive Goncarov “un uomo sui trentadue trentratré anni, di media statura, di piacevole aspetto, con degli occhi grigio scuri e l'assenza di qualsivoglia idea precisa, di qualsivoglia capacità di concentrazione nei tratti del viso. Il pensiero vagava come un libero uccello sopra quel viso, svolazzava sugli occhi, si posava sulle labbra semiaperte, si nascondeva nelle pieghe della fronte poi spariva del tutto, e allora il viso brillava di un uguale candore di spensieratezza.. Dal viso, la spensieratezza si trasferiva agli atteggiamenti del corpo, e perfino alle pieghe della vestaglia.....aveva difficoltà nello scegliere a cosa pensare: alla lettera allo starosta, al trasloco nel nuovo appartamento , alla verifica dei conti? Si smarriva in una congestione di piccole preoccupazioni e intanto restava sdraiato, voltandosi ora su un fianco, ora sull'altro. Di tanto in tanto si sentivano solo delle brusche esclamazioni:Ah, Dio mio! Che vita! Che destino!”.

Oblomov veniva ritenuto un buono, infatti evitava le relazioni con il prossimo e quando costretto si conformava sempre al suo interlocutore, non voleva impicci di nessun genere, la sua bontà era solo il riflesso della sua passività che gli suggeriva di stare sempre fuori, di non compromettersi mai, di fatto ammazzava il tempo, in attesa che passasse come se il vivere fosse un impegno troppo gravoso ed intollerabile da subire. Le stesse tormentate introspezioni, avevano la funzione di avvolgerlo in un ossessivo processo di autoconvalida del suo modo di vivere.

Augusto Romano, brillante analista junghiano ne ha fatto una affascinante lettura nel suo saggio “ll flaneur all'inferno. Viaggio attorno all'eterno fanciullo”, di cui riporto alcuni brani, proseguendo il nostro discorso.. “Allo stesso modo Oblomov può permettersi il lusso di non odiare, di fare come se non avesse un'Ombra, poiché il gioco dei sentimenti attivi implica l'accettazione del rischio della relazione, che corrisponde a quell'essere nel presente da cui Oblomov rifugge. L'universo di Oblomov é un universo claustrofilico(“...aveva scoperto alla fine che l'orizzonte della sua attività ed esistenza era chiuso in lui stesso”)” in cui tutto può diventare minaccioso persino le persone che lo vengono a trovare nella sua casa a cui egli dice”Non avvicinarti, non avvicinarti!Porti dentro il freddo!”

Significativamente il tema del cibo é l'ethos tematico e simbolico di tutto il romanzo.
”La preoccupazione del mangiare era la prima e principale preoccupazione in casa Oblomov”
....Il cibo che entra dentro e il cibo che sta intorno, sempre a portata di mano;lo si mangia con la bocca e con gli occhi. Una droga non violenta ed estremamente catturante, seduttiva. Viene spontaneo far convergere in un unico plesso le figure del cibo, della madre, della culla e della tomba. La madre é la materialità in cui Oblomov é rinserrato, e cullandolo lo stringe in un abbraccio mortale..... Autoindulgenza, riposo, beatitudine, tranquillità, oceano: la costellazione archetipa che presiede alla storia di Oblomov é quella del figlio amante divorato dalla madre
”Infatti Oblomov morirà giovane, divorato da un inconsapevole cupio dissolvi, che troverà il suo epilogo in un colpo apoplettico”apparentemente senza dolore, senza patimenti, come un orologio che si fosse fermato, che si erano domenticati di caricare”.

Il deuteragonista del romanzo, Stoltz, amico di Oblomov e suo opposto, quindi due personaggi che si commentano per ironia, appassionato abitante del mondo, chiamerà questo modo d'essere, oblomovismo.

Nikolaj Dobroljubov contemporaneo di Goncarov definì in suo celebre saggio “Cos'é l'oblomovismo? Oblomov il principale rappresentante della serie di uomini superflui che avevano affollato la letteratura russa dell'Ottocento...che soffrono per il fatto che non vedono che scopo abbia la propria vita e non trovano per sé un'occupazione” , basti pensare all'Eugene Oniegin di Puskin, ma non solo, aggiungo io come non ricordare i personaggi sveviani, da Zeno della “Coscienza di Zeno” ad Emilio Brentani di “Senilità”, o ai personaggi di Beckett, considerato che il dramamturgo irlandese, come riferisce Augusto Romano, fu un appassionato lettore di Goncarov. L'oblomovismo, ritengo, che rappresenti, come dice Augusto Romano, una possibile incarnazione dell'umano, una categoria dello Spirito, che credo sia molto più diffusa di quanto non si creda, verosimilmente occultata e soffocata tra le pareti domestiche, quando non altrimenti definita categoria nosografica tra le pieghe dei codici psichiatrici. Ecco alcune scene mirabili del vecchio quanto suggestivo sceneggiato televisivo, Oblomov, quando la televisione faceva cultura.

https://youtu.be/kInENyUFsIM


Oh santo Dio, la vita ci raggiunge dovunque
Ivan Gončarov, Oblomov

Vivendo sempre insieme, si erano venuti a noia reciprocamente. Una intimità quotidiana non è mai innocua né per l'uno né per l'altro: è necessaria, dall'una e dall'altra parte, molta esperienza di vita, molta logica e cordialità, per potere, godendo solo delle qualità positive, non offendere e non essere offeso dalle reciproche manchevolezze. 
Ivan Gončarov, Oblomov

Appena alzato da letto, al mattino, dopo aver preso il tè, si coricava subito sul divano, appoggiava la testa alle mani e si metteva a riflettere, senza risparmiare le forze, fino al momento in cui, alla fine, la testa era stremata dal duro lavoro e la coscienza diceva: abbiam fatto abbastanza, oggi, per il nostro bene. Solo allora decideva che si poteva riposare dalle fatiche e cambiava la sua posa diligente in un’altra, meno lavorativa e severa, più adatta ai sogni e al languore. Liberatosi così dalle cure connesse agli affari, a Oblomov piaceva rinchiudersi in sé e vivere nel mondo che si era creato.
Ivan Aleksandrovič Gončarov, Oblomov


Tarantiev nutriva una specie di avversione istintiva verso gli stranieri.
Ai suoi occhi, francese, tedesco, inglese erano sinonimi di imbroglione, volpone e brigante.
Egli non faceva neppure distinzione fra le varie nazionalità: erano tutti uguali, ai suoi occhi.
Ivan Aleksandrovic Goncarov, Oblomov: Parte prima, IV


«Tutto questo eterno correre, questo eterno gioco di miserabili passioncelle, specialmente quelle che mirano all’interesse, a sopraffarsi l’un l’altro; le chiacchiere, le maldicenze, i dispetti, quel modo di misurarsi da capo a piedi. Ad ascoltare quello che la gente dice, vengono le vertigini, c’è da istupidirsi. A vederli, sembrano tutti intelligenti, persone piene di dignità, e non senti altro che “A quello hanno dato questo, quest’altro ha avuto un appalto”. “Ma per quale ragione, di grazia?” grida un terzo. “Tizio ieri sera si è rovinato al gioco, al club; Sempronio ha guadagnato trecentomila rubli!” Non è che noia, noia e ancora noia!…Dov’è l’uomo, in tutto questo? Dov’è finita la sua dignità? Dove si è nascosto? Come mai si è abbassato a tal punto?….E la nostra migliore gioventù che fa? Non dorme, forse, ballando, passeggiando, scorazzando per il viale Nevsky? Il loro è un continuo, vuoto passare di giorni. Ma con quale superbia e con quale indicibile dignità, con che sguardo di riprovazione guardano chi non è vestito come loro, chi non ha i loro nomi e i loro titoli! E s’illudono, quei disgraziati, di stare al di sopra della gran massa. E quando si riuniscono tra di loro, litigano e si ubriacano come selvaggi. E queste sarebbero persone vive, che non dormono? Ma non soltanto i giovani. Guarda gli adulti. Si invitano, si offrono l’un l’altro da mangiare senza cordialità, senza bontà, senza reciproca simpatia! Si riuniscono per un pranzo, per una serata, come se andassero all’ufficio, freddamente, senza allegria, per fare sfoggio del proprio cuoco, della propria casa, per ridere poi l’uno dell’altro e farsi lo sgambetto. L’altro giorno, a pranzo, non sapevo dove guardare, avrei voluto nascondermi, mi sarei cacciato sotto la tavola, quando han cominciato a massacrare la reputazione degli assenti: quello era stupido, quell’altro vile, il terzo un ladro, il quarto ridicolo! Non si salvava nessuno. E mentre dicevano queste cose si guardavano con certi occhi, come per dire:”Fa tanto che l’uscio si richiuda alle tue spalle, e ti faremo lo stesso servizio!” Perchè si riuniscono se si giudicano così? Perchè si stringono la mano? Non hanno mai uno scoppio sincero di risa, una simpatia schietta! Cercano di attirare loro chi abbia un grado elevato, un nome sonante: “Ho avuto ospite il tale, sono stato dal talaltro”. Si vantano poi. Ma che vita è questa? Non me ne faccio proprio nulla, la rifiuto. Che ci posso imparare? Cosa ci posso ricavare?»
Ivan Aleksandrovič Gončarov, Oblomov, Обло́мов, 1859.


«Gli abitanti di Oblomovka credevano poco anche alle agitazioni dell'anima, e non ritenevano vita il turbine delle eterne aspirazioni verso chissà quali luoghi e cose; temevano come il fuoco l'entusiasmo delle passioni; e come in altri uomini il corpo è rapidamente consumato dal lavoro vulcanico del fuoco interno, spirituale, così l'anima degli abitanti di Oblomovka annegava tranquillamente, senza scosse nei flaccidi corpi.
La loro vita non era segnata, come in altri, da rughe precoci, né da colpi e sofferenze morali distruttori. Quella brava gente non concepiva la vita altrimenti che come un ideale di tranquillità e d'inerzia, disturbata di tempo in tempo da vari casi spiacevoli, come le malattie, le perdite, le contese, e tra l'altro il lavoro. »

« Sulla natura dell'Inghilterra non dico nulla! Pare che essa non esista e che sia coltivata in modo che tutto cresca e viva secondo un programma. Gli uomini l'hanno dominata e hanno livellato le sue caratteristiche. I campi sono come parquets dipinti: con gli alberi e con l'erba è stato fatto lo stesso lavoro che con i cavalli e con i buoi. L'erba ha l'aspetto, il colore e la morbidezza del velluto. Nei campi non trovi un pugno di terra incolta, nei parchi non c'è un cespuglio nato spontaneamente. E gli animali subiscono la stessa sorte. Sono tutti di razza: pecore, cavalli, buoi e cani. Altrettanto dicasi degli uomini e delle donne. Tutto è solido, bello, audace: negli animali l'aspirazione a compiere la propria missione è portata sino a una consapevolezza intelligente, e negli uomini, al contrario, è abbassata al livello di istinto animale. Agli animali si insegnano le regole di come comportarsi, cosicché si direbbe che un bue capisca perché ingrassa, mentre l'uomo si sforza di dimenticare per quale ragione tutto il giorno, tutto l'anno, tutta la vita non faccia altro che metter carbone nella stufa o chiudere e aprire qualche valvola. »
Ivan Alexandrovič Gončarov,  Oblomov





lunedì 2 settembre 2013

Eva Loewe. Sofferenza e Bellezza. perchè alla fine l'immaginazione ci insegna che non c'è separazione tra la "mia" anima e l' "anima del mondo


"...perchè alla fine l'immaginazione ci insegna che non c'è separazione tra la "mia" anima e l' "anima del mondo".

Eva Loewe, Sofferenza e bellezza, p.102



L'azione creativa è proprio questo..personalmente ritengo che sia più facile per la donna portare in sé questo segreto...ma anche l'uomo ci può provare....e a volte ci riesce*



Ad Rosam Per Crucem
Ad Crucem Per Rosam



.dat Rosa miel apibus....


domenica 18 agosto 2013

mercoledì 9 gennaio 2013

Baricco. L'amore mi perseguita. Lui tornerà ad essere un estraneo dopo che avrete fuso le vostre vite in una sola, vi siate confidati i segreti più nascosti e avrete abbattuto il muro di qualunque pudore

Accadono cose che sono come domande. 
Passa un minuto, oppure anni, e poi la vita risponde.
Alessandro Baricco

La vita si ascolta, così come si ascolta il mare.
Le onde montano, crescono, cambiano le cose.
Poi, tutto torna come prima ma non è più la stessa cosa.
Alessandro Baricco

Sapete, è geniale questa cosa che i giorni finiscono. E’ un sistema geniale. I giorni e poi le notti. E di nuovo i giorni. Sembra scontato, ma c’è del genio. E là dove la natura decide di collocare i propri limiti, esplode lo spettacolo. I tramonti.
Alessandro Baricco

Sapeva ascoltare, e sapeva leggere.
Non i libri, quelli sono buoni tutti, sapeva leggere la gente.
I segni che la gente si porta addosso.
Alessandro Baricco

E allora servono i colori.
E le forme.
E le note.
E le emozioni.
Alessandro Baricco



È proprio obbligatorio essere eccezionali? 
C’è una dignità immensa, nella gente, 
quando si porta addosso le proprie paure, senza barare, 
come medaglie della propria mediocrità.
Alessandro Baricco. Castelli di rabbia



“Perché è così che ti frega, la vita. Ti piglia quando hai ancora l'anima addormentata e ti semina dentro un'immagine, o un odore, o un suono che poi non te lo togli più. E quella lì era la felicità. Lo scopri dopo, quando è troppo tardi. E già sei, per sempre, un esule: a migliaia di chilometri da quell'immagine, da quel suono, da quell'odore. Alla deriva..."
Alessandro Baricco, “Castelli di rabbia”


"La sera vado a letto e mi addormento. Tu mi hai insegnato che questo vuol dire che sono in pace con me stesso. (..) 
Ognuno ha il mondo che si merita. Io forse ho capito che il mio è questo qua. Ha di strano che è normale. Mai visto niente del genere, a Quinnipak. Ma forse proprio per questo, io ci sto bene. A Quinnipak si ha negli occhi l'infinito. Qui, quando proprio guardi lontano, guardi negli occhi di tuo figlio. Ed è diverso. 
Non so come fartelo capire, ma qui si vive al riparo. E non è una cosa spregevole. È bello. E poi chi l'ha detto che si deve proprio vivere allo scoperto, sempre sporti sul cornicione delle cose, a cercare l'impossibile, a spiare tutte le scappatoie per sgusciare via dalla realtà? È proprio obbligatorio essere eccezionali? 
Io non lo so. Ma mi tengo stretta questa vita mia e non mi vergogno di niente: nemmeno delle mie sovrascarpe. C'è una dignità immensa, nella gente, quando si porta addosso le proprie paure, senza barare, come medaglie della propria mediocrità. Ed io sono uno di quelli. (..)"
Alessandro Baricco, “Castelli di rabbia”



.. Poi non è che la vita vada come tu te la immagini. Fa la sua strada. E tu la tua. E non sono la stessa strada. Così ... Io non è che volevo essere felice, questo no. Volevo ... salvarmi, ecco: salvarmi. Ma ho capito tardi da che parte bisognava andare: dalla parte dei desideri. Uno si aspetta che siano altre cose a salvare la gente: il dovere, l'onestà, essere buoni, essere giusti. No.
Sono i desideri che salvano. Sono l'unica cosa vera.Tu stai con loro, e ti salverai. Però troppo tardi l'ho capito. Se le dai tempo, alla vita, lei si rigira in un modo strano, inesorabile: e tu ti accorgi che a quel punto non puoi desiderare qualcosa senza farti del male. E' lì che salta tutto, non c'è verso di scappare, più ti agiti più si ingarbuglia la rete, più ti ribelli più ti ferisci. Non se ne esce. Quando era troppo tardi, io ho iniziato a desiderare. Con tutta la forza che avevo. Mi sono fatto tanto di quel male che tu non te lo puoi nemmeno immaginare ...
Alessandro Baricco da "Oceano mare"


L'amore mi perseguita. Lui tornerà ad essere un estraneo dopo che avrete fuso le vostre vite in una sola, vi siate confidati i segreti più nascosti e avrete abbattuto il muro di qualunque pudore. Sarete due estranei anche se conoscete il ritmo del vostro sonno, i vostri odori, le vostre abitudini. Due estranei che si conoscono meglio di chiunque altro e le cui vite non si incroceranno mai più se non per caso.
Baricco. Oceano mare

Quell'accostarsi. Si vorrebbe non finisse mai.
Il gesto di consegnarsi al destino. Quella é un'emozione.
Senza piu' dilemmi, senza piu' menzogne. Sapere dove.
E raggiungerlo. Qualunque sia il destino.
Camminava, ed era la cosa piu' bella che aveva mai fatto.
Alessandro Baricco. Oceano mare


E avrai errori dappertutto dietro la schiena, fregatene.
Ricordatene. Devi fregartene. Tutte le bocce di cristallo che hai rotto erano solo vita... non sono quelli gli errori... quella è vita... e la vita vera magari è proprio quella che si spacca, quella vita su cento che alla fine si spacca... io questo l'ho capito, il mondo è pieno di gente che gira in tasca con le sue piccole biglie di vetro... le sue piccole tristi biglie infrangibili... e allora tu non smetterla mai di soffiare nelle tue sfere di cristallo... sono belle, a me è piaciuto guardarle, per tutto il tempo che ti sono stato vicino... ci si vede dentro tanta di quella roba... è una cosa che ti mette l'allegria addosso... non smetterla mai... e se un giorno scoppieranno, anche quella sarà vita, a modo suo... meravigliosa vita.
Alessandro Baricco


C'era un uomo che partiva, viaggiava, e quando tornava, prima di lui arrivava un gioiello, in una scatola di velluto. La donna che lo aspettava apriva la scatola, vedeva il gioiello e allora sapeva che sarebbe tornato. La gente credeva che fosse un regalo, un prezioso regalo per ogni fuga. Ma il segreto era che il gioiello era sempre lo stesso. Cambiavano le scatole ma lui era sempre quello. Partiva con l'uomo, restava con lui ovunque andasse, passava di valigia in valigia, di città in città, e poi tornava indietro. Veniva dalle mani della donna e lì ritornava, esattamente come l'orologio ritornava nelle mani dell'Ammiraglio. La gente credeva che fosse un regalo, un prezioso regalo per ogni fuga. Invece era ciò che custodiva il filo del loro amore, nel labirinto di mondi in cui l'uomo correva, come un'incrinatura lungo un vaso. Era l'orologio che contava i minuti del tempo anomalo, e unico, che era il tempo del loro volersi. Tornava indietro prima di lui perchè lei sapesse che dentro colui che stava arrivando non si era spezzato il filo di quel tempo. Così l'uomo arrivava, infine, e non c'era bisogno di dir nulla, di chiedere nulla, nè di sapere. L'istante in cui si vedevano era, per tutt'e due, ancora una volta, lo stesso istante.
Alessandro Baricco


“Perché gli studenti non fanno creative writing invece dei temi? Perché a undici anni non imparano a montare i film? Perché spendiamo tutti questi soldi tra enti e fondazioni per l’opera lirica e quando spieghiamo il romanticismo a scuola non parliamo neanche di Verdi e Wagner? In questa società in declino c’è una certezza nitida: l’Italia dispone di una grande energia e forza che abbiamo bloccato. Per rimuovere i blocchi, l’unica strada è l’educazione, perché l’educazione produce lavoro, il grande problema del nostro Paese.”
Alessandro Baricco.
Dall'articolo di Letizia Pascale per Eunews.it dell'11 aprile.



"Con l’Iliade e l’Odissea i greci volevano dirci - perché non lo dimenticassimo mai - che nella vita noi facciamo solo due cose:
1. Assediare qualcuno che desideriamo, e questa è l’Iliade
2. Tornare a casa.
Tutto il resto è accessorio."
Baricco



I desideri stavano strappandomi l'anima. Potevo viverli, ma non ci son riuscito. Allora li ho incantati. E a uno a uno li ho lasciati dietro di me... Ho disarmato l'infelicità. Ho sfilato via la mia vita dai miei desideri. Se tu potessi risalire il mio cammino, li troveresti uno dopo l'altro, incantati, immobili, fermati lì per sempre a segnare la rotta di questo viaggio strano che a nessuno mai ho raccontato se non a te.
Alessandro Baricco. Novecento

Io che non ero stato capace di scendere da questa nave, 
PER SALVARMI SONO SCESO DALLA MIA VITA.
GRADINO DOPO GRADINO. E OGNI GRADINO ERA UN DESIDERIO. 
Per ogni passo, un desiderio a cui dicevo addio.
... Non sono pazzo, fratello. 
Non siamo pazzi quando troviamo IL SISTEMA PER SALVARCI. 
siamo astuti come animali affamati. 
Non c'entra nulla la pazzia. 
E' genio, quello. E' geometria. Perfezione. 
I DESIDERI STAVANO STRAPPANDOMI L'ANIMA. 
POTEVO VIVERLI, MA NON CI SONO RIUSCITO. 
Allora li ho incantati. 
Alessandro Baricco, Novecento


Io, che non ero stato capace di scendere da questa nave, per salvarmi sono sceso dalla mia vita.
Gradino dopo gradino. E ogni gradino era un desiderio.
Per ogni passo, un desiderio a cui dicevo addio.
Non sono pazzo, fratello. Non siamo pazzi quando troviamo il sistema per salvarci.
Siamo astuti come animali affamati. Non c’entra la pazzia. È genio, quello. È geometria. Perfezione.
I desideri stavano strappandomi l’anima. Potevo viverli, ma non ci sono riuscito.
Allora li ho incantati.
E a uno a uno li ho lasciati dietro di me. Geometria. Un lavoro perfetto. Tutte le donne del mondo le ho incantate suonando una notte intera per una donna, una, la pelle trasparente, le mani senza un gioiello, le gambe sottili, ondeggiava la testa al suono della mia musica, senza un sorriso, senza piegare lo sguardo, mai, una notte intera, quando si alzò non fu lei che uscì dalla mia vita, furono tutte le donne del mondo. Il padre che non sarò mai, l’ho incantato guardando un bambino morire, per giorni, seduto accanto a lui, senza perdere nulla di quello spettacolo tremendo bellissimo, volevo essere l’ultima cosa che guardava al mondo, quando se ne andò, guardandomi negli occhi, non fu lui ad andarsene, ma tutti i figli che mai ho avuto.
La terra che era la mia terra, da qualche parte del mondo, l’ho incantata sentendo cantare un uomo che veniva dal nord, e tu lo ascoltavi e vedevi, vedevi la valle, i monti intorno, il fiume che adagio scendeva, la neve d’inverno, i lupi la notte, quando quell’uomo finì di cantare finì la mia terra, per sempre, ovunque essa sia. Gli amici che ho desiderato li ho incantati suonando per te e con te quella sera, nella faccia che avevi, negli occhi, io li ho visti, tutti, miei amici amati, quando te ne sei andato, sono venuti via con te. Ho detto addio alla meraviglia quando ho visto gli immani iceberg del mare del Nord crollare vinti dal caldo, ho detto addio ai miracoli quando ho visto ridere gli uomini che la guerra aveva fatto a pezzi, ho detto addio alla rabbia quando ho visto riempire questa nave di dinamite, ho detto addio alla musica, alla mia musica, il giorno che sono riuscito a suonarla tutta in una sola nota di un istante, e ho detto addio alla gioia, incatenandola, quando ti ho chiesto di entrare qui. Non è pazzia, fratello. Geometria. È un lavoro di cesello. Ho disarmato l’infelicità. Ho sfilato via la mia vita dai miei desideri.
Alessandro Baricco, Novecento


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