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venerdì 30 ottobre 2015

C’era una volta una gara …..di ranocchi L’obiettivo era arrivare in cima a una gran torre. Si radunò molta gente per vedere e fare il tifo per loro. Cominciò la gara.

C’era una volta una gara …..di ranocchi
L’obiettivo era arrivare in cima a una gran torre.
Si radunò molta gente per vedere e fare il tifo per loro.
Cominciò la gara.

In realtà, la gente probabilmente non credeva possibile che i ranocchi raggiungessero la cima, e tutto quello che si ascoltava erano frasi tipo:
“Che pena !!! Non ce la faranno mai!”

I ranocchi cominciarono a desistere, tranne uno che continuava a cercare di raggiungere la cima.
La gente continuava : “… Che pena !!! Non ce la faranno mai!…”
E i ranocchi si stavano dando per vinti tranne il solito ranocchio testardo che continuava ad insistere. Alla fine, tutti desistettero tranne quel ranocchio che, solo e con grande sforzo, raggiunse alla fine la cima.

Gli altri volevano sapere come avesse fatto.
Uno degli altri ranocchi si avvicinò per chiedergli come avesse fatto a concludere la prova.
Fu così che scoprirono…
che era sordo !




lunedì 10 dicembre 2012

Stanley Kubrick. ‎Credo che il grande errore nelle scuole sia di cercare di insegnare ai bambini un po' di tutto, e di usare la paura quale motivazione di base. Paura di essere bocciati, di non restare con la tua classe, etc. L'interesse invece può produrre conoscenza che in proporzione alla paura è una esplosione nucleare rispetto ad un petardo...


‎Credo che il grande errore nelle scuole sia di cercare di insegnare ai bambini un po di tutto, e di usare la paura quale motivazione di base. Paura di essere bocciati, di non restare con la tua classe, etc. 
L'interesse invece può produrre conoscenza che in proporzione alla paura è una esplosione nucleare rispetto ad un petardo... 
Stanley Kubrick


Non sono mai stato sicuro che la morale della storia di Icaro dovesse essere: "Non tentare di volare troppo in alto", come viene intesa in genere, e mi sono chiesto se non si potesse interpretarla invece in un modo diverso: "Dimentica la cera e le piume, e costruisci ali più solide".
Stanley Kubrick


Si è sempre constatato che una mente creativa sopravvive a qualunque tipo di educazione
Anna Freud


La paura della morte ha creato gli dei
Epicuro


Non esiste una cosa denominata neutralità dell'educazione: 
non c'è dubbio che la dimensione educativa è, per sua natura, politica
Paulo Freire


E' più facile insegnare che educare, perchè per insegnare basta sapere, mentre per educare è necessario essere
Alberto Hurtado


....a chi gli chiedeva come aveva fatto per avere tanti frequentatori delle sue scuole di campagna,
Don Lorenzo Milani rispondeva: «Non mi chiedete come bisogna fare, ma come bisogna essere, per avere successo.»
« Questo è il mio fucile. Ce ne sono tanti come lui, ma questo è il mio. Il mio fucile è il mio migliore amico. È la mia vita. Io debbo dominarlo come domino la mia vita. Senza di me il mio fucile non è niente. Senza il mio fucile io sono niente. Debbo saper colpire il bersaglio. Debbo sparare meglio del mio nemico che cerca di ammazzare me. Debbo sparare io prima che lui spari a me. E lo farò. Al cospetto di Dio giuro su questo credo. Il mio fucile e me stesso siamo i difensori della patria, siamo i dominatori dei nostri nemici, siamo i salvatori della nostra vita. E così sia, finché non ci sarà più nemico, ma solo pace. Amen. »
Stanley Kubrick, Full metal jacket, Il credo del fuciliere

https://www.facebook.com/pensieridicinema/videos/1182405021821884/






martedì 17 aprile 2012

Mike Dooley. L’arte di far accadere le cose. Le emozioni colorano ogni esperienza; senza di esse cosa avrebbe importanza? Nulla!



Le emozioni colorano ogni esperienza; senza di esse cosa avrebbe importanza? 
Nulla! Se non ci fossero le emozioni che cosa perseguiremmo? 
Che cosa potrebbe motivarci? Che cosa potremmo avere a cuore? Nulla. Sono loro il premio e l’insegnamento, e per quelle positive vale la pena affrontare quelle negative, che ci mostrano la strada della verità. Ci stimolano a desiderare una vita migliore e ad affrontare le sfide: non quelle che schiacciano ma quelle che arricchiscono
Mike Dooley. L’arte di far accadere le cose





venerdì 3 febbraio 2012

Peter Schultz. Tre persone erano al lavoro in un cantiere edile. Avevano il medesimo compito, ma quando fu loro chiesto quale fosse il loro lavoro, le risposte furono diverse. "Spacco pietre" rispose il primo. "Mi guadagno da vivere" rispose il secondo. "Partecipo alla costruzione di una cattedrale" disse il terzo.

Apologo dei tre scalpellini.

"Tre persone erano al lavoro in un cantiere edile. Avevano il medesimo compito, ma quando fu loro chiesto quale fosse il loro lavoro, le risposte furono diverse. «Spacco pietre» disse il primo. «Mi guadagno da vivere» rispose il secondo. «Partecipo alla costruzione di una cattedrale» disse il terzo."
Peter Schultz

«Un viandante cammina per una strada assolata, finché giunge nei pressi di un cantiere, ove tre scalpellini lavoravano sotto il sole cocente.
Si avvicina al primo di essi e gli chiede: “Cosa stai facendo?”
E quello: “Non lo vedi? Sto sudando!” e il suo sguardo era torvo e il suo volto affaticato.
Si avvicina al successivo scalpellino, gli rivolge la stessa domanda: “Cosa stai facendo?”
E quello: “Non lo vedi? Mi sto guadagnando il pane!” e il suo sguardo era spento e il suo volto rassegnato.
Il viandante prosegue e ripete al terzo scalpellino la domanda: “Cosa stai facendo?”
E quello: “Ma come, non lo vedi?” Stiamo costruendo una cattedrale!” e i suoi occhi brillavano di soddisfazione e sul suo volto non vi era traccia di fatica.»


E' importante partecipare con entusiasmo, ottimismo a tutto ciò che eseguiamo nella vita,se ci comportiamo così, tutto avrà un posto e una validità speciale.

Si ha tutti bisogno di sognare, di credere, di illuderci di avere un posto speciale nella vita, per questo abbiamo ideali, religioni, fedi, guerre



Non darei per certa la paternità dell’apologo dei tre scalpellini, in rete si può vedere che la storia è ampiamente usata dai “leader motivatori” (oltre che Peter Schult anche Ricardo Semler), inoltre si può trovare pubblicata sia su siti confessionali cattolici che su siti di loggie massoniche. Questo per dimostrare che racconta tante parti di verità e che ognuno può trovare quella che sembra più vicina alla propria visione della vita. Ps: personalmente ritengo che il primo, quello con lo sguardo torvo e affaticato, non fosse d’accordo con l’architetto sulla posa della pietra che stava lavorando

domenica 22 gennaio 2012

Walt Disney. Tutto inizia con un sogno: credici e potrai realizzarlo.


Pensieri del passato.
Tutto inizia con un sogno: credici e potrai realizzarlo.
  Walt Disney

Jim Rohn. La motivazione è quello che ti permette d’iniziare. L’abitudine è quello che ti permette di andare avanti.

Ricorda: ci sono quattro cose che nella vita non tornano: 
La pietra, dopo averla lanciata. La parola, dopo averla detta. 
L’occasione, dopo averla persa. E il tempo, dopo che sia trascorso.
Jim Rohn


La motivazione è quello che ti permette d’iniziare. 
L’abitudine è quello che ti permette di andare avanti. 
Jim Rohn

Il fattore chiave che determinerà il tuo futuro finanziario non è l'economia; il fattore chiave è la tua filosofia.
Jim Rohn

Ci sono cose che vanno fatte ogni giorno. 
Mangiare sette mele la domenica sera invece che una al giorno 
semplicemente non produrrà l’effetto desiderato.
Jim Rohn


Una delle poche cose nella vita sulla quale abbiamo il controllo totale è il nostro atteggiamento... 
il nostro atteggiamento determina se amiamo o odiamo, se diciamo la verità o mentiamo, se agiamo o procrastiniamo, se avanziamo o indietreggiamo, e con il nostro stesso atteggiamento noi, e noi soltanto, decidiamo effettivamente se avere successo..
Jim Rohn



 I cinque componenti del successo secondo Jim Rohn:

  • Filosofia - come si pensa
  • Atteggiamento - come ti senti
  • Azione - quello che fai
  • Risultati - misurare spesso per vedere se si stanno facendo progressi
  • Stile di vita - il tipo di vita che si può fare da soli fuori dai primi quattro pezzi

Jim Rohn,  Five Major Pieces to the Life Puzzle, 1991



Non stabilire degli obiettivi troppo bassi. 
Se non hai bisogno di molto, non diventerai molto.
Jim Rohn


I venditori dovrebbero prendere lezioni dai loro figli. 
Cosa significa la parola 'no' per un bambino? Praticamente nulla.
Jim Rohn


Uno dei motivi per cui molte persone non hanno ciò che vogliono è la negligenza.
Jim Rohn


Noi generalmente cambiamo noi stessi per due ragioni: ispirazione o disperazione.
Jim Rohn




Imprenditore americano divenuto miliardario a 31 anni, Emanuel James "Jim" Rohn è stato anche autore di best-seller ma, soprattutto, è famoso per essere un eloquente e convincente motivatore. Per più di 40 anni ha affinato la sua arte come un esperto artista, aiutando le persone a sviluppare le proprie potenzialità oltre ogni immaginazione. I suoi corsi hanno cambiato letteralmente la vita di milioni di persone. E' considerato uno dei più influenti pensatori del nostro tempo.
http://www.frasicelebri.it/frasi-di/jim-rohn/


 

venerdì 20 gennaio 2012

Fernando Pessoa e l'estetica dell'abdicazione.

 885

Danilo Mastropierro
Fernando Pessoa e l'estetica dell'abdicazione
Prendimi fra le braccia, notte eterna,
e chiamami tuo figlio.
Io sono un re
che volontariamente ha abbandonato
il proprio trono di sogni e di stanchezze.
La spada mia, pesante in braccia stanche,
l'ho confidata a mani più virili e calme;
lo scettro e la corona li ho lasciati
nell'anticamera, rotti in mille pezzi.
La mia cotta di ferro, così inutile,
e gli speroni, dal futile tinnire,
li ho abbandonati sul gelido scalone.
La regalità ho smesso, anima e corpo,
per ritornare a notte antica e calma,
come il paesaggio, quando il giorno muore.
F. Pessoa - Abdicazione

La tradizione filosofica occidentale da Agostino in avanti, passando per Cartesio fino allo spiritualismo di Bergson, pur attentata da Nietzsche, difficilmente ha abbandonato in forme più o meno esplicitamente tematizzate, un nucleo fondamentale: il soggettivismo.
Da intendersi essenzialmente come contrapposizione dualista di soggetto e oggetto quale modalità imprescindibile e costitutiva del darsi del reale. Poggia cioè, sulla separazione e la distinzione. Sulla contrapposizione frontale, sia sul piano dell’idea che su quello dell’esperienza.
Le filosofie dell’esistenza, d’altra parte, pur nella centralità data alla coscienza quale istanza data e al tempo stesso fondante sia del filosofare che dell’esistere, osservano, nel concetto husserliano di intenzionalità, che la coscienza è sempre coscienza di qualcosa. Insistono dunque sul fatto che la coscienza che riflette sull’esistenza è già di per se pervasa da qualcosa che coscienza non è, da esistenza di altro da sé.
Mi scopro così ineludibilmente in relazione; scopro quale carattere essenziale dell’esistenza la coesistenza. La coesistenza apre alla mobilità della relazione, tra la soggettività e ciò che la trascende, ma la stesa soggettività, a sua volta, è, come voleva Nietzsche, un rapportarsi reciproco degli istinti. Vi è dunque, tornando a Cartesio, una sovrapposizione di piani cartesiani pluridimensionali le cui coordinate sono ignote, e il cui punto di intersezione è l’attimo dell’esperienza nel quale si produce la relazione.
Il soggetto si dissolve nei punti prospettici individuati sulle assi adiacenti e non cifrate dei vari piani. L’operazione sintetica avverrà all’incrocio di tali punti, sapendo tuttavia che essi sono mobili dentro e fuori se stessi, come mobile è la relazione che li configura. La possibilità più concreta per impedire alla mobilità prospettica di rifluire nell’evanescenza è un compito che spetta all’artista realizzare, in una modalità tale che faccia della creazione estetica il luogo privilegiato dell’attimo che si trasforma in atto, il luogo di coagulazione delle parvenze quale pratica alchemica di verità ottenute nel laboratorio della finzione artistica.
È necessario che le esigenze del sentimento e i processi della ragione s’incontrino nell’edificio liquidato della soggettività e che, riunite assieme, osino rievocarla, sia pure come ectoplasma. È proprio in quanto spirito defunto al di là del tempo e dello spazio che infine quest’ultima si rivela interrogabile su ciò che è. L’allestimento di un simile laboratorio, ove la gravità del compito lo richieda, può imporre di convertire l’intera dimora di chi vi opera a tale scopo, per quanto angusta essa sia. Esige che il palazzo reale dell’io venga, per così dire, sconsacrato da ogni investitura divina o mondana. Esige l’abdicazione. L’intera opera e vita di Fernando Pessoa possono dirsi l’adeguamento perpetuo a un siffatto compito.
Antón Castro, Fernando Pessoa.
Poeta tanto proteiforme quanto rigoroso nello scheletro filosofico su cui la carne della sua letteratura cresce, la sua è una parabola unica eppure emblematica della cultura occidentale. Dedito tanto alla minuzia del giornale intimo quanto al rigore della speculazione metafisica, la sua poliedricità va ben oltre l’eclettismo. L’insufficienza di una sola forma creativa è in questo caso figlia non della volontà plasmatrice di una signoria dell’equilibrio e dell’armonia classicamente intese, bensì di un allargarsi drammatico della forbice, mai così divaricata, tra l’esperienza della realtà umana e il silenzio del mondo. Così come è figlia dalla necessità di farsi carico e di elaborare in forma tragica, poiché coinvolgente in modo radicale e ineludibile, il peso della storia e del sapere; le cui istanze vengono al collasso in una modernità al cui centro è, appunto, il soggetto. Soggetto che, nella duplice alterità della natura e della storia, una volta vissute come           realtà qualificanti in senso positivo, sperimenta però quello stato di assedio che, anziché costituirlo, lo minaccia nelle proprie fondamenta.
Non più rappresentare ed esprimere l’armonia, ma raccogliere dalle sponde della dissonanza ciò che è annegato oltre le acque territoriali del sapere civilmente spendibile e salvare ciò che è naufragato su atolli inesplorati di inemendabili solitudini.
Il bacino del sapere basato sul cogito cartesiano è straripato, e la sua piena ha reso fango quello che era il terreno vitale dell’uomo, fango che scivola via dalle sue radici, mentre la storia travolge nel suo incalzare le coscienze sradicate. È essenziale, a questo punto, imparare a camminare sulle proprie radici divelte.
Si tratta, ormai, di abdicare. In Pessoa l’abdicazione avviene innanzitutto come abiura al dogma identitario. Più precisamente come rifiuto dell’individualità quale istanza indivisibile, etimologicamente e ontologicamente. Al contrario, essa sarà il terreno di coltura di istanze prospettiche differenti, che si svilupperanno in forme capaci di ascendere allo statuto di personalità poetiche, autonome nella misura in cui l’autonomia sia colta non come autofondazione, bensì come struttura interpretativa all’interno della quale si organizza l’esperienza dell’accadere.
«Sono il centro che esiste soltanto per una geometria dell’abisso; sono il nulla intorno a cui questo movimento gira, come fine a se stesso, con quel centro che esiste soltanto perché ogni cerchio deve possedere un centro»[1].
Le diverse personalità poetiche che Pessoa lascia sviluppare in sé, ciascuna dotata oltre che di una propria cifra poetica, persino di una biografia e di una fisionomia peculiari vengono a costituire dimensioni sincroniche rispetto alla soggettività che si sfugge nella diacronia dell’esserci nel tempo.
Gli eteronimi sono figure di sogno che «non conoscono il sogno del quale sono figure»[2], un sogno il cui sognatore è a sua volta sognato. Si tratta tuttavia di un sogno lucido, consapevole delle proprie premesse, benché di queste stesse premesse non si conosca che il loro ulteriore carattere onirico, e sulla cui natura è dato osare, in rispondenza al sogno che le ha generate, l’indagine.
L’atto dell’abdicazione si precisa dunque come rifiuto della pretesa lucidità che ignora se stessa come sogno. Lucidità da intendersi quale investitura regale di sovrano-fantoccio a un essere in sé e per sé che si staglierebbe nella sua assolutezza in un’esistenza che è essenzialmente e ineludibilmente co-esistenza di ogni cosa con l’altra, di modo che non si è se non in quanto l’altro da sé è a sua volta.
Ma essa non è semplicemente rifiuto della condizione di sovrano-fantoccio. Tale condizione è così definibile in base allo scarto clamoroso tra l’estensione del regno e i poteri reali del monarca. È proprio nell’avvertire tale iato che il poeta comprende, nell’inadeguatezza al trono che occupa, l’aristocrazia della propria sensibilità. L’abdicazione è un atto dimesso che emana da una condizione di elevatezza, inadeguata tuttavia a ciò che la configura come tale.
«Sono rari dunque coloro che possono esigere e ottenere dalla vita che essa si abbandoni loro corpo e anima; che sanno non essere gelosi della vita perché sanno avere per lei un completo amore. Eppure questo deve essere, senz’altro, il desiderio di ogni anima elevata e forte. Però quando quell’anima constata che ogni realizzazione le è impossibile, che le manca la forza di conquistare tutte le parti del Tutto, le restano due strade da seguire. La prima è l’abdicazione totale, l’astensione formale e completa, relegando alla sfera della sensibilità ciò che non si può possedere pienamente nella sfera dell’attività e dell’energia. È mille volte preferibile non agire che agire inutilmente, frammentariamente, insufficientemente, come succede alla superflua e vana maggioranza degli altri uomini. L’altra è la strada del perfetto equilibrio, la ricerca del limite nella Proporzione Assoluta, strada attraverso la quale l’ansia di Estremo transita dalla volontà e dall’emozione fino all’Intelligenza. E in questo caso l’ambizione non è di vivere tutta la vita, e di sentire tutta la vita, ma di ordinare tutta la vita e di realizzarla in Armonia e coordinazione intelligente»[3].
Due concezioni del mondo si stagliano e si fronteggiano in questo passo, due metodi spirituali, due precomprensioni emotive, due morali e due prassi. Non c’è qui né il rifiuto categorico del mondo, caratteristico dello gnostico, né quel pieno e totale sì alla vita del pensiero nietzscheano. La vita diviene problema nella misura in cui la sua ricchezza è colta ma non compresa, poiché è essa che ci comprende. Certo, lo gnosticismo è presente, ma in forma non professata. Perché professato non è il rifiuto morale del mondo materiale. Semmai, nel rapporto che il poeta intrattiene con esso, si rivela piuttosto la nullità dell’unità del mondo materiale intesa come esigenza autodelegittimata di senso. O meglio, in una prospettiva nietzscheana, nello scacco della costruzione di una forma d’ordine capace di conferire unità a ciò che si presenta molteplice e contraddittorio all’esperienza e del quale la coscienza s’interroga nel non poterlo ricondurre all’unità che pur fortemente esige.
L’abdicazione culmina nella rinuncia solo in quanto piena comprensione di ciò cui si rinuncia, comprensione che sfugge all’azione parziale, limitata, che considera un tutto il proprio dominio. Comprensione non rivelata, comprensione che si solidifica in seno al mistero. L’abdicazione non è neppure propriamente l’esilio. L’esilio si realizza in forma sincronica, multipla e indefinita nel disperdersi delle parziali, fittizie e impalpabilmente e inestricabilmente vincolanti dimensioni mondane inautentiche. L’abdicazione è l’assunzione della condizione esiliata mediante il riconoscimento del suo carattere plurimo e sfuggente e, al tempo stesso, radicale e costitutivo.
L’unità che Pessoa non potrà mai essere, e di cui i suoi eteronimi costituiscono l’espressione più diretta, sarà ciò cui asintoticamente tenderà la sua intera opera. Le dimensioni molteplici e contraddittorie della realtà mondana saranno superate e sussunte dal dividersi in eteronimi, ciascuno dei quali, e in ciò consiste il superamento della condizione decaduta, si farà portatore di un’unificazione di senso all’insegna di un unico stile, di una precisa cifra poetica, di una coerente e articolata metafisica. E tutte, tenderanno alla totalità di una letteratura, di un mondo nel mondo, specchio cieco del mondo oltre il mondo della Realtà ultima, della Verità che sfugge e si allontana senza possibile approdo. Forse verso Dio? Neppure. Egli «sa che è uno, uno e infinito; / ma io so che Dio, nell’esserlo, non lo è. Il mio essere proscritto giunge oltre Dio»[4].
La seconda ipotesi, quella che si propone di «ordinare tutta la vita e di realizzarla in Armonia e coordinazione intelligente», è la strada dell’equilibrio, la via greca della misura come cifra del sacro, della signoria nel finito, della triade pitagorica che chiude la dualità lacerata che si proietta verso l’illimitato nella infausta hybris, che risolve la scellerata diade pitagorica che, non compiuta dal terzo, rimarrebbe aperta all’indeterminatezza.
È questo un atteggiamento esistenziale e un’estetica il cui esperimento Pessoa delega all’eteronimo Ricardo Reis. Nell’equilibrio e nella misura che informano le odi di quest’ultimo, troviamo non un equilibrio e una misura che, come nella teoria nietzscheana del grande stile (almeno secondo l’interpretazione di Heidegger), intendono contenere il divenire senza placarlo, bensì, con epicurea austerità, non opporvi resistenza. Nel tentativo, il più dolce possibile, di tenere l’occhio aperto sull’incalzare del caos, dolcemente ondeggianti in esso come anemoni nel mare in tempesta. Questo morbido movimento ondulatorio del fluire e defluire della malinconia è, con un contegno pre-moderno, dominato nella cesellata metrica dell’ode oraziana, in cui il tema dell’abdicazione è immanente alla dolente saggezza del tramonto.
«Non tenere niente tra le mani / neanche un ricordo dell’anima, / ché quando ti metteranno / in mano l’obolo estremo, / nell’aprirti le mani / niente da esse cadrà»[5].
È, tuttavia, una classicità della decadenza, depotenziata. Una classicità di dottrine greche attecchite in suoli romani in cui ciò che informa il pensiero è la sua attitudine a fornire rimedio e consolazione al dolore. Preoccupazione questa che, come osserva Nietzsche, nel campo delle arti come del pensiero, è sintomo stesso di decadenza.
Ma Pessoa è permeato di modernità e non può non farsi carico dell’occidentale spirito faustiano che in essa si compie. La razionalità applicata al divenire è lo spirito della tecnica. La tensione continua al superamento, lo scarto incessante che tende all’assoluto trovano esplicazione, applicati alla ragione strumentale, nel macchinismo moderno.
Ed è su quel treno che, da clandestino, l’eteronimo Alvaro de Campos, ingegnere navale disoccupato, dandy sprezzante e raffinato, monta a percorrere, in lungo e in largo, la strada ferrata dell’immanenza. E lo fa con stile furioso, martellante, contenuto in una metrica prossima al collasso, sempre scongiurato, a servizio di esperimenti mimetici con un reale cangiante e molteplice, nel quale, come nei sogni, ogni cosa diventa altro; in un itinerario le cui stazioni vorrebbero essere tutti gli esseri dell’esistente.
C’è qui una vocazione redentrice dall’oblio, non mediante la poesia ma oltre la poesia, che assume su di sé l’impossibilità del poeta di scegliersi in seno all’essenza molteplice e dilacerata propria e del mondo.
«Tutti gli amanti si sono baciati nella mia anima, / tutti i vagabondi mi hanno dormito addosso un momento»[6].
De Campos s’immerge nel multiforme con estasi sacrificale. Autosacrificale. Il panteismo è qui un’ipotesi di lavoro seguita scrupolosamente, con una sorta di ironia oscillante tra l’immedesimazione nel molteplice e la consapevolezza del carattere effimero di quest’ultimo. L’ironia qui non si applica agli oggetti d’esperienza, poco importa se concreta o fantasticata, ma a colui cui l’esperienza fa capo, al soggetto che vi attua la propria diaspora come ipotesi assurda della nostalgia di una patria perduta e speranza scellerata e vaniloquente di una terra promessa. E tanto meno si tratta di uno scafandro indossato per immergersi in profondità irrespirabili, beneficiando tuttavia della trasparenza dell’oblò per osservare, ben protetti, l’incalzare di un’ostilità puramente potenziale. Si tratta invece della facoltà che consente di osare quello che per altri sarebbe affrontabile solo grazie al conforto della fede. È l’atto del santo meno la fede che lo illumina e lo corona. È un’esperienza che non facilita nulla a se stessa, esperienza non libera ma fatale. È anche, nella stessa persona, la tortura dell’inquisitore (si vedano alcuni passi masochistici dell’Ode trionfale), difensore della fede nel reale perpetrata sullo scettico, basata sul duplice potere ricattatorio e dimostrativo del dolore.
L’individuo, ancora legato all’incarnazione dell’esistenza, avvolgendola stretta nelle maglie del corpo, allo stesso tempo punta in direzione della perdita dei sensi tormentati e da qui alla con-fusione nel tutto. L’esperienza panica del terrore e l’estasi panteista appartengono a uno stesso flusso. In entrambi i casi il fluire conduce al defluire, l’aggregarsi dell’accadere intorno all’esperienza produce la massa critica che condurrà alla disgregazione.
Un simile panteismo è l’orgia del mistico prima dell’abbandono, non strumentale ad esso, ma proprio per questo autenticamente rivelatore. L’orgia al culmine della quale egli si apre alla mistica. La dissolutezza di un Sant’Agostino prima della conversione. L’esperienza delle cose sprofondata fino al nulla che le individua in seno all’essere.
È un panteismo che mette capo alla mistica nella misura in cui l’annullamento del sensibile e del razionale, che nella via mistica conduce all’assoluto, avviene in questo caso mediante l’immersione         in suddette dimensioni, nel farsi cosa sola con esse e, consumandovisi, consumarne in sé e con sé il carattere reale.
Un panteismo che assume spoglie epocali di futurismo, quale consenso ironico allo spirito della tecnica, per trapassarlo nella metafisica che ad esso sottende, o meglio al vuoto metafisico che lo ospita contro le sue stesse premesse, in una «cavalcata che scoppia a ogni parte contemporaneamente, cavalcata oltre lo spazio, salto oltre il tempo»[7].
Si tratta di un futurismo che si appropria della fede nel progresso propria di quello originario di Marinetti solo per consumare la dimensione temporale che lo connota, una sorta di cavallo di troia penetrato al galoppo nel nucleo metafisico della tecnica, facendo breccia nella dimensione mondana della strumentalità come veicolo per l’estasi del molteplice che si rivela vivificato da un’energia che «è la stessa e tutta la natura è lo stesso»[8].
Nell’essere ciò con cui si con-fonde, il poeta compie il sacrificio del sé: «è il depotenziamento e l’umiliazione della soggettività ad aprire lo spazio teatrale di una rivelazione che restituisce il primato alla trascendenza dell’essere»[9]. Il poeta sperimenta una simpatia con gli esseri la cui portata sarebbe pari a quella del potere di un sovrano se non realizzasse però, nel fondo, del potere soltanto la nudità.
«Sì, poiché sono re assoluto nella mia simpatia, basta che essa esista perché abbia ragione di essere»[10].
Egli tenta, in ciò, di attuare lo stesso proposito di Rilke: farsi cosa tra le cose. Ma solo per esperirne fino all’estenuazione l’inattuabilità, trascendendosi nello scacco come coscienza dello scacco stesso, e, nell’oblio di ciò che fu tentato e perduto, come coscienza che nel dissolvere in sé i propri oggetti e dalla cui alterità tuttavia dipende non può identificarsi neppure con il proprio vuoto.
Ecco che l’afflato alla totalità si rivela esplicabile nella sola dimensione onirica ma non in un mero abbandono decadente e oppiaceo, bensì in una tragica immersione nell’infondatezza quale conditio         sine qua non del sogno che la letteratura è; ambiguamente sospeso tra il riconoscimento e la donazione di forma e che si rivela letteratura autentica nel superare la dicotomia tra dato e costruito. Nel farsi cultura come «Physis nuova e migliorata», per dirla con Nietzsche. Ma per fare ciò, il poeta, deve scoprirsi come tale e lo può fare solo in quanto desautorato come uomo nella sua individuazione storico-situazionale.
La temporalità e la spazialità interiori verranno tese fino al punto di rottura nel tentativo di farle aderire allo spazio-tempo socialmente condiviso della terribile, perché imperfetta e non referenziata, plausibilità del reale. Tale rottura prevista, programmata, ma più catastrofe necessaria, come sforzo ultimo e suicida di una volontà, condurrà al trascendimento nel nulla come alveo di pura possibilità.
«Non sono niente. / Non sarò mai niente. / Non posso voler essere niente. / A parte ciò, ho in me tutti i sogni del mondo»[11].
L’estasi del molteplice non tende soltanto ad allargarsi all’infinito, ma anche ad addentrarsi nell’infinitesimale. In entrambi i casi il limite invalicabile conduce a Dio, ma in maniera tale da andare in direzione di Dio, nel senso di andare contro Dio stesso. Dio è trascendente alla realtà generata, ma questa sua trascendenza non ne fa un assoluto, in quanto lo lega alla realtà decaduta del mondo[12]. Più esattamente, il mondo è la caduta di Dio[13]. Ma Egli è anche «un grande intervallo / ma fra che cosa e che cosa?.. fra ciò che dico e ciò che taccio». Ognuno di questi intervalli possiede, come per il paradosso di Achille e la tartaruga formulato da Zenone, la profondità infinita di infiniti intervalli a loro volta infiniti. Tuttavia in essi c’è una verità che è compito della pluralità letteraria sondare. La letteratura ha il privilegio di sognare nel sonno terrestre che dormiamo:
«Quaggiù, dove irreali erriamo, dormiamo ciò che siamo, e la Verità, benché infine nei sogni la vediamo, la vediamo, perché in sogno, in falsità»[14].
Ma il sogno assume valore ontologico di creatore di realtà, nella misura in cui tale sogno è la letteratura, giacché «tutta la letteratura consiste in uno sforzo per rendere la vita reale»[15] in un universo che non è che la caduta di un dio. Caduto è il vertice garante dell’intero, caduta è la possibilità di conferimento di senso all’essere da parte di un ente sommo che quindi non si può più neppure considerare garante dell’unità del soggetto.
Negli scritti esoterici, Pessoa sostiene il Dio degli uomini non essere altro che l’uomo di un dio superiore e quest’ultimo, a sua volta, uomo di un Dio ancora maggiore e così via, all’infinito. Non c’è vertice se non all’interno di un universo, ma ciascun universo non è uni-verso che rispetto a se stesso, agli esseri di cui è costituito e rispetto al Dio che lo regge. Rispetto alla realtà non è che uno dei molteplici, forse infiniti pluri-versi. Non è la realtà tutta né la realtà ultima. Nella lettera a Casais Monteiro, il nostro poeta, interrogato sull’occulto, risponde alla vaga domanda dell’amico affermando di credere all’esistenza di gerarchie di esseri spirituali coi quali è possibile entrare in contatto, escludendo perciò il contatto diretto con la divinità (del proprio universo, perlomeno) e mettendo così seriamente in dubbio la possibilità stessa di una mistica quale contatto diretto con l’ente sommo, esso stesso provvisorio.
Ma se anche Dio ebbe caduta e l’universo non è che la manifestazione della caduta di un dio, l’assunzione del proprio posto in esso è l’assenso ad un ordine che è tale solo in virtù della rottura di un ordine superiore, il dominio limitato che si accetta come dono di una realtà superiore non è che l’esca spalmata di colla per la sovranità cui offre di regnare. Abdicare da questo modesto regno, abdicare da questa sovranità senza poteri è l’unica via per accedere alla vera regalità aristocratica.
«Abdicare alla vita per non abdicare a se stessi»[16].
Il poeta deve abdicare, anche per una superiore istanza di ordine religioso. Perché, anche ammettendo che la regalità gli sia conferita da Dio, egli sa che si tratta di un Dio limitato, limitato in senso gnostico in ragione della stessa creazione, in basso e in alto, dall’essere la sua realtà divina una realtà di caduta pari a quella umana. Dunque i limiti della condizione umana sono sì limiti imposti da un essere trascendente ma questo stesso essere è a sua volta limitato da una trascendenza ulteriore.
In ciò sono pienamente dispiegate le premesse di quella che Albert Camus definirà rivolta metafisica, se non che il vero atto di rivolta qui consiste nell’attenersi alle premesse in totale fedeltà, al punto da rendere la rivolta un gesto pleonastico rispetto alla consapevolezza da cui muoverebbe. Non si tratta qui di una questione di legittimità o di legittimazione, poiché l’istanza legittimante è di per se delegittimata. Si tratta piuttosto di superare il problema così impostato come un falso problema. Qui non si fa questione dei limiti della condizione umana posti dalla divinità bensì del carattere problematico di tali limiti che, ove fossero netti e definiti, configurerebbero un orizzonte entro il quale la sovranità avrebbe modo di esercitarsi. E, tuttavia, rifiuta di farlo.
La sovranità è invero un equivoco che spetta all’abdicazione redimere e così facendo, accedere alla regalità autentica. Se il sovrano nella sua assolutezza è solo, è dal carattere di tale solitudine che bisogna partire. La solitudine dell’io non dipende dalla sua identità irripetibile e incomunicabile ma, al contrario, dalla sua permeabilità e dalla sua onnipervasività: dal suo abitare il reale nelle sue fratture ed essere da queste abitata, come Il re degli interstizi, «signore di ciò che sta fra cosa e cosa»[17], il cui regno tuttavia è equivoco per essenza e ancora di più lo è perciò la natura di colui che lo regge:
«Tutti pensano che sia Dio, tranne lui»[18].
È proprio della natura aristocratica adeguare la propria condizione alla propria essenza. Dunque, se necessario, rifiutare gli onori attribuiti nella misura in questi cui la legano a ciò che la nega. Accorre a ciò l’esercizio dell’indifferenza come pratica di distanziamento o meglio ancora di appropriazione del senso della distanza.
«Quello che il sognatore deve cercare di sentire di fronte a ogni cosa è la nitida indifferenza che essa, in quanto cosa, gli causa»[19].
Dalla verità che, perché vista in sogno lo è in falsità, il sognatore non deve lasciarsi sedurre, ma mantenere nella distanza il suo carattere trascendente, perché non si tratta di appropriarsene,         ma di coglierla senza esaurirla nelle cose, senza essere da queste trattenuto.
Quasi alla stregua del mito platonico della biga alata, nel quale il filosofo greco individua nel sensibile certamente una via per accedere all’idea ma anche il rischio di un impedimento all’ascesa, nella misura in cui si rimanga ad esso legati senza trascenderlo
.
Il problema che si pone nel rapporto-frattura tra l’io e il mondo, e la fallace risoluzione da cui è fin troppo facile lasciarsi sedurre, è dunque l’identificazione.
Non coincidere con niente sarà allora un metodo e un compito esistenziale. Abdicare sarà l’atto di sbattezzo supremo, per chi nella fonte battesimale scopre la stessa acqua dell’abisso che egli stesso è:
«Sono mare; di sotto mareggiando verso l’alto ruggisco, / ma il mio colore viene dal mio alto cielo / e mi incontro soltanto quando da me fuggo»[20].
L’esserci umano non è mai un in-sé o, per dirla con Sartre, un dato impastato di se stesso. È invece un per-sé che si percepisce in maniera riflessa che «si fa qualificare, dal di fuori, rispetto a un certo essere, come ciò che non è questo essere»[21]. L’identificazione dunque come sintesi plenaria della fluidità dei moti di coscienza con la solidità dell’oggetto è impossibile. Non è possibile neanche a priori pensandola in Dio.
«Dio non ha unità, come potrei averla io?»[22].

La gettatezza di quello che sarà il da-sein (l’esser-ci) heideggeriano si incontra profondamente in Pessoa con l’idea di caduta così come concepita nelle varie espressioni storiche dello gnosticismo, sebbene questo, come detto, non sia una professione di fede, bensì una tendenza spirituale che l’arte di Pessoa abbraccia in forme di folgoranti visioni metafisiche.
Questa convergenza, di istanze gnostiche e pre-esistenzialistiche, proietta un lungo raggio su quella corrente carsica che costituirà poi il pensiero negativo del '900, così come interpretato da Hans Jonas, quale ritorno del nichilismo antico in quello moderno, con la differenza che «l’uomo gnostico è gettato in una natura antagonista, antidivina e perciò antiumana, l’uomo moderno in una natura indifferente»[23].
L’indifferenza cesserà di essere ostile quando lo sguardo remoto dell’ipotetico creatore e quello sgomento della creatura umana, che è la stessa ipotesi sulla realtà del vedere, si raccoglieranno, calando dalle rispettive torri, presso la nuda innocenza dell’esistere.
Tra un Dio che si crede «uno e infinito»[24] - mentre il Faust pessoano sa che «l’infinito è limitato»[25] - e un re degli interstizi che «tutti pensano che sia Dio, tranne lui»[26] volgiamo la nostra attenzione al Gesù Bambino abdicante di Alberto Caeiro, poeta eteronimo semianalfabeta maestro di tutti gli eteronimi e dello stesso Pessoa ortonimo, il Bambino scappato dal cielo «troppo nostro / per fingersi la seconda persona della Trinità».
Secondo Nietzsche, «il –Dio in croce- è una maledizione scagliata sulla vita, un dito levato a comandare di liberarsene»[27], un’umiliazione alla divinità stessa. Il piccolo Gesù di Alberto Caeiro avverte la duplice umiliazione di essere crocifisso e di essere un crocifisso piantato con un chiodo nel cielo, appeso nella fede degli uomini e sorretto, come potesse ciò non di meno cadere da un momento all’altro, dai loro sguardi distolti dalla terra, ignorata come fosse un misero sgabello su cui salire per rimirare il cielo più da vicino.
Il bambino scappato dalla casa celeste, per correre libero nei prati, scalciando via la divinità, rimastagli appiccicata addosso nella fuga come brandelli di uno scomodo abito da cerimonia, è colui che lascia agli uomini quei suoi stracci perché la loro divinità non venga riconosciuta. Perché gli arbusti che li trattengono siano guardati come arbusti e niente più. E così le case, le persone, gli animali e gli alberi tra cui si trovano. Che si rivelino come puramente e semplicemente esistenti. Nient’altro. Perché da nessun albero sporga come un frutto, proibito dalla cattiva coscienza che lo         appetisce, la rotonda e succosa tentazione di vedervi un simbolo o l’effetto di una qualche causa suprema.
Perché l’essere cosciente di esistere non domandi a ciò che semplicemente esiste di essere qualcosa più che esistenza; perché impari la forza della vera umiltà che è quella di vedere astenendosi dal credere o dal pensare a proposito di ciò che si vede.
Il piccolo dio che abdica dal cielo dove «era tutto falso, tutto in disaccordo», insegna a Caeiro a guardare le cose da vicino ché da troni e cieli non si distinguono, annegati e confusi nei confini degli imperi, fraintese clamorosamente da Dio stesso:
«Mi dice che Dio non capisce niente / delle cose che ha creato»[28].
È il Gesù bambino che abdica dai cieli, «così umano da essere divino», divino nel disfarsi della divinità che dona al poeta lo sguardo sulle cose, oltre il simbolo, oltre la cifra, oltre il possesso. Lo sguardo che non si volge indietro a mirare il seggio vuoto del trono abbandonato.



NOTE
[1] F. Pessoa, Il libro dell’inquietudine, Milano, Feltrinelli, 1986, p. 33.
[2] F. Pessoa, Faust, Torino, Einaudi, 1989, p. 75.
[3] F. Pessoa, Il libro dell’inquietudine, op. cit., p. 272.
[4] F. Pessoa, Faust, op. cit., p. 39.
[5] F. Pessoa, Una sola moltitudine, vol. 2, Milano, Adelphi, 1979, p. 27.
[6] F. Pessoa, Passaggio delle ore, in F. Pessoa, Una sola moltitudine, Milano, Adelphi, 1979, p. 335.
[7] Ivi, p. 343.
[8] Ivi. p. 345.
[9] Sergio Givone, Storia del nulla, Bari, Laterza, 1995, p. 130.
[10] F. Pessoa, Passaggio delle ore, in F. Pessoa, Una sola moltitudine, op. cit., p. 331.
[11] F. Pessoa, Tabaccheria, in F. Pessoa, Una sola moltitudine, op. cit., p. 375.
[12] «Dio, se per il mondo è tutto, se è sostanza ed essere del nostro essere, non è il nostro Dio più profondo». In F. Pessoa, Faust, op. cit.
[13] Da Sulla tomba di Christian Rosencreutz: «Dio è l’uomo di un altro Dio maggiore: / Supremo Adamo, anch’egli ebbe caduta, / Anch’egli, come fu nostro creatore / creato fu, e gli morì la Verità».
[14] Ibidem.
[15] F. Pessoa, Il libro dell’inquietudine, op. cit., p. 261.
[16] Ivi, p. 177.
[17] F. Pessoa, Il re degli interstizi, in F. Pessoa, Poesie esoteriche, Milano, TEA, 2002, p. 31.
[18] Ibidem.
[19] F. Pessoa, Il libro dell’inquietudine, op. cit., p. 206.
[20] F. Pessoa, Poesie esoteriche, op. cit., p. 93.
[21] Jean-Paul Sartre, L’essere e il nulla, EST, 1997, p. 215.
[22] Fernando Pessoa, Poesie esoteriche, op. cit., p. 67.
[23] Hans Jonas, Lo gnosticismo, Torino, SEI, 1958, 1991, p. 353.
[24] Fernando Pessoa, Faust, op. cit., p. 37.
[25] Ivi, p. 39.
[26] F. Pessoa, Poesie esoteriche, op. cit., p. 31.
[27] F. Nietzsche, La volontà di potenza, Milano, Bompiani, 1994, p. 554.
[28] F. Pessoa, Una sola moltitudine, vol. 2, op. cit., p. 89.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Givone, Sergio, Storia del nulla, Bari, Laterza, 1995.
Jonas, Hans, Lo gnosticismo, Torino, SEI, 1958, 1991.
Nietzsche, Friedrich, La volontà di potenza, Milano, Bompiani, 1994.
Pessoa, Fernando, Faust, Torino, Einaudi, 1989.
Pessoa, Fernando, Il libro dell’inquietudine, Milano, Feltrinelli, 1986.
Pessoa, Fernando, Poesie esoteriche, Milano, TEA, 2002.
Pessoa, Fernando, Una sola moltitudine (2 volumi), Milano, Adelphi, 1979.
Sartre, Jean-Paul, L’essere e il nulla, EST, 1997.
Danilo Mastropierro - danilomastro@hotmail.it




lunedì 16 gennaio 2012

John Locke. Bene e male, ricompensa e punizione sono le uniche motivazioni per una creatura razionale: esse sono le redini e gli sproni medianti i quali il genere umano viene messo al lavoro e guidato

John Locke e l’Inghilterra rivoluzionaria.
Il 30 gennaio 1649, quando a Londra veniva decapitato il re Carlo I, John Locke aveva sedici anni.
I dieci anni precedenti erano stati agitati da una guerra civile che aveva contrapposto al re e a parte della nobiltà la fazione favorevole al parlamento, che rivendicava tra le sue ragioni il principio già di per sé rivoluzionario della rappresentanza del popolo inglese, nella quale si era distinto il puritano Oliver Cromwell a capo dei suoi “Ironsides”. Sconfitto nelle battaglie decisive, Carlo I veniva infine portato a Londra per essere giudicato; questo era l’evento politicamente più rilevante del parlamento, che lo condannò per la sua condotta alla pena capitale. Il suo regno era stato attraversato dal continuo conflitto proprio con l’organo legislativo, sciolto e delegittimato più volte, e dalle controversie religiose legate alle diverse confessioni. Era formato da anglicani, cattolici – più o meno malvisti a seconda del grado di vicinanza alla tradizione romana – e puritani, divisi in una moltitudine di sette.

*   *   *

Questa situazione, almeno dal punto di vista del conflitto religioso, non cambiò sensibilmente dopo l’abolizione della Monarchia e la proclamazione della Repubblica capeggiata da Cromwell; dopo la morte di costui, avvenuta nel 1658, la tensione si acuì: il pensiero del primo Locke appare influenzato da queste vicende storiche, molto spesso sanguinarie e improntate al conflitto e al disordine civile, tanto che i “Due scritti sul magistrato civile”, del periodo immediatamente successivo alla parentesi repubblicana, tratteggiano la figura di un magistrato detentore di un potere forte ed esteso alle questioni religiose. Parallelamente Locke sviluppava una concezione che costituisse un antidoto al fanatismo e all’irrazionalismo, che erano alla base dei disordini civili vissuti durante tutta la giovinezza, cominciando a concentrare la sua attenzione sui temi dello stato di natura e della legge naturale universale.

*   *   *
Nell’estate del 1666 Locke conosce Lord Ashley Cooper, futuro conte di Shaftesbury, impegnato nell’opposizione al nuovo re Carlo II; si trasferisce con lui a Londra, prendendo parte direttamente ai suoi affari politici. In questo nuovo ruolo, e di fronte alla politica autoritaria anche in campo religioso da parte del re, Locke rovesciò definitivamente la posizione espressa nei “Due scritti sul magistrato civile” e cominciò a sviluppare i temi della limitazione del potere politico e della tolleranza che costituiranno i cardini del suo pensiero maturo. Nel 1675 Locke lascia Londra, dove i rapporti tra Shaftesbury e il re erano peggiorati, e passa quattro anni in Francia, a Montpellier e poi a Parigi, rimanendo colpito dalla situazione di intolleranza nei confronti dei calvinisti imposta dalla politica assolutistica di Luigi XIV. Tornato a Londra nel 1679 deve nuovamente lasciare l’Inghilterra a causa dell’accusa di tradimento rivolta contro Shaftesbury, prossimo alla morte, e nel 1683 si trasferisce in Olanda, dove ha un’esperienza diretta di una realtà tollerante; stringe rapporti con intellettuali latitudinari e sviluppa ulteriormente la teoria politica che presenterà nei “Due Trattati sul Governo”.

*   *   *
Quando nel 1685 muore il re Carlo II e gli succede il cattolico Giacomo II, in violazione dell’Atto di Esclusione che ne vietava l’ascesa al trono, la rivolta si fa prossima, ma non scoppia in una rivoluzione violenta: si ha invece quella che venne definita la “Gloriosa rivoluzione”, con la quale nel 1688 il trono viene consegnato a Guglielmo d’Orange, marito di Maria II Stuart, che arriva dall’Olanda e si insedia a Londra giurando di rispettare il parlamento e la dichiarazione dei diritti stilata dal parlamento stesso. La caratteristica fondamentale di questo evento è quindi l’instaurazione di una Monarchia per volontà del parlamento, rappresentante il popolo, e la formazione di un potere politico limitato dalla sua stessa struttura ed equilibrato nei poteri, temi che l’opera di Locke teorizza e giustifica razionalmente. Locke può così tornare a Londra e pubblicare i “Due Trattati” e altri scritti fondamentali elaborati negli anni precedenti.
L'Universale, 6 marzo 2017
http://www.luniversaleditore.it/2017/03/06/john-locke-linghilterra-rivoluzionaria/



Le nuove opinioni sono sempre sospette e vengono di solito contrastate, perché non sono diventate ancora comuni
John Locke


Bene e male, ricompensa e punizione sono le uniche motivazioni per una creatura razionale:
esse sono le redini e gli sproni medianti i quali il genere umano viene messo al lavoro e guidato.
John Locke


Le azioni degli uomini sono le migliori interpreti dei loro pensieri.


John Locke


Le leggi non vegliano sulla verità delle opinioni ma sulla sicurezza e l'integrità di ciascuno e dello Stato.
John Locke


«In un regno di pagani viene un gruppo di cristiani, piccolo e debole, privo di ogni cosa. 
Gli stranieri chiedono agli indigeni, da uomini a uomini, come si deve, gli aiuti per sopravvivere. Vengono loro concesse le cose necessarie, vengono assegnate delle sedi, i pagani e i cristiani diventano un popolo solo. La religione cristiana mette radici, si diffonde, ma non è ancora la più forte. Si coltivano ancora la pace, l’amicizia, la fiducia e si rispetta la giustizia. Ma alla fine i cristiani diventano più forti, perché vien fatto magistrato uno dei loro. Allora finalmente è tempo di rompere i patti, di violare i diritti, per cacciare l’idolatria, e questi buoni pagani, così scrupolosamente rispettosi del diritto, se non vogliono abbandonare i loro antichi riti e adottare quelli nuovi ed estranei, debbono vedersi privati della vita, dei beni e delle terre avite, anche se non peccano contro i buoni costumi e contro la legge civile. Dopo di che risulta apertamente a che cosa conduce il fanatismo per la Chiesa, quando è unito con il desiderio di predominio, e si dimostra con evidenza con quanta facilità la religione e la salvezza dell’anima servano da pretesto per l’ambizione e per le ruberie».
John Locke, Lettera sulla tolleranza


John Locke.
- Guerra: abbandono della ragione e uso ingiusto della forza -
“ In ogni guerra v’è di solito una complicazione di forza e danno: l’aggressore raramente trascura di danneggiare la proprietà di coloro contro cui in guerra usa la forza. È solo l’uso della forza, però, che mette un uomo in uno stato di guerra: sia che dia inizio all’offesa con la forza, sia che, avendo recato offesa in modo silenzioso e per mezzo della frode, si rifiuti di ripagarla, e con la forza la sostenga (che è la stessa cosa che averla fatta inizialmente con la forza), è l’uso ingiusto della forza che crea lo stato di guerra. Chi irrompe in casa mia e mi caccia con la forza fuori dalla porta e chi, essendo entrato pacificamente, con la forza mi tiene fuori, fanno in effetti la stessa cosa; supponendo di essere in uno stato in cui non c’è giudice comune sulla terra, al quale io possa appellarmi, e al quale entrambi siamo obbligati a sottometterci: perché di una tale situazione sto parlando qui. È l’uso ingiusto della forza, dunque, che mette un uomo in stato di guerra con un altro, e quindi colui che ne è colpevole mette in gioco la propria vita. Abbandonando la ragione, che è la legge che deve governare tra uomo e uomo, e usando la forza al modo delle bestie, egli diviene suscettibile di essere distrutto da colui contro cui usa la forza, come ogni bestia affamata, che è pericolosa per la sua esistenza.”
JOHN LOCKE (1634 – 1704), “Due trattati sul governo” (1689), a cura, introduzione e trad. di Brunella Casalini, Plus – Pisana Libraria Universitatis Studiorum – university press, Pisa 2007, ‘II trattato’, Capitolo XVI. ‘Sulla conquista’, 181., pp. 298 – 299.

“ Though in all war there be usually a complication of force and damage, and the aggressor seldom fails to harm the estate, when he uses force against the persons of those he makes war upon; yet it is the use of force only that puts a man into the state of war: for whether by force he begins the injury, or else having quietly, and by fraud, done the injury, he refuses to make reparation, and by force maintains it – which is the same thing, as at first to have done it by force – it is the unjust use of force that makes the war: for he that breaks open my house, and violently turns me out of doors; or having peaceably got in, by force keeps me out, does in effect the same thing; supposing we are in such a state, that we have no common judge on earth, whom I may appeal to, and to whom we are both obliged to submit – for of such I am now speaking – it is the unjust use of force then, that puts a man into the state of war with another; and thereby he that is guilty of it makes a forfeiture of his life: for quitting reason, which is the rule given between man and man, and using force, the way of beasts, he becomes liable to be destroyed by him he uses force against, as any savage ravenous beast, that is dangerous to his being.”
JOHN LOCKE, “Two treatises of government”, Introduction, note on the text by Thomas Ira Cook, Hafner, New York 1961 (I ed. 1947), ‘The Second Treatise of Civil Government’, Chapter XVI ‘Of Conquest’, 181., p. 214.


Il tuo azzurro è uguale al mio?
Il filosofo inglese John Locke, in Saggi sull'intelletto umano, formulò questo quesito:
"Come faccio a sapere che io vedo quello che tu vedi (quanto al colore) quando entrambi guardiamo un limpido cielo azzurro? Entrambi abbiamo appreso la parola azzurro da chi ci ha mostrato cose come il cielo limpido, quindi, l'uso che facciamo del termine che indica quel colore è lo stesso, anche se ciò che vediamo potrebbe essere differente!"




“La stessa legge della proprietà, per cui ogni uomo dovrebbe avere tanto quanto può usare, sarebbe ancora valida nel mondo, senza svantaggio per alcuno, dal momento che v’è terra sufficiente per il doppio della popolazione, se l’invenzione della moneta e il tacito accordo degli uomini a riconoscerle un valore, non avesse introdotto (per consenso) possessi più ampi e un diritto a essi.
Mostrerò con maggiore ampiezza come ciò sia avvenuto.”
John Locke



Il tuo azzurro è uguale al mio?
Il filosofo inglese John Locke (1632-1704), in Saggi sull'intelletto umano, formulò questo quesito: "Come faccio a sapere che io vedo quello che tu vedi (quanto al colore) quando entrambi guardiamo un limpido cielo azzurro? Entrambi abbiamo appreso la parola azzurro da chi ci ha mostrato cose come il cielo limpido, quindi, l'uso che facciamo del termine che indica quel colore è lo stesso, anche se ciò che vediamo potrebbe essere differente!"
Tratto da: Ubaldo Nicola, Sembra. ma non è. 60 esperienze filosofiche per imparare a dubitare.



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INDICE
Introduzione ai Two Treatises of Government ........................... 7
John Locke - Due trattati sul governo............................................. 57
Prefazione......................................................................................... 58
I Trattato .................................................................................................. 61
Cap. I. Introduzione........................................................................ 62
Cap. II. Del potere paterno e del potere regale .......................... 66
Cap. III. Del titolo di sovranità di Adamo per creazione ......... 74
Cap. IV. Del titolo di Adamo alla sovranità per donazione
(Genesi I,28)..................................................................................... 79
Cap. V. Del titolo di sovranità di Adamo in base alla
soggezione di Eva............................................................................ 96
Cap. VI. Del titolo di Adamo alla sovranità per paternità ........ 101
Cap. VII. Della paternità e della proprietà considerate
insieme come fonti della sovranità ............................................... 119
Cap. VIII. Del trasferimento del sovrano potere monarchico
di Adamo .......................................................................................... 124
Cap. IX. Della monarchia per eredità da Adamo....................... 127
Cap. X. Dell’erede del potere monarchico di Adamo ............... 141
Cap. XI. Chi è l’erede?.................................................................... 143
II trattato.................................................................................................. 187
Capitolo I.......................................................................................... 188
Cap. II. Dello stato di natura......................................................... 190
Cap. III. Dello stato di guerra ....................................................... 197
Cap. IV. Della schiavitù.................................................................. 201
Cap. V. Della proprietà................................................................... 204
Cap. VI. Del potere paterno .......................................................... 219
Cap. VII. Della società politica o civile........................................ 234
Cap. VIII. Dell’inizio delle società politiche ............................... 245
Cap. IX. Dei fini della società politica e del governo ................ 262
6
Cap. X. Sulle forme dello stato...................................................... 266
Cap. XI. L’ambito del potere legislativo...................................... 268
Cap. XII. Il potere legislativo, esecutivo e federativo dello
stato.................................................................................................... 276
Cap. XIII. La subordinazione dei poteri dello stato ...................... 279
Cap. XIV. La prerogativa............................................................... 286
Cap. XV. Del potere paterno, politico e dispotico, considerati
insieme............................................................................................... 292
Cap. XVI. Sulla conquista.............................................................. 295
Cap. XVII. L’usurpazione.............................................................. 307
Cap. XVIII. La tirannia .................................................................. 308
Cap. XIX. La dissoluzione del governo....................................... 315







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