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sabato 5 novembre 2016

Tocqueville sulla democrazia in America. Ciò di cui Tocqueville ha timore è la tirannia esercitata sulle opinioni, più che sulle persone. Egli paventa che tutta l'individualità di carattere, e l'indipendenza di pensiero e di sentimento, siano messe in ginocchio di fronte al giogo dispotico della pubblica opinione

Alexis de Tocqueville, nascita: 29 luglio 1805 - morte: 16 aprile 1859.
Nato a Parigi da famiglia aristocratica, il visconte Alexis Henri Charles de Clérel de Tocqueville è considerato uno dei padri del pensiero liberale, principio ispiratore della sua preziosa attività di filosofo, politico e storico.
Il fine di individuare un sistema politico liberale, da prendere a modello in Francia, lo spinse a un lungo soggiorno negli Stati Uniti d'America, insieme all'amico Gustave de Beaumont. Qui oltre a studiare il sistema penitenziario (motivo ufficiale della visita), ne osservò da vicino il sistema politico e sociale, nel quadro di una più generale riflessione sulle basi della democrazia che coinvolgeva anche le esperienze europee della Rivoluzione francese e dell'ancien regime.

Le conclusioni di questo studio vennero messe nero su bianco nell'opera più importante, La democrazia in America, pubblicata in due parti nel 1835 e nel 1840. Ammesso come membro onorario alla prestigiosa Académie Française, Tocqueville morì a Cannes nel 1859.
http://www.mondi.it/almanacco/voce/1218002



Ciò di cui Tocqueville ha timore è la tirannia esercitata sulle opinioni, più che sulle persone. 
Egli paventa che tutta l'individualità di carattere, e l'indipendenza di pensiero e di sentimento, siano messe in ginocchio di fronte al giogo dispotico della pubblica opinione.
John Stuart Mill, “Tocqueville sulla democrazia in America” (1935)





LA DEMOCRAZIA IN AMERICA (GUARDANDO ALL’EUROPA)
Democrazia, Europa, Stati Uniti, Tocqueville
di Alexis De Tocqueville -


Pubblichiamo l’introduzione del filosofo francese alla sua Democrazia in America, un’opera che ancora oggi andrebbe letta e meditata. Non tanto per leggervi in trasparenza le vicende attuali del grande paese d’Oltreoceano, quanto per ritrovare nelle parole di Tocqueville lo sguardo su ciò che era e per certi aspetti è ancora l’Europa. Al netto delle considerazioni specifiche sulle vicende americane e francesi dell’epoca, sono le riflessioni sui rischi del conformismo e di un astratto egualitarismo, unite alla denuncia della debolezza di una società smarrita e priva di slancio  a rendere straordinariamente efficace questa introduzione. Un piccolo saggio in un classico del pensiero politico.

Tra le novità che attirarono la mia attenzione durante la mia permanenza negli Stati Uniti, nessuna mi ha maggiormente colpito dell’uguaglianza delle condizioni. Senza fatica constatai la prodigiosa influenza che essa esercita sull’andamento della società: essa dà allo spirito pubblico una determinata direzione, alle leggi un determinato indirizzo, ai governanti dei nuovi princìpi, ai governati abitudini particolari.
Subito mi accorsi che questo fatto estende la sua influenza assai oltre la vita politica e le leggi, e che domina non meno la società civile che il governo: infatti crea opinioni, fa sorgere sentimenti, suggerisce usanze e modifica tutto ciò che non crea direttamente.
Pertanto, più studiavo la società americana, più vedevo nell’uguaglianza delle condizioni la forza generatrice da cui pareva derivare ogni fatto particolare; e me la ritrovavo continuamente davanti come un punto centrale, in cui convergevano tutte le mie osservazioni.

Ripensai allora al nostro emisfero, e mi parve di scorgervi qualche analogia con lo spettacolo che mi offriva il Nuovo Mondo. Constatai che anche qui l’uguaglianza delle condizioni, pur senza aver raggiunto come negli Stati Uniti i suoi estremi limiti, vi si avvicinava tuttavia ogni giorno di più; mi sembrò inoltre che questa stessa democrazia che regna sulle società americane, anche in Europa avanzasse rapidamente verso il potere.

Fin da quel momento cominciai a pensare al libro che ora leggerete.
Una grande rivoluzione democratica si sta infatti attuando tra noi: tutti la vedono, ma non tutti la giudicano nello stesso modo. Alcuni infatti, considerandola una novità puramente accidentale, sperano di riuscire ancora a fermarla; mentre altri pensano che niente e nessuno possa più resisterle, perché la considerano il fenomeno storico più continuo, più antico, più duraturo che si conosca.

Risalgo un attimo a considerare le condizioni della Francia, quali erano settecento anni fa: la trovo divisa tra un ristretto numero di famiglie che possiedono la terra e governano gli abitanti; il diritto di comandare viene trasmesso, in questo periodo, di generazione in generazione insieme al patrimonio ereditario; gli uomini hanno un solo mezzo per prevalere gli uni sugli altri, la forza; non c’è che un’unica fonte di potere, la proprietà fondiaria.

Ma ecco che il potere politico del clero si afferma e rapidamente si estende.
Il clero apre le sue file a tutti, al povero come al ricco, al plebeo come al nobile; attraverso la Chiesa l’uguaglianza comincia a penetrare in seno al governo e colui che, nella sua condizione di servo, avrebbe vegetato in un’eterna schiavitù, ora, come prete, ha il suo posto tra i nobili e spesso si asside anche al di sopra dei Re.

Con l’andare del tempo la società diventa sempre più stabile e più civile, di conseguenza più complessi e più vari si fanno anche i diversi rapporti tra gli uomini. Il bisogno di leggi civili si fa sentire fortemente: appaiono allora i legisti, che escono dall’aula oscura dei tribunali e dal ridotto polveroso delle cancellerie per andare a prendere posto nella corte del principe, accanto ai baroni feudali coperti di ermellino e di ferro.

I Re vanno in rovina per portare a termine grandi imprese; i nobili s’indeboliscono nelle guerre private; i plebei invece si arricchiscono con il commercio. L’influenza del denaro comincia a farsi sentire anche sugli affari di Stato. Il commercio è ormai una nuova fonte di potenza e i finanzieri divengono un potere politico disprezzato, ma adulato.

Poco per volta, diffondendosi il sapere, si nota un risveglio dell’amore per la letteratura e per le arti; la cultura diviene ora un elemento di successo, la scienza un mezzo per governare, l’intelligenza una forza sociale: gli uomini di lettere arrivano al maneggio degli affari politici.

Frattanto, insieme all’aprirsi di nuove vie attraverso le quali giungere al potere, si può notare un regresso dell’importanza che prima veniva attribuita alla nascita. Nell’XI secolo infatti la nobiltà aveva un valore incalcolabile, nel XIII la si può già comprare; la prima concessione di nobiltà risale al 1270, e così l’uguaglianza viene a introdursi nel governo per mezzo dell’aristocrazia stessa.

Durante questi ultimi settecento anni accadde talvolta che i nobili diedero un potere politico al popolo, per farsene un alleato contro l’autorità del sovrano o nelle lotte per togliere il potere ai loro rivali.

Ancora più spesso sono stati gli stessi Re ad innalzare al governo le classi sociali inferiori per umiliare l’aristocrazia.

In Francia i Re si sono dimostrati i livellatori più attivi e più costanti: quand’erano ambiziosi ed energici, si adoprarono per portare il popolo allo stesso livello dei nobili; quand’erano moderati e deboli, permisero addirittura che il popolo si ponesse al di sopra di loro stessi. I primi sono stati d’aiuto alla democrazia con le loro capacità, i secondi con i loro vizi. Luigi XI e Luigi XIV cercarono di rendere tutti uguali al disotto del trono, Luigi XV ha finito per scendere lui stesso nella polvere con tutta la sua corte.

Da quando i cittadini cominciarono a possedere la terra in modo diverso dalla «tenure» feudale e da quando la ricchezza mobiliare, ormai conosciuta, poté a sua volta creare l’influenza politica e dare il potere, non ci furono scoperte nelle arti, né vennero apportati perfezionamenti in campo commerciale e industriale, che non divenissero altrettanti elementi di uguaglianza tra gli uomini.

A partire da questo momento tutti i metodi che si scoprono, i bisogni che sorgono, i desideri che richiedono di essere soddisfatti, sono altrettanti progressi verso il livellamento universale. Il gusto del lusso, l’amore per la guerra, l’impero della moda, tutte le passioni del cuore umano, dalle più superficiali alle più profonde, sembrano lavorare di comune accordo per impoverire i ricchi e arricchire i poveri.

Da quando le attività intellettuali divennero fonte di potenza e di ricchezza, si guardò a ogni sviluppo della scienza, a ogni nuova scoperta, a ogni nuova idea come a uno strumento di potere messo alla portata del popolo. La poesia, l’eloquenza, la memoria, le doti spirituali, il fuoco dell’immaginazione, la profondità del pensiero, tutti questi doni distribuiti a caso dal Cielo, giovarono alla democrazia; e, anche quando si trovarono in possesso dei suoi avversari, servirono ancora la sua causa, ponendo in rilievo la grandezza naturale dell’uomo. Le conquiste della democrazia si estesero, dunque, parallelamente a quelle della civiltà e del sapere, e la letteratura divenne un arsenale aperto a tutti, in cui i deboli e i poveri si recarono ogni giorno a cercare delle armi.

Se si scorrono le pagine della nostra storia, si può dire che non s’incontra un solo avvenimento di particolare importanza che in questi ultimi settecento anni non si sia risolto in favore dell’uguaglianza sociale.

Le crociate e le guerre con gli Inglesi decimano i nobili e dividono le loro terre; il costituirsi dei comuni introduce la libertà democratica in seno alla monarchia feudale; l’invenzione delle armi da fuoco rende uguali il plebeo e il nobile sul campo di battaglia; la stampa offre le medesime risorse alla loro intelligenza; la posta porta le notizie alla soglia della capanna del povero come alla porta dei palazzi; il protestantesimo sostiene che tutti gli uomini sono ugualmente in grado di trovare la via del Cielo. La scoperta dell’America apre mille strade nuove alla fortuna e offre ricchezza e potere all’oscuro avventuriero.

Se, partendo dall’XI secolo, esaminate gli avvenimenti che si svolgono in Francia di cinquanta in cinquant’anni, dovrete constatare che, alla fine di ognuno di questi periodi, si è operata una duplice rivoluzione nelle condizioni sociali. Il nobile sarà indietreggiato nella scala sociale, il plebeo vi sarà avanzato; l’uno scende, l’altro sale. Ogni mezzo secolo li avvicina e ben presto si troveranno fianco a fianco.

Questa non è una caratteristica della sola Francia. Infatti, da qualsiasi parte si guardi, si vede sempre la stessa rivoluzione che continua in tutto il mondo cristiano.
Dappertutto si è visto come i diversi avvenimenti della vita dei popoli contribuiscano alla fortuna della democrazia. Tutti gli uomini l’hanno aiutata con i loro sforzi, quelli che si proponevano di contribuire al suo successo, e quelli che non pensavano affatto a servirla, quelli che per essa hanno combattuto, e quelli che si sono dichiarati suoi nemici: tutti sono stati spinti alla rinfusa sulla stessa via e hanno lavorato insieme, gli uni loro malgrado, gli altri a propria insaputa, ciechi strumenti nelle mani di Dio.

Il graduale sviluppo dell’uguaglianza delle condizioni è pertanto un fatto provvidenziale; e ne ha i caratteri essenziali: è universale, duraturo, si sottrae ogni giorno alla potenza dell’uomo; tutti gli avvenimenti, come anche tutti gli uomini, ne favoriscono lo sviluppo.

Sarebbe quindi saggio credere che un movimento sociale, che ha così lontane origini, potrà essere arrestato dagli sforzi di una generazione? C’è forse qualcuno che può pensare che la democrazia, dopo aver distrutto il feudalesimo e aver vinto i Re, indietreggerà poi davanti ai borghesi e ai ricchi? È possibile che si arresti proprio ora che è divenuta tanto forte e i suoi avversari tanto deboli?

Dove ci stiamo dunque dirigendo?
Nessuno saprebbe rispondere, perché ci mancano ormai i termini di confronto: le condizioni sono più uguali oggi tra i cristiani di quanto lo siano mai state in altre epoche o presso altre nazioni del mondo; così la grandiosità di ciò che è già stato fatto impedisce di prevedere che cosa si potrà ancora fare.

Tutto il mio libro, appunto, è stato scritto sotto l’impressione di una specie di terrore religioso, sorto nella mia anima alla vista di questa rivoluzione irresistibile, che progredisce da tanti secoli, sormontando qualsiasi ostacolo, e che ancor oggi avanza in mezzo alle rovine che essa stessa ha prodotte.

Non è necessario che sia Dio in persona a parlare, per scoprire i segni sicuri del suo volere; basta esaminare il cammino abituale della natura e la tendenza costante degli avvenimenti. So, senza bisogno che me lo dica il Creatore, che gli astri seguono nello spazio le orbite che il suo dito ha tracciato.

Se lunghe osservazioni e meditazioni sincere portassero gli uomini del nostro tempo a riconoscere che lo sviluppo graduale e progressivo dell’uguaglianza rappresenta nello stesso tempo il passato e l’avvenire della loro storia, questa constatazione darebbe, da sola, a una tale evoluzione il carattere sacro della volontà del signore sovrano. Allora, voler arrestare il cammino della democrazia apparirebbe come lottare contro Dio stesso, e perciò alle nazioni non resterebbe che adattarsi alla condizione sociale loro imposta dalla Provvidenza.

Mi sembra che i popoli cristiani offrano ai nostri giorni uno spettacolo sconcertante; il movimento che li trascina è già troppo forte perché lo si possa fermare, e d’altra parte non è ancora abbastanza rapido, perché si debba perdere ogni speranza di poterlo dirigere: il destino di questi popoli è nelle loro mani, ma ad esse ben presto sfuggirà.

Educare la democrazia, rianimare, se è possibile, le sue fedi, purificare i suoi costumi, regolare i suoi movimenti, sostituire, poco per volta, la scienza degli affari all’inesperienza, la conoscenza dei suoi reali interessi ai suoi ciechi istinti; adattare il suo governo ai tempi e ai luoghi, modificarlo secondo le circostanze e gli uomini: questo è il principale dovere che oggi s’impone ai nostri governanti.

È necessaria una scienza politica nuova per un mondo ormai completamente rinnovato.
Ma proprio a questo compito noi non pensiamo affatto: posti in mezzo a un fiume vorticoso, ci ostiniamo a fissare qualche rottame che ancora si scorge sulla riva, mentre la corrente ci trascina e ci sospinge indietro verso gli abissi.

Non c’è un popolo in Europa presso il quale la grande rivoluzione sociale, che ho appena delineata, abbia compiuto progressi più rapidi che presso di noi; ma essa è sempre avanzata a caso.
Mai i capi di Stato si sono preoccupati di prepararle anticipatamente il terreno; essa si è compiuta loro malgrado o a loro insaputa. Le classi più potenti, più intelligenti e più morali della nazione non hanno mai cercato di impadronirsi della democrazia, onde poterla dirigere. Così essa è stata abbandonata ai suoi istinti selvaggi; è cresciuta come quei bambini che, rimasti privi delle cure paterne, crescono da soli nelle strade delle nostre città, e che della società non conoscono altro che i vizi e le miserie. Sembrava che nessuno si fosse ancora accorto della sua esistenza, quando si è impadronita improvvisamente del potere. Tutti allora si sono sottomessi servilmente ai suoi più piccoli desideri, adorandola come la personificazione della forza; ma quando, in séguito, i suoi stessi eccessi la indebolirono, i legislatori concepirono l’imprudente progetto di distruggerla, invece di tentare di educarla e di correggerla: non volendo insegnarle a governare, non pensarono che a respingerla dal governo.

Ne è derivato che la rivoluzione democratica si è effettuata nell’assetto materiale della società, senza che si verificasse nelle leggi, nelle idee, nelle abitudini e nei costumi quel cambiamento che sarebbe stato necessario per rendere questa rivoluzione utile e positiva.

Così noi abbiamo la democrazia, senza avere ciò che dovrebbe attenuarne i difetti e farne risaltare i naturali pregi: mentre scorgiamo i mali che essa reca con sé, non ci rendiamo ancora conto dei beni che potrebbe apportarci.

Quando il potere regio, appoggiandosi sull’aristocrazia, governava in pace i popoli europei, la società, pur in mezzo alle proprie miserie, godeva di vantaggi di vario genere, che difficilmente si possono concepire e apprezzare ai giorni nostri.

La potenza di alcuni sudditi innalzava barriere insormontabili alla tirannide del principe; e i Re, sentendo di essere agli occhi della folla rivestiti d’un carattere quasi divino, trovavano, nel rispetto stesso che si creavano attorno, la ragione per non abusare affatto del proprio potere.

I nobili, posti ad un’enorme distanza dal popolo, dimostravano tuttavia nei suoi confronti quel particolare interesse benevolo e tranquillo, che il pastore ha per il suo gregge, e, pur senza vedere nel povero un proprio pari, vegliavano sulla sua sorte come su un deposito ad essi affidato dalla Provvidenza.

Il popolo, non avendo ancora concepito l’idea di un assetto sociale diverso dal suo, né immaginando di poter mai uguagliare i propri capi, accoglieva i loro benefici e non contestava affatto i loro diritti.

Li amava, quand’erano clementi e giusti, e si sottometteva senza fatica e senza bassezza ai loro rigori, come a dei mali inevitabili inviati da Dio. Gli usi e i costumi avevano d’altra parte posto dei limiti alla tirannide e fondato una specie di diritto in mezzo alla stessa forza.

Il nobile non pensava che gli si volessero togliere dei privilegi che riteneva legittimi; il servo accettava la propria inferiorità come un effetto dell’ordine immutabile della natura: si comprende come si sia potuta stabilire una reciproca benevolenza tra queste due classi tanto nettamente separate dalla sorte. A quel tempo si potevano trovare nella società ingiustizia e miseria, ma non degradazione spirituale.

Non è infatti l’uso del potere o l’abitudine all’obbedienza che deprava gli uomini, ma l’uso di un potere illegittimo e l’obbedienza a un potere che si ritiene usurpatore ed oppressore.

Da un lato c’erano le ricchezze, la forza, gli agi, e con essi la ricerca del lusso, le raffinatezze del gusto, i piaceri dello spirito, il culto delle arti; dall’altro il lavoro, la volgarità e l’ignoranza.
Eppure in mezzo a questa folla ignorante e grossolana si potevano trovare passioni forti, sentimenti generosi, fedi profonde e virtù primitive. Il corpo sociale così organizzato avrebbe potuto avere stabilità, potenza e, soprattutto, gloria.
Ma ecco che i ranghi si confondono, che le barriere innalzate tra gli uomini si abbassano; si dividono le proprietà, si divide il potere, la civiltà si diffonde, le intelligenze si uguagliano; l’assetto sociale diviene democratico e l’impero della democrazia si stabilisce infine facilmente nelle istituzioni e nei costumi.
Io immagino, così, una società in cui tutti, considerando la legge come opera propria, l’amerebbero e vi si sottometterebbero senza fatica, e in cui, essendo l’autorità del governo rispettata non in quanto divina, ma perché necessaria, l’amore verso il capo dello Stato non sarebbe una passione, ma un sentimento ragionevole e tranquillo. Quando ciascuno avesse dei diritti e la sicurezza di poterli conservare, verrebbe a stabilirsi tra tutte le classi una fiducia sincera e una sorta di reciproca condiscendenza, lontana sia dall’orgoglio che dalla bassezza.
Il popolo, educato ai suoi veri interessi, capirebbe che, per trarre profitto dai vantaggi della società, bisogna sottomettersi alle sue esigenze. La libera associazione dei cittadini potrebbe allora sostituire la potenza individuale dei nobili, e lo Stato sarebbe al sicuro dalla tirannide e dalla licenza.
Capisco che in uno Stato democratico, così costituito, la società non rimarrà immobile, ma i necessari movimenti del corpo sociale potranno essere regolati e graduali; se vi si troverà meno splendore che in un sistema aristocratico, vi si troveranno però anche meno miserie; i godimenti saranno meno eccessivi, ma il benessere sarà più generale; le scienze eccelleranno meno, ma l’ignoranza sarà più rara; i sentimenti meno energici, ma le abitudini più dolci; ci saranno più vizi, ma meno delitti.
In mancanza dell’entusiasmo e dell’ardore della fede, l’educazione e l’esperienza faranno fare talvolta ai cittadini grandi sacrifici; ogni uomo, essendo ugualmente debole, sentirà un uguale bisogno dei suoi simili; e, sapendo di poter contare sul loro aiuto solo a condizione di prestar loro a sua volta appoggio, scoprirà senza fatica che per lui l’interesse particolare si confonde con quello generale.
La nazione, considerata nel suo insieme, avrà forse meno splendore, meno gloria, meno forza; ma la maggioranza dei cittadini godrà di un benessere maggiore, e il popolo si dimostrerà tranquillo, non perché disperi di poter star meglio, ma perché sa di star bene.
Se poi non tutto sarà buono e utile in un simile stato di cose, la società tuttavia potrà godere di ciò che di buono e di utile si potrà presentare, e gli uomini, abbandonando per sempre i vantaggi sociali che può dare l’aristocrazia, trarrebbero dalla democrazia tutto il bene che essa può loro offrire.
Invece noi, abbandonando l’ordine sociale dei nostri avi, eliminando alla rinfusa le loro istituzioni, le loro idee e i loro costumi, cosa vi abbiamo sostituito?
Il prestigio del potere regio è svanito, senza che fosse sostituito dalla maestà delle leggi; oggi il popolo disprezza l’autorità, ma la teme, e la paura ottiene da lui più di quanto ottenessero in passato il rispetto e l’amore.
Mi accorgo che abbiamo distrutta le forze individuali che potevano lottare separatamente contro la tirannide; ma vedo che solo il governo ha assorbito tutte le prerogative tolte alle famiglie, alle corporazioni, agli uomini: alla forza talvolta oppressiva, ma spesso conservatrice, di un ristretto numero di cittadini, è così seguita la debolezza di tutti.
La divisione delle fortune ha accorciato la distanza che separava il povero dal ricco, ma in questo avvicinamento essi sembrano aver trovato nuove ragioni per odiarsi. Temendosi e invidiandosi reciprocamente, si respingono a vicenda dal potere: per l’uno come per l’altro l’idea dei diritti non esiste affatto, e la forza appare ad entrambi come la sola ragione del presente e l’unica garanzia per l’avvenire.
Il povero ha conservato la maggior parte dei pregiudizi dei suoi avi e non la loro fede, la loro ignoranza e non le loro virtù; ha accettato, come regola delle sue azioni, la dottrina dell’interesse senza conoscerne la scienza, e il suo egoismo è sprovvisto di discernimento, quanto lo era un tempo la sua devozione.
La società è tranquilla, non perché abbia coscienza della propria forza e del proprio benessere, ma, al contrario, perché si sente debole e inferma; teme di morire facendo uno sforzo: tutti sentono il male, ma nessuno ha il coraggio e l’energia necessari per cercare il meglio. Si hanno desideri, rimpianti, dolori, gioie che non producono nulla di visibile o di duraturo, simili del tutto alle passioni senili che finiscono nell’impotenza.
Così abbiamo abbandonato tutto quello che vi poteva esser di buono nel vecchio stato senza acquistare quello che lo stato attuale poteva offrire di utile; abbiamo distrutto una società aristocratica e, fermandoci compiacentemente in mezzo alle rovine dell’antico edificio, crediamo di poterci rimanere per sempre. Quello che succede nel mondo intellettuale non è meno deplorevole.
La democrazia francese, osteggiata nella sua marcia o abbandonata senza appoggio alle sue passioni disordinate, ha rovesciato tutto quello che trovava sul suo passaggio e spezzato tutto quello che non distruggeva. Essa non si è impadronita a poco a poco della società per stabilirvi pacificamente il suo dominio, ma ha sempre camminato in mezzo al disordine e all’agitazione della lotta. Nel calore di questa lotta, spinta al dì là dei limite ritenuto necessario, forse per le opinioni e gli eccessi degli avversari, ognuno perde di vista il fine stesso delle sue azioni ed usa un linguaggio che mal risponde al suo vero sentimento e al suo segreto istinto.
Di qui la strana confusione di cui siamo forzatamente i testimoni.
Io cerco inutilmente nei miei ricordi qualcosa capace di eccitare più dolore e pietà di quello che oggi si verifica; sembra che si sia rotto il legame naturale che unisce le opinioni ai gusti e gli atti alla fede; la concordanza che in ogni tempo si riscontra fra i sentimenti e le idee degli uomini sembra distrutta e si direbbe che siano abolite tutte le leggi dell’analogia morale.
Si trovano ancora presso di noi dei cristiani pieni di zelo, la cui anima religiosa ama nutrirsi delle verità dell’altra vita; costoro si orientano senza dubbio in favore dell’umana libertà, fonte di ogni grandezza morale. Al cristianesimo, che ha reso tutti gli uomini eguali di fronte a Dio, non ripugnerà vedere tutti i cittadini eguali dinanzi alla legge. Ma, per un concorso di strani avvenimenti, la religione si trova momentaneamente unita alle potenze nemiche della democrazia e sovente respinge l’eguaglianza che essa ama e maledice la libertà come un avversario mentre, prendendola per mano, potrebbe santificarne gli sforzi.
Accanto a questi uomini religiosi ne scopro altri che rivolgono lo sguardo verso la terra piuttosto che verso il cielo: partigiani della libertà, non solo perché vedono in essa l’origine delle più nobili virtù, ma soprattutto perché la considerano come la fonte dei più grandi beni, essi desiderano sinceramente assicurarne la vittoria e farne gustare agli uomini i benefici: comprendo che questi chiamerebbero volentieri la religione in loro aiuto poiché dovrebbero sapere che non si può stabilire il regno della libertà senza quello dei buoni costumi, né creare buoni costumi senza la fede ma, vedendo la religione accomunata ai loro avversari, la considerano come nemica, attaccandola o quanto meno non curandosi di difenderla.
I secoli passati videro anime basse e venali preconizzare la schiavitù e contemporaneamente spiriti indipendenti e generosi lottare, pur senza speranza, per salvare la libertà umana. Ma ai nostri giorni si trovano sovente uomini che, pur essendo di natura nobile e fiera, ostentano opinioni in diretta opposizione con i loro gusti e vantano la servilità e la bassezza, che però non hanno mai per loro stessi conosciute. Altri, al contrario, parlano di libertà come sentissero veramente quel che vi è di santo e di grande in essa e reclamano rumorosamente, in favore dell’umanità, quei diritti che essi poi hanno sempre disconosciuto.
Si trovano spesso uomini virtuosi e tranquilli e levati naturalmente a posti di comando per la purezza dei loro costumi e la loro saggezza.
Pieni di un amore sincero per la patria, essi sono pronti a qualunque sacrificio, e tuttavia sono spesso avversari della civiltà, poiché ne confondono gli abusi con i benefici, e nella loro mente l’idea del male è indissolubilmente unita a quella della novità.
Vicino a questi ve ne sono altri che, in nome del progresso, si sforzano di materializzare l’uomo, volendo raggiungere l’utile senza occuparsi del giusto, o tengono lontana la scienza dalla fede, il benessere dalle virtù: costoro si dicono i campioni della civiltà moderna e si mettono insolentemente alla sua testa, usurpando il posto trovato vuoto e dal quale dovrebbero essere scacciati per indegnità.
Dove siamo dunque arrivati?
Uomini religiosi combattono la libertà, mentre amici della libertà combattono le religioni; spiriti nobili e generosi vantano la schiavitù e anime basse e servili preconizzano l’indipendenza; cittadini onesti e colti sono nemici di ogni progresso, mentre uomini senza patriottismo e senza costumi si fanno apostoli della civiltà e della scienza.
Tutti i secoli hanno rassomigliato al nostro? L’uomo ha sempre avuto sotto gli occhi, come noi, un mondo in cui tutto è slegato, in cui la virtù è senza il genio, il genio è senza l’onore, l’amore dell’ordine si confonde con il gusto della tirannide e il culto santo della libertà con il disprezzo delle leggi; in cui la coscienza getta solo una luce dubbiosa sulle azioni umane e nulla sembra più vietato o permesso, onesto o disonorevole, vero o falso?
Dovrò pensare che il Creatore abbia fatto l’uomo per lasciarlo dibattersi senza tregua in mezzo alle miserie intellettuali che ci circondano? Non posso crederlo: Dio prepara alle società europee un avvenire più stabile e più calmo; ignoro i suoi disegni, ma non smetterò di credervi solo perché non posso penetrarli, e preferisco dubitare della mia intelligenza piuttosto che della sua giustizia.
Vi è un paese nel mondo in cui la grande rivoluzione sociale di cui parliamo è quasi giunta al suo limite naturale e vi si è compiuta in modo semplice e facile, o piuttosto si può affermare che questo paese ha visto i risultati della rivoluzione democratica che si manifesta presso di noi, senza avere avuto la rivoluzione stessa.
Gli emigranti che vennero a stabilirsi in America al principio del secolo diciassettesimo liberarono in certo modo il principio della democrazia da tutte quelle forze contro cui lottava nelle vecchie società europee, trapiantandolo da solo sulle coste del nuovo mondo. Là esso ha potuto crescere liberamente e, camminando di conserva con i costumi, svilupparsi pacificamente nelle leggi.
Mi sembra fuor di dubbio che presto o tardi arriveremo anche noi, come gli americani, all’eguaglianza quasi completa delle condizioni; ma non concludo affatto che anche noi dovremo un giorno trarre da un simile assetto sociale le conseguenze politiche che ne hanno tratto gli americani. Sono ben lontano dal credere che essi abbiano trovato la sola forma di governo che possa darsi la democrazia; ma basta il fatto che in due paesi la causa generatrice delle leggi e dei costumi sia la medesima perché in noi debba sorgere un immenso interesse a conoscere quel che essa ha prodotto in ciascuno.
Non è dunque solo per soddisfare una curiosità, d’altronde legittima, che ho studiato l’America, ma per trovarvi degli insegnamenti utili per noi. Sbaglierà grossolanamente chi penserà che io abbia voluto fare un panegirico e spero che chiunque leggerà questo libro resterà convinto che tale non è stata la mia intenzione; il mio scopo non è stato neppure quello di propugnare una tale forma di governo in generale, poiché io sono tra coloro che credono non esservi mai nelle leggi una assoluta bontà, né ho voluto giudicare se questa rivoluzione sociale, la cui marcia mi sembra irresistibile, sia vantaggiosa o funesta all’umanità; bensì ho ammesso questa rivoluzione come un fatto compiuto, o vicino a compiersi, e ho cercato, fra i popoli che l’han vista operarsi nel loro seno, quello nel quale essa è giunta al grado più alto di sviluppo, allo scopo dì discernerne con chiarezza le naturali conseguenze e vedere, se possibile, quali siano i mezzi per renderla profittevole all’umanità.
Confesso che nell’America ho visto qualcosa più dell’America; vi ho cercato un’immagine della democrazia, del suo carattere, dei suoi pregiudizi, delle sue passioni e ho voluto studiarla per sapere quello che noi dobbiamo sperare o temere da essa.
Nella prima parte di quest’opera mi sono dunque sforzato di mostrare l’influenza che la democrazia, abbandonata in America quasi senza ostacoli ai suoi istinti, ha avuto nelle leggi, le direttive che essa imprime al governo e, in genere, la potenza che essa ha negli affari politici. Ho voluto esaminare i beni e i mali da essa prodotti, ricercare le precauzioni adottate dagli americani per dirigerla e distinguere le cause che le permettono di governare la società.
Volevo dipingere poi, in una seconda parte, l’influenza che l’eguaglianza delle condizioni e il governo democratico esercitano in America nella società civile, nelle abitudini, nelle idee e nei costumi, ma comincio a sentire meno ardore al compimento di questo disegno.
Prima che io possa finire il compito propostomi, questo lavoro sarà diventato inutile. Un altro mostrerà presto ai lettori i principali elementi dei carattere americano e, nascondendo sotto un velo leggero la gravità dei quadri, darà alla verità le attrattive che io non sarei mai capace di dare.
Non so se riuscirò a far conoscere quel che ho visto in America, ma assicuro di aver avuto sinceramente questo desiderio e di non aver mai ceduto consapevolmente al bisogno di adattare i fatti alle idee in luogo di sottomettere queste a quelli.
Quando qualche punto poteva essere stabilito con l’aiuto di documenti scritti, ho avuto cura di ricorrere ai testi originali e ad opere autentiche e stimate. Ho indicato le mie fonti in nota e ciascuno potrà verificarle. Quando si è trattato di opinioni, di usi politici, di osservazioni, di costumi, ho cercato di consultare gli uomini più istruiti.
Se la cosa era importante e incerta, non mi sono contentato di un solo testimone ma ho cercato molte testimonianze e da queste ho tratto le mie conclusioni. A questo riguardo bisogna che il lettore mi creda sulla parola. Avrei potuto citare in appoggio alle mie affermazioni nomi autorevoli e a lui noti, ma mi sono ben guardato dal farlo. Lo straniero apprende spesso dal suo ospite importanti verità, che questi nasconderebbe forse anche all’amico; con lui si può rompere un silenzio obbligato, non si teme la sua indiscrezione perché egli non rimane.
Ognuna di queste confidenze è stata da me annotata, ma non uscirà mai dalle mie carte; preferisco nuocere al successo delle mie opere che aggiungere il mio nome alla lista di quei viaggiatori che ricambiano con noie ed imbarazzi la generosa ospitalità ricevuta.
So bene che, malgrado le mie cure, sarà molto facile criticare questo mio libro, se qualcuno vorrà farlo. Quelli che l’osserveranno da vicino troveranno in quest’opera un’idea madre che incatena per così dire ogni sua parte. Ma la diversità degli oggetti che ho avuto da trattare è tanto grande che chi vorrà opporre un fatto isolato all’insieme dei fatti, un’idea isolata all’insieme delle idee, vi riuscirà senza fatica. Vorrei dunque che mi si facesse la grazia di leggermi con lo stesso spirito che ha presieduto al mio lavoro e si giudicasse il libro dall’impressione generale che lascia, poiché anch’io mi sono deciso a scrivere spinto, non da una sola ragione, ma da un insieme di ragioni.
Non bisogna poi dimenticare che un autore che voglia farsi comprendere è obbligato a spingere ogni sua idea fino alla sua ultima conseguenza teorica e spesso fino al limite del falso e dell’impraticabile; infatti, se è qualche volta necessario abbandonar la logica nelle azioni, non si saprebbe far lo stesso nei libri; e l’uomo trova quasi altrettanta difficoltà a essere inconseguente nelle parole quanto ad essere conseguente negli atti.
Voglio finire segnalando io stesso quello che molti lettori giudicheranno il difetto principale di quest’opera. Questo libro non si mette in modo deciso al seguito di alcuno; scrivendolo non ho inteso servire o combattere alcun partito; mi sono sforzato soltanto di vedere, non già diversamente, ma più lontano dei vari partiti; e, mentre essi si occupano del domani, io ho voluto pensare all’avvenire.

Per saperne di più

Alexis De Tocqueville (a cura di N. Matteucci), La democrazia in America – UTET, Torino 2013
Alexis De Tocqueville (a cura di C. Vivanti), La democrazia in America – Einaudi, Torino 2006
M. Zetterbaum, Tocqueville and the Problem of Democracy – Stanford University Press, Stanford (California), 1967
Vittorio de Caprariis, Profilo di Tocqueville, a cura di Ernesto Paolozzi – Guida, Napoli, 1996

http://www.storiain.net/storia/la-democrazia-in-america-e-leuropa/

domenica 15 marzo 2015

martedì 3 marzo 2015

La parola “noetico” deriva dal greco nous che significa “intelletto superiore” in contrasto con dianoia, che significa “ragione”; gli equivalenti latini sono intellectus e ratio. La conoscenza e la percezione noetica sono unitive e conducono a noesis o gnosis, mentre la conoscenza razionale è dualistica e discorsiva e separa l’osservatore dall’osservato, colui che percepisce da che è percepito; in senso proprio, solo la percezione noetica conduce ad episteme, conoscenza, mentre la percezione razionale ci dà opinione.


La parola “noetico” deriva dal greco nous che significa “intelletto superiore” in contrasto con dianoia, che significa “ragione”; gli equivalenti latini sono intellectus e ratio.
La conoscenza e la percezione noetica sono unitive e conducono a noesis o gnosis, mentre la conoscenza razionale è dualistica e discorsiva e separa l’osservatore dall’osservato, colui che percepisce da che è percepito; in senso proprio, solo la percezione noetica conduce ad episteme, conoscenza, mentre la percezione razionale ci dà opinione.



E' proprio perché osservatore e osservato si percepiscono separati, che possiamo emettere parole/cause senza tener conto degli effetti..
Ciò ha prodotto un vuoto interiore vastissimo, di cui curiamo solo i sintomi, ma osservando, percepisco che in molti, non tutti, abbiamo compreso... siamo un insieme di un un insieme infinito, se offendiamo l'altro, offendiamo noi, creando appunto quell'interiore vuoto devastante.

lunedì 22 settembre 2014

Tom Lehrer. La satira politica è diventata obsoleta da quando Henry Kissinger si è aggiudicato il Nobel per la Pace

"Gli intellettuali sono i primi a fuggire,
subito dopo i topi,
e molto prima delle puttane."
Vladimir Majakovskij

"La satira politica è diventata obsoleta da quando Henry Kissinger si è aggiudicato il Nobel per la Pace."
Tom Lehrer

“In America, in questo periodo della storia del mondo, una stampa indipendente non esiste.
Lo sapete voi e lo so pure io.
Non c’è nessuno di voi che oserebbe scrivere le proprie vere opinioni, e già sapete anticipatamente che se lo facesse esse non verrebbero mai pubblicate.

Io sono pagato un tanto alla settimana per tenere le mie opinioni oneste fuori dal giornale col quale ho rapporti.
Altri di voi sono pagati in modo simile per cose simili, e chi di voi fosse così pazzo da scrivere opinioni oneste, si ritroverebbe subito per strada a cercarsi un altro lavoro.
Se io permettessi alle mie vere opinioni di apparire su un numero del mio giornale, prima di ventiquattr’ore la mia occupazione sarebbe liquidata.

Il lavoro del giornalista è quello di distruggere la verità, di mentire spudoratamente, di corrompere, di diffamare, di scodinzolare ai piedi della ricchezza, e di vendere il proprio paese e la sua gente per il suo pane quotidiano.
Lo sapete voi e lo so pure io.
E allora, che pazzia è mai questa di brindare a una stampa indipendente?

Noi siamo gli arnesi e i vassalli di uomini ricchi che stanno dietro le quinte. Noi siamo dei burattini, loro tirano i fili e noi balliamo.
I nostri talenti, le nostre possibilità, le nostre vite, sono tutto proprietà di altri.
Noi siamo delle prostitute intellettuali.“
John Swinton, redattore-capo del NYT - 1880




Straordinariamente attuale!Come non rammentare Federico De Roberto quando ne "I Vicerè" fa dire a Consalvo Uzeda «La storia è una monotona ripetizione; gli uomini sono stati, sono e sa- ranno sempre gli stessi. Le condizioni esteriori mutano; certo tra la Sicilia di prima del Sessanta, ancora quasi feudale, e questa d’oggi pare ci sia un abisso; ma la differenza è tutta esteriore."



giovedì 17 luglio 2014

Gogol. Le anime morte. E si palesò chiaramente che genere di creatura sia l'uomo: saggio, intelligente e assennato in tutto quello che tocca gli altri, ma non se stesso. Che lungimiranti, ben fondati consigli sa porgere nei casi difficili della vita! – Che testa perspicace! – grida la folla: – che carattere incrollabile! – Ma lascia che su questa testa perspicace s'abbatta qualche sciagura, e che venga a trovarsi lui in persona nei casi difficili della vita, e vedrete dove va a finire tanto carattere! s'è già bell'e smarrito, l'uomo incrollabile, e n'è scappato fuori un miserevole pusillo, un inconsistente, debole fanciullo, o semplicemente un minchione, come diceva Nozdrëv

L'ispettore generale. Incipit.
Sindaco: Vi ho riuniti, signori, per comunicarvi una notizia estremamente spiacevole.
Sta per arrivare un ispettore.
Ammos Fëdorovič: Come un ispettore?
Artemij Filippovič: Che ispettore?
Sindaco: Un ispettore di Pietroburgo. In incognito. E per di più in missione segreta.
Nikolaj Vasil'evič Gogol', L'ispettore generale,
traduzione di Cristina Moroni e Luca Doninelli, Garzanti, 2009

Gogol', L'ispettore generale
http://www.larici.it/culturadellest/letteratura/gogol/gogol_ispettore.pdf



Fece anche qualcos’altro. Fece la cosa peggiore che uno scrittore potesse fare in quelle circostanze: cominciò a spiegare a mezzo stampa i punti del suo lavoro che i critici avevano o trascurato o rivolto contro di lui. Gogol’, essendo Gogol’ e vivendo in un mondo a specchio, aveva la speciale abilità di pianificare per intero le proprie opere dopo averle scritte e pubblicate. E così fece con Il revisore. Vi aggiunse una sorta di epilogo in cui spiegava che il vero Revisore che si profila di lontano alla fine dell’ultimo atto è la Coscienza dell’uomo mentre gli altri personaggi sono le Passioni che albergano nelle nostre Anime. In altre parole, si doveva credere che queste passioni erano simboleggiate da funzionari di provincia grotteschi e corrotti e che la Coscienza più elevata era simboleggiata dal Governo.
[Vladimir Nabokov, Nikolaj Gogol’, a cura di Cinzia De Lotto e Susanna Zinato, Milano, Adelphi 2014, p. 62]
http://www.paolonori.it/argomenti/vladimir-nabokov/


Italia – magnifico paese!
Per te l'anima geme e si strugge...
(citato in Quattro poeti russi per l'Italia, a cura di Mirella Meringolo, Poesia, n. 193 aprile 2005, Crocetti Editore)“

“Riderò la mia amara risata.”
epitaffio sulla sua tomba presso il Cimitero di Novodevičij, Mosca



“L'occhio sinistro non ammiccava ormai più, ma uno dei sopraccigli era ancora alzato con un'espressione interrogativa. Che cosa desiderava sapere il defunto: perché fosse morto o perché era vissuto? Iddio solo lo può sapere.”
Nikolaj Gogol
(Storia del capitano Kopèikin; 2003, pp. 232-233)“


Sul modo di curare i malati, io e Christian Ivanovič abbiamo adottato un principio infallibile: assecondare il più possibile il corso della natura. Perché usare tutti quei farmaci che costano un occhio della testa? L'uomo è un essere semplice: se deve morire, muore lo stesso; se deve riprendersi, si riprende.
Nikolaj Gogol, Artemij Filippovič: I, I; p. 13


La bellezza fa autentici miracoli. Ogni difetto morale di una bella donna, lungi dal generare repulsione, diventa invece al massimo grado attraente; il vizio stesso spira leggiadria; ma scompaia la bellezza, e una donna dovrà essere venti volte più intelligente di un uomo per attirarsi, non dico amore, ma almeno stima.
Nikolaj Gogol, La Prospettiva; 2000, p. 147


Un giorno, mentre egli andava distratto, per poco non gli ando' addosso il calesse di un certo signore polacco, e il cocchiere che sedeva a cassetta coi suoi formidabili baffi, gli diede un ben aggiustato colpo di frusta. Il giovine collegiale montò in collera: con un ardimento insensato egli afferrò con la sua mano una delle ruote di dietro, e fece fermare il calesse. Ma il cocchiere, per paura di una rappresaglia, frustò i cavalli; questi tirarono... e Andrea che per sua fortuna s'era affrettato a staccare la mano, stramazzò a terra, addirittura con la faccia nel fango. La più sonora e armoniosa risata risuonò sopra di lui. Levando lo sguardo, egli vide affacciata a una finestra una ragazza, bella come finora da quando era al mondo non ne aveva ancora veduta nessuna: dagli occhi neri, dalle carni bianche come la neve illuminata dal sole rosseggiante del mattino. Ella rideva proprio di gusto, e il riso dava più vivo risalto alla sua bellezza abbagliante. Egli rimase sconcertato. La guardava come fuori di sé, mentre distrattamente cercava di pulirsi il viso dal fango e se ne imbrattava sempre peggio. Chi poteva essere quella bellezza?
Nikolaj Gogol


Tu hai talento, il talento è il più prezioso dono di Dio: non sciuparlo. Ricerca, studia ogni cosa vedi, sottomettila al tuo pennello, ma sappi sempre disvelare l'idea che vi si cela, e massimamente adoperati al fine di attingere al sublime mistero della creazione. Beato l'eletto che vi ha accesso. Non vi è per lui in tutta la natura oggetto vile. […] Preserva la purezza dell'anima tua. Colui che racchiude in sé il talento deve essere tra tutti il più puro d'anima. Ad altri vien molto perdonato, ma a lui non è dato perdono.
Nikolaj Gogol, Il Ritratto


L'imperatrice rilevò che non è sotto i regimi monarchici che si soffocano gli alti e nobili moti dell'animo, si disprezzano e perseguitano le creazioni dello spirito, della poesia e delle arti; che al contrario solo i monarchi le dilessero; che gli Shakespeare, i Molière, fiorirono sotto il loro generoso usbergo, laddove Dante non poté trovare angolo di terra che lo reggesse nella sua patria repubblicana; che i veri geni sorgono nelle epoche di splendore e di potenza dei sovrani e degli imperi, e non nelle epoche di disordinati movimenti politici e di agitazione repubblicana, le quali finora non hanno dato al mondo un solo poeta; […].
Nikolaj Gogol, Il ritratto, II; 2000, pp. 96 sg.



“Che forza strana e ammaliante, e trascinante, e piena d'incantesimo in questa parola: viaggio!
E com'è pieno esso stesso d'incantesimo, il viaggio!”
Nikolaj Gogol


“E si palesò chiaramente che genere di creatura sia l'uomo: saggio, intelligente e assennato in tutto quello che tocca gli altri, ma non se stesso. Che lungimiranti, ben fondati consigli sa porgere nei casi difficili della vita! – Che testa perspicace! – grida la folla: – che carattere incrollabile! – Ma lascia che su questa testa perspicace s'abbatta qualche sciagura, e che venga a trovarsi lui in persona nei casi difficili della vita, e vedrete dove va a finire tanto carattere! s'è già bell'e smarrito, l'uomo incrollabile, e n'è scappato fuori un miserevole pusillo, un inconsistente, debole fanciullo, o semplicemente un minchione, come diceva Nozdrëv.”
(I, 10; 1977, p. 209)“



Prendete con voi nel viaggio, uscendo dai dolci anni giovanili verso la severa maturità che indurisce, prendete con voi tutti i sentimenti umani, non lasciateli per strada, perché poi non li raccogliereste più!
Nikolaj Gogol, Le anime morte



“La sete di possedere è causa di ogni male:
fu per essa che accaddero tutti i fatti che il mondo chiama poco puliti.”
Nikolaj Gogol, Le anime morte


“Vedere il mondo, l'agitarsi turbinoso della gente è, per così dire, come leggere un libro vivente, come imparare una nuova scienza.” 
Nikolaj Gogol, Le anime morte


Conservare in mezzo a qualsiasi amarezza l'alta serenità che non deve mai abbandonare l'uomo - ecco che cosa chiamava intelligenza. 
Nikolaj Gogol, Le anime morte


Noialtri, vedete, ci siamo civilizzati, abbiam frequentato l'università: eppure, a che siamo buoni? Dite, che cosa ho imparato io? A vivere regolatamente non solo non ho imparato, ma peggio ancora, ho imparato l'arte di buttar via il piú denaro possibile in ogni sorta di nuove raffinatezze e comforts, e ho fatto l'abitudine a oggetti d'un certo genere, che per averli ci vuol del denaro. Forse perché io non ho studiato con profitto? No, giacché lo stesso è accaduto anche agli altri compagni. Due, tre fra tutti ne han ricavato un'utilità reale, ma anche questo, forse, perché erano di per sé intelligenti: tutti gli altri, vedete, non fanno che affaticarsi a imparare ciò che rovina la salute e scrocca il denaro. Verità di Dio! E sapete che mi viene in mente? Certe volte, credete, mi fa l'impressione che l'uomo russo sia in certo modo un uomo perduto. Vorremmo far tutto, e non riusciamo a far nulla. Sempre ti dici che da domani comincerai una nuova vita, da domani ti metterai a regime; e nulla ne vien fuori: quella sera stessa farai una scorpacciata tale, che sarai buono soltanto a sbattere gli occhi, e non potrai neppure rigirar la lingua: starai lí come un allocco, guardandoti intorno: questo è garantito! E tutti cosí. 
(II, 4; 1977, p. 328)

“Pensi sempre che da domani comincerà una nuova vita, da domani farai tutto come si deve, da domani ti metterai a dieta - nemmeno per sogno: prima di sera ti sei talmente rimpinzato che non fai che sbattere le palpebre e hai la lingua impastata, siedi guardandoti intorno come un allocco - davvero, e così fanno tutti.” 
Nikolaj Gogol, Le anime morte

“Per quanto stupide siano le parole di uno sciocco, talvolta bastano per confondere un uomo intelligente.”
Nikolaj Gogol, Le anime morte


“Tutti noi abbiamo la piccola debolezza di essere un pochino indulgenti con noi stessi, mentre cerchiamo piuttosto fra il prossimo qualcuno su cui sfogare la nostra irritazione, per esempio un servo, un impiegato nostro dipendente capitatoci a tiro in quel momento, la moglie, oppure, infine, la sedia che viene scagliata chissà dove, fin contro la porta, tanto che ne volano via il bracciolo e lo schienale: che sappia che cosa vuol dire la collera.” 
Nikolaj Gogol, Le anime morte



“Ogni popolo, poiché reca in sé il segno delle proprie forze, colmo delle facoltà creative del suo proprio spirito, delle proprie splendenti caratteristiche e degli altri doni di Dio, si è a suo modo distinto con una particolare loquela. Qualsiasi concetto esprima, rivela nell'espressione usata un aspetto del carattere nazionale. Perspicacia e saggio intendimento della vita rivela la loquela britannica; con lieve eleganza brilla e si disperde l'effimera parola francese; ingegnosamente escogita la sua, secca ed acuta, non a tutti accessibile, il tedesco; ma non c'è parola che abbia lo slancio ardito, che scaturisca dal fondo del cuore, che ferva e palpiti di vita, quanto una parola russa detta a proposito.” 
Nikolaj Gogol, Le anime morte


“Vi sono, per ciascun uomo, dati discorsi, che gli riescono in qualche modo più vicini e più connaturati degli altri discorsi. E spesso, quando meno ce l'aspettiamo, in chissà che cieco, sperduto angolo di mondo, in chissà che solitudine selvaggia, incontri un uomo, la calda conversazione del quale ti fa scordare le impraticabili strade, e lo scomodo dei pernottamenti, e lo smodato tumulto contemporaneo, e la falsità degl'inganni che ingannano l'umanità. E al vivo ti s'incide dentro, una volta per sempre e in eterno, quella sera passata a quel modo, e tutto ne serba la fedele memoria: chi era presente, e in che posto sedeva ognuno, e che cosa si aveva tra mano, e le pareti, i cantoni, ogni inezia.” 
Nikolaj Gogol, Le anime morte


Che uomo strano, questo Cìcikov!», pensò Tentiètnikov.
«Che uomo strano, questo Tentiètnikov!», penso Cìcikov. 
Nikolaj Gogol (I; 2003, p. 337)

“L'esempio è più forte delle buone regole.”
Nikolaj Gogol, Le anime morte (Cìcikov: [... ]; 2003, p. 427)

Bada, Pavlus'ka, studia, non fare sciocchezze, non combinare guai, ma soprattutto cerca di compiacere i maestri e superiori. Se sarai gradito ai superiori, anche se non riuscirai nello studio, perché Iddio non ti ha dato ingegno, farai strada ugualmente e supererai tutti gli altri. Non bazzicare i compagni, non t'insegnerebbero niente di buono: e se proprio lo dovrai, frequenta quelli più ricchi, perché in caso di bisogno possono riuscirti utili. Non offrire niente a nessuno, ma fa piuttosto in modo che gli altri offrano a te, e soprattutto risparmia e conserva il soldino, che è la cosa più sicura che ci sia al mondo. Farai quello che vorrai e sfonderai dappertutto, se avrai danaro. 
Nikolaj Gogol (il padre di Cìcikov: XI; 2003, p. 250)


“E su quel viso di legno scivolò ad un tratto non so che tiepido raggio, si rivelò non un sentimento, ma il pallido riflesso di un sentimento, un'apparizione simile all'inatteso affiorare alla superficie dell'acqua di un uomo che sta per annegare, la cui vista suscita un grido di gioia nella folla ferma sulla riva: ma invano i fratelli e le sorelle, che si erano rallegrati, gettano una corda dalla riva, aspettando che appaiano nuovamente la schiena e le braccia stanche di lottare; quell'apparizione è stata l'ultima, tutto è silenzio, ancora più terribile e desolata, dopo quel moto, è la quieta superficie delle acque indifferenti. Così il viso di Plius'kin, dopo il sentimento che per un attimo vi si era rivelato, divenne ancor più insensibile e ottuso.”  
Nikolaj Gogol, Le anime morte
(VI; 2003, p. 139)“


E si palesò chiaramente che genere di creatura sia l'uomo: saggio, intelligente e assennato in tutto quello che tocca gli altri, ma non se stesso. Che lungimiranti, ben fondati consigli sa porgere nei casi difficili della vita! – Che testa perspicace! – grida la folla: – che carattere incrollabile! – Ma lascia che su questa testa perspicace s'abbatta qualche sciagura, e che venga a trovarsi lui in persona nei casi difficili della vita, e vedrete dove va a finire tanto carattere! s'è già bell'e smarrito, l'uomo incrollabile, e n'è scappato fuori un miserevole pusillo, un inconsistente, debole fanciullo, o semplicemente un minchione, come diceva Nozdrëv.
Nikolaj Gogol, Le anime morte



Felice lo scrittore che, lasciando in disparte i caratteri noiosi, ripugnanti, quelli che colpiscono per la loro triste realtà, affronta i caratteri in cui si rilevano le più alte qualità dell'uomo; lo scrittore che dal profondo gorgo delle mulinanti figure quotidiane sceglie alcune rare eccezioni, e non abbandona un istante il tono elevato della sua lira, non si abbassa dalla sua altezza alle miserie, alle nullità dei suoi confratelli, e senza toccar terra, s'abbandona alle sue aeree, sublimate figure. Doppiamente invidiabile è la sua splendida sorte: egli se ne sta fra quelle come in una propria famiglia, e nello stesso tempo ampia, sonora si diffonde la sua gloria. Egli vela d'un fumo inebbriante gli occhi degli uomini; egli è un meraviglioso lusingatore, che nasconde loro il triste della vita, e mostra l'uomo nella luce più bella. Tutto il mondo, plaudendo, lo segue e si slancia dietro la sua traccia trionfale. Eccelso, universale poeta lo acclamano, librato ben alto su tutti gli altri geni del mondo, come si libra l'aquila sugli altri altovolanti. Al solo nome di lui già un palpito invade i focosi cuori dei giovani; lacrime gli rispondono, scintillanti, da tutti gli occhi... Non c'è nessuno che gli sia pari in potenza: egli è un Dio! Ma non questa è la sorte, e ben altro è il destino dello scrittore che osa evocare alla luce tutto quello che abbiam sempre sott'occhi, e che gli occhi indifferenti non percepiscono: tutto il tremendo, irritante sedimento delle piccole cose che impastoiano la nostra vita, tutta la profondità dei gelidi, frammentari, banali caratteri di cui ribolle, amaro e a tratti tedioso, il nostro viaggio terreno; e colla salda forza dell'implacabile cesello osa prospettarli ben in rilievo e in limpida luce agli occhi del mondo! Non a lui è riserbato raccogliere gli applausi delle folle, non a lui scorgere le lacrime di riconoscenza e il concorde entusiasmo degli spiriti da lui commossi; non a lui balzerà incontro la giovinetta sedicenne dalla fantasia esaltata e dall'eroico slancio; non a lui l'obliarsi del dolce incanto dei suoni da lui stesso creati; non lui, infine, sfuggirà al giudizio del proprio tempo, all'ipocritamente insensibile giudizio del proprio tempo, che proclamerà insignificanti e grette le creazioni da lui accarezzate, gli assegnerà un cantuccio vile fra gli scrittori che offendono l'umanità, gli attribuirà il carattere dei personaggi da lui stesso raffigurati, gli negherà cuore, e anima, e la divina fiamma del genio: giacché non riconosce, il giudizio contemporaneo, che sono allo stesso titolo mirabili le lenti che contemplano i soli e quelle che rendono i movimenti degl'invisibili microorganismi; non riconosce, il giudizio contemporaneo, che grande profondità di spirito occorre a illuminare una scena tolta dalla vita vile, ed elevarla a perla della creazione; non riconosce, il giudizio contemporaneo, che l'alto, ispirato riso è degno di stare a paro con l'alto impeto lirico, e che un abisso lo divide dalle smorfie del pagliaccio da fiera. Non riconosce questo, il giudizio contemporaneo, e tutto inscrive a carico e a rampogna del misconosciuto scrittore: senza consensi, senza echi, senza simpatie, egli, come il viaggiatore senza famiglia, si ritrova solo lungo la strada. Aspro è il corso della sua vita, e amaramente egli sente la sua solitudine.
Nikolaj Gogol, Le anime morte


Soltanto allora, con rammarico, ci s’accorse che il defunto possedeva per l’appunto un’anima, sebbene, nella sua modestia, non l’avesse mai dato a vedere. E frattanto la morte si mostrava altrettanto terribile in un piccolo uomo, quanto terribile si mostra in un uomo grande; quello stesso che fino a poc'anzi camminava, si muoveva, giocava al whist, firmava le varie carte, e appariva così di frequente tra i funzionari colle sue fitte sopracciglia e l’occhio ammiccante, adesso stava coricato lì sulla tavola, e l’occhio sinistro non ammiccava più: il sopracciglio solo era ancora sollevato, con un’espressione quasi interrogativa. Che cosa il defunto domandasse: perché era morto, o perché era vissuto - Iddio soltanto lo può sapere.
Nikolaj Gogol, Le anime morte


[...] rannicchiandosi sotto la coperta, s'addormentò profondamente, pesantemente, s'addormentò di quel sonno mirabile, di cui dormono solo i fortunati che non sanno che siano né emorroidi, né pulci, né troppo elevate capacità intellettuali.
Nikolaj Gogol, Le anime morte


Anche negli annali universali dell'umanità vi sono addirittura molti secoli, che, si direbbe, andrebbero cancellati e annullati, come superflui. Molti errori si sono compiuti a questo mondo, tali che, si direbbe, ora non li farebbe neppure un bambino. Che strade tortuose, cieche, anguste, impraticabili, lontane dal giusto orientamento, ha scelto l'umanità nel suo conato di pervenire alla verità eterna, mentre pure aveva innanzi tutta aperta la retta via, simile a quella che conduce alle splendide stanze, destinate all'imperatore in una reggia! Piú larga di tutte l'altre vie, piú fastosa era questa, rischiarata dal sole e illuminata tutta notte dai fuochi: ma fuori di essa, nella fitta oscurità, ha proceduto il flusso degli uomini. E quante volte, già guidati da un pensiero che scendeva dai cieli, essi hanno ancora saputo deviare e smarrirsi, hanno saputo nel pieno fulgore del giorno cacciarsi un'altra volta nei fondi impraticabili, hanno saputo un'altra volta spandersi l'un l'altro negli occhi una cieca nebbia, e vagando dietro ai fuochi fatui, hanno pur saputo spingersi fin sull'orlo dell'abisso, per poi, inorridendo, domandarsi l'un l'altro: – Dov'è l'uscita? dov'è la via? – Ora tutto appare chiaro alla generazione che passa, e si meraviglia degli errori, ride della semplicità dei suoi antenati, e non vede che un fuoco celeste irradia tutti questi annali, che grida da essi ogni lettera, e che di là, penetrante, un dito s'appunta proprio su essa, su essa, la generazione che passa. Ma ride la generazione che passa, e sicura di sé, orgogliosa, dà inizio a una nuova serie di errori, sui quali a loro volta rideranno i posteri.
Nikolaj Gogol, Le anime morte


Tutto può essere vero, tutto può accadere in un uomo. Colui che è ora un giovane ardente si ritrarrebbe inorridito alla vista di se stesso vecchio. Prendete con voi, quando uscite dai teneri anni giovanili e vi incamminate verso la rude maturià che indurisce, prendete con voi tutti i moti gentili dell’animo, non abbandonateli lungo il cammino, non potreste più ritrovarli! Minacciosa, terribile è la vecchiaia che avanza e non restituisce mai nulla. La tomba è più misericordiosa, sulla tomba è scritto “Qui è sepolto un uomo”, mentre nulla si può leggere nei freddi insensibili lineamenti di una disumana vecchiezza.
Nikolaj Gogol, Le anime morte



Cosí diranno molti lettori, e rimprovereranno l'autore d'inverosimiglianza, o daranno dell'imbecille ai poveri funzionari, giacché l'uomo è generoso di questa parola imbecille, e pronto a somministrarla venti volte al giorno al suo prossimo. È sufficiente, di dieci lati, averne uno un po' sciocco, per esser spacciato imbecille a onta dei nove buoni. Ai lettori riesce facile trinciar giudizi guardando dal loro angolo tranquillo, da una sommità da cui è tutta aperta la visuale su tutto quanto avviene in basso, dove l'uomo scorge soltanto gli oggetti vicini. Anche negli annali universali dell'umanità vi sono addirittura molti secoli, che, si direbbe, andrebbero cancellati e annullati, come superflui. Molti errori si sono compiuti a questo mondo, tali che, si direbbe, ora non li farebbe neppure un bambino. Che strade tortuose, cieche, anguste, impraticabili, lontane dal giusto orientamento, ha scelto l'umanità nel suo conato di pervenire alla verità eterna, mentre pure aveva innanzi tutta aperta la retta via, simile a quella che conduce alle splendide stanze, destinate all'imperatore in una reggia! Piú larga di tutte l'altre vie, piú fastosa era questa, rischiarata dal sole e illuminata tutta notte dai fuochi: ma fuori di essa, nella fitta oscurità, ha proceduto il flusso degli uomini. E quante volte, già guidati da un pensiero che scendeva dai cieli, essi hanno ancora saputo deviare e smarrirsi, hanno saputo nel pieno fulgore del giorno cacciarsi un'altra volta nei fondi impraticabili, hanno saputo un'altra volta spandersi l'un l'altro negli occhi una cieca nebbia, e vagando dietro ai fuochi fatui, hanno pur saputo spingersi fin sull'orlo dell'abisso, per poi, inorridendo, domandarsi l'un l'altro: – Dov'è l'uscita? dov'è la via? – Ora tutto appare chiaro alla generazione che passa, e si meraviglia degli errori, ride della semplicità dei suoi antenati, e non vede che un fuoco celeste irradia tutti questi annali, che grida da essi ogni lettera, e che di là, penetrante, un dito s'appunta proprio su essa, su essa, la generazione che passa. Ma ride la generazione che passa, e sicura di sé, orgogliosa, dà inizio a una nuova serie di errori, sui quali a loro volta rideranno i posteri.
(I, 10; 1977, p. 210)



“Il lettore non deve dunque irritarsi con l'autore se i personaggi apparsi fin qui non hanno incontrato i suoi gusti: la colpa è di Číčikov: qui egli è padrone assoluto, e dove pare a lui, anche noi dobbiamo trascinarci. Da parte nostra, se proprio ci sarà rivolta l'accusa che i personaggi e i caratteri sono squallidi e difformi, diremo soltanto che mai, da principio, si può cogliere per intero l'ampio andamento e le proporzioni d'un'opera.”
(I; 11; 1977, p. 241)


“È piú che dubbioso che l'eroe da noi scelto sia piaciuto ai lettori. Alle signore non piacerà, questo si può dir di sicuro, giacché le signore esigono che l'eroe sia una perfezione assoluta, e basta che abbia, nell'anima o nel corpo, una qualsiasi macchiolina – apriti cielo! Per quanto profondo sia sceso in lui lo sguardo dell'autore, per quanto abbia reso con piú nettezza d'uno specchio la sua immagine, non gliene riconosceranno il minimo pregio. La stessa complessione pienotta e la mezza età di Číčikov gli saranno di grave pregiudizio: la complessione pienotta non verrà a nessun patto perdonata al nostro eroe, e moltissime signore, torcendo il viso dall'altra parte, diranno: – Pfu! com'è detestabile! – Ahimè, son tutte cose che l'autore sa bene; e, nonostante tutto, egli non può scegliere per suo eroe un uomo virtuoso. Ma... chissà, nel corso di questa stessa narrazione, si faranno sentire altre corde, non tocche fin qui; verrà a risaltare la smisurata ricchezza dello spirito russo; apparrà un uomo dotato di virtú sovrumane, o una di quelle prodigiose giovinette russe, come altrove non se ne trovano al mondo, in tutta la stupenda bellezza della sua anima femminile, tutta aspirazioni magnanime e spirito di sacrificio. E morti sembreranno, di fronte a loro, tutti gl'individui virtuosi dell'altre stirpi, com'è morto un libro di fronte alla viva parola! Si solleveranno i moti propri dell'indole russa... e si vedrà quanto a fondo sia penetrato nella natura slava ciò che ha sfiorato appena la natura degli altri popoli... Ma a che scopo parlare di quello che è innanzi? Non si conviene all'autore, che è un uomo educato ormai da gran tempo alla severa vita interiore e alla fredda lucidità della solitudine, lasciarsi trasportare come un giovanotto. A ogni cosa il suo turno, e il suo luogo, e il suo tempo! Ma l'uomo virtuoso, no, non l'abbiamo scelto a nostro eroe. E possiamo anche dire perché non l'abbiamo scelto. Perché è tempo, una buona volta, di concedere un po' di riposo al povero uomo virtuoso; perché a vuoto gira su tutte le labbra la parola uomo virtuoso; perché hanno ridotto a un cavallo l'uomo virtuoso, e non c'è scrittore che non ci scarrozzi, incitandolo colla frusta, o qualunque altra cosa gli capiti; perché hanno talmente massacrato l'uomo virtuoso, che ormai non c'è piú in lui neppur l'ombra della virtú – gli sono restate le coste e la pelle, al posto del corpo; perché ipocritamente si fa venire in ballo l'uomo virtuoso; perché non si rispetta, l'uomo virtuoso. No, è tempo, una buona volta, d'attaccare alle stanghe anche un farabutto. Suvvia dunque, attacchiamo questo farabutto!”
Nikolaj Gogol
(I, 11; 1977, p. 223)


“Ah, Pavel Ivànovič, Pavel Ivànovič! che uomo sarebbe potuto uscir da voi, se appunto cosí, colla forza e la pazienza, aveste lottato sulla buona strada, mirando a uno scopo migliore! Dio mio, quanto bene avreste potuto fare! Oh se qualcuno soltanto di coloro che amano il bene compissero altrettanti sforzi per esso, quanti se ne compiono per procacciarsi il centesimo, e sapessero sacrificare al bene ogni amor proprio, ogni ambizione, senza pietà di se stessi, come voi non avete avuto pietà di voi stesso nel procacciarvi il vostro centesimo: Dio mio, come fiorirebbe la nostra terra!... Pavel Ivànovič, Pavel Ivànovič! Il peggio non è che vi siate reso colpevole di fronte agli altri: il peggio è che di fronte a voi stesso vi siete reso colpevole, di fronte alla ricchezza di forze e di doni, che vi erano toccati in sorte. Il destino vostro era d'essere un grand'uomo; e voi invece vi siete degradato e perduto.”
(II, [... ]; 1977, p. 356)


Non sarà fuor di luogo notare che nella conversazione d'entrambe le signore venivano a mescolarsi moltissime parole straniere, e a volte, in blocco, lunghe frasi francesi. Ma per quanto l'autore sia pieno di rispetto per gl'insignì benefizi che la lingua francese arreca alla Russia; per quanto sia pieno di rispetto per la lodevole consuetudine della nostra alta società, che si esprime in francese a tutte le ore della giornata, ciò che in fondo è da attribuire a un profondo senso d'amor patrio; pure, nonostante tutto, non sa risolversi in alcun modo a introdurre una frase di qualsivoglia lingua straniera in questo suo russo poema. E così, continueremo pur sempre in russo.
(I, 9; 1977, pp. 182-3)


Gli tremavano le ginocchia; i sensi, i pensieri ardevano; un lampo di gioia gli trafisse il cuore con un aculeo insopportabile. No, ormai non era più un sogno! Dio! Quanta felicità in quell'attimo!
Che vita stupenda in due minuti!
Nikolaj Gogol, La prospettiva Nevskij



Da tempo avevo il sospetto che i cani fossero più intelligenti degli uomini; ed ero perfino convinto che potessero parlare, ma che, soltanto, ci fosse in loro una specie di cocciutaggine. Sono dei grandi politiconi: osservano ogni cosa, non perdono una sola mossa di una persona.
Nikolaj Gogol, Il diario di un pazzo, in "I racconti degli Arabeschi"


Allora il senato, composto di teologi e filosofi, spediva grammatici e retori, armati di sacchi, al comando di un qualche filosofo – a volte anche questi prendeva parte diretta all'azione – a far man bassa negli orti altrui: ed ecco che al Seminario compariva la minestra di zucche. I senatori si impinguavano talmente di meloni e cocomeri che, il giorno dopo, i capiclasse risentivano loro due lezioni anzi che una: ché l'una usciva fuor dalla bocca, l'altra gorgogliava nel ventre senatoriale. Ginnasiali e seminaristi portavano certe parvenze di gabbane che giungevano loro insino all'era presente: termine tecnico che stava a dire, al di là dei calcagni.
Nikolaj Gogol  (Mirgorod, p. 281)


Agafija Fedoseevna aveva una scuffia sul capo, tre verruche sul naso, e una vestaglia color caffè a fiori gialli. I suoi fianchi parevano un mastello, e perciò ritrovarne la cinta sarebbe stato arduo altrettanto come vedersi il naso senza lo specchio; le gambe le aveva assai corte, e a foggia di due cuscini. Spettegolava, e mangiava barbabietole lesse al mattino, e possedeva l'arte di leticare in modo perfetto; e nel corso di tutte queste molteplici cure mai un solo momento il suo viso cambiava espressione; cosa di cui, per solito, sono capaci soltanto le donne.
Nikolaj Gogol  (Mirgorod, p. 317)


Non questo è ciò che v'è di piú mirabile al mondo:
il lieto in un baleno si converte in triste, se appena un po' a lungo ti ci fermi innanzi; e Allora Dio sa che cosa ti potrebbe frullar per la testa. Chissà, potresti addirittura finire a pensare: «Ma in fin dei conti, soltanto la Koròbočka sta cosí in basso sulla scala infinita della perfettibilità umana? È proprio tanto grande l'abisso che la divide dalla sorella inaccessibile fra le pareti d'una casa aristocratica, con infiorate scale di ghisa, bronzi splendenti, legni preziosi e tappeti, mentre sbadiglia su un libro che si forza a finire, in attesa d'una visita mondano-intellettuale, durante la quale avrà campo di far scintillare il suo spirito e di metter fuori pensieri imparati a memoria, pensieri che secondo le leggi della moda interessano la città per la durata d'una settimana: pensieri che non riguardano già quel che avviene in casa sua e nei suoi possedimenti, trascurati e in isfacelo per l'insipienza dei padroni, bensí quale rivolgimento politico stia preparandosi in Francia, o quale indirizzo abbia preso il cattolicesimo di moda?» Ma avanti, avanti! Perché parlare di questo? Ma perché, dunque, proprio nei momenti che non si pensa a nulla, e si è allegri, senza inquietudini, d'improvviso, per conto suo, ci traversa un'altra bizzarra corrente? Ancora il riso non ha fatto in tempo a sparire del tutto dal volto, e già sei diventato un altro fra le stesse persone di poc'anzi, già un'altra luce t'illumina il volto...
Nikolaj Gogol
(I, 3; 1977, pp. 55-6)


Vi sono persone che esistono in questo mondo non già come un oggetto a sé, ma come supplementari moscature o screziature d'un dato oggetto. Se ne stanno sedute sempre a quel posto, tengono sempre in quella posizione la testa: stai lí lí per scambiarle per un mobile, e pensi che da quando sono nate non è uscita mai una parola da quelle labbra. E invece in qualche altro luogo, nelle stanze delle cameriere, o in dispensa, verrà fuori né piú né meno... ohoh, oh!
Nikolaj Gogol, Le anime morte
(I, 5; 1977, p. 95)



E si copriva la faccia colle mani, il povero giovane, e molte volte, in seguito, durante la sua vita, tremò vedendo quanta inumanità sia nelle creature umane, quanta feroce volgarità si nasconda nella mondanità raffinata e illuminata, e, Dio mio! persino negli uomini che il mondo tiene per nobili e onesti.
(Il mantello; 2000, p. 184



L'intreccio del Cappotto è molto semplice. Un povero impiegatuccio prende una grande decisione e ordina un cappotto nuovo. Il cappotto, mentre è in lavorazione, diventa il sogno della sua vita. Ma la prima sera che lo indossa glielo rubano in una strada buia. Muore di dolore e il suo fantasma incombe sulla città. (...) L'arte di Gogol', quale ce la rivela il Cappotto, suggerisce che le rette parallele non solo possono incontrarsi, ma possono contorcersi e aggrovigliari nei modi più pazzeschi, come due pilastri riflessi nell'acqua s'abbandonano alle più tremolanti contorsioni purche ci sia la necessaria increspatura. Il genio di Gogol' è esattamente questa increspatura - due e due fanno cinque, se non la radice quadrata di cinque, e tutto questo avviene in modo naturale nel mondo gogoliano, dove non si può seriamente sostenere la matematica razionale o qualunque accordo pseudofisico con noi stessi."
Vladimir Nabokov


Solamente, se lo scherzo era troppo insopportabile, quando gli urtavano il braccio, impedendogli di lavorare, diceva: «Lasciatemi in pace, perché mi offendete?»
Nikolaj Gogol, Il cappotto, Il cappotto


“Vedete fino a qual punto, nella Santa Russia, tutti sono contaminati dall'imitazione:
ciascuno mette in ridicolo il proprio superiore – e poi lo scimmiotta".
Nikolaj Gogol, Il cappotto, p. 456


“Di questo sarto non occorrerebbe certo dir molto, ma poiché è ormai invalso l'uso che in un racconto venga dichiarato appieno il carattere di ciascun personaggio, così non v'è nulla da fare: serviamo, allora, in tavola anche questo Petrovič!” 
Nikolaj Gogol, Il cappotto, p.  445


“E Pietroburgo rimase senza Akakij Akakievič, come se non ci fosse mai neanche esistito. Si dileguò, scomparve un essere che non era protetto da nessuno, a nessuno caro, e che non interessava nessuno; che non aveva richiamato su di sé l'attenzione neppure del naturalista, il quale non manca di infilzare nello spillo anche una comune mosca e studiarla al microscopio; un essere che aveva sofferto umilmente ogni beffa dei compagni d'ufficio, e che era disceso nella tomba senza aver compiuto nulla di notevole nella vita, ma a cui, tuttavia, sia pure all'estremo declino della vita, era comparso fuggevolmente l'ospite luminoso nelle parvenze di un cappotto, ravvivando per un fugace istante la sua misera esistenza; ma sul cui capo si era poi abbattuta ineluttabilmente la sventura, così come essa si abbatte sopra i potenti della terra!...”
Nikolaj Gogol, Il cappotto, p.  459


“Per un bel pezzo ancora Nozdriòv non scomparirà dal nostro mondo; è dappertutto fra di noi e, forse, porta soltanto un'altra giacca; ma la gente è leggera e superficiale: un uomo con un'altra giacca le sembra un uomo diverso.” (IV; 2003, p. 80)
Nikolaj Gogol


Nikolaj Gogol, Il cappotto.
In un ministero... ma è meglio non dire in quale. Non c'è nulla di più suscettibile dei ministeri, dei reggimenti, degli uffici e, insomma, d'ogni sorta di corpo burocratico. Al giorno d'oggi, ormai, ogni privato cittadino ritiene che in esso venga offesa tutta la società.
[...] Quando e in qual modo Akakij Akakievic fosse entrato al ministero e chi ve l'avesse messo, è una cosa che nessuno ricordava. Per quanti direttori e vari superiori cambiassero, videro sempre lui allo stesso posto, nella stessa posizione, con le stesse funzioni, sempre lo stesso impiegato copista, tanto che poi si persuasero che, evidentemente, doveva esser venuto al mondo così, già pronto con l'uniforme e con la calvizie sulla testa. Nel ministero non gli dimostravano alcuna stima. Non soltanto i custodi non si alzavano dal loro posti quando passava, ma nemmeno lo guardavano, come se attraverso l'anticamera fosse volata una semplice mosca. I superiori si comportavano con lui in un certo modo freddamente dispotico. Un qualsiasi aiutante del capoufficio gli ficcava letteralmente sotto il naso gli incartamenti, senza neppure dirgli «copiate», oppure «ecco un bell'affaruccio interessante» o insomma qualcosa di piacevole come si usa negli uffici dove c'è della buona educazione. E lui prendeva, guardando solo l'incartamento, senza badare a chi gliel'aveva messo lì e se ne avesse il diritto. Prendeva e subito si metteva a copiarlo. I giovani funzionari ridevano di lui e lo motteggiavano per quanto poteva l'arguzia burocratica, raccontavano in sua presenza vane storie inventate sul suo conto; per esempio dicevano che la sua padrona di casa, una vecchia settantenne, lo picchiava; o domandavano quando loro due si sarebbero sposati; oppure gli spargevano sulla testa pezzi di carta, dicendo che era neve. A questo però Akakij Akakievic non rispondeva con una sola parola, come se non avesse nessuno davanti a sé; e non si lasciava distrarre dalle sue occupazioni: in mezzo a tutte queste molestie non faceva un solo sbaglio nel copiare. Solo se lo scherzo era troppo insopportabile, se gli davano un colpo sul braccio disturbandolo nel suo lavoro, esclamava:
«Lasciatemi stare, perché mi offendete?» [...]
Nikolaj Gogol, Il cappotto.

Nikolaj Gogol, Il cappotto.
Sarebbe stato difficile trovare un uomo che vivesse così del suo lavoro.
È poco dire che egli prestava servizio con zelo; no, prestava servizio con amore.
Lì, in quel copiare, egli vedeva un certo mondo proprio, vario e piacevole.
La soddisfazione si dipingeva sulla sua faccia; alcune lettere erano le sue favorite e, quando vi s'imbatteva, non era più lui: ridacchiava, ammiccava, si aiutava con le labbra, sicché pareva che sulla sua faccia si potesse leggere ogni lettera che la sua penna vergava. Se l'avessero ricompensato in maniera proporzionata al suo zelo, con sua meraviglia egli sarebbe forse diventato persino consigliere di stato; mentre tutto ciò che aveva ottenuto, come si esprimevano gli spiritosi suoi compagni, era una mostrina all'occhiello e le emorroidi ai lombi. Del resto, non si può dire che non si facesse alcuna attenzione a lui. Un direttore che era un buon uomo e voleva ricompensarlo per il lungo servizio, ordinò di dargli qualcosa di più importante della solita copiatura; gli fu così ordinato di stendere, di una pratica già pronta, una relazione a un altro ufficio; si trattava soltanto di cambiare il titolo di testa e poi di portare alcuni verbi dalla prima persona alla terza. Ma questo gli costò una tale fatica che egli diventò tutto un sudore, si terse la fronte e alla fine disse:
«No, datemi piuttosto qualcosa da copiare.»
Da quella volta lo lasciarono per sempre al suo lavoro di copiatura.
Fuori del copiare sembrava che per lui non esistesse niente.
Non pensava affatto al proprio abito: l'uniforme che portava non era verde, ma di un certo colore rossiccio farinoso. Il colletto l'aveva così basso e stretto, che il collo, quantunque non fosse affatto lungo, uscendo da quel colletto pareva insolitamente lungo, come in quei gattini di gesso che muovono la testa e che venditori ambulanti russi sedicenti stranieri portano sul capo a decine intere.
E poi c'era sempre qualcosa appiccicato alla sua uniforme, una pagliuzza o un filo; per di più aveva la speciale arte, quando usciva in strada, di capitare sotto una finestra proprio nell'istante in cui da essa buttavano fuori ogni sorta di porcherie e perciò sul suo cappello non mancavano mai scorze di anguria e di melone e altre sciocchezzuole del genere. [...]
Arrivando a casa si sedeva subito a tavola, trangugiava alla svelta i suoi cavoli e mangiava un pezzo di manzo con la cipolla, senza rendersi conto del loro sapore; mangiava tutto questo insieme con le mosche e con tutto quello che Dio gli mandava in quel momento. Quando sentiva che lo stomaco cominciava a gonfiarsi, si alzava da tavola, tirava fuori una boccetta d'inchiostro e ricopiava qualche incartamento che s'era portato a casa. Se non ne aveva, faceva apposta, per il proprio piacere, una copia per sé, specialmente se l'incartamento era considerevole non tanto per l'eleganza dello stile, quanto per il fatto che si rivolgeva a qualche personaggio nuovo o importante. [...]


C'è a Pietroburgo un forte nemico di tutti coloro che ricevono quattrocento rubli all'anno di stipendio o giù di lì. Questo nemico non è altri che il gelo pietroburghese, sebbene qualcuno dica che sotto diversi aspetti sia assai salutare. Alle nove del mattino, precisamente nell'ora in cui le strade si riempiono di coloro che si recano ai ministeri, esso comincia a dare pizzicotti così energici e pungenti su tutti i nasi senza distinzione, che i poveri funzionari non sanno più dove infilarli. A quest'ora, quando anche a chi occupa le cariche più elevate duole la fronte per il gelo e vengono le lacrime agli occhi, i poveri consiglieri titolari sono talvolta completamente indifesi. L'unica salvezza consiste nel percorrere di corsa con il leggero paltoncino cinque o sei strade e poi pestare per bene i piedi in anticamera fino a quando tutte le facoltà e le doti naturali necessarie alle mansioni d'ufficio, congelatesi lungo la strada, non si disgelano per bene. Da qualche tempo Akakij Akakievià cominciava ad avvertire in modo particolarmente acuto, sulle spalle e sulla schiena, i rigori del gelo, benché si sforzasse di percorrere al più presto e di corsa il tragitto dalla casa all'ufficio. Alla fine si chiese se il suo cappotto non avesse qualche difetto. Dopo averlo accuratamente esaminato, a casa sua, scoprì che in due o tre posti, precisamente sulla schiena e sulle spalle, esso era diventato leggero come un velo: il panno s'era talmente liso che ci si vedeva attraverso e la fodera si sfilacciava. Bisogna sapere che anche il cappotto di Akakij Akakievié era oggetto delle derisioni dei colleghi; gli avevano persino negato il nobile nome di «cappotto» e lo chiamavano «vestaglia». In realtà esso aveva una strana caratteristica: ogni anno il suo colletto diventava sempre più piccolo, perché serviva per rattoppare le altre parti. Il rattoppo non rivelava alcun'arte da parte del sarto e l'effetto non era bello: sembrava un sacco cadente. [...] Secondo l'abitudine dei sarti quando sono al lavoro, i piedi erano nudi. La prima cosa che saltò agli occhi di Akakij Akakievié fu l'alluce, che egli conosceva assai bene, con un'unghia deformata, grossa e robusta come il guscio d'una tartaruga. Al collo di Petróvic pendevano numerosi fili di seta e sulle ginocchia era steso un cencio. Erano già almeno tre minuti che egli tentava d'infilare il filo nella cruna dell'ago, non ci azzeccava, e perciò era molto arrabbiato con l'oscurità e anche con il filo, e brontolava a mezza voce: «Non entra, il barbaro; m'hai proprio stancato, razza di farabutto!»
Ad Akakij Akakievié dispiacque d'essere arrivato proprio in un momento in cui Petróvic era infuriato: a lui piaceva ordinare qualcosa a Petróvic quando quest'ultimo era già un po' brillo o, come si esprimeva la moglie, «s'era abboffato di vodka, diavolo guercio». In quello stato di solito Petróvic cedeva di buon grado e accettava tutto, e ogni volta persino s'inchinava e ringraziava. Poi, è vero, arrivava la moglie, piangendo che il marito era ubriaco e perciò aveva chiesto troppo poco, ma di solito si aggiungeva un grtvénnik e tutto andava a posto. Adesso invece Petrovié sembrava in perfetto stato di sobrietà e perciò duro, taciturno e pronto a esigere chissà quale prezzo. Akakij Akakievié capì questo e, come si dice, avrebbe voluto quasi quasi far marcia indietro, ma ormai la faccenda era avviata. Petrovié strizzò verso di lui molto attentamente il suo unico occhio e Akakij Akakievié senza volerlo mormorò: «Buon giorno, Petrovic"!»
«Buona salute, signoria,» disse Petrovié e fissò l'occhio sulle mani di Akakij Akakievié, per vedere che razza di preda avesse portato con sé. «E io, ecco, per te, Petrovié, questo...» [...]
«Che razza di roba è?» disse Petrovié, mentre squadrava col suo unico occhio l'uniforme di Akakij Akakievié dal colletto alle maniche, alla schiena, alle falde, alle asole, roba che però gli era tutta già ben nota perché lavoro suo. Questa è l'abitudine dei sarti; questa è la prima cosa che fanno nel vedervi.
«E io, ecco, che cosa, Petrovié... il cappotto, già, il panno... ecco vedi, negli altri posti regge bene, s'è un po' impolverato e sembra vecchio, ma invece è nuovo, solo che in un posto è un poco così.... sulla schiena, e poi anche su una spalla s'è un poco consumato; sì, ecco, su questa spalla un po'... ecco tutto. E non c'è tanto lavoro...»
Petrovié prese la «vestaglia», e la distese sulla tavola, la esaminò a lungo, scosse la testa e allungò la mano verso la finestra per prendere la sua tabacchiera rotonda con il ritratto di un generale, quale precisamente non si sa, perché il punto dove si trovava la faccia era stato sfondato dal dito e poi rattoppato con un quadratino di carta incollata. Annusato il tabacco, Petrovié allargò la «vestaglia» fra le mani e la esaminò controluce e di nuovo scosse la testa. Poi la rovesciò dalla parte della fodera e di nuovo scosse la testa, di nuovo levò il coperchio con la carta incollata sopra il generale e, riempitosi il naso di tabacco, chiuse la tabacchiera, la ripose e finalmente disse:
«No, non si può riparare: è in cattivo stato!»
A queste parole il cuore di Akakij Akakievié ebbe un balzo.
«Come non si può, Petrovié?» disse con voce quasi supplichevole, da bambino, «è consumato soltanto sulle spalle, tu devi pur avere dei pezzi di stoffa da metterci...»
«Certo, i pezzi si possono trovare, i pezzi si trovano,» disse Petrovié, «ma è cucirli che non si può: è roba completamente marcia, come la tocchi con l'ago, ti si disfa in mano.»
«Che si disfi pure, tu subito ci metti una pezza.»
«Ma non c'è dove poggiarle le pezze, non c'è presa, è troppo logoro ormai.
Non è panno questo, ma gloria: come soffia un po' di vento vola via.»
«E tu appunto rinforzalo. Come sarebbe a dire, cosi, davvero, questo!...»
«No,» disse deciso Petrovié, «non si può far nulla. E una brutta faccenda.


Nikolaj Gogol, Il cappotto.

http://www.larici.it/culturadellest/letteratura/gogol/gogol_cappotto.pdf


"Siamo tutti usciti dal cappotto di Gogol’" è una celebre frase di Dostoevskij e voleva dire che tutta la letteratura successiva, quella del cosiddetto "realismo socialista", prendeva le mosse dai lembi del cappotto rubato al povero impiegatuccio dal nome cacofonico di Akakij Akakievič. [...]
Akakij Akakievič [...] in un freddo giorno d’inverno, va a ritirare dal sarto il cappotto nuovo di zecca, comprato a fronte di tanti sacrifici e privazioni. Già il titolo Šinel – Il cappotto – è simbolico: non è solo un indumento, ma la sintesi della condizione di vita del povero impiegato statale, mortificato e deriso. Designa uno status, l’unica cosa che, nel contesto della Russia di Nicola I divisa in ranghi, può restituirgli dignità. Per questo preferisco una delle prime traduzioni del titolo ossia "il mantello" o anche "il pastrano", che rendono meglio il russo "Šinel", un cappotto da uomo di taglio ampio con un piccolo collo di pelliccia e una mantellina, d’obbligo dal ‘700 in poi anche per i semplici addetti alla cancelleria. Inoltre è un termine che in russo è femminile, caricandosi ancor più di significato: oltre che uno status è “una compagna di vita”.
Non solo la felicità, anche la letteratura è una cosa seria. In Russia lo era oltremodo. Non c’era distinzione tra Storia, Politica e Letteratura. Belinskij, che era il più famoso critico ottocentesco, vedeva nella “penna socialmente impegnata” di Gogol’ lo strumento che meglio avrebbe risvegliato le coscienze, portandole a reagire. Peccato per quella lettera...
Pochi mesi prima di morire lo scrittore ricevette proprio dal critico che tanto lo aveva elogiato una lettera di insulti, in cui, detto volgarmente, Belinskij gli rinfacciava di essersi rincretinito dietro alle ciance del cristianesimo, dell’individualismo, dell’uomo alla ricerca di una propria spiritualità. E il realismo socialista? E la rivoluzione del popolo? Gogol’ ci rimase così male, che bruciò la terza parte de Le anime morte e finì morto impazzito, come uno dei suoi personaggi.
La storia de Il cappotto, forse, la conoscete. Akakij Akakievič è un impiegatuccio la cui unica mansione è quella di copiare documenti di cancelleria, attività che svolge con maniacale dedizione. Ciononostante è deriso e offeso da tutti. "Perché mi offendete?" è il suo amaro ritornello.
L’impossibilità di rispondere a questa domanda con un’unica affermazione determina la grandezza di questa breve novella. Già, perché l’offendono? Cattiveria gratuita, passatempo, divertimento, voglia di sopraffazione dei colleghi e della società stessa, incapace di compassione, imbrigliata com’è nei suoi "ranghi". Molti sono i motivi per cui gli esseri umani, talvolta, umiliano e offendono. Succedeva a Pietroburgo nell’Ottocento, succede tuttora e in ogni dove.
Malgrado tutto, il povero copista dal colorito, si potrebbe dire, emorroidale, riesce a mettere da parte qualche rublo e a comprare il tanto desiderato cappotto nuovo. Sorpresa delle sorprese, lo invitano a una serata tra colleghi, giusto due chiacchiere in compagnia. È felice il pover’uomo, lui non è antisociale come Raskol’nikov, a cui la gente proprio non piace e se può evitarla è meglio, a lui la gente piace ma purtroppo è solo Akakij Akakievič e col cappotto di prima, quello vecchio e rattoppato, con gli altri non ci poteva stare.
È una tipica notte pietroburghese e c’è la neve come in molte nostre città in questi giorni, solo che fa decisamente più freddo. Akakij ha il suo pastrano nuovo e a bere coi colleghi ci va tutto orgoglioso. Si sa come sono i russi, un bicchiere tira l’altro, arriva mezzanotte e per il nostro è già ora di tornare a casa. Ha mal di testa, la vodka non la regge, non capita certo tutte le sere di bere con l’allegra brigata. Così saluta tutti, ringrazia per la piacevole serata ed esce nel gelo della notte... Il finale non lo svelo. Dico soltanto che non si tratta di una fine "tragica", l’aggettivo migliore è "triste".
[...]
Scritto da Ornella Sabia

Nikolaj Vasil'evič Gogol’, Il cappotto
traduzione italiana a cura di Clemente Rebora
Feltrinelli, Milano 2009
pp. 112
http://www.ilpickwick.it/index.php/letteratura/item/1760-siamo-tutti-usciti-dal-cappotto-di-gogol


Akakij Akakievic, protagonista de Il cappotto, vive un’esistenza all’ombra degli altri colleghi d’ufficio; è umile, insicuro, sbeffeggiato da tutti, anche dal destino. Vive per potersi comprare un cappotto (una necessità assoluta, visto il freddo di Pietroburgo): quando riesce a permettersi la confezione di un pastrano, ringalluzzisce. Inizia a venire considerato dai colleghi, viene addirittura invitato ad una festa. Il destino, però, lo attende nelle vie della città dalle notti bianche: i ladri gli strappano il cappotto nuovo, lui cerca una giustizia troppo elevata, forse troppo astrusa per la sua umile condizione di copista, il gelo lo avvolge e in breve tempo se lo porta via. Ma Akakij non muore del tutto: il suo fantasma perseguita coloro i quali, ricchi, lo hanno umiliato ed offeso in vita, soprattutto chi avrebbe potuto rendergli giustizia e non lo ha fatto.
https://www.iisprever.gov.it/comprever/gogol-introduzione-ai-racconti-di-pietroburgo/


Tutt’a un tratto si fermò come inchiodato accanto al portone di una casa (…). Davanti all’ingresso si era fermata una carrozza (…); ne balzò fuori un uomo in uniforme e corse su per la scala. Quale non furono lo spavento e nello stesso tempo lo stupore di Kovalèv quando in lui riconobbe il proprio naso! (…) Dal cappello con le piume si poteva dedurre che si considerava in possesso del grado di consigliere di stato.
Nikolaj Gogol, Il naso.


Di lunga durata non c’è nulla al mondo.
E anche la felicità, nell’istante che tien dietro al primo, non è già più tanto viva.
Al terzo istante diventa ancor più debole.
Infine sensibilmente si fonde col nostro stato d’animo abituale.
Come sull’acqua il cerchio prodotto dalla caduta di un sasso si confonde con la liscia superficie a poco a poco.
Nikolaj Gogol, Il naso.
 in I racconti di Pietroburgo



Il 20 marzo 1809 è nato il grande scrittore russo (a dire il vero ucraino, direi che fa il paio con Oscar Wilde irlandese) Nikolaj Vasil'evič Gogol'. La sua importanza per la letteratura russa è stata immensa: basti pensare che Fëdor Dostoevskij disse: “Siamo tutti usciti dal cappotto di Gogol”. [...]

“Quando e in qual modo Akàkij Akakièvic fosse entrato al ministero e chi ve l'avesse messo, è una cosa che nessuno ricorda. Per quanti direttori e vari superiori cambiassero, videro sempre lui allo stesso posto, nella stessa posizione, con le stesse funzioni, sempre lo stesso impiegato copista, tanto che poi si persuasero che, evidentemente, doveva esser venuto al mondo così, già pronto con l'uniforme e la calvizie sulla testa. Nel ministero non gli dimostravano alcuna stima. Non soltanto i custodi non si alzavano dai loro posti quando passava, ma nemmeno lo guardavano, come se attraverso l'anticamera fosse volata una semplice mosca. I superiori si comportavano con lui in modo freddamente dispotico. Un qualsiasi aiutante del capufficio gli ficcava letteralmente sotto il naso gli incartamenti, senza neppure dirgli "copiate", oppure "ecco un bell'affaruccio interessante" o insomma qualcosa di piacevole come si usa negli uffici dove c'è della buona educazione. E lui prendeva, guardando solo l'incartamento, senza badare a chi gliel'avesse messo lì e se ne avesse il diritto. Prendeva e subito si metteva a copiarlo”.
Gogol, Il cappotto.

[...] Gogol, dunque, ha saputo raccontare magistralmente questo grigio, meschino e soffocante mondo di impiegati e piccoli burocrati in cui l’uomo viene privato della sua individualità e ridotto a semplice e intercambiabile ingranaggio di una macchina immensa e spietata, anticipando così, nella prima metà dell’800, tematiche novecentesche come l’alienazione e grandi autori del ‘900 come Kafka.

Ma il mio preferito tra i suoi racconti, e uno dei miei racconti preferiti in assoluto, è “IL NASO”, la storia di un naso che si stacca dalla faccia del suo proprietario, un impettito assessore di collegio, e comincia a vivere di vita propria diventando a sua volta assessore di collegio.
Perché mi piace? Semplicemente perché è divertentissimo, nella sua totale mancanza di qualsiasi logica e nel raccontare un evento assurdo come se fosse la cosa più normale del mondo:

«Egregio signore...» disse Kovalèv, obbligandosi nel suo intimo a farsi coraggio, 
«egregio signore...»
«Che cosa volete?» rispose il naso, voltandosi.
«Mi sembra strano, egregio signore... ho l'impressione... voi dovreste sapere qual è il vostro posto. 
E, tutt'a un tratto, vi trovo e dove? in una chiesa! Convenite che...»
«Scusatemi, ma non riesco a capire di che cosa intendete parlare... Spiegatevi.»
«Come posso spiegargli?» pensò Kovalèv e, fattosi animo, cominciò: «Certo, io... del resto sono maggiore. Andare in giro senza naso, sarete d'accordo, è cosa sconveniente. Una fruttivendola qualsiasi, che vende arance sbucciate sul Ponte Voskresènskij, può anche stare senza naso: ma io, avendo in vista di ottenere un posto di governatore... essendo inoltre in molte case amico di signore come la Èechtàreva, consiglieressa di stato, e altre... Giudicate voi stesso... io non so, egregio signore...» Nel dir questo Kovalèv si strinse nelle spalle «... Scusate... se questo si considera secondo le regole del dovere e dell'onore... voi stesso capirete...»
«Non capisco proprio nulla,» rispose il naso. «Spiegatevi in maniera più chiara.»
«Egregio signore...» disse il maggiore Kovalèv con tutto il sentimento della propria dignità, «non so come intendere le vostre parole... Qui tutta la faccenda, a quel che sembra, è perfettamente evidente... Oppure voi volete... Ma se voi siete il mio naso!»
Il naso guardò il maggiore e i suoi sopraccigli si aggrottarono alquanto.
«Vi sbagliate, egregio signore. Io sono per mio conto. Inoltre fra noi non può esservi alcuna stretta relazione. A giudicare dai bottoni della vostra uniforme, voi dovete prestar servizio in un'altra amministrazione.»

La forza dello stile di Gogol sta proprio in questa totale e allegra assurdità; come scrisse il grande scrittore e critico, Vladimir Nabokov: "L'arte di Gogol' suggerisce che le rette parallele non solo possono incontrarsi, ma possono contorcersi e aggrovigliarsi nei modi più pazzeschi, come due pilastri riflessi nell'acqua s'abbandonano alle più tremolanti contorsioni purché ci sia la necessaria increspatura. Il genio di Gogol' è esattamente questa increspatura - due e due fanno cinque, se non la radice quadrata di cinque, e tutto questo avviene in modo naturale nel mondo gogoliano, dove non si può seriamente sostenere la matematica razionale o qualunque accordo pseudofisico con noi stessi."
Tra gli estimatori di Gogol c’è anche Andrea Camilleri che ha scritto:
“Personalmente, come scrittore, io considero Gogol’ uno dei miei due nonni (l’altro si chiama Lawrence Sterne). Ma non sono per niente sicuro che essi mi considerino un loro nipote”.


Il Gogol di Nabokov gran maestro della risata “nera”.
RITRATTO
Le ultime ore di Gogol, l'autore immenso delle Anime morte, furono un incubo degno del marchese de Sade: mentre un rozzo assistente bloccava lo scrittore, un medicastro gli infilava nel naso delle sanguisughe, cosa che accelerò la fine di Gogol. Ma l'orrore era tanto più grande perché materializzava la fobia di Gogol per gli esseri striscianti, insetti e vermi che lui schiacciava con il suo bastone da passeggio: è anche questo ciò che ci racconta Nabokov nel suo Nikolaj Gogol, un libro appena uscito per Adelphi e curato e tradotto con bravura da Cinzia De Lotto e Susanna Zinato.

DIABOLICO
Ma la vicenda delle sanguisughe, come molti altri episodi della vita di Gogol, è raccontata da Nabokov con uno scopo preciso, che non è quello di sciorinare aneddoti sensazionali, ma quello di introdurci nel lato diabolico e oscuro del Gogol gran maestro della risata “nera”, l'inventore di un mondo di nasi che se ne vanno a spasso per la Prospettiva Nevskij sotto forme umane, di tizi che comprano anime di servi della gleba defunti e di impiegati che muoiono di crepacuore perché qualcuno ha rubato loro una mantella ma poi tornano a vivere sotto forma di errabondi fantasmi: un mondo di spettri demenziali e comici che ci appaiono più sinistri degli spettri seri e tragici. 

Nabokov demolisce l'idea che le Anime morte siano un “romanzo sociale”; ci mostra un Gogol nevroticissimo, che soffre per ogni minima critica ma vuole avidamente leggerle, e che appena è scontento per le recensioni ai suoi libri fugge via: letteralmente; e infine ci porta nel mondo di Gogol, ma lo fa attraverso lo stile di Nabokov, uno stile che in qualche modo sembra essere stato infettato da quella di Gogol: «La prosa di Puskin è tridimensionale, la prosa di Gogol è quadridimensionale, come minimo… Se le linee parallele non si incontrano, non è perché non possono incontrarsi, ma perché hanno altro da fare… Il mondo di Gogol è, in qualche modo, imparentato a concetti della fisica moderna come quello dell'Universo Fisarmonica o dell'Universo Esplosione… L'arte di Gogol suggerisce che linee parallele non solo possano incontrarsi, ma possano anche avanzare con movimento serpeggiante e aggrovigliarsi nei modi più bizzarri…».
Uno dei piaceri di questo Nikolaj Gogol è che si legge un Nabokov tipico, estroso e maniacale, crudele ma esatto, come quando analizza la “poshlust”, un termine che Nabokov spiega così: 
«La poshlust è non solo ciò che è dozzinale e falso ma è anche il falsamente bello, il falsamente intelligente, il falsamente seducente», un termine a partire dal quale l'autore di Lolita smaschera ovviamente Hollywood e Superman, ma che sembra parlare soprattutto dei libri che siamo costretti a sopportare noi oggi: «La cosa terribile della poshlust è che si scopre quanto sia difficile spiegare alla gente perché un determinato libro che sembra traboccare di nobile emozione e compassione sia molto, molto peggio del tipo di letteratura che tutti ammettono essere scadente». Alla fine Nabokov è anche un mirabile imbonitore, che fa venir voglia di correre subito a leggere o rileggere Il mantello e Le anime morte: e quale regalo migliore potrebbe farci e potremmo farci noi contro la stupidità e la melassa che ci annoiano? P.s. Una nota frivola, ma non tanto: la copertina di Nikolaj Gogol è di Edward Gorey, ed è una delle più straordinarie illustrazioni ispirate a Gogol che esistano. 
Giuseppe Montesano
http://www.ilmessaggero.it/pay/cultura_spettacoli_pay/il_gogol_di_nabokov_gran_maestro_risata_147_nera_148-725049.html



“Il Naso” di Gogol’.
Nikolaj Gogol scrive questa “novella dell’assurdo” all’inizio degli anni ’30 dell’Ottocento, quando aveva 27 anni, e nel 1835 la propone alla rivista “L’Osservatore Moscovita”(Московский наблюдатель) che però la rifiuta considerandola “brutta e triviale”. Al contrario Aleksandr Pushkin, dopo averla letta, la consiglia a “Il Contemporaneo” (Современник) che la pubblica l’anno successivo.

Gogol ci racconta che la mattina del 25 marzo di un anno qualsiasi il barbiere Ivan Yakovlevich trova nel panino preparato dalla moglie un “naso” che riconosce subito essere quello del signor Kovaliòv, suo cliente. Costui è un burocrate, assessore di collegio, che per darsi delle arie si fa chiamare “maggiore”. Il povero barbiere cerca di sbarazzarsi del naso gettandolo nella Nevà, ma viene fermato da una guardia.

Nel frattempo il maggiore Kovaliov resosi conto di essere rimasto senza naso si avvia verso il distretto di polizia per denunciare il “furto”, ma sul Nevskij Prospekt incontra il suo naso che passeggia avvolto in una uniforme dorata e con un cappello di piume. Il naso entra nella Cattedrale di Kazan (Казанский собор) e successivamente sale su una carrozza. Kovaliòv lo rincorre, nascondendosi la faccia con un fazzoletto per coprire la menomazione. Cerca di convincerlo a tornare al suo posto, ma il naso ormai ha una vita propria e non vi rinuncia. Kovaliòv lo perde di vista, allora per recuperarlo si rivolge sia al commissariato di polizia che con un annuncio sul giornale. Mentre se ne sta a casa sconsolato arriva la guardia che aveva bloccato il barbiere e gli riconsegna il naso che però non si riattacca più neppure con l’intervento di un dottore.

A questo punto tutta la città comincia a parlare del naso del maggiore Kovaliòv e molti giurano di averlo visto in vari punti di Pietroburgo, raccontando le peripezie più inverosimili che ognuno si può immaginare. Dopo alcuni giorni ( era la mattina del 7 aprile ) improvvisamente il maggiore, alzandosi e specchiandosi, si ritrova il naso al posto suo, e tutto ritorna come prima: Kovaliov riceve a casa Ivan Yakovlevich che come sempre gli fa la barba e – scrive Gogol – il naso, “come se niente fosse, se ne stava sulla faccia del maggiore non dando la minima impressione di essersene mai allontanato”.

In questo grottesco racconto lo scrittore, come ci dice il nostro Andrea Camilleri, con occhio ironico e contemporaneo mette a nudo le ingiustizie, i soprusi, il servilismo e i rituali vanitosi di una piccola borghesia grassa, ignorante e presuntuosa. Nel 1928 il grande compositore Dmitrj Shostakovich ha composto la musica per l’omonimo balletto.
http://www.italia-russia.it/2013/02/18/il-naso-di-gogol/



Quando però uscirono i suoi racconti col titolo Veglie alla fattoria presso Dikan'ka, il successo fu grande, e tale da procurare al loro autore amicizie influenti, grazie alle quali ottenne un posto di professore di storia al Collegio delle ragazze nobili. Gogol si esaltò, si credette uno storico, meditò di scrivere ponderose opere (è di quel tempo il romanzo storico Taras Bul'ba, una vigorosa e colorita rievocazione della vita dei cosacchi). Ma Gogol non sapeva parlar bene, timido com'era si sentiva in soggezione quando doveva interrogare le allieve, così dette le dimissioni: "Senza gloria sono salito sulla cattedra, senza gloria ne discendo", scrisse ad un amico.
http://www.sanpietroburgo.it/cultura/Gogol.asp



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