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martedì 8 novembre 2016

Cesare Moreno. Empatia, attrezzo professionale per mestieri impossibili. Alla radice di ogni comportamento violento c' è un dolore profondo, non detto ed indicibile, una paura paralizzante di guardare dentro di sé, una fuga dall'orrore che genera nuovi orrori.

Cesare Moreno, maestro di strada.
"Alla radice di ogni comportamento violento c' è un dolore profondo, non detto ed indicibile, una paura paralizzante di guardare dentro di sé, una fuga dall'orrore che genera nuovi orrori.
E' in questa zona della coscienza, in questa periferia dimenticata e non vista, che c'è il punto di contatto con l'altro e al tempo stesso la differenza, il punto in cui l'uno riconoscendosi fragile si è incivilito, l'altro negandolo si è avvolto nel suo stesso dolore. Noi abbiamo in comune la fragilità e la paura, lo smarrimento rispetto alla nostra casuale presenza nel cosmo. Siamo profondamente diversi per come abbiamo elaborato questo smarrimento."

Cesare Moreno, maestro di strada, dalla nota:
Empatia, attrezzo professionale per mestieri impossibili 1 ott. 2013.

venerdì 10 luglio 2015

Sindrome dell’abbandono. I problemi che abbiamo vissuto durante l’infanzia predicono come sarà la qualità della nostra vita da adulti. Questi, inoltre, possono influire sul modo di agire che un domani i nostri figli adotteranno e su come noi affronteremo le avversità. Vediamo di seguito quali sono le cinque ferite emotive secondo Lisa Bourbeau…



Sindrome dell’abbandono.

Fobia di cadere, di essere rapiti e della morte:              
http://www.tecnologia-ambiente.it/sindrome-dell-abbandono



Durante la crescita il bambino subisce un processo intrusivo transizionale:
passaggio dalla dipendenza biologica a quella affettiva.
In questo senso il bambino assume la totale dipendenza dal genitore da cui dipende la sua sopravvivenza; si innesca dunque un meccanismo emotivo che se non superato o canalizzato nel modo corretto, in età adulta risulterà invalidante per la crescita dell’autostima o della personalità.

La paura di separazione, che si sviluppa nel secondo semestre di vita, configura la paura della morte, di essere rapito (anche da entità misteriose) o di cadere. Inoltre dà luogo ad ansie abbandoniche (nevrosi) rendendo difficoltoso per il bambino qualsiasi allontanamento dalla persona o dai luoghi conosciuti. Da qui la difficoltà più o meno grave al momento dell’inserimento nella scuola materna, fino a configurare una vera fobia della scuola.

Grazie agli studi di Frechet, sappiamo che il cervello memorizza le sue emozioni ma soprattutto gli shock emozionali ciclici bloccanti. “Ciclico” perché il cervello registra lo shock in modo ritmico (non come concetto di tempo in termini di calendario o di orologio ma come l’alternanza delle stagioni, del giorno e della notte). “Bloccanti” perché il cervello sente il bisogno di risolverlo in futuro. In sintesi è come se il cervello riattivasse l’emozione che è avvenuta nell’intervallo precedente (come progressioni matematiche).

Cause:

Come avviene uno shock di “abbandono”?
Per fattore shock-induttivo endogeno ed esogeno.

Per motivo endogeno. Qualche esempio:


- per la separazione dei genitori
- per la morte improvvisa del genitore o parentale
- per improvviso trasferimento d’abitazione
- per improvviso distacco della suzione del ciuccio
- per malattia improvvisa
- per la scomparsa improvvisa del giocattolo preferito

Il caso: il bambino ha subito un shock di separazione dei genitori a 3 anni; è molto probabile che a 6 anni a nove anni a 12 ecc, si ripresenterà lo shock, con cadenza triennale. Ora il bambino ha 6 anni, Il cervello biologico scatta da solo ed elabora; poiché a 3 anni ha subito un abbandono, ora è arrivato il momento di rivivere lo stesso shock.
Per motivo endogeno: il bambino già nasce con il problema dell’abbandono, magari ereditato dai suoi genitori che hanno alle spalle storie di abbandono, per cui cerca di riproporre la stessa paura in modo di superarla in maniera più efficace.
Effetti: quando si ripresenta il problema, il bambino, per giustificare il proprio stato d’animo, andrà in cerca di motivi che possono avvalere le sue sensazioni. In questo modo troverà pretesti per litigi ed altri comportamenti che possono suscitare l’irritazione del genitore in modo da sentirsi giustamente cattivi e quindi “abbandonabili”. In questa prospettiva lo shock programmante configura diverse patologie quali maniaco depressive, l’autolesionismo e disturbo della dipendenza.


Inoltre può assumere trasposizioni compulsive ossessive, ogni volta che ritroveremo lo stesso ritmo; se il ritmo è 5, tutti i 5 sono conflittuali quindi 5 giorni, 5 settimane, 5 mesi, 5 anni… Queste ripetizioni incessanti sono ovviamente inconsce tuttavia alterano in modo tangibile la propria psiche rivoluzionando il rapporto familiare e sociale. In alternativa il bambino può ricorrere a ricatti morali cercando, inconsciamente, di manipolare il genitore ed esorcizzare così la sua paura di abbandono.
Particolari fisici: Ci sono alcune caratteristiche molto visibili anche nella loro postura: la schiena curva, il corpo ipotonico con una spalla più bassa della norma.

Come possiamo interrompere questi ritmi emozionali?
Individuare il nesso tra lo schock emozionale ed il ciclo bloccante. Un modo può essere un lavoro introspettivo finalizzato all’individuazione dell’incesto (il fiv). Prendete l’evento, calcolate l’età esatta. Spezzate l’evento in tanti multipli e ricordate cosa è accaduto nella vostra vita durante quei periodi. Se dovesse risultare difficile è opportuno seguire un ciclo di psicoterapia/psicoanalisi. Ricordiamoci che un conflitto emotivo non risolto è l’anticamera della nevrosi.


Cosa si può fare?

-Mostrare al bambino album fotografici di nipoti e parenti. Il vissuto del bambino è molto limitato e il database mnemonico deve essere ampliato con nuovi concetti di vita. Il piccolo dovrà acquisire il senso dell’evoluzione e della continuità.

-Responsabilizzare il bambino. In tal modo, il piccolo non si sentirà parte passiva del contesto familiare ma parte attiva, pertanto meno dipendente. Con le “piccole responsabilità”, inconsciamente il bambino capirà che è “importante”, utile nella famiglia, quindi l’idea della morte andrà scemando. Per un genitore, le responsabilità destinate al bambino possono sembrare banali, per un bambino, invece, acquisteranno tutta un’altra dimensione. Le responsabilità prevedono piccolissime cose, alcuni esempi: chiedere al piccolo di stilare insieme a voi la lista della spesa, decidere insieme cosa cucinare e consultarlo nelle scelte domestiche.


A cura della Dott.ssa Anna Maria Sepe,
specialista in Psicoanalisi Induttiva e Ipnosi traslativa.







I problemi che abbiamo vissuto durante l’infanzia predicono come sarà la qualità della nostra vita da adulti. Questi, inoltre, possono influire sul modo di agire che un domani i nostri figli adotteranno e su come noi affronteremo le avversità. Vediamo di seguito quali sono le cinque ferite emotive secondo Lisa Bourbeau…

1- La paura dell’abbandono
La solitudine è il peggior nemico di chi ha vissuto l’abbandono durante l’infanzia. Ci sarà una costante attenzione alla carenza, che porterà chi ne ha sofferto ad abbandonare il suo partner o i suoi progetti quando ancora è presto, per paura di essere loro stessi quelli che verranno abbandonati. È una sorta di “ti lascio prima che sia tu a lasciare me”, “nessuno mi appoggia, non posso sopportare tutto questo”, “se vai via, non tornare”…

Le persone che hanno vissuto esperienze di abbandono durante l’infanzia, dovranno lavorare sulla loro paura della solitudine, sul timore di essere rifiutati e sulle barriere invisibili del contatto fisico.

Le ferite causate dall’abbandono non sono facili da curare. Sarete voi stessi a prendere coscienza di quando le ferite inizieranno a rimarginarsi e quando il timore dei momenti di solitudine sparirà e sarà sostituito da un dialogo interiore positivo e speranzoso.



2- La paura del rifiuto
Essendo una ferita molto profonda, implica il rifiuto interiore. Con interiore ci riferiamo a ciò che abbiamo vissuto, ai nostri pensieri e ai nostri sentimenti.

Quando appare, può influire su molteplici fattori, come il rifiuto dei genitori, della famiglia o di se stessi. Genera sentimenti di rifiuto, pensieri negativi, come quello di non essere desiderati e porta alla svalutazione di se stessi.

La persona che soffre questa dolorosa esperienza sente di non meritare l’affetto né la comprensione di nessuno e si isola nel suo vuoto interiore per paura di essere rifiutato. È probabile che, se avete sofferto di questi problemi durante l’infanzia, sarete persone “sfuggenti”. Per questo motivo, è indispensabile lavorare sul proprio timore, sulle proprie paure interiori e sulle situazioni che generano panico.

Se si tratta del vostro caso, pensate a voi stessi, rischiate e prendete decisioni per voi stessi. Vi disturberà sempre meno il fatto che la gente si allontani e non la prenderete sul personale se, a volte, si dimenticheranno di voi.



3- L’umiliazione
Questa ferita si genera quando in diversi momenti sentiamo che gli altri disapprovano ciò che facciamo e ci criticano. Potreste anche generare questo problema nei vostri figli dicendo loro che sono maleducati, pesanti e cattivi, così come se esponete i loro problemi davanti agli altri: questo distrugge l’autostima infantile.

In questo modo, il tipo di personalità che si genera con frequenza è una personalità dipendente. Potreste aver assunto un atteggiamento da “tiranni” ed egoisti come meccanismo di difesa, e potreste arrivare ad umiliare gli altri come scudo per proteggere voi stessi.

Se avete vissuto queste esperienze, dovrete lavorare sulla vostra indipendenza, sulla vostra libertà, sulla comprensione delle vostre necessità e dei vostri timori timori, così come sulle vostre priorità.



4- Il tradimento e la paura di fidarsi
Questi sentimenti sorgono quando un bambino si è sentito tradito, specialmente da uno dei suoi genitori, che non ha rispettato le promesse fatte. Questo fa sì che la sfiducia che deriva da questo problema, possa trasformarsi in invidia e in altri sentimenti negativi, come la sensazione di non meritare le cose promesse o ciò che gli altri hanno.

Aver sofferto di questi problemi durante l’infanzia crea persone sospettose e che vogliono sempre tenersi tutto stretto. Se durante la vostra infanzia avete sofferto una situazione simile, è probabile che avvertiate la necessità di esercitare un certo controllo sugli altri, che si giustifica solitamente con un carattere forte.

Queste persone confermano i loro errori per il modo in cui agiscono. Hanno bisogno di lavorare sulla pazienza, sulla tolleranza e sul saper vivere, come sull’imparare a stare soli e ad affidare le responsabilità.


5- L’ingiustizia
Ha origine nei contesti in cui le persone che si occupano dei bambini sono fredde ed autoritarie. Durante l’infanzia, le esigenze esagerate e che passano i limiti generano sentimenti di inefficienza e di inutilità, tanto quando si è bambini come quando si è adulti.

La conseguenza diretta sulla condotta di chi ne ha sofferto sarà la rigidità, poiché queste persone cercheranno di essere molto importanti e di acquisire molto potere. È probabile, inoltre, che si sia creato un fanatismo per l’ordine e per il perfezionismo, così come l’incapacità di essere sicuri sulle decisioni che si prenderanno.

Bisogna lavorare sulla sfiducia e sulla rigidità mentale, cercando di essere il più flessibili possibile e cercando di credere negli altri..


Fonte dell’idea: Bourbeau, L. (2003) Le 5 ferite che impediscono di essere se stessi, OB Stare.








Anna Mazzoni 
Quanti genitori non sono genitori. Restano bambini. Restano figli. E sbagliare in buona fede e' come sbagliare in cattiva fede..si perdona. Ma non si dimentica.




I miei genitori amano più loro stessi che i figli.
Mio padre è l'essere più egoista che abbia mai conosciuto.
Pensa solo a se stesso,gli altri non esistono.
Io nn riesco a perdonare la brutta infanzia e adolescenza che mi ha fatto vivere..
non avrei tutti quessti problemi adesso..
Mi chiedo sempre ma perché mi hanno messa al mondo.
Certuni non dovrebbero fare figli





Non colpevolizzerei troppo i poveri genitori che a loro volta sono stati figli, piuttosto farei una capillare divulgazione delle conoscenze che abbiamo e soprattutto insegnato ad accettare la felice imperfezione dell'essere umano nella sua unicità', tanto il genitore perfetto non ci sarà' mai perché si impara di più dagli errori che dalla perfezione





come al solito gli psicologi hanno la presunzione di sapere tutto.... è giusto considerarle ma sono ipotesi....non è sempre così naturalmente, ci sono bambini che non hanno avuto ferite e da grandi hanno comportamenti problematici e viceversa




A piccole dosi,tutti abbiamo sperimentato quanto sopra descritto.
La famiglia è un microcosmo che vive in un contesto storico determinato.
Le cose,cmq,stanno cambiando in meglio:c'è una maggiore attenzione per il vissuto dei bambini e dei figli in generale.
Ognuno,poi,affronta i problemi con gli strumenti che ha a disposizione.
Quello che non deve passare,secondo me,è la sensazione che non si possa riparare agli errori.
Si può e si deve




La religione per secoli e secoli ha lavorato sulla debolezza dell'uomo, per farlo sentire in colpa, e dalla colpa alla condanna, la condanna castra le nostre possibili azioni, e la mortificazione brucia il nostro vivere. Ci si sente in colpa perchè viviamo. Questi veleni sono dentro di noi, le sentenze sono all'ordine del giorno,




Siamo quello che siamo anche attraverso le nostre ferite. Individuarle è il primo passo...essere consapevoli...forse non si guarirà ma non ne saremo in completa balìa...parlarne... Essere autentici....anche con i figli...l'amore reciproco è la cura migliore....





Curar al meglio il proprio figlio lenisce anche le "ferite" del bambino che siamo stati e quindi migliora il genitore che non si attarda a "guardarsi l'ombelico"!



quelle non elaborate vengono inflitte agli altri




Si puó lavorare su se stessi per migliorare il rapporto tra noi e gli altri, ma ho l'impressione che ció equivale nella maggior parte dei casi a imparare a mettersi una maschera correttiva. Purtroppo quando ci sono momenti che inducono reazioni meno controllate la maschera cade e le persone si rivelano von i loro traumi non risolti con le loro paure e aggressivitá.

sabato 11 ottobre 2014

Lewis. Diario di un dolore. Nessuno mi aveva mai detto che il dolore assomiglia tanto alla paura. Non che io abbia paura: la somiglianza è fisica. Gli stessi sobbalzi dello stomaco, la stessa irrequietezza, gli sbadigli. Inghiotto in continuazione. Altre volte è come un’ubriacatura leggera, o come quando si batte la testa e ci si sente rintronati. Tra me e il mondo c’è una sorta di coltre invisibile. Fatico a capire il senso di quello che mi dicono gli altri. O forse, fatico a trovare la voglia di capire. È così poco interessante. Però voglio avere gente intorno. Ho il terrore dei momenti in cui la casa è vuota. Ma vorrei che parlassero fra loro e non a me.

Nessuno mi aveva mai detto che il dolore assomiglia tanto alla paura. Non che io abbia paura: 
la somiglianza è fisica. Gli stessi sobbalzi dello stomaco, la stessa irrequietezza, gli sbadigli. Inghiotto in continuazione.
Altre volte è come un’ubriacatura leggera, o come quando si batte la testa e ci si sente rintronati. 
Tra me e il mondo c’è una sorta di coltre invisibile. Fatico a capire il senso di quello che mi dicono gli altri. O forse, fatico a trovare la voglia di capire. È così poco interessante. Però voglio avere gente intorno. Ho il terrore dei momenti in cui la casa è vuota. Ma vorrei che parlassero fra loro e non a me.
Clive Staples Lewis, "Diario di un dolore "



domenica 13 luglio 2014

David Icke, Io sono me stesso, io sono libero. Dobbiamo disintossicarci dalle nostre dipendenze emotive. Emozioni come la paura, la colpa, il risentimento, la rabbia, la preoccupazione, la depressione, e così via, generano dipendenza nella stessa misura in cui lo fanno la droga e gli alcoolici.


DIPENDENZE EMOTIVE
Dobbiamo disintossicarci dalle nostre dipendenze emotive.
Emozioni come la paura, la colpa, il risentimento, la rabbia, la preoccupazione, la depressione, e così via, generano dipendenza nella stessa misura in cui lo fanno la droga e gli alcoolici.
David Icke, Io sono me stesso, io sono libero



mercoledì 23 aprile 2014

Easy Rider. Gorge: "Lo sai? Una volta questo era proprio un gran bel paese… e non riesco a capire quello che gli è successo." Billy: "Beh, è che tutti hanno paura, ecco cos’è successo. Noi non possiamo neanche andare in uno di quegli alberghetti da due soldi, voglio dire propri di quelli da due soldi, capisci? Credono che si vada a scannarli o qualcosa, hanno paura." George: "Si ma non hanno paura di voi, hanno paura di quello che voi rappresentate." Billy: "Ma quando, per loro noi siamo solo della gente che ha bisogno di tagliarsi i capelli." George: "Ah no, quello che voi rappresentate per loro è la libertà." Billy: "Che c’è di male nella libertà? La libertà è tutto." George: "Ah si, è vero, la libertà è tutto, d’accordo, ma… parlare di libertà ed essere liberi sono due cose diverse. Voglio dire che è difficile essere liberi quando ti comprano e ti vendono al mercato… e bada, non dire mai a nessuno che non è libero, perché allora quello si darà un gran daffare a uccidere, a massacrare per dimostrarti che lo è. Ah certo, ti parlano e ti parlano e ti riparlano di questa famosa libertà individuale, ma quando vedono un individuo veramente libero, allora hanno paura." Billy: "La paura però non li fa scappare." George: "No, ma li rende pericolosi."


Gorge: "Lo sai? Una volta questo era proprio un gran bel paese… e non riesco a capire quello che gli è successo."
Billy: "Beh, è che tutti hanno paura, ecco cos’è successo. Noi non possiamo neanche andare in uno di quegli alberghetti da due soldi, voglio dire propri di quelli da due soldi, capisci? Credono che si vada a scannarli o qualcosa, hanno paura."
George: "Si ma non hanno paura di voi, hanno paura di quello che voi rappresentate."
Billy: "Ma quando, per loro noi siamo solo della gente che ha bisogno di tagliarsi i capelli."
George: "Ah no, quello che voi rappresentate per loro è la libertà."
Billy: "Che c’è di male nella libertà? La libertà è tutto."
George: "Ah si, è vero, la libertà è tutto, d’accordo, ma… parlare di libertà ed essere liberi sono due cose diverse. Voglio dire che è difficile essere liberi quando ti comprano e ti vendono al mercato… e bada, non dire mai a nessuno che non è libero, perché allora quello si darà un gran daffare a uccidere, a massacrare per dimostrarti che lo è. Ah certo, ti parlano e ti parlano e ti riparlano di questa famosa libertà individuale, ma quando vedono un individuo veramente libero, allora hanno paura."
Billy: "La paura però non li fa scappare."
George: "No, ma li rende pericolosi."
Easy Rider



lunedì 24 febbraio 2014

Cervello. L'amigdala è la centrale di controllo delle emozioni, e in particolare della paura, ma può svolgere adeguatamente questo compito solo con il contributo dell'ippocampo. Sono alcuni neuroni dell'ippocampo, infatti, che permettono o impediscono all'amigdala di identificare i contesti e le condizioni da considerare pericolosi.

L'amigdala è la centrale di controllo delle emozioni, e in particolare della paura, ma può svolgere adeguatamente questo compito solo con il contributo dell'ippocampo. Sono alcuni neuroni dell'ippocampo, infatti, che permettono o impediscono all'amigdala di identificare i contesti e le condizioni da considerare pericolosi.

Non tutta la paura passa dall'amigdala

Reazioni alla paura: non decide solo l'amigdala

I circuiti neuronali della paura.
C'è uno specifico gruppo di neuroni dell'ippocampo che ha un ruolo essenziale nell'apprendimento della paura, la capacità – essenziale per la sopravvivenza - di collegare una certa situazione a un pericolo

A scoprirlo sono stati alcuni neuroscienziati della Columbia University che firmano un articolo su “Science”. 

E' noto che il centro cerebrale che sovrintende alla gestione delle emozioni, e in particolare della paura, è l'amigdala. Tuttavia studi recenti hanno indicato che nel processo di selezione degli stimoli multisensoriali che definiscono il ricordo pauroso - o più precisamente, la situazione da associare alla paura, e quindi attivare la reazione adeguata – entra in gioco anche l'ippocampo, una struttura cerebrale chiave per la memoria a lungo termine

Per chiarire l'interazione tra amigdala e ippocampo, Matthew Lovett-Barron e colleghi hanno sfruttato i metodi dell'optogenetica, creando un ceppo di topi i cui neuroni esprimono una proteina, l'alorodopsina, che reagisce alla luce e può servire da interruttore per attivare o disattivare a comando specifici neuroni.


Il ruolo dell'ippocampo nell'apprendimento della paura
Sia l'amigdala sia l'ippocampo appartengono al sistema libico, la parte più profonda ed evolutivamente antica del cervello. (© Visuals Unlimited/Corbis)


I ricercatori hanno quindi sottoposto gli animali a classici test di condizionamento, in cui un particolare stimolo, per esempio un lampo luminoso o il suono di un campanello, viene presentato subito prima di uno stimolo negativo, come una leggera scossa alle zampe. 

Normalmente, dopo un pò il topo impara che il primo stimolo (il lampo) fa prevedere l'arrivo della scossa, e manifesta una chiara reazione di paura - interrompendo la propria attività e immobilizzandosi, come “congelato” - ogni volta che vede il lampo, anche se poi la scossa non c'è. 

Lovett-Barron e colleghi hanno attivato e disattivato diversi gruppi di neuroni nell'ippocampo dei roditori, scoprendo che l'attivazione di alcuni specifici neuroni colinergici (cioè neuroni che usano come principale neuromediatore l'acetilcolina) di una regione dell'ippocampo nota come CA1 sopprime i comportamenti di  "congelamento" dopo la presentazione del lampo. 

La soppressione si verifica perché questi neuroni colinergici inibiscono l'attività di altri neuroni destinati a creare un quadro unitario fra i diversi tipi di stimolo che arrivano in un certo arco di tempo: l'esperienza della vista del lampo restava così un'esperienza a sé stante, non collegata a quella immediatamente successiva della scossa. La soppressione si verifica perché questi neuroni colinergici inibiscono l'attività di altri neuroni destinati a creare un quadro unitario fra i diversi tipi di stimolo che arrivano in un certo arco di tempo: l'esperienza della vista del lampo restava così un'esperienza a sé stante, non collegata a quella immediatamente successiva della scossa.

http://www.lescienze.it/news/2014/02/24/news/apprendimento_paura_ippocampo-2022175/



domenica 1 dicembre 2013

Eva-Maria Zurhorst. Non importa chi sposate. Tanto incontrate sempre voi stessi. L'altro è sempre solo lo schermo sul quale proiettare le vostre esigenze non appagate, la vostra capacità (o incapacità) di amare, i vostri blocchi interiori e le vostre ferite, la vostra vitalità, ma soprattutto la vostra profonda scissione interiore tra desideri e paure. Nessun partner può aiutarvi a star bene e può garantirvi l'autostima e la fiducia in voi stessi.

Non importa chi sposate. Tanto incontrate sempre voi stessi
L'altro è sempre solo lo schermo sul quale proiettare le vostre esigenze non appagate, la vostra capacità (o incapacità) di amare, i vostri blocchi interiori e le vostre ferite, la vostra vitalità, ma soprattutto la vostra profonda scissione interiore tra desideri e paure. Nessun partner può aiutarvi a star bene e può garantirvi l'autostima e la fiducia in voi stessi
Non importa chi incontrate, alla fine incontrate voi stessi. [...]
Per questo potete, secondo la mia esperienza, tranquillamente restare con l'attuale partner - non importa quanto fastidiosa vi sembri questa situazione. Proprio là, dove vi sembra di essere arrivati a un punto morto, dove la relazione vi sembra fredda, carica di rabbia, piena di odio o ripugnante, c'è molto da fare - e precisamente dentro di voi.
Eva-Maria Zurhorst (psicoterapeuta)

mercoledì 30 ottobre 2013

Orson Welles. La guerra dei mondi. E’ conosciuta come la più grande beffa mediatica del nostro secolo. Una farsa capace di gettare nel panico migliaia di americani provenienti da ogni strato sociale. Un radiodramma che cambiò definitivamente non solo la carriera del suo artefice, ma tutto lo studio sociologico sugli effetti dell’esposizione ai contenuti massmediatici. Stiamo parlando della celebre versione radiofonica di La Guerra dei Mondi realizzata da Orson Welles. Da quel giorno in poi fu assai più evidente da una parte l’enorme potenzialità dei mezzi di comunicazione di massa, dall’altra quanto fosse presente il rischio di manipolazione e canalizzazione dell’opinione pubblica da parte di tali mezzi. Come spesso accade, la descrizione dell’evento stesso può esserci d’aiuto per capire meglio le dinamiche che hanno permesso ad un semplice radiodramma di scatenare una serie di reazioni a catena capaci di suscitare il reale terrore degli ascoltatori.

Mi guardo intorno atterrito e scruto i miei simili. Vedo visi intelligenti e luminosi, altri cupi e pericolosi, altri irresoluti e falsi. Non trovo un volto che abbia la calma umanità di un essere ragionevole. Mi sembra che, in tutti, l’animalità stia per avere il sopravvento.”
Orson Welles, L’isola del dottor Moreau, Mursia 1977, pagina 118.


Sai che diceva quel tale? In Italia, sotto i Borgia, per trent'anni hanno avuto assassini, guerre, terrore e massacri e hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e di democrazia e cosa hanno prodotto? Gli orologi a cucù.
Orson Welles, Harry Lime dentro “Il terzo uomo”


Le nostre opere nella pietra, sulla tela o nella stampa, di rado vengono risparmiate per qualche decennio, o per un millennio o due, ma alla fine ogni cosa viene annullata dalla guerra, o si cancella nell'ineluttabile cenere universale. Trionfi e inganni, tesori e falsi. È la realtà della vita: dobbiamo morire. Ma siate allegri: dal passato vivente ci giungono le grida degli artisti morti, tutte le nostre canzoni verranno messe a tacere, ma cosa importa? Continuiamo a cantare. Forse il nome di un uomo non è poi così importante.
Orson Welles - F come falso (1974)



Gli uomini, infinitamente soddisfatti di se stessi, percorrevano il globo in lungo e in largo dietro alle loro piccole faccende, tranquilli nella loro sicurezza d'esser padroni della materia.
Non è escluso che i microbi sotto il microscopio facciano lo stesso.
H. G. Wells - La guerra dei mondi


“Qualcuno dice che io sono pessimista nei confronti della radio.
La verità è che ho previsto la sua completa sparizione. Confido infatti che tutte quelle brave persone che oggi si divertono ad ascoltarla, riusciranno a trovare quanto prima un passatempo più intelligente.” 
 H. G. Wells


30 ottobre del 1938: « Signore e signori, vogliate scusarci per l’interruzione del nostro programma di musica da ballo, ma ci è appena pervenuto uno speciale bollettino della Intercontinental Radio News…sulla Terra sono sbarcati gli extraterrestri. »
Sono le 20 di un qualunque 30 ottobre. Immaginate di accendere la radio. Immaginate che alla radio un cronista interrompa le trasmissioni per annunciare l’impatto imminente di un oggetto non identificato sulla Terra e che poi quello stesso cronista vi dica che non si tratta di un asteroide, ma di una navicella di alieni con pessime intenzioni. Cosa fareste? Continuereste ad ascoltare o vi prenderebbe il panico?
I radioascoltatori sintonizzati con la CBS il 30 Ottobre 1938 optarono per il panico, quando un ventitreenne Orson Welles inscenò a sorpresa la suddetta invasione aliena, interpretando la "Guerra dei mondi”, sceneggiato radiofonico adattato dall’omonimo romanzo di fantascienza dello scrittore britannico Herbert George Wells e seminando, così, il terrore in tutti gli Stati Uniti.
Il programma simulava un notiziario speciale, inserendo negli intermezzi della normale programmazione radiofonica, aggiornamenti sull’atterraggio degli extraterresti negli Stati Uniti.
Tra le innumerevoli telefonate che giunsero al centralino del New York Times, ve ne fu una di un uomo che chiese, seriamente: "A che ora è la fine del mondo?".
Lo stesso Welles si rese conto solo il giorno dopo del putiferio che aveva scatenato dichiarando: “Avevamo sottovalutato l'estensione della vena di follia della nostra America”.






30 ottobre 1938 - LA GUERRA DEI MONDI DI ORSON WELLES
Cronaca di un radiogramma che gettò nel panico gli Stati Uniti

E’ conosciuta come la più grande beffa mediatica del nostro secolo. Una farsa capace di gettare nel panico migliaia di americani provenienti da ogni strato sociale. Un radiodramma che cambiò definitivamente non solo la carriera del suo artefice, ma tutto lo studio sociologico sugli effetti dell’esposizione ai contenuti massmediatici.

Stiamo parlando della celebre versione radiofonica di La Guerra dei Mondi realizzata da Orson Welles. Da quel giorno in poi fu assai più evidente da una parte l’enorme potenzialità dei mezzi di comunicazione di massa, dall’altra quanto fosse presente il rischio di manipolazione e canalizzazione dell’opinione pubblica da parte di tali mezzi.

Come spesso accade, la descrizione dell’evento stesso può esserci d’aiuto per capire meglio le dinamiche che hanno permesso ad un semplice radiodramma di scatenare una serie di reazioni a catena capaci di suscitare il reale terrore degli ascoltatori.

E’ la sera del 30 Ottobre del 1938, la sera prima di Halloween (e la data di sicuro non è casuale), quando la stazione radiofonica statunitense della CBS decide di mandare in onda uno show speciale per celebrare tale festività. Come di consuetudine, è previsto un radiodramma, affidato quell’anno al miglior attore emergente di cui la radio disponeva: Orson Welles.

Il programma prevede la trasposizione radiofonica di un romanzo di fantascienza di H.G. Wells (è curiosa in questo caso l’assonanza del cognome con quello di Welles), dal titolo La Guerra dei Mondi. Il romanzo descrive l’invasione della Terra da parte di extraterrestri provenienti da Marte sul finire del diciannovesimo secolo.

La storia viene riadattata ai tempi radiofonici principalmente da Howard Koch e alcuni suoi collaboratori della CBS. Il riadattamento tuttavia non piaceva del tutto a Welles, perplesso sopratutto dal ritmo del testo che ne era uscito. Con una geniale intuizione, lo stesso Welles decide, per ‘dare sapore’ a quel piatto sciapo, di impostare la trasmissione come se si trattasse di un normale programma musicale interrotto ad un certo momento da un falso notiziario radio che annunciava l’invasione degli alieni e i suoi drammatici sviluppi.

Nessuno degli addetti al radiodramma, compreso lo stesso Orson Welles, si sarebbe mai immaginato che quello che ai loro occhi appariva semplicemente come un normale lavoro di routine, si sarebbe trasformato in un evento i cui effetti furono tali da modificare in maniera incontrovertibile non solo il destino artistico del giovane attore, ma anche il destino degli studi sociologici circa gli effetti dei contenuti massmediatici.

La trasmissione comincia con lo speaker che presenta, “in diretta dalla Meridian Room dell’Hotel Park Plaza di New York”, l’inizio della programma musicale di Ramon Raquello e della sua orchestra. Si può facilmente interpretare lo sgomento del pubblico radiofonico quando, dopo pochi minuti dall’inizio della trasmissione, questa viene bruscamente interrotta con un comunicato dai toni altamente drammatici: “Signore e signori, vogliate scusare per l’interruzione del nostro programma di musica da ballo, ma ci è appena pervenuto uno speciale bollettino della Intercontinental Radio News. Alle otto meno venti, ora centrale, il professor Farrell dell’Osservatorio di Mount Jennings, Chicago, Illinois, ha rilevato diverse esplosioni di gas incandescente che si sono succedute a intervalli regolari sul pianeta Marte. Lo spettroscopio indica che si tratta di idrogeno e che si sta avvicinando verso la terra a enorme velocità. Il professor Pierson dell’Osservatorio di Princeton conferma questa osservazione dicendo che il fenomeno è simile alla fiammata blu dei jet sparata da un’arma”.

Ha inizio la beffa mediatica del secolo, il falso che ha messo in luce il rapporto fin troppo fideistico e acritico che il pubblico aveva instaurato con i mezzi di comunicazione di massa. Gli oltre sei milioni di ascoltatori non erano preparati né a sospettare del falso, né tantomeno a sospettare dell’enorme potenzialità di quello che dalla maggioranza di loro veniva ancora considerato semplicemente come un ‘mezzo di svago’. Probabilmente Welles era al corrente di queste potenzialità e dell’abbaglio al quale erano sottoposti i fruitori dei mezzi di comunicazione di massa.

E’ per questo che aveva deciso di inserire il suo falso nel bel mezzo di un programma d’intrattenimento, come a voler render più netto lo stacco tra uno stato d’animo disteso, qual è appunto quello derivante dall’ascolto di un programma musicale, e uno stato di panico crescente dovuto all’annuncio dell’avvenuta invasione aliena.

Dopo il primo avvertimento circa le fiammate provenienti da Marte, la programmazione musicale prosegue con un brano estremamente simbolico dal punto di vista linguistico: Star Dust (polvere di stelle).

Gli ascoltatori tornano così a rilassarsi con una delle canzoni di maggior successo dell’epoca, ignari del susseguirsi di eventi che di lì a poco li avrebbe destati dalle loro poltrone e scaraventati nelle strade in cerca di salvezza. Infatti, passano pochi minuti ed ecco una nuova interruzione: “Signore e signori, vorrei leggervi un telegramma indirizzato al professor Pierson dal dottor Gray, del Museo di Storia Naturale di New York. Il testo dice: Ore 21:15, ora standard delle regioni orientali. I sismografi hanno registrato una scossa di forte intensità verificatesi in un raggio di 20 miglia da Princeton. Per favore investigate. Firmato Loyd Gray, capo della Divisione Astronomica”. Vediamo in questo caso come la citazione di fonti apparentemente autorevoli, come il ‘Museo di Storia Naturale’ o il ‘Professor Gray, capo della Divisione Astronomica’, sia un espediente imprescindibile per chi vuole mettere a segno una beffa mediatica e intende donare ad essa ulteriore credibilità.

Gli eventi che seguono il secondo annuncio diventano sempre più drammatici e la costante alternanza di questi allarmi con la normale programmazione musicale non fa altro che creare ulteriore confusione nell’ormai già allarmato pubblico.

Man mano che passa il tempo, si diffondono, tramite le voci di abilissimi attori, notizie che riferiscono dell’avvenuto atterraggio extraterrestre, delle orribili fattezze degli alieni, delle loro sofisticatissime armi e dei gas tossici. L’escalation porta addirittura a descrivere ‘in diretta’ la morte di un cronista che stava riferendo dell’avvenuta distruzione della città di New York. E quest’ultima è la scintilla che scatena l’esplosione di panico tra la gente.

Per capire meglio il linguaggio di cui si è fatto uso in questa trasmissione, che ricalcava in modo astuto quello delle reali cronache giornalistiche, e per capire meglio la drammaticità del falso evento, di seguito riporto la descrizione di un ‘falso’ cronista che si ritrova faccia a faccia con una presenza aliena: “Signore e signori, è la cosa più terribile alla quale abbiamo mai assistito…Aspettate un momento! Qualcuno sta cercando di affacciarsi alla sommità..qualcuno… o qualcosa. Nell’oscurità vedo scintillare due dischi luminosi..sono occhi? Potrebbe essere un volto. Potrebbe essere..mio Dio, dall’ombra sta uscendo qualcosa di grigio che si contorce come un serpente. E poi un altro e un altro ancora. Sembrano tentacoli. Ecco, adesso posso vedere il corpo intero. È grande come un orso e luccica come cuoio bagnato. Ma il viso! È indescrivibile. Devo darmi forza per riuscire a guardarlo. Gli occhi sono neri e brillano come quelli di un serpente. La bocca è a forma di V e della bava cade dalle labbra senza forma che sembrano tremare e pulsare. Il mostro, o quello che è, si muove a fatica. […]Un oggetto ricurvo sta uscendo dalla fossa. Sembra un piccolo raggio di luce riflesso su uno specchio. Che succede? Dallo specchio si sprigiona un raggio di luce…che si dirige verso gli uomini che avanzano. Li ha colpiti! Sant’Iddio, li ha incendiati! Bruciano come torce”.

Seguono diversi silenzi radio (come a far crescere la tensione), ogni tanto ripresi da qualche sporadica e confusa cronaca, fino a quando non si giunge ad un’apparente cessazione delle trasmissioni. E’ a questo punto che si scatena il putiferio. Migliaia di persone in preda al panico si riversano nelle strade e si lasciano andare a comportamenti di grave irrazionalità.

Si segnalano numerosi ingorghi nelle arterie principali di molte città degli Stati Uniti, mentre le linee di comunicazione si sovraccaricano fino al collasso. Alcuni si abbandonano a episodi di violenza, altri pregano di non essere coinvolti nell’attacco. A San Francisco, una donna si presenta alla polizia con i vestiti lacerati sostenendo di essere stata aggredita dagli alieni, mentre a New York ci vollero settimane per convincere alcuni di quelli che erano scappati a far ritorno nelle proprie abitazioni.

Ai giorni nostri, una simile reazione ci apparirebbe del tutto esagerata. A questo proposito, tuttavia, va ricordato che la radio fonda parte del suo fascino sulla disponibilità e la fantasia dell’ascoltatore che, soprattutto allora, non ne fruiva con la passiva attenzione che noi oggi dedichiamo al video.

La grande abilità di Orson Welles nel riprodurre in maniera impeccabile lo stile cronistico ha contribuito poi sopra ogni cosa a rendere credibile la messinscena. Emerge così l’importanza, quando si parla di falsi voluti e di beffe mediatiche, dell’utilizzo delle stesse modalità espressive del soggetto che si vuole imitare, in questo caso il giornalismo radiofonico. Per spiegarmi meglio, l’esito di questo programma sarebbe stato del tutto diverso se Welles avesse deciso di impostarlo, ad esempio, come un talk show o come una semplice intervista con un esperto di Ufo



martedì 24 settembre 2013

Louise Bourgeois. Utilizzo un linguaggio simbolico per esprimermi. Bisogna impregnare la materia di sentimenti. Il mio bisogno di utilizzare materiali soffici e stoffe, di far ricorso al cucito e alla bendatura dice la paura della separazione e dell'abbandono. Le emozioni sono proiettate all'esterno, in una forma e in uno spazio. L'inconscio è portato alla coscienza attraverso l'arte.[...] La mia arte è un modo esorcizzare i demoni che la inseguono fin dall'infanzia... una volta terminata la scultura sento che ha eliminato l'ansia che provavo




Il mio lavoro è l'opera di ricostruzione di me stessa e trova origine nella mia infanzia... la memoria e i cinque sensi sono strumenti di cui mi servo. Il mio lavoro riguarda la fragilità del vivere e la difficoltà di amare ed essere amati. Utilizzo un linguaggio simbolico per esprimermi. Bisogna impregnare la materia di sentimenti. Il mio bisogno di utilizzare materiali soffici e stoffe, di far ricorso al cucito e alla bendatura dice la paura della separazione e dell'abbandono. Le emozioni sono proiettate all'esterno, in una forma e in uno spazio. L'inconscio è portato alla coscienza attraverso l'arte.[...] La mia arte è un modo esorcizzare i demoni che la inseguono fin dall'infanzia... una volta terminata la scultura sento che ha eliminato l'ansia che provavo. Gli artisti progrediscono così: non è che migliorino, è solo che ogni volta sono capaci di resistere meglio ai loro propri assalti. L' unica vera arte che ho praticato tutta la vita è stata l'arte di combattere la depressione, la dipendenza emotiva... quello che mi interessa è la conquista della paura. Nascondersi, confrontarsi, esorcizzare, vergognarsi, tremare e alla fine avere paura della paura stessa. Questo è il mio tema. Questo credo è il tema.
Louise Bourgeois. Distruzione del padre, Ricostruzione del padre. 
Scritti e interviste Quodlibet


Il fallo è per me oggetto di tenerezza. Ha a che fare con la vulnerabilità e la protettività.
Dopo tutto ho vissuto con quattro uomini, mio marito e i miei tre figli. Io ero la protettrice.
Anche se mi sento protettiva nei confronti del fallo, non significa che non ne abbia paura.
“Non svegliare il can che dorme.” Si nega la paura con tecniche da domatore di leoni.
Pericolo e assenza di paura convivono. Con le donne non c’è pericolo, ma neanche eccitazione."
Louise Bourgeois - : Distruzione del padre. Ricostruzione del padre. Scritti e interviste 1923-2000


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