mercoledì 10 giugno 2020

Carlo Taglia. "Se non guarisci ciò che ti ha ferito, sanguinerai addosso a persone che non ti hanno tagliato."

"Se non guarisci ciò che ti ha ferito, sanguinerai addosso a persone che non ti hanno tagliato."
Carlo Taglia.

Nella mia esperienza di viaggio ho imparato una cosa: la paura è un veleno
Se permettiamo a questo veleno di diffondersi nella nostra mente, attiriamo i pericoli che temiamo. Quando iniziai la traversata dell'Africa senza aerei mi trovai dopo pochi giorni con una pistola puntata in faccia in una stazione dei pullman sudafricana. Ero arrivato in quel continente pieno di paure e di ansie assorbite dai familiari e dagli amici, che erano spaventati dal mio progetto. Così, ecco che il pericolo più grande si presentò immediatamente. Quel giorno dovevo fare duecento chilometri in autostop e quel pericolo accadde al primo mezzo condiviso di una serie di sei. Dopo mi trovai nel mezzo del nulla nella campagna sudafricana, con solo del cibo in scatola, poca acqua, la tenda e senza un telefono funzionante. Quel giorno decisi di continuare ad avere fede nel prossimo e non volevo permettere alla paura di vincere. Smettere di avere fede sarebbe stato come morire dentro e, con quella decisione, provai una stupenda sensazione di euforia e libertà, che mi portò a vivere una delle più intense e straordinarie esperienze della mia vita. Così, per permettere a me stesso di raggiungere la giusta profondità con cui scrivere questo testo, ho deciso di non avere paura e di immaginare che queste fossero le ultime parole che avrei scritto prima di morire. 

 "Se non guarisci ciò che ti ha ferito, sanguinerai addosso a persone che non ti hanno tagliato."




sabato 8 febbraio 2020

Herman Hesse, Siddartha. La maggior parte degli uomini sono come una foglia secca, che si libra nell’aria e scende ondeggiando al suolo. Ma altri pochi sono, come stelle fisse, che vanno per un loro corso preciso, e non c’è vento che li tocchi, hanno in se stessi la loro legge e il loro cammino.

La maggior parte degli uomini sono come una foglia secca, che si libra nell’aria e scende ondeggiando al suolo. Ma altri pochi sono, come stelle fisse, che vanno per un loro corso preciso, e non c’è vento che li tocchi, hanno in se stessi la loro legge e il loro cammino.
Herman Hesse, Siddartha.



"Rifletté profondamente, finché quella sensazione lo sopraffece completamente e raggiunse un punto in cui riconobbe le cause - perché riconoscere le cause, a lui sembrava, era pensare, e solo attraverso il pensiero le sensazioni diventano note e, invece di essere perdute, diventano reali e cominciano a maturare ". 
Herman Hesse, Siddartha, p.45.

La costante ricerca di qualcosa di indefinito, indefinibile, ci accompagna in questa storia. La pace interiore che Siddhartha prova in ogni fase della vita ci affascina. Anche nel suo peggiore e quasi all'ultimo momento, così simile a tanti di noi, ci aiuta a capire la forza che la vita ha quando pensiamo che tutto sia perduto. Una storia di speranza, lotta, fame di sapere chi siamo e cosa facciamo in questo mondo. "All'improvviso capì chiaramente che conduceva una vita strana, faceva molte cose che non erano altro che un gioco, si sentiva felice e talvolta provava piacere, ma quella vera vita passò attraverso di lui e non
 lo toccò". 
Herman Hesse, Siddartha, p.77


«Non basta disprezzare la guerra, la tecnica, la febbre del denaro, il nazionalismo. Bisogna sostituire agli idoli del nostro tempo un credo. È quel che ho sempre fatto: nel Lupo della steppa sono Mozart, gli immortali e il teatro magico; nel Demian e in Siddhartha gli stessi valori, solo con nomi diversi.»
Hermann Hesse, Crisi: pagine da un diario, 1928.

domenica 26 gennaio 2020

IL SISTEMA DEI THEMATA NELL’IMPERO ROMANO D’ORIENTE (SECC. VII-XI). «L'esercito misto di fanti e cavalieri è simile al corpo umano che al posto delle mani ha la fanteria leggera, e cioè arcieri, lanciatori di giavellotto e frombolieri. Al posto dei piedi i cavalieri. E al posto della testa, tu, che sei il primo fra tutti, posto delle restanti parti del corpo, la fanteria pesante e cioè gli skutatoi, che portano l'armatura tutta intera. E così tu, come la testa, devi avere una grande cura, sia di te stesso che di tutto il corpo: così quelli avranno cura di te, come di loro stessi» Leone VI, Taktikà (886-912)

IL SISTEMA DEI THEMATA NELL’IMPERO ROMANO D’ORIENTE (SECC. VII-XI)

SOMMARIO:
1. Dal IV al VII secolo.
2. Dal VII all'XI secolo.


«L'esercito misto di fanti e cavalieri è simile al corpo umano che al posto delle mani ha la fanteria leggera, e cioè arcieri, lanciatori di giavellotto e frombolieri. Al posto dei piedi i cavalieri. E al posto della testa, tu, che sei il primo fra tutti, posto delle restanti parti del corpo, la fanteria pesante e cioè gli skutatoi, che portano l'armatura tutta intera. E così tu, come la testa, devi avere una grande cura, sia di te stesso che di tutto il corpo: così quelli avranno cura di te, come di loro stessi»
Leone VI, Taktikà (886-912)





1. – Dal IV al VII secolo

Tra il IV e il VII secolo l'esercito romano-orientale comprendeva le truppe dei distretti militari di confine reclutate sul luogo (LIMITANEI) e le truppe da campagna, dislocate all'interno ma dotate di grande mobilità in caso di imprese militare (COMITATENSES).  Dal VI sec. i limitanei,  divenuti affittuari delle terre dei loro capi,   grandi proprietari, presentano analogie con i Buccellarii che erano i componenti di vere e proprie milizie private assoldate dai generali. Ricordiamo che Procopio riferisce che Belisario equipaggiava ben 7000 uomini con le proprie sostanze personali. Ai grandi proprietari veniva così delegata la gestione di una parte dell'esercito.  I comitatenses erano reclutati tra i sudditi bizantini traci, illirici, isauri, mentre andava consolidandosi il corpo dei FOEDERATI che superò presto nel numero i comitatenses. Esso reclutava barbari, in sostanza mercenari che dipendevano dai quadri militari bizantini e prestavano servizio nella cavalleria, mantenendo peraltro le proprie consuetudini e catene di comando.   Altre truppe straniere erano quelle degli alleati (SOCII) dei territori di frontiera che fornivano truppe che restavano sotto il comando dei loro capi.  La guardia palatina (PALATINI), che nel VI secolo era costituita da 20.000 uomini circa, era un corpo d'élite composto da barbari; a uno dei suoi squadroni, le SCHOLAE, fu affidata per molto tempo la guardia del palazzo, ma nel V secolo questo ruolo passò agli EXCUBITORES, un gruppo di 300 uomini guidati da un comes.  L'alto comando militare fu ripartito da Costantino fra tre Magistri: il Magister Peditum comandante della fanteria, il Magister Equitum comandante della cavalleria, nonché il Magister Militum Praesentalis, residente a Costantinopoli.  In seguito l'alto comando fu suddiviso fra otto Magistri, e poi ancora fra dieci, due dei quali avevano il compito di difendere la capitale. Ai loro ordini si trovavano i DUCES, governatori militari delle province nominati dall'Imperatore; seguivano poi i VICARI o ILARCHI.  Gli uomini alle armi erano generalmente inferiori alle esigenze belliche di  un  Impero in   stato  di guerra. Agli inizi del V sec. erano a disposizione circa 550.000 uomini, un secolo dopo essi erano solo 150.000 a causa dell’insediamento in Occidente delle tribù germaniche con relativa interruzione della fornitura di truppe. Alla fine del VI sec. gli effettivi erano ridotti addirittura a 15.000-30.000 unità.  Alla ridotta quantità si suppliva con la qualità e con un efficiente organizzazione. 

In battaglia il comando supremo è affidato allo stratego. La truppa è suddivisa in tre divisioni dette MERAI, comandate dai merarchi; la divisione in posizione centrale dello schieramento era comandata dall'ipostratego. Ogni divisione è composta da tre reggimenti detti MOIRAI, comandati da duchi e divisi a loro volta in battaglioni chiamati TAGMATA, composti da 300-500 uomini con a capo i tribuni; ogni tagma ha il suo servizio sanitario, le sue salmerie e tutto ciò di cui ha bisogno.  L'equipaggiamento difensivo è pesante, ma la fanteria è ora relegata a un ruolo secondario. Non è più il corpo decisivo e viene spesso lasciata nelle retrovie a difendere l'accampamento, mentre fondamentale è ora il ruolo della cavalleria armata di spada, arco e giavellotti. E' grazie a quest'ultima se nel VII secolo l'esercito romano-orientale riesce a prevalere su quello sassanide. Equipaggiamento, rifornimenti e spartizione del bottino rientravano nelle competenze dei capi militari, mentre la paga (roga) dipendeva dagli uffici di Costantinopoli; l'assistenza religiosa dipendeva presumibilmente dal patriarcato. La disciplina non è sempre facile da ottenere, poiché i soldati, di disparata provenienza, cercano di ottenere il maggior utile dal servizio.


2. – Dal VII all’XI secolo

Nei secoli in cui l'esercito riuscì prima a conquistare e quindi a salvaguardare i territori dell'Impero, il grado di organizzazione dello stesso era veramente notevole. Le fabbriche d'armi erano sotto il controllo dello stato e i cavalli, altro elemento indispensabile, venivano in prevalenza forniti dagli allevamenti imperiali. Quando l'esercito si muoveva lo spettacolo doveva essere affascinante. Armi splendenti, divise colorate e mantelli, scudi, stendardi decorati.  Con le truppe viaggiavano tutti i servizi ausiliari: il corpo di sanità, il servizio religioso, i genieri, l'artiglieria, i pontieri, fabbri ed operai. Sui carri delle salmerie erano caricati tende, attrezzi per scavatori e zappatori, asce, seghe, roncole, macine, oltre a viveri, armi e a volte macchine d'assedio smontate. Ai comandanti, come dice Leone nel brano citato all'inizio, era affidato l'onere-onore di gestire il tutto e di mantenere alto il prestigio dell'Impero.

Fra VI e VII secolo il mare e il suo dominio, la thalassokratia, rappresentano nella mentalità romano-orientale colta la fonte della ricchezza e del potere politico-militare come testimonia Cosma Indicopleusta. Procopio, il segretario di Belisario testimone in prima persona della guerra per la riconquista dell'Occidente mediterraneo ad opera di Giustiniano, membro del ceto senatorio e insignito del titolo aulico di patrizio, personaggio a tutti gli effetti "ufficiale" in grado di esprimere le valutazioni del ceto di governo nel suo livello più elevato a Costantinopoli, esalta la thalassokratia  e il suo peso sull'esito della guerra vandalica e della guerra gotica, cioè sulla riconquista di Africa e Italia. Questa stessa valutazione della importanza delle flotte troviamo nel regno gotico d'Italia. 

La sopravvivenza dell’impero romano-orientale, di fronte alla perdita di vastissimi territori in seguito alle invasioni germaniche in Occidente, alla invasioni slave nella penisola balcanica, alla invasione araba nel Crescente fertile e in Africa settentrionale, fu dovuto alla capillare militarizzazione della società romano-orientale, che consentì la resistenza dell’impero sui mari e sull’altipiano anatolico, a prezzo di un potenziamento dell’esercito e di una accentuazione del centralismo imperiale. 

I successori di Giustiniano dovettero affrontare la penuria delle risorse economiche di un impero che doveva fronteggiare incursioni e invasioni lungo tutto l’arco delle sue frontiere anche se Spagna, gran parte dell’Italia e della Penisola Balcanica andarono perdute nella seconda metà del VI secolo.

Persiani prima ed Arabi poi compromisero l’unità dell’impero nel corso del VII secolo: Siria, Palestina ed Egitto andarono perdute dal 634 al 641 mentre gli Arabi avvalendosi delle competenze nautiche dei popoli rivieraschi presero a tormentare isole dell’Egeo e coste dell’Anatolia fino al blocco navale della stessa Costantinopoli nel 674-678.  Il danno economico della perdita del gettito fiscale di regioni allora ad alto sviluppo fu enorme.

I romano-orientali si resero conto ben presto della necessità di una salda ossatura militare per poter resister alle pressioni esercitate ai confini dalle popolazioni barbariche.  Lo splendore e la potenza dell’impero nei secoli IX e X furono rese possibili solo attraverso una efficace organizzazione difensiva. L’impero romano-orientale doveva salvaguardare la sua integrità territoriale superstite dalle pressioni barbariche

La istituzione delle grandi ripartizioni amministrativo-militari dei magistri militum fu l’antefatto della successiva organizzazione militare e amministrativa. Quando Maurizio alla fine del VI secolo creò i due esarcati di Africa e di Italia conferì ai nuovi esarchi un potere più grande di quello dei magistri militum con subordinazione dell’amministrazione civile al potere militare. Il passo ulteriore fu compiuto probabilmente da Eraclio con la creazione del thema di Armenia.

A metà del VII secolo, quando il processo politico ed economico è saldamente orientato verso un restringimento degli orizzonti marittimi dell'impero, ormai privo di Siria, Palestina, Egitto ed Africa settentrionale, il monaco africano di cultura romano-orientale Giacomo vede il declino dell'impero nel fatto che esso ha perso il controllo "degli oceani, cioè della Scozia, dell'Inghilterra, della Spagna, dell'Egitto e dell'Africa e anche al di là dell'Africa dei luoghi in cui si vedono ancora in piedi le steli di bronzo e di marmo degli imperatori romani, segni indiscutibili della dominazione che i Romani esercitarono un tempo, secondo l'ordine di Dio, su tutto il mondo" 

Al di là della thalassocratia, legata anche alla superiorità tecnica che conferiva il monopolio del "fuoco greco", un liquido incendiario che le navi da guerra romano-orientali lanciavano con sifoni sulle navi nemiche; in attesa del predominio di altre marinerie, quella africana, quella spagnola, quelle italiane; l'attenzione degli studiosi si è tradizionalmente accentrata sul quadro delle rotte marittime e sul problema della discontinuità fra sistema commerciale e navale tardo-antico e sistema alto-medievale. La realtà delle rotte e del sistema navale tardoantico e alto-medievale è molto più profondamente articolata secondo quanto risulta dagli autori arabi.

E' nel VII sec. che viene attuata una profonda riforma dell'organizzazione militare, che la storiografia moderna attribuisce ad Eraclio. I principali corpi dell'esercito furono chiamati THEMA, THEMATA. Essi erano posti in territori delimitati e prima della fine del VII sec. o agli inizi dell'VIII, Tracia, Macedonia, Ellade nonchè Sicilia diventano themata. Il thema è anche una circoscrizione amministrativa e il capo militare del thema, lo stratego, assume il governo anche delle amministrazioni civili.

Fra VII e VIII secolo le razzie arabe e la resistenza locale costituiscono il tema di polarizzazione fra le due frontiere, quella islamica e quella della cristianità, che nel corso del IX secolo  cede posizioni chiave agli Arabi nel Mediterraneo, cioè Creta e la Sicilia meno funzionali alla conquista araba del Mediterraneo e della Europa meridionale a causa delle divisioni politiche e religiose dell'Islam e della resistenza e poi controffensiva romano-orientale a Costantinopoli, a Creta e in Sicilia stessa, sarà peraltro opera dei Normanni la completa liberazione della Sicilia dagli Arabi - espressione per noi piuttosto ambigua, perché in senso proprio si attaglia solo alla minoranza dei beduini di Arabia, mentre in senso improprio ed estensivo dobbiamo intendere come unificazione politico-religiosa delle società del Crescente Fertile, molto più antiche e civili degli Arabi come beduini di Arabia che forniscono solo il ceto dirigente politico e la comune confessione religiosa.

Il dominio del Tirreno rimane saldamente romano-orientale dal punto di vista navale dal 533 fino alle prime incursioni arabe attorno al 703, incursioni che nel corso dell'VIII e del IX secolo provengono dall'Africa e dalla Spagna, cioè dalle due basi della espansione musulmana verso la Europa meridionale la cui premessa era appunto costituito dal dominio della rotta del Tirreno. Le vicende del Tirreno e della navigazione commerciale e da guerra romano-orientale in quel mare si iscrivono nel problema generale del controllo del Mediterraneo ad opera della marineria romano-orientale, una realtà riaffermata con vigore all'atto della riconquista giustinianea, che venne sostanzialmente dal mare e grazie al controllo del mare, ma una realtà frantumatasi nel corso del VII secolo.

L'unificazione araba dei paesi del Crescente Fertile e dell'Africa settentrionale è un pericolo diretto per la supremazia navale romano-orientale perché mentre i beduini arabi non hanno alcuna esperienza del mare, al pari dei barbari occidentali, le società siriache, egiziana e africane sono invece da tempo esperte di commerci e di navigazione marittima e anzi sono nel tardo-antico all'avanguardia del sistema creditizio e della colonizzazione demografica dell'Occidente, spopolato sia per il crollo demico connesso con la pandemia della peste che torna ad infierire in Occidente dopo il III secolo, sia per le vicende connesse con la formazione dei regni germanici. Alcune delle marinerie di maggior prestigio, come quella siriana, passano sotto il controllo arabo e sono in grado di contendere il controllo dei mari a Costantinopoli, come mostrano i quattro anni di assedio navale a Costantinopoli fra il 674 e il 678.

La importanza delle rotte occidentali e dell'Italia attorno alla metà del VII secolo è testimoniata dal progetto di Costante II di trasferire la capitale a Siracusa: il Mediterraneo malgrado le scorrerie musulmane era ancora un elemento unificante dei domini bizantini e della Sicilia.

Costante II intendeva resistere alla espansione araba riorganizzando l'Esarcato di Africa: il suo fallimento significò l'invasione dell'Africa settentrionale e della Spagna.  Del resto di un exercitus de Sardinia e di un exercitus de Africa è fatta menzione nella iussio di Giustiniano II al  papa nel 687 a conferma degli atti del VI concilio ecumenico del 680.

Nel 669 all'atto del tentativo di usurpazione imperiale di Mizizio, come lo chiamano le fonti greche, cioè dell'armeno Mzez Gnouni un generale, conte del thema dell'Opsikion, che si trovava in Sicilia al seguito di Costante II assassinato il 15 settembre 668, l'imperatore Costantino IV raccoglie forze navali in Campania, Esarcato e Sardegna per contrastarlo. La rovina della dominazione romano-orientale in Africa segnò l'inizio delle scorrerie arabe in Sicilia e in Sardegna a partire dal 703 ad opera dell'emiro di Tunisi. Le incursioni si susseguirono nel 720, 727, 730, 733, 735, 740: su questo sfondo di molestie militari continue, che corrispondevano territorialmente alle incursioni in Anatolia di questi stessi anni contro il settore orientale dell'impero, si collocano gli sforzi di resistenza del Tirreno nel suo complesso a partire dalle forze locali, ostinatamente ancorate alle rispettive tradizioni politiche e religiose, come mostrano gli esempi delle società locali,  in Sardegna e nel Tirreno meridionale, del regno italico post-longobardo e carolingio nel Tirreno settentrionale e in Provenza.

L'Adriatico è noto agli Arabi fin dai primi tempi delle loro incursioni.
I cronisti occidentali segnalano la presenza di flotte militari arabe di provenienza africana o siciliana a Bari (dall'840 o 841) ad Ancona e Adria negli stessi anni. Nell'867 la flotta da guerra araba appare in Dalmazia e nell'875 a Grado.  Al Masudi parla di una spedizione musulmana da Tarso in Cilicia fino a Venezia nel 924. La flotta musulmana era comandata da ad-Dulai. Nel 971 navi veneziane sono presenti ad al-Mahdiya e a Tripoli di Barberia. La portata del dramma militare contro l'Islam è mediterranea e investe soprattutto le isole, utilizzate come basi preliminari alla espansione territoriale realizzata attraverso la Spagna e attraverso Costantinopoli: oggetto della conquista araba, preceduta da razzie annuali volte a destrutturare la società romano-orientale nella  sua capacità di reazione, sono in primo luogo le isole grandi e piccole dell'Egeo: Rodi (incursioni e occupazioni principali 654, 807, 823), Cipro (649, 756, 790, 806, 823) riconquistata dai romano-orientali nell'874-878 e soprattutto Creta (675, 688, 786-809), conquistata dagli Arabi nell'824-831 e riguadagnata all'impero soltanto nel 961.

Malgrado le difficoltà dell'impero di fronte ad una invasione dai molteplici punti di attrito e sfondamento: le isole dell'Egeo e del Tirreno, l'Anatolia, le coste della Italia; il mito della potenza navale romano-orientale si fa sentire ancora in una lettera di papa Paolo I al re Pipino nel 760 in cui preannuncia un fantomatico stolum siciliense di trecento navi dirette contro Roma e contro la Francia.

D'altra parte nel 778 si verifica uno scontro a Centocelle contro navi romano-orientali che operano il commercio degli schiavi mentre nel 779 napoletani e romano-orientali avevano occupato Terracina per terra e per mare.  La difesa contro gli Arabi di Africa viene assunta nell'VIII-IX secolo dai carolingi con l'appoggio di flotte italiane. Nell'806 il re d'Italia Pipino inviò in Corsica la classis de Italia mentre nell'812 papa Leone III si mette d'accordo con Pipino re d'Italia per difendere le coste italiane da un'armata araba - africana o spagnola - per cui vennero disposti punti di vigilanza lungo le coste: stationes et excubias le famose torri saracene elemento monumentale caratteristico del panorama delle nostre coste.   La sostanziale reazione delle popolazioni lungo la via delle isole ai tentativi di occupazione araba e il ruolo giocato dalla Sardegna ducato/arcontato romano-orientale nel mantenere sgombra la rotta di altomare che collega Liguria ed Africa, forniscono la premessa per il ruolo che Pisa e Genova avranno in seguito, dopo il declino dell'impero romano-orientale come potenza navale attorno al XII secolo, a favore però della marineria occidentale non di quella islamica.

Abbiamo una testimonianza ufficiale della organizzazione tematica nell’opera dell’imperatore Costantino VII Porfirogenito risalente secondo il suo editore, Agostino Pertusi (1952) al 933/934 con un rimaneggiamento dopo il 998 avvenuto peraltro nell’ambito della cosiddetta enciclopedia costantiniana. Il de thematibus di Costantino VII Porfirogenito comprende 17 themata orientali e 12 themata occidentali. Cioè dal VII secolo al X secolo si assiste ad una progressiva frammentazione dei themata maggiori in modo da concentrare meno forze militari nelle mani di un solo stratego, cioè generale-governatore. Nel VII secolo i themata erano stati solo sei: Armeniaco (667), Anatolico (669), Opsicio (680), Caravisiani (680) Tracia (687/742) Ellade (695). Alcune regioni, come ad esempio la Bulgaria, erano organizzate anche in clisure, comandate da clisurarchi; in seguito, alcune clisure furono elevate a themata.  Le fortezze più esposte erano tenute da piccole formazioni indipendenti al comando degli Akritai, che dovevano tener d'occhio il nemico e riferire in caso di necessità.  Oltre ai corpi tematici, vi erano anche le truppe di stanza nella capitale, formate principalmente da mercenari e dette TAGMATA. Sotto gli ordini di drungari, domestici e conti, queste erano le scholae, gli excubitoi, l'arithmos, gli hikanatoi, e infine gli strateletai e gli athanatoi. Avevano poi funzione di guardia palatina alcune compagnie chiamate hetaireiai formate da macedoni, turchi dell'Asia centrale, cazari, arabi, franchi che si aggiungevano al contingente dei Varangi, formato da islandesi, danesi e norvegesi. 

Dal significato originale di corpo di armata il termine thema passò a designare l’intero territorio della provincia, a capo del quale era, militarmente e civilmente, lo stratego cui erano sottoposti uno e più duchi o drungari; dal duca o drungario dipendeva un numero arithmòs, cioè una unità militare composta da 1500 a 4000 soldati. Dai tribuni o conti dipendevano i tagmata; ogni tagma era composto da un numero di uomini variabile fra 300 e 500.

Sembra che l'esercito bizantino nel sec. IX fosse costituito complessivamente da 120.000 uomini; ma che fra il X e l'XI sec. l'organico fosse sceso a 30.000 uomini al massimo. L'esercito tematico veniva reclutato dallo stratego nell'ambito del thema. L’Anatolia venne amministrativamente organizzata in themata: letteralmente corpi di armata stanziali, sono in realtà circoscrizioni territoriali in cui le funzioni di governo civile vengono affidate alla gerarchia militare, riducendo il peso della burocrazia sull’economia regionale (con la eliminazione dei funzionari civili) e rendendo più incisivi i tempi di decisione e operatività dei militari. Il soldato (stratiotes) riceveva un possesso condizionale in cambio di servizio militare per alcuni mesi dell’anno, appezzamenti di terreno tratti dal patrimonio imperiale e dalle terre del fisco per un valore minimo di 4 libbre d’oro cioè 282 soldi, terreni inalienabili, immuni da tasse militari, trasmissibili ereditariamente a condizione della prestazione del servizio dovuto. Poiché gli effettivi militari variano da 6.000 a 12.000 per thema, la dotazione di terre militari ai soldati comporta una capillare ridistribuzione della proprietà medio-piccola: infatti la soglia di povertà a Bisanzio è legalmente fissata al possesso di un capitale inferiore i 50 solidi (Basilikà, I. X.34.6-10).

In questo periodo, armamento ed equipaggiamento variano relativamente.
Mutano però le tattiche; ora sono più frequenti scontri coinvolgenti un numero limitato di truppe, più veloci, che poggiano sulla rete di fortezze costruite a guardia dei confini dell'Impero. L'esercito romano-orientale del periodo, non potendo contare sul numero, costruisce le sue vittorie sulla grande mobilità, ed è assistito da servizi ausiliari organizzati in modo eccellente.

L'esercito entrò in un periodo di deterioramento dopo la morte di Basilio II nel 1025 e la situazione peggiorò nella seconda metà del secolo.  Si smembrano i themata e si sopprime il titolo di stratego per evitare minacce alla dinastia; le fonti parlano in termini generici di declino del morale, delle truppe, della qualità del loro addestramento ed equipaggiamento, nonché del ritorno al consistente impiego di mercenari stranieri. 

I tipi di armature e di armi non cambiarono sostanzialmente fino al XII secolo, e il cambiamento non sarà dovuto a un rinnovamento interno all'Impero, ma all'impiego di mercenari occidentali che portarono il loro equipaggiamento sino in Romània. 

Nel IX e X secolo invece i themata diventano più piccoli e aumentano di numero.

L’amministrazione civile e l’amministrazione militare, tradizionalmente distinte nell’impero tardo-antico, progressivamente si fusero in una amministrazione unica a carattere militare a partire dal V secolo.

Maurizio stesso istituì questo tipo di amministrazione e difesa provinciale costituendo i due esarcati, di Africa e d’Italia.  Tutte le funzioni civili vennero assorbite dalla gerarchia dei militari stanziali. Duchi e tribuni divennero oltre che cariche militari inquadranti i coscritti, le istanze dell’amministrazione fiscale e giudiziaria dei territori da cui si estraevano i coscritti medesimi.

Tra la fine del VI secolo e la metà del VII secolo, come si è detto, probabilmente nel corso del regno dell’imperatore Eraclio (610-641) si generalizzò la struttura dell’amministrazione militare delle provincie, denominate thema al singolare e themata al plurale.

A metà del IX secolo il complesso dei themata era stato costituito da venti unità, orientali (1,2,3,4,5,6,7,10,12, 18,19,20)  e occidentali (8, 9, 11, 13, 14, 15, 16, 17): 1) Anatolico, 2) Armeniaco, 3) Tracesi, 4) degli Opsici, 5) dei Bucellarii, 6) Cappadocia, 7) Paflagonia, 8) Tracia, 9) Macedonia, 10) Caldia, 11) Peloponneso, 12) dei Cibirreoti, 13) Ellade, 14) Sicilia, 15) Cefalonia, 16) Tessalonica, 17) Durazzo, 18) Climata, 19) Charsianon (clisura), 20) Seleucia (clisura), per un totale di 96.000 uomini.

Il salario dei soldati e degli ufficiali variava a seconda della importanza strategica della regione, cioè del thema. Gli strateghi maggiori (1-3) percepivano una roga quadriennale di 40 libbre di soldi d’oro cioè 2880 nomìsmata. Gli strateghi intermedi (4,5,9) percepivano 36 libbre d’oro pari a 2592 soldi; gli strateghi di terz’ordine (6,7,8,11) percepivano 1728 soldi cioè 24 libbre; gli strateghi di quart’ordine (11-18) percepivano 12 libbre d’oro cioè 864 soldi, gli strateghi di quint’ordine (19, 20) che tecnicamente sono a capo di clisure, cioè porzioni di themata, indipendenti per motivi militari, percepivano 6 libbre d’oro cioè 432 soldi.

Tali somme provengono dal tesoro imperiale o, in alcuni casi, parzialmente o totalmente dalla riscossione diretta in loco (10, 11, 13, 18).  Il soldato comune percepisce intorno ai 9 soldi annui, oltre alla concessione fondiaria condizionale, cioè terre militari che rimangono in godimento alla famiglia finché viene prestato il servizio militare dovuto. Un duca percepisce mediamente in roga, senza i diritti derivanti dall’amministrazione, 2 libbre d’oro l’anno (144 soldi) e un tribuno una libbra (72 soldi) (W.T: Treadgold, The Byzantine State Finances in the Eight and Ninth Century, New York 1982). Gli ufficiali superiori godono inoltre di esenzioni fiscali per determinati “capi” di coloni sulle loro terre. Va inoltre aggiunta alla roga, cioè allo stipendio della funzione, anche la rendita annua connessa con il titolo aulico cui la carica dà diritto.

I nuovi rapporti nelle campagne ci sono noti attraverso una raccolta di diritto consuetudinario risalente al VII-VIII secolo, la cosiddetta “Legge agraria”. La piccola e media proprietà fondiaria è organizzata in circoscrizioni fiscali denominate chorìa, cioè paesi, quale che sia il tipo, accentrato o sparso, dell’insediamento contadino. Gli abitanti dei chorìa sono fiscalmente solidali cioè sono responsabili di fronte al fisco del gettito globale dell’imposta e sono tenuti allo sfruttamento delle terre abbandonate dai proprietari che, dopo trent’anni, perdono il diritto di proprietà a favore dei membri della comunità che hanno lavorato la terra e corrisposto l’imposta fondiaria (telos).

La grande proprietà laica ed ecclesiastica perde di importanza relativa a causa del controllo   imperiale delle riserve demografiche, della larga disponibilità di terra del patrimonio imperiale e del fisco da assegnare ai contadini liberi e della riforma dell’esercito stanziale, il cui radicamento nel possesso del suolo si tradusse nella costituzione un ceto medio contadino: esso sviluppò un peculiare patriottismo bizantino in chiave di difesa eroica e militaresca della Romania, cioè il cristianesimo identificato con l’impero, che trovò la sua espressione immaginaria nella epopea popolare del Digenis Akritas; su tale ceto poggiava il consenso alla istituzione imperiale e il funzionamento dello statalismo bizantino fra VII e  e IX secolo. Esempio della funzionalità di tale struttura sociale è la carriera di Leone III (717-741) figlio di contadini della Siria profughi di fronte agli Arabi, insediatisi  in Tracia come coloni, si era arruolato nell’esercito arrivando al grado di stratego del thema degli Anatolici, posizione di potere che gli aveva consentito di assumere l’impero.

Venne riformata anche l’amministrazione centrale, in funzione di un maggior centralismo statale con l’abolizione delle prefetture al pretorio sostituite da quattro grandi ministeri (sekreta, con a capo dei logoteti) direttamente dipendenti dall’imperatore mentre l’unificazione del sakellion, cioè della cassa del patrimonio privato e della cassa delle spese pubbliche, finalizzò le risorse finanziarie alle necessità  pubbliche, anche se l’ideologia politica non consentiva di ridurre lo sperpero e il parassitismo del Sacro Palazzo, cioè il fastoso e magico palcoscenico della liturgia imperiale in cui si estrinsecava il culto imperiale, secondo una etichetta di penetrante simbolismo, che oltre a sbalordire i diplomatici occidentali e orientali del tempo, ha radicato nella cultura mondiale l’immagine storica della raffinatezza romano-orientale.

La buona organizzazione del fisco e il gettito dell’imposta fondiaria consentiva all’imperatore di intrattenere mercenari alle sue dirette dipendenze (tàgmata) come truppe per la guerra campale.

L’esercito romano-orientale risultava pertanto dalla combinazione di tre diversi corpi: una ottima flotta concentrata nei thèmata marittimi atti a contrastare le incursioni arabe, grazie anche all’arma del “fuoco greco” una miscela incendiaria lanciata con sifoni per secoli monopolio dei romano-orientali; le truppe stanziali dei thèmata e i contingenti di movimento dei tagmata.

Con il prevalere dell’aristocrazia fondiaria nell’XI-XII secolo il sistema cambiò radicalmente, fondandosi sugli eserciti privati degli aristocratici sempre tentati dalla autonomia o indipendenza regionale, che gli imperatori del X secolo, malgrado le loro leggi antisignorili, non riuscirono a contenere.


Antonio Carile
Università di Bologna



http://www.dirittoestoria.it/15/memorie/Carile-Sistema-themata-Impero-Romano-Oriente-secc-VII-XI.htm



giovedì 2 gennaio 2020

Karen Horney fu un’accesa contestatrice della teoria sessuale e della psicologia genetica di Freud, in particolare della cosiddetta “invidia del pene”. Inoltre fu la fondatrice della “psicologia femminile”: scrisse un libro su come la società mondiale incoraggiasse le donne ad essere dipendenti degli uomini, su come il rapporto moglie-marito fosse simile ad una rapporto genitoriale in chiave donna genitore- uomo bambino, oltre a tantissime altre opere che misero al centro la psiche della donna.

Karen Horney fu un’accesa contestatrice della teoria sessuale e della psicologia genetica di Freud, in particolare della cosiddetta “invidia del pene.  Inoltre fu la fondatrice della “psicologia femminile”: scrisse un libro su come la società mondiale incoraggiasse le donne ad essere dipendenti degli uomini, su come il rapporto moglie-marito fosse simile ad una rapporto genitoriale in chiave donna genitore- uomo bambino, oltre a tantissime altre opere che misero al centro la psiche della donna.
https://pasionaria.it/karen-horney-la-psichiatra-contestataria/


Karen Horney. I nostri conflitti interni.
[...] questo libro permette di penetrare nella struttura dei conflitti che in misura normale o in misura nevrotica sottendono il comportamento di ogni essere umano. La Horney esprime la convinzione che se pure i conflitti, nella loro forma più grave, sono di competenza degli esperti, noi stessi possiamo fare molta strada per liberarcene.
https://www.librerie.coop/libri/9788809773929-i-nostri-conflitti-interni-giunti-editore/

Nevrosi e sviluppo della personalità. La lotta per l'autorealizzazione
di Karen Horney
In questo libro, il suo ultimo e il più originale, Karen Horney esamina il processo nevrotico considerandolo come una forma speciale di sviluppo dell'essere umano, l'antitesi dello sviluppo normale, della crescita sana. Il processo nevrotico si sviluppa, nella concezione horneyana, allorché il disagio delle condizioni ambientali spinge l'individuo a rinunciare alle proprie potenzialità di crescita per rafforzare le proprie capacità di difendersi dal mondo esterno. Il sintomo nevrotico è dunque espressione di un atteggiamento generale nei confronti della vita, del proprio ambiente sociale e culturale. Nell'analizzare la tendenza generale di questo processo, l'autrice delinea i differenti stadi dello sviluppo nevrotico, descrivendo le pretese nevrotiche, la tirannia dei dettami interiori e le soluzioni cui il nevrotico ricorre per alleviare le tensioni del conflitto in atteggiamenti emotivi quali il dominio, la remissività, la dipendenza e la rassegnazione. Tutto il volume mette in luce con penetrante intuizione le forze che agiscono per favorire o contrastare la realizzazione delle proprie potenzialità da parte dell'individuo.
https://www.librerie.coop/libri/9788834007020-nevrosi-e-sviluppo-della-personalita-la-lotta-per-lautorealizzazione-astrolabio-ubaldini/



Il nevrotico si aspetta un mondo di bene dai mutamenti esteriori, 
ma inevitabilmente porta sé stesso e la sua nevrosi in ogni situazione.
Karen Horney

Il vivere con conflitti irrisolti implica, in primo luogo, un rovinoso spreco di energie umane, causato non soltanto dai conflitti stessi, ma da tutti i tortuosi tentativi di rimuoverli.
Karen Horney 

La psicoanalisi non è il solo modo di risolvere i conflitti interiori. 
La vita stessa rimane ancora uno psicoterapeuta molto efficace.
Karen Horney 


I conflitti nevrotici non si risolvono per decisione razionale. I tentativi di soluzione del nevrotico non sono soltanto inutili, ma dannosi. Però questi conflitti possono essere risolti cambiando la condizione interna della personalità che li ha fatti sorgere. Ogni pezzo di lavoro analitico bene eseguito cambia queste condizioni per il fatto che rende una persona meno debole, meno timorosa, meno ostile e meno alienata da se stessa e dagli altri.
Karen Horney 


Tutti coloro che prendono seriamente se stessi e la vita vogliono stare soli ogni tanto. 
La nostra civiltà ci ha così coinvolti negli aspetti esteriori della vita che poco ci rendiamo conto di questo bisogno e della possibilità che offre per una completa realizzazione individuale. Il desiderio di una solitudine significativa non è in alcun modo nevrotico; al contrario, la maggior parte dei nevrotici rifugge dalle proprie profondità interiori.
Karen Horney 


Non è soltanto il bambino piccolo ad essere plasmabile. Tutti abbiamo la capacità di cambiare, di cambiare anche in modo sostanziale, finché viviamo. Questa convinzione è sostenuta dall'esperienza. L'analisi è uno dei mezzi più potenti per provocare cambiamenti radicali, e meglio comprendiamo le forze operanti nella nevrosi, maggiore la nostra possibilità di produrre il cambiamento desiderato.
Karen Horney 


Prendendo di nuovo come esempio la necessità di apparire perfetto, sarei interessato principalmente a capire cosa questa tendenza realizza per l'individuo (eliminando i conflitti con gli altri e facendolo sentire superiore agli altri), e anche quali conseguenze ha la tendenza sul suo personaggio e la sua vita. Quest'ultima indagine consentirebbe di comprendere, ad esempio, come una persona del genere si conformi con ansia alle aspettative e agli standard nella misura in cui diventa un semplice automa, e tuttavia li sfida sovversivamente; come questo doppio gioco si traduca in svogliatezza e inerzia; come è orgoglioso della sua apparente indipendenza, ma in realtà dipende interamente dalle aspettative e opinioni degli altri; come è terrorizzato affinché nessuno possa scoprire la debolezza dei suoi sforzi morali e la doppiezza che ha pervaso la sua vita; come questo a sua volta lo abbia reso isolato e ipersensibile alle critiche.
Karen Horney 


La formulazione più comprensiva degli scopi terapeutici è lo sforzo per essere genuini: essere senza pretesti, essere emotivamente sincero, essere capace di mettere tutto se stesso nei propri sentimenti, nel proprio lavoro, nelle proprie convinzioni. Ci si può avvicinare a questo, solo a patto che i conflitti siano risolti.
Karen Horney I nostri conflitti interni





Definirei la prospettiva psicologica della Horney come quella di una psicoanalisi del sé, intrinsecamente relazionale. Mi spiego meglio. La Horney è profondamente convinta che la psiche si formi nel contesto di una matrice relazionale (questa espressione è stata coniata molto più recentemente da Stephen Mitchell, ma è ciò che meglio si adatta al senso di ciò che voglio esprimere). L’ambiente primario condiziona pesantemente le possibilità evolutive iniziali e la psiche, per necessità di adattamento e sopravvivenza, rinuncia allo sviluppo sano e intraprende la via dello sviluppo nevrotico, la creazione di un complesso e articolato falso sé

Il processo nevrotico è un particolare aspetto dello sviluppo della personalità umana… 
Non solo differisce qualitativamente dallo sviluppo sano, ma molto più di quanto non ci si sia mai resi conto, gli è antitetico in vari modi… In seguito a conflitti interiori, l’essere umano può estraniarsi dal suo vero sé; in tal caso egli devierà la maggior parte delle sue energie nel tentativo di modellarsi, mediante un rigido sistema di dettami interiori, in un essere assolutamente perfetto (p. 11)”. 
Più avanti, la Horney afferma espressamente che il nevrotico è il pigmalione di se stesso.

L’impianto concettuale del libro è quello di una logica ferrea. 
Tre sono le possibilità nevrotiche fondamentali (cioè quelle fallimentari, dal punto di vista della realizzazione autentica di sé) di porsi in rapporto all’esperienza del conflitto interpersonale: 
  • cedere terreno, fino al punto di sottomettersi ai bisogni e ai desideri altrui; 
  • dilatare se stessi e imporsi arrogantemente; 
  • rifuggire quanto più è possibile dalle relazioni. 

L’adozione di una soluzione nevrotica conduce ad un circolo vizioso e all’autorafforzamento della soluzione adottata, attraverso la creazione di innumerevoli dettami interiori che condizionano l’esistenza. 

La nevrosi si costruisce poi attraverso la idealizzazione della propria soluzione nevrotica, per cui il remissivo si convince di essere non già “coatto” nelle sue scelte, ma incredibilmente capace di amare, l’aggressivo idealizza la propria forza, coraggio ecc. e il fuggitivo ritiene di essere un uomo libero e saggio

Questo orgoglio nevrotico fa sì che si guardi sempre più spesso ai propri limiti e ai propri bisogni umani normali senza alcuna capacità di accettazione, anzi con disprezzo, e produce odio verso se stessi e, infine, auto-alienazione.

Insomma, in questo libro si parla di dettami interiori, pretese nevrotiche, orgoglio nevrotico, disprezzo di se stessi, remissività, rabbia vendicativa, assertività patologica, distacco emotivo e auto alienazione. 

Usando una terminologia kohutiana, questo si chiama livello di teoria vicino all’esperienza, a differenza della terminologia psicoanalitica classica che ha creato ogni sorta di spiegazioni basate sulla metapsicologia e la teoria delle pulsioni, un livello distante dall’esperienza che Horney non fu in grado di accettare, motivo per cui dette le dimissioni e portò avanti una propria scuola. 

La vendetta dell’establishment psicoanalitico fu quella di mettere in circolazione la voce che Horney introducesse spiegazioni sociologiche nella psicoanalisi, cioè spiegazioni superficiali, a scapito della “profondità” delle spiegazioni psicoanalitiche “vere”. Una voce che ha ottenuto molto ascolto, tanto che il pensiero della Horney è stato completamente accantonato e dimenticato negli anni. 

A pensarci bene, questa della superficialità della Horney è la più grande panzana di tutta la storia del movimento psicoanalitico e la ragione del credito che ha ottenuto risiede probabilmente nel fatto che Horney era tremendamente avanti rispetto ai tempi e creava enorme imbarazzo nel lettore psicoanalitico (lo crea ancora oggi). 

Le analisi della Horney sono dettagliate, sottili, stringenti e vanno davvero molto in profondità, ma l’utilità principale che in esse ravviso è quella di orientarci subito, di darci una chiave di lettura preziosa del disturbo nevrotico. La tipologia psicopatologica che mette a nostra disposizione con questo libro testamento, scritto al termine ormai di una vita lunga e operosa, funziona magnificamente come riscontro oggettivo, per sapere chi abbiamo di fronte quanto lavoriamo con un paziente ed evitare di “giocare a mosca cieca” con lui, mantenendo l’indagine psicoanalitica centrata sull’essenziale, come ho detto nel mio scritto Oggettività del disturbo e soggettività della persona, pubblicato su questo stesso numero di script.

Per finire, un sentito ringraziamento al dottor Luigi Ruggiero, il maggiore esperto italiano della psicologia psicoanalitica del sé, senza il cui indirizzamento anch’io sarei rimasto vittima del luogo comune svalutativo che vergognosamente si mantiene a carico di questa grandissima studiosa della psicologia del profondo.

Alberto Lorenzini
Medico, psicoterapeuta, bolognese di nascita. Formatosi inizialmente alla psicologia analitica junghiana, si è successivamente interessato alle relazioni oggettuali e alla psicologia del Sé di Kohut. Attualmente si riconosce nel movimento della Psicoanalisi Relazionale. Ha pubblicato diversi articoli su riviste specializzate e due libri: La psicologia del cielo e Lo Zen e l’arte dell’interpretazione dei sogni, entrambi presso le Edizioni Mediterranee. E’ membro della SIPRe (Società Italiana Psicoanalisi Relazionale). Esercita a Pisa continuativamente, da trent’anni, la professione privata di psicoterapeuta.
E-mail: alberto.lorenzini@gmail.com
https://www.script-pisa.it/karen-horney-nevrosi-sviluppo-della-personalita-casa-editrice-astrolabio-roma/


Karen Horney operò prevalentemente negli Stati Uniti, ed assieme ad Harry Stack Sullivan è considerata una delle fondatrici dell'approccio interpersonale in psichiatria. Le sue teorie contrastarono alcune visioni tradizionali della psicoanalisi freudiana, come la teoria della sessualità e la psicologia genetica, inserendo un'ottica di genere all'interno della riflessione psicoanalitica. Importanti anche i suoi studi sull'autoanalisi.

Horney evidenziò ampiamente come il comportamento e lo psichismo individuale fossero influenzati molto più dalle condizioni socioculturali che da fattori innati o genetici. Si occupò anche di definire in maniera più attenta il problema del confine tra normalità e patologia.
https://it.wikipedia.org/wiki/Karen_Horney


[...] la Horney aveva cominciato a pubblicare una serie di saggi in cui metteva in discussione alcuni principi fondamentali dell'ortodossia freudiana. Nel 1930 scrisse intorno all'importanza dei fattori socio-culturali nello sviluppo umano, in opposizione alle teorie puramente intrapsichiche, tesi incorporate nella psicologia contemporanea ma che al tempo furono considerate eretiche. A New York la Horney stabilì dei profondi legami intellettuali e d'amicizia con la Thompson, Sullivan, Silverberg ed in seguito Fromm. Insieme a loro diede vita ad un movimento di pensiero sulla psichiatria intesa come studio delle dinamiche interpersonali. Nel 1941 insieme alla Thompson, a Fromm, Kelman, Robbins ed altri psicoanalisti fonderà l'American Association for the Advancement of Psychoanlysis (A.A.P.). Dopo varie e tormentate vicende all'interno dell'A.A.P. e di altri istituti di psicoanalisi, la Horney decise di dedicarsi principalmente al suo lavoro terapeutico, alle lezioni e allo sviluppo della teoria con particolare attenzione alla nozione del Sé reale, centrale nel suo ultimo libro. Nel 1952 muore a New York all'età di 67 anni.
http://www.spigahorney.it/IT/1-Spiga-Horney/1-Associazione/37-Karen-Horney.html


Per la Horney, ma già per Freud, la psicologia dell'individuo nevrotico non differisce che quantitativamente da quella dell'individuo "normale". In pratica, in modo più o meno grave, siamo tutti nevrotici, sottoposti a conflitti interiori.
La Horney riconosce tre tipi di personalità nevrotica, ovviamente non puri: 
la personalità conciliante, l'aggressiva e la distaccata. Ce ne fornisce un'esauriente descrizione.
Si diffonde poi nella trattazione di alcuni concetti cardine della propria teoria: 
l'immagine idealizzata, l'esternalizzazione, l'impoverimento della personalità, la disperazione nevrotica.

La Horney ritiene che alla base delle difficoltà psicologiche non stiano particolari esperienze infantili negative, quanto un disturbo attuale nella relazione del soggetto "malato" con gli altri. Correggendo le disfunzioni relazionali, la persona nevrotica "guarisce".

Concernendo l'intervento terapeutico il qui e ora, ne discende che i libri stessi della Horney vengono ad acquistare un interesse pratico, così che qualsiasi persona motivata al cambiamento può apprendervi qualcosa di valido per modificare se stessa. [...]

Scrive infatti l'autrice, a proposito di questo libro:
"Sono convinta possa giovare a tutti coloro che desiderano conoscere meglio se stessi, e che non hanno rinunciato a lottare per la propria maturazione. La maggior parte di noi, che viviamo in questa difficile civiltà, è intrigata nei conflitti qui descritti (...), credo tuttavia che con assidui sforzi, si possa fare da soli molta strada per liberarci dal laccio dei nostri conflitti".

E opportunamente nel capitolo finale, dedicato alla risoluzione di conflitti nevrotici, ammette:
"L'analisi non è l'unico mezzo per risolvere i conflitti interiori. La vita stessa rimane ancora l'autentica efficace terapista".
Karen Horney

http://www.interruzioni.com/conflinterni.htm

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