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mercoledì 23 marzo 2016

I traumi transgenerazionali: l'efficacia della psicoterapia. A volte il disagio di cui può soffrire una persona può essere di natura transegenerazionale: una storia traumatica si può ripetere come evento o tipo di evento attraverso più generazioni, dai genitori ai figli, o tra altri livelli di parentela in cui i personaggi sembrano rivivere nei decenni gli stessi accadimenti.

I traumi transgenerazionali: l'efficacia della psicoterapia.

Il disagio psicologico può essere di natura transgenerazionale: 
la psicoterapia rappresenta la possibilità di spezzare queste catene del perpetuarsi di sofferenze post traumatiche.
A volte il disagio di cui può soffrire una persona può essere di natura transegenerazionale: una storia traumatica si può ripetere come evento o tipo di evento attraverso più generazioni, dai genitori ai figli, o tra altri livelli di parentela in cui i personaggi sembrano rivivere nei decenni gli stessi accadimenti.

Le esperienze traumatiche vissute da generazioni prima in famiglia, se non rielaborate, cioè mentalizzate e integrate consapevolmente e fisicamente, possono "passare implicitamente" in atteggiamenti e comportamenti ai figli e chi seguirà.

Essere stati esposti a storie, racconti, modi di vivere e di intendere la vita, dinamiche relazionali e inter-relazonali sono fattori di rischio da prendere in considerazione in modo molto serio nella cura del disturbo psicologico e della psicopatologia famigliare.


Il passaggio
Avviene una sorta di passaggio di testimone inconsapevole e involontario: 
spesso nei nostri studi clinici di psicoterapia ascoltiamo persone che hanno avuti dei nonni che sono andati in guerra, o nonne che hanno subito violenze che, poi, successivamente, hanno trasferito a figli e nipoti racconti tragici e drammatici, spaventosi e spaventanti con molto coinvolgimento affettivo ed emotivo e sopratutto con le conseguenze di queste esperienze, quali alcolismo, depressione, aggressività etc; oppure ascoltiamo donne vittime di violenza sessuale raccontare di nonne loro stesse abusate sessualmente decenni prima (magari mai conosciute); oppure ancora uomini tossicodipendenti i cui padri a loro volta erano stati tossico dipendenti o alcolisti. etc

Questi per noi terapeuti che lavoriamo secondo un approccio transgenerazionale sono "echi di traumi e eventi stressanti vissuti dai famigliari in tempi antichi".

Abuso sessuale, dipendenza e violenza psicologica: tre possibili storie che si ripetono.
Uno degli ambiti più ampiamente discusso e studiato relativo ai traumi che influenzano la storia dell'individuo è quello dell'abuso sessuale.
Una ricerca americana sulla relazione tra gravidanza e trasmissione intergenerazionale della violenza, ha evidenziato come i comportamenti di abuso verso i bambini siano fortemente e significativamente correlati alla storia individuale dell'abusante, nel passato del quale emergono esperienze di abuso subito nell'infanzia. (Jester, 1996)

Un altro ambito interessante relativo ai traumi è quello della dipendenza: alcolismo e tossico dipendenza hanno un'origine transegenerazionale in quanto riguardano le dinamiche relazionali e inter-relazionali della famiglia.
Un/a figlio/a di una madre alcolista può essere maggiormente attratto da compagna/o che un comportamento dipendente, avendo lui/ei stesso/a conosciuto il solo modo di relazionarsi e inter-relazionarsi di una famiglia in cui un membro ha sviluppato una dipendenza.

Nell'alcolismo si parla di giostra di finzioni per indicare proprio le dinamiche relazionali che caratterizzano questo tipo di famiglie che tendono a perpetuarsi tra le generazioni.
Non si tratta solo di violenza sessuale, bensì anche di violenza psicologica: essere stati esposti a "genitori abusanti da un punto di vista psichico" (ossia non presenti, non accudenti, non rispondenti ai bisogni primari e secondari, aggressivi verbalmente per es) significa avere una più alta probabilità di mettere in atto atteggiamenti e comportamenti di tipo abusante (dello stesso tipo) nei confronti dei più piccoli, solo per il fatto di aver più famigliarizzato con tali atteggiamenti e comportamenti.

Chi agisce un abuso sessuale non prova empatia e compassione per la vittima: 
perpetua l'atteggiamento e il comportamento che ha subito, non riconoscendone la malvagità dell'atto. Non prova senso di colpa perché ha visto come vittima che l'abusante a sua volta non ne provava.
Il dipendente può intraprendere la via dell'abuso della sostanza oppure cercare compagni di vita che hanno sviluppato una dipendenza; chi ha subito violenza psicologica (atti denigatori da parte dei genitori) agisce comportamenti molto simili. ETC.

La psicoterapia
La psicoterapia rappresenta la possibilità di spezzare queste catene del perpetuarsi di sofferenze post traumatiche: essa, infatti, rappresenta un luogo in cui alla persona è data la possibilità di mentalizzare, verbalizzare e integrare consapevolmente la propria storia di origine (arrivando a tre generazioni passate almeno) con le difficoltà attuali, trovare strategie di coping diverse più efficaci di quelle conosciute e apprese in famiglia, evolversi e andare avanti, con la propria storia verso un futuro diverso.

La persona in una psicoterapia che segue questo orientamento transgenerazionale può in questo modo leggere i propri disturbi psicologici (depressione, ansia, panico) in relazione a una storia di famiglia (con tutti gli accadimenti accaduti), contestualizzarli e conferire loro un senso e un significato più esplicito e più chiaro, più integrabile con la persona stessa.

Il genogramma: 
il genogramma è uno strumento grafico simbolico usato in psicoterapia per raccogliere la storia della persona da un punto di vista transgenerazionale.
Attraverso un grafismo preciso fatto di simboli associati alle persone (pallino per la femmina, quadratino per il maschio) e ai legami (linea diritta è il legame coniugale, tratteggiata è una convivenza, sbarrata è una separazione), il genogramma, in modo assai semplice e diretto, consente allo psicoterapeuta di raccogliere l'anamnesi individuale e famigliare e di collocare la storia su tre assi generazionali, andando a individuare non sono le persone che hanno fatto la storia del paziente, ma anche gli eventi che hanno attraversato la vita dello stesso.

È possibile spezzare la catena? Si
È possibile spezzare la catena elaborando gli eventi e gli accadimenti del passato, per evitare di mettere in atto atteggiamenti e comportamenti che possono minare la propria e altrui integrità psichica.
Essere figlio di un genitore alcolista non significa necessariamente diventare alcolista a sua volta e sposare un uomo/donna alcolista: l'essere stati esposti a una storia di alcolismo anche lontana, rappresenta un fattore di rischio rispetto alla possibiltà di soffrire di un disagio psicologico relativo alle dinamiche tipiche di una famiglia in cui un membro ha sviluppato una dipendenza.
La psicoterapia è un luogo in cui poter spezzare questa catena.

I traumi transgenerazionali: l'efficacia della psicoterapia


08 Marzo 2016 Psicologia e famiglia


http://www.guidapsicologi.it/articoli/i-traumi-transgenerazionali-lefficacia-della-psicoterapia?&utm_medium=social&utm_source=facebook&utm_campaign=paidcontest


sabato 19 aprile 2014

Jean-Claude Koven. Going deeper. Il Sé Superiore comunica in molti modi, spesso attirando la tua attenzione con le sincronicità e le coincidenze. Le parole di un cartellone potrebbero improvvisamente assumere un profondo significato, o il libro giusto potrebbe cadere dallo scaffale al momento opportuno o leggere qualcosa di importante in un biscotto della fortuna. Potrebbe forse saltarti in mente un pensiero vagante, oppure essere la frase di un film o di un’opera teatrale che si ripresenta nella tua coscienza, o si fa inaspettatamente vivo un amico che non vedevi o pensavi da anni.


Il Sé Superiore comunica in molti modi, spesso attirando la tua attenzione con le sincronicità e le coincidenze.
Le parole di un cartellone potrebbero improvvisamente assumere un profondo significato, o il libro giusto potrebbe cadere dallo scaffale al momento opportuno o leggere qualcosa di importante in un biscotto della fortuna.
Potrebbe forse saltarti in mente un pensiero vagante, oppure essere la frase di un film o di un’opera teatrale che si ripresenta nella tua coscienza, o si fa inaspettatamente vivo un amico che non vedevi o pensavi da anni.
Jean-Claude Koven. Going deeper



domenica 23 febbraio 2014

Galbraith. Diversamente da quella del capitalista, la preminenza economica e politica del management dell'attuale grande impresa è accettata dall'opinione pubblica. Il suo ruolo decisivo nelle scelte in materia di sicurezza nazionale, finanza pubblica e politica ambientale è dato per scontato. La sua influenza in altri settori della vita pubblica è anch'essa fuori discussione. E, come si è sottolineato a sufficienza, il prodotto interno lordo, al quale la grande impresa dà un contributo rilevante, è considerata la misura del progresso economico e perfino civile. Ma la situazione ha altri aspetti, socialmente meno piacevoli, a cui occorre fare attenzione. Un aspetto, come si è notato, è il modo in cui il potere della grande impresa piega gli obbiettivi pubblici alle proprie necessità e al proprio utile. La sua visione, che tende a diventare generale, è che una società prospera è una società con più automobili, televisori, capi di abbigliamento e ogni genere di altro bene di consumo materiale. E anche con più armi, e sempre più letali. Come se i beni di consumo fossero l'unica misura del successo umano.

Una caratteristica profonda dell'opera di J. K. Galbraith é l'insofferenza per il potere, specie quello gestito da pochi all'insaputa dei molti, la condanna del consenso estorto, se non con la violenza, almeno con l'inganno.
Con la truffa, appunto.
John Kenneth Galbraith, “L'economia della truffa”
prefazione di Mario Deaglio


Così come i consumatori si illudono di scegliere liberamente i prodotti che acquistano, gli elettori si inlludono di scegliere liberamente i loro governanti, ma, in realtà, in entrambi i casi il cittadino comune non é padrone delle proprie scelte.
John Kenneth Galbraith, “L'economia della truffa”


L'appagamento opera sotto l'incontrastabile copertura della "democrazia", sebbene non della democrazia di tutti i cittadini, ma solo di quelli che, in difesa dei propri vantaggi sociali ed economici, vanno a votare. Ne risulta un azione di governo che non si conforma alla realtà o ai bisogni collettivi, ma alle convinzioni dei fortunati, che costituiscono la maggioranza degli elettori.
John Kenneth Galbraith, “L'economia della truffa”


Ecco un'altra costante della vita economica: fra un disastro catastrofico e le riforme che potrebbero scongiurarlo, spesso, si preferisce il primo.
John Kenneth Galbraith, "Storia della economia")

Diversamente da quella del capitalista, la preminenza economica e politica del management dell'attuale grande impresa è accettata dall'opinione pubblica. Il suo ruolo decisivo nelle scelte in materia di sicurezza nazionale, finanza pubblica e politica ambientale è dato per scontato. La sua influenza in altri settori della vita pubblica è anch'essa fuori discussione. E, come si è sottolineato a sufficienza, il prodotto interno lordo, al quale la grande impresa dà un contributo rilevante, è considerata la misura del progresso economico e perfino civile. Ma la situazione ha altri aspetti, socialmente meno piacevoli, a cui occorre fare attenzione.
Un aspetto, come si è notato, è il modo in cui il potere della grande impresa piega gli obbiettivi pubblici alle proprie necessità e al proprio utile. La sua visione, che tende a diventare generale, è che una società prospera è una società con più automobili, televisori, capi di abbigliamento e ogni genere di altro bene di consumo materiale. E anche con più armi, e sempre più letali. Come se i beni di consumo fossero l'unica misura del successo umano.
John Kenneth Galbraith, "Economics of the Innocent Fraud", traduzione di Stefano Galli, 2004




sabato 3 agosto 2013

Louis Armstrong. Quando suono, penso a quei momenti del passato e dentro di me nasce una visione. Una città, una ragazza lontani nella memoria, un vecchio senza nome incontrato in un posto che non ricordo. I suoni che escono dalla tromba di un uomo, sono parte di lui


Quando suono, penso a quei momenti del passato e dentro di me nasce una visione.
Una città, una ragazza lontani nella memoria, un vecchio senza nome incontrato in un posto che non ricordo. I suoni che escono dalla tromba di un uomo, sono parte di lui.
Louis Armstrong, nato il 4 agosto 1901


Louis Armstrong. What a wonderful world
http://youtu.be/E2VCwBzGdPM




IL 4 AGOSTO 1901, NACQUE IL TROMBETTISTA “LOUIS ARMSTRONG“ 
Louis Daniel Armstrong noto anche con il soprannome di Satchmo o Pops (New Orleans, 4 agosto 1901 – New York, 6 luglio 1971) è stato un trombettista e cantante statunitense. 
Louis Daniel Armstrong, trombettista jazz, è uno dei massimi esponenti di questo genere di musica e colui che ha dato un'impronta del tutto nuova alla musica afroamericana. Per quanto concerne la sua nascita vi è un piccolo retroscena che definisce anche un piccolo giallo. Armstrong ha sempre dichiarato di essere nato il 4 luglio (giorno di festa nazionale negli Stati Uniti) del 1900 ma, in realtà, studi recenti hanno dimostrato che il grande trombettista è nato il 4 agosto del 1901. Louis Armstrong ebbe un'infanzia travagliata. Le sue giornate trascorrono in bilico fra l'emarginazione e la delinquenza anche se, fortunatamente, un grande interesse nasce dentro di lui, un antidoto capace di allontanarlo da pericolose deviazioni e nello stesso tempo di "sollevarlo" da quello squallido ambiente: la musica. Ancora troppo giovane per suonare la tromba o per apprezzarne potenzialità e sfumature, si limita in quel periodo a cantare in un gruppo locale assai peculiare, dato che come palcoscenico aveva unicamente le strade. Ma la vita di strada è pur sempre la vita di strada, con tutti i pericoli e i disagi che essa comporta. Louis, pur volendo, non può del tutto estraniarsi da quel contesto. Un giorno viene addirittura sorpreso a sparare con un revolver sottratto ad uno dei compagni della madre, per festeggiare la fine dell'anno. La conseguenza è che viene trasferito in un riformatorio per circa due anni. Da ciò nasce forse l'ansia d'amore che contrassegna la sua vita, che vedrà scorrere davanti a sè due mogli e moltissime relazioni. Anche in riformatorio Louis Armstrong trova il modo di far musica: entra a far parte prima del coro dell'istituto e successivamente della banda, dove inizia suonando il tamburo. Prende anche le prime lezioni di cornetta. Il merito è tutto del suo maestro, Peter Davis, che gli dà l'opportunità di studiare i rudimenti di questa sorta di "succedaneo" della tromba. La banda dell'istituto è molto amata dagli abitanti e gira le strade suonando melodie in voga all'epoca come la celeberrima "When the Saints Go Marchin'in" che, recuperata parecchi anni dopo, diventerà uno dei suoi cavalli di battaglia. Dal novembre del 1918, incentivato dal lavoro sui "riverboats" (i battelli che navigavano sul fiume Mississippi), Armstrong impara a decifrare le partiture, diventando in questo modo un musicista completo. Dopo qualche anno di questo regime non proprio riposante (lavorare sui battelli era molto faticoso), nel 1922 si trasferisce a Chicago, lasciando una New Orleans che, gradualmente, "corrompeva" sempre di più il suo gusto musicale, fino a rispolverare un vetusto e annacquato folclore. Fortunatamente viene ingaggiato da King Oliver nella sua "Creole Jazz Band", nella quale ha la possibilità di proporsi come solista e di far spiccare l'estremo virtuosismo che ormai ha acquistato con il suo strumento. E' infatti opinione comune di appassionati e storici, affermare che "Satchmo" avesse inventiva, fantasia ritmica e melodica, unite ad un'impressionante volume sonoro e ad un'inconfondibile timbro. Dopo una serie di tournè, si arriva al 1924, anno particolarmente importante per "Satchmo". Si sposa, lascia l'orchestra di Oliver ed entra nella big Band di Fletcher Henderson, un colosso del jazz che disponeva di una delle migliori orchestre del tempo, zeppa di solisti di pregio. Come riprova del salto di qualità, Armostrong ha l'opportunità di incidere brani con Sidney Bechet, Bassie Smith e molti altri. Successivamente decide di intraprendere la carriera da solista. Registra "Hot Fives and Hot Sevens" trasformando così il jazz in una delle più alte espressioni della musica, con la sua tromba chiara e brillante e la sua voce sporca pescata direttamente dal fondo della gola. Da allora è solo un susseguirsi di successi, all'ombra però di alcune voci critiche che denunciano limiti e scadimenti del fenomeno Armstrong. Louis viene addirittura accusato di essere uno zio Tom a causa dell'ambiguità verso i fratelli neri. Ma proprio per la sua presenza carismatica contribuisce a rompere ogni barriera razziale diventando una delle prime star di colore nella musica. La sua vita, oltre ai concerti dal vivo e alle tournée, si arricchisce di collaborazioni (ad esempio con Zilmer Randolph), e comincia anche ad aprirsi al cinema, apparendo in alcune pellicole; tra queste ne ricordiamo una, "Alta società" (High society) del 1956, di Charles Walters, con Grace Kelly, Bing Crosby e Frank Sinatra, in cui il musicista introduce e conclude la prima e l'ultima scena del film. Diventato ormai un'icona (e qualcuno dice anche la macchietta di se stesso), Louis Armstrong negli ultimi anni era certo diventato l'ambasciatore del jazz nel mondo, ma ha anche prestato la sua immagine ad una serie di eventi assai discutibili sul piano artistico. In quella fase della sua carriera il Maestro non era più in grado di prendere decisioni autonome ma si faceva "gestire" da funzionari senza troppi scrupoli. Dopo questo triste declino, il re del jazz muore il 6 luglio 1971 nella sua casa nel Queens a New York.


sabato 24 novembre 2012

Richard Buckminster Fulle. Non cambierai mai le cose combattendo la realtà esistente. Per cambiare qualcosa, costruisci un modello nuovo che renda la realtà obsoleta

Non cambierai mai le cose combattendo la realtà esistente.
Per cambiare qualcosa, costruisci un modello nuovo che renda la realtà obsoleta.
Richard Buckminster Fulle



 abbiamo bisogno di visionari, sognatori, bambini con fantasia per ridisegnare questo pianeta.....e non di ragionieri e contabili!!!


domenica 14 ottobre 2012

Henry Miller. La nostra meta non è mai un luogo, ma piuttosto un nuovo modo di vedere le cose

Henry Miller, L’estetica dell’idea.
Pure, non riesco a levarmi di mente lo scarto che c’è fra idee e vita.
Uno scarto permanente, per quanto noi cerchiamo di celarlo con una tenda colorata.
 E non va. Le idee debbono sposarsi all’azione;
se in loro non vi è sesso, non vita, non c’è azione.
Le idee non possono esistere da sole nel vuoto del pensiero.
Le idee sono in rapporto con la vita:
idee di fegato, idee di reni, idee interstiziali ecc.
Se fosse stato solo per amore d’un’idea,
Copernico avrebbe infranto il macrocosmo esistente
e Colombo si sarebbe disperso nel Mar dei Sargassi.
L’estetica dell’idea produce vasi di fiori
e i vasi di fiori si mettono alla finestra.
Ma se non c’è né pioggia né sole
a che serve mettere i fiori fuori dalla finestra?”
Henry Miller



Nel momento in cui finalmente diamo attenzione a ogni cosa,
anche un filo d’erba può diventare un misterioso, fantastico,
indescrivibile magnifico mondo a sé.
Henry Miller


Questo mondo in costruzione mi riempie di orrore.
L’ho visto germinare; posso leggerlo come un libro stampato.
Non è un mondo in cui voglia vivere. 
E’ un mondo adatto ai monomaniaci ossessionati dall’idea del progresso, 
ma di un falso progresso, un progresso che puzza.
E’ un mondo ingombro di oggetti inutili che uomini e donne,
per farsi sfruttare e avvilire, imparano a considerare utili.
Per il sognatore i cui sogni non hanno un’utilità pratica non c’è posto in questo mondo.
Qualsiasi cosa non si presti a essere acquistata e venduta, nel regno delle cose, delle idee,
dei principi, dei sogni o delle speranze, è interdetta.
In questo mondo il poeta è un anatema, il pensatore è uno sciocco,
l’artista un evasore, il profeta un criminale.
Henry Miller, “Incubo ad aria condizionata”.


La nostra meta non è mai un luogo, ma piuttosto un nuovo modo di vedere le cose
Henry Miller

Confusione è una parola inventata per spiegare un ordine che non si capisce.
Henry Miller

Chiamiamo vizi quei divertimenti che non osiamo provare
Henry Miller


«Più scrivo più divento un essere umano. Ho scritto cose che possono essere sembrate mostruose (ad alcuni), perché erano offensive, ma scriverle mi ha reso più umano. Stavo buttando fuori il veleno».
Henry Miller, “Arte e oltraggio”



Il mondo deve diventare carne; l'anima ha sete.
Su qualunque crosta mi si fermi l'occhio, io voglio piombarci sopra, e divorare. Se vivere è il meglio che ci sia, allora voglio vivere, a costo di diventare cannibale. Finora ho cercato di salvare la mia pellaccia preziosa, ho cercato di conservare i pochi pezzi di carne che mi nascondono le ossa. Ne ho abbastanza. Ho raggiunto i limiti della sopportazione. Son con la schiena al muro; non posso ritrarmi più indietro. Per ciò che riguarda la storia sono morto. Se c'è qualcosa rimasto alle mie spalle, dovrà balzare all'indietro. Ho trovato Dio, ma è insufficiente. Io sono morto solo spiritualmente. Fisicamente sono vivo. Moralmente sono libero. Il mondo da cui mi son staccato è un serraglio. Erompe l'alba su di un mondo nuovo, una giungla in cui gli spiriti magri vagano con artigli aguzzi. Se io sono una iena, sono una iena magra e affamata: vado a ingrassarmi.
Henry Miller


“Potete onestamente dire che avete una maniera di vita?
Non solo, ma che cosa voi chiamate autenticamente vostro? La casa in cui vivete?
Il cibo di cui v’ingozzate? Le vesti che portate? Voi non avete costruito quella casa, non coltivato il cibo, non fatto le vesti. Avete fatto il danaro – e come! – per comprare queste necessità. Qualcun altro le ha fatte per voi. Lo stesso vale per le vostre idee. Le avete prese già confezionate. Qualcun altro le ha pensate per voi. In quanto a voi, non avete il tempo per pensare, non l’energia, e nemmeno il desiderio. E voi volete obbedienza e rispetto, voi che non siete nulla, voi che non avete mai fatto nulla di vitale…”
Henry Miller, Come il colibrì


“Per te io rappresento un certo tipo di Capricorno; per uno psicanalista sono qualcos’altro; per un marxista un altro esemplare; ancora, e così via. Che c’entra tutto questo con “me"? Che m’importa di come funziona il tuo apparecchio fotografico? Per vedere una persona nella sua interezza e per ciò che è, bisogna usare un altro tipo di macchina fotografica; bisogna avere un occhio ancor più obiettivo dell’obiettivo della macchina fotografica. Bisogna saper vedere attraverso le varie sfaccettature i cui riflessi scintillanti ci accecano nascondendoci la vera natura di un individuo. Più apprendiamo, meno sappiamo; più la nostra attrezzatura è vasta, meno siamo capaci di vedere.”
Henry Miller, Paradiso Perduto


Scrivere, meditai, deve essere un atto privo di volontà.
La parola, come una corrente profonda dell’oceano, deve emergere alla superficie per un proprio impulso. Un bambino non ha alcuna necessità di scrivere, è innocente. L’uomo scrive per liberarsi del veleno che ha accumulato con il suo modo falso di vivere. Cerca di riconquistare la propria innocenza, eppure (scrivendo) riesce soltanto a inoculare nel mondo il virus della sua delusione. Nessuno metterebbe una sola parola sulla carta se avesse il coraggio di vivere ciò in cui crede.
Henry Miller, Sexus



Non so che cosa ci voglia per sopravvivere in questo dannato paese.
Bisogna avere la moralità e la ferocia di una donnola, l’aggressività di un pugile,
la spietatezza di un assassino, la crudeltà di un grosso magnate – e in più un barile pieno di fortuna. Joe era un povero diavolo, ma era un gran cavaliere in confronto ai tipi che oggi vanno per la maggiore. Sebbene non volesse aver niente a che fare con il Papa o con la Chiesa, in circostanze diverse, sarebbe potuto diventare un buon prete irlandese.
Gli mancava solo la stupidità e l’intolleranza bigotta.
Henry Miller, Il libro degli amici


Non sono sicuro se i suoi genitori venissero da Galway o da Country Court, ma erano irlandesi come il maiale di San Patrizio. Il suo vecchio faceva il manovale e ne aveva l’aspetto. Sua madre sembrava più una puritana della Nuova Scozia che un’irlandese chiacchierona. Il vecchio ogni tanto aveva scatti di nervi. Era irascibile e litigioso. Gli capitava di mettersi a far salti di furia e quasi a ballare di rabbia. Se pensavo che la mia vita familiare fosse difficile, quella di Alec era cento volte peggio.
Il suo vecchio era per lui una fonte permanente di umiliazioni. Era così ignorante che non aveva mai sentito parlare di Robert Burns. Aggiungete a ciò che era un cattolico pieno di pregiudizi, di vedute ristrette, cocciuto e ostinato come sanno essere i cattolici.
Henry Miller, Il libro degli amici



Si avvicina il nono anno della mia vita e con esso la fine del mio primo Paradiso in terra.
No, del secondo Paradiso. Il primo fu nell’utero di mia madre, dove lottai per rimanere sempre, ma il forcipe alla fine prevalse. Quello dell’utero fu un periodo meraviglioso e non lo dimenticherò mai. Avevo quasi tutto quello che si poteva desiderare – tranne gli amici. E una vita senza amici non è vita, per quanto raccolta e confortevole possa essere.
Henry Miller, Il libro degli amici

Di quello che successe a Stanley non so più niente. Seppi per vie traverse che era diventato cieco, che aveva mandato i figli all’università e nient’altro.
La sua vita deve essere stata molto desolata e solitaria. Sono sicuro che non aveva un grande interesse per la moglie. So che odiava il lavoro in tipografia. E sono sicuro che non ebbe neanche un briciolo di fortuna come scrittore. Che cosa avrei potuto fare per aiutare Stanley? E’ un problema, perché non sono mai stato capace di fare qualcosa per qualcuno, neanche per me. E’ che ho avuto la Fortuna dalla mia parte. Innumerevoli volte, quando tutto sembrava senza speranza, sono stato salvato, molto spesso da qualcuno assolutamente estraneo. Stanley non aveva nessuno che lavorasse per lui, meno che tutti gli dei.
Henry Miller, Il libro degli amici






Per cento anni e più il mondo, il nostro mondo, è stato in agonia. E non un uomo, in questi ultimi cento anni, è stato abbastanza pazzo per mettere una bomba nel buco del culo del creato e di farlo saltare in aria. Il mondo marcisce, muore a poco a poco. Ma ci vuole il coup de grâce, ci vuole, per farlo andare in pezzi. Nessuno di noi è intatto, eppure abbiamo in noi tutti i continenti e i mari che stanno fra i continenti e gli uccelli dell'aria. Noi dobbiamo sopprimerla, l'evoluzione di questo mondo che è morto ma che ancora non è stato sepolto. Noi nuotiamo alla superficie del tempo e ogni altra cosa è annegata, sta annegando, annegherà.
 Henry Miller, "Tropico del Cancro"


Io ero come l’uomo del faro: sotto di me le onde infuriate, gli scogli, le secche, i rottami di flotte naufragate. Potevo dare il segnale di pericolo, ma non potevo evitare la catastrofe. Soprattutto io ero un occhio, un enorme faro che arrivava lontano, che ruotava incessantemente, spietatamente. Quest’occhio così desto pareva aver assopito ogni mia altra facoltà; tutte le mie forse si impiegavano nello sforzo di vedere, di immagazzinare il dramma del mondo.
Ogni cosa per il domani, ma il domani non veniva mai. Il presente era solo un ponte e su questo ponte essi ancora sospirano, come sospira il mondo, e non c’è un idiota, mai, che pensi di far saltare il ponte.....Spiriti inquieti, ma non avventurosi. Spiriti angosciati, incapaci di vivere nel presente. Sciagurati vigliacchi tutti quanti, me compreso. Perché c’è solo una grande avventura, ed è al didentro, verso l’io, e per questo non contano né il tempo, né lo spazio, e nemmeno i fatti.
Henry Miller, Tropico del cancro


Ma cosa sono diventato, perdio! Che diritto avete voialtri d'ingombrare la mia vita, di rubare il mio tempo, di frugarmi nell'anima, di succhiarmi il pensiero, di volermi vostro compagno, confidente e informatore? Per chi mi avete preso? Sono forse un attore salariato per recitare tutte le sere, dinanzi ai vostri musi da schiaffi, la commedia dell'intelligenza? Sono forse uno schiavo comprato e pagato che debba inchinarmi ai vostri capricci di sfaccendati e offrire in omaggio tutto quello che so e fo?
Io sono un uomo che vorrebbe vivere una vita eroica e rendere più sopportabile il mondo ai suoi occhi. Se in qualche momento di debolezza, di abbandono o di bisogno, scaglio nel mondo qualche sdegno raffreddato in parole, qualche sogno infagottato in immagini, pigliatelo o buttatelo via, ma non mi seccate.
Sono un uomo libero; ho bisogno della libertà, ho bisogno di star solo, ho bisogno di rimuginare fra me e me le mie vergogne e le mie tristezze, di godermi il sole e i sassi della strada senza compagnia e senza discorsi, con la sola musica del mio cuore. Cosa volete da me? Quel ch'io voglio dire lo stampo; quel che voglio dare lo do. La vostra curiosità mi fa stomaco; i vostri complimenti mi umiliano; il vostro tè mi avvelena. Non debbo nulla a nessuno e ho da fare i miei conti soltanto con Dio; se esiste.
Henry Miller, Tropico del Cancro



Gli uomini sono come l’acaro, ti entrano sotto la pelle e vi si infossano. Tu gratti e gratti finché esce il sangue, ma non riesci mai a toglierti la rogna. (…) É nel sangue, ora: sciagura, noia, pena, suicidio. L’atmosfera é satura di sfacelo, delusione, futilità. Gratta e gratta, finché non resta piú pelle.
Henry Miller, Tropico del Cancro


“Dovunque vado, la gente fa scempio della sua vita. Ognuno ha la sua tragedia privata. E’ nel sangue, ora: sciagura, noia, pena, suicidio. L’atmosfera è satura di sfacelo, delusione, futilità. Gratta e gratta, finchè non resta più pelle. Eppure, su di me l’effetto è esilarante. Invece d’esserne scoraggiato o depresso, mi diverto. Chiamo sciagure e ancora sciagure, calamità più grandi, più grandioso sfacelo. Voglio che tutto il mondo vada fuori sesto, che tutti si grattino a morte.”
Henry Miller, Tropico del Cancro


Se a volte incontriamo pagine esplosive, pagine che feriscono e bruciano, che strappano gemiti e lacrime e bestemmie, sappiate che son pagine di un uomo alle corde, un uomo a cui non resta altra difesa che le parole e le parole sono sempre più forti della menzogna, peso schiacciante del mondo, più forte di tutte le ruote e i cavalletti che i vili inventano per infrangere il miracolo della personalità. Se un uomo mai osasse tradurre tutto quel che ha nel cuore, mettere giù quella che è la sua vera esperienza, quel che è veramente verità, io credo allora che il mondo andrebbe infranto, che si sfascerebbe in frantumi, e né dio, né accidente, né volontà potrebbe mai radunare i pezzi, gli atomi, gli elementi indistruttibili che componevano il mondo.
Henry Miller, Tropico del Cancro


Il mondo deve diventare carne; l'anima ha sete.
Su qualunque crosta mi si fermi l'occhio, io voglio piombarci sopra, e divorare.
Se vivere è il meglio che ci sia, allora voglio vivere, a costo di diventare cannibale.
Finora ho cercato di salvare la mia pellaccia preziosa, ho cercato di conservare i pochi pezzi di carne che mi nascondono le ossa. Ne ho abbastanza. Ho raggiunto i limiti della sopportazione. Son con la schiena al muro; non posso ritrarmi più indietro. Per ciò che riguarda la storia sono morto. Se c'è qualcosa rimasto alle mie spalle, dovrà balzare all'indietro. Ho trovato Dio, ma è insufficiente. Io sono morto solo spiritualmente. Fisicamente sono vivo. Moralmente sono libero. Il mondo da cui mi son staccato è un serraglio. Erompe l'alba su di un mondo nuovo, una giungla in cui gli spiriti magri vagano con artigli aguzzi. Se io sono una iena, sono una iena magra e affamata: vado a ingrassarmi...
Henry Miller, Tropico del Cancro


Non ho né soldi, né risorse, né speranze.
Sono l’uomo più felice del mondo.
Henry Miller, Tropico del Cancro


“Stiamo lì seduti, per ore, senza dire una parola. Quella è la felicità.”
Henry Miller, Tropico del Cancro


Una volta pensavo che essere umano fosse la maggiore meta dell’uomo,
ma oggi vedo che questo significava distruggermi.
Oggi mi vanto di poter dire che sono disumano,
che appartengo non agli uomini e ai governi, che non ho nulla a che fare coi credi e coi principii.
Non ho nulla a che fare con la cigolante macchina dell’umanità – io appartengo alla terra!
Lo dico giacendo sul cuscino e sento le corna che mi spuntano dalle tempie.
Vedo attorno a me tutti quei miei pazzi antenati che danzano attorno al mio letto, che mi consolano, che mi stimolano, che mi flagellano con le loro lingue di serpe, che ghignano e irridono coi loro teschi grotteschi. Io sono disumano.
Henry Miller, Tropico del cancro


Il giovane indù, naturalmente, è ottimista. E' stato in America, è restato contaminato dal facile idealismo degli americani, contaminato dall'onnipresente vasca da bagno, i magazzini popolari di cianfrusaglie da cinque e dieci centesimi, l'agitazione, l'efficienza, il meccanicismo, gli alti salari, le biblioteche gratuite ecc. ecc. Il suo ideale sarebbe quello di americanizzare l'India. Non è affatto contento della mania regressiva di Gandhi.
P r o g r e s s o, dice, proprio come uno dell'YMCA. Quando ascolto i suoi discorsi sull'America, capisco che è assurdo attendersi da Gandhi quel miracolo che dovrebbe deviare il corso del destino. Il nemico dell'India non è l'Inghilterra, ma l'America. Il nemico dell'India è l'ossessione per il tempo, la marcia inarrestabile dell'orologio. Niente varrà a distruggere questo virus che sta avvelenando il mondo intero. L'America è l'incarnazione medesima della dannazione. Trascinerà il mondo intero giù nel pozzo senza fondo.
Henry Miller, Tropico del Cancro



In Whitman tutto il mondo americano prende vita, il passato e il futuro, la nascita e la morte.
Tutto quel che c'è di valido in America, l'ha espresso Whitman, e non c'è altro da dire.
Il futuro appartiene alla macchina, ai robot. Egli, Whitman, fu il Poeta del Corpo e dell'Anima.
Il primo e l'ultimo poeta. Oggi è quasi indecifrabile, un monumento coperto di rozzi geroglifici, per i quali non c'è chiave.
Henry Miller, Tropico del Cancro




Quando penso a questa città, dove sono nato e cresciuto, questa Manhattan di cui canta Whitman, una rabbia cieca, incandescente, mi sfiora le budella. New York. Le prigioni bianche, i marciapiedi brulicanti di vermi, le file del pane, gli spacci d'oppio costruiti come palazzi, gli sporchi ebrei che ci stanno dentro, i lebbrosi, sicari, e sopra tutto, l'ennui, la monotonia dei volti, strade, gambe, case, grattacieli, pasti, manifesti, mestieri, delitti, amori... Una città intera eretta sopra una vuota fossa di nullità. Senza significato. Assolutamente senza significato. E la Quarantaduesima Strada! La vetta del mondo, la chiamano. E il fondo allora dov'è? Se vai con la mano tesa, ti mettono cenere nel berretto. Ricchi o poveri, camminano con la testa buttata all'indietro e quasi si rompono l'osso del collo per levare lo sguardo sulle loro bellissime prigioni bianche. Vanno avanti come oche cieche e i riflettori spandono sui loro volti vuoti chiazze di estasi.
Henry Miller, Tropico del Cancro




Tu hai cervello e passione ed entusiasmo… ma pare che non t’importi nulla di quel che fai e di quel che ti succede. In te c’è qualcosa - solo che sei maledettamente pigro per tirarla fuori. Se non ti tiri su presto, rimani fregato. Hai dentro qualcosa che ti mangia vivo. Tu non hai la minima idea delle tue possibilità… sei assolutamente cieco, tranne che ai tuoi desideri. Non sai quello che vuoi. Non lo sai perché non smetti di pensare.
Henry Miller, Tropico del capricorno



Dovunque c’è freddo, lì c’è gente che sgobba a morte e quando mettono al mondo un bambino, insegnano al bambino il vangelo del lavoro; che, in fondo, altro non è che la dottrina dell’inerzia. I miei eran completamente nordici, cioè a dire idioti. Ogni idea sbagliata che mai sia stata presa, l’avevano loro. La dottrina della pulizia, per non dire della rettitudine. Erano penosamente puliti. Ma dentro puzzavano. Mai avevano aperto la porta che menava all’anima; mai si sognarono di fare un salto nel buio. Dopo pranzo subito lavavano i piatti e li mettevano nella credenza; dopo letto, il giornale veniva piegato con cura e riposto su uno scaffale; dopo lavati, i panni li stiravano e li ripiegavano e poi li riponevano nei cassetti. Ogni cosa per il domani, ma il domani non veniva mai. Il presente era solo un ponte e su questo ponte essi ancora gemono, come geme il mondo, e non c’è un idiota, mai, che pensi di far saltare il ponte.
Henry Miller, Tropico del capricorno



Tenevo la cosiddetta “personalità" in sospeso per il momento in cui, lasciandola coagulare, avrebbe assunto un giusto ritmo umano. Nascondevo la mia faccia per il momento in cui mi sarei ritrovato a passo con il mondo. E naturalmente era tutto uno sbaglio.”
Henry Miller, "Tropico del Capricorno"



“Immagino che le strade d’America si uniscono tutte a formare una enorme latrina, una latrina dello spirito in cui tutto è assorbito e ridotto a merda imperitura. Sopra a questa latrina lo spirito del lavoro intesse una magia: palazzi e fabbriche spuntano fianco a fianco, polverifici e stabilimenti chimici e acciaierie e sanatori e prigioni e manicomi. Tutto il continente è un incubo che produce la più gran miseria per la più grande massa.”
Henry Miller, "Tropico del Capricorno"



Tu hai cervello e passione ed entusiasmo… ma pare che non t’importi nulla di quel che fai e di quel che ti succede. In te c’è qualcosa - solo che sei maledettamente pigro per tirarla fuori. Se non ti tiri su presto, rimani fregato. Hai dentro qualcosa che ti mangia vivo. Tu non hai la minima idea delle tue possibilità… sei assolutamente cieco, tranne che ai tuoi desideri. Non sai quello che vuoi. Non lo sai perché non smetti di pensare.
Henry Miller, "Tropico del Capricorno"


“Dovevo imparare a vivere nella feccia, a nuotare come un topo di fogna, oppure affogare. Se decidi di unirti al branco, sei immune. Perché ti accettino e ti apprezzino devi annullarti, farti indistinguibile dal branco. Puoi sognare, se sogni in accordo.”
Henry Miller, Tropico del Capricorno

"Non forma, non immagine, non architettura, solo voli concentrici di pazzia pura. Io sono la freccia della sostanzialità del sogno. Io verifico in volo. Io nullifico piombando a terra. Così i momenti passano, veridici momenti di tempo senza spazio quando so tutto, e sapendo tutto crollo sotto la volta del sogno senz’io."
Henry Miller, Tropico del Capricorno


“Tutto quanto il sistema era così marcio, così disumano, così ripugnante, così disperatamente corrotto e complicato, che ci sarebbe voluto un genio per metterci senso e ordine, per non parlare di gentilezza e considerazione umana.”
Henry Miller, Tropico del Capricorno


“La notte che per la prima volta mi misi a leggere Dostoevskij fu un fatto importante nella mia vita, anche più importante del mio primo amore. Fu il primo atto deliberato e cosciente che per me avesse significato; mutò la faccia intera del mondo.”
Henry Miller, Tropico del Capricorno


"Prima di ridiventare uomo forse esisterò come parco, una specie di parco naturale, dove viene la gente a riposare, a passare il tempo. Quel che dicono o fanno importerà poco, perchè ci porteranno solo la loro stanchezza, la loro noia, la loro disperazione. Io sarò un cuscinetto fra il pidocchio bianco e il globulo rosso. Sarò ventilatore per sgombrare i veleni accumulati nello sforzo di perfezionare l’imperfezionabile. Sarò la legge e l’ordine come esiste in natura, come si proietta nei sogni. […] Da una simile pazza mania di perfezione naturalmente nessuno si sarebbe atteso un’evoluzione in parco selvaggio, nemmeno io, ma è infinitamente meglio, mentre si aspetta la morte, vivere in uno stato di grazia e di naturale sbalordimento. Infinitamente meglio, mentre la vita si muove verso una perfezione mortale, essere solo un frammento di spazio dove si può respirare, una macchia di verde, un po’ d’aria fresca, una pozza d’acqua."
Henry Miller, Tropico del Capricorno


“Io me ne stavo saldato alla scrivania e viaggiavo per il mondo a velocità di lampo, e imparavo che dappertutto è lo stesso - fame, umiliazione, ignoranza, vizio, avidità, estorsione, intrigo, tortura, dispotismo; la disumanità dell’uomo co n l’uomo: le pastoie, le briglie, il morso, le redini, la frusta, gli speroni. Più severa è la selezione, peggio sta l’uomo.”
Henry Miller,  Tropico del capricorno


“Mai uomo ebbe umiliazione più grande di Montezuma; mai razza fu spazzata via con più ferocia di quella che toccò agli Indiani di America; mai terra fu violata in modo più schifoso e violento della California violata dai cercatori d’oro. Arrossisco se penso alle nostre origini, le nostre mani son sozze di sangue e di delitto.”
Henry Miller,  Tropico del capricorno



“Quasi istantaneamente mi sentii solo al mondo, solo come ci si sente nei momenti di estrema angoscia. Mi pare che mi stavo stuzzicando i denti distrattamente quando quest’onda di solitudine mi colpì in pieno, come un uragano. Stavo lì all’angolo della strada e mi toccai tutto, diciamo, per vedere se ero stato colpito da qualcosa.”
Henry Miller,  Tropico del capricorno



“L’atmosfera a tratti è così elettrica che l’anima viene strappata fuori del corpo e vaga assetata di sangue. Come la pioggia tutto vien giù a secchi oppure non viene affatto. Tutto il continente è un immenso vulcano col cratere temporaneamente nascosto da un fondale girevole che è in parte sogno, in parte paura, in parte disperazione. […] Dovunque il medesimo impulso fondamentale a massacrare, distruggere, saccheggiare. […] L’America è pacifista e cannibalesca. Dal di fuori sembra un bell’alveare, con tutte le api che si scavalcano in una frenesia di lavoro; ma di dentro è un macello, e ciascuno uccide il suo prossimo e gli succhia il midollo delle ossa.”
Henry Miller, Tropico del Capricorno

“Non avevo bisogno di Dio, più di quanto Egli avesse bisogno di me, e se un Dio ci fosse, dicevo spesso fra me, andrei a trovarlo calmo calmo e Gli sputerei in faccia.”
Henry Miller, Tropico del capricorno

Se mi toccasse la sorte di essere Iddio la rifiuterei. 
Se mi toccasse la sorte d’essere una stella la rifiuterei. 
La più meravigliosa occasione che la vita offre è d’essere umano. 
Comprende tutto l’universo. 
Comprende la conoscenza della morte, che non tocca nemmeno a Dio.
Henry Miller, Tropico del capricorno

Ero puro e disumano, ero distaccato, avevo le ali. Ero spossessato del passato e non m’importava del futuro, ero al di là dell’estasi. Lasciando l’ufficio ripiegai le ali e le nascosi sotto la giacca.
Henry Miller, Tropico del capricorno



Quando ripenso alla fatica che feci per incanalare la lava incandescente che mi ribolliva dentro, alla fatica mille volte ripetuta di mettere a posto l'imbuto e catturare una parola, una frase, penso inevitabilmente agli uomini dell'Età della Pietra. Centomila, duecentomila, trecentomila anni per arrivare all'idea del paleolite.
Una lotta fantomatica, perché non sognavano nemmeno cosa fosse il paleolite.
E venne senza sforzo, un miracolo diciamo pure, tranne che tutto quanto succede è un miracolo.
Le cose succedono o non succedono, ecco tutto. Nulla si realizza col sudore e con la fatica.
Quasi tutto quel che chiamiamo vita è insonnia, un'agonia, perché noi abbiamo perduto l'abitudine di addormentarci. Non sappiamo mollare.
Siamo come un misirizzi appollaiato in cima a una molla e più ci dibattiamo e più è difficile rientrare nella scatola.
Henry Miller, Tropico del Capricorno


“Sono pazzo, pazzo di dolore, pazzo d’angoscia. Sono disperato. Ma non perduto.
No, c’è una realtà a cui appartengo. È lontana, molto lontana.
Posso camminare da adesso fino al giorno del giudizio, a testa bassa, e mai trovarla.
Ma c’è, ne sono certo.”
Henry Miller, Tropico del Capricorno


 “Serrato così per giorni e giorni, per notti e notti, cominciai a capire che il pensiero, quando non è masturbatorio, è lenitivo, curativo, piacevole. Il pensiero che non ti porta in nessun posto ti porta dappertutto; ogni altro pensiero si fa su un binario e per quanto sia lunga la tratta, alla fine ti porta sempre o alla stazione o al deposito.”
Henry Miller, Tropico del Capricorno



“… comprare qualunque cosa, per me era un vero piacere, e mi dava la sensazione d’essere identico a ogni altro cittadino, un uomo, oh, e non una scimmia.”
Henry Miller, Tropico del Capricorno




Henry Miller. La nostra meta non è mai un luogo, ma piuttosto un nuovo modo di vedere le cose

Henry Miller, L’estetica dell’idea.
Pure, non riesco a levarmi di mente lo scarto che c’è fra idee e vita.
Uno scarto permanente, per quanto noi cerchiamo di celarlo con una tenda colorata.
 E non va. Le idee debbono sposarsi all’azione;
se in loro non vi è sesso, non vita, non c’è azione.
Le idee non possono esistere da sole nel vuoto del pensiero.
Le idee sono in rapporto con la vita:
idee di fegato, idee di reni, idee interstiziali ecc.
Se fosse stato solo per amore d’un’idea,
Copernico avrebbe infranto il macrocosmo esistente
e Colombo si sarebbe disperso nel Mar dei Sargassi.
L’estetica dell’idea produce vasi di fiori
e i vasi di fiori si mettono alla finestra.
Ma se non c’è né pioggia né sole
a che serve mettere i fiori fuori dalla finestra?”
Henry Miller



Nel momento in cui finalmente diamo attenzione a ogni cosa,
anche un filo d’erba può diventare un misterioso, fantastico,
indescrivibile magnifico mondo a sé.
Henry Miller


Questo mondo in costruzione mi riempie di orrore.
L’ho visto germinare; posso leggerlo come un libro stampato.
Non è un mondo in cui voglia vivere. 
E’ un mondo adatto ai monomaniaci ossessionati dall’idea del progresso, 
ma di un falso progresso, un progresso che puzza.
E’ un mondo ingombro di oggetti inutili che uomini e donne,
per farsi sfruttare e avvilire, imparano a considerare utili.
Per il sognatore i cui sogni non hanno un’utilità pratica non c’è posto in questo mondo.
Qualsiasi cosa non si presti a essere acquistata e venduta, nel regno delle cose, delle idee,
dei principi, dei sogni o delle speranze, è interdetta.
In questo mondo il poeta è un anatema, il pensatore è uno sciocco,
l’artista un evasore, il profeta un criminale.
Henry Miller, “Incubo ad aria condizionata”.


La nostra meta non è mai un luogo, ma piuttosto un nuovo modo di vedere le cose
Henry Miller

Confusione è una parola inventata per spiegare un ordine che non si capisce.
Henry Miller

Chiamiamo vizi quei divertimenti che non osiamo provare
Henry Miller


«Più scrivo più divento un essere umano. Ho scritto cose che possono essere sembrate mostruose (ad alcuni), perché erano offensive, ma scriverle mi ha reso più umano. Stavo buttando fuori il veleno».
Henry Miller, “Arte e oltraggio”



Il mondo deve diventare carne; l'anima ha sete.
Su qualunque crosta mi si fermi l'occhio, io voglio piombarci sopra, e divorare. Se vivere è il meglio che ci sia, allora voglio vivere, a costo di diventare cannibale. Finora ho cercato di salvare la mia pellaccia preziosa, ho cercato di conservare i pochi pezzi di carne che mi nascondono le ossa. Ne ho abbastanza. Ho raggiunto i limiti della sopportazione. Son con la schiena al muro; non posso ritrarmi più indietro. Per ciò che riguarda la storia sono morto. Se c'è qualcosa rimasto alle mie spalle, dovrà balzare all'indietro. Ho trovato Dio, ma è insufficiente. Io sono morto solo spiritualmente. Fisicamente sono vivo. Moralmente sono libero. Il mondo da cui mi son staccato è un serraglio. Erompe l'alba su di un mondo nuovo, una giungla in cui gli spiriti magri vagano con artigli aguzzi. Se io sono una iena, sono una iena magra e affamata: vado a ingrassarmi.
Henry Miller


“Potete onestamente dire che avete una maniera di vita?
Non solo, ma che cosa voi chiamate autenticamente vostro? La casa in cui vivete?
Il cibo di cui v’ingozzate? Le vesti che portate? Voi non avete costruito quella casa, non coltivato il cibo, non fatto le vesti. Avete fatto il danaro – e come! – per comprare queste necessità. Qualcun altro le ha fatte per voi. Lo stesso vale per le vostre idee. Le avete prese già confezionate. Qualcun altro le ha pensate per voi. In quanto a voi, non avete il tempo per pensare, non l’energia, e nemmeno il desiderio. E voi volete obbedienza e rispetto, voi che non siete nulla, voi che non avete mai fatto nulla di vitale…”
Henry Miller, Come il colibrì


“Per te io rappresento un certo tipo di Capricorno; per uno psicanalista sono qualcos’altro; per un marxista un altro esemplare; ancora, e così via. Che c’entra tutto questo con “me"? Che m’importa di come funziona il tuo apparecchio fotografico? Per vedere una persona nella sua interezza e per ciò che è, bisogna usare un altro tipo di macchina fotografica; bisogna avere un occhio ancor più obiettivo dell’obiettivo della macchina fotografica. Bisogna saper vedere attraverso le varie sfaccettature i cui riflessi scintillanti ci accecano nascondendoci la vera natura di un individuo. Più apprendiamo, meno sappiamo; più la nostra attrezzatura è vasta, meno siamo capaci di vedere.”
Henry Miller, Paradiso Perduto


Scrivere, meditai, deve essere un atto privo di volontà.
La parola, come una corrente profonda dell’oceano, deve emergere alla superficie per un proprio impulso. Un bambino non ha alcuna necessità di scrivere, è innocente. L’uomo scrive per liberarsi del veleno che ha accumulato con il suo modo falso di vivere. Cerca di riconquistare la propria innocenza, eppure (scrivendo) riesce soltanto a inoculare nel mondo il virus della sua delusione. Nessuno metterebbe una sola parola sulla carta se avesse il coraggio di vivere ciò in cui crede.
Henry Miller, Sexus



Non so che cosa ci voglia per sopravvivere in questo dannato paese.
Bisogna avere la moralità e la ferocia di una donnola, l’aggressività di un pugile,
la spietatezza di un assassino, la crudeltà di un grosso magnate – e in più un barile pieno di fortuna. Joe era un povero diavolo, ma era un gran cavaliere in confronto ai tipi che oggi vanno per la maggiore. Sebbene non volesse aver niente a che fare con il Papa o con la Chiesa, in circostanze diverse, sarebbe potuto diventare un buon prete irlandese.
Gli mancava solo la stupidità e l’intolleranza bigotta.
Henry Miller, Il libro degli amici


Non sono sicuro se i suoi genitori venissero da Galway o da Country Court, ma erano irlandesi come il maiale di San Patrizio. Il suo vecchio faceva il manovale e ne aveva l’aspetto. Sua madre sembrava più una puritana della Nuova Scozia che un’irlandese chiacchierona. Il vecchio ogni tanto aveva scatti di nervi. Era irascibile e litigioso. Gli capitava di mettersi a far salti di furia e quasi a ballare di rabbia. Se pensavo che la mia vita familiare fosse difficile, quella di Alec era cento volte peggio.
Il suo vecchio era per lui una fonte permanente di umiliazioni. Era così ignorante che non aveva mai sentito parlare di Robert Burns. Aggiungete a ciò che era un cattolico pieno di pregiudizi, di vedute ristrette, cocciuto e ostinato come sanno essere i cattolici.
Henry Miller, Il libro degli amici



Si avvicina il nono anno della mia vita e con esso la fine del mio primo Paradiso in terra.
No, del secondo Paradiso. Il primo fu nell’utero di mia madre, dove lottai per rimanere sempre, ma il forcipe alla fine prevalse. Quello dell’utero fu un periodo meraviglioso e non lo dimenticherò mai. Avevo quasi tutto quello che si poteva desiderare – tranne gli amici. E una vita senza amici non è vita, per quanto raccolta e confortevole possa essere.
Henry Miller, Il libro degli amici

Di quello che successe a Stanley non so più niente. Seppi per vie traverse che era diventato cieco, che aveva mandato i figli all’università e nient’altro.
La sua vita deve essere stata molto desolata e solitaria. Sono sicuro che non aveva un grande interesse per la moglie. So che odiava il lavoro in tipografia. E sono sicuro che non ebbe neanche un briciolo di fortuna come scrittore. Che cosa avrei potuto fare per aiutare Stanley? E’ un problema, perché non sono mai stato capace di fare qualcosa per qualcuno, neanche per me. E’ che ho avuto la Fortuna dalla mia parte. Innumerevoli volte, quando tutto sembrava senza speranza, sono stato salvato, molto spesso da qualcuno assolutamente estraneo. Stanley non aveva nessuno che lavorasse per lui, meno che tutti gli dei.
Henry Miller, Il libro degli amici






Per cento anni e più il mondo, il nostro mondo, è stato in agonia. E non un uomo, in questi ultimi cento anni, è stato abbastanza pazzo per mettere una bomba nel buco del culo del creato e di farlo saltare in aria. Il mondo marcisce, muore a poco a poco. Ma ci vuole il coup de grâce, ci vuole, per farlo andare in pezzi. Nessuno di noi è intatto, eppure abbiamo in noi tutti i continenti e i mari che stanno fra i continenti e gli uccelli dell'aria. Noi dobbiamo sopprimerla, l'evoluzione di questo mondo che è morto ma che ancora non è stato sepolto. Noi nuotiamo alla superficie del tempo e ogni altra cosa è annegata, sta annegando, annegherà.
 Henry Miller, "Tropico del Cancro"


Io ero come l’uomo del faro: sotto di me le onde infuriate, gli scogli, le secche, i rottami di flotte naufragate. Potevo dare il segnale di pericolo, ma non potevo evitare la catastrofe. Soprattutto io ero un occhio, un enorme faro che arrivava lontano, che ruotava incessantemente, spietatamente. Quest’occhio così desto pareva aver assopito ogni mia altra facoltà; tutte le mie forse si impiegavano nello sforzo di vedere, di immagazzinare il dramma del mondo.
Ogni cosa per il domani, ma il domani non veniva mai. Il presente era solo un ponte e su questo ponte essi ancora sospirano, come sospira il mondo, e non c’è un idiota, mai, che pensi di far saltare il ponte.....Spiriti inquieti, ma non avventurosi. Spiriti angosciati, incapaci di vivere nel presente. Sciagurati vigliacchi tutti quanti, me compreso. Perché c’è solo una grande avventura, ed è al didentro, verso l’io, e per questo non contano né il tempo, né lo spazio, e nemmeno i fatti.
Henry Miller, Tropico del cancro


Ma cosa sono diventato, perdio! Che diritto avete voialtri d'ingombrare la mia vita, di rubare il mio tempo, di frugarmi nell'anima, di succhiarmi il pensiero, di volermi vostro compagno, confidente e informatore? Per chi mi avete preso? Sono forse un attore salariato per recitare tutte le sere, dinanzi ai vostri musi da schiaffi, la commedia dell'intelligenza? Sono forse uno schiavo comprato e pagato che debba inchinarmi ai vostri capricci di sfaccendati e offrire in omaggio tutto quello che so e fo?
Io sono un uomo che vorrebbe vivere una vita eroica e rendere più sopportabile il mondo ai suoi occhi. Se in qualche momento di debolezza, di abbandono o di bisogno, scaglio nel mondo qualche sdegno raffreddato in parole, qualche sogno infagottato in immagini, pigliatelo o buttatelo via, ma non mi seccate.
Sono un uomo libero; ho bisogno della libertà, ho bisogno di star solo, ho bisogno di rimuginare fra me e me le mie vergogne e le mie tristezze, di godermi il sole e i sassi della strada senza compagnia e senza discorsi, con la sola musica del mio cuore. Cosa volete da me? Quel ch'io voglio dire lo stampo; quel che voglio dare lo do. La vostra curiosità mi fa stomaco; i vostri complimenti mi umiliano; il vostro tè mi avvelena. Non debbo nulla a nessuno e ho da fare i miei conti soltanto con Dio; se esiste.
Henry Miller, Tropico del Cancro



Gli uomini sono come l’acaro, ti entrano sotto la pelle e vi si infossano. Tu gratti e gratti finché esce il sangue, ma non riesci mai a toglierti la rogna. (…) É nel sangue, ora: sciagura, noia, pena, suicidio. L’atmosfera é satura di sfacelo, delusione, futilità. Gratta e gratta, finché non resta piú pelle.
Henry Miller, Tropico del Cancro


“Dovunque vado, la gente fa scempio della sua vita. Ognuno ha la sua tragedia privata. E’ nel sangue, ora: sciagura, noia, pena, suicidio. L’atmosfera è satura di sfacelo, delusione, futilità. Gratta e gratta, finchè non resta più pelle. Eppure, su di me l’effetto è esilarante. Invece d’esserne scoraggiato o depresso, mi diverto. Chiamo sciagure e ancora sciagure, calamità più grandi, più grandioso sfacelo. Voglio che tutto il mondo vada fuori sesto, che tutti si grattino a morte.”
Henry Miller, Tropico del Cancro


Se a volte incontriamo pagine esplosive, pagine che feriscono e bruciano, che strappano gemiti e lacrime e bestemmie, sappiate che son pagine di un uomo alle corde, un uomo a cui non resta altra difesa che le parole e le parole sono sempre più forti della menzogna, peso schiacciante del mondo, più forte di tutte le ruote e i cavalletti che i vili inventano per infrangere il miracolo della personalità. Se un uomo mai osasse tradurre tutto quel che ha nel cuore, mettere giù quella che è la sua vera esperienza, quel che è veramente verità, io credo allora che il mondo andrebbe infranto, che si sfascerebbe in frantumi, e né dio, né accidente, né volontà potrebbe mai radunare i pezzi, gli atomi, gli elementi indistruttibili che componevano il mondo.
Henry Miller, Tropico del Cancro


Il mondo deve diventare carne; l'anima ha sete.
Su qualunque crosta mi si fermi l'occhio, io voglio piombarci sopra, e divorare.
Se vivere è il meglio che ci sia, allora voglio vivere, a costo di diventare cannibale.
Finora ho cercato di salvare la mia pellaccia preziosa, ho cercato di conservare i pochi pezzi di carne che mi nascondono le ossa. Ne ho abbastanza. Ho raggiunto i limiti della sopportazione. Son con la schiena al muro; non posso ritrarmi più indietro. Per ciò che riguarda la storia sono morto. Se c'è qualcosa rimasto alle mie spalle, dovrà balzare all'indietro. Ho trovato Dio, ma è insufficiente. Io sono morto solo spiritualmente. Fisicamente sono vivo. Moralmente sono libero. Il mondo da cui mi son staccato è un serraglio. Erompe l'alba su di un mondo nuovo, una giungla in cui gli spiriti magri vagano con artigli aguzzi. Se io sono una iena, sono una iena magra e affamata: vado a ingrassarmi...
Henry Miller, Tropico del Cancro


Non ho né soldi, né risorse, né speranze.
Sono l’uomo più felice del mondo.
Henry Miller, Tropico del Cancro


“Stiamo lì seduti, per ore, senza dire una parola. Quella è la felicità.”
Henry Miller, Tropico del Cancro


Una volta pensavo che essere umano fosse la maggiore meta dell’uomo,
ma oggi vedo che questo significava distruggermi.
Oggi mi vanto di poter dire che sono disumano,
che appartengo non agli uomini e ai governi, che non ho nulla a che fare coi credi e coi principii.
Non ho nulla a che fare con la cigolante macchina dell’umanità – io appartengo alla terra!
Lo dico giacendo sul cuscino e sento le corna che mi spuntano dalle tempie.
Vedo attorno a me tutti quei miei pazzi antenati che danzano attorno al mio letto, che mi consolano, che mi stimolano, che mi flagellano con le loro lingue di serpe, che ghignano e irridono coi loro teschi grotteschi. Io sono disumano.
Henry Miller, Tropico del cancro


Il giovane indù, naturalmente, è ottimista. E' stato in America, è restato contaminato dal facile idealismo degli americani, contaminato dall'onnipresente vasca da bagno, i magazzini popolari di cianfrusaglie da cinque e dieci centesimi, l'agitazione, l'efficienza, il meccanicismo, gli alti salari, le biblioteche gratuite ecc. ecc. Il suo ideale sarebbe quello di americanizzare l'India. Non è affatto contento della mania regressiva di Gandhi.
P r o g r e s s o, dice, proprio come uno dell'YMCA. Quando ascolto i suoi discorsi sull'America, capisco che è assurdo attendersi da Gandhi quel miracolo che dovrebbe deviare il corso del destino. Il nemico dell'India non è l'Inghilterra, ma l'America. Il nemico dell'India è l'ossessione per il tempo, la marcia inarrestabile dell'orologio. Niente varrà a distruggere questo virus che sta avvelenando il mondo intero. L'America è l'incarnazione medesima della dannazione. Trascinerà il mondo intero giù nel pozzo senza fondo.
Henry Miller, Tropico del Cancro



In Whitman tutto il mondo americano prende vita, il passato e il futuro, la nascita e la morte.
Tutto quel che c'è di valido in America, l'ha espresso Whitman, e non c'è altro da dire.
Il futuro appartiene alla macchina, ai robot. Egli, Whitman, fu il Poeta del Corpo e dell'Anima.
Il primo e l'ultimo poeta. Oggi è quasi indecifrabile, un monumento coperto di rozzi geroglifici, per i quali non c'è chiave.
Henry Miller, Tropico del Cancro




Quando penso a questa città, dove sono nato e cresciuto, questa Manhattan di cui canta Whitman, una rabbia cieca, incandescente, mi sfiora le budella. New York. Le prigioni bianche, i marciapiedi brulicanti di vermi, le file del pane, gli spacci d'oppio costruiti come palazzi, gli sporchi ebrei che ci stanno dentro, i lebbrosi, sicari, e sopra tutto, l'ennui, la monotonia dei volti, strade, gambe, case, grattacieli, pasti, manifesti, mestieri, delitti, amori... Una città intera eretta sopra una vuota fossa di nullità. Senza significato. Assolutamente senza significato. E la Quarantaduesima Strada! La vetta del mondo, la chiamano. E il fondo allora dov'è? Se vai con la mano tesa, ti mettono cenere nel berretto. Ricchi o poveri, camminano con la testa buttata all'indietro e quasi si rompono l'osso del collo per levare lo sguardo sulle loro bellissime prigioni bianche. Vanno avanti come oche cieche e i riflettori spandono sui loro volti vuoti chiazze di estasi.
Henry Miller, Tropico del Cancro




Tu hai cervello e passione ed entusiasmo… ma pare che non t’importi nulla di quel che fai e di quel che ti succede. In te c’è qualcosa - solo che sei maledettamente pigro per tirarla fuori. Se non ti tiri su presto, rimani fregato. Hai dentro qualcosa che ti mangia vivo. Tu non hai la minima idea delle tue possibilità… sei assolutamente cieco, tranne che ai tuoi desideri. Non sai quello che vuoi. Non lo sai perché non smetti di pensare.
Henry Miller, Tropico del capricorno



Dovunque c’è freddo, lì c’è gente che sgobba a morte e quando mettono al mondo un bambino, insegnano al bambino il vangelo del lavoro; che, in fondo, altro non è che la dottrina dell’inerzia. I miei eran completamente nordici, cioè a dire idioti. Ogni idea sbagliata che mai sia stata presa, l’avevano loro. La dottrina della pulizia, per non dire della rettitudine. Erano penosamente puliti. Ma dentro puzzavano. Mai avevano aperto la porta che menava all’anima; mai si sognarono di fare un salto nel buio. Dopo pranzo subito lavavano i piatti e li mettevano nella credenza; dopo letto, il giornale veniva piegato con cura e riposto su uno scaffale; dopo lavati, i panni li stiravano e li ripiegavano e poi li riponevano nei cassetti. Ogni cosa per il domani, ma il domani non veniva mai. Il presente era solo un ponte e su questo ponte essi ancora gemono, come geme il mondo, e non c’è un idiota, mai, che pensi di far saltare il ponte.
Henry Miller, Tropico del capricorno



Tenevo la cosiddetta “personalità" in sospeso per il momento in cui, lasciandola coagulare, avrebbe assunto un giusto ritmo umano. Nascondevo la mia faccia per il momento in cui mi sarei ritrovato a passo con il mondo. E naturalmente era tutto uno sbaglio.”
Henry Miller, "Tropico del Capricorno"



“Immagino che le strade d’America si uniscono tutte a formare una enorme latrina, una latrina dello spirito in cui tutto è assorbito e ridotto a merda imperitura. Sopra a questa latrina lo spirito del lavoro intesse una magia: palazzi e fabbriche spuntano fianco a fianco, polverifici e stabilimenti chimici e acciaierie e sanatori e prigioni e manicomi. Tutto il continente è un incubo che produce la più gran miseria per la più grande massa.”
Henry Miller, "Tropico del Capricorno"



Tu hai cervello e passione ed entusiasmo… ma pare che non t’importi nulla di quel che fai e di quel che ti succede. In te c’è qualcosa - solo che sei maledettamente pigro per tirarla fuori. Se non ti tiri su presto, rimani fregato. Hai dentro qualcosa che ti mangia vivo. Tu non hai la minima idea delle tue possibilità… sei assolutamente cieco, tranne che ai tuoi desideri. Non sai quello che vuoi. Non lo sai perché non smetti di pensare.
Henry Miller, "Tropico del Capricorno"


“Dovevo imparare a vivere nella feccia, a nuotare come un topo di fogna, oppure affogare. Se decidi di unirti al branco, sei immune. Perché ti accettino e ti apprezzino devi annullarti, farti indistinguibile dal branco. Puoi sognare, se sogni in accordo.”
Henry Miller, Tropico del Capricorno

"Non forma, non immagine, non architettura, solo voli concentrici di pazzia pura. Io sono la freccia della sostanzialità del sogno. Io verifico in volo. Io nullifico piombando a terra. Così i momenti passano, veridici momenti di tempo senza spazio quando so tutto, e sapendo tutto crollo sotto la volta del sogno senz’io."
Henry Miller, Tropico del Capricorno


“Tutto quanto il sistema era così marcio, così disumano, così ripugnante, così disperatamente corrotto e complicato, che ci sarebbe voluto un genio per metterci senso e ordine, per non parlare di gentilezza e considerazione umana.”
Henry Miller, Tropico del Capricorno


“La notte che per la prima volta mi misi a leggere Dostoevskij fu un fatto importante nella mia vita, anche più importante del mio primo amore. Fu il primo atto deliberato e cosciente che per me avesse significato; mutò la faccia intera del mondo.”
Henry Miller, Tropico del Capricorno


"Prima di ridiventare uomo forse esisterò come parco, una specie di parco naturale, dove viene la gente a riposare, a passare il tempo. Quel che dicono o fanno importerà poco, perchè ci porteranno solo la loro stanchezza, la loro noia, la loro disperazione. Io sarò un cuscinetto fra il pidocchio bianco e il globulo rosso. Sarò ventilatore per sgombrare i veleni accumulati nello sforzo di perfezionare l’imperfezionabile. Sarò la legge e l’ordine come esiste in natura, come si proietta nei sogni. […] Da una simile pazza mania di perfezione naturalmente nessuno si sarebbe atteso un’evoluzione in parco selvaggio, nemmeno io, ma è infinitamente meglio, mentre si aspetta la morte, vivere in uno stato di grazia e di naturale sbalordimento. Infinitamente meglio, mentre la vita si muove verso una perfezione mortale, essere solo un frammento di spazio dove si può respirare, una macchia di verde, un po’ d’aria fresca, una pozza d’acqua."
Henry Miller, Tropico del Capricorno


“Io me ne stavo saldato alla scrivania e viaggiavo per il mondo a velocità di lampo, e imparavo che dappertutto è lo stesso - fame, umiliazione, ignoranza, vizio, avidità, estorsione, intrigo, tortura, dispotismo; la disumanità dell’uomo co n l’uomo: le pastoie, le briglie, il morso, le redini, la frusta, gli speroni. Più severa è la selezione, peggio sta l’uomo.”
Henry Miller,  Tropico del capricorno


“Mai uomo ebbe umiliazione più grande di Montezuma; mai razza fu spazzata via con più ferocia di quella che toccò agli Indiani di America; mai terra fu violata in modo più schifoso e violento della California violata dai cercatori d’oro. Arrossisco se penso alle nostre origini, le nostre mani son sozze di sangue e di delitto.”
Henry Miller,  Tropico del capricorno



“Quasi istantaneamente mi sentii solo al mondo, solo come ci si sente nei momenti di estrema angoscia. Mi pare che mi stavo stuzzicando i denti distrattamente quando quest’onda di solitudine mi colpì in pieno, come un uragano. Stavo lì all’angolo della strada e mi toccai tutto, diciamo, per vedere se ero stato colpito da qualcosa.”
Henry Miller,  Tropico del capricorno



“L’atmosfera a tratti è così elettrica che l’anima viene strappata fuori del corpo e vaga assetata di sangue. Come la pioggia tutto vien giù a secchi oppure non viene affatto. Tutto il continente è un immenso vulcano col cratere temporaneamente nascosto da un fondale girevole che è in parte sogno, in parte paura, in parte disperazione. […] Dovunque il medesimo impulso fondamentale a massacrare, distruggere, saccheggiare. […] L’America è pacifista e cannibalesca. Dal di fuori sembra un bell’alveare, con tutte le api che si scavalcano in una frenesia di lavoro; ma di dentro è un macello, e ciascuno uccide il suo prossimo e gli succhia il midollo delle ossa.”
Henry Miller, Tropico del Capricorno

“Non avevo bisogno di Dio, più di quanto Egli avesse bisogno di me, e se un Dio ci fosse, dicevo spesso fra me, andrei a trovarlo calmo calmo e Gli sputerei in faccia.”
Henry Miller, Tropico del capricorno

Se mi toccasse la sorte di essere Iddio la rifiuterei. 
Se mi toccasse la sorte d’essere una stella la rifiuterei. 
La più meravigliosa occasione che la vita offre è d’essere umano. 
Comprende tutto l’universo. 
Comprende la conoscenza della morte, che non tocca nemmeno a Dio.
Henry Miller, Tropico del capricorno

Ero puro e disumano, ero distaccato, avevo le ali. Ero spossessato del passato e non m’importava del futuro, ero al di là dell’estasi. Lasciando l’ufficio ripiegai le ali e le nascosi sotto la giacca.
Henry Miller, Tropico del capricorno



Quando ripenso alla fatica che feci per incanalare la lava incandescente che mi ribolliva dentro, alla fatica mille volte ripetuta di mettere a posto l'imbuto e catturare una parola, una frase, penso inevitabilmente agli uomini dell'Età della Pietra. Centomila, duecentomila, trecentomila anni per arrivare all'idea del paleolite.
Una lotta fantomatica, perché non sognavano nemmeno cosa fosse il paleolite.
E venne senza sforzo, un miracolo diciamo pure, tranne che tutto quanto succede è un miracolo.
Le cose succedono o non succedono, ecco tutto. Nulla si realizza col sudore e con la fatica.
Quasi tutto quel che chiamiamo vita è insonnia, un'agonia, perché noi abbiamo perduto l'abitudine di addormentarci. Non sappiamo mollare.
Siamo come un misirizzi appollaiato in cima a una molla e più ci dibattiamo e più è difficile rientrare nella scatola.
Henry Miller, Tropico del Capricorno


“Sono pazzo, pazzo di dolore, pazzo d’angoscia. Sono disperato. Ma non perduto.
No, c’è una realtà a cui appartengo. È lontana, molto lontana.
Posso camminare da adesso fino al giorno del giudizio, a testa bassa, e mai trovarla.
Ma c’è, ne sono certo.”
Henry Miller, Tropico del Capricorno


 “Serrato così per giorni e giorni, per notti e notti, cominciai a capire che il pensiero, quando non è masturbatorio, è lenitivo, curativo, piacevole. Il pensiero che non ti porta in nessun posto ti porta dappertutto; ogni altro pensiero si fa su un binario e per quanto sia lunga la tratta, alla fine ti porta sempre o alla stazione o al deposito.”
Henry Miller, Tropico del Capricorno



“… comprare qualunque cosa, per me era un vero piacere, e mi dava la sensazione d’essere identico a ogni altro cittadino, un uomo, oh, e non una scimmia.”
Henry Miller, Tropico del Capricorno




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