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mercoledì 26 agosto 2015

I ragni, meravigliosi artisti della tela condannati a morire d’amore. Un animale destinato a suscitare ripugnanza, per la forma, le zampe, la natura di carnivoro. Eppure il filo di seta che tesse è un capolavoro fisicochimico. I maschi si accoppiano solo una volta nella vita, salvo poi farsi divorare dalle femmine Gli aracnidi risalgono a 400 milioni di anni fa, al periodo Devoniano, tre volte più vecchi dei dinosauri, per altro scomparsi

I ragni, meravigliosi artisti della tela condannati a morire d’amore.
Un animale destinato a suscitare ripugnanza, per la forma, le zampe, la natura di carnivoro. Eppure il filo di seta che tesse è un capolavoro fisicochimico. I maschi si accoppiano solo una volta nella vita, salvo poi farsi divorare dalle femmine
Gli aracnidi risalgono a 400 milioni di anni fa, al periodo Devoniano, tre volte più vecchi dei dinosauri, per altro scomparsi
MARCO BELPOLITI

Primo Levi racconta di una delle sue notti più angosciose. 
Non è nel Lager, bensì in campagna e ha nove anni. Sente un ticchettio e accende la luce: un ragno nero sta scendendo dal comodino da notte. Chiama aiuto terrorizzato, arriva la domestica e lo schiaccia. Ne scrive in Paura dei ragni, dove s’interroga sul perché della sua reazione. Per molte persone il primo impulso di fronte a un ragno è la ripugnanza. La sua forma, le zampe, la natura di carnivoro, sono tante le ragioni. Eppure i ragni sono uno degli animali più affascinanti che esistono sulla faccia della Terra.
Non sono insetti 
Intanto non sono degli insetti. Appartengono agli Artropodi, classe Aracnidi, imparentati con gli insetti; sono degli invertebrati, e hanno il corpo composto di due parti, non di tre come gli insetti; non possiedono le ali. Anzi si suppone che il volo degli insetti sia stata una strategia difensiva proprio dai ragni che li predavano. Di certo i ragni sono arrivati prima di loro sulla terraferma: i fossili di aracnidi risalgono a 400 milioni di anni fa, al periodo Devoniano, tre volte più vecchi dei dinosauri, per altro scomparsi.
Gli Aracnidi invece sono ancora qui, e hanno sviluppato lo strumento che li ha aiutati e che li rende così affascinanti: la tela. Con il baco condividono il privilegio di produrre la seta; probabile che abbiano inventato il filo di seta solo successivamente, quale strumento di caccia. Le tele le tessono le femmine, perché i maschi sono erranti e le fabbricano solo al momento della riproduzione, piccole tele, per posare il seme e quindi per poi indurselo negli organi copulatori. La tela serve anche per la muta: il ragno cambia varie volte la cuticola che lo avvolge e per farlo usa appendersi al filo o creare un piccolo materasso su cui stendersi per il cambio d’abito. Lo usa anche per fingersi morto quando è in pericolo. Tuttavia lo scopo principale è la cattura delle prede.
Il filo di seta 
Il filo di seta è un capolavoro fisicochimico, come sapeva bene Primo Levi. Costituito da un assemblaggio di vari fili, a volte migliaia, intrecciati a formare un unico filo; i fili elementari sono composti di una parte esterna e una interna, entrambe di diversa qualità chimica e differenti proprietà. Le «fibrille», come si chiamano questi singoli fili, hanno le dimensioni di un milionesimo di millimetro, e il filo che le include varia tra i 25 e i 70 micron, ovvero un milionesimo di millimetro. Resistenza incredibile: reggono 149 chili per millimetro quadrato, superiore all’acciaio. Quando esce dalla ghiandole sericigene – sono nove diverse, a seconda del tipo di seta prodotta – il filo è liquido; si solidifica attraverso la trazione esercitata dal ragno. Un ragno crociato ne produce 20 metri per ogni tela e la costruisce tutti i giorni. Dato che gli costa molto in termini energetici, ingurgita quella vecchia, così che la nuova è composta dell’80-90 per cento della precedente. Poi c’è il «cribellum», con cui produce, mediante un organo particolare, un pettine di peli corti, spessi e duri, la seta «calamistrata».
È appiccicosa e trattiene le prede. Non tutti i ragni la producono, sebbene in tutte le tele vi sia una parte di fili ricoperti di un’altra sostanza collosa, per cui il ragno sta pazientemente fermo al centro della sua tela e aspetta che la vittima resti intrappolata nei fili. Nel caso della seta calimistrata, rischia di restare preso anche lui, ma come scrive Yves Sciama, autore di un libro sui ragni, tra qualche milione di anni gli Aracnidi troveranno di sicuro la soluzione per ovviare a questo difetto. Le tele sono di vari colori, dal bianco all’azzurrino, e sono uno spettacolo meraviglioso; la loro costruzione segue un metodo del tutto istintivo: non esiste nessuna scuola di tessitura. I giovani sono persino più bravi degli anziani. I ragni ci vedono poco nonostante alcuni abbiano otto occhi. Si regolano dunque con il senso del tatto; seguono, dice Karl von Fisch, le sensazioni sulla punta delle loro dita. Percepiscono le prede così; sentono le vibrazioni della ragnatela e sanno subito se sarà un boccone grasso o magro. Se è pericoloso, il visitatore viene però liberato dal ragno stesso.
La «ragna» 
Levi ha dedicato a questo animale, alla «ragna», la femmina, una poesia, un dialogo e l’articolo «Paura dei ragni», oltre a varie citazioni sparse nelle sue opere. Lo scrittore e chimico torinese è rimasto affascinato dalla loro attività riproduttiva, in cui aleggia il tema del cannibalismo. Sciama spiega che è difficile per un ragno trovare il partner, dato che è un animale solitario. Tutta la ricerca per la riproduzione è sulle spalle dei maschi, che si accoppiano solo una volta nella loro vita, salvo poi farsi divorare dalle femmine. Hanno inventato perciò un organo copulatore che introduce lo sperma nella femmina: una siringa che si trova su ciascun palpo, organo in origine destinato alla locomozione, delle zampe, insomma.
Le femmine hanno l’orifizio nella parte addominale, dove si trovano le aperture per la respirazione, la cosiddetta plica epigastrica. Il maschio carica di sperma i bulbi genitali, che non sono collegati con l’apparato genitale. Per fecondare la femmina può compiere solo due mosse: davanti, sollevandola; oppure prendendola nella posizione dorsale. Meglio per lui la seconda: lo mette fuori dalla portata dei cheliceri della femmina. Levi racconta che la sua fobia per i ragni gli è nata da un’incisione di Dorè, dove appare Aracne, nel canto XII del Purgatorio. La fanciulla si trasforma in ragna: sei braccia pelose e due braccia umane. Un ibrido, di cui Dante, nel lavoro dell’artista francese, sembra contemplare gli inguini: mezzo disgustato e mezzo voyeur. Come dargli torto?



sabato 20 giugno 2015

Net-casting spiders - ragni che gettano la rete. I Ragni appartenenti alla Famiglia Deinopidae hanno corpo e zampe molto allungati e la costruzione della ragnatela avviene proprio fra le estremità delle zampe, in modo da poterla contrarre ed estendere a piacere, dirigendola verso la preda. In inglese sono appunto noti come net-casting spiders, cioè ragni che gettano la rete, in quanto allargando le zampe, possono avvolgere la preda nelle spire della tela. La loro eccellente visione notturna ha fatto sì che si sviluppassero particolarmente gli occhi mediani e posteriori in modo da poter afferrare le prede con precisione.

Scienze Naturali
Deinopis sp. ("Ragno getta rete"), Sud America
"I Ragni appartenenti alla Famiglia Deinopidae hanno corpo e zampe molto allungati e la costruzione della ragnatela avviene proprio fra le estremità delle zampe, in modo da poterla contrarre ed estendere a piacere, dirigendola verso la preda. In inglese sono appunto noti come net-casting spiders, cioè ragni che gettano la rete, in quanto allargando le zampe, possono avvolgere la preda nelle spire della tela. La loro eccellente visione notturna ha fatto sì che si sviluppassero particolarmente gli occhi mediani e posteriori in modo da poter afferrare le prede con precisione."

(© Geoff Gallice from Gainesville, FL, USA)



domenica 20 luglio 2014

Budda. L'inferno si trovava sotto questo laghetto, attraverso l'acqua limpida come un'ametista si vedevano il fiume Sanzu e il monte degli aghi, chiari come attraverso un binocolo. Budda osservò un uomo, Kandada, che si muoveva insieme con gli altri dannati nel fondo dell'inferno. Quest'uomo era stato un bandito che aveva commesso vari reati, assassini, incendi dolosi ecc. Solo una volta egli aveva fatto un'opera caritatevole. Un giorno mentre egli passava in mezzo a un bosco fitto vide un piccolo ragno che camminava carponi lungo un sentiero. Egli immediatamente alzò il piede e stava per ucciderlo: Ma pensò: «No, no, anche se piccolo ha la sua vita. E’ troppo crudele ucciderlo senza ragione» e lo lasciò ad andare senza fargli male. Guardando l’inferno Budda si ricordò che Kandada aveva salvato una volta un ragno. Perciò per il bene che egli aveva fatto, in cambio Budda volle aiutarlo e dargli la possibilità di uscire dall'inferno. Fortunatamente vicino a Budda su una foglia di loto color giada un ragno filava la sua bella ragnatela color argento. Budda allora prese in mano un filo del ragno delicatamente e lo fece cadere tra i fiori bianchi simili alle perle diritto fino in fondo all'inferno.


IL FILO DEL RAGNO * Racconti giapponesi 

Un giorno Budda passeggiava da solo lentamente intorno al laghetto dei loti in paradiso. 
I fiori dei loti che si trovavano sulla superficie dell'acqua erano bianchi, simili alle perle, e i loro pistilli color oro spandevano in continuazione un profumo delizioso.
Era di mattino.
Ad un tratto Budda si fermò sulla riva del laghetto e diede un'occhiata al fondo tra le foglie di loto che si stendevano sull'acqua. Dal momento che l'inferno si trovava sotto questo laghetto, attraverso l'acqua limpida come un'ametista si vedevano il fiume Sanzu e il monte degli aghi, chiari come attraverso un binocolo.
Budda osservò un uomo, Kandada, che si muoveva insieme con gli altri dannati nel fondo dell'inferno. Quest'uomo era stato un bandito che aveva commesso vari reati, assassini, incendi dolosi ecc. Solo una volta egli aveva fatto un'opera caritatevole. Un giorno mentre egli passava in mezzo a un bosco fitto vide un piccolo ragno che camminava carponi lungo un sentiero. Egli immediatamente alzò il piede e stava per ucciderlo: Ma pensò: «No, no, anche se piccolo ha la sua vita. E’ troppo crudele ucciderlo senza ragione» e lo lasciò ad andare senza fargli male.
Guardando l’inferno Budda si ricordò che Kandada aveva salvato una volta un ragno. Perciò per il bene che egli aveva fatto, in cambio Budda volle aiutarlo e dargli la possibilità di uscire dall'inferno. Fortunatamente vicino a Budda su una foglia di loto color giada un ragno filava la sua bella ragnatela color argento.
Budda allora prese in mano un filo del ragno delicatamente e lo fece cadere tra i fiori bianchi simili alle perle diritto fino in fondo all'inferno.
Qui dentro il laghetto di sangue, nel fondo dell'inferno, Kandada galleggiava insieme con altri dannati. Dappertutto c'era buio e poiché non si poteva vedere altro di tanto in tanto che gli aghi del monte, non c'era nessun posto più sperduto di questo. Inoltre c'era un silenzio di tomba e non si sentiva altro che i sospiri dei dannati. Sfiniti dalle varie penitenze essi non avevano più la forza di piangere perciò anche il bandito Kandada si limitava ad agitarsi come una rana in punto di morte, soffocato dal sangue del laghetto.
Ma un giorno quando Kandada alzò la testa e guardò per caso il cielo sopra il laghetto, vide il filo di ragno luccicante, color argento, scendere verso di lui dall'alto silenziosamente come se non volesse essere notato da nessuno. Appena lo vide egli provò una grande gioia.
«Aggrappato al filo di ragno, salendo e salendo potrei senz'altro uscire dall'inferno. Poi se fossi abbastanza fortunato potrei arrivare in paradiso. E non dovrò più arrampicarmi sul monte degli aghi né galleggiare nel laghetto di sangue ». Così pensò Kandada e subito afferrò saldamente il filo con le due mani e inizio ad arrampicarsi energicamente una bracciata dopo l'altra. Poiché era stato un bandito, era abituato a questa impresa. Ma tra l’inferno e il paradiso ci sono alcune decine di migliaia di chilometri, perciò anche cercando di arrampicarsi velocemente non sarebbe potuto arrivare in alto tanto presto. Poco dopo egli finì di consumare tutta la sua energia e non poté più andare avanti nemmeno un tratto. Non gli rimase altro che fermarsi e, appeso al filo, guardo giù lontano.
Grazie alla sua fatica il laghetto di sangue dove fino a poco tempo prima egli si trovava non si vedeva più, scomparso nel buio del fondo. Anche il monte degli aghi, debolmente luccicante, si trovava lontano sotto i suoi piedi.
«Arrampicandomi con questo ritmo forse ci vorrà molto meno di quanto avevo pensato per uscire dall'inferno » pensò Kandada sempre aggrappandosi al filo di ragno con le due mani, e rise dicendo «Bene, bene» con un tono di voce che non si sentiva da quando egli era arrivato all’inferno. Ma ad un tratto egli si accorse che anche altri innumerevoli dannati, lo seguivano arrampicandosi dal fondo, simili alla fila indiana delle formiche. Quando egli li vide, per un attimo tenne la bocca spalancata come uno stupido muovendo solo gli occhi dalla sorpresa e dallo spavento. « Questo filo così sottile che resiste appena al mio peso, non e possibile che regga tutta questa gente. Se per caso il filo dovesse strapparsi, io stesso, arrivato fino qui dopo questa immane fatica, dovrei precipitare diritto nell'inferno di prima. Non posso accettare una cosa simile». Mentre egli così pensava i dannati a centinaia e a migliaia, usciti dal laghetto di sangue tutto buio, si arrampicavano freneticamente in fila indiana sul filo di ragno sottile e luccicante. Temendo che se non avesse fatto subito qualcosa, il filo si sarebbe spezzato in due, Kandada con voce alta grido: «Ehi, dannati, il filo di ragno é il mio. Chi vi ha dato il permesso? Scendete, scendete».
Proprio in quel momento il filo che aveva resistito fino allora al suo peso si spezzò d'un colpo nel punto dove era attaccato Kandada. In un attimo egli precipitò nel fondo buio rotolando simile a una trottola. 
Il filo sottile e luccicante del ragno del paradiso rimase solo in mezzo al cielo senza luna ne stelle, spezzato.
Budda sulla riva del laghetto dei loti guardava tutto quello che succedeva al di sotto del fondo, ma quando Kandada scomparve nel laghetto di sangue come una pietra, riprese il suo cammino con la faccia malinconica. Agli occhi di Budda sembrò ignobile l'anima senza pietà di Kandada, che voleva uscire dall'inferno da solo e per castigo dovette tornare all'inferno. 
INFATTI IL FILO DELLA SALVAZIONE REGGE IL PESO DI CENTOMILA ANIME BUONE, MA NON REGGE UN SOLO GRAMMO D'EGOISMO. 
Ma i loti del laghetto del paradiso erano ignari di tutto questo. I bianchi fiori simili a perle ondulavano i loro calici ai piedi di Budda e i loro pistilli color oro spandevano in continuazione un profumo delizioso. Anche in paradiso si avvicinava il mezzogiorno. Akutagawa - maggio 1918



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