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domenica 1 marzo 2015

Il Münchhausen-Trilemma, chiamato anche trilemma di Agrippa, è un termine coniato dal filosofo Hans Albert per definire l'impossibilità di provare alcuna verità assolutamente certa. È definito trilemma perché pone tre possibilità, di cui nessuna riesce a soddisfare l'assoluta certezza necessaria a fondare una conoscenza, ed il suo nome proviene ironicamente dal Barone di Münchhausen, che si dice sia riuscito a tirarsi fuori da una pozza di fango tirandosi per i capelli.

Il Trilemma di Münchhausen
Fonte: Wikipedia

Il Münchhausen-Trilemma, chiamato anche trilemma di Agrippa, è un termine coniato dal filosofo Hans Albert per definire l'impossibilità di provare alcuna verità assolutamente certa. È definito trilemma perché pone tre possibilità, di cui nessuna riesce a soddisfare l'assoluta certezza necessaria a fondare una conoscenza, ed il suo nome proviene ironicamente dal Barone di Münchhausen, che si dice sia riuscito a tirarsi fuori da una pozza di fango tirandosi per i capelli. 

Albert pose il problema in questi termini:

Ogni affermazione, per essere assolutamente certa, deve essere giustificata, ma a loro volta queste giustificazioni devono essere giustificate. Questo processo, tuttavia, non ha fine dato che ogni giustificazione dovrebbe essere giustificata, arrivando ad una situazione per cui le giustificazioni dovrebbero moltiplicarsi all'infinito;
Esiste un principio autoevidente, o accettato dal senso comune, o ritenuto vero per il principio di autorità. In questo caso, però, l'intenzione di fondare una conoscenza assolutamente certa viene a crollare e si cade nel dogmatismo.
Qualsiasi affermazione viene provata tramite un'argomentazione circolare e, quindi, errata.

Questo trilemma scardinò l'idea classica dell'esistenza di una verità assoluta, eliminando anche il problema della giustificazione delle teorie.

Tuttavia è bene distinguere le conclusioni a cui giunse il filosofo da orientamenti quali lo scetticismo o il relativismo: in accordo con Karl Popper, Albert accettò l'impossibilità da parte dell'uomo di giungere ad una conoscenza assolutamente certa, ma contemporaneamente affermò la possibilità di avvicinarsi il più possibile ad essa (sempre ricordando l'impossibilità della certezza) in modo asintotico, ovvero in base al controllo critico, infatti nessuna attività conoscitiva può pretendere di sottrarsi alla critica razionale

In definitiva, nella visione del filosofo è necessario partire da assiomi e principi indimostrabili per costruire le nostre certezze, abbandonando in questo modo ogni assolutezza nelle nostre affermazioni.


http://webcache.googleusercontent.com/search?q=cache:SGxG0OoA4T8J:conoscitestesso.ipself.it/forum/viewtopic.php%3Ff%3D15%26t%3D1665+Trilemma+di+Munchaunsen&cd=6&hl=it&ct=clnk&gl=it

sabato 19 ottobre 2013

Escher. “Relatività” “Relativity”.…con le mie stampe, cerco di testimoniare che viviamo in un mondo bello e ordinato e non in un caos senza forma, come sembra talvolta. I miei soggetti sono spesso anche giocosi: non posso esimermi dallo scherzare con le nostre inconfutabili certezze. Per esempio, è assai piacevole mescolare sapientemente la bidimensionalità con la tridimensionalità, la superficie piana con lo spazio, e divertirsi con la gravità… E’ piacevole osservare che parecchie persone sembrano gradire questo tipo di giocosità, senza paura di cambiare opinione su realtà solide come rocce

Mi è accaduto durante le passeggiate solitarie per i boschi che circondano Baarn di fermarmi di colpo sui miei passi, colto da una sensazione allarmante, irreale e allo stesso tempo deliziosa: mi trovavo faccia a faccia con l’inspiegabile. Quell'albero davanti a me, come oggetto, come parte dei boschi, può non essere sorprendente. La distanza, lo spazio, che è tra di noi sembra, comunque, improvvisamente enigmatica. Non conosciamo lo spazio. Non lo vediamo, non lo ascoltiamo, non lo sentiamo. Siamo in mezzo a esso, ne facciamo parte, ma non ne sappiamo nulla. Posso misurare la distanza tra me e un albero, ma quando dico “tre metri”, quel numero non svela in alcun modo il mistero. Vedo solo frontiere, segni; non vedo lo spazio vero e proprio. Il vento che soffia sul mio viso pungendomi la pelle, non è spazio. Quando tengo un oggetto tra le mani, non sento l’oggetto spaziale in sé. Lo spazio resta impenetrabile, un miracolo.
Maurits Cornelis Escher,  Esplorando l'infinito



 “…con le mie stampe, cerco di testimoniare che viviamo in un mondo bello e ordinato e non in un caos senza forma, come sembra talvolta. I miei soggetti sono spesso anche giocosi: non posso esimermi dallo scherzare con le nostre inconfutabili certezze. Per esempio, è assai piacevole mescolare sapientemente la bidimensionalità con la tridimensionalità, la superficie piana con lo spazio, e divertirsi con la gravità… E’ piacevole osservare che parecchie persone sembrano gradire questo tipo di giocosità, senza paura di cambiare opinione su realtà solide come rocce.” 
Maurits Cornelis Escher

Ed ecco quindi le prime ricerche testimoniate da opere come Ex libris (1922), Scarabei (1935); le grafiche suggestionate dai paesaggi italiani Tropea, Santa Severina (1931) dove Escher struttura lo spazio; Metamorfosi II (1940) una delle più lunghe xilografie a quattro colori mai realizzate per narrare una storia per immagini, in cui una scena conduce a quella successiva attraverso una sottile e graduale mutazione delle forme; le figure impossibili di Su e giù (1947) e di Belvedere (1958); le straordinarie tensioni dinamiche tra figura e sfondo nei fogli come Pesce (1963).

Accanto alle sue celebri incisioni – in mostra capolavori assoluti come Tre sfere I (1945), Mani che disegnano (1948), Relatività (1953), Convesso e concavo (1955), Nastro di Möbius II (1963) – saranno presentati anche numerosi disegni, documenti, filmati e interviste all’artista che mirano a sottolineare il ruolo di primo piano che egli ha svolto nel panorama storico artistico sia del suo tempo che successivo. [...]

La mostra è inoltre concepita come uno strumento e una “macchina didattica” che consente di entrare “dentro” la creatività di questo singolarissimo artista. Suggestive installazioni immergeranno dunque il visitatore nel magico modo di Escher. E’ evidente, e molto indagato, il rapporto che Escher ebbe con “il mondo dei numeri” – intendendo per tale quello della geometria (euclidea e non) e della matematica.  Non meno intrigante è la sua ricerca su spazio reale e spazio virtuale, ovvero sul come “ingannare la prospettiva”. Infine, ma non ultima, la conoscenza che Escher dimostra delle leggi della percezione visiva messe in luce dalle ricerche della Gestalt. [...]

Maurits Cornelis Escher nacque il 17 giugno 1898 a Leeuwarden ma crebbe nella città di Arnhem con quattro fratelli. Mauk, come venne soprannominato, prese da ragazzo lezioni di carpenteria e sebbene non fosse particolarmente brillante in matematica e scienze, assimilò dal padre ingegnere l’approccio metodologico dello scienziato. Una delle sue materie preferite fu subito il disegno al quale si dedicò durante gli studi alla Scuola di Architettura e Arti Decorative di Haarlem. Fu l’incontro con de Mesquita a stimolare in Escher l’interesse per la tecnica xilografica e le sue possibili sperimentazioni nella resa di effetti chiaroscurali e pittorici di grande raffinatezza. Al 1922 risale la sua visita a Firenze (primo di una serie di viaggi tra la Toscana e il sud d’Italia) e a Granada (dove visitò lo splendido palazzo di Alhambra) dai quali colse dettagli architettonici, decorativi e particolari inusuali che gli avrebbero fornito spunti per le sue composizioni. Nel 1935 si trasferì in Svizzera. E’ a partire dal 1937 che si osserva un profondo cambiamento: perde l’interesse per il mondo visibile, per la natura e l’architettura concentrandosi sulle proprie “visioni interiori” e realizzando un corpus significativo di straordinari giochi ottici, prospettive invertite, paesaggi illusionistici tra i più famosi. Trasferitosi nel 1941 con tutta la sua famiglia in Olanda continuò a lavorare intensamente fondendo le molteplici fonti di ispirazione che traeva dai suoi interessi (psicologia, matematica, poesia, fantascienza). Morì a Laren nel 1972.

mercoledì 11 settembre 2013

Papa Francesco. mi chiede se il pensiero secondo il quale non esiste alcun assoluto e quindi neppure una verità assoluta, ma solo una serie di verità relative e soggettive, sia un errore o un peccato. Per cominciare, IO NON PARLEREI, NEMMENO PER CHI CREDE, DI VERITÀ 'ASSOLUTA', NEL SENSO CHE ASSOLUTO [AB-SOLUTUS] È CIÒ CHE È SLEGATO, CIÒ CHE È PRIVO DI OGNI RELAZIONE. Ora, la verità, secondo la fede cristiana, è l'amore di Dio per noi in Gesù Cristo. Dunque, LA VERITÀ È UNA RELAZIONE!


Papa Francesco scrive a Repubblica: "Dialogo aperto con i non credenti"
Il Pontefice risponde alle domande che gli aveva posto Scalfari su fede e laicità.
"E' venuto il tempo di fare un tratto di strada insieme".
"Dio perdona chi segue la propria coscienza"
Papa Francesco

 “mi chiede se il pensiero secondo il quale non esiste alcun assoluto e quindi neppure una verità assoluta, ma solo una serie di verità relative e soggettive, sia un errore o un peccato. Per cominciare, IO NON PARLEREI, NEMMENO PER CHI CREDE, DI VERITÀ 'ASSOLUTA', NEL SENSO CHE ASSOLUTO [AB-SOLUTUS] È CIÒ CHE È SLEGATO, CIÒ CHE È PRIVO DI OGNI RELAZIONE. Ora, la verità, secondo la fede cristiana, è l'amore di Dio per noi in Gesù Cristo. Dunque, LA VERITÀ È UNA RELAZIONE!“
Papa Francesco






"La verita' e' una relazione"...


La Verità è relazione... Lo sguardo di Panikkar su questa prospettiva, continua a essere per me illuminante: "[...] E’ necessario rilevare che gli scontri di civiltà, storicamente, hanno a che fare con il PROBLEMA DELLA VERITÀ E DEL SUO POSSESSO ESCLUSIVO. Non si può negare, infatti, che IN NOME DELLA VERITÀ SI SIANO FATTI CRIMINI SPAVENTOSI E TROVATE GIUSTIFICAZIONI ORRIBILI. NOI NON SIAMO I PADRONI DELLA VERITÀ. Citando San Tommaso: «chi ha trovato la Verità è posseduto dalla verità, non ne è il padrone». La verità ci possiede. La verità è relazione, è sempre un essere con l’altro, altrimenti non è verità. LA VERITÀ ASSOLUTA È UNA CONTRADDIZIONE, PROPRIO PERCHÉ LA VERITÀ È RELAZIONE.
IL GRANDE PERICOLO, E QUI NON VORREI SCANDALIZZARE NESSUNO, È IL MONOTEISMO. IL MONOTEISMO PENSA CHE DIO È LA VERITÀ, PERCHÉ IL MONOTEISMO PENSA UN DIO ISOLATO, UN DIO SOLO. Non è così in tutti i monoteismi, la questione è molto complessa, ma vi è questo costante pericolo: benché io non possieda la Verità, c’è un Dio che la possiede e questo Dio ce l’ha rivelata. Non mi convince il monoteismo. Penso che il monoteismo non sia cristiano, perché il cristianesimo crede nella Trinità.
Ma anche per la mistica dell’Islam ci sono tre realtà: l’amore, l’amante e l’amato.
Per la Cabala sono tre le cose create da Dio: la Torà, la Legge e il popolo.
La Trinità è molto più estesa, anche nelle religioni cosiddette mono­teiste, di quanto non si creda. Pur riconoscendo che in nome della verità assoluta si sono fatti tantissimi crimini, dico questo: quella non è la verità. Una verità che io immagino come assoluta, togliendole quindi ogni relazione - che è l’essenza della verità - per definizione non è verità, nemmeno quella che viene presentata come divina. Quindi smascherare questa piaga dell’umanità è un progresso, che è necessario operare in questo momento storico. Dove il contrario non è l’indifferenza, non è affermare che la verità non esiste. LA VERITÀ ESISTE, MA È RELATIVA: A NOI, AD UNA MENTE, A QUALSIASI COSA..
A questo proposito devo dire subito ai puritani, non per consolarli ma per chiarificare, che LA RELATIVITÀ CHE IO DIFENDO E DI CUI SONO CONVINTO, NON È IL RELATIVISMO, dove tutto è uguale. LA RELATIVITÀ NON È RELATIVISMO: la verità è relativa. Ma per superare il relativismo non si deve cadere nell’assolutismo. Il rimedio sarebbe peggio della malattia. Il relativismo non va bene, ma la relatività implica di non perdere la misura umana. Non si progetta su un punto omega infinito.
E’ la nostra vita quella che conta e LA MIA VERITÀ (per essere sincero direi la mia convinzione, e sono convinto pienamente di tutto quello che dico) NON LA ASSOLUTIZZO PERCHÉ PUÒ ESSERCI UN PUNTO DI VISTA DIVERSO E UN’ANGOLATURA DIFFERENTE. Quindi, pur riconoscendo che, in nome della verità, si sono commessi grandi crimini, io ancora DIFENDO L’IDEA DELLA VERITÀ COME RELAZIONALITÀ E NON COME ASSOLUTISMO. L’UOMO ISOLATO, SOLO - E LA SOLITUDINE DELL’UOMO CONTEMPORANEO È UNA MALATTIA DELL’ANIMA - non regge, non può respirare, non esiste. Ha bisogno dell’altro, l’altro come portatore di un messaggio. Come dice la tradizione musulmana: «lo sconosciuto può essere un angelo».
Dobbiamo aiutarci reciprocamente e essere consapevoli, proprio nel confronto tra culture e spiritualità diverse, che LA VERITÀ NON È POSSESSO PERSONALE, io non sono l’unico essere buono di questo mondo, l’unico che capisce cos’è la verità. Abbiamo necessità di comprendere che la verità, forse, «quando cade dal cielo, sulla terra si rompe in cento pezzi, un pezzetto a disposizione di ciascuno". […]


Relazione: cardine e architrave dell'individuazione.


È TIPICO DI QUALUNQUE RELIGIONE 'ERGERSI' A DEPOSITARIA DI VERITÀ ASSOLUTE. In fondo, non è da sempre che si combatte in virtù del:' il mio dio-padre è l'unico'?


Il concetto espresso da Bergoglio si presta a più interpretazioni. TUTTE LE RELIGIONI SONO (A LORO DIRE) DEPOSITARIE DELLA VERITÀ. Ci si deve domandare come e quanto è compresa e comprendente la Verità nel concetto d'Amore, dove per Amore si intende Totalità scevra da proiezioni e necessità. SAPPIAMO CHE KANT BEN DEFINISCE DIO COME NECESSITÀ NECESSITANTE. 

DA EDUCATORE COLGO LA POTENZA DELL'AFFERMAZIONE CHE VERITÀ È RELAZIONE, e tutto ciò che implica e ne deriva. SE NON C'È RELAZIONE NON PUÒ ESSERCI VERITÀ perché nella non relazione c'è distanza e quindi impossibilità di ricerca di verità.


mi concentrerei maggiormente sul significato simbolico, e quindi psicologico di quanto affermato da Bergoglio. AGAPÈ È TOTALITÀ, QUINDI UNISCE, METTE INSIEME, UNISCE TUTTI I CREDO RELIGIOSI.







"Sacro" e "Assoluto" hanno un bacino semantico comune. Sacro sta per "separato" e Assoluto per "sciolto da". La verità o le verità di cui possiamo parlare perchè ne facciamo esperienza, hanno proprio la funzione di "mettere in relazione" ciò che è separato con e nel cuore dell'uomo. Questa verità nei suoi significati più profondi e in tutte le sue declinazioni, si chiama Amore.


Le religioni, tutte, hanno la pretesa e l'arroganza di essere le depositarie della verità. La prova di questa mia affermazione sta nel fatto che in nome di un dio presunto sono state massacrate, torturate milioni di persone. Da quando la religione cristiana è diventata la religione ufficiale dell'impero romano nel 313 ha iniziato convertire manu militari i non cristiani ed ha continuato per 2000 anni. L'inquisizione era il braccio armato del terrore. La chiesa ha instaurato un regno del terrore, prima in Europa, poi nel resto del mondo. Basti pensare che l'inquisizione e' stata abolita intorno al 1830.


ecco ora è possibile fare un ragionamento utile: la mia personalissima opinione riguardo agli aspetti positivi della religione è che i presupposti, un tempo, erano lodevoli:
1 il tener a freno le masse e la loro 'parte oscura' (i noti precetti nei testi sacri a tal proposito, sul comportamento sessuale, morale ecc. Nella Bibbia c'è davvero tutto).
2 il tenere a freno la scienza quando corre il rischio di eludere l'etica. Rimane che i testi sacri siano stati mal tradotti, gli stessi precetti di cui parlavo (così che l'omosessualità risulti abominio, la donna è vista come essere inferiore ecc.) Ciò, nel corso dei millenni, a livello COLLETTIVO, ha costituito terreno fertile per complessi... […]



CRISTIANO È CHI AGISCE SECONDO COSCIENZA...ho adorato quanto ha detto Papa Francesco, perché agire secondo coscienza, significa essere se stessi, non avere maschere, rispondere in prima persona delle proprie scelte (libero arbitrio dell'uomo inteso come responsabilità verso se e verso il prossimo), ESATTAMENTE IL CONTRARIO DELLA MAGGIORANZA DEI CATTOLICI CHE INVECE SONO FALSI E IPOCRITI E PENSANO ANDANDO IN CHIESA DI LAVARSI LA COSCIENZA...PER ESSERE CRISTIANI NON OCCORRE ESSERE CREDENTI, OCCORRE ESSERE VERI.

sabato 8 dicembre 2012

LA MENTE UMANA FRONTIERA TRA REALTÀ E FANTASIA, TRA IL MONDO DELLA MATERIA E QUELLO DELLO SPIRITO. La mente è l'incontro dell'energia dello spirito con quella del fisico, è il modo in cui le potenze dell’anima (intelletto e volontà) decodificano ed assimilano le energie. Il cuore nostro funziona come un campo MAGNETICO: se lo carichi solo di negatività la mente magnetizza solo forze negative e si diventa duri, insensibili, indifferente, immorali, ecc … ma se lo carichi soltanto con energia positiva la mente diventa molle, quindi sei una persona delicatissima, ipersensibile e permalosa, debole, timida e rigida




LA MENTE UMANA FRONTIERA TRA REALTÀ E FANTASIA, TRA IL MONDO DELLA MATERIA E QUELLO DELLO SPIRITO. La mente è l'incontro dell'energia dello spirito con quella 
del fisico, è il modo in cui le potenze dell’anima (intelletto e volontà) decodificano ed assimilano le energie. Il cuore nostro funziona come un campo MAGNETICO: se lo carichi solo di negatività la mente magnetizza solo forze negative e si diventa duri, insensibili, indifferente, immorali, ecc … ma se lo carichi soltanto con energia positiva la mente diventa molle, quindi sei una persona delicatissima, ipersensibile e permalosa, debole, timida e rigida. Dovete caricarvi alla pari, un po’ di dolce e un po’ di amaro … NON RINUNCIATE MAI A NESSUNO DI QUESTI ELEMENTI. Non esiste giusto o sbagliato, esiste il diverso; non esiste il giudizio assoluto, esiste l'opinione. Non prendiamocela se qualcuno la vede differentemente da noi, se te la prendi non sei sicuro di quello che pensi e cerchi nell'approvazione dell‘altro la tua sicurezza. Se siamo realmente sicuri di ciò che pensiamo, non abbiamo alcun bisogno di imporlo agli altri come se fosse verità assoluta. Chi impone, è tutto tranne che sicuro della propria verità.

martedì 27 novembre 2012

Tahar Ben Jelloun. Non incontrerai mai due volti assolutamente identici. Non importa la bellezza o la bruttezza: queste sono cose relative. Ciascun volto è simbolo della vita. E tutta la vita merita rispetto. E' trattando gli altri con dignità che si guadagna il rispetto per se stessi

Non si ritorna mai 
da così lontano 
come da se stessi.
Tahar Ben Jelloun 


Non incontrerai mai due volti assolutamente identici. Non importa la bellezza o la bruttezza: queste sono cose relative. Ciascun volto è simbolo della vita. E tutta la vita merita rispetto. E' trattando gli altri con dignità che si guadagna il rispetto per se stessi. 
Tahar Ben Jelloun


Alla scuola coranica non c'era tempo per farsi degli amici. 
Ci depositavano al mattino nella piccola moschea del quartiere. Toglievamo le scarpe, ci sedevamo sulle stuoie dure e ripetevamo all'infinito i versetti del giorno. Dovevamo imparare il Corano a memoria. Il maestro - “fqih” - enunciava la prima frase e noi la ripetevamo dopo di lui in coro. Che piacere può provare un bambino di cinque anni a imparare a memoria versetti di cui non comprende il senso? Inoltre non avevamo ricreazione. Si andava avanti tutta la mattina. A mezzogiorno lasciavamo la scuola augurandoci di non tornarci più. Al pomeriggio ci tornavamo, approfittando della sonnolenza del fqih per dire qualsiasi cosa.
Il mio vicino avrebbe potuto diventare mio amico. Mi teneva un posto accanto a lui e, come me, smaniava d'impazienza all'avvicinarsi del mezzogiorno. Provavamo lo stesso senso di costrizione, ma non osavamo dirlo ai mostri genitori.
Lo fqih aveva un bastone abbastanza lungo per svegliare i bambini che si addormentavano in fondo all'aula. Non lo amavamo. Era un brutto vecchio. Aveva una barba chiazzata e sporca. Aveva lo sguardo cattivo. Ci domandavamo perché. In ogni caso a lui non piaceva il mio amico, Hafid, che aveva la testa grossa in modo anormale. Gli rimproverava di non essere come gli altri ragazzi. Non capivo quel suo modo di fare.
Avremmo potuto, Hafid e io, diventare buoni amici se la morte non l'avesse portato via durante l'anno.
Tahar Ben Jelloun, L’amicizia, Einaudi 
(collana Tascabili; traduzione di Egi Volterrani), 1999⁹; pp. 4-5.
[Edizione originale: La soudure fraternelle, Arléa, Paris, 1994]



L’amicizia è una religione senza Dio né Giudizio finale.
E non c’è neppure il diavolo.
Una religione che non è estranea all’amore.
Ma un amore dove la guerra e l’odio sono proscritti, dove il silenzio è possibile.
Potrebbe essere lo stato ideale dell’esistenza.
Uno stato tranquillo. Un legame necessario e raro.
Non sopporta impurità alcune.
L’altro, di fronte, la persona che si ama, non è solamente uno specchio che riflette, è anche l’altro se stesso sognato.
L’amicizia perfetta dovrebbe essere una sorta di solitudine felice, spurgata dai sentimenti d’angoscia, di rifiuto e di isolamento.
Non si tratta di una semplice storia di sdoppiamento nella quale l’immagine di sé sarebbe passata attraverso un filtro, un esame che dovrebbe ingrandire i difetti e le carenze e ridurre le qualità.
Lo sguardo dell’amico dovrebbe riconsegnarci la nostra immagine considerata in modo esigente.
L’amicizia allora consisterebbe in questa reciprocità senza sfasature, guidata dallo stesso principio di amore: il rispetto che ciascuno deve a se stesso se vuole che gli altri glielo ricambino, naturalmente.
Tahar Ben Jelloun, L'amicizia.





Tahar Ben Jelloun

(Premi Global Tollerance Award, Goncourt, Grinzane Cavour)
LO SPECCHIO DELLE FALENE
(La nuit de l'herreur)

Capitolo primo

Bisogna che io racconti questa storia. Devo svuotarmene, come un sacco pieno di grano. 
Riversero' il suo contenuto in un mulino e aspetterò l'alba per fare pane della sua farina. 
La storia che porto dentro mi pesa; se non me ne sbarazzo divento matta, perderò la ragione e il senso delle cose. Non ho chiesto di esserne depositaria, ne' di vivere con i suoi fantasmi. Ciascuno di noi ha un segreto. Lo custodisce gelosamente dentro di se'. A volte e' un segreto da poco, parole sussurrate da un vagabondo all'orecchio di un passante; a volte qualcosa che non si puo' dire, che non si deve svelare, una promessa fatta a primavera, un amore impossibile, un errore o semplicemente un tesoro nascosto in fondo al giardino. Il segreto e' il mio destino.
Ricordo di aver stretto un patto con una donna, l'ombra di una donna bella e inquieta, giovane e conturbante. Quando mi guardo allo specchio, la mia immagine svanisce. E' l'altra quella che vedo. Non ci assomigliamo. Lei ha gli occhi neri. I miei sono chiari, almeno a quanto mi dicono. Da quel giorno vado errando, abbandonata da coloro che amavo, dimenticata da quelli che frequentavo, separata da me stessa come se mi fossi sdoppiata. Vado girando intorno ai luoghi della mia infanzia, i tetti a terrazza delle mie fantasie. Sono stata concepita nella Notte dell' Errore, la notte senza amore. ................................................

***

...come nelle Mille e una notte, la storia di una donna e di una citta' diventa mille altre storie, narrate da tante voci diverse, in un romanzo in cui il mondo arabo si svela poco a poco raccontando le proprie paure e superstizioni, proprio come per le strade di Tangeri si racconta, a mezza voce e a testa bassa, la terribile leggenda di Zina. (Dal risvolto)






sabato 28 gennaio 2012

Joshua Foer. L'arte di ricordare tutto. ‎Quanto più riempiamo le nostre vite di memorie, tanto più lentamente il tempo sembra scorrere. La memoria è un esempio per comprendere il fluire del tempo. Più ricordi, più esperienze... e il tempo va più lentamente

Riflessi d'acqua

‎Quanto più riempiamo le nostre vite di memorie, tanto più lentamente il tempo sembra scorrere. La memoria è un esempio per comprendere il fluire del tempo. Più ricordi, più esperienze... e il tempo va più lentamente
Joshua Foer, "L'arte di ricordare tutto"

Shalev Bornstein

Ho letto di persone con handicap mentali ma con uno o più talenti eccezionali e scientificamente inspiegabili, di persone che hanno perso completamente la memoria a lungo termine e vivono solo nel presente, od ancora più semplicemente di persone che hanno elaborato tecniche geniali per consentire a chiunque di memorizzare una quantità impressionante di dati. E poi mi sono ovviamente entusiasmato alla storia di Fondo, di un giornalista che inizia a scrivere un articolo sulle olimpiadi della memoria e poi si trova a vincere i campionati americani di memoria...
*Citazione  Carolina Francocci
*Immagine: Salvador Dalì - "Persistenza della memoria"

lunedì 16 gennaio 2012

Kodo Sawaki. Buono e cattivo sono concetti relativi che non esistono realmente. Lo stesso è per la verità e l’illusione. Il buono non potrebbe esistere senza il cattivo. E’ semplicemente il karma dell’uomo che produce dualismo e determina che cosa è buono e che cosa è cattivo.




Buono e cattivo sono concetti relativi che non esistono realmente. Lo stesso è per la verità e l’illusione. Il buono non potrebbe esistere senza il cattivo. E’ semplicemente il karma dell’uomo che produce dualismo e determina che cosa è buono e che cosa è cattivo.
Kodo Sawaki

Lorenzo Bonomo:
Armonia Degli Opposti..


Francesco Fomentato Tocchetto:
ad ogni cosa positiva ce n'è una negativa




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