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martedì 11 luglio 2017

«Pronto Bulgakov? Sono Stalin» Quella telefonata che salvò lo scrittore detestato dal regime sovietico «Michail Afanas’evic Bulgakov?». «Sì, sì». «Adesso le parlerà il compagno Stalin». «Cosa? Stalin, Stalin?». «Sì, le parla Stalin. Salve, compagno Bulgakov». «Salve, Iosif Vissarionovic». «Abbiamo ricevuto la sua lettera. L’abbiamo letta con i compagni. A tal proposito riceverà una risposta positiva... Ma è proprio vero che lei chiede di andarsene all’estero? Siamo stati così cattivi?». «Ho pensato molto negli ultimi tempi se uno scrittore russo possa vivere fuori dalla sua patria. E mi sembra di no». «Ha ragione. Anch’io la penso così. Dov’è che vuole lavorare? Al Teatro d’Arte?». «Sì, volevo. Ne avevo parlato, ma ho ricevuto un rifiuto». «E lei invii loro una richiesta. Penso che accetteranno. Noi dovremmo incontrarla, parlare con lei». «Sì, sì, Iosif Vissarionovic, ho molto bisogno di parlare con lei». «Bisogna trovare il tempo e incontrarci, necessariamente. E ora le auguro ogni bene».


Nella vasta arena letteratura russa (...) io ero l'unico lupo. 
Mi hanno consiglialo di tingermi il pelo. 
Consiglio assurdo. 
Sia tinto sia tosalo, 
un lupo non potrà mai assomigliare a un barboncino. 
(Lettera di Bulgakov a Stalin, mai inviata, 1931)



«Michail Afanas’evic Bulgakov?». «Sì, sì». 
«Adesso le parlerà il compagno Stalin». 
«Cosa? Stalin, Stalin?»


« Se mi si vieta di lavorare liberamente, con­cedetemi di lasciare il paese », chiedeva, add­irittura   Bulgakov   a   Stalin,   aggiungendo, limpidamente, altamente « io sono uno scrit­tore   mistico ».   Quella   lettera   così   sincera, così accorata,  così intrepida, scosse, strana­mente, come si è detto, Stalin: al punto che subito furono dati ordini di lasciar lavorare e vivere in pace lo scrittore.
http://www.bartolomeodimonaco.it/online/letteratura-il-mistico-bulgakov-e-la-telefonata-di-stalin/


Nel 1929 Bulgakov, noto soprattutto per il romanzo Il maestro e Margherita, si trovava in una posizione di estrema difficoltà: le sue opere non venivano pubblicate nè rappresentate, e nessuno era disposto a correre rischi personali offrendogli un lavoro. Nelle lettere a Stalin, lo scrittore spiega i motivi che lo spingevano a chiedere l' esilio, o a trovare un lavoro qualsiasi in patria. Bulgakov si dice disposto a lavorare anche come operaio di scena e conclude: se anche questo non sarà possibile, prego la dirigenza sovietica di agire con me come giudica opportuno, ma di agire in qualche modo, poichè io, drammaturgo, autore di cinque opere teatrali, conosciuto nell' Urss e all' estero, attualmente ho davanti la miseria, la strada e la morte. Pochi giorni dopo Stalin in persona telefonò allo scrittore, che venne assunto come regista dal teatro d' arte.
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1987/06/21/quattro-lettere-di-bulgakov-stalin.html

«Pronto Bulgakov? Sono Stalin»
Quella telefonata che salvò lo scrittore detestato dal regime sovietico

«Michail Afanas’evic Bulgakov?». 
«Sì, sì». 
«Adesso le parlerà il compagno Stalin». 
«Cosa? Stalin, Stalin?». 
«Sì, le parla Stalin. Salve, compagno Bulgakov». 
«Salve, Iosif Vissarionovic». 
«Abbiamo ricevuto la sua lettera. L’abbiamo letta con i compagni. A tal proposito riceverà una risposta positiva... Ma è proprio vero che lei chiede di andarsene all’estero? Siamo stati così cattivi?». 
«Ho pensato molto negli ultimi tempi se uno scrittore russo possa vivere fuori dalla sua patria. E mi sembra di no». 
«Ha ragione. Anch’io la penso così. Dov’è che vuole lavorare? Al Teatro d’Arte?». 
«Sì, volevo. Ne avevo parlato, ma ho ricevuto un rifiuto». 
«E lei invii loro una richiesta. Penso che accetteranno. Noi dovremmo incontrarla, parlare con lei». «Sì, sì, Iosif Vissarionovic, ho molto bisogno di parlare con lei». 
«Bisogna trovare il tempo e incontrarci, necessariamente. E ora le auguro ogni bene».

Della conversazione telefonica fra Stalin e lo scrittore conosciamo il resoconto conservato da Elena Sergeevna, la terza moglie di Bulgakov. È il 18 aprile 1930, il giorno dopo i funerali di Majakovskij a cui anche Bulgakov ha partecipato. Il suicidio del poeta della rivoluzione ha destato grande emozione, forse Stalin decide di chiamare lo scrittore, ormai fortemente sgradito agli apparati del partito, per non aggravare la situazione, per non dare l’immagine di un regime che perseguita gli intellettuali (pochi anni prima si erano uccisi Sergej Esenin e Andrej Sobol’). 


La lettera di cui Stalin parla è quella inviata da Bulgakov al «governo dell’Urss», il 28 marzo, per denunciare l’accanimento della stampa sovietica nei suoi confronti. Vorrebbe lavorare in un teatro, scriveva, ma se anche questo è impossibile, allora chiede il permesso di espatriare. Dopo la telefonata, il 10 maggio, Bulgakov otterrà un posto come assistente regista al Teatro accademico dell’arte di Mosca.

I guai, per lo scrittore, erano cominciati nel 1925, proprio per il racconto «Cuore di cane», giudicato impubblicabile per la satira sull’uomo nuovo sovietico. Nel maggio del 1926, la polizia politica Ogpu perquisisce l’appartamento di Bulgakov e requisisce il suo diario e due copie dattiloscritte di «Cuore di cane». Seguirà la triste odissea delle sue opere teatrali («I giorni dei Turbin», dal romanzo «La guardia bianca», «L’appartamento di Zoja» e «L’isola purpurea») che, nonostante il successo, finiranno per essere ritirate. La commedia «La corsa», giudicata da Stalin «un fenomeno antisovietico», non ottiene il nulla osta. Nel 1929 Bulgakov chiede il permesso di andare all’estero, che gli viene negato. Poi, in ottobre, insieme ad Anna Achmatova, Zamjatin e Pasternak, esce dall’Unione panrussa degli scrittori. Quell’anno, dirà in seguito, fu «l’anno del mio annientamento come scrittore».

Nessun suo libro è più pubblicato dal ’25, e ora anche i suoi lavori teatrali spariscono. 
All’inizio del ’30, brucia alcuni suoi manoscritti, fra cui le prime redazioni del «Maestro e Margherita». Negli anni a seguire, se lo stipendio del Teatro d’arte gli consente di sopravvivere, la maggior parte dei suoi progetti sarà bocciata.

E Stalin? Dopo aver salvato la vita a Bulgakov, sappiamo che farà un’altra celebre telefonata. 
A Boris Pasternak, il poeta che aveva protestato per l’arresto di Osip Mandel’stam. 
È il giugno 1934, il colloquio è meno cordiale. Quando Stalin gli chiede se Mandel’- stam è suo amico, Pasternak risponde imbarazzato: 
«I poeti raramente sono amici, sono gelosi l'uno dell’altro, come belle donne. 
Noi due ci muoviamo su cammini del tutto diversi». 
La replica di Stalin è gelida: «Noi bolscevichi non rinneghiamo i nostri amici».

Ranieri Polese

http://www.corriere.it/cultura/eventi/2012/scala/notizie/20-polese-pronto-bulgakov_5b6bd8be-3e2a-11e2-ab02-9e37f2f89044.shtml




L’atrocemente gattesco Stalin si divertì invece a censurare la pièce encomiastica che Bulgakov scrisse sulla sua provvida giovinezza di buon tiranno (Batum) a un istante dalla messinscena. 
Perché? “Perché Stalin è ormai soddisfatto: è riuscito a piegare Bulgakov, quell’uomo indocile e superbo ha scritto di lui” (M. Čukadoka, Introduzione a M. BULGAKOV, Romanzi e racconti)? Perché la pièce inventava gesta romantiche senza essere neppure abbastanza “retorica e celebrativa” (M. A. Curletto, Introduzione a M. BULGAKOV, Lettere a Stalin)? 
http://www.compagnosegreto.it/numero9/scrivere9.htm


mercoledì 26 agosto 2015

Guerra Fredda. Durante un un ricevimento l’ambasciatore degli Stati Uniti intratteneva i presenti raccontando dell'esistenza di uno stregone che resuscitava i morti in Alabama. Presente al ricevimento Vjačeslav Michajlovič Molotov, come niente fosse, sottolineò che in URSS esisteva uno straordinario atleta che correndo superava in velocità un aereo. Nikita Sergeevič Chruščёv, saputo di tale conversazione, convocò Molotov. Khrusciov: Tu, Mikhajlyč, perché racconti balle? E se ci dovessero richiedere a dimostrar loro il nostro atleta miracoloso? Molotov: Allora noi dapprima richiediamo di presentarci il loro stregone, il risuscitore dei morti. Khrusciov: E se loro ce lo presentano? Molotov: Richiediamo la prova dell’abilità, chiediamo risuscitare... Iosif Stalin, per esempio. Khrusciov: E se lo risuscita? Molotov: Allora tu, Nikita non solo supererai in corsa un aereo, ma sorpassi anche un missile!”




Durante un un ricevimento l’ambasciatore degli Stati Uniti intratteneva i presenti raccontando dell'esistenza di uno stregone che resuscitava i morti in Alabama.
Presente al ricevimento Vjačeslav Michajlovič Molotov, come niente fosse, sottolineò che in URSS esisteva uno straordinario atleta che correndo superava in velocità un aereo. Nikita Sergeevič Chruščёv, saputo di tale conversazione, convocò Molotov.
Khrusciov: Tu, Mikhajlyč, perché racconti balle? E se ci dovessero richiedere a dimostrar loro il nostro atleta miracoloso?
Molotov: Allora noi dapprima richiediamo di presentarci il loro stregone, il risuscitore dei morti.
Khrusciov: E se loro ce lo presentano?
Molotov: Richiediamo la prova dell’abilità, chiediamo risuscitare... Iosif Stalin, per esempio.
Khrusciov: E se lo risuscita?
Molotov: Allora tu, Nikita non solo supererai in corsa un aereo, ma sorpassi anche un missile!”




lunedì 21 aprile 2014

I Maestri del Socialismo I FONDAMENTI TEORICI NECESSARI AL BUON MILITANTE: LA DIFFERENZA TRA TATTICA E STRATEGIA I due termini, desunti dal linguaggio militare, indicano le forme attraverso cui si realizza la direzione complessiva della lotta di classe: «La capacità strategica e tattica del partito è la capacità di organizzare e unificare attorno all'avanguardia proletaria e alla classe operaia tutte le forze necessarie alla vittoria rivoluzionaria e di guidare di fatto verso la rivoluzione approfittando delle situazioni oggettive e degli spostamenti di forze che esse provocano sia tra la popolazione lavoratrice che tra i nemici della classe operaia. Con la sua strategia e con la sua tattica il partito dirige la classe operaia nei grandi movimenti storici e nelle sue lotte quotidiane. L'una direzione è legata all'altra ed è condizionata dall'altra» (Gramsci, Tesi di Lione, p. 50).

I Maestri del Socialismo
I FONDAMENTI TEORICI NECESSARI AL BUON MILITANTE: 
LA DIFFERENZA TRA TATTICA E STRATEGIA

I due termini, desunti dal linguaggio militare, indicano le forme attraverso cui si realizza la direzione complessiva della lotta di classe:
«La capacità strategica e tattica del partito è la capacità di organizzare e unificare attorno all'avanguardia proletaria e alla classe operaia tutte le forze necessarie alla vittoria rivoluzionaria e di guidare di fatto verso la rivoluzione approfittando delle situazioni oggettive e degli spostamenti di forze che esse provocano sia tra la popolazione lavoratrice che tra i nemici della classe operaia. Con la sua strategia e con la sua tattica il partito dirige la classe operaia nei grandi movimenti storici e nelle sue lotte quotidiane. L'una direzione è legata all'altra ed è condizionata dall'altra» (Gramsci, Tesi di Lione, p. 50).

Sono dunque elementi vitali per la strategia e la tattica l'analisi delle condizioni storiche in tutti i loro aspetti e delle possibilità d'azione del proletariato di fronte ad esse, l'agitazione dei problemi e degli obiettivi e la propaganda della linea del partito con lo scopo di legare ad esso, attraverso la difesa e la lotta per le loro rivendicazioni, le masse lavoratrici.

In particolare la strategia determina, in una data fase storica, la direzione dell'obiettivo principale del proletariato, cioè fissa la prospettiva generale e il relativo piano complessivo della disposizione delle forze. Essa quindi è relativa a tutta un'epoca storica, di cui traccia la tendenza e gli sviluppi in senso rivoluzionario.

La tattica invece ha per oggetto la linea di azione nelle diverse situazioni concrete che si possono presentare: il compito della direzione tattica quindi è di mettere in primo piano quegli obiettivi intermedi di lotta, quelle formule organizzative, quella politica di alleanze che meglio rispondono alle condizioni concrete della lotta di classe, alle specificità con cui una tendenza generale si realizza nei diversi paesi, nei diversi periodi, all'interno dei differenti strati sociali. Essa ha il compito di trovare nella catena degli avvenimenti «quell'anello particolare aggrappandosi al quale sarà possibile reggere tutta la catena», quell'obiettivo parziale il cui raggiungimento prepara le condizioni e avvicina la soluzione dei compiti strategici. La tattica dunque dipende ed è parte della strategia, nella misura in cui non si svolge isolatamente, ma come episodio inserito in un contesto strategico, che ne fissa i presupposti e le prospettive.

Una concezione della tattica che la riduca a tatticismo diplomatico, non ne comprenderebbe i caratteri di specificazione della strategia. Slegare la tattica dalla strategia oppure negare la prima e vedere solo la seconda, come è tipico del dottrinarismo e del dogmatismo, non vuol dire "salvare" i principi, ma anzi avere di essi una visione astratta, proprio in quanto non se ne individuano i passi politici reali che li concretizzano nelle diverse fasi storiche.

Concepire una strategia svuotata dai suoi contenuti tattici concreti significa riprodurre quel distacco tra obiettivo finale e pratica politica che fu tipico della Seconda Internazionale e del revisionismo. 

Scrive Stalin sulla questione:

"La tattica è subordinata agli interessi della strategia.

I successi tattici, in linea di massima, preparano i successi strategici. Il compito della tattica consiste nel condurre le masse alla lotta, nel dare loro tali parole d’ordine, nel condurle su nuove posizioni in modo tale che la lotta nel suo complesso porti alla vittoria, cioè al successo strategico. Ma accade talvolta che il successo tattico distrugga o allontani il successo strategico e quindi, in questi casi, non bisogna curarsi dei successi tattici.

Un esempio. Al principio del 1917, nel Periodo di Kerenski la nostra agitazione contro la guerra, fra gli operai e i soldati, consegui indubbiamente un risultato tattico negativo perché le masse cacciarono i nostri oratori dalla tribuna, li picchiarono, talora E massacrarono; le masse non affluivano nel partito ma si allontanavano da esso. Quell’agitazione, però, malgrado il suo insuccesso tattico, ci avvicinò a un grande successo strategico, perché le masse capirono ben presto che la nostra agitazione contro la guerra era giusta e ci accelerò e facilitò poi il loro passaggio dalla parte del partito.

Ancora un esempio: la richiesta dell’Internazionale comunista di dividersi dai riformisti e dai centristi in adempimento delle 21 condizioni richiesta che evidentemente racchiude in sé un certo elemento tattico negativo, poiché diminuisce coscientemente il numero dei “partigiani” dell’Internazionale comunista e indebolisce temporaneamente quest’ultima, porta in compenso a un grande vantaggio strategico, liberando l’Internazionale comunista dagli elementi infidi, fatto che indubbiamente porterà a un suo rafforzamento e a un consolidamento della sua compattezza interna, cioè al consolidamento della sua Potenza in generale."


fonti: http://www.resistenze.org/sito/ma/di/di/mddis1.htm#StrategiaTattica, http://paginerosse.wordpress.com/2013/01/23/stalin-strategia-e-tattica-politica-dei-comunisti-russi/




lunedì 17 marzo 2014

Stalin. È noto ad ogni leninista, purché sia un vero leninista, che il livellamento nel campo dei bisogni e delle condizioni di vita private è un'assurdità reazionaria da piccoli borghesi, degna di una qualche setta primitiva di asceti, ma non di una società socialistica organizzata marxisticamente, poiché non si può esigere che tutti gli uomini abbiano bisogni e gusti perfettamente uguali, che tutti gli uomini quanto al loro tenore di vita privata vivano secondo un unico modello

La guerra è la prosecuzione della politica
Von Clausewitz

La politica è la prosecuzione della guerra
Foucault


"[Tito a Stalin] Smettila di mandare persone ad uccidermi. Ne abbiamo già catturati cinque, di cui uno con una bomba e uno con un fucile. Se non la smetti di mandarmi sicari, ne manderò io uno a Mosca, e non avrò bisogno di mandarne un secondo."
(messaggio trovato fra gli effetti personali di Stalin; citato in Robert Service, "Stalin: A Biography")

Questa guerra non è come nel passato; chi occupa un territorio impone anche il proprio sistema sociale. Ognuno impone il proprio sistema nella misura in cui il suo esercito ha il potere di farlo. Non può essere altrimenti. Se ora non c'è un governo comunista a Parigi, questo è solamente dovuto al fatto che la Russia non ha un esercito in grado di raggiungere Parigi nel 1945.
Stalin, detto a Tito nell'aprile del 1945


LA DEMOCRAZIA È IMPOSSIBILE NEL CAPITALISMO (STALIN)
"Non c'è e non può esservi, in regime capitalistico, un'effettiva partecipazione delle masse sfruttate all'amministrazione del paese, perchè nei paesi più democratici i governi sono installati non dal popolo, ma dai Rotschild e dagli Stinnes, dai Rockefeller e dai Morgan. In regime capitalistico, la democrazia è una democrazia capitalistica; è la democrazia della minoranza sfruttatrice, basata sulla limitazione dei diritti della maggioranza sfruttata e diretta contro questa maggioranza." 
Stalin


SOCIALISMO NON È UGUAGLIANZA DEI SALARI (STALIN)
"È noto ad ogni leninista, purché sia un vero leninista, che il livellamento nel campo dei bisogni e delle condizioni di vita private è un'assurdità reazionaria da piccoli borghesi, degna di una qualche setta primitiva di asceti, ma non di una società socialistica organizzata marxisticamente, poiché non si può esigere che tutti gli uomini abbiano bisogni e gusti perfettamente uguali, che tutti gli uomini quanto al loro tenore di vita privata vivano secondo un unico modello."
Stalin, dal rapporto al XVII Congresso del Partito bolscevico, 26-1-1934


ANARCHISMO O MARXISMO?
"Marxismo e anarchismo sono fondati su princìpi completamente diversi, nonostante che entrambi si presentino sul terreno della lotta sotto la bandiera socialista. Pietra angolare dell'anarchismo è l'individuo, la cui liberazione sarebbe la condizione principale della liberazione della massa, della collettività. Secondo l'anarchismo, è impossibile la liberazione della massa finché non sarà liberato l'individuo; per cui la sua parola d'ordine è : «tutto per l'individuo». Pietra angolare del marxismo è invece la massa, la cui liberazione sarebbe la condizione principale della liberazione dell'individuo. Cioè, secondo il marxismo, la liberazione dell'individuo è impossibile finché non sarà liberata la massa; per cui la sua parola d'ordine è: «tutto per la massa».  
E' chiaro che noi abbiamo qui due principi i quali si negano a vicenda, e non soltanto dissensi tattici."
Josif Stalin, da "Anarchia o socialismo?"


L'anarchismo è la dottrina che teorizza la lotta per abolire ogni ordine e autorità politica e sostituirvi la libertà dell’individuo; in particolare si contrappone all’idea di Stato. Tra i più noti teorici dell’anarchismo, il francese Proudhon, il tedesco Stirner, il russo Bakunin. Per gli anarchici il rifiuto dell’autorità è completo e si riferisce a qualsiasi organizzazione statale; lo Stato è considerato una forma di tirannide, per cui viene giustificato il ricorso a una strategia di violenza che abbia per fine il suo abbattimento; chiunque detenga il potere è oppressore, e l’oppresso che si sostituisce all’oppressore diventa egli stesso tiranno.
Marx polemizzerà con Bakunin accusandolo di ignorare le cause delle trasformazioni sociali e della rivoluzione proletaria, cioè le condizioni economiche della rivoluzione. 
Scriveva Engels a Cuno nel 1872:
«Mentre la grande massa degli operai socialdemocratici sono, insieme con noi, dell’opinione che il potere statale non è altro che l’organizzazione che le classi dominanti – proprietari fondiari e capitalisti – si sono dati per difendere i loro privilegi sociali, Bakunin afferma che lo stato ha creato il capitale, che il capitalista ha il suo capitale solo per grazia dello stato. Poiché dunque lo stato è il male principale, si deve prima di tutto sopprimere lo stato, e allora il capitale se ne andrà al diavolo da solo. Noi invece diciamo il contrario: distruggete il capitale, l’appropriazione di tutti i mezzi di produzione da parte di pochi, e lo stato cadrà da sé» 
Marx & Engels, Contro l’anarchismo, pp. 60-61

Da questa concezione dello stato deriva la predicazione di Bakunin contro la partecipazione alle elezioni da parte della classe operaia, che avrà un esito nefasto soprattutto in Spagna durante l’insurrezione del 1873.

Attualmente esistono correnti anarchiche collegate sul piano internazionale, ma il loro peso politico è di scarso rilievo.



domenica 24 novembre 2013

Anna Achmatova. Requiem. Ho saputo come si infossano i volti, come da sotto le palpebre appare la paura, come la sofferenza traccia sulle guance dure pagine di caratteri cuneiformi, come ciocche nere e color cenere diventano argentee all’improvviso, il sorriso avvizzisce su labbra sommesse, e in una secca risata trema lo spavento. Io prego non per me sola, ma per tutte quelle che erano là con me nel freddo spietato, nell’afa di luglio sotto la parete rossa accecata.


Anna Achmatova nel 1934 era nella casa di Osip Mandel ‘stam quando il poeta, colpevole di avere scritto versi feroci contro Stalin, fu arrestato. Più tardi si sarebbe messa in coda difronte al carcere di Leningrado insieme a centinaia di madri, mogli e figlie, per avere notizie del suo nuovo marito, lo storico dell’arte Nikolaj Punin, e del figlio Lev, nato dal suo matrimonio con Gumilev, entrambi arrestati durante le purghe staliniane. Fu in quell’occasione che qualcuno la riconobbe e una donna le bisbigliò in un orecchio: << Ma lei questo può descriverlo? >>. Rispose <<posso>> e mantenne la parola scrivendo, fra il 1935 e il 1940, Requiem. da REQUIEM – Epilogo Anna Achmatova:

Ho saputo come si infossano i volti,
come da sotto le palpebre appare la paura,
come la sofferenza traccia sulle guance
dure pagine di caratteri cuneiformi,
come ciocche nere e color cenere
diventano argentee all’improvviso,
il sorriso avvizzisce su labbra sommesse,
e in una secca risata trema lo spavento.
Io prego non per me sola,
ma per tutte quelle che erano là con me
nel freddo spietato, nell’afa di luglio
sotto la parete rossa accecata.
da REQUIEM – Epilogo di Anna Achmatova

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