Sì. Dimenticheranno. È il nostro destino, non ci si può fare nulla. Ciò che a noi sembra serio, significativo, molto importante, col passar del tempo sarà dimenticato o sembrerà irrilevante. Ed è curioso che noi oggi non possiamo assolutamente sapere che cosa domani sarà ritenuto sublime, importante e che cosa meschino, ridicolo. E la nostra vita, che oggi viviamo con tanta naturalezza, apparirà col tempo strana e scomoda, priva di intelligenza, non sufficientemente pura, forse addirittura immorale.
Anton Pavlovič Čechov
Gli infelici sono egoisti, cattivi, ingiusti, crudeli e meno capaci degli sciocchi di comprendersi reciprocamente. L’infelicità non unisce, ma disunisce gli uomini, e perfino là dove parrebbe che gli uomini dovessero essere legati dalla identità del loro dolore, si commettono molte più ingiustizie e crudeltà che in mezzo a gente relativamente contenta.
in: 'Racconti'
«Quando era piccola, le piaceva molto il gelato e spesso dovevo condurla alla pasticceria. Il gelato era per lei la misura di tutto quello che v’è d’eccellente. Se voleva lodarmi, diceva: “Tu, papà, sei alla crema”. Uno dei suoi ditini lo chiamava al pistacchio, un altro alla crema, un terzo al lampone. Di solito, quando al mattino veniva a salutarmi, me la facevo sedere sulle ginocchia e, baciandole i ditini, ripetevo:
- Alla crema… al pistacchio… al limone…»
Anton Čechov, “Una storia noiosa”
E io non smettevo di cercare di capire perché fosse toccato a lui di incontrarla e non a me e perché era stato necessario che nella nostra vita si verificasse un errore così tragico.
Anton Pavlovič Čechov
Anton Čechov, Uno "choc" nervoso.
Incipit.
Lo studente in medicina Meyer e l'allievo della scuola di belle arti di Mosca, [...]
Conosceva le donne pubbliche soltanto attraverso le sue letture e per averne sentito parlare, ma non era mai stato nelle case in cui abitavano. Sapeva che vi sono delle donne senza vergogna, le quali, sotto il peso di circostanze fatali – ambiente, cattiva educazione, necessità, ecc. – sono costrette a vendersi. Queste donne non conoscono l'amore puro, non hanno figli, non hanno capacità giuridica. Le loro madri e le loro sorelle le piangono come se fossero morte. La scienza le tratta come un male; gli uomini danno loro del tu. Ma, nonostante tutto ciò, sono sempre degli esseri umani, fatti a somiglianza di Dio.
[...]
[prostitute] Hanno tutte la coscienza del loro peccato e sperano nella salvezza dell'anima; possono usare, nella più larga misura, dei mezzi che vi conducono. La società, è vero, non dimentica il passato delle persone; ma, dinanzi a Dio, Maria l'Egiziana non è inferiore agli altri santi.
Anton Čechov, Uno "choc" nervoso, p. 175-176
«Com'è povero e meschino tutto ciò (pensava Vassiliev).
In un ambiente come questo, che cosa dunque può indurre alla tentazione un uomo normale, incitarlo a commetere quell'orribile peccato di comprare per un rublo un essere vivente?
Io comprendo qualsiasi peccato, commesso per ragione di splendore, di bellezza, di grazia, di passione, di gusto, ma qui, cosa c'è? Per qual motivo si pecca, in questo luogo? D'altro lato... Non bisogna riflettere!...»
Anton Čechov, Uno "choc" nervoso, p. 182
[Prostituzione] Il vizio esiste ma non vi è in loro, né coscienza di colpa, né speranza di salvezza.
Le vendono, le comprano, le annegano nel vino e nelle turpitudini, ma sono bestie come delle pecore, indifferenti, ed incoscienti. Dio mio, Dio mio!
Anton Čechov, Uno "choc" nervoso, p. 196
Una delle due: o l'umanità, nel rappresentare la prostituzione come un male, esagera; oppure, se è veramente un male, come si ammette, i miei due buoni amici sono padroni di schiavi, dei violenti e degli assassini. Adesso, cantano, ridono, ragionano da persone sane; ma non sono forse stati, poco fa, sfruttatori della fame, dell'ignoranza e dell'imbecillità?
Noi uomini ci uccidiamo fra noi; è certamente immorale, ma la filosofia non può farci niente.
Anton Čechov, Uno "choc" nervoso, p. 200
Bisognerebbe che gli uomini, i quali le comprano e le uccidono, sentissero tutta la immoralità della loro azione, della loro parte di mercanti di schiave e ne provassero spavento. Bisogna salvare gli uomini. Anton Čechov, Uno "choc" nervoso, p. 203
Per quanto elevate possano sembrare le scienze e le arti, esse sono l'opera degli uomini, la carne della nostra carne, il sangue del nostro sangue. Esse soffrono del nostro stesso male; e la nostra corruzione si riflette in esse.
La letteratura e la pittura non sfruttano forse il nudo e l'amore venale? La scienza non insegna forse a considerare le donne pubbliche come una semplice mercanzia che, in caso di difetto, dev'essere eliminata? Nelle questioni di morale, vi è una sola via d'uscita, l'apostolato.
Anton Čechov, Uno "choc" nervoso, p. 204
[Anton Cechov, Uno "choc" nervoso, traduzione di Leo Gastovinski, Casa Editrice Bietti, Milano 1930.]
Anton Čechov, uno scrittore che ha occhi e orecchie
Autore: Ivonne Rossomando
Anton Čechov, uno scrittore che ha occhi e orecchie
È dedicato ad Anton Čechov il
libro di Fausto Malcovati,
Il medico, la moglie, l'amante, edito da Marcos y Marcos, nella nuova collana diretta da Paolo Nori. Fausto Malcovati, biografo di Stanislavskij, offre al lettore la sua ampia conoscenza della letteratura, del teatro e del cinema russo, dimostrandosi lo scrittore ideale per "illuminarci" sulla vita e le opere di Čechov come se si trattasse di un suo amico di sempre, descrivendone la grandezza e le peculiarità, un autore che «non ha nulla di strano, è semplicemente uno scrittore anomalo rispetto al mondo in cui vive».
La narrazione parte da una cittadina sul Mar D'Azov, Tangarog, dove il 17 giugno 1860 nasce Anton Pavlovic Čechov, una città pigra, sonnolenta, sporca, in cui «il piccolo Čechov scruta il porto dalle finestre del primo piano e gioca con coetanei che parlano le lingue più disparate». Nipote di un talentuoso servo della gleba Egor, con un padre droghiere severo e perseguitato dai debiti,
Čechov s’iscrive e si laurea in medicina, iniziando così la sua strana avventura umana, divisa tra l'amore per il mestiere di medico e il lavoro di scrittore che inizialmente ha fatto solo per sopravvivere (un suo racconto gli veniva pagato cinque copechi, il corrispettivo di un pezzo di pane). «Ho una moglie legittima, la medicina e un'amante, la letteratura: quando sono stanco della prima, mi rifugio dalla seconda, ma non ho nessuna intenzione di divorziare».
Quella del medico è per lui una passione irrinunciabile,
visita soprattutto contadini e vecchi malati da cui non si fa pagare, raccoglie fondi per chi non ha neppure da mangiare e contemporaneamente scrive centinaia di racconti con lo pseudonimo di Čechonte. Si tratta di “raccontini” cui non dà importanza finché una lettera di Dmitrij Grigorovič gli cambia la vita. Fu proprio questo scrittore russo a cogliere in un racconto di Čechov del vero talento, suggerendogli la via per diventare scrittore: «smettete di scrivere in fretta [...] lavorate con calma, con precisione, scrivete con raccoglimento e concentrazione». Da quel momento Čechov moltiplica il suo impegno, sentendosi riconosciuto come vero scrittore.
La professione di medico lo aiuta a essere vicino a quei personaggi che descriverà nelle sue novelle «in cui si ride poco e resta sempre un grande amaro in bocca»; dei suoi protagonisti osserva le inquietudini e le insoddisfazioni, senza mai intervenire con soluzioni "salvifiche".
Quando arriverà a San Pietroburgo, Čechov incontrerà l'editore Suvorin che gli offrirà la sua amicizia e condizioni molto più favorevoli per scrivere. Un sodalizio che durerà quattordici anni e sarà interrotto a causa dell'Affare Dreyfus, in cui Čechov, a differenza dell'amico, si esporrà per difendere l'ufficiale francese ingiustamente accusato.
Sarà una delle poche volte che lo scrittore russo prenderà una posizione netta, in controtendenza. Ogni volta che gli era stato chiesto di schierarsi anche politicamente, Čechov aveva contrapposto il suo: «
io non sono un liberale, non sono un conservatore, non sono un progressista... vorrei essere un libero artista, nient'altro».
Ma anche scrivere gli costa: «
per scrivere ho perso la nozione del tempo, do i numeri, sto diventando psicopatico, sono totalmente esaurito».
Ormai i suoi racconti hanno un ritmo particolare e anche se sono incentrati su personaggi minori come il bambino Egornška (nel racconto Il Viaggio) o un cagnolino (in Kaštanka), lui usa la penna con estrema libertà, con un linguaggio parlato straordinario, lasciando perdere canoni e norme. Vuole essere uno scrittore che racconta quello che vuole e come vuole, senza dichiarazioni d'intenti, perché
lui è soprattutto «uno scrittore che ha occhi e orecchie». Ecco perché Virginia Woolf dirà che Čechov «ha una melodia tutta sua, inconsueta» e
Majakovskij lo definirà «il re della parola, quella parola che genera l'idea, non già l’idea la parola».
In Čechov «ci sono gli uomini, ci siamo noi», con la sua semplicità il suo essere sempre tra le righe, diverte e si diverte, senza perdere mai il controllo e una sottile ironia («la morte è la ricerca di un senso, che qualche volta non si trova, ma si muore lo stesso!»).
Con lo stesso controllo
descriverà nel 1890 il suo viaggio in Siberia, all'Isola di Sachalin.
È già malato di tubercolosi, ma non si sottrae a un viaggio spaventoso per la distanza, il clima e la condizione terrificante di coloro che sono rinchiusi in quella prigione zarista. È un reportage in cui convivono statistiche e sofferenze umane inenarrabili. Lo scrittore e il medico guardano, ascoltano, assistono alle punizioni più efferate, ma il tono non è mai esasperato o ossessivo, la prosa sintetica e asciutta. Forse per dimenticare quell'esperienza Čechov si stabilirà a Melichovo, in una casa piena di alberi e di fiori, tanto da lui amati, qui scriverà alcuni dei suoi drammi teatrali indimenticabili come
Il gabbiano e
Zio Vanja. Sarà proprio il fiasco della prima rappresentazione de Il gabbiano, fiasco che lo ferirà crudelmente, a fargli incontrare la donna della sua vita: l'attrice Olga Knipper. La loro storia d'amore durerà solo cinque anni tra separazioni, nostalgie, rimpianti, mentre scrive
Il giardino dei ciliegi, emblema di un mondo che scompare per fare posto a chi quel giardino lo abbatterà, perché «in una società dove regna il profitto, non c'è salvezza per i giardini, perché chi ha i soldi per comprarli non ha la cultura per conservarli. La bellezza non rende, non ha dividendi».
Grazie a Malcovati e al suo libro
Il medico, la moglie, l'amante abbiamo riscoperto un Čechov diverso, non solo grandissimo autore, ma uomo straordinariamente attuale. Ora non ci resta che aspettare l’arrivo di un suo erede.
http://www.sulromanzo.it/blog/anton-cechov-uno-scrittore-che-ha-occhi-e-orecchie
ANTON CECOV.
Novelliere sommo ed autore di opere teatrali la cui novità ispirò, all’inizio del XX secolo, al regista Stanislavski una teoria della recitazione fondata sulla ricerca della sincerità, sull’espressione degli stati d’animo e dei mezzi toni, Cechov, allo stesso tempo medico ed uomo di lettere, creò un’opera che fu inizialmente sinonimo di nostalgia sentimentale e d’esotismo slavo. Col tempo, la “piccola musica” dei suoi testi rivela una visione lucida, crudele e fondamentalmente tragicomica, della condizione umana.
Avverso a qualsiasi sistema, a qualsiasi dogmatismo, a qualsiasi dispotismo, lavoratore accanito, Cechov è impastato di contraddizioni: è innamorato della vita, ma seriamente malato, sensibile ma lucido, tenero ma senza passioni. Svolge la sua esistenza tra un intenso coinvolgimento nel reale (la sua attività sociale) ed una aspirazione al ritiro, alla distanza, spesso presa per indifferenza.
La sua opera riflette un processo di costruzione interna, quella di un uomo libero che vuole farla finita con gli strascichi della schiavitù (la servitù della gleba è stata abolita soltanto nel 1861), ma anche disfarsi di ogni illusione, rifiutare le risposte già confezionate.
Dopo Sakalin, respinge le idee di Tolstoj, alle quali si è avvicinato ad un certo punto, e prende posizione, ne La camera n°6, contro l’ignoranza e l’oscurantismo retrogrado del ritorno alla natura e dell’ascetismo religioso: crede al progresso e alla scienza, alla medicina, ma senza esaltazione. Il lungo corpo a corpo con la sofferenza e la morte, quella degli altri e la sua, lo induce a un amore disincantato, a una acuta visione del mondo.
Alla ricerca della giustizia sociale corrisponde quella della precisione nella scrittura, della semplicità senza riboboli, della brevità, della concisione e dell’obiettività: «L’artista non deve essere il giudice dei suoi personaggi né di ciò che dicono, ma soltanto il testimone imparziale», scrive, e quanto alla essenzialità narrativa: «Se nella vostra storia descrivete un fucile, questo poi deve sparare».
Senza peripezie o ricerca d’effetti, le sue novelle descrivono una realtà non idealizzata, esistenze banali, la vita quotidiana, dove ogni ricerca spirituale è strettamente radicata in dettagli prosaici.
Lo stile è laconico, a volte allusivo e preciso: «Più è breve, meglio è ». Cechov ha molta cura dei dettagli materiali - suoni, gesti, colori, forme, sapori -, che sa scegliere, combinare, senza accumularli. A metà strada tra un realismo reso trasparente dal lavoro sulla lingua ed il simbolismo, il suo stile tende verso una natura dove le annotazioni fuggitive (rumori, colori, immagini), le digressioni liriche, il tratteggio spietato,
l’espressione dei sentimenti confusi e contraddittori, le descrizioni della natura russa ed i dialoghi si mescolano in una miscela dolce-amara.
In ogni novella, questa prosa musicale dal ritmo spesso ternario (frase strutturata in tre parti) si chiude bruscamente su un accordo dissonante che apre il racconto anziché chiuderlo e lascia un’impressione sfuggente, ambigua.
Alessandra Cortese
Badenweiler, 15 luglio 1904 muore