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venerdì 11 luglio 2014

Luciano. L’ignoranza acceca gli uomini. Per gli uomini, l’ignoranza, è un flagello, responsabile di molti dei loro mali. Essa versa una nebbia su tutte le cose, rende oscura la verità e getta un’ombra sulla vita di ciascuno. Ci rende simili a persone che brancolano nel buio, o peggio ancora, ai ciechi, che certe volte sbattono a caso, altre volte scavalcano ostacoli che in realtà non ci sono; non vediamo ciò che ci è vicino e davanti ai piedi, e quello che invece è lontano, a grande distanza, temiamo che ci possa intralciare. Insomma, in tutto ciò che facciamo siamo sempre in procinto di fare un passo falso. Ecco: questo ha dato ai poeti tragici moltissimi argomenti per i loro drammi: i Labdacidi, i Pelopidi, e gli altri, simili. Perché si può vedere che tutte le vicende dolorose, o quasi, messe in scena, sono state orchestrate dall’ignoranza, quasi come un tragico demone. Dico questo anche guardando ad altre cose, e specialmente alle denunce false contro i parenti e gli amici. A causa di queste ci furono famiglie rovinate, città che furono distrutte, padri impazziti contro i figli, fratelli contro fratelli, figli contro genitori, e amanti contro le persone amate. Molte amicizie si sono rotte e molti giuramenti sono crollati perché si è creduto a calunnie del genere.



“Per gli uomini, l’ignoranza, è un flagello, responsabile di molti dei loro mali. Essa versa una nebbia su tutte le cose, rende oscura la verità e getta un’ombra sulla vita di ciascuno. Ci rende simili a persone che brancolano nel buio, o peggio ancora, ai ciechi, che certe volte sbattono a caso, altre volte scavalcano ostacoli che in realtà non ci sono; non vediamo ciò che ci è vicino e davanti ai piedi, e quello che invece è lontano, a grande distanza, temiamo che ci possa intralciare. Insomma, in tutto ciò che facciamo siamo sempre in procinto di fare un passo falso.
Ecco: questo ha dato ai poeti tragici moltissimi argomenti per i loro drammi: i Labdacidi, i Pelopidi, e gli altri, simili. Perché si può vedere che tutte le vicende dolorose, o quasi, messe in scena, sono state orchestrate dall’ignoranza, quasi come un tragico demone. Dico questo anche guardando ad altre cose, e specialmente alle denunce false contro i parenti e gli amici. A causa di queste ci furono famiglie rovinate, città che furono distrutte, padri impazziti contro i figli, fratelli contro fratelli, figli contro genitori, e amanti contro le persone amate. Molte amicizie si sono rotte e molti giuramenti sono crollati perché si è creduto a calunnie del genere.”
"L’ignoranza acceca gli uomini" (da: “Περὶ τοῦ μὴ ῥᾳδίως πιστεύειν Διαβολῇ”, Del non credere facilmente alla calunnia) di Luciano - Prova di greco della maturità 2014 


sabato 18 gennaio 2014

Eric-Emmanuel Schmitt. I dieci figli che la signora Ming non ha avuto. "Non faccio altro che dire la verità mamma! Perché dovrei esprimere qualcosa di diverso?" . "Figlio mio caro, credo che la domanda sia: perché gli uomini non sopportano la verità? Prima di tutto perché la verità li delude. In secondo luogo perché la verità è spesso poco interessante. Terzo, perché la verità non ha affatto l'eleganza del vero: quasi sempre la menzogna è imbastita meglio. E, quarto, perché la verità fa male. Non voglio che tu scateni guerre credendo di diffondere la pace." "Cosa devo fare, allora? Mentire?" . "No, tacere. Il silenzio è un amico che non tradisce mai"


"Non faccio altro che dire la verità mamma! Perché dovrei esprimere qualcosa di diverso?" .
"Figlio mio caro, credo che la domanda sia: perché gli uomini non sopportano la verità?
Prima di tutto perché la verità li delude.
In secondo luogo perché la verità è spesso poco interessante.
Terzo, perché la verità non ha affatto l'eleganza del vero:
quasi sempre la menzogna è imbastita meglio.
E, quarto, perché la verità fa male.
Non voglio che tu scateni guerre credendo di diffondere la pace."
"Cosa devo fare, allora? Mentire?" .
"No, tacere. Il silenzio è un amico che non tradisce mai"
Eric-Emmanuel Schmitt. I dieci figli che la signora Ming non ha avuto





giovedì 15 agosto 2013

Evita Peron. IO LI HO VISTI (I POVERI) ANDARE PER LE STRADE, CON IL BAMBINO FRA LE BRACCIA, CERCANDO IL MEDICO, LA FARMACIA, L'OSPEDALE, QUALUNQUE COSA; PERCHÉ NEPPURE I SERVIZI DELL'ASSISTENZA PUBBLICA SI AZZARDAVANO A ADDENTRARSI FAR QUEI LABIRINTI DI TANE CHE SONO I QUARTIERI "PITTORESCHI". E io li ho visti pure tornare a casa con il figlio morto fra le braccia, per lasciarlo lì, su una tavola, e uscire poi a cercare una bara come prima avevano cercato medico e medicine: DISPERATAMENTE. I RICCHI DICONO: "NON HANNO SENSIBILITÀ!NON VEDE CHE NEPPURE PIANGONO QUANDO GLI MUORE UN FIGLIO?" E NON SI DANNO CONTO CHE FORSE PROPRIO LORO, I RICCHI, QUELLI CHE HANNO TUTTO, HANNO TOLTO AI POVERI PERFINO IL DIRITTO DI PIANGERE



"..IO LI HO VISTI (I POVERI) ANDARE PER LE STRADE, CON IL BAMBINO FRA LE BRACCIA, CERCANDO IL MEDICO, LA FARMACIA, L'OSPEDALE, QUALUNQUE COSA; PERCHÉ NEPPURE I SERVIZI DELL'ASSISTENZA PUBBLICA SI AZZARDAVANO A ADDENTRARSI FAR QUEI LABIRINTI DI TANE CHE SONO I QUARTIERI "PITTORESCHI". E io li ho visti pure tornare a casa con il figlio morto fra le braccia, per lasciarlo lì, su una tavola, e uscire poi a cercare una bara come prima avevano cercato medico e medicine: DISPERATAMENTE.
I RICCHI DICONO: "NON HANNO SENSIBILITÀ!NON VEDE CHE NEPPURE PIANGONO QUANDO GLI MUORE UN FIGLIO?" E NON SI DANNO CONTO CHE FORSE PROPRIO LORO, I RICCHI, QUELLI CHE HANNO TUTTO, HANNO TOLTO AI POVERI PERFINO IL DIRITTO DI PIANGERE.
No!...Io non potrò evidentemente descrivere quello che è la vita in uno qualunque di questi quartieri "pittoreschi". Mi rassegno e desisto. Però una cosa mi preme di ripetere qui, prima di proseguire. È UNA MENZOGNA DEI RICCHI QUESTA AFFERMAZIONE CHE I POVERI NON ABBIANO SENSIBILITÀ. Molte volte ho sentito dalla bocca di "gente come si deve", come si autodefiniscono, affermazioni come questa: "NON SI PREOCCUPI TANTO PER I SUOI "DESCAMISADOS". QUESTA "RAZZA DI GENTE" NON HA LA NOSTRA SENSIBILITÀ. Non si rendono conto di quello che succede. E' forse non è nemmeno conveniente che se ne diano conto!" Non trovo nessun argomento ragionevole per confutare questa menzogna ingiusta. Non posso far altro che dir loro: "E' una menzogna. Menzogna che avete inventato voi ricchi per starvene tranquilli. Ma è una menzogna!" SE MI DOMANDASSERO PERCHÉ, IO POTREI RISPONDERE POCO, MOLTO POCO. DIREI QUESTO: "IO HO VISTO PIANGERE GLI UMILI, E NON DI DOLORE, PERCHÉ DI DOLORE PIANGONO PERFINO LE BESTIE. LI HO VISTI PIANGERE DI GRATITUDINE!"
E PER GRATITUDINE, PER GRATITUDINE SÌ CHE I RICCHI NON SANNO PIANGERE!
Eva Duarte Peron, 7 maggio 1919-26 luglio 1952.

Tratto dal cap. La sofferenza degli umili, pagg 148-149 La ragione della mia vita, Fratelli Bocca ed. 1953 

martedì 22 gennaio 2013

Sapienza. L'arte della gioia. Il male sta nelle parole che la tradizione ha voluto assolute, nei significati snaturati che le parole continuano a rivestire. Mentiva la parola amore, esattamente come la parola morte. Mentivano molte parole, mentivano quasi tutte. Ecco che cosa dovevo fare: studiare le parole esattamente come si studiano le piante, gli animali. E poi, ripulirle dalla muffa

 
 
Il male sta nelle parole che la tradizione ha voluto assolute, nei significati snaturati che le parole continuano a rivestire. Mentiva la parola amore, esattamente come la parola morte. Mentivano molte parole, mentivano quasi tutte. Ecco che cosa dovevo fare: studiare le parole esattamente come si studiano le piante, gli animali. E poi, ripulirle dalla muffa, liberarle dalle incrostazioni di secoli di tradizione, inventarne delle nuove, e soprattutto scartare per non servirsi più di quelle che l'uso quotidiano adopera con maggior frequenza, le più marce, come: sublime, dovere, tradizione, abnegazione, umiltà, anima, pudore, cuore, eroismo, sentimento, pietà, sacrificio, rassegnazione.
Imparai a leggere i libri in un altro modo. Man mano che incontravo una certa parola, un certo aggettivo, li tiravo fuori dal loro contesto e li analizzavo per vedere se si potevano usare nel "mio" contesto. In quel primo tentativo di individuare la bugia nascosta dietro le parole anche per me suggestive, mi accorsi di quante di esse e quindi di quanti falsi concetti ero stata vittima. E il mio odio crebbe giorno per giorno: l'odio di sentirsi ingannati.Trovai ciò che tutti i poeti sanno, che si può uccidere con le parole, oltre che con il coltello e il veleno.
 L'arte della gioia, G.Sapienza
 

sabato 1 dicembre 2012

PERSINO LA SIGNORA PIÙ INNOCUA, CHE VIVE CON IL SUO CAGNOLINO, È COSÌ PIENA DI FALSA PERSONALITÀ TANTO QUANTO IL MAGNIFICO ESEMPLARE DI UOMO CHE È SEMPRE BEN VESTITO, IL CUI RITRATTO SI VEDE SU TUTTI I PERIODICI. Sì – MA COSA SIETE VOI OLTRE TUTTE QUESTE BUONE MANIERE E LA VOSTRA IMMAGINE?




COMMENTARI PSICOLOGICI SULL’INSEGNAMENTO DI GURDJIEFF E OUSPENSKY
Amwell, 14 novembre 1948 capitolo 4 VOLUME IV° Autore Dr. Maurice Nicoll
NOTE SULLE DIFFERENTI QUALITÀ DELLA COSCIENZA
IDEA-LAVORO

Il Lavoro c’insegna che ABBIAMO QUATTRO STATI DI COSCIENZA, DUE CHE CONOSCIAMO E DUE CHE IGNORIAMO.
COMMENTARIO

LA PERSONA CHE PENSA SOLO A SE STESSA è quella che nel Lavoro è più addormentata. Quando siamo IDENTIFICATI CON LA FALSA PERSONALITÀ è il momento in cui siamo più addormentati. Per essere svegli non bisogna avere Falsa Personalità. Quelli di voi che hanno avuto momenti, per quanto brevi siano stati, in cui erano relativamente LIBERI DELLA FALSA PERSONALITÀ, già sanno che a questo riguardo esiste la possibilità di OTTENERE UN PRECISO NUOVO STATO DI SÉ. Dobbiamo affermare in noi stessi ogni esperienza definita e registrare da soli la sua validità – altrimenti il Lavoro non è organizzato dentro di noi. Il Lavoro si trasforma in qualcosa d’informe e privo di carattere dentro di sé, se non si comprende e non si approva una sola parte di ciò che insegna per mezzo della propria esperienza pratica e se non si persiste nella sua veracità. Sarà quella che Gurdjieff chiamava una PERSONA DEBOLE. Bene, A VOLTE AD UN UOMO È DATO DI ESSERE LIBERO DALLA FALSA PERSONALITÀ IN MOMENTI DI TENSIONE, DI GUERRA O DI MALATTIA, ALLORA SA O DOVREBBE SAPERE CHE A SUA DISPOSIZIONE C’É UN ALTRO STATO DI SÉ. Lo ha visto da se stesso. Conoscendolo, affermandolo in se stesso in profondità, verifica il Lavoro. Rende così reale il Lavoro per se stesso – cioè, che lo aiuta, gli trasmette forza. Inizia a calmarlo, a metterlo dentro, primo risultato di grande importanza. Ma se un uomo discute nella sua giurisdizione interna le parole utilizzate nel Lavoro, o, anche peggio, non pensa mai realmente ad esse, come può mettersi in contatto con lui? Così come diceva Gurdjieff: “Non prestate attenzione alle parole – cercate di sentire internamente il significato”.
Una delle ragioni per cui non stabilizziamo il Lavoro in noi stessi, è perché PENSIAMO SOLTANTO ALLA NOSTRA PERSONA – sì, in ogni momento. Questa è la Considerazione Interna. LA FALSA PERSONALITÀ SI PREOCCUPA SOLO PER SE STESSA e l’affascina sempre il modo di essere trattata. QUANDO SIAMO IDENTIFICATI CON ESSA È IL MOMENTO IN CUI SIAMO PIÙ ADDORMENTATI. Non ci vuole niente a vederne il perché. TUTTE LE EMOZIONI SI TRASFORMANO IN FALSA PERSONALITÀ. Bene, pensare il Lavoro significa abbandonare la Falsa Personalità. Ma LA FALSA PERSONALITÀ ODIA IL LAVORO, PERCHÉ QUESTO CON IL TEMPO FINIRÀ PER DISTRUGGERLA. OGNI ATTO DI RICORDO DI SÉ DEBILITA LA FALSA PERSONALITÀ. Nel Terzo Livello di Coscienza la Falsa Personalità non può respirare – non può esistere. Vive nel secondo livello di coscienza – nel così chiamato STATO DI VEGLIA.
Così CI DICONO CHE IL NOSTRO ATTUALE LIVELLO DI COSCIENZA NON PUÒ CAMBIARE. Siamo imprigionati dalla vita – con l’adulazione, con i falsi sorrisi incantatori, con le maniere affettate e convenzionali, con le immagini forgiate di noi stessi e tutto il resto. Enumerare un’altra volta tutto ciò che appartiene alla Falsa Personalità e le sue infinite manifestazioni è un compito eccessivamente noioso. PERSINO LA SIGNORA PIÙ INNOCUA, CHE VIVE CON IL SUO CAGNOLINO, È COSÌ PIENA DI FALSA PERSONALITÀ TANTO QUANTO IL MAGNIFICO ESEMPLARE DI UOMO CHE È SEMPRE BEN VESTITO, IL CUI RITRATTO SI VEDE SU TUTTI I PERIODICI. Sì – MA COSA SIETE VOI OLTRE TUTTE QUESTE BUONE MANIERE E LA VOSTRA IMMAGINE? È a questo livello più profondo che il Lavoro dirige l’attenzione.
Bene, NEL COSÌ CHIAMATO STATO DI VEGLIA, in cui viviamo – proprio così, nel secondo stato di coscienza – OGNI TIPO DI MENZOGNE SONO PRESE COME VERITÀ. Senza dubbio nasciamo con la capacità di vivere NEL TERZO STATO DI COSCIENZA, IN CUI LE MENZOGNE SONO IMPOSSIBILI – perché sono così ovvie – in quanto nessuna persona può ingannarne un’altra. Per questo, in questa breve nota, sentiamo nuovamente ciò che dice Gurdjieff su questi STATI DI COSCIENZA POSSIBILI PER L’UOMO, comprendendo chiaramente che uno stato superiore di coscienza si caratterizza per il fatto di avere coscienza di molte cose, in modo da essere più sveglio e così da essere più difficile da ingannarlo. Essere più cosciente, diventare più sveglio, significa usufruire di più luce, e così si percepisce di più, mentalmente e emozionalmente. Basta riflettere su ciò che continuamente diceva Gurdjieff: siamo nati dotati del diritto di vivere nel terzo stato di coscienza. L’UOMO PUÒ CONOSCERE QUATTRO STATI DI COSCIENZA. IL PRIMO, LO STATO DI SONNO CON SOGNI, IL SECONDO IL COSÌ CHIAMATO STATO DI VEGLIA, IL TERZO STATO DEL RICORDO DI SÉ, E IL QUARTO, COSCIENZA OBIETTIVA. Solo i due stati superiori possono comunicare con i due Centri Superiori dai quali provengono le Emozioni Positive.
Citiamo ora le parole di Gurdjieff sugli stati di coscienza: “I DUE STATI SUPERIORI DI COSCIENZA SONO INACCESSIBILI ALL’UOMO, e quantunque abbia barlumi di questi stati, è incapace di comprenderli dal punto di vista degli stati in cui comunemente si trova. I due abituali stati, proprio così, I DUE STATI INFERIORI DI COSCIENZA, SONO INNANZITUTTO IL SONNO, CHE È UNO STATO PASSIVO DELLA SUA VITA NEL QUALE L’UOMO PASSA LA TERZA PARTE, E MOLTO SPESSO LA METÀ DELLA SUA VITA, E POI LO STATO IN CUI GLI UOMINI PASSANO L’ALTRA PARTE DELLA LORO VITA, IN CUI VAGABONDANO PER LE STRADE, SCRIVONO LIBRI, SI COMUNICANO TEMI IMPORTANTI, INTERVENGONO IN POLITICA, SI UCCIDONO GLI UNI CON GLI ALTRI, CHE CONSIDERANO UNO STATO DI ATTIVITÀ, E LO CHIAMANO DI “CHIARA COSCIENZA” O “STATO DI COSCIENZA SVEGLIA”.
“IL TERZO STATO DI COSCIENZA È IL RICORDO DI SÉ, O COSCIENZA DI SÉ, O PERCEZIONE DI SÉ. IN GENERALE CREDIAMO DI POSSEDERE QUESTO STATO DI COSCIENZA, o di poterlo avere se così desiderassimo. La nostra scienza e filosofia hanno taciuto il fatto che NON POSSEDIAMO QUESTO STATO DI COSCIENZA E CHE NON POSSIAMO CREARLO IN NOI CON IL SOLO DESIDERIO O DECISIONE.
“Il quarto stato di coscienza é chiamato lo STATO DI COSCIENZA OBIETTIVA. IN QUESTO STATO L’UOMO PUÒ VEDERE LE COSE COSÌ COME SONO. L’UOMO HA DI SOLITO BARLUMI DI QUESTO STATO DI COSCIENZA. NELLE RELIGIONI DI TUTTE LE NAZIONI, CI SONO INDIZI DELLA POSSIBILITÀ DI UNO STATO DI COSCIENZA DI QUESTO TIPO CHE È CHIAMATO ‘ILLUMINAZIONE’ ed anche con altri vari nomi, ma che non può descriversi con le parole. Ma l’unica Via Corretta verso la Coscienza Obiettiva passa attraverso lo sviluppo della Coscienza di Sé.
“SE UN UOMO ORDINARIO È ARTIFICIALMENTE PORTATO ALLO STATO DELLA COSCIENZA OBIETTIVA E POI RIPORTATO AL SUO STATO ORDINARIO, NON RICORDERÀ NULLA, E POI PENSERÀ DI AVER PERDUTO LA COSCIENZA PER UN ISTANTE. Ma nello stato di coscienza di sé un uomo può avere barlumi di Coscienza Obiettiva e ricordarli. Il Quarto Stato di Coscienza nell’Uomo significa uno stato completamente differente dell’essere, ed è il risultato della crescita interiore e di un prolungato e difficile lavoro su di sé.
“Ma il Terzo Stato di Coscienza costituisce il diritto naturale dell’Uomo così com’è, e se un uomo non lo possiede, si deve unicamente alle CONDIZIONI SBAGLIATE DELLA SUA VITA. Al presente, questo Terzo Stato arriva all’Uomo solo in forma di rarissimi barlumi ed unicamente attraverso un addestramento speciale può diventare più o meno permanente in lui.
“PER LA MAGGIOR PARTE DELLA GENTE, PERSINO PER LE PERSONE ISTRUITE E I PENSATORI, IL PRINCIPALE OSTACOLO CHE SI OPPONE ALL’ACQUISIZIONE DELLA COSCIENZA DI SÉ NASCE DAL FATTO CHE CREDONO DI POSSEDERLA – che possono ‘fare’, che possiedono la ‘volontà’, e un ‘Io’ permanente ed immutabile. È EVIDENTE CHE UN UOMO NON S’INTERESSERÀ SE GLI SI DICE CHE PUÒ ACQUISIRE CON UN LUNGO ED ARDUO LAVORO QUALCOSA CHE SECONDO IL SUO PARERE POSSIEDE DI GIÀ. AL CONTRARIO, CREDERÀ CHE LA PERSONA CHE GLIELO DICE SIA PAZZA o che vuole ingannarlo con l’idea di ottenere un beneficio personale.
“I due stati superiori di coscienza sono in connessione con il funzionamento dei due ‘Centri Superiori’ nell’Uomo”.



martedì 20 novembre 2012

lunedì 19 novembre 2012

Omar Falworth. Ricordati che oggi incontrerai uno stolto che metterà a dura prova la tua bontà e la tua pazienza, un maldicente che sparlerà di te, un furbo che cercherà di usarti, un presuntuoso che pretenderà di aver ragione ad ogni costo, un prepotente che cercherà di sopraffarti, un iracondo che ti trasmetterà rabbia. Ma tu non ti lascerai turbare più di tanto, perché sarai in compagnia di un moderato che frenerà le tue reazioni, un buono che tramuterà in bene tutto il male che riceverai, un saggio che ti guiderà sulla retta via e ti farà prendere delle buone decisioni, ovvero sarai in compagnia di te stesso



Ricordati che oggi incontrerai uno stolto che metterà a dura prova la tua bontà e la tua pazienza, un maldicente che sparlerà di te, un furbo che cercherà di usarti, un presuntuoso che pretenderà di aver ragione ad ogni costo, un prepotente che cercherà di sopraffarti, un iracondo che ti trasmetterà rabbia. Ma tu non ti lascerai turbare più di tanto, perché sarai in compagnia di un moderato che frenerà le tue reazioni, un buono che tramuterà in bene tutto il male che riceverai, un saggio che ti guiderà sulla retta via e ti farà prendere delle buone decisioni, ovvero sarai in compagnia di te stesso.
Omar Falworth

sabato 8 settembre 2012

lunedì 27 agosto 2012

sabato 9 giugno 2012

La cultura è un universo simbolico, cioè l’insieme di tutto ciò che l’uomo ha inventato per mentire. (…) La verità, dunque, è menzogna.

Anima Mundi
La cultura è un universo simbolico, cioè l’insieme di tutto ciò che l’uomo ha inventato per mentire. (…) La verità, dunque, è menzogna. E l’arte è la più sublime menzogna dell’uomo, dal momento che il linguaggio, cioè tutti i sistemi di segno verbale, iconico, gestuale, ecc., sono accidenti e convenzioni che stanno al posto di qualcos’altro, e che questo qualcos’altro è quello che noi vogliamo significare indipendentemente dal fatto che sia un ente reale o immaginario, una cosa o un concetto, un albero o un ippogrifo
Eugenio Piccini



venerdì 30 marzo 2012

Davide Capelli. Di persone false è pieno il mondo.Purtroppo, spesso, te le trovi accanto e le devi smascherare soffrendo.

Di persone false è pieno il mondo. Purtroppo, spesso, te le trovi accanto e le devi smascherare soffrendo.
Davide Capelli

Il peggior crimine è la stupidità. Gli stupidi uccidono tutto ciò che non capiscono.
Davide Capelli

Il mio sogno non è passare alla storia come un grande condottiero che ha sterminato i nemici.
Il mio sogno è passare alla storia come un piccolo uomo che ha camminato in punta di piedi per non calpestare le formiche.
Davide Capelli


Siamo tutti burattini appesi a un filo. Mentre bevi un bicchiere d'acqua a migliaia di chilometri di distanza qualcuno muore di sete. Mentre lavori tranquillamente in ufficio qualcuno muore per strada. Mentre fai l'amore qualcuno muore in guerra. È vita e morte in ogni istante, tutti appesi a un filo. Se devi fare qualcosa fallo ora, se devi amare qualcuno fallo ora. Non puoi sapere quanto reggerà il filo. Davide Capelli 






che bella frase..però è difficile capire se faccia più male l'ipocrisia mielosa o la sincerità tagliente...





a volte si è falsi con stessi, si capisce che l'altra persona è falsa ma facciamo finta di niente e poi quando scopriamo rimaniamo indignati e sorpresi , ma anche questa è un altra menzogna a noi stessi










lunedì 27 febbraio 2012

Cechov. Il pidocchio delle piante mangia l'erba, la ruggine il ferro, la menzogna l'anima

«Oltre alla medicina, la moglie legittima, ho un’amante, la letteratura;
ma non ne parlo perché chi vive nell’illegalità morirà nell’illegalità».
Anton Čechov

29 gennaio 1860 nasceva Anton Pavlovič Čechov (Taganrog, 29 gennaio 1860 C.Gregoriano – Badenweiler, 15 luglio 1904) è stato uno scrittore, drammaturgo e medico russo.


E quando non sanno che etichetta appiccicarti in fronte, dicono:
«È un uomo strano, proprio strano!»
Anton Čechov

Ti si accostano ghignando, ti guardano in cagnesco, ti squadrano, ti etichettano:
«Questo, è uno psicopatico» oppure «Quello è un parolaio».
E quando non sanno che etichetta appiccicarti in fronte, dicono:
«È un uomo strano, proprio strano!» Amo le foreste: è strano.
Non mangio carne: anche questo è strano.
Un rapporto diretto, pulito, libero con la natura e con la gente non c'è più...
Čechov


SONJA
No, è straordinariamente interessante.
Michail L'voviè ogni anno pianta nuovi boschi, e gli hanno già conferito una medaglia di bronzo e un diploma. E si dà da fare perché non siano abbattuti i boschi vecchi. Se lo ascoltate sarete pienamente d'accordo con lui. Sostiene che i boschi abbelliscono la terra, che insegnano agli uomini a capire il bello e gli infondono un umore grandioso. I boschi addolciscono il clima rigido. Nei paesi in cui il clima è mite, si sprecano meno energie nella lotta con la natura e di conseguenza l'uomo che vi risiede è più dolce e tenero; là gli uomini sono belli, agili, facilmente emotivi, la loro parlata è elegante, i movimenti graziosi. Tra loro fioriscono le scienze e l'arte, la loro filosofia non è tetra, l'atteggiamento verso le donne è pieno di squisita nobiltà...

VOJNICKIJ (ridendo)
Brava, brava!... Tutto ciò è molto grazioso, ma non convincente, e quindi (ad Astrov) permettimi, amico mio, di continuare a bruciare nelle stufe la legna e a costruire rimesse con le assi.

ASTROV
Potresti bruciare la torba nelle stufe, e le rimesse costruirle in pietra.
Va bene, ammetto che si abbattano foreste per necessità, ma perché sterminarle? 
I boschi russi si spaccano sotto le asce, periscono miliardi di alberi, si devastano i rifugi di belve e di uccelli, i fiumi si insabbiano e seccano, spariscono per sempre paesaggi meravigliosi, e tutto perché all'uomo pigro manca il buon senso per chinarsi ed estrarre dalla terra il combustibile. (A Elena Andreevna). Non è forse vero, signora?
Bisogna essere un barbaro selvaggio per bruciare nella propria stufa questa bellezza, per distruggere ciò che non siamo in grado di creare. L'uomo è dotato di intelligenza e di forza creativa per moltiplicare quanto gli è dato, ma fino ad oggi egli non ha creato, bensì distrutto. I boschi sono sempre meno, i fiumi seccano, la selvaggina si è estinta, il clima è rovinato e di giorno in giorno la terra si fa più povera e caotica.
(A Vojnickij). Tu mi guardi con ironia, e tutto ciò che io dico ti sembra privo di serietà e... e forse in effetti non sono che scempiaggini, ma quando io passo accanto ai boschi dei contadini che ho salvato dall'abbattimento, oppure quando sento stormire una giovane foresta piantata con le mie mani, mi convinco che il clima è un poco in mio potere, e che se tra mille anni l'uomo sarà felice, una parte di colpa ce l'avrò io. Quando pianto una betulla e poi la vedo verdeggiare e ondeggiare al vento, la mia anima si colma di orgoglio, e io... (Vedendo il garzone che gli ha portato su un vassoio il bicchierino di vodka).Comunque... (beve) devo andare. Sono tutte scempiaggini, dopo tutto. Ho l'onore di salutarvi! (Va verso la casa).

[...]
ELENA ANDREEVNA
Ah, pigrizia e noia! Tutti biasimano mio marito, tutti mi guardano con compassione infelice, ha un marito vecchio! Questa simpatia, per me, oh, come la capisco! E proprio come ha detto or ora Astrov: voi tutti irragionevolmente rovinate i boschi, e presto sulla terra non resterà più nulla. Con la stessa irragionevolezza rovinate l'uomo, e presto, grazie a voi, sulla terra non resteranno né fedeltà, né purezza, né spirito di sacrificio. Perché non riuscite a vedere con indifferenza una donna, se ella non è vostra? Perché, e in questo ha ragione il dottore, in tutti voi si annida il demone della distruzione. Non avete pietà né del boschi, né degli uccelli, né delle donne, né l'uno dell'altro...
Anton Čechov, Zio Vanja


Quelli che vivranno dopo di noi, fra due o trecento anni, e ai quali stiamo preparando la strada, ci saranno grati? Si ricorderanno di noi con una buona parola? Balia, non ricorderanno!
Anton Čechov, Zio Vanja, p. 66


Qualsiasi idiota può superare una crisi; è il quotidiano che ti logora.
Anton Čechov


“Quando mi veniva voglia di capire qualcuno o me stesso, prendevo in esame non le azioni, nelle quali tutto è convenzione, bensì i desideri. Dimmi cosa vuoi e ti dirò chi sei.”
Anton Čechov




Io credo che quando si seziona un cadavere, anche al più accanito spiritualista s’affaccia inevitabilmente la domanda: “Dov’è l’anima qua dentro?”...
Anton Čechov (Lettera a Aleksèj S. Suvòrin, 7 maggio 1889)


Valutati di più: ci penseranno gli altri ad abbassare il prezzo
Anton Cechov




Il pidocchio delle piante mangia l'erba,
la ruggine il ferro,
la menzogna l'anima
Anton Čechov

Una volta nel gregge, è inutile che abbai: scodinzola!
Anton Pavlovic Čechov


Non voglio affatto far di me stesso un essere in qualche maniera speciale, non ho alcuna intenzione di creare cose grandiose; quel che voglio è soltanto vivere, sognare, sperare, essere presente ovunque.
Anton Čechov. I Racconti della Maturità


Nella vita coniugale, l'essenziale è la pazienza.
Non l'amore: la pazienza!
Anton Cechov


L'uomo è stato dotato della ragione e del potere di creare, così che egli potesse aggiungere del suo a quanto gli è stato donato. Ma finora egli non ha mai agito da creatore, ma soltanto da distruttore. Rade al suolo le foreste, prosciuga i fiumi, estingue la flora e la fauna selvatica, altera il clima e abbruttisce la terra ogni giorno di più.
Anton Pavlovic Cechov


L’uomo è dotato di intelligenza e di forza creativa per accrescere ciò che gli è stato dato; ma fino ad ora egli, invece di creare, non ha fatto altro che distruggere. Non c’è minima compassione né per i boschi, né per gli uccelli, né per gli animali, né per i propri simili… per nessuno. Bisogna essere barbari insensati per distruggere ciò che non possiamo creare.
Anton Čechov


Sì. Dimenticheranno. È il nostro destino, non ci si può fare nulla. Ciò che a noi sembra serio, significativo, molto importante, col passar del tempo sarà dimenticato o sembrerà irrilevante. Ed è curioso che noi oggi non possiamo assolutamente sapere che cosa domani sarà ritenuto sublime, importante e che cosa meschino, ridicolo. E la nostra vita, che oggi viviamo con tanta naturalezza, apparirà col tempo strana e scomoda, priva di intelligenza, non sufficientemente pura, forse addirittura immorale.
Anton Pavlovič Čechov


Gli infelici sono egoisti, cattivi, ingiusti, crudeli e meno capaci degli sciocchi di comprendersi reciprocamente. L’infelicità non unisce, ma disunisce gli uomini, e perfino là dove parrebbe che gli uomini dovessero essere legati dalla identità del loro dolore, si commettono molte più ingiustizie e crudeltà che in mezzo a gente relativamente contenta.
Anton Čechov, "Nemici" 
in: 'Racconti'


«Quando era piccola, le piaceva molto il gelato e spesso dovevo condurla alla pasticceria. Il gelato era per lei la misura di tutto quello che v’è d’eccellente. Se voleva lodarmi, diceva: “Tu, papà, sei alla crema”. Uno dei suoi ditini lo chiamava al pistacchio, un altro alla crema, un terzo al lampone. Di solito, quando al mattino veniva a salutarmi, me la facevo sedere sulle ginocchia e, baciandole i ditini, ripetevo:
- Alla crema… al pistacchio… al limone…»
Anton Čechov, “Una storia noiosa”

E io non smettevo di cercare di capire perché fosse toccato a lui di incontrarla e non a me e perché era stato necessario che nella nostra vita si verificasse un errore così tragico.
Anton Pavlovič Čechov



Anton Čechov, Uno "choc" nervoso.
Incipit.
Lo studente in medicina Meyer e l'allievo della scuola di belle arti di Mosca, [...]
Conosceva le donne pubbliche soltanto attraverso le sue letture e per averne sentito parlare, ma non era mai stato nelle case in cui abitavano. Sapeva che vi sono delle donne senza vergogna, le quali, sotto il peso di circostanze fatali – ambiente, cattiva educazione, necessità, ecc. – sono costrette a vendersi. Queste donne non conoscono l'amore puro, non hanno figli, non hanno capacità giuridica. Le loro madri e le loro sorelle le piangono come se fossero morte. La scienza le tratta come un male; gli uomini danno loro del tu. Ma, nonostante tutto ciò, sono sempre degli esseri umani, fatti a somiglianza di Dio.
[...]
[prostitute] Hanno tutte la coscienza del loro peccato e sperano nella salvezza dell'anima; possono usare, nella più larga misura, dei mezzi che vi conducono. La società, è vero, non dimentica il passato delle persone; ma, dinanzi a Dio, Maria l'Egiziana non è inferiore agli altri santi.
Anton Čechov, Uno "choc" nervoso, p. 175-176

«Com'è povero e meschino tutto ciò (pensava Vassiliev).
In un ambiente come questo, che cosa dunque può indurre alla tentazione un uomo normale, incitarlo a commetere quell'orribile peccato di comprare per un rublo un essere vivente?
Io comprendo qualsiasi peccato, commesso per ragione di splendore, di bellezza, di grazia, di passione, di gusto, ma qui, cosa c'è? Per qual motivo si pecca, in questo luogo? D'altro lato... Non bisogna riflettere!...»
Anton Čechov, Uno "choc" nervoso, p. 182

[Prostituzione] Il vizio esiste ma non vi è in loro, né coscienza di colpa, né speranza di salvezza.
Le vendono, le comprano, le annegano nel vino e nelle turpitudini, ma sono bestie come delle pecore, indifferenti, ed incoscienti. Dio mio, Dio mio!
Anton Čechov, Uno "choc" nervoso, p. 196

Una delle due: o l'umanità, nel rappresentare la prostituzione come un male, esagera; oppure, se è veramente un male, come si ammette, i miei due buoni amici sono padroni di schiavi, dei violenti e degli assassini. Adesso, cantano, ridono, ragionano da persone sane; ma non sono forse stati, poco fa, sfruttatori della fame, dell'ignoranza e dell'imbecillità?
Noi uomini ci uccidiamo fra noi; è certamente immorale, ma la filosofia non può farci niente.
Anton Čechov, Uno "choc" nervoso, p. 200

Bisognerebbe che gli uomini, i quali le comprano e le uccidono, sentissero tutta la immoralità della loro azione, della loro parte di mercanti di schiave e ne provassero spavento. Bisogna salvare gli uomini. Anton Čechov, Uno "choc" nervoso, p. 203

Per quanto elevate possano sembrare le scienze e le arti, esse sono l'opera degli uomini, la carne della nostra carne, il sangue del nostro sangue. Esse soffrono del nostro stesso male; e la nostra corruzione si riflette in esse. La letteratura e la pittura non sfruttano forse il nudo e l'amore venale? La scienza non insegna forse a considerare le donne pubbliche come una semplice mercanzia che, in caso di difetto, dev'essere eliminata? Nelle questioni di morale, vi è una sola via d'uscita, l'apostolato.
Anton Čechov, Uno "choc" nervoso, p. 204
[Anton Cechov, Uno "choc" nervoso, traduzione di Leo Gastovinski, Casa Editrice Bietti, Milano 1930.]



Anton Čechov, uno scrittore che ha occhi e orecchie
Autore: Ivonne Rossomando

Anton Čechov, uno scrittore che ha occhi e orecchie
È dedicato ad Anton Čechov il libro di Fausto Malcovati, Il medico, la moglie, l'amante, edito da Marcos y Marcos, nella nuova collana diretta da Paolo Nori. Fausto Malcovati, biografo di Stanislavskij, offre al lettore la sua ampia conoscenza della letteratura, del teatro e del cinema russo, dimostrandosi lo scrittore ideale per "illuminarci" sulla vita e le opere di Čechov come se si trattasse di un suo amico di sempre, descrivendone la grandezza e le peculiarità, un autore che «non ha nulla di strano, è semplicemente uno scrittore anomalo rispetto al mondo in cui vive».

La narrazione parte da una cittadina sul Mar D'Azov, Tangarog, dove il 17 giugno 1860 nasce Anton Pavlovic Čechov, una città pigra, sonnolenta, sporca, in cui «il piccolo Čechov scruta il porto dalle finestre del primo piano e gioca con coetanei che parlano le lingue più disparate». Nipote di un talentuoso servo della gleba Egor, con un padre droghiere severo e perseguitato dai debiti, Čechov s’iscrive e si laurea in medicina, iniziando così la sua strana avventura umana, divisa tra l'amore per il mestiere di medico e il lavoro di scrittore che inizialmente ha fatto solo per sopravvivere (un suo racconto gli veniva pagato cinque copechi, il corrispettivo di un pezzo di pane). «Ho una moglie legittima, la medicina e un'amante, la letteratura: quando sono stanco della prima, mi rifugio dalla seconda, ma non ho nessuna intenzione di divorziare».

Quella del medico è per lui una passione irrinunciabile, visita soprattutto contadini e vecchi malati da cui non si fa pagare, raccoglie fondi per chi non ha neppure da mangiare e contemporaneamente scrive centinaia di racconti con lo pseudonimo di Čechonte. Si tratta di “raccontini” cui non dà importanza finché una lettera di Dmitrij Grigorovič gli cambia la vita. Fu proprio questo scrittore russo a cogliere in un racconto di Čechov del vero talento, suggerendogli la via per diventare scrittore: «smettete di scrivere in fretta [...] lavorate con calma, con precisione, scrivete con raccoglimento e concentrazione». Da quel momento Čechov moltiplica il suo impegno, sentendosi riconosciuto come vero scrittore.

La professione di medico lo aiuta a essere vicino a quei personaggi che descriverà nelle sue novelle «in cui si ride poco e resta sempre un grande amaro in bocca»; dei suoi protagonisti osserva le inquietudini e le insoddisfazioni, senza mai intervenire con soluzioni "salvifiche".

Quando arriverà a San Pietroburgo, Čechov incontrerà l'editore Suvorin che gli offrirà la sua amicizia e condizioni molto più favorevoli per scrivere. Un sodalizio che durerà quattordici anni e sarà interrotto a causa dell'Affare Dreyfus, in cui Čechov, a differenza dell'amico, si esporrà per difendere l'ufficiale francese ingiustamente accusato.

Sarà una delle poche volte che lo scrittore russo prenderà una posizione netta, in controtendenza. Ogni volta che gli era stato chiesto di schierarsi anche politicamente, Čechov aveva contrapposto il suo: «io non sono un liberale, non sono un conservatore, non sono un progressista... vorrei essere un libero artista, nient'altro».

Ma anche scrivere gli costa: «per scrivere ho perso la nozione del tempo, do i numeri, sto diventando psicopatico, sono totalmente esaurito». Ormai i suoi racconti hanno un ritmo particolare e anche se sono incentrati su personaggi minori come il bambino Egornška (nel racconto Il Viaggio) o un cagnolino (in Kaštanka), lui usa la penna con estrema libertà, con un linguaggio parlato straordinario, lasciando perdere canoni e norme. Vuole essere uno scrittore che racconta quello che vuole e come vuole, senza dichiarazioni d'intenti, perché lui è soprattutto «uno scrittore che ha occhi e orecchie». Ecco perché Virginia Woolf dirà che Čechov «ha una melodia tutta sua, inconsueta» e Majakovskij lo definirà «il re della parola, quella parola che genera l'idea, non già l’idea la parola».

In Čechov «ci sono gli uomini, ci siamo noi», con la sua semplicità il suo essere sempre tra le righe, diverte e si diverte, senza perdere mai il controllo e una sottile ironia («la morte è la ricerca di un senso, che qualche volta non si trova, ma si muore lo stesso!»).

Con lo stesso controllo descriverà nel 1890 il suo viaggio in Siberia, all'Isola di Sachalin. 
È già malato di tubercolosi, ma non si sottrae a un viaggio spaventoso per la distanza, il clima e la condizione terrificante di coloro che sono rinchiusi in quella prigione zarista. È un reportage in cui convivono statistiche e sofferenze umane inenarrabili. Lo scrittore e il medico guardano, ascoltano, assistono alle punizioni più efferate, ma il tono non è mai esasperato o ossessivo, la prosa sintetica e asciutta. Forse per dimenticare quell'esperienza Čechov si stabilirà a Melichovo, in una casa piena di alberi e di fiori, tanto da lui amati, qui scriverà alcuni dei suoi drammi teatrali indimenticabili come Il gabbiano e Zio Vanja. Sarà proprio il fiasco della prima rappresentazione de Il gabbiano, fiasco che lo ferirà crudelmente, a fargli incontrare la donna della sua vita: l'attrice Olga Knipper. La loro storia d'amore durerà solo cinque anni tra separazioni, nostalgie, rimpianti, mentre scrive Il giardino dei ciliegi, emblema di un mondo che scompare per fare posto a chi quel giardino lo abbatterà, perché «in una società dove regna il profitto, non c'è salvezza per i giardini, perché chi ha i soldi per comprarli non ha la cultura per conservarli. La bellezza non rende, non ha dividendi».

Grazie a Malcovati e al suo libro Il medico, la moglie, l'amante abbiamo riscoperto un Čechov diverso, non solo grandissimo autore, ma uomo straordinariamente attuale. Ora non ci resta che aspettare l’arrivo di un suo erede.
http://www.sulromanzo.it/blog/anton-cechov-uno-scrittore-che-ha-occhi-e-orecchie


ANTON CECOV.
Novelliere sommo ed autore di opere teatrali la cui novità ispirò, all’inizio del XX secolo, al regista Stanislavski una teoria della recitazione fondata sulla ricerca della sincerità, sull’espressione degli stati d’animo e dei mezzi toni, Cechov, allo stesso tempo medico ed uomo di lettere, creò un’opera che fu inizialmente sinonimo di nostalgia sentimentale e d’esotismo slavo. Col tempo, la “piccola musica” dei suoi testi rivela una visione lucida, crudele e fondamentalmente tragicomica, della condizione umana.

Avverso a qualsiasi sistema, a qualsiasi dogmatismo, a qualsiasi dispotismo, lavoratore accanito, Cechov è impastato di contraddizioni: è innamorato della vita, ma seriamente malato, sensibile ma lucido, tenero ma senza passioni. Svolge la sua esistenza tra un intenso coinvolgimento nel reale (la sua attività sociale) ed una aspirazione al ritiro, alla distanza, spesso presa per indifferenza.

La sua opera riflette un processo di costruzione interna, quella di un uomo libero che vuole farla finita con gli strascichi della schiavitù (la servitù della gleba è stata abolita soltanto nel 1861), ma anche disfarsi di ogni illusione, rifiutare le risposte già confezionate.

Dopo Sakalin, respinge le idee di Tolstoj, alle quali si è avvicinato ad un certo punto, e prende posizione, ne La camera n°6, contro l’ignoranza e l’oscurantismo retrogrado del ritorno alla natura e dell’ascetismo religioso: crede al progresso e alla scienza, alla medicina, ma senza esaltazione. Il lungo corpo a corpo con la sofferenza e la morte, quella degli altri e la sua, lo induce a un amore disincantato, a una acuta visione del mondo.

Alla ricerca della giustizia sociale corrisponde quella della precisione nella scrittura, della semplicità senza riboboli, della brevità, della concisione e dell’obiettività: «L’artista non deve essere il giudice dei suoi personaggi né di ciò che dicono, ma soltanto il testimone imparziale», scrive, e quanto alla essenzialità narrativa: «Se nella vostra storia descrivete un fucile, questo poi deve sparare».

Senza peripezie o ricerca d’effetti, le sue novelle descrivono una realtà non idealizzata, esistenze banali, la vita quotidiana, dove ogni ricerca spirituale è strettamente radicata in dettagli prosaici.

Lo stile è laconico, a volte allusivo e preciso: «Più è breve, meglio è ». Cechov ha molta cura dei dettagli materiali - suoni, gesti, colori, forme, sapori -, che sa scegliere, combinare, senza accumularli. A metà strada tra un realismo reso trasparente dal lavoro sulla lingua ed il simbolismo, il suo stile tende verso una natura dove le annotazioni fuggitive (rumori, colori, immagini), le digressioni liriche, il tratteggio spietato,

l’espressione dei sentimenti confusi e contraddittori, le descrizioni della natura russa ed i dialoghi si mescolano in una miscela dolce-amara.
In ogni novella, questa prosa musicale dal ritmo spesso ternario (frase strutturata in tre parti) si chiude bruscamente su un accordo dissonante che apre il racconto anziché chiuderlo e lascia un’impressione sfuggente, ambigua.

Alessandra Cortese

Badenweiler, 15 luglio 1904 muore





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