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venerdì 11 luglio 2014

Bayazid-al Bistami. Mistico sufi. “La conoscenza di Dio non si può ottenere cercandola; tuttavia solo coloro che la cercano la trovano.”

UN GRANDE MAESTRO ZEN *

Nansen, il grande Maestro zen, stava invecchiando ed era alla ricerca del suo successore. 
Di fatto era già pronto a lasciare il suo corpo, ma era trattenuto dall’attesa di un adeguato discepolo a cui lasciare il frutto della sua vita, e a cui consegnare l’essenza del suo insegnamento. Nansen era circondato da migliaia di allievi, per cui la sua attesa sembrava molto strana e molti si chiedevano cosa aspettasse a consegnare la chiave della sua saggezza ad uno dei tanti sapienti che lo circondavano.
Nansen sapeva che, tra i suoi discepoli, vi erano dei grandi studiosi, uomini molto acuti ed intelligenti, delle persone stimate per la loro attività intellettuali, persone in grado di ragionare e destreggiarsi con la logica, ma che erano assolutamente incapaci di capire il vero amore. E l’amore è del tutto incomprensibile a coloro che lo vogliono comprendere solo con la forza della loro mente. Erano studiosi esperti di matematica, ma del tutto alieni all’arte della metafora, tutti i suoi migliori allievi erano degli esperti nella prosa, ma completamente inadatti ad aprirsi ai misteri della poesia.
Così Nansen giaceva a letto, ammalato e vecchio, e cercava di sostenere il suo corpo fiaccato dalla vecchiaia per farlo rimanere ancora in vita un altro poco. Un giorno entrò nella sua stanza il suo futuro successore, Joshu. All’ingresso di lui, nessuno dei due profferì parola. Nansen non aprì bocca e tantomeno Joshu, ma al suo ingresso qualcosa avvenne egualmente. Era un forestiero e uno sconosciuto, eppure il solo modo con cui era entrato era stato sufficiente perché entrambi divenissero più vigili.
Il Maestro Nansen gli chiese: “Da dove vieni?” e lo fece con un filo di voce perché era tanto vecchio e malato che voleva risparmiare le sue energie ad ogni costo. Dopo giorni di silenzio, questa fu la frase che riuscì a dire a Joshu. Alla domanda Joshu rispose: “Dal tempio di Zuizo” che, nel buddismo zen, indica in forma retorica, il sommo della beatitudine. A quella risposta, Nansen rise di cuore, anche se non rideva più da mesi, e gli chiese: “Hai visto raffigurata la beatitudine?” Ma Josho spiegò meglio: “Non ho visto la figura della beatitudine, ho visto un Buddha incarnato”.
A quelle parole Nansen si alzò dal suo letto, dopo che per più di un anno vi era rimasto immobile, e andò vicino a Joshu. Gli chiese: “Hai già un Maestro?” Joshu rispose senza esitazione: “Ho un Maestro!” Nansen chiese: “Chi è il tuo Maestro?” E intanto si sentiva come se tutte le sue malattie fossero scomparse e come se fosse tornato giovane e vigoroso. La sua voce era tornata giovane e squillante, e vibrava chiara, piena di energia e vitalità, per cui chiese: “Dimmi chi è il tuo Maestro.”
Joshu scoppiò in una bella risata e disse: ”Sebbene l’inverno abbia superato il culmine, fa ancora molto freddo. Mio maestro, posso suggerirti di prenderti buona cura del tuo corpo?” E questo fu tutto. Allora Nansen disse: “Ora posso morire in pace. E’ arrivato un uomo che riesce a comprendere il mio linguaggio. E’ arrivato un uomo in grado di avere incontri non superficiali, ma in profondità." Joshu ripetè ancora: “O mio Maestro, ti prego, prenditi buona cura del tuo corpo.”
Con queste semplici parole era avvenuta una iniziazione, perché il modo con cui Joshu aveva detto: ”Sebbene l’inverno abbia superato il culmine, fa ancora molto freddo” dimostrava che sapeva parlare per metafora, e che comprendeva l’arte della poesia, ma Joshu conosceva anche le vie dell’amore, per questo aveva aggiunto.” Mio maestro, posso suggerirti di prenderti buona cura del tuo corpo?” Per questo aveva invitato Nansen a coricarsi di nuovo, perché non era opportuno che si strapazzasse prendendo freddo e trascinandosi fuori dal letto, essendo un uomo dall’età ormai avanzata. La ricerca era finita, il Maestro ed il discepolo si erano incontrati.
Esistono due modi per ascoltare le cose. Un tipo di ascolto è quello di colui che critica, di colui che nel suo intimo continua a pensare, a valutare, a soppesare se una cosa sia giusta o meno al proprio carattere, se sia in accordo alla sua cultura, se sia adeguata a lui, se entra in sintonia con il suo modo di essere. Ma questo non è il modo giusto per ricevere un insegnamento.
Esistono poi coloro che riescono a sentire con l’empatia, ci sono coloro che entrano in sintonia con le cose, che si aprono e sanno ascoltare in modo totale; solo questi sanno arrivare oltre il cuore fisico e giungere nel cuore spirituale, che è nascosto in profondità.
Entrare in empatia con le cose è il solo modo per comprendere qualcosa di esoterico, perché il divino è gentile e non fa rumore, arriva in modo silenzioso e delicato, e solo restando ricettivi all’ascolto ne siamo consapevoli. C'è una bella frase di un mistico sufi, Bayazid-al Bistami, che dice: 
“La conoscenza di Dio non si può ottenere cercandola; tuttavia solo coloro che la cercano la trovano.”




martedì 24 giugno 2014

LO YOGIN E IL FOLLE Nasrudin, il maestro folle della tradizione sufi, passa davanti a una grotta, vede uno yogin immerso in meditazione e gli domanda che cosa stia cercando. - Contemplo gli animali, e da loro ho appreso molte lezioni che possono trasformare la vita di un uomo – dice lo yogin. - Insegnami ciò che sai. E io ti insegnerò ciò che ho appreso, giacché un pesce mi ha salvato la vita – risponde Nasrudin. Lo yogin si meraviglia: solo un santo può avere la vita salvata da un pesce. E decide di insegnargli tutto ciò che conosce. Quando termina, dice a Nasrudin: - Ora che ti ho insegnato tutto, sarei orgoglioso di sapere come un pesce ti ha salvato la vita. - E’ semplice. Stavo quasi per morire di fame quando l’ho pescato, e grazie ad esso ho potuto sopravvivere tre giorni.



LO YOGIN E IL FOLLE
Nasrudin, il maestro folle della tradizione sufi, passa davanti a una grotta, vede uno yogin immerso in meditazione e gli domanda che cosa stia cercando.
- Contemplo gli animali, e da loro ho appreso molte lezioni che possono trasformare la vita di un uomo – dice lo yogin.
- Insegnami ciò che sai. E io ti insegnerò ciò che ho appreso, giacché un pesce mi ha salvato la vita – risponde Nasrudin.
Lo yogin si meraviglia: solo un santo può avere la vita salvata da un pesce. E decide di insegnargli tutto ciò che conosce.
Quando termina, dice a Nasrudin:
- Ora che ti ho insegnato tutto, sarei orgoglioso di sapere come un pesce ti ha salvato la vita.
- E’ semplice. Stavo quasi per morire di fame quando l’ho pescato, e grazie ad esso ho potuto sopravvivere tre giorni.



venerdì 6 giugno 2014

IL GENEROSO * Da “La strada dei sufi” C'era a Bokhara un uomo ricco e generoso. Avendo egli un alto rango nella gerarchia invisibile, era noto come Presidente del Mondo. Alla propria liberalità poneva una sola condizione. Ogni giorno dava oro ad una sola categoria di persone: malati, vedove ecc. Ma non si doveva dar nulla a chi aprisse bocca. Non tutti riuscivano a mantenere il silenzio.



RACCONTI PER L'INSEGNAMENTO 
Da “La strada dei sufi” di Idrie Shah

Questi racconti vengono narrati in pubblico e fanno parte delle attività esteriori dei dervisci. Con essi si vuol gettare le basi della conoscenza del Sufismo e dei metodi caratteristici del Sufismo. Raramente questi racconti vengono adoperati a scopi didattici.
Le "dimensioni intime” dei racconti per l'insegnamento sono considerate tuttavia valide per rivelare allo studente, secondo il suo stadio di evoluzione, sempre nuovi livelli di significato.
E' questa teoria, cioè che "si può lavorare a diversi livelli sullo stesso materiale” che risulta poco familiare a molte persone, le quali tendenzialmente preferiscono ascoltare un racconto che contenga un solo messaggio o serva ad un solo scopo).

IL GENEROSO * Da “La strada dei sufi”
C'era a Bokhara un uomo ricco e generoso. Avendo egli un alto rango nella gerarchia invisibile, era noto come Presidente del Mondo. Alla propria liberalità poneva una sola condizione. Ogni giorno dava oro ad una sola categoria di persone: malati, vedove ecc. Ma non si doveva dar nulla a chi aprisse bocca.
Non tutti riuscivano a mantenere il silenzio. Un giorno toccò agli avvocati ricevere la loro parte di elargizioni. Uno di essi non poté trattenersi dal parlare e poi cercò in tutti i modi di appellarsi. Ma non gli fu dato niente.
Tuttavia i suoi tentativi non finirono qui. Il giorno successivo venivano soccorsi gli invalidi, ed egli fece finta che le sue membra fossero disarticolate.
Ma il Presidente lo riconobbe ed egli non ottenne nulla.
Il giorno successivo imperterrito assunse un aspetto diverso, coprendosi il viso, e si mescolò a un'altra categoria di beneficiati. Di nuovo venne riconosciuto e mandato via.
Provò e riprovò giungendo a travestirsi da donna; ma sempre senza risultato.
Infine l'avvocato scovò un impresario di pompe funebri e gli disse di avvolgerlo in un sudario. 'Quando passa il Presidente forse penserà che io sia un cadavere. Forse getterà qualche moneta per il mio seppellimento; io te ne darò una parte". Così fu fatto. Una moneta d'oro cadde dalle mani del Presidente sul sudario. L'avvocato l'arraffò subito per tema che l'impresario arrivasse a prenderla prima di lui. Poi si rivolse al benefattore esclamando: "Mi hai negato la tua elargizione. Osserva adesso come sono riuscito ad averla!". "Nulla tu puoi avere da me", replicò l'uomo generoso, "finché non morirai”.
Questo è il significato della frase ermetica: l’uomo deve morire prima ch'egli muoia'. Il dono arriva dopo la 'morte' non prima. Inoltre questa 'morte', non è possibile senza aiuto".



venerdì 4 aprile 2014

Nel loro insegnamento psicologico, i Sufi affermano che la trasmissione ordinaria della conoscenza è soggetta a così tante deformazioni, dovute alle interpretazioni e alle deficienze della memoria, che non può sostituirsi alla percezione diretta dei fatti. È un racconto sufi,"La nascita di una tradizione", che illustra la soggettività del cervello umano.



LE DUE STRADE.
C'era una volta una città formata da due strade parallele. Un giorno un derviscio attraversò la prima strada; quando arrivò nella seconda, la gente notò che aveva gli occhi pieni di lacrime. 
"Qualcuno è morto nell'altra strada!", si udì gridare. Ben presto tutti i bambini dei dintorni si misero a gridare la stessa cosa. 
Ciò che era avvenuto, in realtà, era che il derviscio aveva appena sbucciato delle cipolle. La notizia si diffuse ben presto anche nella prima strada, e gli adulti delle due strade erano talmente afflitti e impauriti (perché ognuno aveva dei parenti dall'altra parte) che non osavano approfondire la causa di quell'agitazione. 
Un saggio cercò di ragionare con le persone delle due strade e chiese loro perché non si informavano gli uni con gli altri. Troppo sconvolti per sapere ciò che volevano, alcuni dichiararono: "Per quanto ne sappiamo, c'è una pestilenza micidiale nell'altra strada".
Queste voci si sparsero a loro volta come il vento, al punto che gli abitanti di ciascuna delle due strade furono convinti che gli altri erano condannati a una morte sicura.
Quando la calma si fu in qualche modo ristabilita, le due comunità non videro altra soluzione, per scampare al pericolo, che l'esodo in massa. E fu così che le due metà della città si spopolarono. 
Sono passati secoli, da allora, e la città è tuttora deserta. Nelle vicinanze sono sorti due villaggi. Ognuno ha la propria tradizione, che racconta come molto tempo prima il villaggio era stato fondato da una colonia giunta da una città condannata, grazie a un felice esodo che le aveva permesso di scampare a un male sconosciuto.
Nel loro insegnamento psicologico, i Sufi affermano che la trasmissione ordinaria della conoscenza è soggetta a così tante deformazioni, dovute alle interpretazioni e alle deficienze della memoria, che non può sostituirsi alla percezione diretta dei fatti.
È un racconto sufi,"La nascita di una tradizione", che illustra la soggettività del cervello umano. E' una storia tratta dal libro-insegnamento Asrar-i-Khiiwatia (Segreti dei Reclusi) dello sceicco Qalandar Shah dell'Ordine Suhrawardi, morto nel 1832. La sua tomba si trova a Labore, nel Pakistan.

venerdì 14 febbraio 2014

Storie Sufi. Il Serpente e il Pavone. I maestri dervisci hanno modellato le loro 'scuole' intorno a diversi simboli, scelti come illustrazioni delle loro dottrine. In arabo, 'pavone' significa anche 'ornamento', mentre 'serpente' è formato dalla stessa radice di 'organismo' e 'vita. Donde il rito enigmatico dell'Angelo Pavone, praticato dagli Yevdi, in cui il serpente e il pavone simboleggiano 'l'Interiorità e l'Esteriorità'

Mario Fabi Il Viandante. 
* * *
Il culto iracheno del Serpente e del Pavone, che rimane un mistero per gli orientalisti, fu fondato sull'insegnamento di uno sceicco sufi. Adi, figlio di Musafir, nel XII secolo.
Questa storia, divenuta leggendaria, mostra come i maestri dervisci hanno modellato le loro 'scuole' intorno a diversi simboli, scelti come illustrazioni delle loro dottrine.
In arabo, 'pavone' significa anche 'ornamento', mentre 'serpente' è formato dalla stessa radice di 'organismo' e 'vita. Donde il rito enigmatico dell'Angelo Pavone, praticato dagli Yevdi, in cui il serpente e il pavone simboleggiano 'l'Interiorità e l'Esteriorità', formula sufi tradizionale.

Il Serpente e il Pavone.
Un giorno, un giovane di nome Adi il Calcolatore - perché aveva studiato matematica - decise di lasciare Buchara e di partire alla ricerca della conoscenza superiore. 
Il suo maestro gli consigliò di viaggiare verso sud e disse: 
"Cerca il significato del Pavone e del Serpente". 
Ciò diede al giovane Adi materia di riflessione.
Egli attraversò il Khorassan e arrivò finalmente in Iraq, dove, con sua grande sorpresa, si imbatté in un pavone e in un serpente. Adi intavolò una conversazione. 
"Stiamo discutendo dei nostri rispettivi meriti", gli dissero. 
"È precisamente ciò che vorrei studiare", disse Adi. "Continuate, vi prego".

"Ritengo di essere il più importante", disse il pavone. 
"Rappresento l'aspirazione, lo slancio verso il cielo, la bellezza celestiale e, quindi, la conoscenza delle realtà superiori. La mia missione è di ricordare all'uomo, attraverso la mimica, gli aspetti del suo essere che gli sono celati".

"Per quanto mi riguarda", disse il serpente con voce leggermente sibilante, 
"rappresento esattamente le stesse cose. Come l'uomo, sono legato alla terra. Lo aiuto quindi a ricordarsi di se stesso. Sono flessibile come lui quando avanzo sul terreno serpeggiando. Egli si dimentica spesso anche di questo. Per tradizione, sono il guardiano dei tesori sepolti nel più profondo della terra".
"Ma sei repellente!", esclamò il pavone. "Sei sornione, dissimulatore e pericoloso".
"Stai elencando le mie caratteristiche umane", replicò il serpente, "mentre io preferisco elencare le mie altre funzioni, come ho appena fatto. Insomma! guardati: sei vanitoso, paffuto, e il tuo grido è stridulo. Le tue zampe sono troppo grandi e anche le tue piume sono troppo sviluppate".
A questo punto Adi li interruppe. 
"Grazie alla vostra discordia, ho potuto capire che nessuno di voi ha completamente ragione. Eppure, se si escludono le vostre preoccupazioni personali, appare chiaro che insieme costituite un messaggio per l'umanità".

Adi spiegò quindi ai due antagonisti quali erano le loro funzioni.
"L'uomo striscia al suolo come il serpente e potrebbe innalzarsi nel cielo come l'uccello, ma, avido come il serpente, non rinuncia al suo egoismo quando cerca di elevarsi e diventa troppo orgoglioso come il pavone. Nel pavone possiamo scorgere le potenzialità dell'uomo, ma non ancora propriamente realizzate, mentre nella lucentezza del serpente possiamo scorgere la possibilità della bellezza che, nel pavone, assume un aspetto sgargiante".

Fu allora che una Voce ulteriore parlò ad Adi: 
"Non è tutto. Queste due creature sono dotate di vita: è il loro fattore determinante. 
Litigano perché ognuna si è accontentata del proprio modo di vita, pensando che costituisse la realizzazione di uno status reale. Tuttavia, una custodisce dei tesori, ma non può attingervi. 
L'altra riflette la bellezza, che in se stessa è un tesoro, ma non può servirsene per trasformarsi. Benché non abbiano approfittato di ciò che è stato loro offerto, ne sono pur sempre un simbolo, per coloro che sanno vedere e sentire".



lunedì 30 gennaio 2012

Al-Arabî ad-Darqâwî. Mistico Sufi. L’anima è una cosa immensa; essa è tutto il cosmo perché ne è la copia. Tutto quanto è nel cosmo si ritrova anche nell’anima, e parimenti tutto quanto è nell’anima si ritrova nel cosmo. È dunque certo che chi domina l’anima domina il cosmo, mentre chi ne è dominato è ineluttabilmente dominato dal cosmo intero.

Fu chiesto a Shibli: ''Chi ti avviò al Sentiero?''
''Un cane'' egli rispose. ''Un giorno lo vidi moribondo per la sete, vicino a dell'acqua. Ogni volta che si vedeva riflesso nell'acqua si spaventava e si tirava indietro, perchè pensava che ci fosse un altro cane. Infine fu tale il suo bisogno che scacciò la paura e balzò nell'acqua, al che l'altro cane svanì. Il cane si accorse che l'ostacolo, che poi era lui stesso, la barriera fra lui e quanto cercava si era dissolto. In modo analogo anche il mio ostacolo svanì quando seppi che si trattava di quello che io ritenevo essere me stesso. La Via mi fu dunque mostrata dal comportamento di un cane.''
Idries Shah,  La strada del Sufi

"Un antico proverbio indiano dice che ognuno di noi è una casa con quattro stanze: una fisica, una mentale, una emotiva e una spirituale.
La maggior parte di noi tende a vivere in una stanza gran parte del tempo.
Ma finché non andremo in ogni stanza, ogni giorno, anche solo per arieggiarla, noi non saremo persone complete."
Rumer Godden


“Si consideri poi: secondo me ogni essere umano è composto di quattro parti: una spirituale, due materiali, una globale. Spirituale è l’anima, goccia dell’Oceano infinito che è Dio; materiali sono il corpo e la psiche, la quale si pone come un porte di collegamento tra l’anima e il corpo; globale è l’ambiente, che pur esso interferisce, condiziona, insegna e dirige l’essere umano. Quattro parti legate fra di loro in un tutto sinergico assolutamente compatto. Simbolo evidente del coinvolgimento del singolo col globale, e invito alla parsimonia e al rispetto della natura al fine di non sfruttarla di là dalle necessità individuali è, nell'Îslâm, l'obbligo del digiuno durante il mese di ramadhân, uno dei cinque pilastri della religione. Ed ecco invece che, nella Cultura del Consumismo, l'attacco alla natura è andato di pari passo con l'attacco alla naturale spiritualità dell'essere umano, e la conseguenza è un aumento delle cardiopatie, dei tumori, soprattutto delle devianze psichiche e delle aberrazioni psicotiche che sempre più sottolineano la vita umana nei paesi industrializzati.”
Gabriel Mandel Khan, khalifa sufi


Solitudine nella folla. In tutta la tua attività diretta all'esterno, resta internamente libero.
Impara a non identificarti con alcuna cosa.
Aforisma Sufi

Capire appartiene alla testa; la comprensione è una cosa più profonda, che viene dal cuore.
E se è totale, è ancora più profonda, appartiene all'essere. Quando capisci qualcosa, allora devi fare qualcosa al riguardo. Quando comprendi, non hai bisogno di fare nulla; la comprensione stessa è sufficiente per cambiarti. 
Osho|


Un racconto hasidico:
Un contadino povero, nel rincasare la sera tardi dal mercato, si accorse di non avere con se' il suo libro di preghiere.
Al suo carro si era staccata una ruota in mezzo al bosco ed egli era angustiato al pensiero che la giornata finisse senza aver recitato le preghiere.
Allora prego' in questo modo:
"Ho commesso una grave sciocchezza, Signore. Sono partito da casa questa mattina senza il mio libro di preghiere e ho cosi' poca memoria che senza di esso non riesco a formulare neppure un'orazione.
Ma ecco che cosa faro': recitero' molto lentamente tutto l'alfabeto cinque volte e tu, che conosci ogni preghiera, potrai mettere insieme le lettere in modo da formare le preghiere che non riesco a ricordare".

Disse allora il Signore ai suoi angeli:
"Di tutte le preghiere che oggi ho sentito, questa e' senz'altro la piu' bella, perche' e' nata da un cuore semplice e sincero".
Tratto da: La preghiera della rana. Saggezza popolare dell'Oriente. 1 - Autore Anthony De Mello - Edizioni Paoline

Un libro sul misticismo Sufi:
La leggenda delle sabbie.
Un fiume,
dalla sorgente sulle montagne lontane,
dopo aver attraversato paesaggi di ogni genere e forma,
raggiunse alla fine le sabbie del deserto.
Come aveva superato ogni altro ostacolo,
il fiume cercò di superare anche questo,
ma correndo nella sabbia s'accorse che le sue acque scomparivano.

Era comunque convinto che il suo destino
fosse di attraversare questo deserto,
anche se non c'era mezzo per farlo.
Allora una voce nascosta, che veniva dal deserto stesso, bisbigliò:
"Il vento attraversa il deserto, così può farlo il fiume".

Il fiume obiettò che si era lanciato con forza nella sabbia
con l'unico risultato di esserne assorbito,
mentre il vento poteva volare
e per questo riusciva ad attraversare il deserto.
"Lanciandoti con violenza come sei abituato a fare,
non andrai mai dall'altra parte:
potrai scomparire e diventare un acquitrino.
Devi lasciare che il vento ti trasporti dall'altra parte,
alla tua meta".

"Ma come può accadere?"
"Lasciandoti assorbire dal vento."
Il fiume non poteva accettare un'idea simile.
Dopotutto non era mai stato assorbito prima.
Non voleva perdere la sua individualità.
E una volta persa,
come poteva sapere se l'avrebbe mai riacquistata?

"Il vento" disse la sabbia "ha questa funzione.
Solleva l'acqua verso l'alto, la trasporta oltre al deserto,
quindi la lascia ricadere.
Cadendo come pioggia, l'acqua diventerà di nuovo un fiume."

"Come posso essere sicuro che questo è vero?"
"E' così e, se non ci credi,
non diventerai altro che acquitrino,
e anche in questo caso potrebbero volerci molti, molti anni;
e di certo non sarai mai più un fiume."

"Ma non posso restare lo stesso fiume che sono ora?"

"In nessun caso potresti" disse il sussurro.

"La tua parte essenziale viene trasportata lontano
e forma di nuovo un fiume.
Anche oggi vieni chiamato "fiume"
perché non sai quale parte in te è quella essenziale."

Nel sentire questo,
nei pensieri del fiume iniziarono a risuonare echi lontani.
Vagamente,
ricordò uno stato in cui lui
- oppure era una parte di lui? -
era stato portato nelle braccia di un vento.
E ricordò anche
- oppure l'aveva fatto? -
che quella era la cosa reale da fare,
anche se non necessariamente la più ovvia.

Per cui il fiume levò il suo vapore nelle braccia accoglienti del vento,
che dolcemente e con semplicità
lo fece salire verso l'alto e lo portò lontano,
per poi lasciarlo cadere delicatamente,
non appena raggiunsero la cima di una montagna,
molte, moltissime miglia più in là.

E poiché aveva avuto questi dubbi,
il fiume era in grado di ricordare e conservare
in modo più vivo nella sua mente i dettagli dell'esperienza.

Egli rifletteva:
"Si, ora ho appreso la mia vera identità".

Il fiume stava imparando.
Ma le sabbie sussurravano: "Noi sappiamo,
perché lo vediamo accadere giorno dopo giorno;
e perché noi, le sabbie,
ci estendiamo senza interruzione dal fiume fino alla montagna".

Per questo è detto
che il cammino lungo il quale il fiume della vita
deve continuare il suo viaggio
è scritto nelle sabbie.

Osho. La leggenda delle sabbie



L'UOMO DALLA VITA INSPIEGABILE. 
C'era una volta un uomo di nome Mojud, che viveva in una città dove occupava un posto di piccolo funzionario, e aveva tutte le probabilità di finire i suoi giorni come Ispettore dei Pesi e Misure. Un giorno, mentre passeggiava nei giardini di un vecchio edificio vicino a casa sua, Khidr - la misteriosa guida dei sufi - gli apparve avvolto in un manto verde scintillante e gli disse: "Uomo dal brillante avvenire! Lascia il tuo lavoro. Ti do appuntamento fra tre giorni in riva al fiume". Poi scomparve. Tutto trepidante, Mojud andò dal suo superiore e gli annunciò che doveva partire. Presto la notizia si sparse in tutta la città. Tutti dicevano: "Povero Mojud! È diventato matto". Tuttavia, dato che c'erano molti candidati al suo posto, finirono ben presto per dimenticarsi di lui. Il giorno stabilito, Mojud incontrò Khidr, che gli disse: "Strappati i vestiti e buttati nel fiume. Forse qualcuno ti salverà". Mojud ubbidì, chiedendosi se non fosse diventato pazzo. Dato che sapeva nuotare, non annegò, ma andò alla deriva per un po' di tempo, prima di essere tratto in salvo da un pescatore. Mentre questi lo caricava sulla sua barca, gli gridò: "Uomo insensato! La corrente è molto forte da queste parti. Che diavolo stavi cercando di fare?". "In verità, non lo so", rispose Mojud. "Sei pazzo!", disse il pescatore; "ti ospiterò egualmente nella mia capanna in riva al fiume e poi vedremo che si può fare per tè". Quando si rese conto che Mojud era raffinato nel parlare, si fece insegnare a leggere e a scrivere. In cambio, il pescatore provvide al sostentamento di Mojud, che lo aiutò nel suo lavoro. Alcuni mesi dopo, Khidr apparve di nuovo, questa volta ai piedi del letto di Mojud, e gli disse; "Ora alzati e lascia questo pescatore. Non ti mancherà nulla". Mojud lasciò immediatamente la capanna vestito da pescatore e camminò senza meta finché non giunse a una strada maestra. Allo spuntar dell'alba vide un contadino sul dorso di un asino che andava al mercato. "Cerchi lavoro?", gli chiese il contadino, "perché ho bisogno di un uomo che mi aiuti a portare qualche provvista". Mojud lo seguì. Lavorò al servizio del contadino per quasi due anni, durante i quali imparò molto sull'agricoltura, ma quasi nulla su altre cose. Un pomeriggio, mentre stava confezionando delle balle di lana, Khidr gli apparve: "Lascia questo lavoro, cammina fino alla città di Mossul e con i tuoi risparmi stabilisciti come mercante di pelli". Mojud ubbidì. A Mossul divenne presto un apprezzato mercante di pelli, e passarono tre anni durante i quali esercitò il suo mestiere senza mai vedere Khidr. Aveva messo da parte una considerevole somma di denaro e progettava già di comprare una casa, quando Khidr gli apparve dicendo: "Dammi il tuo denaro, lascia questa città e incamminati verso la lontana Samarcanda, dove lavorerai per un droghiere". Ed è ciò che Mojud fece. Poco tempo dopo cominciò a manifestare inconfondibili segni di illuminazione. Guariva i malati e si prodigava in cure e in consigli, sia al negozio che durante il tempo libero. La sua conoscenza dei misteri aumentava di giorno in giorno. Andavano a trovarlo funzionari, filosofi, e molti altri ancora, e gli chiedevano: "Con chi hai studiato?". "È difficile dirlo", rispondeva Mojud. I suoi discepoli gli chiedevano: "Come hai iniziato la tua carriera?". "Come semplice funzionario". "E hai abbandonato il tuo lavoro per dedicarti all'auto-mortificazione?". "No, ho semplicemente abbandonato il mio lavoro". Gli altri non capivano. Alcuni lo avvicinavano perché volevano scrivere la sua biografia. "Che hai fatto nella vita?", gli chiedevano. "Mi sono buttato in un fiume, sono diventato pescatore, poi ho lasciato la capanna nel bei mezzo di una notte. Dopodiché sono diventato contadino Mentre stavo facendo delle balle di lana ho cambiato i miei programmi e sono partito per Mossul, dove sono diventato un mercante di pelli. Ho messo da parte dei soldi che poi ho dato via. In seguito sono andato a piedi a Samarcanda, dove sono entrato a servizio di un droghiere, dal quale mi trovo tuttora". "Ma questo strano comportamento non spiega affatto le tue doti straordinarie e la tua condotta esemplare", dicevano i biografi. "È vero", rispose Mojud. * * * E fu così che per Mojud i biografi inventarono di sana pianta una storia appassionante e prodigiosa, perché tutti i santi devono avere un'agiografia che deve essere conforme all'avidità del pubblico, e non alla realtà della vita. E nessuno ha il diritto di parlare direttamente di Khidr. Ecco perché questa storia non è vera. È la rappresentazione di una vita. È la vera vita di uno dei più grandi Sufi. Lo sceicco Ali Farmadhi (morto nel 1078) sottolineava l'importanza di questa storia, che illustra la credenza sufi secondo cui il "mondo invisibile" interpenetra in tutti i tempi e in vari luoghi la realtà ordinaria. Egli dice che quanto consideriamo inspiegabile, in realtà è dovuto a questo intervento. Inoltre, la gente non riconosce la partecipazione di quel 'mondo' al nostro perché crede di conoscere la vera causa degli eventi. Di fatto, non la conosce. È solo quando riesce a tener presente la possibilità che un'altra dimensione influenzi talvolta le esperienze ordinarie, che questa dimensione può diventarle accessibile. Lo sceicco è il decimo sceicco e maestro insegnante dei Khwajagan (i 'Maestri'), che in seguito presero il nome di Naqshbandi. 
Questa versione è tratta da un manoscritto del xvn secolo, di Lala Anwar, Hikayat-i-Abdalan 
(Storie di trasformati).




http://youtu.be/rsxJzKDZxkM

Istanbul, i Dervisci rotanti.

Il video riprende una rappresentazione del rito mistico dei Dervisci rotanti, si può notare l'atmosfera suggestiva e raccolta di questo antico cerimoniale.





Una mano aperta rivolta al cielo, l'altra dolcemente guarda la terra. 
Unione di entrambi attraverso l'armonia del corpo e dell'anima che mai resta immobile. 
Movimenti precisi che richiamano stabilità ma allo stesso tempo evoluzione. 
Tutto vibra e danza e prega mentre l'aria resta morbida e delicata 
..quasi fosse un respiro divino, sacro. 



La via mistica per entrare in comunicazione con il Divino.
Perciò, è con la danza Sufi, l'uso del ritmo  e i suoi effetti possono spostare le fasi della ripetizione della vita e consentire all'essere umano di vivere al di fuori del tempo quotidiano.
Quindi, danza derviscia verso le quattro direzioni cardinali.. etc




Trovati, sono ceceni musulmani Sufi. Sotto la guida della musica e della danza ruotano in un cerchio e cantando un mantra è qui l'idolo allah, dai musulmani Sufi ceceno chiamato anche demone.
https://www.facebook.com/photo.php?v=611924468906582

Chechen Qadiri Hadra
http://youtu.be/XB_jYkBtZyk





http://youtu.be/cGfDcsrFOE8


http://youtu.be/nGYFlitLXGk

http://youtu.be/9B1vZNXZ8iE


http://youtu.be/z42ENG79hTo


http://youtu.be/wWGKwNt9NY8


https://www.youtube.com/watch?v=z42ENG79hTo&list=LLFgE-Ar64S3ziqqkb9BhWtg











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