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mercoledì 7 dicembre 2016

Nepente. Il nome Nepente deriva dal greco "ne" = non e "penthos" = tristezza, nessuna tristezza

« Il nepente già infuso, e a' servi imposto
Versar dall'urne nelle tazze il vino »
(Odissea, libro IV - Omero)


Non conoscete il Nepente d'Oliena neppure per fama? Ahi, lasso! 
Io son certo che, se ne beveste un sorso, 
non vorreste mai più partirvi dall'ombra delle candide rupi, 
e scegliereste per vostro eremo 
una di quelle cellette scarpellate nel macigno 
che i Sardi chiamano Domos de Janas, 
per quivi spugnosamente vivere in estasi fra caratello e quarteruolo. 
Io non lo conosco se non all'odore; 
e l'odore, indicibile, basta a inebriarmi. 
Eravamo clerici vagantes 
per un selvatico maggio di Sardegna, 
io, Edoardo Scarfoglio e Cesare Pascarella, 
or è gran tempo, quando giungemmo nella patria del rimatore Raimondo Congiu 
piena di pastori e di tessitrici, ricca d'olio e di miele, 
ospitale tra i Sepolcri dei Giganti e le Case delle Fate. 
Subito i maggiorenti del popolo ci vennero incontro su la via come a ospiti ignoti; 
e ciascuno volle farci gli onori della sua soglia, a gara. 
Ah, mio sitibondo Hans Barth, 
come le vostre nari sagaci avrebbero palpitato 
allorché il rosso Nepente 
sgorgò dal vetro con quel gorgoglio 
che suol trarvi dal gorgozzule 
quei "certi amorevoli scrocchi" 
- parla il nostro Firenzuola! 
- Avete nel cuore qualcuna di quelle Odi Purpuree di Hafiz che cantano il vino e la rosa? 
Ci parve che l'anima stessa dell'Anacreonte persiano emanasse dalla tazza colma, 
col colore del fuoco e con l'odore d'un profondo roseto. 
Certo, chi beve quel vino non ha bisogno d'inghirlandarsi.
Gabriele d'Annunzio, Elogio al Nepente di Oliena,
dalla prefazione al libro di Hans Barth, Osteria.
Guida spirituale delle osterie italiane da Venezia a Capri, Roma, 1910


Cenni storici.
Il nome Nepente deriva dal greco "ne" = non e "penthos" = tristezza, nessuna tristezza. 
Questo nome ha ispirato storie e suggestioni fin dall'antichità e viene perfino citato da Omero nel IV libro dell'Odissea. la parola viene usata per indicare la bevanda che Elena di Troia custodiva per il marito Menelao, re di Sparta, per dirimere la sua tristezza; inoltre lo fece servire per Telemaco, giunto a corte afflitto e stanco in cerca di notizie del padre Ulisse non ancora tornato in patria:

Il Nepente già infuso, 
e a' servi imposto 
Versar dall'urne nelle tazze il vino 
(Trad. di Ippolito Pindemonte)

La cita anche in altri brani come una bevanda medicamentosa, calmante, usata dai soldati per rimedio contro le ferite. Quasi un narcotico. O un anestetico.

Erodoto, nel libro II delle Storie, parla del Nepente della Valle del Nilo e molti studiosi hanno ritenuto doversi trattare di uno stupefacente, forse un oppiaceo. Poco tempo dopo Plinio il Vecchio, studiando nello "Excursus" del Libro XXIV il Nepente di cui riferiva Omero, si interrogava su quale fosse la pianta corrispondente, concludendo doversi trattare di una misteriosa pianta egizia il cui infuso donava serenità e qualcosa di più:

Hoc nomine vocatur herba quae vino injecta hilaritatem inducit 
(Con questo nome [Nepente] è chiamata un'erba che messa nel vino induce allegria)

I botanici ed altri studiosi successivi sino all'Ottocento inoltrato non sapevano decidere se si parlasse di centaura minore, di buglossa, di atropa mandragora o del tè verde cinese. 

E fecero altre congetture. 
Nel XVII secolo Pietro Della Valle, nel suo "Viaggi in Turchia, Persia ed India descritti da lui medesimo in 54 lettere famigliari" (1650), suppose che il Nepente altro non fosse che il caphue, il caffè, che aggiunto al vino avrebbe dato gli effetti di cui narra Omero. 

La teoria ricevette un autorevole avallo immediatamente (Francesco Redi) e nel secolo successivo, quando fu recepita nella Encyclopédie di Diderot e D'Alembert forse a causa di una noticina scappata ad Erodoto, il quale aveva sussurrato che l'uso del Nepente Elena l'avesse appreso in Egitto, circostanza risultata in Francia assai persuasiva. 

Samuel Hahnemann, nel 1825, affermava invece con sicurezza trattarsi di oppio, e più o meno lo stesso diceva Johann Joachim Winckelmann solo 5 anni dopo, seppure con minor determinazione. 

Altri si chiedevano se per caso fosse una pietra, magari pure una gemma preziosa, da porre nel vino. 

O se fosse proprio soltanto il vino, magari un vino speciale. 
Il Nepente è però davvero anche una pianta, anzi un genere di piante carnivore: 
Nepenthes. Linneo la definì entusiasticamente: 
Si elle n'est pas la Népente d'Hélène, 
elle le sera certainement de tous les botanistes 
(Se questa non è il Nepente di Elena [di Troia], 
sarà certamente [il nepente] di tutti i botanici) 
E si chiedeva infatti quale botanico non l'avrebbe avuta per "narcotico", incontrandola in qualcuna delle sue erborizzazioni, emozionandosi all'incontro e presto dimenticando le fatiche sostenute per incontrarla. 

Inoltre Gabriele D'Annunzio nel 1909, cimentatosi nel melodramma, usciva la sua "Fedra", una tragedia in tre atti per la musica di Ildebrando da Parma, la cui protagonista incontrando un pirata fenicio gli domanda: Rechi il farmaco d'Egitto, il Nepente che dà l'oblio dei mali? 
Ancora dunque era diffuso all'inizio del Novecento il significato magico dell'antichità.

Nel territorio di Oliena già dal 1500 d.C. si parla di una notevole attività vitivinicola da parte dei frati Francescani, che, dopo aver fondato una chiesa ed un convento, avevano impiantato una vigna di oltre 10000 ceppi con annesso stabilimento enologico di cui sono presenti imponenti ruderi. 
La viticoltura era comunque già presente. Infatti in una lettera con la quale il frate Priore di Oliena, chiede l'autorizzazione ed i finanziamenti al capo dell'ordine dei Frati Minimi della Sardegna, a Cagliari, per «impiantare un grande vigneto con stabilimento di vinificazione annesso», si dice che «A Oliena esistono più famiglie, che nelle loro case, posseggono financo dieci giorre, colme di buon vino rosso» (le giorre erano contenitori in terracotta di circa 200 litri).

In seguito i padri Gesuiti hanno dato un notevole impulso alla viticoltura, che si è conservata e sviluppata fino ai nostri giorni, tant'è che funzionari governativi, poeti, scrittori, hanno parlato del vino di Oliena in varie riprese ed in varie circostanze, come di "un vino da annoverare tra i vini di lusso, da bere a piccoli sorsi per farci la bocca, ed ogni sorso vi accomoda tutte le faccende del corpo e dell'anima".

https://it.wikipedia.org/wiki/Cannonau_di_Sardegna_Nepente_di_Oliena



sabato 10 ottobre 2015

Orazio. Nessun albero prima della sacra vite tu pianterai. Foti, 50 anni, piccolo vignaiolo umanista appassionato di storia, non è una scelta estetica. Scrive nei suoi Quaderni di viticoltura pratica: «Ogni vite è un individuo. L’insieme è una comunità. Le relazioni tra i singoli dipendono dalla loro posizione. Nel caso del quinconce lo spazio disponibile per vite è perfetto, il vigneto si autoregola come un unico organismo».

Salvo Foti è il centurione dell’Etna. 
Come gli avi con l’elmo dal cimiero rosso, ha seguito il monito di Orazio 
(«Nessun albero prima della sacra vite tu pianterai») 
che portò l’Antica Roma a diffondere vigneti in tutto il mondo. 

In 9 ettari tra i ciclamini selvatici e le querce di Milo, Foti ha piantato migliaia di viti ad alberello sostenute da paletti in castagno come avrebbe fatto un agronomo di duemila anni fa: ha tracciato triangoli equilateri dentro un quadrato.

Il sistema si chiama quinconce. 
Ne parla Quintiliano, nel primo secolo. 
«Quale visione è più bella di quella dei filari in quinconce che presentano all’occhio delle linee rette qualunque sia l’angolo dal quale le si ammiri?». 
Per Foti, 50 anni, piccolo vignaiolo umanista appassionato di storia, non è una scelta estetica. Scrive nei suoi Quaderni di viticoltura pratica: 
«Ogni vite è un individuo. L’insieme è una comunità. Le relazioni tra i singoli dipendono dalla loro posizione. Nel caso del quinconce lo spazio disponibile per vite è perfetto, il vigneto si autoregola come un unico organismo».

«Quando ero ragazzo mio padre emigrò in Svizzera – racconta – non era possibile portare subito i figli. Rimasi qui con i nonni. Quando papà, anni dopo, mi chiese di raggiungerlo, rifiutai. Volevo restare in campagna. Mi iscrissi alla scuola enologica. 

Negli anni 60 c’erano migliaia di palmenti, le case-cantina dell’Etna, con i vigneti terrazzati e i muretti a secco. Ogni contadino aveva il suo palmento di pietra lavica: si pigiava il vino con i piedi, in girotondi ritmati da canzoni popolari. 
C’erano vasche in pietra per la fermentazione, botti di castagno e un enorme palo per la pressatura a mano.Così si è arrivati a produrre sull’Etna 100 milioni di litri di vino. Poi la campagna si è spopolata. Si è persa una generazione di vignaioli. 
Ma io sono rimasto qui».

Vent’anni fa, in obbedienza a leggi europee sull’igiene, i palmenti furono chiusi. Arrivano i carabinieri, ci furono proteste e scontri. Foti ne ha riaperto uno. 
Si chiama Palmento Caselle. I primi a visitarlo sono stati cento studiosi dell’arte e archeologi californiani per cui Foti ha preparato caponata e cannoli, con i suoi vini: Nerello Mascalese, i bianchi Vigna di Milo e Ante, il Pistus (Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio).

Domani termina la vendemmia al palmento Caselle, una festa come un secolo fa, con i «pistaturi» dell’uva e un’orchestrina per le canzoni. «Questo palmento è l’azienda che io e mia moglie Maria Grazia – racconta Foti – stiamo costruendo per i figli, Andrea, 16 anni, e Simone, 20 anni, agronomo ora impegnato in uno stage nella Napa Valley».

Sulla sommità del nuovo vigneto c’è un capanno da cui si guarda il mare. 
Foti descrive i colori cangianti della terra, più o meno rossa, indica le piante, timo, maggioranza, menta selvatica. Le viti sono piccoli alberi, come vuole la tradizione: le radici affondano di più cercando le sostanze minerali nella terra e sono più esposte ai raggi del sole. Un sistema che dà forza e carattere alle uve e quindi al vino ma che si può curare solo con il lavoro manale da professionisti preparati.

«Qui ora vedo un futuro, anche per tutti quei contadini che prima erano disperati», dice. Ha scoperto nella biblioteca dei benedettini di piazza Dante a Catania, i documenti che raccontano la storia della corporazione dei Vigneri. Erano viticoltori così potenti da finanziare la rivolta contro i catalani che alzarono le tasse sul vino.

I Vigneri è diventato il nome della sua azienda. 
E anche di una associazione di vignaioli etnei «che vogliono lavorare in armonia con se stessi e con quello che li circonda, senza frenesie».

I suoi vini sono forse più conosciuti in Germania e in Giappone che in Italia. Lo racconta nel tinello del palmento, tra muri bianchi, un caminetto rurale e un grande tavolo di legno, versando il bianco Aurora, che ha lo stesso profumo delle piccole mele Gelato Cola dell’Etna. Uno dei profumi  messo in bottiglia dal centurione dell’Etna.



sabato 20 settembre 2014

Le osterie da Niccolò V a Trilussa ( di Claudio Rendina) "Una volta era il tempo delle osterie, originariamente con la lettera "h" nell'insegna, e le frequentavano i popolani per passare il tempo in bevute di vino, scandite da morra, giochi di carte e passatelle, a chi ne scolava di più, immancabilmente finite a coltellate. Dalle 1.022 del 1450, sotto Niccolò V, quando si celebrò l'Anno Santo, calarono a 712 nel 1854, fino ad essere sostituite da trattorie o ristoranti, e oggi più caratteristicamente dalle pizzerie. Emblematiche di certi locali erano le "misure" del vino, ora una rarità, e solo mantenute in qualche pizzeria. A cominciare dalla più piccola: 1/10 di litro detto "sospiro" o sottovoce (così chiamato perché o si sospirava nel richiederlo - in quanto molto piccolo - o ci si vergognava di non poter disporre di maggior denaro); 1/5 di litro, chirichetto; 1/4 di litro, quartino o mezza fojetta (un tempo detta anche baggiarola); 1/2 litro, foglietta o fojetta; 1 litro, tubo o tubbo; 2 litri, er barzilai (dall'onorevole Salvatore Barzilai che, nelle campagne elettorali, offriva il vino in simili recipienti). Ma molte osterie sono rimaste famose per personaggi storici, anche se scomparse. A metà dell'Ottocento, nei pressi di ponte Milvio, sulla via Flaminia una funzionava da stazione di sosta delle carrozze; qui viaggiatori e cocchiere per consuetudine bevevano il cosiddetto "bicchiere della staffa". Fu chiamata Melafumo perché un giorno si trovò a passare a queste parti Pio IX, di fronte al quale l'oste non si scompose minimamente, restando a fumare la sua pipa seduto sull'uscio. Stupito da un simile atteggiamento, uno del seguito l'apostrofò risentito e, facendogli notare la presenza del papa, gli chiese: «Che fai?», «Io?», rispose, «Me la fumo!». Lungo la via Salaria c'era la Filomarino: qui, il 18 settembre del 1870, il generale Raffaele Cadorna, comandante della spedizione di Roma, piantò il quartier generale. Una parete era completamente coperta di firme dei clienti e dei molti patrioti che passavano da quelle parti, e a caratteri cubitali si leggeva: «Qui fu il primo arrivo d'Italia». Garibaldi lasciò l'autografo e il suo apprezzamento alla cucina dell'oste sottoscrivendo la frase: «Filomarino, i tuoi maccheroni sono i migliori di tutta Europa, Giuseppe Garibaldi». E l'eroe dei due mondi ha legato il suo nome anche a Scarpone, al Gianicolo, con giardino ancora esistente come ristorante: qui infatti sembra che il generale, impegnato a Roma nella lotta contro i francesi nel 1849, venisse ogni tanto a riposarsi, legando il cavallo ad un eucaliptus e sedendosi su un grosso masso all'ombra delle fronde. Ma l'osteria è famosa anche perché cantata da musicisti e poeti: Cesare Pascucci la incluse nella scenografia dell'operetta 'Na vignata da Scarpone, ripresa poi da Ettore Petrolini, che la rappresentò con il nome L'ottobrata; Trilussa v'immaginò il pranzo conciliatore tra romani e sabini nel poemetto Il ratto delle Sabine. Numerose le osterie frequentate dagli artisti; così alla Dogana, in via della Dogana Vecchia, andava l'architetto Antonio da Sangallo il Giovane, che mandava il conto all'amministrazione della chiesa di San Luigi dei Francesi. Il Moro alla Maddalena era frequentata da Caravaggio, con tanto di liti e coltellate, la Gensola a Trastevere da Bertel Thorvaldsen e dai pittori danesi, come si può vedere nel quadro di Ditlev Blunck. Ancora esistente, ma divenuto ristorante, Romolo, «nel giardino di Raffaello e della Fornarina» a via di Porta Settimiana 8, dove appunto l'artista si innamorò. Poi vennero le pizzerie e, tra le tante, è storica a largo dei Lombardi la Capricciosa, che prende nome dal tipo di pizza così chiamata e qui inventata nel 1937; aveva il tavolo fisso Giorgio de Chirico con i suoi Cavalli. Ora ci s'incontrano i politici, ma il locale vantava ancora fino alla sua morte un artista come assiduo frequentatore: Edolo Masci con le sue Conchiglie."






TEMPO DI VENDEMMIA E DI VINO: dal barzilai al sospiro.

Le osterie da Niccolò V a Trilussa ( di Claudio Rendina)

"Una volta era il tempo delle osterie, originariamente con la lettera "h" nell'insegna, e le frequentavano i popolani per passare il tempo in bevute di vino, scandite da morra, giochi di carte e passatelle, a chi ne scolava di più, immancabilmente finite a coltellate. Dalle 1.022 del 1450, sotto Niccolò V, quando si celebrò l'Anno Santo, calarono a 712 nel 1854, fino ad essere sostituite da trattorie o ristoranti, e oggi più caratteristicamente dalle pizzerie. Emblematiche di certi locali erano le "misure" del vino, ora una rarità, e solo mantenute in qualche pizzeria. A cominciare dalla più piccola: 1/10 di litro detto "sospiro" o sottovoce (così chiamato perché o si sospirava nel richiederlo - in quanto molto piccolo - o ci si vergognava di non poter disporre di maggior denaro); 1/5 di litro, chirichetto; 1/4 di litro, quartino o mezza fojetta (un tempo detta anche baggiarola); 1/2 litro, foglietta o fojetta; 1 litro, tubo o tubbo; 2 litri, er barzilai (dall'onorevole Salvatore Barzilai che, nelle campagne elettorali, offriva il vino in simili recipienti). Ma molte osterie sono rimaste famose per personaggi storici, anche se scomparse. A metà dell'Ottocento, nei pressi di ponte Milvio, sulla via Flaminia una funzionava da stazione di sosta delle carrozze; qui viaggiatori e cocchiere per consuetudine bevevano il cosiddetto "bicchiere della staffa". Fu chiamata Melafumo perché un giorno si trovò a passare a queste parti Pio IX, di fronte al quale l'oste non si scompose minimamente, restando a fumare la sua pipa seduto sull'uscio. Stupito da un simile atteggiamento, uno del seguito l'apostrofò risentito e, facendogli notare la presenza del papa, gli chiese: «Che fai?», «Io?», rispose, «Me la fumo!». Lungo la via Salaria c'era la Filomarino: qui, il 18 settembre del 1870, il generale Raffaele Cadorna, comandante della spedizione di Roma, piantò il quartier generale. Una parete era completamente coperta di firme dei clienti e dei molti patrioti che passavano da quelle parti, e a caratteri cubitali si leggeva: «Qui fu il primo arrivo d'Italia». Garibaldi lasciò l'autografo e il suo apprezzamento alla cucina dell'oste sottoscrivendo la frase: «Filomarino, i tuoi maccheroni sono i migliori di tutta Europa, Giuseppe Garibaldi». E l'eroe dei due mondi ha legato il suo nome anche a Scarpone, al Gianicolo, con giardino ancora esistente come ristorante: qui infatti sembra che il generale, impegnato a Roma nella lotta contro i francesi nel 1849, venisse ogni tanto a riposarsi, legando il cavallo ad un eucaliptus e sedendosi su un grosso masso all'ombra delle fronde. Ma l'osteria è famosa anche perché cantata da musicisti e poeti: Cesare Pascucci la incluse nella scenografia dell'operetta 'Na vignata da Scarpone, ripresa poi da Ettore Petrolini, che la rappresentò con il nome L'ottobrata; Trilussa v'immaginò il pranzo conciliatore tra romani e sabini nel poemetto Il ratto delle Sabine. Numerose le osterie frequentate dagli artisti; così alla Dogana, in via della Dogana Vecchia, andava l'architetto Antonio da Sangallo il Giovane, che mandava il conto all'amministrazione della chiesa di San Luigi dei Francesi. Il Moro alla Maddalena era frequentata da Caravaggio, con tanto di liti e coltellate, la Gensola a Trastevere da Bertel Thorvaldsen e dai pittori danesi, come si può vedere nel quadro di Ditlev Blunck. Ancora esistente, ma divenuto ristorante, Romolo, «nel giardino di Raffaello e della Fornarina» a via di Porta Settimiana 8, dove appunto l'artista si innamorò. Poi vennero le pizzerie e, tra le tante, è storica a largo dei Lombardi la Capricciosa, che prende nome dal tipo di pizza così chiamata e qui inventata nel 1937; aveva il tavolo fisso Giorgio de Chirico con i suoi Cavalli. Ora ci s'incontrano i politici, ma il locale vantava ancora fino alla sua morte un artista come assiduo frequentatore: Edolo Masci con le sue Conchiglie."









giovedì 30 gennaio 2014

Richard Feynman. L'universo intero in un bicchiere di vino - Richard Feynman Una volta un poeta disse: «L'universo intero è in un bicchiere di vino». Probabilmente non sapremo mai in che senso lo disse, perché i poeti non scrivono per essere compresi. Ma è vero che se osserviamo un bicchiere di vino abbastanza attentamente vediamo l'intero universo. Ci sono le cose della fisica: il liquido turbolento e in evaporazione in funzione del vento e del tempo, il riflesso sul vetro del bicchiere, e la nostra immaginazione aggiunge gli atomi. Il vetro è un distillato di rocce della Terra, e nella sua composizione vediamo i segreti dell'età dell'universo, e l'evoluzione delle stelle. Ci sono i fermenti, gli enzimi, i substrati e i prodotti. Nel vino si trova la grande generalizzazione: tutta la vita è fermentazione. Non si può scoprire la chimica del vino senza scoprire, come fece Louis Pasteur, la causa di molte malattie. Com'è vivido il novello, che imprime la sua esistenza nella consapevolezza di chi lo osserva! Se le nostre fragili menti, per convenienza, dividono il bicchiere di vino, l'universo, in parti (fisica, biologia, geologia, astronomia, psicologia e così via) ricordiamo sempre che la natura non lo sa! Quindi rimettiamo tutto insieme, e non dimentichiamo qual è il suo scopo. Togliamoci un ultimo piacere: beviamo, e dimentichiamo!


Richard Feynman, L'universo intero in un bicchiere di vino
Una volta un poeta disse: «L'universo intero è in un bicchiere di vino». 
Probabilmente non sapremo mai in che senso lo disse, perché i poeti non scrivono per essere compresi.
Ma è vero che se osserviamo un bicchiere di vino abbastanza attentamente vediamo l'intero universo. Ci sono le cose della fisica: il liquido turbolento e in evaporazione in funzione del vento e del tempo, il riflesso sul vetro del bicchiere, e la nostra immaginazione aggiunge gli atomi. Il vetro è un distillato di rocce della Terra, e nella sua composizione vediamo i segreti dell'età dell'universo, e l'evoluzione delle stelle. Ci sono i fermenti, gli enzimi, i substrati e i prodotti. Nel vino si trova la grande generalizzazione: tutta la vita è fermentazione. Non si può scoprire la chimica del vino senza scoprire, come fece Louis Pasteur, la causa di molte malattie.
Com'è vivido il novello, che imprime la sua esistenza nella consapevolezza di chi lo osserva! 
Se le nostre fragili menti, per convenienza, dividono il bicchiere di vino, l'universo, in parti (fisica, biologia, geologia, astronomia, psicologia e così via) ricordiamo sempre che la natura non lo sa! Quindi rimettiamo tutto insieme, e non dimentichiamo qual è il suo scopo. Togliamoci un ultimo piacere: beviamo, e dimentichiamo!
Richard Feynman, L'universo intero in un bicchiere di vino



«In generale, il procedimento per scoprire una nuova legge è questo: per prima cosa tiriamo a indovinare - non ridete è proprio così che facciamo - poi calcoliamo le conseguenze della nostra intuizione per vedere quali circostanze si verificherebbero se la legge che abbiamo immaginato fosse giusta. Infine confrontiamo i risultati dei nostri calcoli con la natura, con gli esperimenti, con l'esperienza, con i dati dell'osservazione, per vedere su funziona. Se non è in accordo con gli esperimenti è sbagliata. In questa piccola affermazione c'è la chiave della scienza. Non importa quanto bella sia la tua intuizione, non importa quanto intelligente sia la persona che l'ha formulata o quale sia il suo nome, se non è in accordo con gli esperimenti è sbagliata. E' tutto qui. Ora immaginate di aver avuto una buona intuizione, e di aver calcolato che tutte le conseguenze della vostra premessa sono in accordo con gli esperimenti, la teoria allora è giusta? No, semplicemente non si è potuto dimostrare che sia sbagliata perché in futuro, un numero maggiore di esperimenti potrebbe scoprire qualche discrepanza e la teoria si rivelerebbe sbagliata. E' per questo che le leggi di Newton per il moto dei pianeti sono rimaste valide per così tanto tempo. Newton ha ipotizzato la legge della gravitazione, con questa ha calcolato i moti dei pianeti e li ha confrontati con gli esperimenti. Ci sono volute diverse centinaia di anni prima che un minuscolo errore nel moto di Mercurio fosse osservato. Durante tutto quel periodo nessuno era stato in grado di dimostrare che la teoria fosse sbagliata e poteva essere considerata temporaneamente giusta. Ma una teoria non può mai essere dimostrata giusta, perché le osservazioni di domani possono svelare che quello che credevamo giusto era in realtà sbagliato. Per cui non abbiamo mai la certezza di essere nel giusto, possiamo essere sicuri solo di esserci sbagliati».

Richard Phillips Feynman (1918 – 1988), scienziato statunitense, premio Nobel per la fisica.




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