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mercoledì 18 novembre 2015

Sette peccati capitali in cerca d’autore. Superbia - Avarizia - Lussuria - Invidia - Gola - Ira - Accidia -



Sette peccati capitali in cerca d’autore


Ho immaginato di paragonare, come in una sorta di gioco, i sette peccati capitali a grandi personaggi e autori della letteratura. Proprio loro, di cui tanto si è parlato, personaggi che hanno condannato loro stessi e gli altri a vivere una vita dove in fondo il cambiamento e la redenzione non sempre erano contemplati. 
A. Nattini, Dante e i Superbi.
A. Nattini, Dante e i Superbi.
Eccoli qui dunque, i sette vizi più gravi, inclinazioni profonde dell’animo umano che si contrappongono alle tanto edificanti virtù. Superbia, avarizia, lussuria, invidia, gola, ira e accidia, un elenco temuto che probabilmente nemmeno Dio vorrebbe perdonare.
Sembrerà scontato, ma nel “girone” della superbia metterei proprio Dante Alighieri, colui che tanto ha giudicato gli altri nelle “Divina Commedia”, trovando loro addirittura una collocazione eterna. Il superbo è una persona innamorata della propria superiorità, sia essa vera o presunta, per la quale si aspetta un riconoscimento. L’uomo è in fondo sempre teso ad affermare la propria identità, un processo che non avviene dentro se stessi, bensì si palesa nel rapporto con gli altri. Non dimentichiamo che il bisogno del riconoscimento nell’essere umano è fortissimo, direi uno dei bisogni essenziali e Dante, che è addirittura “uscito a riveder le stelle”, sembrerebbe proprio stare nella giusta posizione. Una piccola “rivincita” di noi comuni mortali, tanto per ribadire il proverbio che “chi la fa l’aspetti”.
Paperon de Paperoni
Dollari di qua, dollari di là, o che felicità.

Parlando di avarizia, ovvero la scarsa disponibilità a spendere o donare ciò che si possiede, come non pensare al papero più ricco al mondo, lo zio d’America più famoso dei fumetti, il mitico PAPERON DÈ PAPERONI. Lo zio miliardario di Paperino, nei fumetti e nei cartoni animati della Disney, è anche uno dei personaggi più amati al mondo. Egli possiede un “Deposito” colmo di sacchi e banconote, e soprattutto monete d’oro fra le quali ogni tanto si concede una vera e propria “nuotata”, con tanto di regolare tuffo dal trampolino. Forse questo è uno di quei tipici eroi negativi che invece volgono al positivo e si ergono ad esempio. Paperone infatti detesta i fannulloni, è orgoglioso di essersi creato da sé, e impazzisce letteralmente quando qualcuno vuole derubarlo del suo denaro che per lui rappresenta tutte le fatiche affrontate nella vita. Anche se non lo dimostra mai apertamente, in realtà ha un cuore d’oro e vuole molto bene a Paperino e ai “nipotastri”. Un invito alla riflessione, poiché nella vita a volte il proverbio “non è tutto oro quel che luccica” viene contraddetto.
Gabriele D'Annunzio, Il piacere.
Gabriele D’Annunzio, Il piacere.
La lussuria mi ha fatto pensare a GABRIELE D’ANNUNZIO, e vi prego di non iniziare a sorridere per qualche episodio peculiare passato alla storia e rivelato al mondo. L’istinto non represso alla sessualità potrebbe anche essere un fattore positivo, ma le passioni danneggiano l’essere umano sia quando sono eccessivamente compresse, sia quando sono scatenate e senza limiti. Il termine designa qualcosa di esagerato, anche se nel corso dei secoli sono state date varie interpretazioni al concetto di lussuria. Dato però che stiamo parlando di un peccato capitale, essa viene intesa come una “menomazione” della volontà e discernimento del bene e del male. Nonostante abitudini più o meno discutibili, di cui non voglio entrare nel merito, trovo che tutto questo “sentire” abbia apportato effetti positivi sulla poesia, creando un nuovo tipo di componimento dove sono i sensi a percepire ciò che accade intorno e a comunicare senza freni inibitori. È il caso ad esempio de “La pioggia nel Pineto”. Possiamo affermare quindi che “non tutto il male viene per nuocere”.
Edwin Booth as Iago 1860
Edwin Booth as Iago 1860
L’invidia, da qualunque parte la si guardi, rimane sempre un sentimento negativo, che si prova nei confronti di una o più persone che hanno qualcosa che noi non possediamo. È un indicatore di come la propria autostima si basi sui risultati anziché provenire da “dentro di sé”. Come non citare IAGO in “Otello” di Shakespeare? Il “cattivo” più emblematico della storia del teatro. Il moro Otello è un valoroso generale al servizio della repubblica di Venezia, che sceglie Cassio anziché Iago come suo luogotenente. Geloso del successo di Otello ed invidioso di Cassio, Iago trama la caduta del Moro facendogli credere che Desdemona, la fedele moglie, abbia una tresca con Cassio. Il fatto che sia definita una “tragedia”, la dice lunga sul proseguo. Dietro ad una malvagità innata sicuramente si nasconde un’invidia profonda per l’uomo che si è fatto rispettare nella società. A meno che non si tratti invece di “omosessualità” repressa, come alcuni hanno suggerito. Mai come in questo caso possiamo dire che vige il proverbio: “L’invidia è la vendetta degli incapaci”.
Alessandro Manzoni
Alessandro Manzoni
E veniamo alla gola. Darsi una misura nell’assunzione del cibo può essere molto difficile, perché gusto e olfatto sono i sensi più arcaici che mettono in moto le zone più primitive del nostro cervello. Il rapporto col cibo è un problema serio che investe molti aspetti legati all’esistenza. Infatti i disturbi di alimentazione nascondono sempre un disagio interiore dell’individuo, soprattutto se manifestano gravi forme di malattia, quali l’obesità, la bulimia e l’anoressia. La mia mente avrebbe chiamato in causa ben altri prototipi, ma ho dovuto ricredermi. Si dice che un personaggio molto goloso, passato alla storia, fosse l’insospettabile ed insospettato ALESSANDRO MANZONI. Per sua ammissione pigrissimo, anche se si costringeva a percorreva almeno 15 km a piedi ogni giorno; amava giocare alla roulette e godere del buon cibo. Adorava la testina di vitello glassato e soprattutto i dolci, fra tutti panettone e cioccolata. Gli piaceva tanto il caffè e, aneddoto che la dice lunga, sembra che sia arrivato a farsi realizzare un bicchiere per il vino più grande di quelli in commercio, in modo che se qualcuno lo avesse accusato di aver ecceduto, poteva rispondere di averne bevuto solo due bicchieri. Se questa condotta di vita ha contribuito ad alimentare il suo genio, ben venga, anche perché, come si usa dire, “Chi beve solo acqua ha un segreto da nascondere”.
L'ira di Achille, 1962.
L’ira di Achille, 1962.
L’ira è percepita come qualcosa d’altro da noi, che può impossessarsi della nostra personalità, facendoci perdere la ragione e la capacità di controllo. Servito su un piatto d’argento, ecco ACHILLE. Eroe della mitologia greca, protagonista dell’Iliade e della guerra di Troia. Figlio della nereide Teti e di Peleo, re dei Mirmidoni della Tessaglia, fu immerso da bambino nelle acque dello Stige che lo resero immortale. La madre però lo immerse reggendolo per un tallone, che rimase il suo unico punto vulnerabile. Durante l’assedio di Troia, Achille si distinse in molte battaglie, ma quando il re di Micene, Agamennone, pretese per sé la giovane prigioniera Briseide, Achille vietò ai guerrieri di combattere e si chiuse nella sua tenda. Il principe troiano Ettore, scambiandolo per Achille, uccise il suo compagno di armi ed amico Patroclo, che aveva guidato i mirmidoni in battaglia, nonostante il divieto. L’ira di Achille esplose funesta. Egli riprese le armi e duellò con Ettore, al fine di vendicare il giovane amico Patroclo. Una volta vinto, ne trascinò il cadavere trionfalmente dietro il suo carro, come il più insensibile dei barbari. Il rapporto fra Achille e Patroclo è uno degli elementi chiave dei miti associati alla guerra di Troia. Quale sia stata la sua effettiva natura e fino a che punto si sia spinta questa amicizia è oggetto di controversie. Con lui Achille si dimostra molto tenero, quando invece con tutti gli altri è spietato; tanto che a volte questo rapporto è considerato alla luce della “pederastia pedagogica”, alludendo alla relazione dei due guerrieri basata sul sesso, dove Patroclo è poco più di un ragazzo e Achille il suo protettore. In questo caso, “quel che è fatto è reso”.
Natura natura perchè non rendi poi quel che prometti allor?
Giacomo Leopardi, Canti dai manoscritti autografi della Biblioteca Nazionale di Napoli
E veniamo infine all’accidia. Viene definita il male del nostro tempo. Il disagio di quella generazione di “sdraiati” che manifestano noia, indifferenza, afflizione. Un senso di scoraggiamento che induce a lasciar perdere di fronte alle avversità. L’accidia consiste nella paura di affrontare la vita con le sue frustrazioni e nella fuga di fronte a noi stessi per ciò che percepiamo come “vuoto”. Chi è in preda all’accidia non sa compiere scelte durature, ricerca emozioni sempre diverse, come se proiettasse la propria felicità in un altro luogo. Spesso questo tipo di disagio sfocia in depressione, o in altre malattie di natura psicosomatica. Ad incarnare perfettamente questo concetto di “noia esistenziale” secondo me è GIACOMO LEOPARDI, che tanto si è interrogato e lamentato della sua vita, ma che in sostanza non ha mai agito per cambiarne le sorti. Attraverso il suo pessimismo storico, psicologico e cosmico, la teoria trova convalida da sé. Secondo Leopardi così come è stato anche per Rousseau, l’uomo nasce felice, nell’età primitiva e a contatto con la natura. Ma poi si mette alla ricerca del vero, attraverso la ragione, che lo porta a fare esperienze catastrofiche. La storia non è progresso, bensì decadenza, perché apre gli occhi a tristi verità. L’ossessiva ricerca di un piacere che comunque non verrebbe mai appagato, porta l’infelicità ad essere costante della condizione umana. Il piacere non si può avere, così come la sofferenza non si può evitare. Il dolore è portato dalla natura, che ha creato l’uomo desideroso di felicità, pur sapendo che non l’avrebbe mai raggiunta. Una natura “matrigna”, che trova riscontro nel celebre verso “o natura, natura, perché non rendi poi quel che prometti allor?”. E ancora: “Perché di tanto inganni i figli tuoi?”.
È vero che se Leopardi fosse stato un tipo allegro e sicuro di sé, certe meravigliose liriche non sarebbero mai scaturite dalla sua mente e non sarebbero qui ad allietare i posteri. D’altro canto, mentre corro a collocare me stessa fra i superbi insieme con Dante, per avere tanto osato, bisogna ribadire il concetto che egli non ha minimamente agito per cercare di cambiare la sua sventurata esistenza. È rimasto a piangersi addosso. Si fosse rimboccato le maniche, forse adesso non saremmo qui a parlare di lui, ed in un certo senso a pensare che “chi è causa del suo mal, pianga se stesso”.

http://www.lundici.it/2014/03/sette-peccati-capitali-in-cerca-dautore/

lunedì 14 ottobre 2013

sabato 5 gennaio 2013

lunedì 19 novembre 2012

Winston Churchill. Non arrenderti mai. Non arrenderti mai. Mai, mai, mai: in niente, grande o piccolo, importante o insignificante. Non arrenderti mai, se non di fronte ai tuoi principi o al buon senso. Non cedere mai davanti alla forza. Non cedere mai davanti all’apparente superiorità schiacciante del nemico

"Le scuole non hanno per forza di cose a che vedere con l'educazione... sono soprattutto istituzioni di controllo che devono inculcare nei giovani i comportamenti basilari. L'educazione è qualcosa di molto diverso e ha poco spazio nella scuola"
Winston Churchill

Quando chiesero a Winston Churchill di tagliare i fondi destinati all'arte per sostenere lo sforzo bellico, egli rispose semplicemente "Ma allora per cosa combattiamo?"

L'abilità in politica consiste nella capacità di prevedere ciò che accadrà domani, la settimana prossima, il mese prossimo, l'anno prossimo. E successivamente nell'essere in grado di spiegare perché non è avvenuto.
Winston Churchill


È un peccato non fare niente col pretesto che non possiamo fare tutto
Winston Churchill


Un pessimista vede le difficoltà in ogni opportunità, un ottimista vede le opportunità in ogni difficoltà
Winston Churchill

Non arrenderti mai. Non arrenderti mai. Mai, mai, mai: in niente, grande o piccolo, importante o insignificante. Non arrenderti mai, se non di fronte ai tuoi principi o al buon senso. Non cedere mai davanti alla forza. Non cedere mai davanti all’apparente superiorità schiacciante del nemico.
Winston Churchill


Sangue, fatica, lacrime e sudore.
13 maggio 1940: Winston Churchill non nascose agli Inglesi le enormi difficoltà cui sarebbero andati incontro rifiutando la pace con i nazisti e, nel discorso trasmesso per radio, pronunciò frasi poi divenute celebri.
"Dico al Parlamento che non ho nulla da offrire se non sangue, fatica, lacrime e sudore.
Voi chiedete: qual è la nostra linea politica? 
Io rispondo fare la guerra per terra, mare, aria. 
Guerra con tutta la nostra potenza e tutta la forza che Dio ci ha dato,
e fare la guerra contro una mostruosa tirannia. Questa è la nostra linea politica.
Voi chiedete: qual è il nostro obiettivo?
Posso rispondere con una parola. È la vittoria.
Vittoria a tutti i costi, vittoria malgrado qualunque terrore,
vittoria per quanto lunga e dura possa essere la strada, 
perché senza vittoria non c'è sopravvivenza." ‪
Winston Churchill‬,  ‪1940, discorso seconda guerra mondiale‬

Conosciuta la decisione di Churchill, ‪Hitler‬ invase l'Inghilterra.
Tra la Lutwaffe (l'aviazione tedesca) e la Royal Air Force (chiamata brevemente Raf) si scatenò la prima grande battaglia aerea della storia, che durò tutta l'estate del 1940 e si concluse con la vittoria delle forze britanniche.


Bizzarro popolo gli italiani.
Un giorno 45 milioni di fascisti.
Il giorno successivo 45 milioni tra antifascisti e partigiani.
Eppure questi 90 milioni di italiani non risultano dai censimenti.
Winston Churchill



Gli italiani perdono le partite di calcio come se fossero guerre
e perdono le guerre come se fossero partite di calcio.
Winston Churchill



domenica 23 settembre 2012

Robert Anson Heinlein. Lazarus Long. l’Immortale.




Una persona competente e sicura di sé è incapace di ogni sorta di gelosia. 
La gelosia è invariabilmente sintomo di insicurezza.
Robert Anson Heinlein. Lazarus Long. l’Immortale, 1973

sabato 21 luglio 2012

Se nutri pensieri negativi su un'altra persona, sarai tu a sperimentare la manifestazione di quei pensieri



Se nutri pensieri negativi su un'altra persona, sarai tu a sperimentare la manifestazione di quei pensieri



Sara Pavan:
Che so.....quando vien voglia di strozzare qualcuno..... Dopo qualche tempo magari riesco a mandarlo solo a quel paese ma per qualche settimana......lo strozzerei.





Fanny Zanin:
per esperienza personale posso dire che quando c'è un brutto pensiero c'è qualcuno che mi nega qualcosa... quindi qualora io rispetterò il mio prossimo e non lo tratterò da servo già avrò fatto un gran bene alla mia vita perchè avrò tagliato i viveri a qualche sanguisuga che vive in me.... (esempio la rabbia.. la gelosia... o qualunque pensiero che voglia far fare agli altri quello che spetta a me)

Photo: Se nutri pensieri negativi su un'altra persona, sarai tu a sperimentare la manifestazione di quei pensieri.

venerdì 1 giugno 2012

Anna Biason. Non c'è altezza che non abbia al di sopra di sé qualcosa di più alto

Il Ticchettio del Silenzio


...alla fine, spesso, è proprio così che ragionano certe menti: più una cosa sembra troppo per loro, più scatta il meccanismo di sminuirla, come se fossero alla ricerca di auto-coccolarsi, di sentirsi migliori. Eppure il segreto è racchiuso in una perla orientale: “Non c'è altezza che non abbia al di sopra di sé qualcosa di più alto” io aggiungo che accettarlo non è indice d'inferiorità ma di saggezza.
Anna Biason




Photo: ...alla fine, spesso, è proprio così che ragionano certe menti: più una cosa sembra troppo per loro, più scatta il meccanismo di sminuirla, come se fossero alla ricerca di auto-coccolarsi, di sentirsi migliori. Eppure il segreto è racchiuso in una perla orientale: “Non c'è altezza che non abbia al di sopra di sé qualcosa di più alto” io aggiungo che accettarlo non è indice d'inferiorità ma di  saggezza.

*Anna Biason*


mercoledì 18 aprile 2012

Pandora. Speranza. Così pensavano i Greci, la Speranza era la jattura massima, e il Timeo attesta che era annoverata fra i vizi capitali

La speranza è un sogno fatto da svegli
Aristotele, in Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, III sec.


La trasformazione inizia nel punto dove non c'è speranza
James Hillman, Il suicidio e l'anima




di citazioni si muore [...] e sinceramente ammiro la tua cornucopia di fonti illustri.
Io parlo da un angolo molto più modesto, chiamalo personale, da cui ho visto e vedo l'effetto della speranza quando rispunta dopo che tutto e' venuto a mancare. Sara', come dici tu, uno specchietto per allodole, e siamo tutti un po' allodole, ma per me la speranza e' il motore di ricerca dell'animo umano, quella che lo fa vivere nonostante tutto. I sapienti si esprimono anche loro in base alla loro esperienza, mettendolo giù in modo molto più aulico. Eppure, sono certa che anche chi dichiarò di non crederci, sotto sotto sperava anche lui che almeno qualcuno gli credesse. Nel mio lavoro, ricollegare un cliente con la speranza era sempre un momento magico, per lui/lei e per me, come se si rinnovasse la vita.


LOWITH, LA SPERANZA NON HA DIGNITA' FILOSOFICA
Il mito di Pandora indica, come racconta Esiodo, che la speranza è un male, anche se di tipo particolare, distinto dagli altri mali che sono racchiusi nel vaso di Pandora. Essa è un male che sembra tuttavia buono, perché la speranza induce sempre ad attendere qualcosa di meglio. Eppure sembra vano aspettarsi un futuro migliore, perché difficilmente si dà un futuro che, quando diviene attuale, non deluda le nostre speranze. Le speranze dell’uomo sono “cieche”, cioè irrazionali ed erronee, ingannevoli e illusorie. Tuttavia l’uomo mortale non può vivere senza questo precario dono di Giove, così come non può vivere senza il fuoco, il dono rubato da Prometeo. Se rimanesse senza speranze, de-sperans, egli si dispererebbe nella sua disperata situazione. L’opinione più diffusa nell’antichità era che la speranza è un’illusione che aiuta l’uomo a sopportare la vita, ma in sostanza è un ignis fatuus. Se d’altro lato Paolo condannava la società pagana proprio perché non possedeva la speranza, egli intendeva evidentemente una speranza il cui valore e la cui garanzia sono dati dalla fede cristiana, e non da un’illusione mondana”.
Karl Löwith, Significato e fine della storia, Edizioni di Comunità, pp. 233-234
http://www.filosofico.net/Antologia_file/AntologiaL/Lowith_01.htm


Non dimentichiamo che dal vaso di Pandora , aperto dallo stolto Epimeteo, uscirono tutte le sciagure che afflissero l'uomo, rimase nel fondo uno dei mali, la massima jattura per i Greci, la Speranza. Essa dipende dall'uomo: se è saggio, la renderà inoffensiva tenendola chiusa là dentro, evitando di lasciarsene contaminare. Così pensavano i Greci. Come ogni vizio, basterà rovesciarla, ed ecco la speranza trasformata in cosa virtuosa. Ma chi è più saggio e incontaminato di un bambino? 
Elémire Zolla.

I Greci narravano la storia di Pandora che gli dèi invidiosi avevano inviato sulla terra, provvista d’un vaso, quale dono nuziale. Prometeo, che era saggio, la respinse, invece lo stolto Epimeteo aprì il vaso e ne uscirono in volo tutte le sciagure che hanno afflitto gli uomini da allora. Una volta sparse per l’aria, chi può più arrestarle? Imperverseranno quante sono, inafferrabili e invincibili, le malattie, le corruzioni e ogni sorta di disgrazia. Tuttavia, in fondo al vaso restò uno dei mali: la speranza. Essa dipende dall’uomo: se è saggio, la renderà inoffensiva tenendola chiusa là dentro, evitando di lasciarsene contaminare. Così pensavano i Greci, la Speranza era la jattura massima, e il Timeo attesta che era annoverata fra i vizi capitali. 
Elémire Zolla, Gli arcani del potere, Elzeviri 1960-2000


Il padre degli uomini e degli dei comandò all’inclito Efesto che subito impastasse terra con acqua e vi infondesse voce umana e vigore, e che il tutto fosse d’aspetto simile alle dee immortali, e di bella, virginea, amabile presenza; e quindi che Atena le insegnasse le arti: il saper tessere trame ben ordite. Comandò all’aurea Afrodite di spargerle sopra il capo grazia, tormentosi desideri e le pene che struggono le membra; e a Ermes, messaggero Argifonte, di dargli un’anima di cagna e indole ingannatrice. Così parlo, e quelli obbedirono ai voleri del Cronide Zeus. (…) Questa donna fu chiamata Pandora, perché tutti gli abitanti dell’Olimpo le fecero dei doni, rovina per gli uomini operosi. (…) Fino ad allora, infatti, viveva sulla terra lontana dai mali, la stirpe mortale, senza la sfibrante fatica e senza il morbo crudele che trae gli umani alla morte: ché rapidamente invecchiano gli uomini nel dolore. Ma la donna, levando di sua mano il grande coperchio dell’orcio, disperse i mali, preparando agli uomini affanni luttuosi. Soltanto la Speranza rimase là dentro, nell’intatta dimora sotto i labbri dell’orcio: non volò fuori, perché prima Pandora rimise il coperchio sull’orcio, secondo il volere dell’egoico Zeus, adunatore di nembi. Ma gli altri, i mali infiniti errano in mezzo agli umani: piena, infatti, di mali è la terra, pieno ne è il mare, e le malattie, a loro piacere, si aggirano in silenzio di notte e di giorno fra gli uomini, portando dolore ai mortali; e questo perché l’accorto Zeus tolse loro la voce. Non si può evitare l’intendimento di Zeus. 
Esiodo. Le opere e i giorni

Da due pericoli bisogna guardarsi: dalla disperazione senza scampo e dalla speranza senza fondamento.
Sant'Agostino

La speranza ti ammala. A volte è meglio non averne, almeno sai che non devi più affannarti per nulla o fare quelle tremende figure di compartecipazione in mezzo alla gente di cui non frega una mazza di te. E loro pure non sono ancora nulla per te. Ma ci avevi investito, emozioni, idee, desideri, un po’ d’affetto. Uccidi la speranza e ti sentirai meglio, liberato
Charles Hank Bukowski


L'immaginazione galoppa perché la realtà zoppica!
La speranza è l'ultima a morire ma la prima ad ammalarsi!






Speranza è sinonimo di illusione. Se si è saggi non ci si abbandona all'illusione, ma fanciullescamente si vuol credere nel positivo e quindi sperare, e quindi illudersi.............



Prometeo e Pandora – Mitologia

Prometeo, il cui nome significa «colui che riflette prima», era figlio del titano Giapeto e di Climene; ebbe come fratelli Epimeteo, «colui che riflette dopo il fatto», Atlante e Menezio.

Prometeo, pur appartenendo ai ribelli Titani, si schierò dalla parte di Zeus e convinse il fratello Epimeteo a fare altrettanto.
Atena, nata dalla testa di Zeus, fu assai gentile e benevola con Prometeo, gli insegnò arti utilissime come l’architettura, l’astronomia, la matematica, la medicina, la metallurgia e la navigazione.
Prometeo trasmise agli uomini, da lui stesso creati, quanto apprese dalla dea. Zeus, però, non approvava la benevolenza di Prometeo e considerava i doni del titano troppo pericolosi, perché in tal modo gli uomini sarebbero divenuti sempre più potenti e capaci.
Quanto a Prometeo, questi non aveva una grande fede nel senno di Zeus e, per metterlo alla prova, avendo ucciso un toro per un sacrificio, nascose nella pelle dell’animale la carne migliore e poi fece un mucchio più grosso con le ossa, col grasso e con le interiora, lasciando scegliere a Zeus quale dei due mucchi preferisse. Zeus scelse il mucchio più grosso e fu gabbato. Irato, Zeus tolse il fuoco agli uomini, condannandoli a mangiare la carne e gli altri cibi crudi. Prometeo, allora, con l’aiuto di Atena, entrò nell’Olimpo, sottrasse una fiaccola e la portò agli uomini, insegnando loro a mantenerla accesa. Zeus per vendicarsi di questo ulteriore affronto, ordinò a Efesto di forgiare una donna bellissima, la prima del genere umano, sulla quale i Venti alitarono lo spirito vitale. Tutte le dee dell’Olimpo le recarono doni meravigliosi. A questi doni, Zeus aggiunse un misterioso vaso chiuso che mai avrebbe dovuto essere aperto. La fanciulla fu chiamata Pandora, che in greco significa appunto che essa aveva ricevuto «tutti i doni».


Pandora fu mandata in dono al fratello di Prometeo, Epimeteo, che però la rifiutò. Zeus, più indignato che mai per l’affronto subito prima da uno poi dall’altro fratello, per punire Prometeo, lo fece incatenare mani e piedi al Caucaso e ordinò a un avvoltoio di divorargli ogni giorno il fegato, che però durante la notte ricresceva, così da rinnovare continuamente il tormento.

Epimeteo, dispiaciuto per la sorte del fratello, si rassegnò a sposare Pandora.
Pandora si rivelò tanto stupida quanto bella, perché sventatamente e per pura curiosità aprì il vaso donatole da Zeus, che mai avrebbe dovuto aprire. In quel vaso erano stati rinchiusi tutti i mali che possono tormentare l’uomo: la fatica, la malattia, la vecchiaia, la pazzia, la passione e la morte. Essi uscirono e immediatamente si sparsero fra gli uomini; solo la speranza, rimasta nel vaso tardivamente richiuso, da quel giorno sostenne gli uomini anche nei momenti di maggiore scoramento.

Con questa paradossale leggenda i Greci dimostravano l’origine della donna e giustificavano qualche giudizio poco riguardoso nei suoi confronti: in fondo essa era stata inviata da Zeus come punizione.

Fu Eracle a liberare dal tormento Prometeo, dopo che questi svelò che se Zeus avesse sposato Teti, la dea del mare, dalle loro nozze sarebbe nato un figlio che lo avrebbe cacciato dal trono, proprio come Zeus aveva fatto con Cronos e come Cronos in precedenza aveva fatto con Urano. Conosciuto il segreto, Zeus perdonò Prometeo e, per scongiurare definitivamente il pericolo che lo minacciava, si affrettò a sposare Hera, e fece sposare Teti a un mortale, Peleo.

Prometeo godé di un culto molto diffuso in Atene, tanto che la città gli dedicò delle feste pubbliche, le Prometheia, nelle quali si percorrevano le strade correndo con fiaccole accese per celebrare i più grande dono che Prometeo aveva fatto all’umanità: il fuoco.

http://www.studiarapido.it/prometeo-e-pandora-mitologia/

L'immaginazione galoppa perché la realtà zoppica! 
La speranza è l'ultima a morire ma è la prima ad ammalarsi.


Pace....Fede....Amore....
Le Quattro Candele, bruciando, si consumavano lentamente.
Il luogo era talmente silenzioso che si poteva ascoltare la loro conversazione.

La Prima Candela diceva:
"IO SONO LA PACE
Ma gli uomini non riescono a mantenermi: penso proprio che non resti altro da fare che spegnermi!".
Così fu, e a poco a poco, la candela si lasciò spegnere completamente.

La Seconda Candela disse:
"IO SONO LA FEDE
Purtroppo non servo a nulla. Gli uomini non ne vogliono sapere niente di me, e per questo motivo non ha senso che io resti accesa".
Appena ebbe terminato di parlare, una leggera brezza soffiò su di essa e la spense.
Triste Triste,

La Terza Candela a sua volta disse:
"IO SONO L' AMORE
Non ho la forza per continuare a rimanere accesa. Gli uomini non mi considerano e non comprendono la mia importanza.
Essi odiano perfino coloro che più li amano, i loro familiari."
E senza attendere oltre, la candela si lasciò spegnere.

INASPETTATAMENTE.................
un bimbo in quel momento entrò nella stanza e vide le TRE CANDELE SPENTE.
Impaurito per la semi oscurità disse:
"MA COSA FATE VOI DOVETE RIMANERE ACCESE, IO HO PAURA DEL BUIO!"
E così dicendo scoppiò in lacrime.

Allora La Quarta Candela impietositasi disse:
"NON TEMERE, NON PIANGERE:

POTREMO SEMPRE RIACCENDERE,
LE ALTRE CANDELE:
Io Sono LA SPERANZA".
Con gli occhi lucidi e gonfi di lacrime, il bimbo presela LA CANDELA DELLA SPERANZA, E RIACCESE TUTTE LE ALTRE.

CHE NON SI SPENGA MAI LA SPERANZA DENTRO IL NOSTRO CUORE..................
E CHE CIASCUNO DI NOI POSSA ESSERE LO STRUMENTO, COME QUEL BIMBO, CAPACE IN OGNI MOMENTO DI RIACCENDERE CON LA SUA SPERANZA:
LA FEDE, LA PACE E L' AMORE!!!.
di: una tribù che balla




La speranza e' uno stato di fiduciosa attesa rispetto a qualcosa di cui non possiamo essere certi ...
Preferisco il dubbio alla certezza .. Solo così ho la possibilità di pormi domande, crescere, ragionare e agire .. Non e' certo uno stato di passività' :)




La speranza deriva dal latino: spes ultima dea, ovvero la speranza è l'ultima possibilità disponibile all'uomo...quindi, denota un'incertezza, un forse che potrebbe succedere. Beh che dire,per te è uno stato di fiduciosa attesa? A me non sembra, la fiducia c'è se credi pienamente, il credere è un agire che muove delle forze, è un 'energia...la speranza è ferma, è passiva. speri ma nello stesso tempo credi che non sia vero che accada....lo stesso discorso vale per i miracoli, è il credere che fa succedere!!! Il dubbio ti stimola? Interessante, ma secondo te gli scienziati, i grandi pensatori sono stati stimolati dal dubbio o credevano fermamente nelle loro idee?







Giuseppe Ferrari

Il femminile traumatizzato e il “pericolo” della sua natura divina


Viene in mente il titolo di un libro di racconti della scrittrice giapponese Banana Yoshimoto, Il corpo sa tutto. Oltre a sapere tutto, il corpo femminile trattiene, custodisce, a volte nasconde, o al contrario esibisce platealmente, la ferita d’origine. Il femminile traumatizzato (Persiani editore) racconta una storia antichissima, sempre reiterata, di repressione e annientamento del femminile da parte del potere patriarcale in Occidente; storia che al di là delle apparenze continua a reincarnarsi perché il trauma collettivo, storico-culturale, si manifesta ogni volta da capo in forma di ferita individuale ed esistenziale sulla pelle o sotto la pelle di ognuna. L’autrice, Rossella Sofia Bonfiglioli, antropologa e psicoterapeuta, dà un taglio originale a un’indagine ancora troppo minoritaria: rintraccia in chiave medico-antropologica attraverso il linguaggio dei sintomi la neutralizzazione della potenza femminile. Cosa è avvenuto nella storia? Come è stato permesso al femminile di esserci, esistere? A che prezzo? Cosa si è dovuto rimuovere e sacrificare di sé per non essere ‘arse’ ai roghi perpetui, almeno all’apparenza? L’operazione fondamentale è stata la repressione dell’istinto di aggressività femminile fino a raggiungere una convenzionale ‘ipoaggressività’, aspetto a tal punto ‘naturalizzato’ che nei secoli si è costruita un’iconografia della donna all’insegna di debolezza, fragilità, dipendenza, depressione, malinconia come fossero suoi connotati di natura.

Icona di questo tradimento/travisamento, la Madonna, così come è rappresentata nell’iconografia convenzionale cattolica: passiva, inconsapevole, contenitore funzionale alla procreazione del figlio di dio, quando invece la vera divinità è in lei,perché vergine, ovvero non contaminata ma in contatto spirituale col cosmo. L’altra operazione decisiva compiuta dalla cultura patriarcale misogina è stata, appunto, l’aver privato il cielo e le stelle della componente divina femminile, l’aver spogliato la donna della sua divinità, obbligato le divinità a declinarsi al maschile o, al limite, al neutro. Con queste due operazioni di neutralizzazione del femminile, non è restato alla donna che fare del proprio corpo mutilato uno strumento di comunicazione, protesta, grido, ribellione, insurrezione, atto di accusa. Allora il corpo si è messo a bollire e ribollire, a fare il pazzo, a incutere terrore, trasformando in sintomi ‘psicopatologici’ la costrizione, la rimozione, la marginalizzazione, la censura subite a poter essere sé, fino al capolavoro di comunicazione e strategia di resistenza creativa che è stata l’isteria al femminile deflagrata nell’Ottocento. Rendiamo grazie alle isteriche, è proprio il caso di dire, rendiamo grazie alle isteriche è l’invito delle autrice perché davvero loro è il regno dei cieli, non solo quello della terra dove l’imperio maschile le ha precipitate. Loro hanno fatto esplodere le sbarre della galera, incrinato il grande edificio e dato avvio a una nuova storia: l’inizio dellapsicoanalisi considerata con il femminismo la grande rivoluzione del ‘900. Che poi quest’inizio sia stato segnato dal misogino patriarca Freud che, lo racconta il fallimento del caso di Dora, voleva aggiustare le cose secondo una solita logica maschile, e sia: ma proprio la scoperta dell’inconscio da parte di Freud “costringe la medicina e la psichiatria a interrogarsi sull’anima, tappa fondamentale per aprire la strada a una generazione di psicoanaliste-guaritrici fino alle luminose visioni di Luce Irigaray, filosofa e psicoanalista francese. Ora che la violenza esplode in tutto l’edificio sociale, forse è tempo di dare ascolto alla divinità nella donna e trovare un dialogo tra maschile e femminile a cominciare dalle differenze.
In principio ci sono stati i miti fondativi che spiegano il nostro essere state messe a tacere da subito: il mito di Pandora, capolavoro e caposaldo della misoginia greca, “indica una delle grandi radici della stigmatizzazione del potere e della conoscenza del femminile all’interno della storia patriarcale dell’Occidente nella cui tradizione culturale il peccato originale viene strettamente legato alla donna, primaria latrice di tutti i mali”. Pandora riceve da Zeus un vaso con la raccomandazione di non aprirlo. Lei, curiosa, lo fa e libera tutti i mali del mondo. Resta al fondo del contenitore solo la speranza. Il corpo contenitore della donna conserva la speranza, ma contiene anche tutti i segreti più pericolosi, la ‘colpa’ iniziale  che accomuna Pandora, Lilith, Eva: storie di disobbedienza a un logos maschile. E i miti stanno a raccontare “la repressione dell’intero complesso istintuale-creativo femminile” da parte dell’inconscio collettivo.
Il trauma di questa storia occidentale “o più propriamente la sua memoria incorporata è psicoterapeuticamente e antropologicamente da considerare come causa significativa (cioè dotata di senso, eppure poco nominata, cioè nascosta, misconosciuta) delle nuove sintomatologie che esplodono nel corpo femminile a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento nel cuore dell’Europa razionalistica e scientifica moderna”. L’autrice rintraccia nei sintomi diagnosticati dalla biomedicina e biopsichiatria in chiave riduzionista sul corpo delle donne precise forme di resistenza, “critiche incarnate rispetto a ideologie di potere dominanti”. Ecco un repertorio di diagnosi nella storia medica occidentale: “stati alterati di coscienza (trance, possessione demoniaca, stregoneria, estasi mistica), disturbi psichici della personalità (manie ossessive, isteria, nevrastenia, nevrosi, schizofrenia), comportamenti compulsivi e dipendenza (cibo: anoressia, bulimia e sostanze: alcolismo, tossicodipendenze), scompensi bio-funzionali associati al sistema circolatorio e immunitario (iper e ipo tensione, mal di cuore, stress e sindromi da fatica cronica), disagi associati al sistema nervoso (ansia, depressione, fobie, attacchi di panico)”. Cambiano le forme esteriori: dal corpo stregonesco siamo passati “al corpo isterico prima quindi al corpo nevrotico, bulimico, chirurgizzato, anestetico del Duemila”.

È evidente, secondo le indicazioni di Luce Irigaray cui l’autrice dedica un sentito omaggio e che ricorda per aver de-costruito gli scritti di Freud ma anche dialogato con essi in forme creative, che occorre ora più che mai passare da una cultura per secoli e tuttora a soggetto unico, all’insegna del pensiero maschile universale neutro, a una cultura che verta sulla differenza ignorata o rimossa: il corpo sessuato della donna non ridotto all’uno al medesimo. L’autrice ha ben imparato a riconoscere la persistenza dell’antico trauma e i suoi segnali corporei anche nella stanza della terapia delle pazienti attuali: “l’antico trauma può provocare una  paralisi alle gambe o alle braccia, può dare dolori cronici alla cervicale o alla schiena, può produrre una sindrome da affaticamento cronico o una grave amenorrea, emicranie, sintomi respiratori o gastrointestinali, coliche, incubi, visioni, pianti improvvisi”: tutti segnali non solo di un abuso sessuale magari subito nell’infanzia, quanto di un antico trauma individuale storico-culturale che ha provocato nella donna “un disordine intimo, una sofferenza un’assenza, una mancanza di senso”. Ecco perché la relazione di cura, gli strumenti della psicoterapia vanno integrati con gli strumenti culturali dell’analisi medico-antropologica. E il senso della donna, la realizzazione del sé, si realizzerà quando le verrà restituito ciò che le è stato amputato: la sacralità incarnata, il dono dell’integrità spirituale, l’essere collegata con il cosmo. “Attraverso il vasto continente della vita di una donna si disegna l’ombra di una spada, attraversare l’ombra della spada si può rendere la vita di una donna molto più interessante, ma anche più pericolosa”, scrisse Virginia Woolf. Bisogna correre il pericolo di tornare divine.


Titolo: Il femminile traumatizzato.
Un’analisi medico-antropologica nella cultura patriarcale in occidente
Autore: Rossella S. Bonfiglioli
Editore: Persiani
Dati: 2011, 172 pp., 16.90 €


Tiresia
Tiresia è una figura della mitologia greca. Il celebre indovino era figlio di Evereo, della stirpe degli Sparti, e della ninfa Cariclo. Tiresia ebbe una figlia, Manto, anche lei indovina.
Il mito racconta che passeggiando sul monte Cillene (o secondo un'altra versione Citerone), vide due serpenti che copulavano, ne uccise la femmina perché quella scena lo infastidì. Nello stesso momento Tiresia fu tramutato da uomo a donna. Visse in questa condizione per sette anni provando tutti i piaceri che una donna potesse provare. Passato questo periodo venne a trovarsi di fronte alla stessa scena dei serpenti. Questa volta uccise il serpente maschio e nello stesso istante ritornò uomo.
Un giorno Zeus ed Era si trovarono divisi da una controversia: chi potesse provare in amore più piacere: l'uomo o la donna. Non riuscendo a giungere ad una conclusione, poiché Zeus sosteneva che fosse la donna mentre Era sosteneva che fosse l'uomo, decisero di chiamare in causa Tiresia, considerato l'unico che avrebbe potuto risolvere la disputa essendo stato sia uomo che donna. Interpellato dagli dei, rispose che il piacere sessuale si compone di dieci parti: l'uomo ne prova solo una e la donna nove, quindi una donna prova un piacere nove volte più grande di quello di un uomo. La dea Era, infuriata perché l'indovino aveva svelato un tale segreto, lo fece diventare cieco, ma Zeus, per ricompensarlo del danno subito, gli diede la facoltà di prevedere il futuro e il dono di vivere per sette generazioni.
In altre versioni del mito fu la stessa madre a chiedere il dono della profezia, dopo che la dea Atena lo aveva accecato per punirlo di averla vista nuda mentre si faceva il bagno.
Nel corso dell'attacco degli Epigoni contro Tebe, Tiresia fuggì dalla città insieme ai tebani; sfiancato si riposò nei pressi della fonte Telfussa dalla quale bevve dell'acqua gelata e morì. In un'altra versione l'indovino, rimasto a Tebe con la figlia Manto, venne fatto prigioniero e mandato a Delfi con la figlia, dove sarebbero stati consacrati al dio Apollo. Tiresia morì per la fatica durante il cammino.
La storia di Tiresia è narrata tra gli altri da Ovidio nelle metamorfosi (per quanto riguarda l'episodio di "transessualità") e da Stazio nella Tebaide.
Dante Alighieri lo citò vicino al suo rivale in divinazione nella guerra di Tebe, Anfiarao, tra gli indovini nella quarta bolgia dell'ottavo cerchio dei fraudolenti nell'Inferno (XX, 40-45). Il poeta fiorentino però non fa accenno alle sue arti divinatorie ma cita solo il prodigio del cambio di sesso dovuto all'aver colpito due serpentelli, che rese necessario colpirli di nuovo sette anni dopo. Forse all'Alighieri qui interessava solo deprecare come i maghi talvolta adulterano le cose naturali con il loro intervento. Tiresia è condannato a vagare eternamente con la testa ruotata sulle spalle, che lo obbliga a camminare indietro in contrappasso con il suo potere "preveggente" in vita. Anche sua figlia Manto si trova nello stesso girone.

http://youtu.be/WL8mA4wzorY







Prometeo e Pandora – Mitologia
La punizione di Atlante e di Prometeo.
Coppa in ceramica, VI secolo a.C.
(Roma, Vaticano, Museo Etrusco).



René Magritte, Il vaso di Pandora, 1951


Immagine: John William Waterhouse - Pandora

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