martedì 30 gennaio 2018

L'anima non ha pace, il sonno non chiude i miei occhi, amore arde tutti i giorni e le notti. Vis nulla est animi, non somnus claudit ocellos, noctes atque dies aestuat omnes amor.

L'anima non ha pace,
il sonno non chiude i miei occhi,
amore arde tutti i giorni e le notti.
Vis nulla est animi,
non somnus claudit ocellos,
noctes atque dies aestuat omnes amor.

Graffito nella Domus Tiberiana sul Palatino,
in Carmina Latina Epigraphica 943.


Catherine Fiore. Un ramo della psicologia, chiamato terapia narrativa, sostiene che la nostra identità venga plasmata in base alle storie che raccontiamo su noi stessi e sugli altri. Per questo motivo, il linguaggio e le parole che usiamo e abbiamo a disposizione sono cruciali per definire chi siamo e come comprendiamo noi stessi. La parola non è un semplice significante passivo, ma un’affermazione performativa che agisce per noi e in un certo senso allestisce il nostro palcoscenico.




Un ramo della psicologia, chiamato terapia narrativa, sostiene che la nostra identità venga plasmata in base alle storie che raccontiamo su noi stessi e sugli altri. Per questo motivo, il linguaggio e le parole che usiamo e abbiamo a disposizione sono cruciali per definire chi siamo e come comprendiamo noi stessi. La parola non è un semplice significante passivo, ma un’affermazione performativa che agisce per noi e in un certo senso allestisce il nostro palcoscenico.




Ho studiato una cosa simile che parte dal pensiero della narrativita antropologica che ha come base che il cervello stesso non sia solo logico scientifico ma anche e soprattutto narrativo e sociale...il proprio Sé viene costruito in narrazioni. Vedi per esempio la lettura di Bruner (dal 1986) Kieran Egan; per la filosofia Dennett Daniel (consciousness explained) keep voci di: narrative mind. 
Frank Smith; Polkinghorne ; Damasio Antonio: Descartes' error et altri.

domenica 28 gennaio 2018

Policleto. Doriforo. A proposito di scultura, in quel tempo progredisce la civiltà e vennero stabiliti rapporti matematici tra le varie membra di un essere umano. L’insieme fu chiamato “canone”. Questa concezione sta alla base del periodo “Classico” dell’arte greca, unita ad un risultato di movimento del corpo che si nota osservando l’opera d’arte. Uno dei massimi esponenti è Policleto da Argo (V sec. a.C.) con la statua del "Doriforo" (cioè portatore di lancia). Perso l’originale in bronzo, la copia più completa resta quella proveniente da Pompei, adesso custodita al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, di cui non è stata trovata la lancia. Immaginiamo un reticolato di 5 quadrati in orizzontale e 8 in verticale. La testa viene adottata come misura base che deve riempire un quadrato diventando 1/8 dell’altezza totale. Mani e piedi 1/16. Da notare inoltre che tracciando una X si osserva il chiasmo, questa figura retorica che va una estremità all’altra contrapposta.

DORIFORO DI POLICLETO (ca 450 a.C.)

Pompei e le meraviglie dell'arte greca: 
''Il Doriforo''
La scultura fu rinvenuta nella Palestra cd. Sannitica, è databile per contesto ad età augustea (27 a.C. – 14 d.C.) o tra la fine del II e l’inizio del I sec. a.C.. Serviva a ricordare ai giovani aristocratici la loro appartenenza al mondo classico ed agli ideali della cultura greca. Considerata la più completa copia del Doriforo in bronzo di Policleto, rappresenta un giovane portatore di lancia nudo. Il braccio destro è dritto lungo il fianco, il sinistro flesso a reggere una lancia andata perduta, mentre la testa, con i capelli resi a ciocche ondulate, è appena volta verso destra. In questa celebre copia pompeiana, è possibile notare l’utilizzo dello schema chiastico (che riproduce cioè la figura della lettera greca X, chi), creato da Policleto, e consistente sull’opposizione reciproca delle singole parti del corpo: al braccio sinistro piegato corrisponde la gamba destra tesa, al braccio destro teso, la gamba sinistra flessa.

Museo Archeologico di Napoli
Anima Vesuviana



A proposito di scultura, in quel tempo progredisce la civiltà e vennero stabiliti rapporti matematici tra le varie membra di un essere umano.

L’insieme fu chiamato “canone”.
Questa concezione sta alla base del periodo “Classico” dell’arte greca, unita ad un risultato di movimento del corpo che si nota osservando l’opera d’arte.

Uno dei massimi esponenti è Policleto da Argo (V sec. a.C.) con la statua del "Doriforo" (cioè portatore di lancia). Perso l’originale in bronzo, la copia più completa resta quella proveniente da Pompei, adesso custodita al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, di cui non è stata trovata la lancia.

Immaginiamo un reticolato di 5 quadrati in orizzontale e 8 in verticale.
La testa viene adottata come misura base che deve riempire un quadrato diventando 1/8 dell’altezza totale. Mani e piedi 1/16. 
Da notare inoltre che tracciando una X si osserva il chiasmo, questa figura retorica che va una estremità all’altra contrapposta.

Inoltre la posizione del Doriforo: arto fermo contrapposto al piede piegato e viceversa, con testa rivolta da un lato, dà la famosa idea del movimento in scultura.





Marbet Rossi 
Maggior morbidezza e dinamismo vennero introdotte nel IV secolo da Prassitele, Skopas e Leocares. Con Lisippo e l'inizio dell'età ellenistica si ha il cosiddetto "secondo canone". 


Eduardo Nasti 
Interpretazione del Doriforo di Policleto secondo Vincenzo Franciosi
Negli ultimi anni è stata presentata dal dottor Vincenzo Franciosi una nuova lettura della statua da tutti conosciuta come il Doriforo di Policleto, teoria che ha messo in discussione l’identificazione ormai sicura di una delle statue più studiate e conosciute al mondo. 

Secondo tale teoria la statua in questione doveva presentarsi in altro modo.
Lo studioso ha avanzato l’ipotesi che il Doriforo non portasse nel braccio sinistro la lancia, perché in tal caso avrebbe distrutto la composizione armonica della figura.

L’avambraccio che risulta piegato all’altezza del gomito e portato leggermente in alto, non sosteneva la lancia ma lo scudo oplitico. Infatti la mano sinistra stringeva l’attacco anteriore dello scudo, ciò si deduce dalla conformazione delle dita della mano, che appunto portano a pensare che stringesse non una forma cilindrica (tipica della lancia), ma arcuata (manico dello scudo).

Inoltre sempre sull’avambraccio sinistro Franciosi ha individuato due macchie che formano segmenti verticali, probabilmente causate dal bracciale dello scudo che si indossava sull’avambraccio.

L’analisi si sposta poi sul braccio destro, il quale è leggermente staccato dal corpo, portato in avanti e in tensione. La mano destra per la sua conformazione interna, quadrangolare, stringeva un oggetto che Franciosi ha rintracciato nell’impugnatura di una spada. Questa teoria, rivede quindi l’intera interpretazione della statua, che non è più “Il portatore di lancia”, bensì il “Nudus telo incessens”, sempre opera di Policleto.

Ario Miller 
interessante, questa ricostruzione posizionale interpretativa di Franciosi, benché torni assai più fascinosa la precedente: quest'ultima, con lo scudo al posto della lancia, è alquanto... normalizzata, stucchevole, benché più verosimile. L'altra, ha viceversa di estraniato, ciò che per l'appunto da sempre tende ad esprimere o evidenzia un artista, foss'anche devoto a un realismo inveterato. 

Comunque sia, considerati i kanoi che per la scultura greca si valutano, questo (perduto ma noto) di Policleto (che vuole la testa 1/8 del tutto; le spalle e il braccio esclusa la mano, pari a 2/8; il busto a 3/8 e gli arti inferiori 4/8, con disposizione degli arti a piegamenti alterni) è austero. 
Non dico di severità dorica, ma di un misto dorico e ionico in età classica, sì. 
Mentre quello lisippèo (solo ipotetico ma verificabile sui corpi statuari) è decisamente più elastico, sciolto. Espressione cioè di un dinamismo al naturale, per l'appunto, e per questo anche di un'età e un pensiero più aperti. Dove la testa è un 1/9 del tutto, il resto di conseguenza proporzionale, con gli arti non solo chiasmici, ovvero in posizione incrociata a "chi" (la X greca), o libera secondo i casi, ma potenzialmente attivi, tendenti al moto e a una gestualità. 
Che è, nell'insieme, una figura più longilinea, elegante, vivace. 
Quanto alle mani del Doriforo e alle dita che... "tengono", l'impressione "a distanza" (certo Franciosi analizza e attesta de visu), è che esse, piuttosto, non "stringano", bensì "sostengano appena" un qualcosa. Nello specifico, la spada nella dx e un qualcos'altro con la sin. 
Volendoci immedesimare, se "sosteniamo" una lancia (quando essa è quindi in riposo), la mano così rialzata la tiene seguendone l'obliquità (e le dita non stringono con durezza). Per di più, dovrebbe esserci un appoggio dell'asta all'altezza della spalla, unica ragione combinata giustificante, questa, per un avambraccio così sollevato. Sempre che l'asta non sia tenuta in posizione verticale. Ove "reggessimo" invece l'impugnatura superiore (o anteriore) dello scudo oplitico, la tensione delle dita e della mano, per sostenerne il peso (tale scudo tondo è enorme e pesante), le disporrebbe tutte parallele a stringere con forza il laccio. Con esse il pollice, che concorrerebbe a legare, stringendolo. Quanto alla mano dx e le dita che sostengono la spada, l'evidenza notata da Franciosi è sostenibile. Ma qui si impongono due domande: qual era, nell'originale di Policleto, la posizione vera delle dita della mano sin, considerato che del Doriforo si hanno solo copie con lievi varianti specie nelle mani? E cosa esprimeva il Doriforo: un guerriero platonico (che offre impavido il proprio corpo al nemico), o piuttosto aristotelico (che cioè si difende per attaccare e offendere più a ragione)?

domenica 21 gennaio 2018

Knut Hamsun. Pan, Sappiate che è tutt'altro che impossibile! dice con impeto. No, è meglio di voi, riesce a stare in una casa senza rompere tazze e bicchieri, e le mie scarpe con lui sono al sicuro. Sì. Lui sa stare in mezzo alla gente, mentre voi siete ridicolo, mi vergogno per voi, siete insopportabile, lo capite? Le sue parole mi colpirono profondamente, chinai il capo e risposi: Avete ragione, non so stare in mezzo alla gente. Abbiate pietà, voi non mi capite, io preferisco vivere nel bosco, quella è la mia gioia. Qui, nella mia solitudine, non fa del male a nessuno che io sia come sono; ma quando mi trovo con altre persone, allora devo mettere tutto il mio impegno per essere come devo. (…) Da voi ci si può aspettare il peggio da un momento all'altro, proseguì lei. Alla lunga, ci si stanca di dovervi accudire.

Era di nuovo primavera.
E la primavera è quasi insopportabile per i cuori sensibili
Knut Hamsun,  Sognatori


"Sappiate che è tutt'altro che impossibile! dice con impeto. No, è meglio di voi, riesce a stare in una casa senza rompere tazze e bicchieri, e le mie scarpe con lui sono al sicuro. Sì. Lui sa stare in mezzo alla gente, mentre voi siete ridicolo, mi vergogno per voi, siete insopportabile, lo capite?
Le sue parole mi colpirono profondamente, chinai il capo e risposi: Avete ragione, non so stare in mezzo alla gente. Abbiate pietà, voi non mi capite, io preferisco vivere nel bosco, quella è la mia gioia. Qui, nella mia solitudine, non fa del male a nessuno che io sia come sono; ma quando mi trovo con altre persone, allora devo mettere tutto il mio impegno per essere come devo. (…) 
Da voi ci si può aspettare il peggio da un momento all'altro, proseguì lei. 
Alla lunga, ci si stanca di dovervi accudire". 
Knut Hamsun, "Pan", capitolo XXIV.


Knut Hamsun.
di Mattia Biancucci - 16 novembre 2015 [...]

Knut Hamsun in realtà si chiamava Knud Pedersen e nacque il 4 Agosto del 1859. [...] 
Le sue radici affondano nel mondo contadino, in senso stretto, e nulla avrebbe lasciato presagire la nascita di un individuo dalle doti stilistiche così spiccate. Quel mondo rurale, cadenzato dall’incedere delle stagioni, che sarà lo sfondo di tutta la sua produzione romanzesca. Crebbe in povertà nel Nordland, già all’età di 3 anni ebbe la sfortuna di conoscere la fame, una condizione che lo accompagnerà per buona parte della sua vita. Un’infanzia mai realmente vissuta, tra il disagio della povertà estrema ed uno zio che lo aveva privato degli svaghi e dei giochi dei bambini.

Benché Hamsun abbia sofferto molto a causa di questo zio, fu proprio grazie a quest’ultimo che il futuro premio Nobel scoprì l’amore per la letteratura.  La privazione dell’infanzia verrà ricompensata dal sapere acquisito: sin da subito, infatti, spiccarono le doti che fecero di lui “un intellettuale in calzoni corti dalle attitudini aristocratiche, che aveva preso l’abitudine di considerare le contrade norvegesi con occhio distante e vagamente altero”.

Come Edevart, personaggio del suo celebre romanzo Vagabondi, durante l’adolescenza si abbandonerà in lunghi viaggi alla scoperta delle bellezze mistiche della sua terra, la Norvegia. 
Gli anni errabondi non costituiranno affatto un periodo bohémien, bensì uno studio formativo, una fase di formazione propedeutica all’attività letteraria. Egli, infatti, era in grado di estrapolare dal reale la propria visione narrativa: traendo spunto dalla realtà, rintracciava il proprio filone letterario. Tutto diveniva esperienza, tutto sarebbe divenuto scrittura. Le persone con cui faceva conoscenza subivano sin da subito il fascino dei suoi modi aristocratici. Nonostante gli umili natali, Hamsun era quello che si definisce un  “aristocratico di spirito”: un pò popolano, un pò gentiluomo.

Benché la sua produzione letteraria fosse già prolifera dall’età di 17 anni, il romanzo che lo porterà agli onori della cronaca sarà Fame. Come in tutta la produzione hamsuniana, quest’opera trascende la semplice narrazione, divenendo un’esposizione immaginifica dal retrogusto marcatamente autobiografico. Quest’opera, infatti, verrà partorita a seguito dei due sfortunati viaggi negli Stati Uniti. Un’esperienza che segnerà indelebilmente la sua elaborazione romanzesca. Contrariamente alle sue aspettative, in quelle terre troverà tutt’altro che un sogno; il suo soggiorno d’oltreoceano sarà bensì caratterizzato da una miseria estrema. Fame rappresenta di fatto un’aspra critica nei confronti del mondo industriale, responsabile di una progressiva alienazione degli individui.

Come accennato poc’anzi, i suoi numerosi viaggi furono una vera e propria esperienza propedeutica. Per Hamsun era, infatti, fondamentale assimilare le tradizioni locali. Fu proprio il suo itinerario caucasico ad acuire la sua già spiccata fascinazione per la Russia. Questa civiltà orientale, o per meglio dire eurasiatica, costituisce – secondo Hamsun – il punto di partenza  di un’autocritica occidentale: ogni cultura deve svilupparsi secondo la propria logica. Un’attitudine che fa di Hamsun un scrittore neo-eurasiatico spurio, che lo avvicina in un certo senso al pensiero del più attuale Aleksandr Dugin.

Nonostante fosse un uomo tendenzialmente laico, criticherà aspramente lo spirito razionale ed analitico europeo.

Nel suo capolavoro, Misteri, il protagonista, Johan Nilsen Nagel, inebriato dai fumi dell’alcool si abbandona ad una digressione, sfidando gli assiomi della Modernità. «Quale profitto c’è in fondo, anche parlando da un punto di vista unicamente pratico, a spogliare la vita di ogni poesia, di ogni sogno, di ogni misticismo e di ogni menzogna». Un pensiero che verrà riproposto spesso nell’arco della narrazione, rimarcandone i contenuti.

Negli anni a cavallo tra il XIX ed il XX secolo Hamsun, lasciatosi alle spalle un matrimonio fallimentare, si trasferirà con la seconda moglie, Marie, in campagna, con l’obiettivo di impiantare una fattoria. In questi anni scriverà numerosi romanzi di successo tra cui Sognatori, Sotto le stelle d’autunno e Pan. In quest’ultimo romanzo si richiamano gli eroi di “Misteri” e di “Fame”, questi tre protagonisti sono, infatti, accomunati da una spiccata intelligenza accompagnata da un’attitudine morbosa ed angosciante, tipica della letteratura romantica.

Il 1920 segnerà per Hamsun un anno di svolta, in cui le sue fatiche letterarie saranno internazionalmente riconosciute con l’assegnazione del Premio Nobel. Il risveglio della Terra sarà, infatti, il romanzo che consacrerà l’umile scrittore norvegese nell’olimpo dei grandi del Novecento. Un romanzo che suggellerà la critica all’industrializzazione che ha marginalizzato il lavoro manuale, imbarbarendo la figura del contadino e della vita rurale
In incipit è possibile rintracciare un richiamo a Pan: 
«Il lungo, lunghissimo sentiero fra gli acquitrini e le foreste, chi l’ha tracciato, se non l’uomo? Prima di lui, niente sentiero; dopo, di quando in quando, sulla landa e per le paludi, un animale seguì la via appena percettibile e la marcò con un’impronta più netta. Alcuni Lapponi, fiutata la pista della renna, cominciarono poi a servirsi del sentiero nelle loro corse di fjeld in fjeld. Così nacque il sentiero nell’Almenning, il vasto territorio senza padrone, la terra di nessuno».

Sin da subito si rinviene uno dei topoi ridondanti nella narrazione hamsuniana. 
La Natura, infatti, non è un semplice sfondo sul quale inscenare le storie degli uomini, bensì la condizione necessaria per la vita. Nonostante ne fosse anteriore, è possibile rinvenire in Hamsun la concezione jüngeriana del bosco, ovvero  “ogni luogo dove il Ribelle possa praticare la resistenza”. Nelle radure i personaggi dello scrittore norvegese sembrano trovare rifugio nei confronti della società borghese. Ogniqualvolta essi valichino le soglie del bosco, ne usciranno rinvigoriti e rigenerati dalle ferite che il mondo moderno incide sulle loro carni.

Hamsun è un eroe antimoderno, ostile alla civiltà liberale anglo-sassone, la stessa che ha sacrificato le tradizioni, la Natura e la bellezza sull’altare del libero mercato. Sin dalla giovane età, mostrerà un audace apprezzamento per il mondo germanico, vedendo nel nazionalsocialismo un antidoto alla decadenza occidentale. Verso la fine degli anni Trenta, lo scrittore sosterrà apertamente il partito nazionalista di Quinsling, divenuto in seguito collaborazionista dopo l’invasione tedesca della Norvegia.  Una posizione che pagherà caro: ormai sordo e novantenne verrà processato e condannato per alto tradimento.
Condividerà lo stesso destino di Ezra Pound, dapprima richiuso in un manicomio ed in seguito in una casa di cura, dove trascorrerà i suoi ultimi giorni. Tuttavia regalando al mondo un ultimo capolavoro. Un lascito ai posteri: Per i sentieri dove cresce l’erba.

http://www.lintellettualedissidente.it/homines/knut-hamsun/

lunedì 8 gennaio 2018

Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray. L’uomo che sa tutto: ecco l’ideale moderno. E la mente dell’uomo che sa tutto è una cosa terribile. E’ come un negozio di cianfrusaglie, pieno di polvere e di mostruosità, dove ogni cosa ha un prezzo suepriore di quel che vale.



"Lo studio era pieno dell'odore intenso delle rose, e quando la brezza estiva passava tra gli alberi del giardino, penetrava dalla porta aperta il profumo pesante del glicine o la fragranza più delicata del biancospino." 
Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray, incipit 


«Ho la sensazione di aver dato tutta la mia anima a qualcuno che la usa come se fosse un fiore da mettere all'occhiello, una piccola decorazione per gratificare la sua vanità, un ornamento per un giorno d'estate».

Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray


Un grido di orrore uscì dalle labbra del pittore appena vide il volto orripilante che gli sogghignava dalla tela. Qualcosa in quell’espressione lo riempì di disgusto. Era il viso di Dorian Gray quello che stava guardando! 
Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray 


La vita non è retta dalla volontà o dalle intenzioni. La vita è una questione di nervi di fibre e di cellule in lenta formazione, in cui il pensiero si nasconde e la passione elabora i suoi sogni. Puoi immaginare di essere salvo e crederti forte, ma una nota casuale di colore in una stanza o nel cielo mattutino, un particolare profumo che un tempo hai amato e che associ a sottili ricordi, il verso di una poesia dimenticata che ti si ripresenta, il ritmo di un pezzo musicale che hai smesso di suonare…ti dico Dorian, da queste cose dipende la vita.
Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray 



Chi sia padrone di sè può porre termine a una sofferenza con la stessa facilità con cui inventa un piacere. Non voglio essere in balìa delle mie emozioni. Voglio servirmene, goderle e dominarle.
Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray 

Ogni impulso che cerchiamo di soffocare fermenta nella nostra mente e ci avvelena
Il corpo pecca una volta sola e supera subito il peccato, perchè l’azione è un modo di purificarsi. Allora non rimane più nulla, salvo il ricordo del piacere, o il lusso di un rimpiantoL’unico modo di liberarsi di una tentazione è abbandonarvisiResisti e la tua anima si ammalerà del desiderio delle cose che si è proibite, di passione per ciò che le sue stesse mostruose leggi hanno reso mostruoso e illegale.
Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray 


Solo le passioni o i dispiaceri superficiali continuano a vivere, 
mentre i grandi amori, o i grandi dolori, sono distrutti dalla loro stessa pienezza.
Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray 


Curare l’anima con i sensi e i sensi con l’anima. 
C’erano le fumerie d’oppio, dove si poteva comperare l’oblìo, 
rifugi d’orrore dove era possibile distruggere il ricordo di vecchi peccati 
con la follia di peccati nuovi.
Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray 


Le buone influenze non esistono, signor Gray. 
Tutte le influenze sono immorali…immorali dal punto di vista scientifico.
-Perchè?
-Perchè influenzare qualcuno significa dargli la propria anima
non pensa più con i suoi pensieri spontanei, nè arde delle sue passioni spontanee. 
Non ha virtù proprie. I suoi peccati, se cose come i peccati esistono, sono presi a prestito
Diventa l’eco della musica suonata da un altro, l’interprete di una parte che non è stata scritta per lui.
Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray 


Tuttavia una volta mi hai avvelenato con un libro…
Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray 

Sarebbe stato meglio, per lui, se ogni peccato avesse portato con sé il suo castigo certo e immediato. Il castigo purifica. Non “perdona i nostri peccati”, ma “colpiscici per le nostre iniquità” dovrebbe essere la preghiera dell’uomo nei confronti di un Dio più giusto.
Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray 



Sono le passioni sulla cui origine c’inganniamo quelle che ci tiranneggiano di più
Le nostre motivazioni più deboli sono quelle di cui siamo consapevoli, di cui conosciamo la natura. Spesso accade che quando pensiamo di condurre esperimenti sugli altri, in realtà stiamo sperimentando noi stessi.
Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray 


L’esperienza non aveva un valore etico, era semplicemente il nome che gli uomini davano ai loro errori. Di regola, i moralisti l’avevano ritenuta un avvertimento, avevano sostenuto che essa aveva una certa efficacia nella formazione del carattere, l’avevano esaltata come qualcosa che ci insegnava la via da seguire e ci mostrava quella da evitare. Ma nell’esperienza non c’è alcuna forza motrice. In realtà dimostrava solo che il nostro futuro sarà uguale al nostro passato e che il peccato che abbiamo commesso una volta, con disgusto, lo ripeteremo molte volte con gioia.
Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray 


Non approvo né disapprovo, mai. E’ un atteggiamento assurdo nei confronti della vita. 
Non veniamo al mondo per sciorinare i nostri pregiudizi morali
Non bado mai a quello che dicono le persone comuni 
e non mi intrometto mai nel comportamento delle persone affascinanti.
Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray 



L’uomo che sa tutto: ecco l’ideale moderno. 
E la mente dell’uomo che sa tutto è una cosa terribile. 
E’ come un negozio di cianfrusaglie, pieno di polvere e di mostruosità, 
dove ogni cosa ha un prezzo suepriore di quel che vale.
Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray 


La ragazza rise di nuovo. Nella sua voce c’era la gioia di un uccellino in gabbia
Gli occhi colsero la melodia e la riversarono splendendo; si chiusero per un attimo, come per nascondere il segreto. Quando si riaprirono, su di loro era passata l’ombra di un sogno.
La saggezza dalle labbra sottili le parlava dalla poltrona consunta, le consigliava prudenza prendendola a prestito da quel libro delle vigliaccherie il cui autore scimmiotta il nome del buon senso. Sibyl non l’ascoltava, era libera nella prigione della passione. Il suo principe, il principe azzurro, era con lei. Aveva chiesto alla memoria di riprodurglielo, aveva mandato la sua anima a cercarlo e questa glielo aveva riportato. Il suo bacio le ardeva sulle labbra, le sue palpebre erano calde del suo respiro.
Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray 


Discute continuamente solo chi ha esaurito l’intelligenza.
Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray 


C’è una sola cosa al mondo peggiore del far parlare di sé 
ed è il non far parlare di sé.
Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray 


Dietro ogni cosa squisita c’era sempre qualcosa di tragico. 
Interi mondi dovevano agire per far fiorire un minuscolo fiore
Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray 


Parole! Semplici parole! Quant’erano terribili! Quant’erano chiare, vivide, crudeli! 
Ad esse non si poteva sfuggire. E tuttavia quale sottile magia contenevano. Sembravano capaci di dare forma plastica a cose informi, sembravano possedere una musica loro propria, dolce come quella della viola o del flauto. Semplici parole! C’era qualcosa di altrettanto reale quanto le parole?
Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray 


E la bellezza è una manifestazione del genio. In realtà è più elevata del genio, perchè non ha bisogno di spiegazioni. E’ una delle grandi cose del mondo, come la luce del sole o la primavera, o come il riflesso nell’acqua cupa di quella conchiglia argentea che chiamiamo luna. Non può venire contestata. Regna per diritto divino e rende principi coloro che la possiedono.
Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray 


La osservò con quello strano interesse per le cose prive d’importanza che cerchiamo di sviluppare quando le cose importanti ci fanno paura, quando ci agita un’emozione nuova che non sappiamo esprimere, o quando un pensiero terrorizzante d’improvviso ci assedia la mente chiedendo la nostra resa.
Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray 


Sempre! Che parola tremenda. Mi fa rabbrividire ogni volta che la sento. 
Alle donne piace moltissimo usarla. Rovinano tutto ciò che vi è di romantico cercando di farlo durare in eterno. E poi è una parola priva di significato. L’unica differenza tra un capriccio e la passione di una vita è che il capriccio dura un po più a lungo.
Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray 


Le volevo molto bene. La casa è vuota senza di lei. 
Ovviamente la vita coniugale è solo un’abitudine, una cattiva abitudine
Ma si rimpaingono sempre le perdite. anche delle peggiori abitudini. 
Forse sono quelle che si rimpiangono di più. 
Sono una parte così essenziale della nostra personalità.
Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray 


La fedeltà è per la vita emotiva quello che la coerenza è per la vita intellettuale
una semplice confessione di fallimento. Fedeltà! 
Un giorno dovrò analizzarla. C’è in essa l’amore per il possesso. 
Ci sono molte cose che getteremmo via se non temessimo che altri se ne impadronissero.
Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray 


Oggi la gente conosce il prezzo di tutto e non conosce il valore di nulla.
Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray 

Oggigiorno i giovani pensano che il denaro sia tutto.
-Si – mormorò Lord Henry – e quando invecchiano se ne rendono conto.
Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray 


Io faccio molta differenza tra le persone. 
Scelgo gli amici per la bellezza, 
i conoscenti per il buon carattere e i nemici per l’intelligenza.
Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray 


Quando si espone un’idea a un vero inglese, il che è sempre un atto temerario, costui non si sogna nemmeno di valutare se l’idea è giusta o sbagliata. L’importante per lui è sapere se chi l’ha esposta ne è convinto o meno.
Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray 

Le emozioni hanno il vantaggio di condurci fuori strada, 
mentre il vantaggio della scienza è quello di essere priva di emozioni.
Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray 


Mi piace troppo leggere libri per darmi la pena di scriverne.
Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray 


Gli uomini si sposano perché sono stanchi, 
le donne perché sono curiose e ambedue rimangono delusi.
Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray 

Quando si è innamorati, si comincia sempre ingannando sé stessi
e si finisce sempre ingannando gli altri.
Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray 


Mio caro ragazzo, nessuna donna è un genio. 
Le donne sono un sesso decorativo. 
Non hanno mai nulla da dire, ma lo dicono con grazia. 
Le donne rappresentano il trionfo della materia sull’intelletto, 
proprio come gli uomini rappresentano il trionfo dell’intelletto sulla morale.
Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray 


I figli cominciano con l’amare i propri genitori; 
crescendo li giudicano e, a volte, li perdonano.
Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray 


C’è una voluttà nell’autoaccusa. Quando ci rimproveriamo sentiamo che nessun altro ha il diritto di farlo. E’ la confessione, non il prete, a impartirci l’assoluzione.
Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray 

C’è una fatalità nei buoni propositi: 
vengono presi sempre troppo tardi.
Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray 


Quell’incredibile memoria che hanno le donne! Che cosa spaventosa! 
Quale enorme ristagno intellettuale rivela! 
Si dovrebbero assorbire i colori della vita, 
mai ricordarne i particolari. i particolari sono sempre volgari.
Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray 


Le donne ci amano per i nostri difetti. 
Se ne abbiamo a sufficienza, ci perdonano tutto, persino l’intelligenza.
Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray 

Temo che le donne apprezzino la crudeltà, la crudeltà brutale, più di ogni altra cosa. 
Hanno istinti meravigliosamente primitivi. Le abbiamo emancipate, ma loro rimangono egualmente delle schiave alla ricerca del padrone. Amano essere dominate.
Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray 


Ma non commise mai l’errore di arrestare il suo sviluppo intellettuale accettando formalmente un credo o un sistema, o di confondere con la casa dove si vive una locanda adatta solo per il sonno di una notte o per le poche ore di una notte senza stelle in cui la luna si mostra a fatica.
Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray 

Nessuna teoria della vita gli pareva avere qualche importanza se paragonata alla vita stessa. 
Era acutamente consapevole di quanto sia sterile ogni speculazione intellettuale quando è separata dall’azione e dall’esperienza.
Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray 

Quando si voltava a guardare il cammino dell’uomo nella storia, 
un senso di perdita lo ossessionava. 
A quante cose si era rinunciato! E per un così misero fine!
Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray 

Provò un’infinita tristezza al pensiero della rovina che il tempo infliggeva alle cose belle e meravigliose.
Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray 

Il destino non invia araldi. 
E’ troppo saggio o troppo crudele per farlo.
Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray 



A pochi di noi non è mai capitato di svegliarsi prima dell’alba, sia dopo una di quelle notti senza sogni che quasi ci fanno innamorare della morte, che dopo una di quelle notti di orrore e di gioia mostruosa quando nelle regioni della mente passano fantasmi più terribili della realtà stessa, fantasmi imbevuti di quella vita ricca di colore che si nasconde nelle cose grottesche e che dà all’arte gotica la sua duratura vitalità, essendo quest’arte, si potrebbe pensare, propria di chi ha avuto la mente turbata dal malanno della reverie………
Nulla appare cambiato. Dalle ombre della notte esce di nuovo la vita che conosciamo
Dobbiamo riprenderla dove l’abbiamo lasciata e a questo punto, pian piano, ci pervade la terribile sensazione di dover continuare a impiegare energia nello stesso monotono circolo di abitudini stereotipate, o anche il desiderio sfrenato che una mattina i nostri occhi si possano aprire su un mondo che nell’oscurità si è rinnovato per il nostro piacere, un mondo dove le cose abbiano nuove forme e colori, siano diverse o abbiano altri segreti, un mondo in cui il passato abbia poca o nessuna importanza.
Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray 



Forse non ci si sente mai a proprio agio come quando si recita una parte.
Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray 

E’ davvero così terribile l’insincerità? 
Io non credo: è semplicemente un metodo che ci permette di moltiplicare la nostra personalità.
Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray 

Il peccato è una cosa che si stampa sulla faccia di un uomo: non lo si può nascondere.
Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray 


La moderazione è fatale: l’abbastanza è cattivo come un pasto, 
il troppo è buono come un banchetto.
Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray 


Quello che il fuoco non distrugge, indurisce.
Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray


Amo troppo leggerli [i libri], per aver voglia di scriverli.
Certo mi piacerebbe scrivere un romanzo – bello come un tappeto persiano e altrettanto irreale.
Ma da noi si leggono solo giornali, abbecedari ed enciclopedie. Di tutti i popoli del mondo, gli inglesi sono quelli che hanno meno il senso di bellezza in letteratura.
Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray



«Basta», balbettò Dorian Gray, «basta, mi sconvolgete.
Non so che cosa rispondere Tacete, lasciatemi pensare. 
O meglio, lasciate, che tenti di non pensare».
Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray, p. 31





https://frasiarzianti.wordpress.com/2009/02/26/il-ritratto-di-dorian-gray-wilde/

venerdì 5 gennaio 2018

Lo scisma d’Oriente.

Lo scisma d’Oriente.

Quando nel 1054 il Papa di Roma e il Patriarca di Costantinopoli si scomunicarono a vicenda probabilmente nessuno immaginò che il cristianesimo si era appena spezzato in due tronconi che da quel momento avrebbero viaggiato per strade diverse. Il motivo è che per secoli le due facce del cristianesimo si erano ora scontrate violentemente ora riappacificate e quindi nulla dava da supporre che stavolta le cose sarebbero andate diversamente; invece la frattura perdurò, si incancrenì e continua ancora oggi per cui credo sia giusto raccontare di come la chiesa ortodossa divenne un fratello perduto (anche se oggi si dice solo separato).

Lo scisma derivò da ragioni tanto politiche quanto religiosa. 
La liturgia orientale aveva iniziato a distanziarsi da quella occidentale, o forse sarebbe più corretto dire che fu Roma a distanziarsi dato che Costantinopoli si attenne sempre a una visione rigidamente dogmatica, sin dai tempi in chi la chiesa aveva iniziato a organizzarsi come istituzione. 

Due esempi principali di queste differenze sono l’uso del pane lievitato al posto di quello azzimo nella comunione e il celibato dei preti che per le chiese orientali era da imporre solo dai vescovi in su mentre i presbiteri e i chierici potevano liberamente sposarsi; tali questioni possono apparire di poco conto, ma bisogna entrare nella mentalità di un’epoca in cui la religione era un elemento centrale della vita di ogni individuo. 

Il primo grande scontro religioso si accese però quando l’Impero bizantino entrò nell’epoca della crisi iconoclasta: tra il 726 e  l’843 d.c. alcuni imperatori tentarono di imporre come eresia il culto delle icone considerate come un ritorno all’idolatria pagana. Questo progetto si scontrò sia contro il netto rifiuto del Papa che del Patriarca di Costantinopoli, Roma però era lontana così il patriarcato per poter resistere dovette mobilitare l’intera chiesa orientale chiamando a raccolta i monaci e i fedeli. Alla fine, anche per la necessità di un’unità interna al fine di poter resistere alla spinta degli arabi, gli imperatori dovettero capitolare e abbandonare l’iconoclastia decretando la vittoria dei patriarchi che avevano nel corso degli anni acquisito grande autorità e prestigio per aver condotto la lotta.

In contemporanea con questi fatti nella notte dell’800 d.c. Carlo Magno veniva incoronato Imperatore dal Papa, con quest’atto si metteva in discussione l’unicità dell’impero e la pretesa di Bisanzio di essere l’unico legittimo erede della romanitas. Con quest’atto il papa aveva di fatto spostato il suo asse d’alleanza dai bizantini ai franchi e gli imperatori di Costantinopoli reagirono incoraggiando l’autonomia del patriarcato per usarlo in funzione anti papale. Durante l’ottavo secolo dopo cristo inoltre iniziò la grande opera di cristianizzazione delle tribù slave dei Balcani ad opera dei fratelli Cirillo e Metodio, la conversione prima dei bulgari e in seguito dei russi non fece altro che accentuare i problemi con Roma perché il patriarcato insistette perché le nuove chiese si riconoscessero come sottoposte alla sua autorità anziché a quella del papa.

E’ in questa situazione che si giunse al primo confronto muscolare quando nell’858 il reggente Barda destituì l’allora patriarca Ignazio in favore di Fozio, brillante studioso di teologia e abile diplomatico; a Roma però sul seggio di Pietro era appena salito Niccolò I fermamente intenzionato a rafforzare l’universalismo del pontefice e che quindi, per rimettere in riga i bizantini, dichiarò nulla la nomina di Fozio. Il patriarca però era ben deciso a resistere e anzi rilanciò mandando una lettera a Roma in cui rivendicava l’autonomia e il primato di Bisanzio arrivando ad accusare il papa di eresia a causa della dottrina del Filioque o processione dello Spirito Santo dal Padre al Figlio. Questa è una questione dogmatica estremamente complessa che proverò a spiegare, ma sin da ora chiedo venia se non dovessi riuscire ad essere troppo chiaro: recitando il Credo i cattolici affermano “credo nello Spirito Santo che è il signore e dà la vita e procede dal Padre e dal Figlio”, la problematica riguarda quel “e dal Figlio” (in latino appunto Filioque) perché originariamente nel concilio di Costantinopoli si era detto che lo Spirito Santo procede solo dal Padre

Il cambiamento di dottrina in occidente era già in uso agli inizio del 600 d.c., ma divenne dogma nell’810 quando papa Leone III ratificò il nuovo credo approvato al concilio di Aquisgrana solo che quando si provò ad introdurlo in oriente scoppiò lo scontro con Fozio. Il Patriarca sosteneva infatti che presupporre due cause per lo Spirito Santo diminuiva la “monarchia” del Padre e la divisione della Trinità confondendo tra loro Padre e Figlio, per Fozio solo la prima versione del credo che non conteneva il Filioque era dogmatica

Si capisce il paradosso in cui si trovò Niccolò I che aveva chiamato a rispondere il patriarca per deporlo e si vedeva invece dare da questi dell’eretico, sottoterra c’era però anche un problema politico perché Roma non ci stava a vedersi sottrarre tutte le masse neobattezzate degli slavi e iniziò a inviare propri missionari per contendere il campo a quelli bizantini. Comunque nessuna delle due parti intendeva retrocedere e così si arrivò alla rottura nell’867 quando un sinodo a Costantinopoli scomunicò il papa accusandolo di eresia. Poco dopo questo trionfo però Fozio fu a sua volta deposto a causa di uno dei tanti cambi di regime che sconvolgevano la corte bizantina e tanto il papa quanto il vecchio-nuovo patriarca Ignazio volevano ricomporre la frattura; si giunse così a un compromesso: la chiesa bizantina avrebbe smesso di affermare che il Filioque era eretico (divenne “sconveniente) mentre Roma accettava che in oriente si continuasse a recitare il credo secondo il vecchio rito.

La crisi era superata però aveva acuito ancora di più le distanze tra le liturgie e la dogmatica delle due anime della chiesa inoltre il patriarca aveva accettato di recedere dalla strada dello scontro frontale, ma non di sottomettersi a Roma o di rinunciare alla sua pretesa di primato sulle altre chiese che si stavano formando nell’est Europa. Le due parti rimasero così in guerra fredda per un secolo, ma sembrava fossero in grado se non di andare d’accordo quanto meno di convivere anche se la fine dell’universalismo dell’impero aveva di riflesso inflitto un duro colpo al parallelo universalismo della chiesa. Per il grande storico dell’Impero Bizantino Georg Ostrogirsky è un errore credere che fu il cesaropapismo a determinare la rottura finale anzi a Bisanzio era proprio l’imperatore quello che teneva di più a preservare l’unità perché tanto più forte era l’idea di un universalismo cristiano tanto più forti erano le corrispondenti pretesi imperiali soprattutto sull’Italia, dove in quel momento gli ultimi avamposti bizantini erano presi d’assalto dai normanni. I segnali però di insofferenza del patriarcato a una sua sottomissione, anche solo formale, al papa erano sempre più forti e se già dopo l’anno 1000 il nome del pontefice non compariva più negli atti del patriarcato nel 1024 questo ottenne su un papato debole una grande vittoria vedendo riconoscere alla chiesa di Costantinopoli il  ruolo di “universale nella sua sfera”. Sembrava si stesse andando a un mantenimento dell’unità cristiana attraverso il compromesso di una divisione delle sfere d’influenza tra Roma e Bisanzio, ma quando il papato, liberatosi dall’opprimente abbraccio dell’imperatore d’occidente, fu contagiato dallo spirito riformista di Cluny che propugnava un ritorno al primato assoluto della santa sede si andò di nuovo verso lo scontro frontale. Sfortuna volle che da entrambi i lati della barricata vi fossero uomini estremamente sicuri di sé e delle loro ragioni: a Bisanzio era appena divenuto patriarca Michele Cerulario fermo assertore di una volontà di potenza della chiesa orientale mentre a Roma il braccio destro del papa era il cardinale Umberto capo della corrente antibizantina che intendeva annullare tutto ciò che il patriarcato aveva strappato a Roma.

Finché si rimase sulle questioni politiche parve che un accordo di massima fosse possibile dato il reciproco interesse di fare fronte comune contro i normanni che avanzavano dal sud Italia, ma quando si scese sul campo della liturgia e della dottrina (di nuovo il Filioque) lo scontro apparve subito insanabile perché nessuna delle due parti era disposta a fare passi indietro. Astutamente Michele Cerulario si appoggiò alla massa dei fedeli mettendo in primo piano le questioni liturgiche, perché facilmente comprensibili anche dall’uomo comune, e approfittò del fatto che in tutto l’oriente non c’era nessun altro vescovo o patriarca a cui Roma potesse appoggiarsi in funzioni anti-bizantina perché tutte le principali diocesi erano indebolite dal fatto di essere finite sotto il dominio degli arabi. Quando infine giunse a Costantinopoli un’ambasciata, la quale di fatto chiedeva la resa del patriarca, guidata dal cardinale Umberto questi, confortato dal supporto datogli dal debole imperatore Costantino IX che non voleva la rottura, il 16 Luglio del 1054 depose sull’altare di Santa Sofia la bolla papale di scomunica contro il patriarca e i suoi seguaci dicendo “Dio veda e giudichi!”. Michele però facendo appoggio sui fedeli e sulle gerarchie ecclesiastiche obbligò l’imperatore ad allinearsi alla sua posizione e così poté convocare un sinodo in cui contro scomunicò il papa e i suoi legati. Lo scisma era consumato. Paradosso della storia il papa che aveva inviato quell’ambasciata, Leone IX, era morto ad Aprile quando i suoi legati erano ancora in viaggio per cui è dubbio che essi avessero ancora l’autorità per scomunicare il patriarca.

Come detto sulle prime nessuno si accorse che qualcosa di irreparabile era successo, di scontri, l’abbiamo visto, ve ne erano già stati e questo non sembrava diverso dai precedenti per cui tutti rimasero in attesa della riconciliazione attraverso un nuovo compromesso. La riconciliazione non avvenne però e gli anni iniziarono a passare aumentando il solco tra le due chiese finché nel 1204 non venne la quarta crociata e la conquista latina di Costantinopoli, i bizantini identificarono i fratelli separati con gli occupanti e questo non fece che accrescere la loro ostilità verso di loro e il papato che aveva bandito la crociata (sebbene almeno nel suo esito il Papa non ebbe colpe). Su spinta degli imperatori nei concili di Lione (1274) e di Firenze (1445) si tentò un effimero ritorno all’unità, ma entrambe le volte fu un fallimento perché il papato non accettava nulla di meno che un resa incondizionata, che nessun in oriente né tra i fedeli né tra gli ecclesiasti era disposto a concedere, mentre gli imperatori erano mossi solo dalla speranza di poter ottenere l’aiuto occidentale nella loro sempre più disperata resistenza contro l’avanzata dei turchi. Quando infine nel 1453 Costantinopoli cadde il centro della cristianità ortodossa si spostò nelle steppe russe e la chiesa divenne un instrumentum regni dell’autocrazia degli Zar. Solo nel 1964 papa Paolo VI e il patriarca Atanagora si incontrarono a Gerusalemme scambiandosi un abbraccio e ritirando le rispettive scomuniche riaprendo tra le due chiese un dialogo rimasto interrotto per quasi mille anni.

http://www.restorica.it/medioevo/lo-scisma-doriente/

I diadochi ovvero l’eredità d’Alessandro Magno

I diadochi ovvero l’eredità d’Alessandro Magno – Parte I
Quando nel Giugno del 323 a.c. Alessandro il macedone si spense improvvisamente a Babilonia, dal Mar Tirreno sino alle sponde dell’Indo si estendeva il più grande impero che il mondo avesse mai visto. 

Tantissimo si è scritto dell’avventura di questo giovane ardito e controverso sovrano che, in una via di mezzo tra un sogno e la trama di una tragedia greca, prima si spinse fino ai confini del mondo conosciuto per poi morire nel momento del massimo trionfo, quasi come se la volontà di conquista fosse stata la sua forza vitale e, una volta venuta meno quella, nella più lo avesse tenuto legato a questo piano dell’esistenza. 

Nello spazio di un mattino Alessandro aveva gettato un ponte tra il giovane e rampante occidente e il millenario oriente; tra la Grecia della filosofia e della istituzioni create a misura d’uomo e l’Asia del misticismo e dell’eredità di imperi secolari. 

Meno conosciuta è la storia di come questa grande struttura andò in frantumi dividendosi in varie entità autonome e spesso in lotta tra loro nel tentativo di resuscitare il sogno di quell’unità andata così rapidamente perduta. Questa è la storia dei diadochi (successori) che, come i cani da rapina di Tarantino, furono amici prima e iene poi, finendo per sbranarsi a vicenda; nei libri di storia la loro vicenda è spesso schiacciata tra l’eclissi finale del mondo greco e la prorompente ascesa di Roma eppure furono loro a dare forma compiuta al progetto alessandrino di incontro tra la cultura dell’occidente e dell’oriente gettando le basi per quell’universo d’arte, letteratura e pensiero che, sotto il nome d’ellenismo, avrebbe segnato l’intero bacino del Mediterraneo sino al trionfo del cristianesimo. 

Tutto ebbe inizio a Babilonia nella stanza in cui un agonizzante trentaduenne Alessandro, circondato dai suoi generali ed amici, consegnò il suo anello con sigillo a Perdicca, la persona più vicina rimastagli dopo la morte dell’amato Efestione

Il problema che sin da subito si pose era che, tecnicamente, non c’era un erede o meglio tutti i possibili eredi legittimi erano assolutamente incapaci d’assumersi l’onore della guida del grande impero appena costruito: la sposa persiana di Alessandro, Rossana, portava in grembo un bambino mentre l’unico discendente vivente degli Argeadi, la casa reale di Macedonia, era Arrideo, figlio di una delle seconde mogli di Filippo II, vittima però sin dalla nascita di una serie di handicap mentali (forse un’epilessia unita a qualche altra patologia). 

Nel campo macedone si determinò sin da subito una spaccatura:
la cavalleria voleva attendere la nascita del figlio di Alessandro ed elevare questi al trono, mentre la fanteria fu per Arrideo in quanto comunque era il figlio del grande Filippo II la cui memoria era ancora viva in molti soldati

Si determinò così un compromesso, il primo dei tanti che avrebbero segnato questa storia: 
Arrideo salì al trono come Filippo III, ma con la condizione che, se il figlio di Alessandro e Rossana fosse stato un maschio, avrebbe condiviso il potere con questi. Ovviamente i problemi mentali di Arrideo e la minore età del bambino che nacque di lì a tre mesi, e che venne incoronato come Alessandro IV, rendevano necessaria una reggenza e tale ruolo fu assunto appunto da Perdicca il quale però dovette sin da subito trovare il giusto equilibrio tra la continuità della dinastia reale di Macedonia e gli appetiti dei generali di Alessandro

Era ovvio che la gestione di un impero così sconfinato richiedesse una minima decentralizzazione del potere a dei governatori, o satrapi volendo mantenere la vecchia denominazione achemenide; questi governatori non potevano che esseri gli stessi amici e compagni d’armi d’Alessandro i quali però una volta assunto il potere, mancando una forte autorità regale di riferimento, c’era il rischio potessero iniziare ad ambire di meritare di essere loro stessi a succedere al “conquistatore del mondo”. 

Difficile dire se già al momento della spartizione di Babilonia le speranze di mantenere l’impero sotto lo scettro dei Argeadi fossero poche o nulle oppure se, almeno in un primissimo momento, Perdicca e gli altri avessero davvero in animo di essere solo dei “custodi” per i legittimi eredi. 

Va sin da ora detto che la ricostruzione delle vicende dei diadochi è complicata dalla circostanza che non è giunta a noi nessuna opera di storici di lingua greca o latina sull’argomento; degli autori che trattarono questo periodo come Plutarco, Arriano, Cornelio Nepote o Pompeo Trogo o non sono giunte a noi le opere specificamente dedicate alla successione d’Alessandro o sono sopravvissute le biografia di singole figure, biografie in cui spesso più che il personaggio storico si andava a descrive una figura archetipa a scopo filosofico-moraleggiante. 

Tornando, dopo questa breve digressione, alle fasi immediatamente successive alla morte d’Alessandro abbiamo dunque Perdicca nel ruolo di reggente che deve decidere come e a chi assegnare le varie satrapie dell’impero mantenendo anche un equilibrio tra la vecchia guardia di coloro che era stati ufficiali già di Filippo II e i “giovani” della guardia del corpo di Alessandro che, in alcuni casi, avevano condiviso col defunto re l’educazione alla scuola di Aristotele. Per quanto attiene ai primi Antipatro venne confermato come governatore di Grecia e Macedonia, Antigono Monoftalmo ricevette la Frigia mentre Cratero, che in quel momento stava riconducendo a casa la parte d’esercito che non aveva seguito Alessandro nell’infernale traversata del deserto di Gedrosia, ricevette il non meglio precisato titolo di custode della regalità di Arrideo. 

Tra i giovani compagni d’Alessandro si distinsero in particolar modo Tolomeo che ricevette l’Egitto e Lisimaco che ottenne la Tracia (strategicamente fondamentale data la sua posizione a cavallo tra la parte europea e quella asiatica dell’impero); l’ex segretario di Filippo e di Alessandro Eumene di Cardia venne invece fatto satrapo della Cappadocia, anche se le sue origini greche generavano diffidenza sia tra le truppe che tra i diadochi. Altri ufficiali ed amici del defunto re ottennero satrapie e posizioni di vario tipo, ma finirono ben presto nell’ombra dei protagonisti delle vicende che di lì a poco si sarebbero accese. Interessante però notare come uno dei futuri protagonisti di questa vicenda, Seleuco, uscì quasi a mani vuote dalla spartizione di Babilonia; venne infatti nominato al prestigioso ruolo di comandante della cavalleria degli Eteri del re, senza però ricevere alcuna satrapia e dunque rimanendo sottoposto a Perdicca il quale mantenne il controllo del grosso di quello che era stato l’esercito di Alessandro e che adesso era accampato nei pressi di Babilonia

Tra i diadochi chi per primo mostrò segni d’inquietudine fu Tolomeo. 
Questi infatti aveva avuto la fortuna di ricevere il controllo di un territorio, l’Egitto, non solo etnicamente omogeneo, ma anche dotato di una millenaria struttura istituzionale-amministrativa ancora pienamente funzionante; il suo seguire l’esempio di Alessandro, tentando di farsi riconoscere come continuatore della tradizione dei faraoni come monarchi semi-divini, mostrava chiaramente quanto poca fosse la sua intenzione di sottomettersi alle direttive di Perdicca. Segno evidente di quest’intemperanza di Tolomeo fu il colpo di mano con cui il satrapo dell’Egitto “sequestrò” il corpo imbalsamato d’Alessandro, che Perdicca aveva intenzione di far riportare in Macedonia, per inumarlo prima nella necropoli di Saqqara e poi nell’oggi perduto Mausoleo appositamente costruito ad Alessandria

Nonostante questi screzi per i primi tre anni i diadochi si mantennero uniti affrontando insieme la così detta “guerra lamiaca”, cioè una rivolta anti-macedone di Atene, mentre Perdicca inaugurava quel sistema di alleanze matrimoniali che poi sarebbe diventata comune diplomazia tra i successori di Alessandro. Il reggente infatti prese in moglie Cleopatra, sorella di Alessandro Magno e vedova del re Alessandro dell’Epiro, ma proprio un matrimonio sarebbe stato all’origine della sua rovina
Il matrimonio in questione fu quello tra Filippo III e sua nipote Adea, la giovane era giunta a Sardi con la madre Cinnane, un’altra figlia di Filippo II, che però si scontrò con Perdicca finendo per essere fatta assassinare da questi. L’omicidio scandalizzò le frange più tradizionaliste dei macedoni, come detto ancora molto legate alla memoria di Filippo II, e ciò avvenne proprio nel momento in cui Antigono Monoftalmo, temendo che Perdicca potesse insidiargli la sua satrapia di Frigia, decise di rientrare in Macedonia per denunciare ad Antipatro e Cratero l’ambizione del reggente di usurpare il trono dei due giovani monarchi. A schierarsi con loro contro Perdicca furono sin da subito Tolomeo e Lisimaco, il primo perché temeva che prima o poi il reggente potesse fargli pagare la sua sempre più sfacciata condotta da sovrano indipendente, il secondo in quanto legato da un antico rapporto d’amicizia e collaborazione con Antipatro. 

La maggior parte dei satrapi dell’Asia rimase invece al fianco di Perdicca, ma tutti, ad eccezione di Eumene di Cardia lealmente fedele alle ultime volontà di Alessandro, pronti ad abbandonare la nave se questa avesse iniziato a fare acqua. Con lo sbarco di Antipatro e Cratero in Asia nei primi mesi del 320 a.c. ebbe inizio la prima guerra dei diadochi; Perdicca ordinò ad Eumene di contrastare la loro minaccia mentre lui si recava in Egitto per eliminare Tolomeo dall’equazione. L’ex-segretario di Alessandro svolse egregiamente il suo compito affrontando in battaglia le forze degli invasori e vincendole, vittoria che però per lui fu amara in quanto durante lo scontro morì Cratero di cui era stato un grandissimo amico. 

Antipatro decise di evitare ulteriori scontri e di muovere verso la Siria per provare ad unirsi con le forse di Tolomeo. Questi, consapevole della superiorità numerica dell’esercito di Perdicca, si accampò sulla sponda occidentale del Nilo presso Menfi, lasciando che fosse il fiume a vincere la battaglia per lui. I tentativi del reggente di traversare il sacro fiume furono infatti tutti dei fallimenti che costarono morti e feriti al suo esercito dove, ben presto iniziò a serpeggiare il malcontento; non ci volle molto perché scoppiasse un ammutinamento durante il quale Perdicca venne ucciso. 
Cornelio Nepote narra che a guidare l’azione e a colpire materialmente il reggente furono Seleuco e un altro ufficiale di alto rango di nome Antigene

Su suggerimento di Tolomeo l’esercito del fu reggente nominò due sovrintendenti alla transizione (Arrideo e Pitone) che decisero, dopo aver condannato a morte in contumacia Eumene per aver osato, lui greco, uccidere un generale macedone, di muovere verso Antipatro così da poter tenere un incontro con questi. 

Si giunse così alla seconda spartizione dell’impero di Alessandro in una non meglio precisata località della Siria di nome Triparadiso. Non appena giunti in loco Arrideo e Pitone, temendo il malcontento delle truppe che chiedevano il soldo arretrato e messi sotto pressione dalla moglie di Filippo III, che desiderava per sé la tutela del marito, si spogliarono volontariamente del loro ruolo chiamando una nuova assemblea dell’esercito perché scegliesse un nuovo reggente. 
La nomina cadde proprio su Antipatro il quale però, non avendo preso parte alla spedizione d’Alessandro, ignorava completamente la situazione asiatica e le necessità dei soldati macedoni in loco; un nuovo ammutinamento fu evitato solo dall’intervento di Antigono Monoftalmo e Seleuco che così guadagnarono ulteriori crediti presso il nuovo reggente. 

Antipatro decise di confermare a Lisimaco la Tracia e a Tolomeo l’Egitto, Selueco venne premiato per il suo tradimento con l’assegnazione dell’importante satrapia di Babilonia mentre Antigono Monoftalmo, oltre ad essere reinsediato in Frigia, venne incaricato della guerra contro Eumene di Cardia ricevendo però come capo della cavalleria, e sorvegliante, Cassandro figlio dello stesso Antipatro. 

Il reggente infine, molto tradizionalista e contrario al progetto di fusione oriente-occidente che era stato di Alessandro, decise di riportare in Macedonia i due sovrani. Il convegno di Triparadiso si concluse dunque con tutti i diadochi uniti contro il solo Eumene oggetto di una spietata caccia all’uomo in Anatolia da parte di Antigono Monoftalmo

Il nuovo equilibrio resse per quasi un anno durante il quale Seleuco si accattivò le simpatie della popolazione babilonese facendo ristrutturare il tempio di Baal, Tolomeo traghettò l’Egitto verso un’indipendenza sempre meno di mero fatto e Antipatro legò a sé tutti i diadochi dando loro in sposa una delle sue figlie: Fila sposò Demtrio figlio di Antigono Monoftalmo, Nicea sposò Lisimaco mentre Euridice sposò Tolomeo. Quando però nell’autunno 319 Antipatro morì di vecchiaia la situazione tornò in ebollizione; il reggente decise di lasciare il suo titolo non al figlio Cassandro, ma ad un altro vecchio generale di Filippo II cioè Poliperconte. Contrariato Cassandro decise di fuggire in Asia, probabilmente con l’aiuto di Lisimaco, per chiedere agli altri diadochi di supportarlo nell’ottenere cioè che riteneva suo per diritto ereditario. 

Antigono e Tolomeo, i quali ormai cercavano ogni occasione per aumentare la loro autonomia dal potere centrale, accolsero entusiasticamente il fuggiasco che già poteva contare sul supporto di Lisimaco, il quale mostrava così la sua intenzione di mantenere lo stretto legame di leale collaborazione con la dinastia degli Antipatridi. Poliperconte, resosi conto della minaccia, tentò di mettere in difficoltà il fronte nemico scatenando il caos nelle polis greche, quasi tutte rette da regimi oligarchici schierati a favore di Cassandro;  con un editto stilato a nome dei sovrani il reggente liberò le città greche dal controllo macedone invitandole ad abbattere le oligarchie installate dal suo predecessore. 

Ebbe così inizio la seconda guerra dei diadochi che ebbe tra le sue prime vittime Filippo III e sua moglie fatti uccidere da Olimpiade, madre di Alessandro Magno, che si vendicò così dell’offesa fattagli da Filippo II nel prendere in moglie la madre di questi. 

In Asia Antigono Monoftalmo cercò subito un accordo con Eumene di Cardia, assediato da quasi un anno a Nora in Anatolia, che accettò subito la proposta fattagli, salvo poi stracciarla quando gli giunse un’altra offerta di Poliperconte in nome dei sovrani di Macedonia legittimi successori di Alessandro Magno. Eumene si mosse così verso Oriente, inseguito dal Monotalmo, nella speranza di raccogliere l’alleanza di altri satrapi intenzionati, come lui, a restare fedeli alla dinastia degli Argeadi; giunto a Babilonia Eumene domandò il supporto il Seleuco il quale però rifiutò di entrare in relazioni con un condannato a morte in contumacia e chiese anzi ad Antigono di affrettare il passo perché, dalla Persia, stavano arrivando le truppe dei satrapi che avevano deciso di sostenere il cardiano. 

Le forze di questi erano superiore a quelle di Seleuco, ma il loro morale non era dei migliori perché non venivano pagate da molto tempo e non riuscivano proprio ad accettare l’idea di essere comandate da un greco. Eumene decise così di scendere a patti con Seleuco barattando la possibilità di passare indisturbato il Tigri in cambio della rinuncia ad atti ostili contro Babilonia; in tal modo il cardiano poté riunirsi a Susa con i suoi alleati orientali i quali però, anche loro, rifiutarono di riconoscere il suo comando. 

La soluzione pilatesca fu di istituire un comando democratico: ogni satrapo avrebbe mantenuto la guida delle sue forse e tutti si sarebbero riuniti giornalmente per decidere il da farsi… strada di sicuro successo. 

Frattanto Antigono Monoftalmo era giunto a Babilonia, dove aveva stretto un alleanza con Seleuco, e da lì si mosse vero la Susiana per affrontare Eumene; per mesi i due eserciti si confrontarono in scontri non risolutivi tra la Persia e la Media finché, nel gennaio 315, a Gabiene (forse l’odierna Isfahan in Iran) Antigono ottenne una vittoria decisiva, anche grazie alla defezione proprio delle truppe del cardiano che venne giustiziato pochi giorni dopo la battaglia. 

Seleuco venne ricompensato per essersi schierato dalla parte giusta con l’assegnazione, per mano di Antigono, della Susiana che poté aggiungere alla satrapia babilonese. Mentre in Asia finiva l’avventura di Eumene di Cardia, in Grecia Cassandro aveva ripreso il controllo di Atene, sostituendo il regime democratico da poco installatosi con un oligarchia censitaria guidata dal filosofo aristotelico Demetrio Falereo e imponendo l’installazione di una guarnigione macedone nel Pireo. 

Ripreso il controllo del grosso della Grecia continentale Cassandro si mosse verso Nord sconfiggendo Poliperconte, che fu costretto a trincerarsi in Etolia mantenendo il controllo di poche piazzeforti nel Peloponneso. Il figlio di Antipatro poté così entrare trionfalmente in Macedonia nell’estate del 316 a.c., rivendicare per sé il titolo di reggente e far giustiziare Olimpiade per l’assassinio di Filippo III. 

Sugello alla sua vittoria fu la creazione di un legame dinastico con gli Argeadi sposando Tessalonice, figlia di un altra delle varie mogli di Filippo II, a cui dedicò la nuova città che fece costruire sul golfo Termaico: Tessalonica l’odierna Salonicco. 

Nella primavera del 315 a.c. la seconda guerra dei diadochi si poté dire conclusa, ma stavolta non ci fu neanche la parvenza di una momentanea pace perché, non appena conclusa la pratica Poliperconte-Eumene, gli ex-alleati iniziarono subito a guardarsi in cagnesco. 

In particolare Tolomeo e Seleuco guardavano con sospetto Antigono Monoftalmo il quale, dopo la vittoria su Eumene, aveva esteso il suo controllo su tutta l’Anatolia, la Siria, la Palestina e la Mesopotamia. Se da un lato Tolomeo ormai sospettava automaticamente di chiunque potesse insediare il suo personale orticello sul Nilo, per quanto riguarda Selueco gli storici antichi affermano che l’attrito nacque allorché Antigono pretese i conti della satrapia babilonese nello stesso modo in cui lo avrebbe chiesto a un suo subordinato. Non sappiamo se questa storia sia vera, ma certamente non serviva questa offesa per spingere Seleuco a guardare con preoccupazione all’enorme potere che il Monoftalmo aveva acquisito al termine dell’ultima guerra. 

Temendo un colpo preventivo di Antigono, Selueco fuggì in Egitto e qui prese contatti anche con Cassandro e Lisimaco paventandogli la minaccia costituita dal nuovo “signore dell’Asia”. I quattro diadochi decisero così di stringere una formale alleanza militare e inviare un ultimatum ad Antigono nel quale gli imponeva di dividere con loro le terre acquisite dopo la vittoria su Eumene, di fronte al rifiuto del Monoftalmo, forse alla fine del 315 a.c., ebbe inizio la terza guerra dei diadochi
Si tratta del conflitto più difficile da ricostruire in quanto l’unico autore classico che ne tratta in un opera giunta sino a noi è Diodoro Siculo; sulla base del suo racconto possiamo affermare che i quattro avversari del Monoftalmo, che aveva per braccio destro il suo giovane, ma già brillante figlio Demetrio, cercarono di evitare che questi potesse concentrare le sue forze contro un avversario per volta portando avanti una strategia “totale” che costringesse Antigono a operare contemporaneamente su più fronti

Nello specifico Lisimaco e Cassandro passarono all’offensiva in Frigia per assumere il controllo dell’Egeo e dell’Ellesponto, così da evitare anche il rischio di un’invasione della Grecia dove le pulsioni anti-macedoni covavano sempre sotto la cenere, nonché provarono a spingersi fino in Cappadocia così da escludere Antigono dal Mar Nero; Tolomeo invece puntò sulla Siria e alle foreste di cedro del Libano così da impedire al Monoftalmo di costruire una flotta con cui controllare tutti il Mediterraneo Orientale, infine tutti furono concordi che Seleuco dovesse essere restaurato a Babilonia così da sottrarre all’avversario le poderose risorse finanziare provenienti da questa satrapia

Antigono però non rimase in attesa che i suoi avversari gli saltassero alla gola e, nella primavera del 314 a.c., mosse contro Tiro, alleata di Tolomeo, e inviò un suo collaboratore in Grecia per stringere un alleanza con Poliperconte, ancora asserragliato in Etolia. 

Ottenuto l’appoggio dell’ex reggente il Monoftalmo denunciò alle sue truppe Cassandro come una minaccia per il piccolo Alessandro IV, rivendicando a sé il titolo di suo tutore, e allo stesso tempo, con il così detto decreto di Tiro, proclamò che tutte le Polis greche sia in Ellade che in Asia Minore dovevano essere “libere, esenti da guarnigioni ed autonome”. Ovviamente con tale manovra Antigono contava di provocare un’ampia insurrezione anti-Cassandro in Grecia; Tolomeo, che aveva affidato la sua potente flotta a Seleuco, emise un decreto identico nel tentativo di accattivarsi i favori dei greci il che mostra che i diadochi, per quanto alleati contro il Monoftalmo, non perdevano di vista l’occasione di rosicchiarsi vicendevolmente posizioni di potere. Seleuco, al comando della flotta egiziana, prima tentò una dimostrazione di forza davanti a varie città schierate a favore di Antigono, ma questi riuscì a rincuorarle garantendo che col nuovo anno anche lui avrebbe avuto una flotta da contrapporre a quella nemica, poi tentò, fallendo, di prendere la città di Eritre di fronte all’isola di Chio. Ritiratosi a Cipro venne qui raggiunto da rinforzi inviati da Tolomeo coi quali acquisì il controllo della grande isola; questa divenne una base per colpire le forze antigonidi che traversavano la Cilicia per giungere in Siria e in questo contesto Policlito, luogotenente di Seleuco, ottenne una grande vittoria catturando una flotta del Monoftalmo e molti prigionieri. A seguito di questo successo Antigono e Tolomeo si incontrarono a Burrone, una non meglio precisata località sul delta del Nilo, per tentare di trovare un compromesso, ma la trattativa fallì e la guerra continuò. Antigono fu sin da subito molto attivo anche nel teatro dell’Egeo dove, sin dal primo anno di conflitto, aveva inviato suo nipote Polomeo con una forte forza per contrastare sia le iniziative navali di Seleuco, sia possibili tentativi d’invasione da parte di Cassandro e Lisimaco. Nel 313 a.c, poi il Monoftalmo, padrone finalmente di una consistente flotta, riuscì a spingere molte delle isole egee a schierarsi dalla sua parte e a tal fine venne creata la Lega degli isolani o seconda Lega di Delo. Come detto i suoi piani per la Grecia si fondavano anche sull’alleanza con Poliperconte, ma tale accordo naufragò ben presto il quanto il figlio dell’ex reggente, Alessandro, si fece irretire dalla promessa di Cassandro di farlo signore del Peloponneso cambiando repentinamente schieramento; sebbene Alessandro venne assassinato poco dopo l’energica moglie di questi, Cratesipoli, rimase fedele all’accordo col diadoco della Macedonia facendo fallire i piani di Antigono per l’apertura di un  vasto fronte greco nel conflitto. Sempre nel 313 a.c. lo stesso Cassandro provò a intervenire in Carisa per supportare le città alleate di Tolomeo, ma l’unico risultato che ebbe questa spedizione fu di spingere Antigono a lasciare la Siria, dove rimase suo figlio Demetrio, per assumere personalmente la conduzione delle operazioni nell’Egeo, con l’obiettivo ultimo di lanciare un’invasione della Macedonia. Per far questo però era necessario aprirsi una via d’accesso attraverso la Tracia di Lisimaco e, a tal scopo, Antigono tentò di allontanare l’attenzione di questi fomentando la rivolta delle polis sulla costa tracica del Mar Nero; il diadoco della Tracia riuscì però sia ad avere ragione delle città ribelli, sia a sbaragliare l’esercito antigonide inviato a loro supporto. Questa vittoria lisimachea spinse Cassandro a ritirarsi dai negoziati di pace che Antigono aveva di nuovo tentato di intavolare per spezzare il fronte dei suoi nemici; rimasto quindi solo con l’opzione militare il Monoftalmo nel 312 a.c prima riuscì a far sbarcare un esercito guidato da Ptolomeo in Beozia, da dove avrebbe tenuto per un po’ di tempo in scacco Cassandro, e poi tentò di forzare Bisanzio a schierarsi dalla sua parte per aprirsi il passaggio del Bosforo. La futura Costantinopoli però, avendo su di sé l’occhio vigile di Lisimaco, si mantenne neutrale costringendo così Antigono ad entrare negli accampamenti invernali senza essere riuscito a compiere significativi passi avanti nella risoluzione del conflitto. 

Franca Landucci, nel suo libro dedicato alle guerre dei diadochi, fa secondo me giustamente osservare come i maggiori meriti nel fallimento del Monoftalmo a passare in Europa vadano riconosciuti a Lisimaco il quale, dimostrando grandi abilità strategiche, fece buona guardia in Tracia tenendo così ben protette le spalle di Cassandro, il quale altrimenti avrebbe rischiato di ritrovarsi stretto tra le difficoltà in Grecia e un esercito antigonide proveniente dall’Asia. 

Il 312 a.c. fu negativo per lo schieramento del Monoftalmo anche in Siria; qui, come detto, era rimasto il figlio di questi Demetrio che si trovò a subire l’iniziativa di Tolomeo, il quale da tempo aveva progettato di estendere il suo dominio fino alla costa libanese. Dopo una devastante razzia navale lungo le coste della Cilicia e della Siria il diadoco d’Egitto venne convinto da Seleuco a tentare di ingaggiar battaglia contro Demetrio il quale, sicuro che ormai il periodo delle operazioni militari fosse concluso, si era già ritirato negli accampamenti invernali. Saputo invece che i suoi nemici erano entrati in Palestina spingendosi sin sotto Gaza, il figlio di Antigono decise, contro l’opinione dei consiglieri lasciatigli dal padre, di accettare lo scontro subendo una cocente sconfitta; non solo dovette ritirarsi, ma perse sia Gaza che il suo accampamento dove era anche il bagaglio reale. 

Seleuco decise di sfruttare il successo e, convinto Tolomeo a dargli forze sufficienti, tentò di recuperare Babilonia; Diodoro Siculo narra di questa spedizione verso Oriente coi toni drammatici di un’anabasi di Senofonte, tutto allo scopo di mostrare Seleuco, nei confronti del quale lo storico parteggia, come un predestinato alla gloria. In effetti il diadoco riuscì non solo a recuperare la sua satrapia, ma estese anche il suo dominio sulla Media e sulla Susiana; da parte sua Tolomeo concluse l’occupazione della Palestina e riconquistò Tiro e Sidone, ma fallì dal riuscire ad espellere Demetrio dalla Siria venendo da questi sconfitto. Nonostante questo successo Demetrio non si sentiva abbastanza forte per tenere testa da solo a Tolomeo per cui, agli inizi del 311 a.c., chiese a suo padre di raggiungerlo con dei rinforzi; Antigono, tramontate l’anno prima le sue speranze di passare l’Egeo, stipulò una tregua con Lisimaco a Cassandro per recarsi subito in Siria. 

Tolomeo scelse di evitare lo scontro abbandonando i territori conquistati, ma portando con se un grande bottino; in un primo momento Antigono parve intenzionato a tentare di attaccare l’Egitto, ma un nuovo fallimento di Demetrio contro i Nabatei e le notizie che giungevano da Babilonia lo spinsero, dopo aver inviato il figlio ad est, a intavolare trattative di pace anche con il diadoco d’Egitto. Si giunse così alla così detta pace dei Dinasti tra Antigono da un parte e Lismaco, Cassandro e Tolomeo dall’altro che, in sostanza, stabilì un ritorno allo status quo ante con da un lato la rinuncia del Monoftalmo a rivendicare per sé il titolo di reggente e, dall’altra parte, la rinuncia dei suoi avversari a ottenere porzioni dei suoi domini asiatici; infine, in senso più formale che sostanziale, venne ribadita la libertà delle polis greche. 

Da questa pace rimase escluso Seleuco il quale dunque rimase da solo a vedersela con Antingono, il diadoco di Babilonia però si stava dimostrando un avversario non facile da battere. Demetrio infatti, giunto in Mesopotamia, non riuscì a ingaggiare uno scontro decisivo in quanto la guarnigione lasciata da Seleuco a Babilonia, lui si era spinto ad est per allargare i suoi domini, in parte si ritirò nel terreno paludoso intorno alla città fatta evacuare, in parte si arroccò nelle due acropoli di cui solo di una gli antigonidi riuscirono ad ottenere la resa. 

Seleuco inoltre aveva il supporto della popolazione locale mentre le forze di Demetrio ed Antigono erano viste come spietati razziatori; gli storici classici narrano di una babilonide devastata dal conflitto con fame e misera diffusi in ogni strato della popolazione. Sebbene non abbiamo una cronaca esatta degli eventi di questo conflitto pare certo che, tra il 310 e il 309 a.c., lo stesso Antigono sia giunto a Oriente, ma, nonostante i tentativi fatti, alla fine fu costretto a ritirarsi senza essere riuscito a schiacciare la resistenza di Seleuco. 

Non abbiamo notizie di un accordo di pace tra i due diadochi, ma tutto lascia supporre che, almeno per il momento, il Monoftlamo dovette rinunciare alla sua speranza di restaurare il suo dominio sui territori ad est dell’Eufrate; che Seleuco sia uscito vincitore dallo scontro sembra poi confermato anche dal fatto che, questa sua restaurazione nel dominio di Babilonia, è l’anno zero dell’era seleucide cioè il nuovo sistema di computazione degli anni, adottato in quel periodo in Mesopotamia, che sarebbe rimasto in uso anche dopo la fine della dinastia dei seleucidi. 

Così, alla fine del 309 a.c., quello che era stato l’Impero di Alessandro Magno era di fatto stato diviso in cinque grandi domini autonomi: la Macedonia sotto Cassandro, la Tracia sotto Lisimaco, l’Egitto sotto Tolomeo, l’Asia Minore sotto Antigono e l’Oriente babilonico-persiano sotto Seleuco. Vittima di questo nuovo equilibrio fu il piccolo figlio di Alessandro Magno, Alessandro IV, fatto assassinare da Cassandro insieme alla madre Rossana; questo delitto ebbe certamente il consenso degli altri diadochi che ormai vedevano nel piccolo sovrano null’altro che un ostacolo alle loro ambizioni di completa autonomia. 

Si estinse così la dinastia degli Argeadi a neanche vent’anni dalla sua massima apoteosi. 
Comunque più che una pace quella dei Dinasti fu una tregua armata in attesa della successiva occasione di reciproco regolamento dei conti e sin dal 309 a.c. tutti i diadochi lavorarono alacremente per rafforzare la loro posizione sia da un punto di vista interno che estero. Fu in questo periodo che vennero fondate nuove città che sarebbero dovute diventare i centri del potere dei nuovi regni dei diadochi: Seleucia sul Tigri, Antigoneia sull’Oronte, Cassandrea nella penisola calcidica e infine Lisimachia nel Chersoneso tracico; non era una mera manifestazione di ego, ma una precisa affermazione della loro nuova e assoluta autorità suoi territori di cui ormai si erano stabilmente impossessati. 

Seleuco, oltre alla ricostruzione della babilonide dopo le sofferenze della guerra contro Antigono, si dedicò anche ad estendere i suoi domini ad est per riconfermare quel confine sull’Indo che già era stato di Alessandro Magno. Occupò dunque tutta la Media e la Persia nonché ottenne la sottomissione della Battriana (all’incirca l’odierno Afghanistan) regione da cui proveniva sua moglie Apama (Seleuco infatti era uno dei pochi macedoni che aveva scelto di restare fedele alla moglie orientale che Alessandro Magno gli aveva assegnato durante le nozze di Susa nel 324 a.c.). 
La sua marcia verso Oriente trovò però un argine sull’Indo nella persona del giovane e brillante principe indiano Chandragupta fondatore dell’Impero Maurya; nonostante i tentativi Seleuco infatti non riuscì a ristabilire il confine di Alessandro e dovette accettare una pace nel 303 a.c. in base alla quale il diadoco rinunciava alla valle dell’Indo e ai territori di confine della Aracosia e Gedrosia ricevendo in cambio un alleanza matrimoniale nonché 500 elefanti da guerra

Tra i diadochi comunque il più attivo fu certamente Antigono il quale, probabilmente, era l’unico a nutrire ancora la speranza di poter riunire sotto di sé tutto l’Impero. Fu quasi certamente il Monoftalmo ad istigare Poliperconte a chiamare a sé da Pergamo un presunto figlio naturale di Alessandro Magno, Eracle nato apparentemente dalla relazione tra il sovrano macedone e la sua concubina persiana Barsine, al fine di delegittimare l’autorità di Cassandro in Macedonia. Il tentativo però non ebbe seguito in quanto il diadoco della Macedonia, attraverso lusinghe e regalie, convinse Poliperconte a sbarazzarsi del possibile rivale per suo conto. 

Anche Tolomeo, che aveva in ambizione di diventare il protettore delle comunità greche nell’Egeo e in Asia Minore, si diede da fare e, dopo aver accusato Antigono di essere venuto meno agli accordi della pace dei dinasti, attaccò Cipro, dove riuscì a stabilire una forte presenza, e la Cilicia, dove invece fallì. Nella Primavera del 309 a.c. il diadoco d’Egitto portò la sua grande flotta nell’Egeo conquistando varie città della Lidia e della Caria senza però riuscire ad espugnare l’importante Alicarnasso; fu in questo periodo che avvenne un evento che conviene narrare per mettere in chiaro la natura dei rapporti matrimoniali nel mondo dei diadochi. Come si ricorderà il padre di Cassandro, Antipatro, aveva dato in moglie a Tolomeo sua figlia Euridice; questa era giunta in Egitto portando con sé come sua dama di compagnia la “parente povera” Berenice, di cui però ben presto Tolomeo di innamorò perdutamente. Nonostante il matrimonio tra il diadoco ed Euridice avesse già generato due figli, alla fine Tolomeo decise di prendere il moglie Berenice e da questa unione sarebbe nato il futuro sovrano d’Egitto Tolomeo II Filadelfo

Generalmente gli storici, nella convinzione che i diadochi fossero rigorosamente monogami, hanno supposto che ogni nuovo matrimonio implicasse il preventivo ripudio del precedente coniuge, ma più recentemente si è fatta strada l’ipotesi che in realtà i successori di Alessandro, fedeli a un costume già proprio dei re di Macedonia (vedi i vari figli di Filippo II), fossero poligami e quindi usi ad avere una pluralità di mogli ufficiali. Questa tesi aiuterebbe anche a spiegare perché nelle dinastie dei diadochi si sarebbero, coi secoli, accese con regolarità violente lotte fratricide per la successione al trono (tra fratelli nati da uno stesso padre, ma da madri diverse). La differenza non è di poco conto perché se Tolomeo ripudiò Euridice sicuramente si assunse il rischio di guastare i buoni rapporti con il fratello di questa Cassandro, mentre nel caso vi fosse un rapporto poligamo, per altro culturalmente proprio del mondo macedone, il diadoco d’Egitto avrebbe potuto unirsi con Berenice senza rischiare un incidente diplomatico. 

Ulteriore prova a supporto dell’ipotesi della poligamia è la vicenda di Lisimaco che tra il 302 e il 301 a.c. sposò la nobile persiana Amastri, vedova del tiranno di Eraclea Pontica; anche questo diadoco però aveva già sposato una sorella di Cassandro, Nicea, per cui, essendo improbabile che Lisimaco abbia ripudiato la sorella del suo più antico e stretto alleato, o questa era già morta al tempo delle nuove nozze, come si è a lungo supposto data la sua scomparsa dalle fonti classiche, oppure anche in questo caso vi fu un rapporto poligamo. 

Conclusa questa parentesi, che ci sarà utile per valutare i vari matrimoni e rapporti filiali che saranno protagonisti nella seconda parte di questa storia, torniamo ad Antigono il quale, nonostante il fallimento dell’operazione Eracle, rimase attivo tentando di mettere fuori combattimento gli altri diadochi prima che questi potessero coalizzarsi contro di lui; dall’ultimo conflitto il Monoftalmo aveva infatti compreso che, se uniti, i suoi avversari lo avrebbero di nuovo costretto a dividere le sue forze impedendogli di vibrare un duro e decisivo colpo contro di essi. 

Il primo affondo fu diretto verso la Grecia per annullare l’influenza sulle polis locali sia di Cassandro che di Tolomeo; una spedizione guidata da Demetrio attaccò Atene e, dopo un assedio sia per terra che mare, espugnò la città nel 307 a.c. restaurando un governo democratico che si alleò subito con Antigono. In onore delle capacità dimostrare durante l’attacco alla capitale dell’Attica, e in particolare per il sagace uso di nuove macchine d’assedio, Demetrio ricevette il soprannome di Poliorcete (assediatore). Espugnata Atene il figlio del Monoftalmo si diresse verso Cipro, difesa da Menelao fratello di Tolomeo, e sbarcò costringendo l’avversario sconfitto a rinchiudersi dentro la città di Salamina in attesa dei rinforzi dall’Egitto; questi però, guidati dal diadoco d’Egitto in persona, subirono una devastante sconfitta navale nelle acque di fronte alla città e dovettero ritirarsi verso Cizio mentre Demetrio assumeva il controllo dell’intera isola. 

Antigono, esaltato dai trionfi del figlio, nella tarda primavera del 305 a.c. decise di rompere gli indugi e abbandonare gli ultimi timori formali assumendo il titolo di re associandosi Demetrio al trono; gli altri diadochi, per timore di apparire subordinati al Monoftalmo, lo imitarono e si proclamarono a loro volta sovrani dei territori sotto il loro dominio. Il processo di sgretolamento dell’Impero di Alessandro Magno giungeva così al suo ufficiale compimento; con l’abbandono di ogni restante formalismo e la nascita di cinque regni tra loro indipendenti si certificava la spartizione di quello che era stato il grande domino del sovrano macedone. Altra conclusione non poteva esserci visto che ormai da più di vent’anni i diadochi comandavano i territori che erano stai loro assegnati ai tempi della spartizione di Babilonia come loro domini personali e guardando con ostilità ogni iniziativa che in qualche modo potesse fermare questa spinta centrifuga; l’estinzione poi della dinastia degli Argeadi fece anche venir meno quell’elemento sentimentale che poteva consigliare ai diadochi quanto meno un rispetto delle apparenze. La fine dell’Impero però non volle dire anche la fine del sogno di poterlo restaurare; Antigono infatti scelse di proclamarsi re proprio al fine di rivendicare la propria intenzione di riunire sotto di sé le terre che erano state di Alessandro Magno e anche negli altri neo sovrani (tranne forse Tolomeo) la speranza di poter divenire non più solo uno dei diadochi, ma il diadoco di Alessandro il grande rimase lì fino alla loro scomparsa. Il senso comunque della perdita di qualcosa, che sarebbe potuto essere grande se il destino non fosse stato cinico, rimase nella memoria della nuova cultura ellenistica e ancora Plutarco, vissuto secoli dopo i diadochi, avrebbe scritto, in merito all’assunzione dei titoli regi, queste dure parole: “Questo titolo (re), però, non significava soltanto aggiungere una parola e mutare un tratto di abbigliamento; finì bensì per influenzare la mentalità degli interessati, eccitandone i propositi, e per introdurre nel comportamento e nei rapporti esterni un’alterigia disturbante… Onde essi divennero più dispotici anche nei giudizi, abbandonando quella dissimulazione del potere che in molti casi li faceva prima più duttili verso i loro sudditi e quindi più accondiscendenti.”.

Bibliografia:
Franca Landucci, Il testamento di Alessandro – La Grecia dall’Impero ai Regni

http://www.restorica.it/antica/i-diadochi-ovvero-leredita-dalessandro-magno-parte-i/


I diadochi ovvero l’eredità d’Alessandro Magno – Parte II.
Il precedente articolo si chiudeva con Antigono Monoftlamo che, dopo le vittorie del figlio Demetrio ad Atene e Cipro, cingeva il diadema reale spingendo gli altri diadochi ad imitarlo per non apparire a lui inferiori. Antigono però non intendeva accontentarsi della sua nuova titolatura, la sua ambizione era quella di ricostruire sotto di sé l’Impero che era stato d’Alessandro e, a tal fine, la sua prima vittima avrebbe dovuto essere Tolomeo, rientrato in Egitto a leccarsi le ferite dopo la disastrosa sconfitta navale cipriota

Nell’autunno del 306 a.c. il Monoftalmo si mosse via terra e via mare, sempre affiancato da Demetrio, contro il diadoco egiziano, ma le cose si rivelarono sin da subito meno facili del previsto. Tolomeo infatti, come già era avvenuto ai tempi dell’invasione di Perdicca, decise di usare il Nilo come una fortezza naturale nella quale far impantanare l’attacco nemico; l’esercito di Antigono infatti si trovò bloccato sul delta del sacro fiume mentre la flotta, guidata da Demetrio, non riuscì ad aggirare le posizioni di Tolomeo in quanto colpita da una violenta tempesta. 
Sfruttando la perdita di morale tra le file dell’avversario il diadoco d’Egitto emise un proclama con il quale si offriva di comprare la diserzione di soldati e ufficiali di Antigono. Temendo lo sfaldamento del suo esercito mentre si trovava in territorio a lui ostile, Antigono fu costretto ad ordinare la ritirata e rientrare in Siria; gli storici classici narrano che un sogno premonitore avesse avvertito il Monoftlamo che la sua impresa egiziana non si sarebbe conclusa con un successo. Per evitare la perdita di prestigio presso gli altri diadochi, prontamente informati da Tolomeo del suo successo, Antigono ordinò al figlio di attaccare Rodi colpevole, a suo dire, di non aver supportato adeguatamente la tentata invasione dell’Egitto. Diodoro Siculo narra le immense macchine d’assedio che Demetrio, dando ulteriore sostanza al suo soprannome Poliorcete, mise in capo per piegare la resistenza degli isolani che, dal canto loro, chiese aiuti a Lisimaco, Cassandro e Tolomeo paventando le conseguenze di un’ulteriore espansione dell’influenza di Antigono nel Mediterraneo Orientale. 

Tutti e tre i diadochi inviarono rifornimenti all’isola e Tolomeo inviò anche 2.500 soldati, per lo più mercenari della stessa Rodi, che contribuirono molto a tenere alto il morale degli assediati. Dopo circa un anno Demetrio si dovette arrendere all’evidenza che né le sue macchine, né la fame erano in grado di vincere la resistenza dei rodiesi per cui si giunse a una pace di compromesso: l’isola restava autonoma, ma alleata con Antigono tranne che nel caso di guerre contro Tolomeo. Fu per celebrare questa vittoria che gli abitanti di Rodi commissionario quel colosso in onore di Elios che sarebbe divenuto una delle sette meraviglie del mondo antico

Altro teatro di guerra caldo era quello della Grecia dove, dopo la partenza di Demetrio per Cipro, Cassandro aveva cercato di riconquistare Atene trovando però la fiera opposizione non solo del rinnovato regime democratico locale, ma anche della giovane lega etolica che stava rapidamente acquisendo potere. Nel 304 a.c. Demetrio tornò in Grecia e riuscì a scacciare il diadoco della Macedonia da Peloponneso e centro Ellade; ad Atene il figlio di Antigono prese in moglie Deidamia principessa della casa reale epirota, da cui già era provenuta la madre di Alessandro Magno, e sorella di un giovane re senza regno di nome Pirro (sì proprio quello che poi sarebbe divenuto, forse ingiustamente, famoso per la qualità delle sue vittorie). 

Nel 302 a.c., durante i giochi istmici, Demetrio volle dare ulteriore forma a questa Grecia filo-antigonide ricreando la lega panellenica già costituita a suo tempo da Filippo II; lo scopo di questa manovra era preparare un attacco contro la Macedonia di Cassandro. Il diadoco macedone tentò di trovare un accomodamento diplomatico con Antigono, ma questi, vittima di una fatale albagia, gli intimò null’altro che una resa incondizionata. Il Monoftalmo dimenticò o sottovalutò il fatto che Cassandro aveva in Lisimaco un fedelissimo alleato che, infatti, rispose subito alla richiesta d’aiuto del vicino e invitò anche Tolomeo e Seleuco a ricostruire l’alleanza anti-antigonide per contrastare l’ormai evidente progetto espansionista del Monoftalmo e di suo figlio. Antigono si trovò così di nuovo nella stessa situazione in cui si era trovato all’epoca del precedente conflitto: da solo contro tutti gli altri diadochi con l’aggravanti che però, adesso, alle sue spalle c’era un forte regno seleucidico pronto a dare man forte agli alleati occidentali

Se infatti Tolomeo, stremato dalla difesa dell’Egitto e del supporto dato a Rodi, diede una mera adesione formale, restando però in attesa pronto ad approfittare degli eventi, Seleuco si mise subito in marcia verso Ovest alla testa di un grande esercito rafforzato dai 500 elefanti da guerra donatigli da Chandragupta. In attesa che questa potente armata giungesse a dargli man forte Lisimaco decise, nonostante il minor numero d’effettivi rispetto ad Antigono, di passare all’offensiva sia per ridurre la pressione su Cassandro, sia per togliere l’iniziativa all’avversario e impedirgli di fomentare rivolte in Macedonia e Tracia come aveva già fatto durante la terza guerra dei diadochi. Così agli inizi del 302 a.c. Lisimaco sbarcò in Asia Miniore e, assunto il controllo dell’Ellesponto, divise in  due le sue forze: una parte, guidata da lui medesimo, avrebbe marciato sulla Frigia mentre una seconda parte, guidata dal generale Prepelao, sarebbe discesa lunga la costa dell’Egeo per occupare l’Eolia e la Ionia al fine da tagliare le comunicazioni tra Demetrio in Grecia ed Antigono in Asia. L’azione fu un completo successo e, una dopo l’altra, caddero città importanti come Efeso, Sardi, Sinnada (col suo tesoro reale) e Colofone. Colto di sorpresa Antigono dovette mettersi rapidamente in marcia verso l’Anatolia e una volta qui iniziò a ricondurre all’obbedienza le varie città che erano passate al nemico; Lisimaco però fu lesto a modificare la sua strategia passando da un atteggiamento offensivo e uno difensivo-attendista evitando scontri campali per mantenere integre le sue forze fino all’arrivo di Seleuco. Il diadoco della Tracia si ritirò così nella Frigia centrale, fortificando la sua posizione con un vallo e una palizzata; Antigono tentò di isolare questa posizione per prendere l’avversario per fame, ma Lisimaco fu abile a sgusciare fuori dall’accerchiamento e ritirarsi a Dorileo dopo giunse nell’autunno del 302 a.c.. Nuovamente assediato dal Monoftalmo, Lisimaco attese una notte di tempesta per operare una nuova ritirata tattica verso la Bitinia; Antigono, con un esercito oramai stanco da questo continuo inseguimento, essendo oramai la stagione avanzata decise di entrare negli accampamenti invernali mandando anche a chiamare il figlio perché venisse a rinforzare le sue schiere. Demetrio aveva passato l’anno in un perenne e infruttifero duello con Cassandro in Tessaglia, ma all’ordine paterno ubbidì subito riconquistando anche, lungo il tragitto, alcune delle città ioniche occupate da Lisimaco. Il diadoco della Tracia trascorse l’inverno nelle vicinanze di Eraclea Pontica dove, come già narrato, prese in moglie la vedova del tiranno della città, Amastri; gli storici parlano di un grande innamoramento, ma anche ragione strategiche consigliavano questa unione: Amastri si era schierata con Lisimaco quando questi era passato in Asia, ma adesso, di fronte al ritorno di Antigono, avrebbe potuto cambiare di nuovo fronte per cui il diadoco decise di legarla a sé con un’alleanza matrimoniale potendo così mantenere Eraclea come porto di contatto cone le sue basi in Tracia. 

Cassandro tentò di aiutare l’amico ed alleato inviandogli rinforzi, ma di questi ne giunse a destinazione solo 1/3 a causa di una violenta tempesta e degli attacchi della flotta di Demetrio. Nonostante ciò la campagna asiatica di Lisimaco del 302 a.c. resta un’ulteriore prova delle grandi capacità strategiche di questo diadoco in quanto, praticamente da solo, era riuscito a tenere in scacco Antigono, costringendolo a inseguirlo per mezza Anatolia senza ottenere alcun risultato effettivo, liberando così Cassandro dalla minaccia di Demetrio e guadagnando tempo per Seleuco che stava procedendo a tappe forzate verso Ovest

Il diadoco di Babilonia giunse nella zona di guerra nella primavera del 301 a.c.; non sappiamo dove si ebbe l’incontro con le forze di Lisimaco né quali movimenti vennero compiuti dai due schieramenti prima di disporsi per lo scontro decisivo a Ipso nella pianura Dolai-Chai in Frigia  (vicino all’odierno villaggio turco di Sipsin). Stando alle stime di Plutarco, ritenute dagli storici moderni attendibili, le forze unite di Lisimaco e Seleuco contavano di 64.000 fanti, 10.500 cavalieri, 120 carri da guerra e 400 elefanti mentre l’esercito antigonide era forte di 70.000 fanti, 10.000 cavalieri (guidati da Demetrio) e 75 elefanti

Demetrio riuscì a mettere in fuga la cavalleria di Seleuco, guidata dal figlio di questi Antioco, ma poi non riuscì a rientrare sul campo di battaglia perché bloccato dagli elefanti da guerra di Chandragupta; questo fu l’evento decisivo della battaglia e alcuni storici hanno supposto che la fuga della cavalleria seleucidica fosse stato un abile stratagemma per allontanare Demetrio dal campo e scoprire così il fianco di Antigono all’attacco della restante parte della cavalleria e dei carri da guerra. Infatti, con Lisimaco che sul lato opposto del campo di battaglia teneva testa agli elefanti del Monoftalmo, Seleuco ebbe campo aperto nell’attaccare di fianco la falange nemica. Incapace di reggere la pressione concentrica e senza il supporto del figlio, Antigono Monoftalmo cadde sul campo di Ipso insieme a buona parte del suo esercito; Demetrio riuscì a portare in salvo dal massacro solo 5.000 fanti e 4.000 cavalieri (tra questi vi era anche Pirro dell’Epiro all’epoca arruolato come ufficiale del suocero)

I vincitori, dopo aver reso gli onori funebri al loro ex-compagno d’armi caduto, si avventarono come avvoltoi sul suo regno per spartirselo. Demetrio, contando sulla lealtà della lega pan-ellenica, tentò di rientrare in Grecia per riorganizzare le sue forze, ma il regime democratico di Atene, che lui stesso aveva permesso di insediarsi, gli rifiutò l’ingresso in città e, solo dopo lunghe trattative, accettò di restituire al figlio del Monoftalmo parte della flotta e sua moglie Deidamia. 

In rapida successione tutti gli alleati greci del Poliorcete passarono dalla parte dei vincitori lasciando Demetrio come un re senza regno, ma padrone di una potente flotta da usare per azioni di pirateria in attesa che si aprisse uno spiraglio di riscossa. 

Difficile stabilire in che modo i diadochi si divisero il regno antigonide  in primis in quanto non è chiaro se questa spartizione sia avvenuto a seguito di una trattativa o con la semplice presa d’atto dell’uti possidetis (chi aveva conquistato qualcosa se lo sarebbe tenuto); gli storici, partendo dalle fonti classiche e dalla cultura macedone, tendono a ritenere più probabile la seconda tesi e che quindi Lisimaco, Seleuco e Tolomeo fecero prevalere il diritto di conquista. 

Comunque a Lisimaco andò l’Asia Minore e la Frigia Ellespontica, Seleuco (che riteneva la vittoria di Ipso merito dei suoi elefanti) ottenne la Siria e la porzione di Frigia tra il fiume Halys (Kizilirmak) e la città di Sinnada, Plistarco, fratello di Cassandro e presente a Ipso, ricevette la Cilicia e, forse, la Lidia e la Panfilia. Infine Tolomeo, avuta notizia della vittoria di Ipso, si era affrettato ad occupare Palestina, Fenicia e Celesiria (la regione tra il monte Libano e l’ante-libano); quest’ultima regione era però rivendicata anche da Seleuco che rinfacciava al diadoco d’Egitto l’assenza di un suo contributo nella guerra contro Antigono. Tolomeo però fece valere anche egli l’uti possidetis e rifiutò di sgombrare la regione; si ebbe così una rottura nel rapporto tra i due diadochi, rottura che avrebbe portato i loro successori a un secolo di guerre per il possesso della Celesiria finché non giunse Roma ad imporre il suo ordine nella zona. 

Il diadoco di Babilonia, dopo Ipso, vide però anche rapidamente deteriorarsi i suoi rapporti con Lisimaco e ciò sia perché il secondo era rimasto “offeso” dal non aver potuto inglobare tutta la Frigia, sia perché Seleuco, dopo la sconfitta di Antigono, sembrava adesso trovarsi in quella medesima posizione di forza che aveva reso il Monoftalmo una minaccia per gli altri regnanti. Fu in luogo di questa rottura della precedente alleanza che va letto il matrimonio tra due figlie di Tolomeo, Arsinoe e Lisandra, con rispettivamente Lisimaco e il figlio di questi Agatocle (o secondo altre fonti Lisandra avrebbe sposato Alessandro figlio di Cassandro così da creare un fronte anti-Seleuco a tre Macedonia-Tracia-Egitto); di converso Lisimaco diede sua figlia Euridice in sposa al secondo genito di Cassandro Antipatro. 

Per evitare di restare isolato Seleuco si rivolse all’unico attore rimasto fuori da questa nuova coalizione di diadochi: l’ex nemico Demetrio ancora al comando di una potente flotta e di qualche città sparsa qui e là tra Grecia e Asia Minore. Anche in questo caso la nuova alleanza venne sanzionata mezzo un matrimonio nello specifico tra Seleuco e Stratonice figlia di Demetrio (dieci anni dopo questo matrimonio si sarebbe sciolto per dare la possibilità ad Antioco, figlio della prima moglie di Seleuco, di sposare proprio Stratonice di cui le fonti classiche dicono si fosse follemente innamorato). 

Il primo effetto di questo rovesciamento delle alleanze mezzo matrimoni fu il colpo di mano con cui Demetrio si impadronì della Cilicia (placando poi l’ira di Cassandro per lo spodestamento del fratello tramite i buoni uffici di Fila, sorella del diadoco di Macedonia e moglie di Demetrio). 

Da par suo Seleuco, che non desiderava dare inizio a una nuova guerra, avviò trattative con Tolomeo e lo convinse a riappacificarsi a sua volta con Demetrio. Questo fatto produsse un effetto indiretto di grande importanza: come garanzia per il nuovo accordo Demetrio inviò in Egitto come ostaggio Pirro, qui l’epirota riuscì a convincere Tolomeo a dargli uomini e mezzi per tentare di riconquistare il trono d’Epiro, impresa che portò a compimento nel 297 a.c.

Se sperate che questi rapidi cambi di fronte siano conclusi… beh mi spiace deludervi perché non ci volle molto che tra Demetrio e Seleuco tornasse il gelo; casus belli fu la pretesa del diadoco babilonese di avere la Cilicia come contropartita dell’opera di mediazione svolta presso Tolomeo. 

Insomma il quadro che emerge a seguito della sconfitta di Ipso e quelli di diadochi che, uscito di scena di comune babau Antigono, iniziarono sin da subito a cercare avidamente un modo per estendere ulteriormente il proprio potere a reciproco scapito; ciò produceva l’unico risultato che, più un regno diveniva potente, più gli altri tendevano a coalizzarsi contro di lui in un continuo di alleanze, tradimenti e cambi di schieramento che creavano un fragile bilanciamento di potere in grado di essere rotto da un unico e decisivo evento quale già era stato Ipso. 

Riprendiamo il corso degli anni e precisamente torniamo all’estate del 295 a.c. quando Demetrio, con l’obiettivo di restaurare la sua posizione in Grecia, mise per la seconda volta sotto assedio Atene, dove il regime democratico era stato scalzato dal tiranno Lacare filo cassandreo. Ottenuta la resa della città dell’Attica, dove insediò una propria guarnigione, Demetrio si mosse contro Sparta, ma mentre era in Grecia Lisimaco e Tolomeo (evidentemente incurante della riappacificazione che c’era stata tra lui e l’antigonide) si avventarono come sciacalli sui suoi possedimenti asiatici. Nello specifico Lisimaco conquistò tutte le città della costa ionica rimaste fedeli al figlio di Antigono (es. Efeso) mentre Tolomeo si riprese Cipro che da quel momento entrò definitivamente nell’orbita egiziana finché, nel 58 a.c., a seguito di beghe interne alla famiglia tolemaica e una vicenda di pirati l’isola sarebbe stata conquistata dai romani. 

Frattanto però era successo un evento che, inevitabilmente, rimise in movimento l’intero scacchiere geopolitico dei diadochi: nel 297 a.c. era morto Cassandro
La successione non sarebbe stata problematica se non fosse stato che il figlio primogenito, Filippo, morì a sua volta poco tempo dopo lasciando la Macedonia in balia del duello tra i due fratelli minori Antipatro e Alessandro, con nell’ombra a tentare di reggere i fili la loro madre Tessalonice. Non si trattava di uno scontro solo macedone perché, come si ricorderà, Antipatro aveva sposato una figlia di Lisimaco mentre Alessandro una figlia di Tolomeo per cui sia il diadoco dell’Egitto che quello di Tracia avevano i loro interessi su chi dei due fratelli avrebbe regnato in Macedonia. In un primo momento parve che il progetto di Tessalonice di dividere il potere tra i due giovani, in modo che le rispettive alleanze matrimoniali si equilibrassero a vicenda potesse funzionare; ma ben presto tutta la vicenda assunse i toni di una tragedia d’Euripide. Antipatro infatti fece uccidere la madre, convinto che questa favorisse il fratello, e di conseguenza Alessandro chiamò in suo aiuto Demetrio e Pirro (che era come affidare il gregge al lupo). Il primo a muoversi fu Pirro che però, in cambio del suo aiuto, impose ad Alessandro gravose cessioni territoriali a favore dell’Epiro; Lisimaco, ovviamente preoccupato dell’incendio alla porta di casa, decise di aiutare il genero Antipatro provando però ad evitare una nuova guerra. Il diadoco della Tracia tentò così di far riappacificare i due fratelli cercando i buoni uffici di Pirro anche attraverso espedienti da romanzo, nello specifico una falsa lettera di Tolomeo; il trucco non funzionò, ma Pirro, avendo già ottenuto i territori bramati, fu ben felice di spingere Alessandro a trattare così da non dover combattere una rischiosa guerra con Lisimaco. Possiamo immaginare quale “sereno” clima dovesse esserci alla corte di Pella dopo la “riappacificazione” tra Antipatro e Alessandro… 

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Ovviamente la questione non era risolta perché uscito di scena Pirro, fu Demetrio nel 294 a.c. a presentarsi alla porta d’Alessandro il quale però gli comunicò che il suo aiuto non era più necessario; il Poliorcete finse di accettare lo status quo e chiese al giovane sovrano di riaccompagnarlo fino al confine con la Tessaglia. Neanche a dirlo appena giunti a Larissa Demetrio fece uccidere Alessandro e ne arruolò senza troppe difficoltà le truppe, rivendicando a sé il trono che era stato di Filippo II e Alessandro Magno. Tacitato Pirro con il riconoscimento delle sue annessioni e, forse, sconfitto Lisimaco ad Anfipoli, Demetrio si sbarazzò anche d’Antipatro ottenendo per sé la Macedonia e mettendo fuori dalla storia la dinastia antipatride ad appena tre anni dalla morte di Cassandro

Il sessennio successivo all’insediamento di Demetrio in Macedonia fu forse il primo periodo di autentica pace tra i diadochi da che era morto Alessandro Magno; non vi furono nuove spedizioni militari, ma tutti i regnanti si concentrarono sulla politica interna. 

Seleuco fece suo figlio Antioco coreggente, al fine di dare solidità alla sua dinastia, e continuò la sua opera di fondazione di nuove città che fossero i centri amministrativi del suo eterogeneo e vasto impero (sedici Antiochia in onore di suo padre, cinque Laodicea in onore della madre, nove Seleucia e tre Apamea in onore della moglie). Anche Tolomeo fondò alcune nuove città (come Tolemaide presso l’antica Tebe), ma soprattutto si dedicò ad Alessandria costruendo ad esempio il Museo (tempio delle Muse), un luogo dove gli uomini di cultura potevano riunirsi in una sorta di comunità autogestita dove discutere e scambiarsi idee. Il diadoco d’Egitto poi, un po’ per creare una classe sociale a lui fedele e un po’ per continuare il progetto di Alessandro di commistione culturale est-ovest, favorì l’insediamento di veterani macedoni e coloni greci in alcune nomoi, come il Fayum, in base all’offerta terra in cambio di servizio militare dei loro eredi. 

Di Lisimaco è rimasta invece traccia dell’oculata politica finanziaria che lo portò ad accumulare tre grandi tesori reali posti nelle città di Tirizi, Pergamo e Sardi; il diadoco della Tracia fu poi colui che rifondò Smirne, spostò la posizione di Efeso per riavvicinarla al mare (essendo il suo porto stato interrato dai detriti del fiume Caistro) e usò spesso il così detto sinecismo cioè il riunire tra loro piccole comunità in un’unica nuova grande città

Questa situazione di calma apparante si concluse nel 288 a.c. quando Demetrio, che già qualche anno prima aveva dovuto affrontare una nuova incursione di Pirro, decise di tentare di riconquistare parte del regno paterno. I suoi grandiosi preparativi militari non passarono inosservati a spinsero Lisimaco, Tolomeo e Seleuco a mettere da parte le reciproche diffidenze per riforgiare la loro alleanza, in cui inserirono stavolta anche lo stesso Pirro. Il ritorno di un fronte unito anti-antigonide, nonostante le evidenti fratture nate dopo Ipso, dimostra chiaramente che Demetrio, forse ancora all’inseguimento del sogno del padre di restaurare un Impero unito, fosse avvertito come il perturbatore di un bilanciamento di potere instauratosi tra i diadochi. Certo Lisimaco, Tolomeo e Seleuco potevano anche fantasticare ancora sull’Impero e scontrarsi per regioni di confine di comune interesse, ma, gelosissimi del potere conquistato, in concreto preferivano la sicurezza di tre grandi regni in equilibrio tra loro piuttosto che il rischio di un’avventura che avrebbe inevitabilmente condotto i più deboli a coalizzarsi contro il più forte come già era stato ai tempi del Monoftalmo

Se dunque Demetrio avesse accettato di essere “solo” re di Macedonia, probabilmente gli altri diadochi non avrebbero avuto problemi ad inserirlo nel loro sistema geopolitico, ma animo inquieto (non a caso Plutarco lo fa parallelo a Marco Antonio) il Poliorcete non riuscì ad accettare i limiti che la Storia aveva dato ai diadochi e si lanciò in un ultimo volo che gli sarebbe stato fatale. Nel 287 a.c. si aprirono le ostilità: mentre Tolomeo inviava la sua flotta in Egeo per spingere la Grecia alla rivolta, Pirro e Lisimaco invasero contemporaneamente la Macedonia così da stringere Demetrio in una morsa. In pochissimo tempo l’esercito del Poliorcete iniziò a disgregarsi falcidiato da una devastante diserzione sia in favore del diadoco della Tracia, celebre tra i macedoni in quando compagno d’Alessandro Magno, sia in favore di Pirro. Temendo di essere catturato Demetrio abbandonò notte tempo il suo accampamento, che fu occupato da Pirro, e fuggì in Grecia mettendo, per la terza volta nella sua vita, sotto assedio Atene che, avuta notizia della sconfitta del Poliorcete, si era ribellata alla guarnigione macedone. Grazie al decisivo supporto di Tolomeo la capitale dell’Attica resse costringendo  Demetrio nel 286 a.c. a stipulare una pace, mediata dal diadoco egiziano, in base alla quale Atene restava indipendente accettando però il mantenimento di una forza antigonide nel Pireo, a Salamina e in alcune fortezza della regione. 

Sia Pirro che gli altri diadochi controfirmarono questo accordo di pace; contemporaneamente il re dell’Epiro e Lisimaco si erano spartiti la Macedonia. Demetrio però non riteneva ancora persa la sua partita e così si imbarcò per l’Asia Minore nel tentativo, forse, di sfruttare l’insofferenza delle polis locali all’autocratico governo di Lisimaco per occupare Lidia e Caria; l’idea del Poliorcete era che vi fosse uno spazio di manovra in quanto il diadoco della Tracia doveva fare fronte alle mai sopite mire di Pirro sull’intera Macedonia. Probabilmente Lisiamco dovette avere davvero qualche problema in Macedonia visto che decise di non recarsi di persona in Asia, ma inviare invece il suo primogenito Agatocle. Quasi senza soluzione di continuità varie città passarono rapidamente prima in mano a Demetrio per poi essere riconquistate da Agatocle; secondo Franca Landucci ciò però non era dovuto solo al mai sopito desiderio di autonomia delle polis rispetto a un potere centrale, ma anche a una stanchezza generale dell’area ionica ormai da quasi vent’anni campo di battaglia dei diadochi; in questo senso molte città, pur di evitare l’ennesimo saccheggio, si schieravano automaticamente col vincitore del momento senza tentare alcuna resistenza. 

Incalzato da Agatocle Demetrio commise l’errore che gli sarebbe stato fatale: invece di riguadagnare la costa per riprendere il mare, si spinse verso l’interno dell’Anatolia nel tentativo di fomentare una grande rivolta anti-Lisimaco. Facendo così però il Poliorcete si mise in trappola da solo vedendosi chiudere progressivamente ogni via di fuga; forse Demetrio tentò di raggiungere la Media, ma Agatocle lo costrinse invece a spingersi verso il centro dell’Anatolia dove rimase intrappolato stretto tra le truppe lisimachee, che avevano chiuso ogni passo di montagna, e il rifiuto di Seleuco di concedergli un corridoio di salvezza attraverso la Cilicia. Con un ultimo slancio d’audacia Demetrio riuscì a passare nella regione siriana della Cirrestica, ma qui si trovò davanti l’esercito seleucidico e, ormai abbandonato dai suoi stessi uomini, decise di arrendersi nel 285 a.c. confidando che sua figlia Stratonice, sposata a Seleuco, avrebbe messo una buona parola per lui col diadoco di Babilonia. Condotto come prigioniero in una località sul fiume Oronte morì, o si lasciò morire,  qui nel 283 a.c. a cinquantaquattro anni. Mentre il figlio del Monoftalmo veniva condotto alla sua prigionia gli altri diadochi si affrettarono a spartirsi ciò che restava dell’eredità antigonide: Tolomeo, grazie al supporto della sua flotta, assunse il controllo della Lega degli isolani che divenne la sua longa manus nell’Egeo mentre Lisimaco lanciò un attacco a sorpresa contro Pirro per costringerlo ad abbandonare la Macedonia. Mostrando ancora una volta le sue abilità tattiche il diadoco della Tracia riuscì a catturare le salmerie dell’epirota obbligandolo così a ritirarsi dai territori conquistati; Lisimaco poi fece appello anche all’orgoglio nazionale dei macedoni rimproverandoli di essersi fatti sottomettere da un regno che, sotto Filippo II e Alessandro Magno, era stato loro vassallo. 

Così nel 285 a.c. Lisimaco poté farsi re di Macedonia raggiungendo il massimo apogeo della sua potenza e realizzando quello che era stato il progetto di Filippo II, cioè creare un grande regno ellenico che riunisse la Macedonia, la Grecia e l’Asia Minore. Al figlio di Demetrio, Antigono Gonata, rimasero solo una serie di piazzeforti sparse per tutta la Grecia e il dovere di dare sepoltura alle ceneri del padre, inviategli da Seleuco, nella città da questi fondata: Demetriade.

Ancora una volta parve che la pace potesse finalmente regnare tra i diadochi, certo una pace fatta di diffidenze e sospetti reciproci (ad esempio Seleuco aveva vietato ad Agatocle di continuare l’inseguimento di Demetrio nel suo regno), ma comunque una pace con fondamenta sufficientemente solide in quanto sul campo ormai erano rimasti solo tre regni tra loro pari in potenza e prosperità. Tre regni i cui regnanti iniziavano però ad essere un po’ avanti con gli anni:
Tolomeo aveva raggiunto gli ottanta mente Seleuco e Lisimaco avevano superato i settanta.

Il primo ad andarsene tra loro fu proprio Tolomeo che morì di morte naturale nel 282 a.c., già da qualche anno comunque questi aveva lasciato le redini del governo al figlio Tolomeo II ritirandosi a scrivere una biografia di Alessandro Magno. Il nuovo re era figlio di Berenice, seconda moglie e grande amore di Tolomeo I, e sarebbe passato alla storia soprattutto per aver fatto d’Alessandria d’Egitto la grande metropoli e centro della cultura dell’antichità (fu lui a far costruire la Biblioteca e il Faro); la sua designazione come erede costrinse però il figlio della prima moglie di Tolomeo, Tolomeo Cerauno, a lasciare l’Egitto per trovare rifugio presso la corte di Lisimaco dove sua sorella Lisandra aveva sposato Agatocle. Tolomeo Cerauno, lo vedremo, come carattere era molto vicino a Demetrio: ambizioso, tormentato e perennemente alla ricerca di quella gloria che riteneva gli fosse stata ingiustamente negata dal padre e dal fratellastro; in questa affannosa ricerca del suo ruolo nel mondo si renderà protagonista dell’ultimo atto della vicenda dei diadochi.

Anche Seleuco aveva già scelto il suo successore ed era quell’Antioco, figlio della sua moglie persiana Apama, che aveva comandato la cavalleria ad Ipso e che infine era riuscito a prendere in moglie l’amata Stratonice, figlia di Demetrio e per un breve periodo seconda moglie di suo padre.

La tragedia invece si abbatté improvvisamente, sempre nel 282 a.c., sulla dinastia di Lisimaco dando inizio agli eventi che avrebbero portato alla scomparsa degli ultimi due diadochi. Si ricorderà come durante l’ultima guerra contro Antigono, Lisimaco avesse sposato per ragioni politiche Amastri d’Eraclea Pontica; a questo matrimonio ne era seguito un terzo con Arsinoe figlia di Tolomeo I e sorella di Tolomeo II. Nonostante da questa unione fossero nati due figli la successione al trono di Tracia e Macedonia sembrava sicura per Agatocle, ma invece alla fine del 282 a.c. questi venne fatto giustiziare dal padre. Si tratta di una vicenda complessa e in larga parte oscura in quanto gli storici classi, in questo caso, più che alla narrazione storica degli eventi prediligono dipingere un grande affresco drammatico con personaggi eccessivamente stereotipati per essere autentici: ad esempio Lisimaco, fino a poco prima descritto come un monarca prudente e coscienzioso, diventa una sorta di vecchio tra il rancoroso e il rimbambito, facile preda delle ambizioni della giovane moglie Arsinoe; invece Agatocle diviene l’eroe tragico amato da tutti e che soccombe di fronte all’invidia paterna. Gli storici moderni hanno progressivamente preso le distanze da questo dramma shakespeariano provando a ricostruire i fatti mettendo insieme tra loro una serie di circostanze:
1) subito dopo la morte di Agatocle sua moglie Lisandra (sorella di Tolomeo Cerauno) fuggì presso Seleuco nonostante questi fosse ufficialmente alleato di Lisimaco, 2) Seleuco non solo accolse la fuggiasca, ma decise di muovere guerra contro Lisimaco (alcuno storici classici affermano che voleva tutelare i diritti di figli della vedova, altri parlano di mera ambizione), 3) a favore di Seleuco ci fu un’ampia defezione di ufficiali e funzionari lisimachei tra cui, molto importante, quella del governatore di Pergamo Filetero che consegnò al diadoco di Babilonia il tesoro reale custodito nella sua città.

Mettendo insieme tutti questi frammenti Franca Landucci ha supposto che Agatocle, durante il periodo passato in Asia ad inseguire Demetrio, forse temendo che l’ambizione di Arsinoe potesse insediare i suoi diritti dinastici, abbia stretto una rete di alleanze, che includevano anche Filitero e Seleuco , al fine di garantirsi la successione al trono; questa “cospirazione” sarebbe stata scoperta da Lisimaco e per questo avrebbe deciso di far giustiziare il figlio come traditore. Seleuco probabilmente sperava che, sostenendo Agatocle, avrebbe potuto rendere la Tracia da lui governata un fedele alleato o magari anche un regno semi satellite del suo; fatto sta che, praticamente senza soluzione di continuità, subito dopo la morte di Agatocle gli eserciti seleucidi si misero in marcia supportati da un gran numero di disertori come Filitero, Tolomeo Cerauno, che aveva seguito la sorella Lisandra, e un altro figlio di Lisimaco cioè Alessandro. Probabilmente le forze seleucidiche furono divise in due: una parte guidata dal summenzionato Alessandro attraversò l’Anatolia centrale puntando sulla città frigia di Cotieo, mentre il secondo segmento d’esercito, condotto dallo stesso Seleuco, sarebbe passata più a sud attraverso le porte cilicie investendo Sardi, così da saccheggiare anche il secondo tesoro reale del regno di Lisimaco. I due tronconi dell’esercito si sarebbero riuniti proprio in prossimità dell’antica capitale della Lidia e qui si sarebbero preparati allo scontro contro il diadoco di Tracia e Macedonia che, non appena avuta notizia della defezione di Filitero, era passato a sua volta in Asia pronto allo scontro. La battaglia decisiva si svolse in una località chiamata Curupedio, una pianura individuata nella Lidia centrale, nel Febbraio 281 a.c. e, anche stavolta, la narrazione degli storici classici è più concentrata su aneddoti a scopo moraleggiante che sui fatti, per cui non conosciamo né le dimensioni dei due eserciti né lo svolgimento dello scontro. L’unica cosa che sappiamo è che Lisimaco morì sul campo di battaglia e i suoi resti, restituiti da Seleuco al figlio fedifrago Alessandro, furono tumulati con tutti gli onori a Lisimachia. Apparentemente nessun ruolo in questo conflitto lo ebbe Tolomeo II e, se alcuni storici suppongono che ciò fosse dovuto a un patto segreto tra lui e Seleuco per spartirsi il regno di Lisimaco, gli stretti legami familiari che univano il diadoco dell’Egitto con quella della Tracia, come anche il fatto che a fianco di Seleuco cavalcava il suo fratellastro Tolomeo Cerauno, lasciano piuttosto supporre che gli eventi si svolsero così rapidamente da non dare possibilità a Tolomeo II di intervenire a favore del cognato. Ciò pare anche dimostrato dal fatto che questi accolse in Egitto con tutti gli onori la sorella Arsinoe (vedova di Lisimaco), che era fuggita rocambolescamente da Efeso dopo Curupedio, e in seguito l’avrebbe anche sposata, inaugurando la tradizione tolemaica dei matrimoni tra fratelli, in un’intensa storia d’amore che sarebbe stata cantata dai maggiori poeti dell’antichità. Da par suo Seleuco ignorò bellamente i diritti dinastici dei figli di Agatocle, che pure erano suoi ospiti, e annetté interamente il regno di Lisimaco al suo facendo ancora una volta valere l’uti possidetis… lui era il vincitore e lui si portava a casa tutto. Per un attimo parve che, quarantadue anni dopo la morte d’Alessandro Magno, il suo impero fosse lì lì per essere ricostruito; Seleuco dominava dalla Persia sino alla Macedonia e all’appello di quelle che erano state le conquiste di Alessandro mancavano solo Egitto, Palestina e Fenicia dominati da Tolomeo e la valle dell’Indo adesso parte dell’Impero Maurya. Ovunque andasse a Seleuco venivano tributati grandi onori, ma qualche entità decise di approfittare dell’improvviso evolversi degli eventi e dell’inevitabile fase di vuoto di potere durante la transizione per provare a riacquistare una maggiore autonomia. Ci riuscirono ad esempio le città di Bisanzio e Calcedone, che avrebbero gettato le basi per la così detta Lega del Nord, le quali tra l’altro strinsero un’alleanza con un signorotto locale della regione del Ponto: Mitridate; questi, dopo aver tenuto testa alle truppe seleucidiche, riuscì a farsi riconoscere la sua indipendenza creando una dinastia che, un secolo e mezzo dopo, avrebbe dato non pochi grattacapi a Roma.

Anche Tolomeo II provò a rosicchiare qualcosa prima che Seleuco fosse in grado di stabilizzare le sue nuove conquiste; sfruttando ancora una volta la sua potente flotta il sovrano dell’Egitto estese la sua influenza sull’Egeo e sul Mediterraneo Orientale facendo in modo che la Lega degli isolani si allargasse a grandi isole come Creta, Thera, Chio e Samo.

Comunque, nonostante queste scosse d’assestamento, Seleuco fu in grado di assorbire senza grosse difficoltà la gran parte di quello che era stato il dominio di Lisimaco e passò i mesi successivi alla vittoria di Curupedio in Asia Minore per riorganizzarne l’amministrazione, ma si sa sic transit gloria mundi. Verso settembre del 281 a.c. Seleuco decise di rientrare in Macedonia per la prima volta da che l’aveva lasciata al seguito di Alessandro Magno, ma, poco dopo passato l’Ellesponto, mentre la sua nave si avvicinava a Lisimachia venne ucciso a tradimento da Tolomeo Cerauno. Così scomparve l’ultimo dei diadochi, colui che era andato più vicino di tutti a realizzare il grande sogno d’eguagliare Alessandro. Difficile comprendere le ragioni di questo gesto, compiuto da un giovane che Seleuco aveva accolto come un principe e trattato con tutti gli onori; personalmente credo che Tolomeo Cerauno vivesse un rabbioso complesso di inferiorità per essere stato escluso dalla successione dell’Egitto e desiderasse in maniera spasmodica divenire “protagonista della storia”. Con la morte di Seleuco termina l’era dei diadochi e inizia quella degli epigoni cioè la generazione di regnanti che non aveva conosciuto Alessandro Magno né visto il suo grande impero come realtà vivente.

Antioco I successe senza troppe difficoltà al padre e riuscì mantenere il controllo di buona parte dei suoi domini, anche se dovette rinunciare alla Bitinia dove anche qui si insediò una dinastia locale fondata da Zipoite I; in seguito anche Pergamo si renderà indipendente sotto il successore di Filitero, Eumene, e la città diventerà uno dei più vitali centri culturali dell’antichità. Tolomeo Cerauno riuscì infine a farsi re, precisamente re di Macedonia e Tracia, ma il suo regno non durò che un anno e cinque mesi in quanto nel 280 a.c. varie tribù celtiche, probabilmente lo stesso gruppo etnico che già nel 386 a.c. aveva saccheggiato Roma, scesero nella penisola balcanica facendo razzia di tutto ciò che si trovava sul loro cammino. Chiamati dai greci Galati questi invasori uccisero Tolomeo Cerauno in battaglia e saccheggiarono la Macedonia lasciando questo regno nell’anarchia dinastica; in seguito procedettero verso sud, irrompendo in Grecia e puntando sul tesoro del santuario di Delfi, ma vennero sconfitti e respinti nel 279 a.c. dalla Lega etolica che da quel momento assunse il lucroso controllo del santuario. I galati comunque rientrarono a casa portandosi dietro un cospicuo bottino che però, essendo frutto del sacrilego saccheggio del santuario di Apollo, si disse fosse maledetto e portasse sfortuna a chiunque se ne impadronisse; conosciuto in seguito come Aurum Tolosanum lo ritroveremo a latere della sconfitta romana di Arausio e ancora oggi è uno dei “Graal” dei cacciatori di tesori. Infine nel 277 a.c. il figlio di Demetrio Antigono Gonata, rimasto spettatore delle vicende dopo la morte del padre, sconfisse in battaglia presso Lisimachea un altro gruppo di razziatori celti e riuscì a restaurarsi re di Macedonia; circa nello stesso periodo Pirro d’Epiro guerreggiava in Italia contro Roma e Cartagine.

Con il ritorno della dinastia antigonide sul trono di Macedonia l’area dell’ex-impero d’Alessandro Magno trovò infine la sua stabilizzazione definitiva in tre grandi regni (Tolemaico, Seleucide e Antigonide) e una serie di entità minori indipendenti di una certa importanza (Epiro, Ponto, Bitinia, Armenia, Pergamo, Lega Etolica ecc.).

Gli epigoni si faranno a loro volta la guerra tra loro, in particolar modo gli eredi di Tolomeo e di Seleuco per la Siria, ma senza più le grandi avventure e rivolgimenti di fronte dei loro genitori e, soprattutto, senza più l’ambizione di restaurare l’Impero. Questi “regni dei successori” andranno incontro a un progressivo decadimento politico, legato al decadimento delle qualità delle dinastie regnanti, e ciò proprio nel momento in cui Roma, archiviata la pratica cartaginese, si avviava con forza a divenire la padrona indiscussa del bacino del Mediterraneo.

I primi ad uscire di scena furono gli eredi di Antigono Monoftalmo e Demetrio, sconfitti a Cinocefale e poi a Pidna, così nel 146 a.c. la Macedonia divenne provincia romana. Pergamo e Bitinia vennero lasciate dai loro re in eredità a Roma rispettivamente nel 133 e nel 74 a.c. mentre il Ponto, sotto Mitridate VI, condurrà tre dure guerre contro la res publica venendo però sconfitto prima da Silla e poi, definitivamente, da Lucullo e Pompeo; suo figlio, Farnace II, tentò di nuovo di fare la voce grossa sfruttando la seconda guerra civile romana, ma venne zittito da Giulio Cesare che venne, vide e vinse a Zela.

L’impero seleucide andò incontro ad alti e bassi, ma infine sembrò aver ritrovato la propria grandezza sotto l’energico Antioco III o almeno così sembrò finché questi non incontrò Publio Cornelio Scipione a Magnesia nel 190 a.c.; in seguito il dominio che fu di Seleuco finì per logorarsi in una serie di infinite guerre civili per la successione finché non venne schiacciato ad Ovest dalla campagna asiatica di Pompeo e ad Est dall’ascesa dei Parti. Chi resistette più di tutti fu l’Egitto Tolomaico e sotto la sua ultima regina, la celebre Cleopatra VII, riuscì anche a divenire una mortale minaccia per Roma; con il suicidio della regina del Nilo nel 30 a.c. scomparve anche l’ultima degli epigioni e su  metà di quello che era stato l’Impero d’Alessandro scese la pax romana.

Ma se il bilancio politico finale dei regni dei successori appare negativo, non si può dimenticare che fu grazie alla stabilità da loro data per quasi un secolo all’area del Mediterraneo orientale che si poté sviluppare in tutta la sua gloria quel magnifico modo di sentire e vedere il mondo che prese il nome di Ellenismo. La cultura greca si universalizzò venendo però allo stesso tempo influenzata da elementi propri del mondo orientale, come ad esempio il misticismo, così da riceverne un rinnovato vigore d’idee e sensazioni. Lo splendore di quest’epoca è data da metropoli multiculturali come Alessandria d’Egitto o Pergamo, dalla letteratura alessandrina dei versi di Callimaco e Teocrito, dalla filosofia di Epicuro e della scuola stoica o neoplatonica, dalla scultura della Venere di Milo, della Nike di Samotracia, del gruppo di Laocoonte o dello stupendo altare di Pergamo; e che dire poi d’ingegneri come Ctesibio o Erone, geografi come Tolomeo e matematici come Archimede ed Eratostene. Non è questa la sede per un’analisi della cultura ellenistica che, sotto l’ombrello della pax romana, illuminò l’intero Mediterraneo sino al trionfo del cristianesimo, ma certamente se il progetto politico d’Alessandro andò in frantumi con la sua prematura morte, il suo sogno di unire oriente ed occidente in una unica grande cultura universale gli sopravvisse (un po’ anche per merito dei vituperati diadochi) dando luogo a una delle più alte fioriture dell’animo umano che la storia ricordi.

Bibliografia:

Franca Landucci, Il testamento di Alessandro – La Grecia dall’Impero ai Regni


 http://www.restorica.it/antica/i-diadochi-ovvero-leredita-dalessandro-magno-parte-ii/

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