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venerdì 21 giugno 2013

Wendell Phillips. Un'eterna vigilanza è il prezzo della libertà; il potere è sempre rubare ai più per dare ai pochi


Un'eterna vigilanza è il prezzo della libertà; il potere è sempre rubare ai più per dare ai pochi

Wendell Phillips

martedì 4 giugno 2013

venerdì 9 novembre 2012

Livio Druso. si era fatto costruire una casa trasparente, ben esposta alla vista dei vicini e dei passanti affinché tutti potessero vedere cosa stesse succedendo al suo interno. Per Plutarco un politico deve avere una vita specchiata e trasparente, parca, moderata, non deve abusare del potere raggiunto per conseguire vantaggi per sé, per i parenti e gli amici, la sua attività e militanza devono essere un puro e semplice servizio a vantaggio della comunità

La casa di vetro di Plutarco


Dalle ultime vicende che hanno coinvolto i nostri politici emerge chiaramente che la politica è in crisi ed è sempre più distante dai cittadini che invece dovrebbe rappresentare. Credo che la classe dirigente, ma anche gli stessi cittadini, debbano riscoprire il significato autentico di politica, a incominciare dall’etimologia del termine: esso deriva dal greco polis, che indica l’antica città-stato greca. Secondo la definizione data da Aristotele la politica è l’organizzazione e l’amministrazione della vita pubblica nell’interesse generale, al fine di garantire il bene comune. Essa era considerata dai Greci una techne, un’arte che non può scindere dall’ethos, ovvero l’etica, la quale è un insieme di valori che devono guidare l’azione dei politici verso la salus publica, il benessere dei cittadini. Il ruolo del politico implica responsabilità e senso del dovere nei confronti della comunità: nel suo stato ideale descritto nella “Repubblica” Platone affidava il ruolo politico ai filosofi per la loro saggezza e perché erano gli unici in grado di raggiungere la verità. Per Platone il filosofo-politico non doveva essere retribuito, ma aveva bisogno solo dello stretto indispensabile per vivere, in quanto i filosofi, possedendo la saggezza, sono felici e raggiungono la felicità agendo per il bene della comunità. Si tratta effettivamente di un’utopia che oggi susciterebbe ilarità, mentre più attuali risultano i “Consigli politici” del filosofo greco Plutarco, vissuto sotto il dominio dell’Impero Romano. Plutarco è un autore classico perché le sue opere, maturate in una certa società e legate agli avvenimenti dell’epoca, la trascendono, esprimendo idee comuni alle generazioni successive. Plutarco ha avuto una grande fortuna tra i posteri: tra i suoi ammiratori ci furono Erasmo da Rotterdam che fu il suo primo divulgatore, il filosofo francese Montaigne, Rosseau, Montesquieu con “Lo spirito delle leggi”, ma anche Alfieri, Foscolo e Leopardi. Il fulcro dell’opera di Plutarco è l’arte di conservare la pace, principio ripreso più volte anche dalla Rivoluzione Francese, la cui Costituzione del 1791 difendeva la tranquillità dello Stato e la felicità di ogni cittadino. Plutarco apprezza il dominio romano sulla Grecia che aveva garantito la libertà, la prosperità, la pace e la fine delle guerre tra le polis e contro i “barbari”, pur mantenendo l’orgoglio di appartenere alla stirpe ellenica. L’autore greco riflette sul ruolo della politica nella società e sul rapporto tra i politici e i cittadini: al centro dell’opera c’è la riflessione morale, il comportamento decoroso, la sobrietà dei costumi, “l’austeritiy” e l’onestà. Anche se le riflessioni di Plutarco non hanno ispirato nessuna dottrina politica, a differenza dell’opera di Platone in cui ci sono anticipazioni dell’ideologia fascista e persino comunista, esse devono fungere da monito a una classe dirigente di alto profilo etico, come vuole sembrare l’attuale governo Monti. Inoltre il filosofo greco esalta il valore della trasparenza; parlando del tribuno della plebe Livio Druso afferma: “ottenne giustamente la fama, poiché, dato che la sua casa aveva molte ben esposte pareti alla vista dei vicini e un artigiano lo assicurava che per soli cinque talenti le avrebbe mutate, disse: Ne avrai dieci se renderai la mia casa tutta trasparente perché tutti i cittadini possano vedere in che modo vivo io“. Dunque la politica si deve basare su un rapporto di fiducia tra i cittadini e politici i quali si devono sentire semplici strumenti della volontà dei cittadini, non devono abusare della loro carica per conseguire vantaggi per sé e per la famiglia. Purtroppo corruzione, uso privato delle risorse pubbliche, malversazioni sono fenomeni frequenti e tipici della politica italiana (vedi il caso Lusi o le vicende di The Family) che creano disgusto, sfiducia, rabbia e alimentano l’anarchia e l’antipolitica, buona a criticare ma non a trovare soluzioni.



http://www.alboscuole.it/Articoli.aspx?cod=e0y1le0307c1j8vs1311u2f1li2824t3b5ny3730j4g3eu4148-64170




Non nascondere la vita privata è un comandamento per il buon politico. “Quelli che si occupano di politica non solo debbono dare conto di quello che dicono e fanno in pubblico, ma si indaga anche con curiosità sul loro banchetto, sugli amori, sul matrimonio, su quanto fanno di scherzoso o di serio”. 
La politica come casa di vetro è quella che indica Plutarco. Ricorda che Marco Livio Druso, tribuno della plebe nel 91 a. C. disse ad un artigiano “Ne avrai dieci (talenti) se renderai la mia casa tutta trasparente (invece di renderla opaca con la spesa di cinque) perché tutti i cittadini possano vedere in che modo vivo io’”.  
Moderazione e prudenza in politica è quello che insegna Plutarco. [...]
Forse la virtù più importante, per il buon politico, è quella di farsi scopritore ed educatore di giovani che possano prendere il posto dei vecchi. 
“Come l’edera intrecciandosi a robusti alberi viene su insieme a essi, accompagnandosi ciascuno ancora giovane e senza gloria a uno più vecchio e glorioso, sollevandosi a poco a poco sotto l’autorità dell’altro e crescendo insieme, ben fondò e sparse le proprie radici nel campo della politica” 
Una gerontocrazia come la nostra manifesta la cecità e la sordità alla buona politica. (bl) 
Sommario: Prefazione di Luciano Canfora – Consigli Politici – Nota biografica 
PLUTARCO “CONSIGLI POLITICI” RCS Libri SpA, Milano 2012 FORMAZIONE POLITICA ED EDUCAZIONE CIVICA 
http://www.asiac.info/default.asp?id=12&ACT=5&content=3090&mnu=12

[...] Nei Consigli politici Plutarco svolge poi una serie di finissime considerazioni sul ruolo della politica nella società, sul rapporto politici/cittadini, sul come i primi devono rapportarsi ai secondi. Direi che la politica, pur vista nella sua autonomia, viene considerata da Plutarco nella sua dimensione morale, con la consapevolezza che, se essa diventa immorale, non è più nemmeno politica, bensì è tutt'altro: è caccia, o pascolo di bestie senza ragione. [...] [La] dimensione morale della politica di cui dicevamo prima, [...] è al centro della riflessione di Plutarco. «Quelli che si occupano di politica - egli dice - non solo debbono dare conto di quello che dicono e fanno in pubblico, ma si indaga anche con curiosità sul loro banchetto, sugli amori, sul matrimonio, su quanto fanno di scherzoso o di serio». Perciò, aggiunge Plutarco, Livio Druso, il tribuno della plebe, «ottenne giustamente fama, poiché, siccome la sua casa aveva molte parti ben esposte alla vista dei vicini e un artigiano lo assicurava che per soli cinque talenti le avrebbe mutate e orientate in maniera diversa, disse: "Ne avrai dieci se renderai la mia casa tutta trasparente perché tutti i cittadini possano vedere in che modo vivo io"». Dunque, un politico può avere la fiducia piena dei suoi concittadini solo se - oltre a essere un buon politico, naturalmente - ha una vita lineare e specchiata, cioè se non si appropria di quello che non gli appartiene, se non abusa della carica per conseguire vantaggi per sé, per i parenti, per gli amici, e quindi solo se concepisce la propria attività come un puro e semplice servizio a vantaggio della comunità alla quale appartiene. Quanto drammaticamente attuali suonano oggi le considerazioni di Plutarco! RIPRODUZIONE RISERVATA
Bedeschi Giuseppe
Pagina 40 (28 marzo 2012) - Corriere della Sera
http://archiviostorico.corriere.it/2012/marzo/28/politica_casa_vetro_Cosi_voleva_co_9_120328042.shtml


[...] La massima trasparenza dei pubblici funzionari è un principio che nasce da lontano. Già nell'antica Roma c'era chi ne faceva una bandiera: Plutarco narra che Livio Druso, tribuno della plebe, promise dieci talenti a un artigiano per rendere interamente trasparente la propria casa al fine di far vedere ai cittadini come vivesse.
Etica e trasparenza sono ancora oggi le linee guida che devono ispirare l'azione di chi amministra la cosa pubblica. [...] 
http://www.unisob.na.it/inchiostro/index.htm?idrt=4004


SOBRIETÀ

"Ogni tanto mi piace pensare a quello che dicevano gli antichi filosofi greci, ora sto rileggendo Plutarco, un greco romanizzato che nel 100 d.C. anticipava già l’importanza della trasparenza; scriveva che i politici devono tener conto di quello che dicono e fanno in pubblico perché  vengono osservati nei banchetti, negli amori, nel matrimonio. Lodava il tribuno Livio Druso  che si era fatto costruire una casa trasparente, ben esposta alla vista dei vicini e dei passanti affinché tutti potessero vedere cosa stesse succedendo al suo interno.
Per Plutarco un politico deve avere una vita specchiata e trasparente, parca, moderata, non deve abusare del potere raggiunto per conseguire vantaggi per sé, per i parenti e gli amici, la sua attività e militanza devono essere un puro e semplice servizio a vantaggio della comunità. Scriveva che se la politica diventa immorale non è più tale “ma solo caccia e pascolo di bestie senza ragione”, principi enunciati duemila anni fa’ e molto validi ancora oggi.
Povero Plutarco, se penso alle foto del baccanale romano degli assessori e consiglieri della regione Lazio, a cui aveva partecipato anche il governatore, o alla vita un po’ disinvolta del nostro penultimo premier. Ma non mi accontento di guardare solo gli eccessi, ricordo la foto di fine anno 2011 degli on. Fini, Casini, Rutelli alle Maldive; sia chiaro con gli appannaggi che hanno se lo potevano permettere, certo è che sono state vacanze costose, un schiaffo per gli Italiani che già allora soffrivano e che oggi lo fanno ancora di più.
Per fortuna che c’è la Sinistra dove un Bersani inizia la sua campagna delle primarie nella natia Bettola dal distributore dove lavorava il padre, o un Renzi che pranza a Panini nel camper o, reduce da un incontro di alto livello a Milano, cerca affannosamente un taxi. Sono sicuro che tali comportamenti non sono specchietti elettorali ma stili di vita di “nuovi” futuri premier di cui l’Italia ha disperatamente bisogno. Vorrei che giungesse loro questa mia istanza, con l’augurio che uno dei due divenga il prossimo Presidente del Consiglio: riducano gli emolumenti di tutta la classe politica uniformando i trattamenti delle varie Regioni; dico sì al finanziamento dei Partiti, altrimenti la Politica sarebbe troppo influenzabile dai ricchi, ma deve essere parco e trasparente, ricordando quello che nell’antica Roma già Plutarco diceva: sobrietà, trasparenza, moderazione".

Maurizio Pozzi             19.10.2012

http://www.pdabbiategrasso.it/opinioni/opinione_145.asp

domenica 21 ottobre 2012

Francesco da Barberino. Reggimento e costumi di donna. NON VO’ CHE SIA LO TUO PARLARE OSCHURO ACCIÒ CH’AVERE A MENTE con ogni donna possa dimorare; né parlerai rimato acciò che non ti parta per forza di rima del proprio intendimento





DANTE E L'ALLEGORIA
Uno dei motivi per cui gli intendimenti di Dante - e di numerosi altri autori suoi contemporanei - restano in parte IMPENETRABILI, è l'USO INTENSIVO DELL'ALLEGORIA, ovvero di SOVRAPPORRE AL SENSO LETTERALE UN SENSO SUPERIORE, MORALE, ETICO O TEOLOGICO. Questa modalità di espressione, che menti culturalmente deboli sul medioevo hanno fatto degenerare nei secoli in esoterismi ingegnosi quanto lambiccati, risultò indigesta anche a molti contemporanei. Un caso è quello del notaio valdelsano Francesco da Barberino, contemporaneo e conoscente di Dante, già incontrato varie volte nei nostri post.
Francesco critica l'uso dell’allegoria, un ARTIFICIO RETORICO IN CUI DANTE SI RIVELÒ MAESTRO in larga parte della sua produzione lirica, oltre naturalmente che nel poema sacro, trascendendo a volte intenzionalmente nel cd. ‘PARLARE OSCURO’ o ‘PARLAR COVERTO’.
IL DA BARBERINO CONTESTA APERTAMENTE IL RICORSO A SIMILI TECNICISMI ESPRESSIVI CHE VELINO IL SIGNIFICATO LETTERARIO, specie se in associazione con l’uso della rima:

NON VO’ CHE SIA LO TUO PARLARE OSCHURO
ACCIÒ CH’AVERE A MENTE
con ogni donna possa dimorare;
né parlerai rimato
acciò che non ti parta
per forza di rima
del proprio intendimento

Reggimento e costumi di donna, 367 e segg.

Altri Passaggi su: www.lavitadidante.it

sabato 8 settembre 2012

Rainer Werner Fassbinder. Ciò che non siamo in grado di cambiare, dobbiamo almeno descriverlo


Ciò che non siamo in grado di cambiare, dobbiamo almeno descriverlo
Rainer Werner Fassbinder


Se non potete eliminare l’ingiustizia, almeno raccontatela a tutti
Ali Shariati, filosofo e sociologo iraniano




penso che il mondo debba essere governato da giovani, da persone che ancora non conoscono tanta cattiveria.... ( a 25 anni max ci dovrebbe essere il passaggio di testimone) più diventiamo vecchi o oltrepassiamo la barricata, cioè guardiamo solo nel nostro orticello e ci si copre di stupida ipocrisia oppure desistiamo dal desiderio di salvare il mondo, e i sani propositi e principi rimangono solo nel proprio cuore con tanti rimorsi e mal di vivere.... quando si sanno o vedono tante cose sbagliate alla fine ci si sente troppo impotenti e si aspetta solo di morire e non vedere più nulla.......


l mattino del 10 giugno 1982, nel suo appartamento a Monaco di Baviera, il corpo senza vita di Rainer Werner Fassbinder giaceva davanti al televisore acceso. La morte lo aveva ghermito mentre, al solito, stava facendo troppe cose: guardare un film videoregistrato, fumare una sigaretta dopo l'altra, ingerire liquori, tranquillanti e stupefacenti, riempire di note un copione, uno dei tanti cui stava lavorando e che teneva ancora in mano. Da dieci giorni aveva compiuto 37 anni: tutti scrissero 36 ma non sapevano che se n'era tolto uno per vincere la scommessa di realizzare trenta film entro i trent'anni. Alla fine sarebbero stati quaranta per il cinema e la televisione - più le tredici puntate con epilogo di Berlin Alexanderplatz - in meno di tredici anni: il cineasta più prolifico del mondo.
Dieci anni sono passati da quel triste giorno. Dopo il festival di Berlino '92, che non s'è nemmeno accorto della ricorrenza, e in attesa delle manifestazioni annunciate per il decennale in Germania (che per la verità ha molto da farsi perdonare nei suoi confronti), una rassegna fassbinderiana comprensiva anche del suo teatro ha percorso l'Italia da Milano a Roma, da Urbino a Pesaro. Con Wenders e con Herzog, Fassbinder costituiva la pattuglia di punta del nuovo cinema tedesco, ma con questa differenza: che i primi due lavorarono prevalentemente all'estero mentre lui, nonostante ogni ostilità, rimase abbarbicato alla Repubblica federale. Oggi quel cinema non esiste più: non solo perché non c'è Fassbinder, ma perché Wenders e Herzog non sono più quelli degli anni Settanta. La Germania si è riunificata, ma il suo cinema si è frantumato; e certamente un corpus come quello fassbinderiano, così eccedente e caotico ma anche così fondamentalmente unitario, ha fatto capire anche a chi non amava particolarmente quello smodato e irritante terzo uomo, che con la sua scomparsa si è effettivamente perduto qualcosa di molto vitale.
Da quale impulso nasceva la sua micidiale frenesia di lavoro? Senza dubbio dalla necessità di rispondere all'orrore dell'esistenza, di sentirsi vivo in un mondo avviato all'autodistruzione. Fassbinder era affascinato dalla quantità esattamente come dalla qualità. Del resto non si erano forse attribuite cinquecento commedie a Calderòn e addirittura quasi un migliaio a Lope de Vega? Glielo diceva nel fatale incontro ad Ascona il suo idolo e vecchio maestro Douglas Sirk, colui che in gioventù aveva saputo imporre il melodramma d'amore nella Germania nazista per poi trasferirlo gloriosamente a Hollywood. Gli occhi di R.W. brillavano ma egli sapeva benissimo che non avrebbe avuto a disposizione il tempo di quei classici. Spinto dalla disperazione, lavorò tuttavia sodo «come un normale lavoratore tedesco». Proprio questo modo di vivere e di lavorare, però, lo ha ucciso. Al momento della morte sono andati a ricercare alcol e droga, ma la vera causa è. che aveva già accumulato una tale overdose di attività (perché oltre al cinema c'era la televisione, oltre al teatro la radio, oltre al regista l'attore) da bastare per una vita ben più lunga della sua.
Che cosa significa I film liberano la testa, il titolo scelto per la raccolta dei suoi scritti sul cinema (tradotti nel 1988 da Ubulibri)? Di solito si pensa il contrario: che i film la testa la riempiono. Ma per Fassbinder i film del venerabile Sirk avevano il pregio di risolversi totalmente sullo schermo e quindi di "liberare la testa" dello spettatore dall'incombenza di interpretarli. "Risolversi" come? Attraverso i mezzi del cinema: la sua magia, l'uso espressivo degli oggetti e della luce, le contraddizioni dei personaggi elevate all'ennesima potenza, gli eccessi mai tanto benedetti e funzionali del melodramma. C'è della verità ma anche del paradosso; e del resto chissà se i film di Sirk piacerebbero altrettanto, se Fassbinder non li raccontasse e interpretasse alla sua maniera così accattivante.
Nell'inverno tra il 1970 e il '71, aveva visto a Monaco sei film hollywoodiani di Sirk e gli erano apparsi «i più belli del mondo». Aveva quindi voluto conoscere di persona il loro autore, andandolo a trovare nella Svizzera italiana dove si godeva la pensione. Non fu un padre per lui semplicemente perché, tra padre e figlio, di regola c'è conflittualità. Invece tra lui e Sirk ci fu amore a prima vista. Tra l'anziano signore dolce, tagliente, coltissimo e il debordante guastatore del nuovo cinema tedesco capace anche di sette titoli l'anno, si aprì un dialogo benefico.
Quale fu l'effetto Sirk su Fassbinder? Questo: dal regista di Come le foglie al vento e Lo specchio della vita, due film che più hollywoodiani non si può, l'autore di tanto aggressivo "disordine" a basso costo apprese a modificare qualcosa che nel suo cinema andava modificato. Apprese cioè a migliorarlo comprimendone l'eccesso autobiografico e mimetico, a controllarlo rendendo1o più oggettivo e distanziato. Non tanto in senso brechtiano (anche se Brecht non cessava di influire) quanto proprio nel senso della appetibilità e incisività spettacolare. Nel suo turbine produttivo, Fassbinder mirerà sempre più a un cinema quanto mai tedesco, eppure fatto come Hollywood comanda. Una contraddizione alla Sirk? Ma prima di chiamarsi Douglas Sirk, Detlef Sierck aveva appunto lavorato a melodrammi tedeschi nella Germania di Hitler, senza macchiarsi di compromessi col regime.
Tutto ciò era miele per l'orso Fassbinder, al quale la Germania in cui viveva non risultava affatto più vivibile. Eppure ci rimase. Ci rimase anche dopo il successo internazionale del '78 con Il matrimonio di Maria Braun che gli apriva tutte le strade. Ci rimase anche quando era diventato così bravo e sicuro dei propri mezzi, da poter emigrare a Hollywood. Minacciò di farlo, ma rimase perfino quando lo attaccarono per antisemitismo e razzismo, lui campione e cavaliere di tutti i "diversi". Ci rimase e continuò imperterrito a distribuire i propri film attraverso l'associazione degli autori tedeschi. Anche se I film liberano la testa documenta come la testa di troppi tedeschi restasse piena di pregiudizi.
Il libricino dei suoi scritti si apre col saggio Imitation of life sul cinema del maestro e si chiude con una breve nota a un progetto di film su Rosa Luxemburg, buttata giù il giorno prima di morire. «A Rosa non importava tanto la Polonia - scrive - quanto la totalità dei problemi». Leggendo questi piccoli saggi, si capisce meglio l'uomo e anche il narratore. Il capitolo più lungo è una variante appassionata della trama di Un anno con 13 lune, migliore del film che nel 1978 gli era stato dettato dal suicidio di un suo amante. Una volta promise anche un romanzo, e oggi a tutti dispiace che non l'abbia neanche iniziato. E ci sono altri pezzi interessanti. Il profilo di Hanna Schygulla: com'erano giovani entrambi, quando nel '71 portarono Katzelmacher a Karlovy Yary! La requisitoria contro Claude Chabrol, che crede di essere un entomologo ed è soltanto un cattolico (Chabrol prolifico quasi quanto lui ma, a differenza di lui, senza passione né compassione). Le riflessioni su Döblin e Berlin Alexanderplatz. La difesa dell'omosessualità generosa di Werner Schroeter. Il tentativo altrettanto generoso di dipingere Michael Curtiz, che non fu soltanto il regista di Casablanca, come un anarchico a Hollywood. Tutto ciò è molto personale, salutarmente provocatorio e contraddittorio, e con lampi di genialità, come i suoi film.
Anche prima dell'incontro-rivelazione con Douglas Sirk, Fassbinder aveva previsto da solo la necessità d'una svolta. In questo senso il film chiave è Attenzione alla puttana santa, che non peir niente è un film sul cinema. Siamo ancora in pieno 1970, l'anno dei sette titoli. Quattro anni dopo, in un'intervista, egli spiegava il. suo superlavoro con questa bellissima frase: «Tutto quello che vivo devo poi trasformarlo in qualcosa che mi dia la sensazione d'averlo vissuto realmente». E qui forse è la vera interpretazione del suo cinema, come della sua vita e della sua morte.
Una volta, in un'intervista televisiva romana, a Fassbinder scappò il nome di Balzac; e davvero si può pensare a lui come a un piccolo Balzac bavarese. Ci ha lasciato infatti, film dopo film, la storia o, meglio, la coscienza storica e critica della Germania del dopoguerra e del miracolo economico vista in controluce, ossia vista attraverso i disastri psicologici e morali, lo sfruttamento sociale e razziale che questo benessere è costato. Egli analizza sul piano della persona e dei suoi sentimenti, comportamenti e condizionamenti gli effetti devastanti del mancato esame autocritico dei tedeschi. In qualche caso tornando indietro, nelle sue stilizzazioni, alla vecchia Prussia di Effì Briest, alla repubblica di Weimar e al nazismo. Ma in genere legando il passato al presente e cogliendo l'autoritarismo e il potere nei rapporti interpersonali. Rapporti di dominio che non dividono soltanto le classi, ma lacerano e annientano ogni individuo all'interno di qualsivoglia ceto o sesso; e anzi, proprio il vincolo omosessuale è la spia più feroce del fatto che, anche in amore, esiste sfruttamento e classismo, che c'è sempre un dominatore e un dominato, un carnefice e una vittima. Dal primo film del 1969, che portava il titolo eloquente L'amore è più freddo della morte, all'ultimo e postumo del 1982, Querelle - l'unico nella storia dei festival che provocò la rivolta di un presidente, Marcel Carné, verso la sua giuria che non aveva osato premiarlo a Venezia -, questo leit-motiv segna in modo glaciale e straziante tutto il cinema di Fassbinder.
Quando nel 1978 venne prodotto il film collettivo Germania in autunno, il pezzo autobiografico ed esibizionistico dell'attore-autore che si mostrava nella nudità della sua nevrosi e della sua impotenza, in quel gusto impietoso di ribalderia e di tenerezza, di lucido pessimismo e di rovente cupio dissolvi, poteva apparire incongruo rispetto al quadro "politico" che l'insieme cercava di fornire. In realtà vi apparteneva più degli altri brani "oggettivi". Quella confessione intellettuale e umana a tutto campo era, nonostante il soggettivismo esasperato e l'anarchismo individualistico, il brandello di storia insieme più provocatorio e più autentico. Anche perché in una di quelle stanzette spoglie, senza segnale di "proprietà" e tanto meno di calore, dove anche i libri sono annullati dal televisore e dal telefono, proprio lì dove l'artista si dibatteva come un'anima dannata, lo avrebbero rinvenuto esanime, ma tutto'altro che pacificato, una mattina di quattro anni dopo.
Rammentiamo il primo incontro al festival di Karlovy Vary '71, quando venne presentato Katzelmacher, il suo secondo film girato nel '69. Davvero non fu difficile accorgersi che un nuovo regista tedesco era nato. Katzelmacher, alla lettera "fabbricante di gattini", è sempre stato il termine spregiativo riservato dai tedeschi ai lavoratori stranieri. Lo adoperavano prima della prima guerra mondiale per gli italiani che vendevano gatti di gesso, e dopo la seconda per la presunta facilità con cui gli immigrati - italiani, greci o marocchini - ingravidavano le ragazze locali.
Il "terrone" preso di mira era appunto un greco, impersonato dallo stesso regista ch'era anche l'autore della commedia, mentre in Angst essen Scele auf («Paura mangiare anima») è un marocchino barbuto e nerissimo che parla tedesco in terza persona e coi verbi all'infinito, e che unisce la solitudine propria a quella di una donna ariana che, per età, potrebbe essergli madre. Fu questo film, il suo diciannovesimo, premiato dalla critica internazionale al festival di Cannes '74, a costituire la prima rivelazione europea di Fassbinder. La seconda e decisiva si sarebbe avuta nel '78 con Il matrimonio di Maria Braun e senza bisogno di festival.
Emarginati, emigrati, irregolari, omosessuali: questa la fascia di umanità di cui, con forti accenti autobiografici, Fassbinder è stato il cantore ossessionato e disilluso. Raramente girava in
esterni, perché la natura finisce per essere rassicurante mentre il paesaggio concentrazionario della civiltà metropolitana non offre speranza di evasione. Il suo cinema è claustrofobico, artificiale e spietato; se è politico lo è in modo derisorio, come il terrorismo di Terza generazione (1979), che anche formalmente, è impossibile da rappresentare: cosicché alla maniera di Godard il regista scarica sullo spettatore i comunicati dei telegiornali, non in alternanza ma in concomitanza con i dialoghi tra i personaggi.
Un crudele gioco sadomasochista domina l'universo fassbinderiano e non risparmia alcun ambiente, da quello più vicino alla realtà quotidiana a quello culturalmente più trasfigurato, da quello borghese o piccolo-borghese a quello proletario o sottoproletario. Se nella società non esiste equilibrio dei rapporti affettivi, perché dovrebbe esserci nei film? Fassbinder non può mentire sul proprio mestiere (Attenzione alla puttana santa, 1970) come sulle proprie passioni: da Le lacrime amare di Petra von Kant (1972) che traspone in campo femminile il tema dell'omosessualità, a Il diritto del più forte (1974) di cui è protagonista nella parte del più debole; da Nessuna festa per la morte del cane di Satana (1976) a Un anno con 13 lune (1978), fino a Querelle (1982) che resta il suo testamento. Omosessualità o transessualità, identificazione o sdoppiamento dimostrano implacabilmente la medesima impossibilità d'amare; per nessuna via, neanche la più tortuosa, si sfugge alla comune catastrofe.
Certo, nei suoi melodrammi "distanziati", la distanza è maggiore quando il mondo è borghese e l'autore lo avvolge di cinismo e di disprezzo come in Roulette cinese (1976). Per i semplici e i derelitti scatta invece, nel post-romantico Fassbinder, la molla di una fiammeggiante solidarietà, come nel colossale Berlin Alexanderplatz (1980) e, prima ancora, in Paura mangiare anima e nel Viaggio in cielo di Mamma Küsters (1975), dove la disfatta non è esistenziale ma politica, e l'autore si lascia commuovere dal destino della protagonista al punto di escogitare un doppio finale: in uno la vedova sopravvive, sia pure assolutamente sola.
La formula "unità nella diversità" potrebbe servire a caratterizzare anche l'opera complessiva di questo vulcanico artista, ma senza alcuna pretesa di un cammino lineare e coerente. Anzi la sua strada è lastricata di contraddizioni come quella di Pasolini. Nel giugno 1978 Fassbinder rifiuta il premio statale per Germania in autunno, che vede il suo ritorno all'autobiografismo esibito, ma nel febbraio 1982 accetta l'Orso d'oro del festival di Berlino per Veronika Voss: in entrambi i casi senza dare spiegazioni. Può darsi che in quest'ultima circostanza si sia sentito meno personalmente compromesso, nel senso che la vicenda del film è lontanamente ispirata a quella, emblematica e "storica", dell'attrice Sybille Schmitz, valorizzata da Dreyer in Vampyr ma poi avversata da Goebbels nella sua carriera tedesca. Questa donna aveva lottato e sofferto sotto il nazismo, esaurendo così le proprie capacità di resistenza. Nel dopoguerra, al primo contatto con una realtà non meno dura, si sentì finita, e per questa ragione si tolse la vita.
Bisogna dire che Fassbinder condivide con particolare sensibilità il destino di umiliazione e di sconfitta della donna, tanto spesso protagonista dei suoi film. Questo cineasta che vedeva affondare con sé tutto il paese, ha tuttavia saputo disegnare una serie di ritratti femminili capaci di emergere dall'abisso, se non altro moralmente, con la sincerità del loro carattere e la verità delle loro sofferenze. Non per nulla il volto ricorrente del suo cinema è quello di Hanna Schygulla. E non per nulla, nel peno-do in cui girava un film in un paio di settimane, il regista dedicò un paio d'anni a Effi Briest (1972-'74); trovando nell'eroina dello splendido romanzo di Theodor Fontane, che lo scrisse da vecchio verso la fine del secolo scorso (ed è, in effetti, l'unico film "in costume" di Fassbinder), la prima vittima della società maschilista. Col tempo avrebbe perfino rallentato i suoi ritmi alla catena di montaggio, per riservare maggiore attenzione alla donna. Da Petra von Kant a Mamma Misters, da Maria Braun a Lola e a Veronika Voss - passando per Lili Marleen che però, essendo un film miliardario, è anche il meno convincente di tutta la sua carriera - la scelta di campo è piuttosto precisa. È l'ultimo non trascurabile segno di una predilezione fattasi ormai ineluttabile e sovrana. E non è affatto un caso che l'ultimo personaggio al quale abbia pensato, vergando una serie di appunti il giorno prima della fine, fosse quello di Rosa Luxemburg.
Da Alfabetiere del cinema, a cura di L. Pellizzari, Falsopiano, Alessandria, 2006

http://www.mymovies.it/critica/persone/critica.asp?id=56767&r=3631

lunedì 27 agosto 2012

Banksy. Non so perchè le persone siano così entusiaste di rendere pubblici i dettagli della loro vita privata,dimenticano che l’invisibilità è un superpotere

Non so perchè le persone siano così entusiaste di rendere pubblici i dettagli della loro vita privata, dimenticano che l’invisibilità è un superpotere.
Banksy





siamo nell'epoca in cui le persone vogliono sapere "tutto di tutti".. e in parte assecondiamo questa frenetica "moda".. poi però rimaniamo male se qualcuno rivela una nostra confidenza.. segno che c'è ancora voglia di fidarsi, di aprire il nostro cuore e di sentire rispettati i nostri sentimenti..




 ‎... questo non so dirtelo, critico tanto gli altri che mettono i loro pensieri,a poi sono la prima che scrive ciò che gli passa per la testa, forse è solo perchè in alcuni momenti abbiamo solo bisogno di una parola di conforto, e semplicemente di una persona che ci dica come stai, o di uno scambio di opinioni ed esperienze, perchè avvolte son proprio quelle persone che non conosci che riescono ad aiutarti maggiormente...tutto qui :/



ma allora perchè state tutti su fb???? e fanno la morale



Guarda la raccolta differenziata come la fanno da noi è un attacco alla privacy.... i sacchetti trasparenti fanno trasparire tutto sulla nostra vita... questo si k è un vero skifo



lunedì 30 luglio 2012

Karl Popper. Perché la democrazia? «CHI DEVE COMANDARE?»: senza dubbio questa sembra essere stata la questione principale di ogni teoria politica, da Platone in poi; ma sembra anche essere la questione che ogni cittadino si pone nel momento in cui è chiamato al voto. È nota la risposta che diede Platone: devono comandare i filosofi. E, dopo di lui, una lunga schiera di teorici della politica hanno risposto: deve comandare il migliore, il re voluto da Dio, la casta dei sacerdoti, il popolo, fino a giungere ai drammatici esiti del Novecento, quando si è detto che a comandare dovesse essere la “razza ariana”.


Perché la democrazia? La risposta di K. Popper


«CHI DEVE COMANDARE?»: senza dubbio questa sembra essere stata la questione principale di ogni teoria politica, da Platone in poi; ma sembra anche essere la questione che ogni cittadino si pone nel momento in cui è chiamato al voto. È nota la risposta che diede Platone: devono comandare i filosofi. E, dopo di lui, una lunga schiera di teorici della politica hanno risposto: deve comandare il migliore, il re voluto da Dio, la casta dei sacerdoti, il popolo, fino a giungere ai drammatici esiti del Novecento, quando si è detto che a comandare dovesse essere la “razza ariana”. Già dopo queste primissime battute, «Chi deve comandare?» si rivela veramente come la domanda su cui si è costruita la teoria politica occidentale. Eppure, secondo Popper, questa è una domanda “irrazionale”. Chi si pone tale questione va infatti alla ricerca di della Ragione per cui a comandare deve essere uno piuttosto che un altro, quando in realtà, sostiene Popper, NON ESISTE ALCUNA RAGIONE PER CUI UNO DEBBA DI NECESSITÀ COMANDARE. LA DOMANDA È IRRAZIONALE POICHÉ CI SPINGE ALLA RICERCA DI QUALCOSA CHE NON ESISTE. NON ESISTE ALCUN FONDAMENTO ASSOLUTO ED INCONTROVERTIBILE CHE POSSA LEGITTIMARE IL GOVERNO DI UNA PERSONA, DI UN GRUPPO O DI UN INTERO POPOLO. Ed è proprio verso questo “fondamento assoluto” che la tale domanda ci spinge: infatti, il presupposto di un tale domandare è che chi viene additato come COLUI CHE DEVE COMANDARE, UNA VOLTA ASSUNTO IL POTERE, LO POSSA GESTIRE SENZA ALCUN LIMITE: tale questione sottende una TEORIA DELLA SOVRANITÀ INCONTROLLATA.

SE LA DOMANDA «CHI DEVE COMANDARE?» È IRRAZIONALE, CON QUALE QUESTIONE LA SOSTITUIREMO? «COME POSSIAMO ORGANIZZARE LE ISTITUZIONI POLITICHE IN MODO DA IMPEDIRE CHE I GOVERNANTI CATTIVI O INCOMPETENTI FACCIANO TROPPO DANNO?»: questa la riposta (meglio sarebbe dire la domanda) di Popper. Vediamo di inoltrarci un po’ più a fondo in questa questione. IL PUNTO È QUELLO RELATIVO LA QUALITÀ DEI GOVERNANTI: NON SEMPRE ESSI SONO ALL’ALTEZZA DEL LORO COMPITO, ANZI, IL PIÙ DELLE VOLTE ESSI SONO “CATTIVI” GOVERNANTI,  MOSSI ESCLUSIVAMENTE DAI LORO INTERESSI. SPOSTARE L’ACCENTO SULLA QUESTIONE DEL CONTROLLO PERMETTE DI EVITARE CHE GOVERNANTI INADATTI AL COMPITO PER IL QUALE SONO STATI CHIAMATI ARRECHINO TROPPI DANNI. Si potrebbe chiamare questo punto “euristica dei cattivi governanti” e visto i tempi che corrono, essa si rivela sorprendentemente attuale.
La questione che ora si pone è se è veramente possibile scindere le due domande, cioè se è veramente possibile sostituire la prima con la seconda. In altri termini, non è che la seconda domanda riproponga la prima? CHI SI INTERROGA SU COME CONTROLLARE CHI GOVERNA, nel porre dei limiti alla sovranità del governante, non sta forse implicitamente rispondendo alla prima questione? Non sta forse dicendo che CHI DEVE COMANDARE È UN GOVERNO SOTTOPOSTO A LEGGI E REGOLE TRASPARENTI, ELETTO DEMOCRATICAMENTE E CON POTERI LIMITATI? Non è che il presupposto di tutto questo ragionamento è che la forma politica debba essere quella democratica?

A tale questione si deve rispondere affermativamente. La seconda domanda non è ingenua, ma è la domanda di un democratico preoccupato di legittimare (non di fondare) LA DEMOCRAZIA (QUELLA CHE POPPER CHIAMA “SOCIETÀ APERTA”). UN DEMOCRATICO NON PUÒ, SECONDO QUANTO CI SUGGERISCE POPPER, GIUSTIFICARE LA DEMOCRAZIA DICENDO: «DEVE COMANDARE IL POPOLO». INFATTI, SE CIÒ AVVENISSE, IL POPOLO SI TROVEREBBE CONFERITO DI UN POTERE SENZA LIMITI, CHE POTREBBE UTILIZZARE A PROPRIO PIACIMENTO. ESSO POTREBBE ANCHE DECIDERE DI PASSARE IL SUO POTERE AD UNO SOLO, CHE RITIENE PIÙ ADATTO DI LUI A GOVERNARE. Tentare una tale giustificazione della democrazia porterebbe dunque ad uno scacco teorico. I REGIMI TOTALITARI DEL NOVECENTO ERANO INFATTI ANDATI AL POTERE ATTRAVERSO ELEZIONI DEMOCRATICHE. Da qui la necessità di cambiare domanda.

Ed è sempre da qui che si può TRARRE IL VERO INSEGNAMENTO DI POPPER. IMPRONTARE LE ISTITUZIONI SUL CONTROLLO DEL POTERE SIGNIFICA IMPRONTARLE IN MODO TALE DA POTER MANDARE A CASA I GOVERNANTI SENZA SPARGIMENTO DI SANGUE, MA CON UN SEMPLICE VOTO DEL PARLAMENTO. Ed è questo ciò che, a nostro avviso, LEGITTIMA LA DEMOCRAZIA (NONOSTANTE TUTTE LE SUE IMPERFEZIONI) RISPETTO A QUALSIASI ALTRO SISTEMA POLITICO: NON VI È BISOGNO DELLA VIOLENZA PER POTER CAMBIARE CHI GOVERNA. E si badi: questa non è la Ragione per cui deve comandare un governo democratico; piuttosto essa è una ragione per cui si dovrebbe scegliere un siffatto governo.

 commenti su:
 “ Perché la democrazia? La risposta di K. Popper”

1.Leonardo Ebner - maggio 31st, 2011 - 18:07

Il problema oggi è COME FARE PER RIMUOVERE ANCHE CHI GOVERNA “BENE”. Il riferimento di Popper era, come dici tu, agli EVENTI TRAUMATICI CHE NEL ’900 AVEVANO PORTATO L’AFFERMAZIONE PER VIE DEMOCRATICHE DI REGIMI TOTALITARI. ma se la dittatura per noi oggi è riconosciuta come un “cattivo” regime politico, è pur vero che NELLA STESSA BUONA DEMOCRAZIA ESISTONO PERICOLOSE DEVIAZIONI. Quando per esempio un governo troppo amato eccede nel clientelismo, attua lo spoil system in modo radicale, permea i meccanismi della burocrazia, allora si è di fronte a uno dei limiti della democrazia. Ecco che un’altra delle ragioni per sceglierla è proprio che ESSA PUÒ GARANTIRE L’EQUILIBRIO E IL RICAMBIO. E QUANDO QUESTO NON ACCADE?


2. Filippo Costantini - maggio 31st, 2011 - 18:59

Non vi è dubbio che Popper si riferisse ai regimi totalitari, tuttavia l’attualità della sua proposta consiste, a mio avviso, nel fatto che SI PUÒ GARANTIRE “L’EQUILIBRIO E IL RICAMBIO” SOLO A PATTO DI PORRE SOTTO CONTROLLO CHI DETIENE IL POTERE. NON MI PARE POI CHE SI POSSA ASSUMERE LA POPOLARITÀ DI UN GOVERNO (IL SUO ESSERE AMATO) COME PARAMETRO PER GIUDICARLO UN “BUON GOVERNO”.

3.Leonardo Ebner - maggio 31st, 2011 - 21:20

appunto! (riguardo a POPOLARITÀ = BONTÀ)

4.Luca Bozzato - giugno 1st, 2011 - 07:33

Hai tirato in ballo Platone, che sicuramente si muove sul versante del: «CHI DEVE COMANDARE»? Che è una domanda che mi pare strettamente legata alla DETERMINAZIONE DEL BUONO E DEL GIUSTO IN SÈ, determinazione che parte dagli sforzi elenctici socratici fino alle evoluzioni della dialettica platonica. Ma lo stato giusto è quello che garantisce l’armonia tra le sue parti, e quindi la felicità dell’uomo. La domanda, allora, diventa più “razionale”: se siamo tutti d’accordo che far governare una data cerchia di persone sia in sè giusto perchè queste persone sono fuori di ogni dubbio atte a governare con giustizia, e cioè che il governo di queste persone sia il mezzo più perfetto per farmi essere virtuoso=felice, perchè non dovremmo semplicemente cedere a queste persone il governo?
Ora, la risposta di Popper risente della “crisi dei fondamenti” e, per quanto mi riguarda, ha un PROBLEMA FONDAMENTALE, CHE È QUELLO DI STABILIRE I CRITERI PER CUI UN GOVERNANTE È UN BUON GOVERNANTE. Ma è un problema a parte (per questo discorso… in realtà va al nocciolo della questione) che ha per me a che fare con l’OGGETTIVITÀ DELL’INFORMAZIONE, che una società dell’informazione, paradossalmente, a mio avviso non può garantire affatto. (Chi studia marketing o comunicazione, cioè chi attualmente governa il nostro modo di pensare alleato all’ICT, oppure anche chi semplicemente ha un blog o un account facebook o twitter, lo sa da tempo.) AL GIORNO D’OGGI, DOBBIAMO PER FORZA FARE I CONTI COL FATTO CHE LA POPOLARITÀ SIA UN CRITERIO VALIDO PER DECIDERE DELLA BONTÀ DELL’OPERATO DI UN GOVERNO, per un motivo o per l’altro. NON POSSIAMO ACCETTARE IL FATTO CHE SIA L’UNICO CRITERIO, OVVIAMENTE. In questa direzione mi sembrava andare il commento di Leonardo, anche se mi pare un po’ circolare, ma solleva due grossi problemi:

1) può esistere UN GOVERNO AMATO (=PERCEPITO COME BUONO) CHE PERÒ SI COMPORTI IN MODO DA FORZARE I LIMITI DELLA DEMOCRAZIA, IMPEDENDO IL SUO RICAMBIO -> È VERAMENTE UN GOVERNO BUONO? UN BUON GOVERNO SI COMPORTEREBBE MAI IN MODO TALE DA VOLERSI PERPETURARE ALL’INFINITO? (PROBLEMA GROSSO!) LA QUALITÀ PERCEPITA È SINTOMO DI VERA QUALITÀ? Da come è impostato il commento, mi pare che la risposta sia negativa a tutte e tre le domande

2) come comportarsi se non c’è equilibrio? -> se un governo si comporta in maniera tale da non essere buono pur sembrando buono, e riesce nel suo intento di longevità, c’è una via d’uscita? oppure abbiamo minato la democrazia al fondo e non saremo più capaci di sollevarci? DI CHI È LA COLPA? DEI GOVERNANTI CHE HANNO MISTIFICATO, DEL POPOLO CHE HA ABDICATO O DISATTESO AL SUO RUOLO DI CONTROLLORE, OPPURE DI ENTRAMBI?

Spero di aver bene inteso, altrimenti sono disponibile a ricevere sonore bacchettate dall’interessato.

5.Leonardo Ebner - giugno 1st, 2011 - 09:21

Ma LA QUESTIONE È PROPRIO QUESTA: SONO I GOVERNI MOLTO (TROPPO) AMATI CHE FORZANO LA DEMOCRAZIA! quelli che non hanno forza nelle istituzioni e nell’opinione pubblica nessuno se li fila e vengono cambiati con facilità.
È per questo che non vedo la circolarità nell’argomento: GOVERNO TROPPO AMATO > MANCANZA DI CRITICA > PERVASIVITÀ DEI GOVERNANTI NELLE ISTITUZIONI > DIFFICOLTÀ DI CAMBIAMENTO. IL PERICOLO È PROPRIO IDENTIFICARE L’ISTITUZIONE DEMOCRATICA CON PERSONE POLITICHE, PERCHÉ QUANDO RICOPRONO INCARICHI PER TROPPO TEMPO “DIVENTANO” LE ISTITUZIONI STESSE.

Ah, OVVIAMENTE POPOLARITÀ NON SIGNIFICA BONTÀ DEL GOVERNO. Ma quando voi andate a votare lo fate perché giudicate i fatti o perché usate la vostra identità politica? A MENO DI CASI ECCEZIONALI, SI VOTA PER IDENTITÀ, CIOÈ SI RESTA NELL’AMBITO DELLA POPOLARITÀ, DELLA RAPPRESENTAZIONE.

La controprova è che SE SIETE (PONIAMO) DI DESTRA E UN GOVERNO DI SINISTRA FA TUTTO QUELLO CHE VOI RITENETE GIUSTO, ALLE ELEZIONI DI FINE MANDATO VOI MOLTO PROBABILMENTE VOTERETE COMUNQUE PER LA DESTRA, perché è quella parte da cui vi sentite rappresentati e che sapete attuerà (o promette di farlo) un certo programma.


6.Luca Bozzato - giugno 1st, 2011 - 10:56

Sul voto sono d’accordo, infatti. Sulla circolarità: RESTA DA PROVARE CHE LA POPOLARITÀ DI UN GOVERNO SIA UN CRITERIO PER STABILIRE LA SUA BONTÀ, OPPURE CHE NON LO SIA. POPOLARITÀ non significa bontà tout court, ma la può significare? PUÒ DARSI UN GOVERNO POPOLARE (CHE AGGETTIVO AMBIGUO!) CHE SIA ANCHE BUONO? Per come la metti, sembra di no: UN GOVERNO POPOLARE PER FORZA DI COSE È ANCHE UN GOVERNO IN CUI LA CAPACITÀ CRITICA DEGLI ELETTORI È SOPITA. Ma appunto, i criteri si confondono. Se un governo non dura, era magari un governo cattivo, grazie democrazia che lo possiamo cambiare. Se un governo dura troppo, democrazia in pericolo, come facciamo per cambiarlo. «IL PROBLEMA OGGI È COME FARE PER RIMUOVERE ANCHE CHI GOVERNA “BENE”.» MA A ME SEMBRA CHE, IN QUESTA PROSPETTIVA, SI FATICHI PRECISAMENTE A CAPIRE CHI GOVERNA BENE E CHI GOVERNA “BENE”.


7.L eonardo Ebner - giugno 1st, 2011 - 11:30

Ma popolarità e bontà sono due cose per lo più indipendenti. Che sia buono o cattivo (e per capirlo, benvenute teorie della giustizia assortite e valutazioni delle politiche pubbliche) poco importa, L’IMPORTANTE È CHE SIA CAMBIABILE (PAROLA ORRIBILE!), SOSTITUIBILE. LA POSSIBILITÀ DEL CAMBIAMENTO È SPAZIO CRITICO E QUINDI OPPOSIZIONE ANCHE A UN GOVERNO POPOLARE, che sia buono o cattivo poco importa. In democrazia prima bisogna salvaguardare la forma, poi curare la sostanza.

8. Filippo Costantini - giugno 1st, 2011 - 11:49

Mi sembra (se sbaglio ditemelo) che i vostri commenti soffrano di un PICCOLO DIFETTO: PENSARE CHE CHI GOVERNA SIA CONTROLLATO ESCLUSIVAMENTE DAI CITTADINI MEDIANTE IL VOTO. Sicuramente QUESTA È UNA DELLE PRINCIPALI FORME DI CONTROLLO, MA NON È L’UNICA. Le altre sono, per esempio, IL PARLAMENTO (CHE PUÒ SFIDUCIARE UN GOVERNO – NON IN ITALIA VISTO CHE È NOMINATO DA CHI VINCE LE ELEZIONI E NON ELETTO DAGLI ELETTORI); LA MAGISTRATURA (per quanto riguarda i reati); ma SOPRATTUTTO LA LEGGE. E quest’ultima potrebbe rispondere alla questione, sollevata da Luca, di un governo che tenti di perdurare all’infinito: LIMITANDO, PER ESEMPIO, IL NUMERO DI MANDATI CHE UNO STESSO PRESIDENTE PUÒ FARE.

Ciò che così viene a configurarsi È UN SISTEMA ISTITUZIONALE COMPOSTO DA UNA PLURALITÀ DI POTERI CHE VERREBBERO A CONTROLLARSI RECIPROCAMENTE. L’EQUILIBRIO NON STA SOLO NEL RICAMBIO PERIODICO DEI GOVERNI, MA ANCHE NEL RAPPORTO FRA DIFFERENTI POTERI AUTONOMI. IN TAL MODO NESSUN GOVERNO PUÒ PENSARSI SOPRA LA LEGGE (o sopra gli altri poteri dello stato) SOLO PERCHÉ È MOLTO AMATO DAGLI ELETTORI. ANCHE CHI GOVERNA “BENE” (NEL SENSO CHE GODE DI POPOLARITÀ) DEVE ESSERE SOTTOPOSTO AL CONTROLLO. Non vi possono dunque essere poteri incontrollati, nemmeno quel particolare potere che è la volontà popolare.

Il tentativo di Popper è quello di pensare al di là della domanda circa i criteri per stabilire della bontà dei governanti. INDIPENDENTEMENTE DA CHI CI GOVERNA, DOBBIAMO PENSARE LE ISTITUZIONI IN MODO TALE CHE NON VI SIANO POTERI INCONTROLLATI ED INCONTROLLABILI. IL CONTROLLO DEL POTERE SI CONFIGURA COME CONDIZIONE NECESSARIA PER LA DEMOCRAZIA, MA NON PER QUESTO SUFFICIENTE. LA LEGGE E LE ISTITUZIONI NON SONO DEGLI IMMUTABILI, MA CAMBIANO AL CAMBIARE DEI TEMPI. E a cambiarle sono gli uomini. È per questo che il passo successivo è quello che sposta l’ATTENZIONE SULL’EDUCAZIONE DEI CITTADINI AD ESSERE CRITICI E AUTOCONSAPEVOLI (su questo tema, dibattuto negli incontri del Metaclub, pubblicherò qualcosa nei prossimi giorni). L’EDUCAZIONE MI SEMBRA ESSERE UNA DELLE POCHE VIE EFFETTIVAMENTE PERCORRIBILI, anche se ritengo non poter essere la panacea a tutti i mali.

I PILASTRI DELLA PROPOSTA DI POPPER SONO DUNQUE IL CONTROLLO DEL POTERE E L’EDUCAZIONE. Tuttavia questa prospettiva non è esente da problemi: È SEMPRE POSSIBILE CONTROLLARE CHI DETIENE IL POTERE? AL DI LÀ DEI SINGOLI GOVERNI NAZIONALI, È POSSIBILE CONTROLLARE L’APPARATO SOCIO-ECONOMICO E L’APPARATO SCIENTIFICO-TECNOLOGICO, CHE APPAIONO ESSERE LE AUTENTICHE FORME DI POTERE DELLA CONTEMPORANEITÀ?

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