L'undici novembre 1821 nasce a Mosca Fëdor Dostoevskij, tra i più grandi romanzieri di tutti i tempi. Immenso e inestimabile il valore della sua eredità letteraria.
Nella rappresentazione di un'umanità lacerata da pulsioni e passioni contraddittorie e insanabili, Dostoevskij è uno dei padri, forse il più lucido e ispirato, della sensibilità contemporanea.
Buon anniversario Maestro.
Chi non è russo non capisce due cose: che non tutti i russi amano Dostoevski quanto lo amano gli americani; e che la maggior parte dei russi che amano Dostoevski venerano in lui il mistico, non già l'artista. Era un profeta, un giornalista dalla lingua sciolta e un teatrante da strapazzo. Ammetto che alcune sue scene, alcune delle sue terribili, farsesche baruffe, sono divertentissime. Ma i suoi assassini dal cuore tenero e le sue prostitute dalla grande anima non si possono sopportare, nemmeno per un istante - il sottoscritto, in ogni caso, non li sopporta"
V. Nabokov, Intransigenze
22 dicembre 1849. A San Pietroburgo, un uomo aspetta sul patibolo di essere giustiziato quando giunge, all'improvviso, la notizia della cancellazione dell'esecuzione. Quell'uomo è uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi: Fëdor Michajlovič Dostoevskij; condannato per aver frequentato il circolo di M. V. Petraševskij, propugnante un socialismo utopistico, viene mandato a passare quattro anni di lavori forzati in Siberia. Scriverà al fratello, un anno dopo la liberazione: "I quattro anni di ergastolo io li considero ora come un periodo in cui fui sepolto vivo. È stata una sofferenza inenarrabile, infinita, ché ogni ora, ogni minuto mi pesava sull'anima, come una pietra".
Il 23 aprile 1849, Fëdor Dostoevskij viene arrestato per partecipazione a società segreta con scopi sovversivi. In novembre, viene emessa la sentenza di morte.
Il 22 dicembre, Dostoevskij e gli altri condannati, sono portati sul luogo dell'esecuzione e solo allora, dopo la lettura pubblica della sentenza e davanti al plotone d'esecuzione (secondo una norma allora in uso), lo zar commuta la pena in lavori forzati. Dell'esperienza maturata durante la prigionia narrerà il romanzo autobiografico "Memorie dalla casa dei morti", ma gli istanti precedenti alla sospensione della pena capitale, istanti di cui Dostoevskij scriverà: "
Adesso sono vivo; ma fra tre minuti, che sarò? Qualcuno o qualche cosa, e dove?", saranno un ricordo che accompagnerà l'autore per il resto della sua vita.
“Oggi, 22 dicembre, siamo stati condotti sulla piazza Semënov. Lì
è stata letta a tutti noi la sentenza di condanna a morte, poi ci hanno fatto accostare alla croce, hanno spezzato le spade al di sopra delle nostre teste…io ero il sesto della fila…non mi restava da vivere più di un minuto. Mi sono ricordato di te, fratello, e di tutti i tuoi; nell’ultimo istante tu, soltanto tu occupavi la mia mente, e soltanto allora ho capito quanto ti amavo, fratello mio carissimo! …ci è stato letto il problema con cui Sua Maestà Imperiale ci donava la vita, quindi è stata data lettura delle condanne autentiche…la vita è vita dappertutto; la vita è dentro noi stessi, e non in ciò che ci circonda all’esterno. Intorno a me ci saranno sempre degli uomini, ed essere un uomo tra gli uomini e rimanerlo per sempre, in qualsiasi sventura, non abbattersi e non perdersi d’animo, ecco in cosa sta la vita, in che cosa consiste il suo compito. Io mi sono reso conto di questo, e questa idea mi è entrata nella carne e nel sangue!...Non ho mai sentito ribollire dentro di me delle riserve così sane e abbondanti di vita spirituale come adesso. Ma il corpo riuscirà a resistere? Non lo so... Forse un giorno ci riabbracceremo e ricorderemo insieme il nostro giovane tempo, il tempo passato, dorato, ricorderemo la nostra giovinezza e le nostre speranze che in questo istante mi strappo dal cuore, insieme con il mio sangue, e seppellisco...Possibile che io non prenda più la penna in mano? Io penso che tra quattro anni questo sarà possibile. Ti manderò tutto ciò che scriverò, se pure scriverò qualcosa...Dio mio, quante immagini da me vissute e da me create sono destinate a perire e a spegnersi nella mia testa, oppure mi si scioglieranno nel sangue come un veleno! Sì, se non mi sarò possibile scrivere io perirò, sarebbe meglio venir condannato a quindici anni di carcere, ma con la possibilità di tenere la penna in mano...del resto oggi sono stato vicino alla morte, per tre quarti d’ora ho vissuto con l’idea di essere giunto agli ultimi istanti della vita, e adesso invece sono di nuovo vivo! Se qualcuno ha serbato un cattivo ricordo di me, se ho avuto a che dire con qualcuno o se ho destato una cattiva impressione in qualcuno, di’ a tutti che se ne dimentichino, se avrai occasione d’incontrarli. Nel mio animo non c’è traccia di rancore o di collera; in questo momento vorrei tanto amare e abbracciare almeno qualcuno dei miei antichi amici...quando mi volto indietro a guardare il passato e penso a tutto il tempo inutilmente sprecato, a tutto quello che ho perduto in traviamenti, in errori, nell’ozio, nell’incapacità di vivere, a quanto poco ho saputo apprezzarlo, a quante volte ho peccato contro il cuore e contro lo spirito, il cuore mi sanguina...e adesso, cambiando vita, io rinasco in una nuova forma. Fratello, ti giuro che non perderò la speranza e conserverò puro lo spirito e il cuore...è terribilmente doloroso spezzarsi in due, tagliare in due il proprio cuore. Addio! Addio! Ma io ti rivedrò, ne sono sicuro, lo spero: resta fedele a te stesso...”
Fëdor Dostoevskij, lettera al fratello
"C'era, nel suo caso, una circostanza strana: dico strana, perché rara.
Era stato condannato, insieme con altri, alla fucilazione. Per non so che delitto politico, doveva essere giustiziato. Gli fu letta la sentenza di morte. Se non che,
venti minuti dopo, arrivò la grazia, cioè la commutazione della pena. Nondimeno, durante quei venti o quindici minuti, egli visse nella ferma convinzione che di lì a poco sarebbe morto. Io lo ascoltavo con vivo interesse, quando narrava delle sue impressioni di allora e gli facevo cento e cento domande. Di tutto si ricordava con una chiarezza straordinaria: non avrebbe mai dimenticato, diceva, un sol attimo di quei minuti. A venti passi dal luogo dell'esecuzione, circondato dai soldati e dal popolo, tre pali erano confitti in terra, poiché i condannati erano parecchi.
Trassero i primi tre verso quei pali, li legarono, li vestirono dell'abito della morte, cioè di lunghi camici bianchi, calcarono loro sugli occhi dei berretti anche bianchi, affinché non vedessero i fucili; poi di fronte a ciascun palo si schierò un drappello di soldati. Il mio uomo era l'ottavo condannato, e quindi gli toccava essere legato al palo nella terza serie.
Un prete, con in mano il crocefisso, li assisteva. Si arrivò così a cinque minuti prima del momento fatale, non più di cinque. Quei cinque minuti, diceva, gli erano sembrati interminabili, una enorme ricchezza. Gli pareva di vivere, in quel brevissimo intervallo, tante e tante vite e così lunghe, che non c'era da pensare all'imminenza della morte.
E così egli distribuì il suo tempo: due minuti per dire addio ai compagni, due altri per raccogliersi e pensare a sé, un minuto per dare un'occhiata intorno. Aveva ventisette anni; era sano e robusto. Accomiatandosi da uno dei compagni, si ricordava di aver fatto una domanda insignificante e di averne aspettato con interesse la risposta. Agli addii successero i due minuti di raccoglimento. Sapeva già a che cosa avrebbe pensato: "
Adesso sono vivo; ma fra tre minuti, che sarò? Qualcuno o qualche cosa, e dove?". Non lontano sorgeva una chiesa, e la cupola dorata splendeva nel sole. Aveva guardato fisso a quella cupola: gli pareva che quei raggi ripercossi fossero la sua nuova natura e che fra tre minuti egli si sarebbe con essi confuso. L'ignoto che lo attendeva era certamente terribile; ma più assai l'atterriva l'assiduo pensiero: "E se non morissi? se la vita continuasse?... che eternità! e tutta, tutta a mia disposizione... Oh allora, di ogni minuto io farei una esistenza e non un solo ne perderei!" Questo pensiero a tal segno lo invadeva, che avrebbe voluto esser fucilato all'istante".
Fëdor Dostoevskij, L'idiota
contro il muro, il plotone d’esecuzione pronto. poi hanno sospeso la pena.
supponiamo che avessero fucilato Dostoevskij.
prima che scrivesse tutto quello che ha scritto.
suppongo che non sarebbe
cambiato niente,
non direttamente.
ci sono miliardi di uomini
che non l’hanno letto e mai
lo leggeranno
ma da giovane è lui che mi ha fatto
sopportare la fabbrica,
andare oltre le puttane,
sollevandomi al cielo
per depormi
in un posto
migliore.
anche mentre ero al bar
a ubriacarmi con altri
derelitti,
ero contento che avessero sospeso la pena a Dostoevskij,
lui ha sospeso la mia
mi ha consentito di vedere con chiarezza
le facce rancide
del mio mondo,
la morte che punta il dito.
ho tenuto duro
ubriacone immacolato
a braccetto
con i miei fratelli
nella notte ripugnante.
Charles Bukowski, Dostoevskij
9 febbraio 1881, muore a S. Pietroburgo Fëdor Dostoevsky, filosofo e scrittore..
L’idea del romanzo è una mia antica e prediletta idea, ma è talmente difficile che per un pezzo non me la son sentita di affrontarla, e se mi ci son risolto adesso ciò è dovuto senz’altro al fatto che
mi son trovato in una situazione quasi disperata.
L’idea principale del romanzo è quella di
rappresentare una natura pienamente bella.
Non c’è nulla di più difficile al mondo, e specialmente oggi. Tutti gli scrittori, non soltanto russi, ma anche tutti gli europei, che si sono accinti alla rappresentazione di un carattere bello e allo stesso tempo positivo, hanno sempre dovuto rinunciare. Giacché si tratta di un compito smisurato.
Il bello è un ideale, e l’ideale – sia il nostro sia quello dell’Europa civilizzata – è ben lontano dall’esser stato elaborato.
Al mondo c’è stato soltanto un personaggio bello e positivo, Cristo, tantoché l’apparizione di questo personaggio smisuratamente, incommensurabilmente bello costituisce naturalmente un miracolo senza fine. (Tutto il Vangelo di Giovanni è concepito in questo senso: egli trova tutto il miracolo nella sola incarnazione, nella sola apparizione del bello.) […]
Tra tutti i personaggi umanamente belli della letteratura cristiana il più completo e perfetto è Don Chisciotte. Ma Don Chisciotte è bello unicamente perché allo stesso tempo è ridicolo […]. Nel lettore si determina un sentimento di compassione nei confronti del personaggio umanamente bello che viene deriso e che non è cosciente del proprio valore, e con ciò stesso viene provocato anche un sentimento di simpatia verso di lui.
Fëdor Dostoevsky, Lettere sulla creatività
"Cospargetelo di tutti i beni del mondo, sprofondatelo nella felicità finché non gli arrivi fin sopra la testa, così che non se ne veda più se non qualche bollicina sulla superficie della felicità, come fosse la superficie dell’acqua; dategli una tale tranquillità economica, che non gli rimanga proprio nient’altro da fare se non dormire, mangiare pasticcini e adoperarsi perché la storia universale non finisca: bene, anche così l’uomo, da quel bel tipo che è, e unicamente per ingratitudine, unicamente per farvi una pasquinata vi combinerà una qualche porcheria. Metterà a repentaglio perfino i suoi pasticcini, e a bella posta desidererà le più rovinose sciocchezze, la più antieconomica delle assurdità, all’unico scopo di poter mescolare a tutta questa positiva ragionevolezza il proprio rovinoso elemento fantastico."
(F. Dostoevskij)
"
Da un essere umano, che cosa ci si può attendere? Lo si colmi di tutti i beni di questo mondo, lo si sprofondi fino alla radice dei capelli nella felicità, e anche oltre, fin sopra la testa, tanto che alla superficie della felicità salgano solo bollicine, come sul pelo dell’acqua; gli si dia di che vivere, al punto che non gli rimanga altro da fare che dormire, divorare dolci e pensare alla sopravvivenza dell’umanità; ebbene, in questo stesso istante, proprio lo stesso essere umano vi giocherà un brutto tiro, per pura ingratitudine, solo per insultare. Egli metterà in gioco persino i dolci e si augurerà la più nociva assurdità, la più dispendiosa sciocchezza, soltanto per aggiungere a questa positiva razionalità un proprio funesto e fantastico elemento. Egli vorrà conservare le sue stravaganti idee, la sua banale stupidità…”
Queste parole uscirono dalla penna dell’
uomo che Friedrich Nietzsche considerava il più grande psicologo di tutti i tempi: Fëdor Mikhailovič Dostoevskij. E tuttavia esse esprimono, anche se in forma piacevole e convincente, ciò che la saggezza popolare conosce da sempre: nulla è più difficile da sopportare di una serie di giorni felici."
PAUL WATZLAWICK, Istruzioni per rendersi infelici
Poi accadde. Una sera, mentre la pioggia batteva sul tetto spiovente della cucina, un grande spirito scivolò per sempre nella mia vita. Reggevo il suo libro tra le mani e tremavo mentre mi parlava dell'uomo e del mondo, d'amore e di saggezza, di delitto e di castigo, e capii che non sarei mai più stato lo stesso. Il suo nome era
Fëdor Michailovič Dostoevskij. Ne sapeva più lui di padri e figli di qualsiasi uomo al mondo, e così di fratelli e sorelle, di preti e mascalzoni, di colpa e di innocenza. Dostoevskij mi cambiò. L'idiota, I demoni, I fratelli Karamazov, Il giocatore. Mi rivoltò come un guanto. Capii che potevo respirare, potevo vedere orizzonti invisibili. L'odio per mio padre si sciolse. Amavo mio padre, povero disgraziato sofferente e perseguitato. Amavo anche mia madre, e tutta la mia famiglia. Era tempo di diventare uomo, di lasciare San Elmo e andarmene nel mondo. Volevo pensare e sentirmi come Dostoevskij. Volevo scrivere.
John Fante
Che cos'è un individuo? in che cosa consiste la sua identità? Tutti i romanzi cercano di dare una risposta a queste domande. E in effetti,
cos'è che definisce un io? Quello che fa, le sue azioni? Ma l'azione sfugge al suo autore, rivoltandosi quasi sempre contro di lui. La sua vita intima, allora, i pensieri, le emozioni segrete? Ma un uomo è in grado di capire se stesso? I suoi pensieri segreti possono davvero fornire la chiave della sua identità? Oppure
ciò che definisce l'uomo è la sua visione del mondo, le sue idee, la sua Weltanschauung? E' questa l'estetica di Dostoevskij: ciascuno dei suoi personaggi obbedisce a una originalissima ideologia personale in base alla quale agisce con logica inflessibile (...). Alla ricerca di un tale fondamento - una ricerca interminabile -
Thomas Mann ha dato un contributo assai importante:
noi crediamo di agire, egli afferma, crediamo di pensare, ma è un altro o sono altri ad agire e a pensare in noi: abitudini ancestrali, archetipi tramandati sotto forma di miti da una generazione all'altra; e sono questi archetipi, dotati di una immensa forza di attrazione, che dal fondo di quello che Mann definisce "il pozzo del passato" continuano a governarci.
Milan Kundera, I testamenti traditi
È un vero peccato che attualmente si cerchi di facilitar tutto ai fanciulli, non soltanto l'istruzione in ogni campo, qualsiasi apprendimento di nozioni, ma anche i giuochi e i divertimenti. Non appena il fanciullo comincia a balbettare le prime parole, subito ci si dà da fare per facilitargli lo sforzo. Tutta la pedagogia odierna non ha altra preoccupazione. Facilità non è sempre sviluppo, qualche volta significa anche regresso. Due o tre idee, due o tre impressioni più profondamente vissute nell'infanzia, con uno sforzo proprio (e, se volete, con propria sofferenza), avvieranno il fanciullo nella vita più profondamente che non la scuola più organizzata nel facilitare le cose, dove nulla è preciso, né bene né male, dove persino il vizio non è vizioso e le virtù non sono virtuose. […] Gioventù cattiva e indesiderabile... ma io sono sicuro che l'educazione troppo intenta a render tutto facile porta la colpa se la gioventù è oggi così, e Dio sa quanta ce n'è oggi da noi di questo genere!
Fëdor Dostoevsky, Diario di uno scrittore
Voglio far sapere al signor Spasowicz che in Siberia, all’ospedale, nelle camere dei detenuti, mi è capitato di vedere le schiene degli ergastolani subito dopo che erano stati puniti con i bastoni a punta, dopo che avevano ricevuto cinquecento, mille e duemila colpi in una sola. L’ho viste diecine di volte. Certe schiene, credetemi Signor Spasowicz erano gonfie quattro o cinque centimetri. […] Ora io vi domando, signor difensore: anche se i bastoni non rappresentano un pericolo alla vita e non cagionano il minimo danno, sia può mai dire che una punizione simile non sia dolorosa, e non si tratti di sevizie? Vi par mai possibile che la ragazzina non abbia sofferto durante quel quarto d’ora sotto le terribili verghe, gridando: “Papà!, Papà!”? Perché dunque negate le sue sofferenze, il suo martirio? […] Ma ho già detto sopra da che deriva una tale confusione; ripeto ancora: la questione è che il nostro codice penale, a quanto ha asserito il signor Spasowicz, è oscuro, incompetente e insufficiente per quanto riguarda il concetto e la definizione di ciò che si debba intendere per sevizie.
Fëdor Dostoevsky, Diario di uno scrittore - Dnevnik pisatelja, pag. 300
«Proprio presso una palizzata c'era un tale in disparte e supplicava, dicendo: "Dammi mezza kopeka, signore, per l'amor di Cristo," e con voce tanto aspra, rozza, che mi ha scosso per un certo senso di paura, ma non ho dato la mezza kopeka: non l'avevo. Per di più
alla gente ricca non piace che i poveri si lamentino ad alta voce della magra sorte: molestano, sono importuni. Sì, la povertà è sempre importuna: i gemiti degli affamati, certo, disturbano il sonno del ricco!»
Fëdor Dostoevskij, "Povera gente"
L'uomo è l'unico animale per il quale la sua stessa esistenza è un problema che deve risolvere.
Erich Fromm, Dalla parte dell'uomo
"L'uomo è un enigma che dev'essere risolto, e chi va alla ricerca della soluzione per tutta la vita non può dire di aver sprecato il proprio tempo; io mi dedico a questo enigma poiché voglio essere un uomo".
Fëdor Michajlovič Dostoevskij - Lettera del 16 Agosto 1839 al fratello Michaìl
Io sono sicuro di me.
L'uomo è un mistero. Un mistero che bisogna risolvere, e se trascorrerai tutta la vita cercando di risolverlo, non dire che hai perso tempo; io studio questo mistero perché voglio essere un uomo.
Fëdor Michajlovič Dostoevskij - Lettera del 16 Agosto 1839 al fratello Michaìl
Non frequentavo nessuno, evitavo persino di parlare con la gente e mi rannicchiavo sempre di più nel mio cantuccio. [...] Ora mi è perfettamente chiaro che ero io stesso, in conseguenza della mia vanità sconfinata - e dunque delle enormi pretese che ni ponevo - a osservarmi da me con una rabbiosa insoddisfazione, che giungeva per l'appunto fino alla ripugnanza; e appunto perciò nei miei pensieri attribuivo a tutti gli altri quel mio modo di osservarmi.
Fëdor Michajlovič Dostoevskij
“Riesco abbastanza bene nello studio del ‘
significato dell’uomo e della vita’; posso studiare i caratteri mediante la lettura degli scrittori in compagnia dei quali trascorro liberamente e gioiosamente la parte migliore della mia vita; non ti dirò più nulla su di me. Mi sento sicuro di me.
L’uomo è un mistero. Un mistero che bisogna risolvere, e se trascorrerai tutta la vita cercando di risolverlo, non dire che hai perso tempo; io studio questo mistero perché voglio essere uomo”
Fëdor Dostoevskij, Lettere sulla creatività
Fratello, io non mi sono abbattuto, non mi sono perso d'animo. La vita è vita dappertutto; la vita è dentro noi stessi, e non in ciò che ci circonda all'esterno. Intorno a me ci saranno sempre degli uomini, ed essere uomo tra gli uomini e rimanerlo per sempre, in qualsiasi sventura, non abbattersi e non perdersi d'animo, ecco in che cosa sta la vita, e in che cosa consiste il suo compito. Io mi sono reso conto di questo, e questa idea mi è entrata nella carne e nel sangue.
Fëdor Dostoevskij, Lettera al fratello Michaìl, 22 Dicembre 1849
La vita è vita dappertutto; la vita è dentro noi stessi, e non in ciò che ci circonda all'esterno.
Intorno a me ci saranno sempre degli uomini, ed essere un uomo tra gli uomini e rimanerlo per sempre,in qualsiasi sventura, non abbattersi e non perdersi d'animo, ecco in che cosa sta la vita, e in che cosa consiste il suo compito.
Io mi sono reso conto di questo, e questa idea mi è entrata nella carne e nel sangue. Si, è vero! Quella testa che creava, che viveva della vita superiore dell'arte, che aveva preso coscienza e si era abituata alle sublimi esigenze dello spirito, ebbene quella testa è già stata tagliata via dalle mie spalle. È rimasta la memoria e le immagini da me create, ma non ancora realizzate.
Queste immagini mi bruceranno come piaghe aperte, è vero!
Ma in me è rimasto il cuore, è rimasta quella stessa carne e sangue che può sempre amare e soffrire, desiderare e ricordare, e questa è ancora vita.
Fëdor Dostoevskij; Lettera al fratello dalla fortezza di Pietro e Paolo - 1849
Tutto è nella mani dell’uomo, e tutto esso si lascia portar via sotto il naso, solamente per vigliaccheria. Sarei curioso di sapere che cosa gli uomini temono più di tutto. Fare un passo nuovo, dire una parola propria, li spaventa al massimo grado.
Fëdor Dostoevskij
Non state a sofisticare maliziosamente; lasciatevi andare alla vita, così, senza stare a ragionare; non preoccupatevi, vi trarrà dritto alla riva e vi metterà in piedi. Lo so che non mi credete, ma, diamine, la vita vi trarrà in salvo.
Fedor Dostoevskij
Ma lo sapete, lo sapete voi che senza l'Inghilterra l'umanità potrebbe ancora vivere, senza la Germania pure, senza l'uomo russo potrebbe vivere e vivrebbe anche troppo bene; potrebbe vivere senza la scienza, senza il pane...;
solo senza la bellezza non si potrebbe più vivere, perché non ci sarebbe nulla da fare al mondo?
Fëdor Dostoevskij
“
Colui che mente a se stesso e dà ascolto alla propria menzogna arriva al punto di non saper distinguere la verità né dentro se stesso, né intorno a sé e, quindi, perde il rispetto per se stesso e per gli altri.”
Fëdor Dostoevskij, 11 novembre 1821 - 28 gennaio 1881
La tragedia e la satira sono sorelle e vanno di pari passo;
tutte e due prese insieme si chiamano verità.
Fëdor Dostoevskij
"
Molto sulla Terra ci è celato, ma in cambio ci è stata donata la segreta, misteriosa sensazione del nostro vivo legame con un altro mondo, con un mondo celeste, superiore, e
le radici dei nostri pensieri e dei nostri sentimenti non sono qui, ma in quell'altrove. Ecco perchè i filosofi affermano che sulla Terra non si può afferrare l'essenza delle cose. Dio ha preso i semi di altri mondi, li ha seminati su questa Terra coltivando il suo giardino, e tutto ciò che poteva spuntare è spuntato, ma tutto quello che è stato coltivato vive ed è vivo solo grazie alla percezione del contatto con quei mondi misteriosi; se dentro di te questa sensazione si affievolirà o si annullerà, morrà anche ciò che in te era stato coltivato. Allora diventerai indifferente alla vita e prenderai persino ad odiarla"
Dostoevskij
Però che pozzo si son saputi scavare! E ne approfittano! Come ne approfittano! E vi si sono abituati. Han pianto un poco, poi si sono abituati. A tutto si abitua quel vigliacco ch'è l'uomo.
Fëdor Michajlovič Dostoevskij
“Essi sostengono che il mondo si stia unendo sempre di più, che si stia organizzando in una comunità fraterna, dal momento che accorcia le distanze e trasmette i pensieri nell’aria. Ahimè, non credete a questa unione fra gli uomini! Concependo la libertà come moltiplicazione e rapido soddisfacimento dei desideri, gli uomini distorcono la propria natura giacché generano in se stessi molti desideri e abitudini insensati e sciocchi, molte sventatissime fantasie. Vivono solo per invidiarsi l’un l’altro, per lussuria e ostentazione. Fare pranzi, viaggi, possedere carrozze, gradi e servi che li accudiscano – si considerano tutte necessità per le quali vale la pena di sacrificare persino la vita, l’onore, l’amore per il prossimo; e gli uomini sono pronti ad ammazzarsi se non riescono a soddisfare queste necessità.”