sabato 6 luglio 2019

La "Critica della Facoltà di giudizio" di Kant e "La Gaia scienza" di Nietzsche. "La teleologia da Kant in poi". Abbandonò l'idea (probabilmente dati i problemi burocratici che comportava fare un passaggio di corso, si scherza, ma ne so qualcosa ed é brigoso), ma riprenderà in quest'opera le riflessioni su Kant e la teleologia. Già dal primo aforisma l'interlocutore privilegiato risulta essere Kant, definito "maestro dello scopo dell'esistenza" e criticato per questo da Nietzsche come colui che pone scopi illusori anche quando non vi sono. Kant riconosceva la teleologia come un'esigenza morale e conoscitiva dell'uomo, che ha bisogno di pensare e agire nel mondo "come se" questo fosse dotato di scopo. Nietzsche critica questa eccessiva antropomorfizzazione del mondo e mostra come questo vada inteso come spezzato nelle infinite prospettive possibili. La teleologia regolativa di Kant e il prospettivismo di Nietzsche li ho usati nella mia tesi sull'evoluzionismo. Diverse ricerche di psicologia cognitiva hanno dimostrato che gli esseri umani hanno una predisposizione naturale a giudicare i fenomeni in termini di scopi e intenzioni, e questo, come mostra Nietzsche in quest'opera, é probabilmente frutto del nostro retaggio evoluzionistico.

Nietzsche, La gaia scienza, aforisma 335


Viva la fisica!

Quanti sono gli uomini che sanno osservare? E tra quei pochi che lo sanno fare, - quanti osservano se stessi? «Ciascuno è lontanissimo da se stesso» - lo sanno, con loro grande disagio, tutti coloro che scrutano le viscere; e la massima «Conosci te stesso!» è quasi, rivolta all'uomo da un dio, una malvagità.

Che l'introspezione sia una faccenda disperata, tuttavia, è testimoniato soltanto dal modo in cui quasi tutti parlano dell'essenza di un'azione morale; questo modo affrettato, volenteroso, convinto, verboso, col suo sguardo, il suo sorriso, il suo zelo servizievole! Sembra che ti si voglia dire: «Caro mio, questo riguarda me! Stai rivolgendo la tua domanda proprio a colui che può risponderti: si dà il caso che non ci sia campo in cui io sia più saggio. Allora: quando l'uomo giudica "questo è giusto" e ne conclude "perciò deve accadere", facendo quindi quanto ha riconosciuto giusto e definito necessario, - l'essenza della sua azione è morale!». Però, amico mio, tu mi vai parlando di tre azioni invece che di una: anche il tuo giudicare «questo è giusto», tanto per fare un esempio, è un'azione; non potrebbe anche il giudicare, a sua volta, essere morale o immorale? Perché ritieni che questo sia giusto o questo no? «Perché me lo dice la mia coscienza: la coscienza non parla mai in modo immorale, ed è la prima a determinare che cosa debba essere morale!» Ma perché ascolti la voce della tua coscienza? E in che misura hai diritto di considerare vero e infallibile un tale giudizio? Di questa fede - non c'è più coscienza? Non sai niente di una coscienza intellettuale? Una coscienza dietro la tua «coscienza»? Il tuo giudizio «così è giusto» ha una preistoria nei tuoi istinti, nelle tue inclinazioni, avversioni, esperienze e non-esperienze; ti devi domandare «come è nato?», e poi ancora «che cos'è che mi spinge a dargli ascolto?». Tu puoi dare ascolto ai suoi ordini come un bravo soldato che esegue gli ordini del suo ufficiale. O come una donna che ama colui che le impartisce gli ordini. O come un adulatore vigliacco che teme colui che impartisce gli ordini. O come uno stupido che esegue perché non ha niente in contrario. In breve, tu puoi dare ascolto alla tua coscienza in centinaia di modi.

Che tu percepisca questo o quel giudizio come lingua della coscienza, che tu senta qualcosa come giusto, può tuttavia dipendere dal fatto che non hai mai riflettuto su te stesso e hai sempre accettato ciecamente quanto ti è stato indicato sin dall'infanzia come giusto; oppure dal fatto che sinora insieme a quelli che chiami i tuoi doveri - ti sono sempre pervenuti pane e onori: ti sembra cioè «giusto» perché ti pare la tua «condizione esistenziale» (il tuo diritto all'esistenza ti risulta assolutamente inconfutabile!) La solidità del tuo giudizio morale potrebbe pur sempre essere una prova della tua miserabile situazione personale, della tua mancanza di personalità; la tua «forza morale» potrebbe essere originata dalla tua caparbietà - o dalla tua incapacità di guardare a nuovi ideali! E, per farla breve: se tu avessi pensato con maggiore finezza, osservato meglio e imparato di più, non chiameresti in nessun caso «dovere» e «coscienza», questo tuo «dovere» e questa tua «coscienza», perché la consapevolezza del modo in cui sono nati i giudizi morali ti farebbe passare la voglia di usare queste parole patetiche, come già non usi più altre parole patetiche, ad esempio «peccato», «salvezza dell'anima», «redenzione».

E adesso non venirmi a parlare dell'imperativo categorico, amico mio!... Questa parola mi fa il solletico all'orecchio, e io debbo ridere, nonostante la serietà delle circostanze: il pensiero corre al vecchio Kant, il quale, a titolo di punizione per essersi carpito «la cosa in sé» - (anche questa espressione assai ridicola), - fu a sua volta carpito dall'«imperativo categorico» col quale, nel suo cuore, si smarrì nuovamente fino a giungere a «Dio», «anima», «libertà» e «immortalità», come una volpe che, smarrendosi, ritorna nella gabbia -ed erano state proprio la sua forza e la sua astuzia a permettergli di infrangere quella gabbia!

- Come? Tu ammiri l'imperativo categorico in te? Questa «solidità» del cosiddetto giudizio morale? Questo sentire «incondizionatamente» che «tutti debbono giudicare come giudico io?». In questo puoi semmai ammirare il tuo egoismo! E la cecità, la piccineria e la mancanza di pretese del tuo egoismo! E’ infatti egoismo percepire il proprio giudizio come legge universale; a maggior ragione un egoismo cieco, piccino e senza pretese perché tradisce il fatto che tu non hai ancora scoperto te stesso né ti sei ancora creato un ideale tuo proprio: questo infatti non potrebbe mai essere quello di un altro, figuriamoci poi di tutti, tutti!

Chi giudica ancora che «in questo caso tutti dovrebbero agire così» non ha compiuto neppure cinque passi sulla via della conoscenza di sé: altrimenti saprebbe che non ci sono né possono esserci azioni uguali; che ogni azione compiuta è stata compiuta in modo unico e irripetibile, e lo stesso dicasi di ogni azione ventura; che le norme dell'agire si riferiscono soltanto al volgare aspetto esteriore dell'agire stesso (e lo stesso vale per i precetti più intimi e raffinati di tutte le morali che si sono succedute sinora); che le azioni possono sì mostrare una parvenza di uguaglianza, ma niente di più che una parvenza; che ogni azione, che la si consideri in anticipo o retrospettivamente, è e rimane una cosa impenetrabile; che la nostra opinione di «buono», «nobile», «grande» non può mai essere dimostrata dalle nostre azioni, perché ogni azione è inconoscibile; che sicuramente le nostri opinioni, i nostri giudizi di valore e le nostre tavole di valori sono tra le leve più potenti nell'ingranaggio delle nostre azioni e purtuttavia la legge della loro meccanica è, nel singolo caso, indimostrabile.

Limitiamoci allora alla pulizia delle nostre opinioni e dei nostri giudizi di valore e alla creazione di tavole di valori che siano nuove e propriamente nostre, senza stare più a rimuginare sul «valore morale delle nostre azioni»! Sì, amici miei! giunta l'ora di provare nausea per tutte le chiacchiere morali degli uni sugli altri! Istituire tribunali morali ci deve sembrare contrario a ogni gusto!

Lasciamo stare queste chiacchiere e questo cattivo gusto a coloro che non hanno nient'altro da fare se non trascinare il passato per un altro po' e che non sono mai presente - cioè ai molti, ai più! Noi però vogliamo divenire coloro che siamo; - nuovi, unici, incomparabili, legislatori di noi stessi, creatori di noi stessi! E allora dobbiamo divenire i migliori nello scoprire quello che in questo mondo è regolato da leggi e necessario: dobbiamo essere fisici per poter essere, in quel senso, creatori; mentre sinora tutte le valutazioni e gli ideali erano costruiti sulla non conoscenza della fisica o in contraddizione con essa. E quindi: viva la fisica! E ancora di più quello che ci spinge verso di lei, - la nostra rettitudine!
Nietzsche, La gaia scienza, aforisma 335

http://www.nilalienum.it/Sezioni/Nietzsche/Opere/GS.html





La "Critica della Facoltà di giudizio" di Kant e "La Gaia scienza" di Nietzsche. 
Due classici del pensiero moderno e contemporaneo apparentemente così lontani in realtà così legati. Nietzsche infatti, quando si stava per laureare in filologia gli venne invece in mente di laurearsi in filosofia con una tesi chiamata "La teleologia da Kant in poi". Abbandonò l'idea (probabilmente dati i problemi burocratici che comportava fare un passaggio di corso, si scherza, ma ne so qualcosa ed é brigoso), ma riprenderà in quest'opera le riflessioni su Kant e la teleologia. Già dal primo aforisma l'interlocutore privilegiato risulta essere Kant, definito "maestro dello scopo dell'esistenza" e criticato per questo da Nietzsche come colui che pone scopi illusori anche quando non vi sono. Kant riconosceva la teleologia come un'esigenza morale e conoscitiva dell'uomo, che ha bisogno di pensare e agire nel mondo "come se" questo fosse dotato di scopo. Nietzsche critica questa eccessiva antropomorfizzazione del mondo e mostra come questo vada inteso come spezzato nelle infinite prospettive possibili. La teleologia regolativa di Kant e il prospettivismo di Nietzsche li ho usati nella mia tesi sull'evoluzionismo. Diverse ricerche di psicologia cognitiva hanno dimostrato che gli esseri umani hanno una predisposizione naturale a giudicare i fenomeni in termini di scopi e intenzioni, e questo, come mostra Nietzsche in quest'opera, é probabilmente frutto del nostro retaggio evoluzionistico.

Cristian La Cascia
Kant è come una volpe che una volta distrutta la sua gabbia cerca di entrarci di nuovo...
Suonava più o meno così un'aforisma de "La gaia scienza"...o mi sbaglio?


Guido Cassinadri
Cristian La Cascia
esatto, distrutta la gabbia metafisica in ambito conoscitivo ci rientra dentro in ambito morale


Cristian La Cascia
Guido Cassinadri
quando lessi l'aforisma di Nietzsche che smontava la filosofia di Kant in 20 righe risi di gusto...

mercoledì 3 luglio 2019

Charlotte Perkins Gilman. Finché non vedremo quel che siamo, non potremo fare nulla per diventare quel che vorremmo essere.

Finché non vedremo quel che siamo, non potremo fare nulla per diventare quel che vorremmo essere.
Charlotte Perkins Gilman


Mentre ci illudiamo che le cose rimangano uguali, queste cambiano proprio sotto i nostri occhi di anno in anno, di giorno in giorno.
Charlotte Perkins Gilman


3 luglio 1860. Nasce Charlotte Perkins Gilman, sociologa, scrittrice e poetessa statunitense, e un'importante femminista utopista.
Charlotte Perkins Gilman

sabato 29 giugno 2019

Edmund Husserl. La fenomenologia come concetto filosofico trova la sua origine e teorizzazione nel pensiero di Edmund Husserl (1859-1938), il quale formulò i principi della dottrina fenomenologica: Il mondo sensibile non è del tutto evidente alla nostra coscienza, quindi è giusto dubitarne; ma il mondo sensibile appare (fainomai) alla nostra coscienza, questo è indubitabile. In altre parole, il metodo fenomenologico si basa sulla "sospensione di giudizio" (epoché), ovvero viene messa "tra parentesi" l'esistenza del mondo: non si deve cioè accettare alcunchè come scontato, ma avvolgere ogni cosa nel dubbio (col paradosso cartesiano per cui "posso dubitar di tutto ma non del fatto che sto dubitando"), sapendo che quello che percepisco coi sensi è quello che appare, non necessariamente quello che è. Non posso però dubitare né di me come soggetto dubitante né delle percezioni che ricevo: l'atteggiamento fenomenologico si configura come un "puro guardare", o come "ritorno alle cose stesse".

L'Approccio fenomenologico

Tutto ciò che si trova nel profondo dell'inconscio tende a manifestarsi al di fuori
Carl Gustav Jung

Per rendere visibile il campo morfico, che di per sé è invisibile in quanto composto di non-materia, di energia sistemica, si utilizza l'indagine fenomenologica (dal greco fainomai, "appaio, mi manifesto").

La fenomenologia come concetto filosofico trova la sua origine e teorizzazione nel pensiero di Edmund Husserl (1859-1938), il quale formulò i principi della dottrina fenomenologica:

Il mondo sensibile non è del tutto evidente alla nostra coscienza, quindi è giusto dubitarne; ma il mondo sensibile appare (fainomai) alla nostra coscienza, questo è indubitabile. In altre parole, il metodo fenomenologico si basa sulla "sospensione di giudizio" (epoché), ovvero viene messa "tra parentesi" l'esistenza del mondo: non si deve cioè accettare alcunchè come scontato, ma avvolgere ogni cosa nel dubbio (col paradosso cartesiano per cui "posso dubitar di tutto ma non del fatto che sto dubitando"), sapendo che quello che percepisco coi sensi è quello che appare, non necessariamente quello che è. Non posso però dubitare né di me come soggetto dubitante né delle percezioni che ricevo: l'atteggiamento fenomenologico si configura come un "puro guardare", o come "ritorno alle cose stesse".

Lo "sguardo puro" della coscienza produce dati assoluti che vengono "intenzionalmente" riferiti a qualcosa che è reale e oggettivo, ma in senso "trascendente". La coscienza è coscienza "di qualcosa", ha cioè necessariamente un oggetto, e tale oggetto non può essere la realtà oggettiva (esistenza), bensì il dato assoluto (essenza). Grazie alla "riduzione fenomenologica", il mondo intero è ridotto a pure essenze della cui empirica non ci si cura: la fenomenologia è per l'appunto "scienza dei puri fenomeni quali ci si donano incessantemente alla coscienza".

Le universalità osservate tramite l'intuizione del fenomeno si intrecciano con la singolarità del vissuto. Ma la percezione è un vissuto che dura nel tempo e che incessantemente intreccia il presente con l'appena passato. Inoltre, su di essa influisce il ricordo dei passati più lontani. Per di più, la cosicenza - lungi dall'essere un inerte contenitore di fenomeni - concorre a costituire i fenomeni, ad esempio coi suoi atti temporali, con "atti categoriali" (i suoi giudizi, le sue categorie), e non di rado "atti immaginari" e simbolici.

L'approccio fenomenologico, nelle Costellazioni Familiari, consiste nell'osservazione del comportamento che i "rappresentanti" (ovvero persone che si prestano a dare un corpo e una voce a ciò che viene indagato) mettono in atto in uno spazio scenico predefinito. Grazie all'approccio fenomenologico, è possibile "mettere in scena" ogni aspetto della nostra realtà interiore ed esteriore (attraverso la collaborazione dei rappresentanti e dell'interpretazione metaforica della scena), e di osservare ciò che accade.

Aprendosi a tale approccio, ci si concentra su tutti gli eventi fenomenici che appaiono, senza giudicare e senza soffermarsi su uno in particolare. Questa tipologia di indagine richiede uno stato interiore privo di giudizi, preconcetti e intenzioni.



La più alta forma di intelligenza umana
è la capacità di osservare senza giudicare
Jiddu Krishnamurti


https://www.costellazionifamiliariesistemiche.it/teoria/lapproccio-fenomenologico

Bert Hellinger. Molti instaurano un legame come se entrassero in un'associazione musicale, nella quale si può entrare ed uscire a piacimento. Ma non è così. Chi ne fa parte è legato, non può uscirne senza dolore, e non può più uscirne senza colpa.

Tutto quello che viene verso di noi ha sempre a che fare con noi, non esiste il caso.
Bert Hellinger


Molti instaurano un legame come se entrassero in un'associazione musicale, nella quale si può entrare ed uscire a piacimento. Ma non è così. Chi ne fa parte è legato, non può uscirne senza dolore, e non può più uscirne senza colpa.
Bert Hellinger



Ciascuno di noi fa parte di una famiglia con cui vive ed a cui è legato, che lo voglia o meno. 
Spesso continuiamo a ripetere conflitti e malesseri nelle nostre esperienze, oppure portiamo sulle spalle pesi che non ci appartengono. O anche, viviamo a nostra insaputa il tragico destino di un familiare, scomparso da tanto tempo e mai conosciuto.

Bert Hellinger


Il nuovo giorno nasce dal vecchio. 
E’ nuovo solo se il vecchio giorno può essere lasciato indietro, qualunque fortuna e felicità, lavoro o dolore abbia portato con sé. Il ricordo della felicità passata non è sufficiente alla nuova felicità. La felicità vuole andare avanti. Tuttavia il ricordo dell’infelicità e del dolore passati è sufficiente a farceli rivivere. Il loro ricordo rovina il nuovo giorno, lo fa diventare un giorno vecchio, non lo lascia venire alla luce e non lo lascia fiorire, lo trasforma in un aborto. Il nuovo giorno è dunque tale solo quando il vecchio giorno può essere passato. Solo allora risplende con tutte le nuove opportunità e diventa per noi un giorno pieno.              
Bert Hellinger


Lasciare significa:
lasciare che per un po’ le cose seguano il loro corso,
che si muovano liberamente senza il nostro intervento,
finché la direzione del loro movimento non si mostri spontaneamente.
Se rinunciamo a tentare di guidare le cose e quelle, muovendosi, si allontanano da noi,
lasciamole andare.
Molliamo la presa.
Se le lasciamo andare per la loro strada, ci rendiamo liberi per qualcos’altro.
Bert Hellinger, Gli Ordini del Successo


Chi ha paura che non vi sia più tempo per compiere qualcosa perde il contatto con la propria anima e diventa frenetico. Chi è tranquillo confida in qualcosa di più grande, in un movimento che lo guida e lo sostiene
Bert Hellinger





John Maxwell Coetzee. Si fa l’abitudine a tutto, anche al continuo peggioramento di ciò che già era ai limiti della sopportazione.

Si fa l’abitudine a tutto, anche al continuo peggioramento di ciò che già era ai limiti della sopportazione.
John Maxwell Coetzee

giovedì 13 giugno 2019

LE DIFFERENZE TRA EMOZIONI E SENTIMENTI. Le emozioni sono guidate dagli eventi, mentre i sentimenti sono comportamenti appresi che sono di solito in letargo fino a quando non vengono innescati da un evento esterno.



LA DIFFERENZA TRA EMOZIONI E SENTIMENTI


emozioni











... oggi la riflessione che vi propongo va su un tema molto attuale, la differenza tra emozioni e sentimenti, che prende spunto da un bellissimo articolo di Sebastien Gendry.
Noi tendiamo a usare le parole sentimento ed emozione in modo intercambiabile. In effetti, sono strettamente correlate, ma c’è una differenza e comprenderla è importante.
La posta in gioco è il modo in cui ci comportiamo in questo mondo.


CHE COSA SONO LE EMOZIONI?

emozioni e sentimentiLe emozioni sono fisiche e istintive. Esse sono state programmate nei nostri geni da molti, moltissimi anni di evoluzione. Sono complesse e comportano una serie di reazioni fisiche e cognitive (molte dei quali non sono ben comprese), e il loro scopo generale è quello di produrre una risposta specifica a uno stimolo.

Per esempio: se si è da soli ed a piedi nel deserto o nella savana e si vede un leone, si ha immediatamente paura.

Le emozioni possono essere misurate oggettivamente dal flusso di sangue, dall’attività cerebrale, dalle espressioni facciali e dalla posizione del corpo.
Le emozioni sono gestite dal sistema limbico, il nostro centro di elaborazione emotiva.
Ciò significa che sono illogiche, irrazionali, e irragionevoli, perché il sistema limbico è separato dalla neocorteccia (posto letteralmente dietro), la parte del nostro cervello che si occupa dei pensieri coscienti, il ragionamento e il processo decisionale, che a livello evolutivo è conseguente al sistema limbico (costituito da amigdala, ipotalamo e  ippocampo).


CHE COSA SONO I SENTIMENTI?

emozioni e sentimentiI sentimenti, al contrario, si sviluppano nelle nostre teste.
Si tratta di associazioni mentali e reazioni a un’emozione che sono personali e si acquisiscono attraverso le esperienze.
L’emozione viene prima ed è universale.

Che tipo di sentimento poi diventerà varia enormemente da persona a persona e da situazione a situazione, perché i sentimenti sono modellati dal temperamento e dall’esperienza individuale.

Due persone possono sentire la stessa emozione, ma etichettarla con nomi diversi.
E’ tutta una questione di interpretazione.

Per esempio: Sei in uno zoo da solo ed a piedi, vedi un leone dietro le sbarre, e le tue sensazioni possono variare dalla curiosità all’amarezza, se credi che i leoni non dovrebbero mai essere in gabbia.



LE DIFFERENZE TRA EMOZIONI E SENTIMENTI

Le emozioni sono guidate dagli eventi, mentre i sentimenti sono comportamenti appresi che sono di solito in letargo fino a quando non vengono innescati da un evento esterno.

EMOZIONISENTIMENTI
Le emozioni ci dicono quello che ci piace e che non ci piace.I sentimenti ci dicono “come vivere.”
Le emozioni affermano: “Ci sono azioni buone e cattive.”Sentimenti affermano: “C’è un modo di essere giusto e uno sbagliato.”
Le emozioni affermano: “Il mondo esterno è importante.”I sentimenti affermano: “Le tue emozioni sono importanti.”
Le emozioni stabiliscono il nostro atteggiamento iniziale verso la realtà.I sentimenti stabiliscono il nostro atteggiamento a lungo termine verso la realtà.
Le emozioni ci avvertono dei pericoli immediati e ci preparano all’azioneI sentimenti ci avvertono dei pericoli attesi e ci preparano all’azione.
Le emozioni assicurano la sopravvivenza immediata di sé.
I sentimenti assicurano la sopravvivenza a lungo termine
Le emozioni sono intense, ma temporanee.I sentimenti sono blandi, ma sostenibili.
La gioia è un’emozione.
La felicità è un sentimento.
La paura è un’emozione.
La preoccupazione è un sentimento.
L’entusiasmo è un’emozione.La contentezza è un sentimento.
La rabbia è un’emozione.L’amarezza è un sentimento.
Il desiderio è un’emozione.L’amore è un sentimento.

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E ALLORA?

Il segreto per sapere chi sei e vivere bene inizia con il conoscere la differenza tra i sentimenti duraturi e emozioni temporanee.

E’ utile pensare in questo modo:
Nulla di quello che si può sperimentare nella vita, non importa quanto terribile, potrà mai essere qualcosa di più di un gruppo di pensieri, più di una manciata di sensazioni fisiche. Il punto è: riesci a gestirli?
Il suggerimento è imparare a sentire e abbracciare tutte le tue emozioni completamente, senza etichettarle, e a lavorare sulla loro espressione in modo costruttivo.

Bisogna concentrarsi sulle azioni che pensiamo ci daranno risultati più utili.

Se desideri cambiare le tue emozioni sappi che si può fare in modo semplice e sicuro in pochi minuti con lo Yoga della Risata che permette alle persone di ridere senza motivo, con l’obiettivo di cambiare le emozioni negative. Non sto dicendo che sia sempre facile, ma ne vale la pena.

Ed ecco un video al TED di John Panksepp, che ci mostra come esiste una scienza delle emozioni e che abbiamo un sistema della gioia nel nostro cervello.

Fonte: http://johnvoris.com/featured-articles/difference-between-emotions-and-feelings/
https://www.laralucaccioni.com/argomenti/yoga-della-risata/la-differenza-tra-emozioni-e-sentimenti/

lunedì 10 giugno 2019

Non rincorrere le farfalle, pianta piuttosto un fiore nel tuo giardino e tutte le farfalle vi accorreranno.

Non rincorrere le farfalle, pianta piuttosto un fiore nel tuo giardino e tutte le farfalle vi accorreranno.
Walter D. Ehlers


Le farfalle di Mario Quintana e quelle di Fabio Volo

Le farfalle di Mario Quintana e quelle di Fabio Volo
Fino a non troppo tempo fa, il poeta brasiliano Mario Quintana godeva di una generalizzata anonimia. Gigante in patria, sconosciuto, o quasi, in Europa e, ovviamente, in Italia. Capita. Così come succede talvolta, che un breve passaggio televisivo getti una luce su un’opera che esce dall’ombra e richiama su di sé l’attenzione di chi si lascia interessare. Il merito di aver svelato Mario Quintana al pubblico italiano è stato di Fabio Volo nel corso della trasmissione Il Volo del mattino a ottobre 2013.
La poesia apripista è stata Farfalle, in originale Borboletas. Sarebbe una degna apripista, se non fosse che la composizione non è di Mario Quintana. Di testi apocrifi è piena la rete e il nostro poeta pare esserne uno degli esempi più fulgidi.
Farfalle, inoltre, non è nemmeno il titolo corretto della composizione che è Niente come il tempo. Che c’entrano, allora, le farfalle? Ci sono, ma in un verso, il seguente:
Il segreto non sta nel rincorrere le farfalle, ma nel prendersi cura del proprio giardino, affinché esse vengano a voi.
A chi si possa attribuire la paternità/maternità della composizione, non è dato sapere: di certo non appartiene a Quintana. Forse è di Kátia Cruz e il passo ha per titolo Ricominciare. Tra l’altro, il verso delle farfalle è riconducibile all’americano Walter D. Ehlers:
Non rincorrere le farfalle, pianta piuttosto un fiore nel tuo giardino e tutte le farfalle vi accorreranno.
Quindi, un’informazione è sicura: il testo non è di Mario Quintana.
In rete si attribuiscono a Quintana dei testi in prosa, scritti in uno stile che non gli appartiene affatto. Singolarmente, la lista dei “Quintana” si allunga di giorno in giorno e redigerne un elenco esaustivo è impossibile.
Va citato, a questo punto, l’ottimo blog di Emílio Pacheco, musicista e giornalista freelance di Porto Alegre che da tempo si cimenta nella ricostruzione dei testi originali e nell’attribuire loro la corretta origine svolgendo un compito meritorio sia nei confronti dell’opera di Mario Quintana, sia nei confronti di quei poeti che vedono le proprie opere originali attribuite ad altro autore.
Domanda prevedibile alla fine di questa trattazione: “Ma, Quintana di farfalle ha mai scritto?”. Certo. Ecco un piccolo florilegio:
  • È una farfalla gialla? O è un fiore che si è staccato e non vuole cadere?
  • La farfalla più difficile da acchiappare è l’aggettivo.
  • L’assalto di una farfalla è molto più gradevole di tutti i baci di un cavallo.
  • I bruchi non possono credere alla leggenda delle farfalle, tanto famosa fra il loro popolo strisciante e combattente. Ma la loro felicità consiste nel rammentare, a volte, l’assurdo e la meraviglia di questo antico sogno: trasformarsi un giorno in farfalle.
E per finire una poesia da L’apprendista stregone
Cripta
Sotto la tavola
La negretta.
Spaventata.
Spaventata.
Alla finestra
La luna.
Nell’orologio
Il tempo.
Nel tempo
La casa.
E nel portone della casa?
Nel portone della casa strane ex-creature
[con capelli di tela di ragno e gli occhi senza
[luce senza luce e tutte che si sbriciolano come le
[farfalle che si polverizzano agitandosi sempre
[agitandosi eternamente come
[anemoni soffici in fondo a un pozzo a un pozzo!
Chi volesse approfondire la conoscenza di Mario Quintana, può farlo attraverso i suoi libri. In italiano, pubblicati dalla Graphe.it edizioni, ci sono: Il colore dell’invisibile, Per vivere con poesia e L’apprendista stregone, disponibili in cartaceo e in eBook.

https://blog.graphe.it/2014/03/03/le-farfalle-di-mario-quintana-e-quelle-di-fabio-volo


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