venerdì 16 novembre 2018

Romanticismo ed idealismo

Il Romanticismo come esaltazione del sentimento.
[...] nell'uso comune quasi sempre [si] identifica il termine "romantico" con gli aggettivi "sentimentale" "poetico" ecc.
Tuttavia, quest'accezione ristretta del termine [...] con il tempo ha finito per apparire riduttiva: il suo rischio [...] è di privilegiare esclusivamente l'aspetto letterario e artistico del Romanticismo, mettendone in ombra le componenti filosofiche.

[Il] Romanticismo [...] è pieno di ambivalenze, poiché in esso coesistono, ad esempio, il primato dell'individuo e quello della società, l'esaltazione del passato c l'attesa messianica del futuro, l'evasione nel fantastico e il realismo, il titanismo e il vittimismo, il sentimentalismo e il razionalismo ecc.

[...] atteggiamento, che è tipico della cultura romantica: la polemica contro l'intelletto illuministico. [...] entrambe mirano a risolvere il medesimo problema, ovvero il ritrovamento di una via per l'Assoluto. 

Ora, è soltanto sulla base della constatazione di tali atteggiamenti similari che possiamo catalogare alcuni autori come "romantici", distinguendoli così da quelli di altre età, e che possiamo dire, ad esempio, che mentre Voltaire e Diderot sono degli "illuministi" Novalis, Schelling e Schleiermachcr sono dei "romantici".

Tratti che caratterizzano la "filosofìa romantica".
[La] Germania costituisce l'anima e il centro, soprattutto filosofico, del Romanticismo europeo, ci soffermeremo in particolare sul Romanticismo tedesco.

Il rifiuto della ragione illuministica e la ricerca di altre vie d'accesso alla realtà e all'Assoluto.

La polemica contro la ragione illuministica.
[...] I romantici [...] sono tutti d'accordo nel respingere la ragione illuministica. 
Infatti, come si e visto, il Romanticismo nasce proprio con il ripudio di quel tipo di ragione della quale l'Illuminismo aveva fatto [...] il proprio strumento interpretativo del mondo. Già incriminata del "bagno di sangue" della Rivoluzione francese e del militarismo napoleonico, la ragione dei philosophes viene anche ritenuta incapace di comprendere la realtà profonda dell'uomo, dell'universo e di Dio.
Di conseguenza, messa da parte la ragione prevalentemente empiristico-scientifica dell'Illuminismo e del criticismo, che aveva sbarrato le porte alla metafìsica, i romantici cercano altre vie di accesso alla realtà e all'infinito [...].

L'esaltazione del sentimento. 
Alcuni, soprattutto poeti e artisti, individuano nel sentimento l'organo più funzionale per rapportarsi alla vita e per penetrare nell'essenza [...] dell'universo.

Quella del sentimento è una categoria spirituale che l'antichità classica aveva per lo più ignorato o disprezzato, e che soltanto il Settecento illuministico aveva cominciato a riconoscere nella sua forza. 

Nel Romanticismo il sentimento finisce per acquistare un valore predominante, soprattutto in virtù delle idee diffuse dal movimento letterario-politico denominato Sturm und Drang (cioè, letteralmente, "Tempesta e Impeto"), che per primo denuncia l'incapacità della ragione finita dell'uomo, nei limiti a essa imposti da Kant, di cogliere gli aspetti più profondi della realtà.

Il sentimento come organo dell'infinito.
[...] il sentimento di cui parlano i romantici sia qualcosa di più profondo e "intellettuale" del sentimento comunemente inteso [...], il sentimento viene ritenuto in grado di aprire a nuove dimensioni della psiche e di risalire alle sorgenti primordiali dell'essere. 

Anzi, il sentimento appare talora come l'infinito stesso [...]. In ogni caso esso si configura come il valore supremo [...]. 


Lo Sturm und Drang, cioè “tempesta e impeto”.
Alla ragione finita, cioè alla ragione di cui Kant aveva segnato le competenze e i limiti, lo Sturm und Drang contrappone la fede e il sentimento, sole facoltà capaci di cogliere gli aspetti più profondi della realtà, che rimangono inaccessibili alla ragione.

In questa prospettiva anti-illuministica si colloca anche il rinnovato interesse per il mondo naturale, interpretato non più in chiave meccanicistica, ma organicistica.

Le idee dello Sturm und Drang influenzano i giovani Schiller e Goethe, i quali tuttavia saranno indirizzati dalla filosofia kantiana ad ammettere il valore della ragione anche nella comprensione e nel chiarimento di ciò che ragione non è, cioè della vita, del sentimento, dell’arte e della natura. Pertanto questi due autori, se da un lato riflettono alcuni temi del nascente Romanticismo, dall’altro confluiranno nel classicismo.

L'arte come chiave di lettura della realtà.
[Il] concetto dell'arte come intuizione filosofica in grado di attingere le profondità originarie della vita e di possedere l'infinito trova la sua più nota concettualizzazione in Schelling, che nell'arte individua l'organo tramite cui avviene la rivelazione dell'Assoluto a se medesimo.

[...] Schelling arriva a dire che l'universo è nient'altro che un'immensa opera d'arte generata da quel «poeta cosmico» che è l'Assoluto[...]  fin dall'inizio tra i romantici scoprono nell'arte gli attributi stessi di Dio: l'infinità e la creatività.

L'estetica romantica.
Ripudiati il principio di imitazione e le regole classicistiche, l'estetica romantica si configura cosi, nel modo più esplicito e impegnato, come un'estetica della creazione, poiché se all'uomo morale si riconosce ancora la necessità di un limite, di un ostacolo, al poeta è attribuita una libertà sconfinata e all'arte una spontaneità assoluta, che ne fa un'attività in perenne divenire, ossia dotata di inesauribile dinamicità creativa.

Storicamente, il Romanticismo tedesco ha come luogo di nascita la città di Jena.

I contatti con i filosofi idealisti.
Gli Schlegel stringono inoltre rapporti con Fichte, che hanno conosciuto a lena nel 1796 e di cui subiscono l'influsso filosofico, tanto da attribuirgli la paternità ideale dello stesso movimento romantico, e con Schelling (v. cap. 3), il cui pensiero sembra costituire, a un certo punto, la più compiuta incarnazione filosofica delle nuove idee. 

Lo stesso Hegel, amico negli anni giovanili di Hòlderlin e di Schelling, ha modo di conoscere le dottrine estetiche e filosofiche del cenacolo degli Schlegel, che in seguito criticherà aspramente, pur essendo inevitabilmente influenzato dal generale clima romantico.

Nel 1801, alla morte di Novalis, il gruppo di Jena si scioglie ma le sue idee si diffondono rapidamente in altri centri della Germania (Monaco, Dresda, Heidelberg ecc.) e all'estero.

[...] Hegel prende una drastica posizione polemica contro le varie filosofìe del sentimento e della fede, affermando che solo mediante la logica e la ragione, e non attraverso le nebulosità del pensiero poetico o mistico, risulta possibile un discorso fondato sull'infinito.
Rifacendosi alla distinzione kantiana tra intelletto e ragione, Hegel tende ad addossare al primo tutti i difetti che i romantici avevano attribuito alla scienza "analitica" ed empiristica dell'Illuminismo, e ad assegnare alla seconda, intesa alla maniera "dialettica", tutte le prerogative che i poeti avevano ascritto all'arte o alla fede, ossia:

■ la virtù di andare oltre la superficie del reale e di coglierne le strutture profonde;
■ l'idoneità a captare l'infinito e l'assoluto;
■ l'attitudine a pensare in modo sintetico e organico, ossia a spiegare le parti in relazione al tutto;
■ la predisposizione ad afferrare la dimensione processuale, cioè storica, della realtà.

Il senso dell'infinito.
La ricerca romantica dell'infinito.

Contrariamente a Kant, che aveva costruito una filosofia del finito e aveva fatto valere in ogni campo il principio del limite, i romantici cercano ovunque l'oltre-limite, ovvero ciò che rifugge dai contorni definiti e si sottrae alle leggi dell'ordine e della misura.

[...] l'infinito si qualifica come il protagonista principale dell'universo culturale romantico.

Tutti d'accordo nell'assegnare un ruolo primario all'infinito, i romantici si differenziano invece per il diverso modo di intenderlo e di concepirne i rapporti con il finito (l'uomo, la natura, la storia ecc.).

Il modello prevalente e quello panteistico.
Infatti il sentimento dell'immedesimazione (Eirìfiihhing) tra infinito e finito è cosi forte da far sì che i romantici, almeno all'inizio, tendano a concepire il finito come la realizzazione vivente dell'infinito, sia esso inteso alla maniera di un panteismo naturalistico di stampo spinoziano-goethiano, che identifica l'infinito con il ciclo eterno della natura, oppure di un panteismo idealistico, che identifica l'infinito con lo Spirito, ossia con l'umanità stessa, e che fa della natura un momento della sua realizzazione.

Modello trascendente.
Accanto al modello panteistico troviamo anche un'altra concezione dei rapporti tra finito e infinito, in virtù della quale l'infinito si distingue in qualche modo dal finito, pur rivelandosi in esso.

In questo caso il finito (l'uomo e il mondo) non appare più come la realtà stessa dell'infinito, ma come la sua manifestazione più o meno adeguata.

Pertanto, se il primo modello, sostenendo l'identità tra finito e infinito, è una forma di immanentismo e di panteismo, il secondo modello, affermando la distinzione tra finito e infinito, è una forma di trascendentismo e di teismo, che ammette la trascendenza dell'infinito rispetto al finito e considera l'infinito stesso come un Dio che è al di là delle sue manifestazioni mondane.

Ovviamente, mentre il panteismo si accompagna a una religiosità cosmica, diversa dalle fedi positive, il trascendentismo suole accompagnarsi, per lo più, all'accettazione di una qualche religione storica.

La vita come inquietudine e desiderio dell'infinito.
La Sehnsucht, l'ironia e il titanismo.
Un altro dei motivi ricorrenti della cultura romantica, presente nei poeti e nei filosofi, è la concezione della vita come inquietudine, aspirazione, brama, sforzo incessante. I romantici ritengono infatti che l'uomo sia in preda a un "demone dell'infinito", il quale fa sì che egli - insofferente di ogni limite e mai pago della realtà così com'è - viva in uno stato di irrequietezza e di tensione perenne, che lo porta a voler sempre trascendere gli orizzonti del finito.

Due tra le più noie esemplificazioni di questo modo di essere sono lo "spirito faustiano" delineato da Goethe, e lo Streben teorizzato da Fichte, che vede l'io impegnato in un infinito superamento del finito, coincidente con una battaglia mai conclusa per la conquista della propria umanità.

Di conseguenza, si può dire che l'intuizione romantica dell'uomo sia in funzione di quell'anelito all'infinito che è proprio di tale corrente culturale. Infatti è solo in relazione alla "brama di infinito" che si comprendono alcuni dei più emblematici "stati d'animo" romantici, che costituiscono l'oggetto preferito delle rappresentazioni letterarie.

L'espressione Sehnsucht, che può essere tradotta in italiano con "desiderio", "aspirazione struggente", "brama appassionata" ecc., costituisce «la più caratteristica parola del Romanticismo tedesco», poiché sintetizza l'interpretazione dell'uomo come desiderio e mancanza, ossia come desiderio frustrato di qualcosa (l'infinito, la felicità... ) che sempre sfugge.

La Sehnsucht (DESIDERIO) si identifica infatti con quell'aspirazione verso "il più" e "l'oltre" che, non trovando confini né mete precise, si risolve inevitabilmente, in un «desiderio di avere l'impossibile, di conoscere il non conoscibile[...].

[...] Sehnsucht tenda spesso a capovolgersi nel sentimento della noia, ossia del vuoto o della nullità delle cose e delle esperienze umane.
La situazione esistenziale implicita nel DESIDERIO, nella tensione verso l'Assoluto, si accompagna a due atteggiamenti psichici ben precisi: l'ironia e il titanismo.

Ironia.
L'ironia consiste nella "superiore"coscienza del fatto che ogni realtà finita, e quindi ogni impresa umana, grande o piccola, è nulla di fronte all'infinito.
Come tale, l'ironia e una conseguenza diretta del principio romantico secondo cui l'infinito può avere innumerevoli manifestazioni, senza che nessuna gli sia veramente essenziale: essa, infatti, consiste nel non prendere "sul serio" le manifestazioni particolari dell'infinito (la natura, le opere, l'io) e nel rifiutarsi di considerarle come cosa salda, in quanto non sono altro che espressioni provvisorie.

La filosofia è la vera patria dell'ironìa, che potrebbe venir definita bellezza logica.
(Schlegel)

La filosofia scioglie ogni cosa, relativizza l'universo. Come il sistema copernicano, essa scardina i punti fìssi e rende sospeso nel vuoto ciò che prima posava sul solido. Essa insegna la relatività di tutti i motivi e dì tutte le qualità.
(Novalis)

Il titanismo.
Se l'ironia palesa una sorta di filosofico humour, derivante dalla coscienza dei limiti del finito in quanto tale, il titanismo esprime invece un atteggiamento di sfida e di ribellione, proprio di chi si propone di combattere, pur sapendo che alla fine risulterà perdente e incapace di superare le barriere del finito. Tante vero che il titanismo, talora, mette capo al suicidio, visto come atto di sfida estrema verso il destino.

Il titanismo è detto anche "prometeismo" perché i romantici lo personificano nel mitico titano greco Prometeo, il quale,avendo rotto l'ordine fatale del mondo per donare agli uomini il fuoco, viene condannato da Zeus ad avere perennemente il fegato divorato da un'aquila.

[...] i romantici tendono a vedere in Prometeo il simbolo della ribellione.
L'atteggiamento opposto, ma complementare, al titanismo è il vittimismo, ossia la tendenza a sentirsi schiacciati da forze superiori (il destino, la società, la natura ecc.).


Tra i temi e gli atteggiamenti elencati, ce ne sono alcuni che non si ritrovano nel Romanticismo tedesco: evidenziali uno per uno.


  • affermazione della ragione dialettica
  • attenzione agli sviluppi del sapere scientifico
  • celebrazione della fede religiosa
  • concezione della vita come aspirazione e desiderio
  • culto dell’arte
  • esaltazione del sentimento
  • ricerca dell’ordine e della misura
  • rifiuto della metafisica
  • rifiuto della ragione illuministica
  • senso della nullità del finito


L'ironia e il titanismo.
L'inquietudine romantica dell'uomo che sa di tendere verso qualcosa che non potrà mai raggiungere si traduce in due atteggiamenti distinti: l'ironia e il titanismo.
Mentre l'ironia consiste nella coscienza del fatto che ogni realtà finita è un "nulla" di fronte all'infinito e pertanto va considerata nella sua mancanza e provvisorietà, il titanismo esprime un senso di ribellione a questo stato di cose, un tentativo di sfida tipico di chi cerca di combattere pur sapendo che alla fine dovrà arrendersi all'impossibilità di superare i limiti del finito.

L'amore è un altro dei temi prediletti del Romanticismo tedesco, su cui si soffermano sia poeti, sia filosofi.
L'esaltazione dell'amore discende soprattutto dalla preferenza accordata al sentimento e dalla ricerca di un'evasione dal quotidiano. Infatti l'amore appare ai romantici come il sentimento più forte e come l'estasi suprema, ovvero come la vita della vita stessa.

"L'amore è lo scopo finale della storia del mondo, l'amen dell'universo."
Novalis

Caratteristiche dell'amore romantico.

[Una] caratteristica dell'amore romantico risiede nella ricerca dell'unità assoluta degli amanti, ossia della completa fusione delle anime e dei corpi, in modo tale che «ciò che è due possa diventare uno». Presente nei poeti e negli artisti in generale, quest'aspetto dell'idealizzazione romantica dell'amore è stato espresso da Hegel con le formule più rigorose e significative.

Nelle Lezioni di estetica, ad esempio, Hegel scrive:
"L'amore è identificazione del soggetto con un'altra persona [...] il sentimento per cui due esseri non esistono che in un'unità perfetta e pongono in questa identità tutta la loro anima e il mondo intero. [...] Questa rinuncia a se stesso per identificarsi con un altro, quest'abbandono nel quale il soggetto ritrova tuttavia la pienezza del suo essere, costituisce il carattere infinito dell'amore."

L'amore come manifestazione dell'assoluto.
La terza caratteristica dell'amore romantico è la sua tendenza a caricarsi di significati simbolici e metafìsici. I romantici, infatti, pensano che l'amore, pur rivolgendosi a cose e a creature finite, scorga in esse manifestazioni o segni dell'assoluto, sia inteso panteisticamente nella forma dell'Uno-Tutto, sia interpretato trascendentisticamente nella forma di un Dio creatore. [...] il simbolo dell'universale armonia, ovvero della congiunzione tra uomo e natura, tra finito e infinito.

La nuova concezione della storia.
Un altro degli aspetti caratterizzanti del Romanticismo tedesco è costituito dall'interesse e dal culto per la storia, che fin dall'inizio tende a prendere la forma di uno storicismo antitetico all' "anti-storicismo" illuministico.

In realtà, anche l'Illuminismo si era esplicitamente occupato del mondo storico, proponendone una specifica concezione. Tuttavia, fin dal suo nascere, la cultura romantica procede alla teorizzazione di una nuova filosofia generale della storia, che, pur affondando le sue radici nel tardo Illuminismo tedesco, finisce per presentare caratteri oggettivamente antitetici a quelli dell'elaborazione dell'età dei Lumi.

Il PROVVIDENZIALISMO ROMANTICO.

Mentre per l'Illuminismo il soggetto della storia è l'uomo, per il Romanticismo risulta essere la provvidenza.

Gli esiti fallimentari della Rivoluzione francese e dell'impresa napoleonica avevano infatti contribuito a generare l'idea che a "tirare le fila" della storia non fosse l'uomo, ovvero l'insieme degli individui sociali, ma una potenza extra-umana e sovra-individuale, concepita come forza immanente o trascendente.

La storia finisce allora per apparire come il prodotto di un soggetto provvidenziale assoluto, che si viene progressivamente rivelando o realizzando nella molteplicità degli avvenimenti, dei quali costituisce il momento unificatore e totalizzante.

Guardata da questo punto di vista, la storia prende le sembianze di un processo globalmente positivo, in cui non si trova alcunché di irrazionale o di inutile, e in cui ogni regresso è soltanto apparente. Infatti la storia o è un progresso necessario e incessante, nel quale il momento successivo supera il precedente in perfezione e razionalità, o è una totalità perfetta, in cui tutti i momenti sono ugualmente razionali e perfetti (Hegel).

Sulla base di questa specifica interpretazione della storicità umana in termini provvidenzialistici, l'Illuminismo, agli occhi dei romantici, appare decisamente anti-storicista e la pretesa dei Philosopphes di "giudicare' la storia, rifiutandone alcuni momenti, del tutto insostenibile:

■ in primo luogo perché voler giudicare la storia equivale a intentare un "processo a Dio", che nella storia si manifesta e si realizza;
■ in secondo luogo perché ogni momento della storia costituisce l'anello necessario di una catena processuale complessivamente positiva;
■ in terzo luogo perché giudicare il passato alla luce dei valori del presente (che per gli illuministi erano i valori stessi dell'uomo: pace, benessere, pubblica felicità, libertà ecc.) significa misconoscere l'individualità e l'autonomia delle singole epoche, che hanno ognuna una specifica ragion d'essere in relazione alla totalità della storia e che perciò si sottraggono a ogni giudizio critico e comparativo.

Il giustificazionismo e il tradizionalismo romantico.
Tutto ciò spiega perché Io storicismo romantico si accompagni, per lo più, a una forma di tradizionalismo che non solo giustifica, ma in qualche modo "santifica" il passato, ritenendolo espressione dell'intervento di Dio nella storia e linfa vitale del presente e del futuro. Anche su questo punto la spaccatura tra l'Illuminismo francese e il Romanticismo tedesco è netta e radicale.

L'Illuminismo, che guardava al mondo storico in maniera umanistica e problematica, si era avvalso di una filosofia critica e riformatrice, che voleva liberarsi del passato poiché in esso scorgeva quasi esclusivamente errori, pregiudizi, violenze ecc. Il Romanticismo, che guarda alla storia secondo schemi provvidenzialistici e necessitaristici,

Pag. 588 (Pearson - L'ideale e il reale)



mercoledì 14 novembre 2018

Oscar Wilde. L’esperienza è il tipo di insegnamento più difficile prima ti fa l’esame poi ti spiega la lezione.

L’esperienza è il tipo di insegnamento più difficile 
prima ti fa l’esame poi ti spiega la lezione. 
Oscar Wilde.

Gli ideali sono cose pericolose. 
Le cose reali sono infinitamente preferibili, 
anche se talora possono ferirci.
Oscar Wilde.


Nessuno può essere libero se costretto ad essere simile agli altri.
Oscar Wilde

La vita è troppo breve per sprecarla a realizzare i sogni degli altri.
Oscar Wilde


Mi piace sentirmi parlare. È una delle cose che mi divertono di più. Spesso sostengo lunghe conversazioni con me stesso e sono così intelligente che a volte non capisco nemmeno una parola di quello che dico.
Oscar Wilde




Il 16 ottobre del 1854 nasceva Oscar Wilde, l'autore, tra l'altro, de “Il Ritratto di Dorian Gray” e “L'importanza di chiamarsi Ernesto”, ma soprattutto di una miriade di geniali aforismi come «Nulla mi è più necessario del superfluo», «Il patriottismo è il vizio delle nazioni» o «Non protesto contro la fatica purché non miri a uno scopo preciso», aforismi che, diciamolo, la maggior parte di noi conosce senza sapere da dove siano tratti. 

Alcuni poi, tipo l’arcinoto «Tutto quello che mi piace è immorale, illegale o fa ingrassare», non li ha nemmeno detti lui. 
Beh, se non è stato lui sarà stato di sicuro George Bernard Shaw.

Ma oggi vorrei dire qualche parola su una sua opera meno nota, la poesia "Ravenna".

Fu la sua prima opera "importante", scritta quando aveva 23 anni nel 1877 e gli fruttò il prestigioso premio Newdigate conferito dall'Università di Oxford allo studente che aveva scritto la miglior composizione.

All'epoca Wilde si trovava infatti a Oxford dopo aver iniziato gli studi nella natia Irlanda, al Trinity College di Dublino. 
I dublinesi sono giustamente orgogliosi del fatto che la loro città abbia dato i natali a un simile genio, anche se a dire il vero Wilde lasciò l'Irlanda giovanissimo per non farvi più ritorno. 

Se andate a Dublino non potrete evitare di dare un'occhiata alla sua statua a Merrion Square. 
Devo ammettere, però, che faccio un po' fatica a immaginarmi un dandy snob come lui stravaccato come un fricchettone sopra un pietrone in veste da camera (Wilde in veste da camera, non il pietrone).

Nel 1875 Wilde trascorse le vacanze estive in Italia; quello fu solo il primo dei suoi numerosi viaggi nel nostro paese che amava molto, una passione condivisa da tutti gli inglesi colti di quell'epoca, ma che in lui, autentica incarnazione dell'estetismo e adoratore di tutto ciò che è bello e artistico, era particolarmente spiccata.

Durante un soggiorno a Roma accarezzò addirittura l'idea di convertirsi al cattolicesimo; in questo non fu assolutamente spinto da uno slancio mistico o da una folgorazione. Giammai! Fedele al suo stile a colpirlo fu soprattutto la bellezza "estetica", appunto, delle cerimonie cattoliche, così diverse, con il loro sfarzo e la loro pompa, dalla semplicità e austerità dei rituali protestanti a cui era abituato.

Nutriva inoltre una profonda ammirazione per Pio IX, tanto da dichiarare «Non sono cattolico, sono solo papista», un altro notevole aforisma. 

Probabilmente sotto sotto avrebbe voluto anche lui vestirsi da papa e girare su un trono portato a spalla da nerboruti energumeni moraccioni. 

«Il cattolicesimo è la sola religione in cui morirei» dichiarò Wilde dopo essere stato ricevuto da Pio IX in udienza privata. 
Nel corso di questo incontro il Papa augurò allo scrittore irlandese “di compiere un viaggio nella vita per giungere alla Città di Dio”.
Ma tornando alla poesia "Ravenna", l'opera gli fu ispirata da una gita a cavallo nella città romagnola. Eccone un passo:

Or è un anno - Poco tempo sembra passato da quando
Vidi per l'ultima volta quelle superbe contrade del Sud 
Dove fiore e frutto s'espandono in purpureo fulgore
E come radiose lampade i favolosi pomi risplendono.
Era colma primavera, e tra ricche viti fiorenti,
Scuri boschetti d'ulivi e nobili foreste di pini 

(Sì, la vispa Teresa avea tra l'erbetta al volo sorpresa gentil farfalletta!)

A piacer mio cavalcavo; dolce era l'aria umida e lieta,
La bianca strada risonava sotto gli zoccoli del mio cavallo,
Ed io, meditando di Ravenna sul nome vetusto,
Guardai la luce del giorno finché, segnato da ferite di fiamma,
Il cielo di turchese si fece d'oro brunito.
Oh, come il mio cuore avvampò di fanciullesca passione, 
Quando in lontananza, al di là delle càrici e della palude,
Nitida vidi profilarsi la santa città
Cinta della sua corona di torri! Sempre avanti, con impeto
Galoppai, in gara con il sole calante,
E prima che si fosse spento il rosso crepuscolo
Entro le mura di Ravenna finalmente giungevo.

Punto centrale della poesia è il racconto della visita alla tomba di Dante che ispira al giovane Wilde questi versi:

Ahimè! mio Dante! tu conosci la pena
di vite più vili, - l'irritante catena dell'esilio,
Come siano ripide le scale nelle case dei re,
E tutte le piccole miserie che guastano
La più nobile natura dell'uomo con il senso del torto.
Pure questo sordo mondo ti è grato per il tuo canto;
Le nostre nazioni ti rendono omaggio, - lei stessa,
Quella crudele regina della Toscana vestita di vigne,
Che cinse la tua viva fronte con la corona di spine,
Ora ha adornato di alloro la tua tomba vuota,
E chiede invano le ceneri del suo figlio.
O più possente fra gli esuli! Tutto il tuo dolore è finito:
La tua anima incede ora accanto alla tua Beatrice;
Ravenna custodisce le tue ceneri: dormi in pace.

È curioso come, in questi pur abbastanza scadenti versi, Wilde sembri presagire quella che sarà la sua stessa sorte: esiliato dalla sua patria d'adozione, l'Inghilterra, non potrà farvi ritorno neanche dopo morto; le sue spoglie riposano a Parigi.

Come è noto nel 1895 lo scrittore subì l’umiliazione di un processo che ebbe grande risalto sulla stampa dell’epoca e venne condannato a due anni di lavori forzati perché giudicato colpevole di omosessualità.

In quel periodo l’omosessualità era considerata un reato anche tra persone maggiorenni e consenzienti e Wilde aveva intrattenuto una relazione con il giovane e bellissimo Lord Alfred Douglas, figlio del potente e ricco marchese di Queensberry. Un grave errore, a quanto pare. 

Wilde sentiva una profonda affinità spirituale con Dante Alighieri, del quale credeva addirittura di essere un discendente; durante i terribili anni della prigionia a Reading avrebbe trovato consolazione nella lettura dei suoi versi.
Nel marzo del 1897 Wilde presentò una richiesta al direttore del carcere, che venne approvata, e ricevette una serie di libri tra cui una Bibbia in francese, una grammatica tedesca, la “Vita Nova” di Dante in inglese e in italiano, le Commedie di Goldoni in italiano e “L’Isola del Tesoro” di Stevenson.

In una lettera a Bosie (Lord Alfred Douglas) dello stesso periodo Wilde scrive:

«Ricordo durante il mio primo trimestre a Oxford di aver letto nel Rinascimento di Pater […] di come Dante colloca in basso nell’Inferno coloro che vivono volontariamente nella mestizia, e di essere andato alla Biblioteca Universitaria a cercare nella Divina Commedia il punto in cui nella triste palude giacciono coloro che furono “tristi nell’aria dolce”, in atto di ripetere in eterno fra i sospiri:“Tristi fummo/ Nell’aer dolce che dal sol s’allegra”».

Anch'io, come Wilde e come molti altri, durante la mia visita a Ravenna non ho mancato di rendere omaggio al Sommo Poeta Dante visitando la sua tomba: quello che più mi ha colpito, oltre alla semplicità del monumento funebre, è stato scoprire quanto il grande poeta fosse… piccolo. In effetti era alto un metro e 64, una statura bassa anche per il Medioevo; Wilde, per contro, con il suo metro e 91, svettava anche tra gli irlandesi e gli inglesi del suo tempo. 
Entrambi però superavano i loro contemporanei soprattutto con "l'altezza d'ingegno" per usare un termine dantesco; e difatti i loro contemporanei arrivarono ad odiarli tanto da adoperarsi per rovinare la vita ad entrambi; i grandi uomini finiscono spesso per soffrire in mezzo a quelli piccoli.

Non è da escludere che la celebre conclusione dell'Inferno «E quindi uscimmo a riveder le stelle» abbia ispirato uno dei più celebri aforismi di Wilde (questo davvero suo, e, per la cronaca, tratto dalla commedia "Il ventaglio di Lady Windermere"): «Siamo tutti immersi nel fango ma alcuni di noi guardano verso le stelle».






«Al mondo esiste una sola cosa peggiore dell'essere oggetto di conversazione, ed è il non essere oggetto di conversazione».

Oscar Wilde nasce a Dublino il 16 ottobre 1854; in una casa di modeste condizioni al numero civico 21 di Westland Row.

Il padre, Sir William, divenne un celebre oftalmologo irlandese, fondatore di un ospedale a Dublino - il St Mark - e autore di diversi trattati medici. Fra i suoi pazienti annoverò il re Oscar I di Svezia, e la regina Vittoria d'Inghilterra, di cui divenne oculista personale.

La madre, Jane Francesca Elgee era una poetessa irlandese.

Oscar Wilde aveva poco in comune col padre, molto invece con la madre, cui somigliava nell'aspetto, nella voce, nelle eccentricità e nella passione per la letteratura.

Oscar Wilde fu educato tra le mura domestiche fino all'età di nove anni. 
In seguito studiò alla Portora Royal School a Enniskillen e frequentò il Trinity College di Dublino. 
Grazie a una borsa di studio ebbe modo di seguire il Magdalen College di Oxford; dove tra l’altro fu iniziato in Massoneria.

Durante il periodo degli studi universitari compì un viaggio in Italia in compagnia di William Goulding e del reverendo John Pentland Mahaffy, suo tutore in anni passati.
A Roma fu ricevuto da Papa Pio IX a cui Wilde dedicò un sonetto.

In quel periodo Oscar scrisse per il "Dublin University Magazine" non senza avere alcuni piccoli screzi con il direttore, Keningale Cook.

Nel giugno del 1878 Oscar si presentò per il "Final Schools", dove consegnò il compito mezz'ora prima dello scadere del tempo assegnato.
La commissione dichiarò vincitore Oscar Wilde. 
Per la poesia “Ravenna”, Oscar pure anche l'Oxford Newdigate Prize.

Aiutato da Frank Benson, il 3 giugno 1880 riuscì a portare in scena la rappresentazione teatrale del "Agamennone" di Eschilo.

Sarebbe stata la prima rappresentazione di un’intensa produzione teatrale che avrebbe visto Wilde scrivere e mettere in scena opere come “Vera o i nichilisti”, “La duchessa di Parma”, “Salomè”, “Il ventaglio di Lady Windermere”, “Una donna senza importanza”, “Un marito ideale”, “ L'importanza di chiamarsi Ernesto”, “La santa cortigiana o La donna coperta di gioielli” e “Una tragedia fiorentina”.

Ad ogni modo, nel maggio del 1881, tornato a Londra con all’attivo una raccolta di poesie intitolata “Poems”; accompagnò sua madre a casa di amici e lì conobbe Constance Lloyd. Si sarebbero sposati tre anni dopo.

Nel frattempo Wilde ebbe diverse relazioni omosessuali, ma seppure il suo amante prediletto fu Alfred Douglas, detto “Bosie”, l'uomo a lui più fedele e devoto fu senza dubbio Robert Ross; il quale all'epoca in cui iniziarono una relazione era appena diciassettenne.

Dopo aver scritto “Il fantasma di Canterville”; nel 1888 Wilde pubblicò "Il principe felice e altri racconti", una raccolta di fiabe scritte per i suoi due figli Cyril e Vyvyan; nati rispettivamente nel 1885 e nel 1886.

Nel 1890 venne il momento di "Il ritratto di Dorian Gray"; romanzo ambientato nella Londra vittoriana del XIX secolo e che narra di un giovane di bell'aspetto, Dorian Gray, che arriverà a fare della sua bellezza un rito insano.

Nel 1891 diede alla luce tre saggi: “Intenzioni”, “L’anima dell’uomo sotto il socialismo” e “Impressioni dell’America”.
Scrisse inoltre il raccolto “l delitto di Lord Arthur Savile” e venne consegnata nelle librerie la raccolta di racconti “La casa dei melograni”.

Nel 1894 tornò alla poesia e compose “La Sfinge”; dedicata a Marcel Schwob.

Gli avvenimenti che lo fecero ritenere un personaggio scandaloso per l'opinione pubblica dei benpensanti connazionali, riguardarono i processi che Wilde subì a causa della sua omosessualità; per cui venne processato e condannato a due anni di carcere e lavori forzati.

Condannato al massimo della pena prevista, Wilde, in divisa da carcerato, fu trasferito alla prigione di Holloway a Pentonville ed infine a Reading Gaol. Lavorava 6 ore al giorno ad un mulino a ruota, dormiva senza materasso, conobbe fame e insonnia e dimagrì circa dieci chili.

È rimasta famosa nella letteratura inglese "De Profundis", una lunga lettera che Oscar Wilde scrisse in carcere nel 1897 al suo amante Alfred Douglas.

Uscì il 19 maggio 1897 e chiese asilo per mesi a dei gesuiti di Farm Street che rifiutarono di accoglierlo.

Incontrato di nuovo “Bosie" andò con lui a Napoli dove incontrò Eleonora Duse.

Poiché sia Douglas che Wilde non avevano alcun reddito se non quello che ricevevano dalle rispettive mogli; le due donne giunsero al ricatto del denaro per convincere i mariti ad interrompere la relazione. 
I due furono così costretti prima a vivere in due case separate, poi a lasciarsi definitivamente.

Trasferitosi a Parigi, Oscar completò "The Ballad of Reading Gaol".

Constance morì a Genova, a 40 anni, il 7 aprile del 1898, dopo una doppia operazione chirurgica, prima alla schiena e poi per un fibroma uterino. 
Sul monumento funebre al cimitero monumentale di Staglieno venne apposto come epitaffio "moglie di Oscar Wilde”,

Nel maggio 1898, per cause sconosciute, Wilde venne operato alla gola.

Nel giro di due anni morì Beardsley - suo amante di vecchia data - e suo fratello Willie.

Malato di sifilide, Wilde soffriva di otite e di un forte prurito che lo costringeva a grattarsi continuamente.

Assistito da un suo amante del passato, Robert Ross, lo scrittore gli confidò di voler vedere un prete per convertirsi. 
A somministrargli il battesimo per poi assolverlo dai suoi peccati e dargli l’estrema unzione fu il reverendo cattolico irlandese Cuthbert Dunne.

Alle ore 14 del 30 novembre del 1900, in Rue des Beaux-Arts 13, all'età di 46 anni, dopo aver vomitato sangue, Oscar Wilde morì.

Inizialmente seppellito nel cimitero di Bagneaux; dal 1909 le sue spoglie riposano al cimitero di Père Lachaise, sotto un imponente monumento costruitogli da Jacob Epstein, raffigurante una sfinge, e con l'epitaffio dalla "Ballata del carcere di Reading”. 
Morto Ross, le sue ceneri vennero sepolte nella stessa tomba di Wilde.

lunedì 12 novembre 2018

Ernst Jünger. Il dolore è una di quelle chiavi che servono ad aprire non solo i segreti dell'animo ma il mondo stesso. Quando ci si avvicina a quei punti in cui l'uomo si mostra all'altezza del dolore, o superiore ad esso, si accede alle sorgenti della sua forza e al mistero che si nasconde dietro il suo potere. Dimmi il tuo rapporto con il dolore e ti dirò chi sei!

“Il dolore è una di quelle chiavi che servono ad aprire non solo i segreti dell'animo ma il mondo stesso. Quando ci si avvicina a quei punti in cui l'uomo si mostra all'altezza del dolore, o superiore ad esso, si accede alle sorgenti della sua forza e al mistero che si nasconde dietro il suo potere. 
Dimmi il tuo rapporto con il dolore e ti dirò chi sei!”
Ernst Jünger

giovedì 8 novembre 2018

La pedagogia araba.

Cronologia Islam:
Nel 570 nasce Maometto
Nel 610 è rivelato a Maometto il Corano, testo sacro che ogni allievo dovrà memorizzare.
Nel 622 si ha l'Egira
Nel 632 muore Maometto

La pedagogia araba.

La società beduina.
L’islam nasce dalla cultura tribale nomade dei beduini e ad essa ha sempre cercato di mantenersi il più possibile fedele. 

La predicazione di Maometto.
Nato nel 570 alla Mecca e rimasto orfano in giovane età, Maometto è un mercante carovaniere
analfabeta. A 40 anni comincia a ricevere le rivelazioni dall’angelo Gabriele che, nei 23 anni successivi, danno origine al Corano. Il carattere innovativo della sua predicazione monoteista lo pone in contrasto con i governatori della Mecca, che nel 622 lo costringono alla fuga. 
È l’egira, anno d’inizio dell’era islamica.

Rifugiatosi alla città della Medina, Maometto ottiene l’appoggio della popolazione locale, e quindi ribalta le sorti del conflitto rientrando alla Mecca nel 630. 

La predicazione del monoteismo da parte di Maometto riesce a unire sul piano religioso, politico e militare le numerose tribù beduine di religione politeista che abitano nella regione arabica e nelle zone desertiche in particolare.


Il Corano,
Ciò che in pochissimo tempo trasforma le rissose tribù beduine in una potente macchina conquistatrice è l’unità data dalla comune fede nel Corano, a cui i musulmani non hanno mai cessato di rivolgersi per affermare la propria identità religiosa e culturale. La teologia coranica, infatti, è molto semplice e si articola nei cinque pilastri delle fede:
1) la professione monoteistica;
2) la preghiera cinque volte al giorno;
3) il dovere dell’elemosina;
4) il digiuno nel mese di ramadan;
5) il pellegrinaggio alla Mecca.

Oltre a questi precetti fondamentali, tuttavia, il Corano ne prevede molti altri, relativi a quasi tutti gli ambiti dell’esistenza: regole alimentari come il divieto della carne di maiale, del vino e di qualsivoglia sostanza inebriante; regole culinarie per la corretta preparazione della carne; regole vestimentarie, come l’obbligo del velo per le donne; regole commerciali, come il divieto del prestito a interesse.

L’islam attribuisce al Corano un grado di sacralità superiore a quello conferito dalle altre due religioni rivelate e monoteistiche, l’ebraismo e il cristianesimo, ai rispettivi testi sacri. 

Si crede che il Corano derivi da un esemplare eterno e che la sua perfezione letteraria sia prova della sua natura divina. Il Corano non può quindi essere oggetto di interpretazioni simboliche o allegoriche che ne stravolgano i significati immediati. 

D’altra parte, la struttura stessa del Corano, in cui i versetti non sono nell’ordinaria sequenza discorsiva, rende l’interpretazione problematica.

Inizia la formalizzazione della madrasa, la scuola coranica.






L’eternità del Corano celeste.
Il Corano riporta fedelmente la parola di Allah, e pertanto l’islam esclude la possibilità che esso sia stato creato in un momento storico. Come attributo di Dio, il Corano partecipa della sua eternità: secondo la tradizione musulmana, esiste da sempre un prototipo celeste del Corano. 

E' rivelato a Maometto, una prima volta per intero e poi nuovamente a frammenti nell’arco di 23 anni affinché lui lo memorizzi, dall’angelo Gabriele, il quale, assumendo forma umana, dialoga con lui dettandogli direttamente i versetti da tramandare. 

Il Profeta è quindi un semplice tramite; si esclude che abbia in qualche modo personalmente contribuito all’elaborazione di un testo la cui origine divina è ribadita dalla sacralità conferita a ogni sua copia: ogni esemplare del Corano è venerabile e per gli infedeli intangibile, cioè letteralmente non toccabile. 

Il Corano è diviso in 114 capitoli o sure, composte da 6236 versetti accostati l’uno all’altro che sviluppano argomenti diversi, senza una concatenazione argomentativa.

Le sure sono ordinate secondo un criterio quantitativo: dalla più lunga, la seconda che comprende 286 versetti, alle più corte, le ultime che ne hanno solo tre. 

Contengono soprattutto precetti di vita, norme religiose e giuridiche. 


Sure abrogate.
Il criterio della successione cronologica è adottato per risolvere i casi di affermazioni contraddittorie fra due sure differenti, assumendo come abrogate quelle vecchie e abroganti quelle successive. 

Ad esempio il versetto 217 della seconda sura, che proibisce di combattere durante il mese lunare di rajab, considerato sacro, è abrogato dal versetto 36 della nona sura, che prescrive di combattere anche durante tutti i quattro mesi sacri. 

Del resto la prima abrogazione di un versetto si deve allo stesso Maometto, come dimostra l’episodio dei versetti satanici. Rivelando la sura 53, in un periodo in cui stentava a convertire gli abitanti di Mecca, sostenitori del politeismo tradizionale, Maometto pronuncia un’invocazione ad al-Lāt, al-’Uzzā e Manāt, tre divinità femminili preislamiche, «la cui intercessione», afferma, «è cosa grata a Dio». Il riconoscimento della loro esistenza sembra smentire il rigido monoteismo islamico, tanto che la mattina seguente lo stesso Maometto ritratta quanto affermato e abroga due versetti chiarendo ai compagni di averli ricevuti non all’orecchio destro, come di solito con l’angelo Gabriele, ma a quello sinistro, a dimostrazione della loro origine satanica.






L’obbligo religioso della conoscenza dell’arabo.
Come il cristianesimo, e a differenza dell’ebraismo, l’islam è una religione universalista il cui messaggio si rivolge a tutti gli uomini, come l’angelo Gabriele ricorda a Maometto: 
«Non ti abbiamo inviato se non come nunzio e ammonitore per tutta l’umanità» (XXXIV:28). 
Questa vocazione ecumenica pone il problema delle traduzioni del Corano in lingue diverse da quella araba. Già nei primi secoli se ne riconosce la validità divulgativa, tanto che si producono versioni in siriaco, berbero, persiano, hindi e poi in latino (negli ultimi anni del primo millennio, su commissione del benedettino Pietro il Venerabile, abate di Cluny). 

Queste traduzioni, tuttavia, sono ammesse solo come strumenti didattici elementari, per avvicinare nuovi fedeli a una conversione che richiede obbligatoriamente la conoscenza della lingua araba. 
Il Corano, infatti, non può essere tradotto, ed è considerato blasfemo l’uso di traduzioni in ambito liturgico, anche per i fedeli che, pur volonterosi, non sono riusciti a impadronirsi della lingua.


È opinione universale di coloro che conoscono l’arabo, siano o no islamici, che il Corano è scritto in modo molto raffinato. È possibile che un’opera tanto elegante e ricercata sia stata composta da un beduino sicuramente illetterato come Maometto? L’islam lo esclude, e anzi considera lo stile inimitabile del Corano un vero e proprio miracolo, una prova della sua origine divina.

La memorizzazione.
Corano, in arabo Qur’an, significa “declamare, recitare salmodiando”. 
Il titolo del testo, quindi, riguarda il modo della sua fruizione, non il contenuto, e impone che debba essere non letto in silenzio ma pronunciato con la voce, letteralmente “cantato” come un inno liturgico. Del resto, in origine, le rivelazioni del Profeta non sono finalizzate alla scrittura di un testo ma alla memorizzazione del suo contenuto da parte dei fedeli. 

Una scelta giustificata dal quasi totale analfabetismo dei beduini. 
Man mano che i versetti sono rivelati, i fedeli li memorizzano, diventando così hāfiz, una specie di uomini-libro. Solo con la morte nella battaglia di Yamama, nel 633, di ben 70 trasmettitori orali del testo, si decide di preservarlo redigendone una versione scritta.

La maggiore attendibilità della tradizione orale.
 notevoli rischi di fraintendimento. L’arabo di quei tempi è infatti una scrittura defectiva, in cui cioè: 1) si scrivono solo le consonanti lasciando al lettore l’onere di aggiungere le vocali formando così le parole; 
2) mancano tutti i segni ortografici e di interpunzione, così che spetta al lettore capire dove terminano le parole e le frasi. 
In queste condizioni, l’utilità dello scritto si riduce a quella di un appunto, un richiamo a un testo già conosciuto, mentre numerose sono le possibilità di errore se si affronta la lettura senza una previa conoscenza del suo contenuto: in assenza di vocali, ad esempio,possono originarsi parole diverse, in certi casi tutte compatibili con il contesto. Da ciò risulta, paradossalmente, che è la tradizione orale a essere più affidabile di quella scritta.


La Sunna.
Gli ahadith: i detti del Profeta.
Gli ahādith sono classificati in base all’argomento, dando così origine a raccolte che riguardano temi specifici: il matrimonio, l’usura, l’educazione e così via. Nel complesso queste collezioni formano la Sunna, letteralmente “consuetudine, codice dei comportamenti”, in cui si formalizzano le tradizioni giuridiche. 
Ad essa i tribunali islamici si rifanno sia per interpretare passi dubbi del testo sacro sia per risolvere questioni che esso non affronta, attribuendogli in questo caso un valore normativo. 
Dopo il Corano, la Sunna costituisce la seconda fonte dell’islam.


Sharia: la legge coranica. 
Tutta l’attività interpretativa del Corano e della Sunna si conclude con la formalizzazione della sharia, letteralmente “la via da seguire”. Essa indica la legge sia in senso teologico, la volontà divina, in quanto tale inconoscibile all’uomo, sia in senso giuridico-sociale. 
Se teologicamente può esistere una sola sharia, di fatto ne sono sempre esistite molteplici, variando a seconda del periodo storico e delle tradizioni interpretative di riferimento, e per il grado di commistione con i sistemi giuridici laici e secolari. 
Ogni sharia distingue tutti i possibili comportamenti umani in cinque categorie: 
obbligatori, raccomandati, neutrali, scoraggiati e proibiti. 

Ognuno di essi ha un valore sia religioso sia giuridico. 
L’inosservanza delle norme obbligatorie esclude dalla comunità; pratiche scoraggiate o comunque non raccomandate possono dar origine a una citazione in giudizio, presso un tribunale religioso o civile; quelle proibite sono sia un peccato sia un reato.

La mentalità islamica a la conseguente legislazione coranica tende a integrare la dimensione religiosa in ogni aspetto della vita: purificazione, preghiera, riti funerari, fiscalità, digiuno, pellegrinaggio, commercio, eredità, matrimonio, divorzio e giustizia.



La fatwa.
La fatwa. Il rispetto delle leggi coraniche è affidato ai tribunali religiosi, che assumono anche funzioni civili nei Paesi in cui la sharia è assunta come legge dello Stato. 
In ogni caso dubbio, il giudice può sollecitare una fatwā, ossia chiedere a un muftī, un autorevole esperto di giurisprudenza islamica, di emettere un parere non vincolante ai fini del giudizio e redatto in forma astratta, indicante cioè, più che la soluzione del caso, il modo per arrivarvi. Nei secoli sono state emesse milioni di fatāwā, non poche delle quali fra loro incompatibili. 

Il che non è affatto sconcertante per la cultura araba; in primo luogo perché questi giudizi si fondano solo sulla capacità di discernimento umano, senza concernere direttamente i fondamenti della rivelazione.


Guida allo studio.
▶ Come è strutturato il Corano?
▶ Che cosa sono le sure abroganti?
▶ Perché la trasmissione orale del Corano è ritenuta più attendibile di quella scritta?
▶ Che cos'è la Sunna?
▶ Che cosa prescrive la legge coranica? 




La fulminea espansione islamica.
Espansione islamica (632 - 750)


Il quadro storico
Le tre aree geopolitiche della penisola arabica

www.loescher.it/Risorse/LOE/Public/O_31020/31020/Materiale_Demo/31020_MOD_Online_002_025_La_pedagogia_araba.pdf





venerdì 2 novembre 2018

Gimli, Nuova Islanda. gli Huldufolk (il Popolo Nascosto o Alfar—che significa "elfi") vivono in una dimensione parallela alla nostra. Sono tutti molto ben vestiti, sono comandati da una regina, amano il colore blu e vivono nelle rocce. Non all'interno di un ammasso roccioso, non sotto le rocce, ma nelle rocce

‘Islanda, lavoro e affitto in nero. Tra vichinghi, vita cara e squali all’ammoniaca’.
Riccardo, 35 anni, e Tamara, 39, di Macerata, fanno gli agricoltori in un villaggio a cento chilometri da Reykjavík. Isola delle buone abitudini? Secondo la loro esperienza, non proprio. 
"Oltre a consentire gli ogm, smaltiscono i pesticidi direttamente nelle fogne".

“Gli islandesi? In inverno li vedi in giro in maglietta e infradito. Si soffiano il naso senza fazzoletto, fuori dal finestrino dell’auto, ruttano e si mettono le dita nel naso in pubblico. Credono di essere dei vichinghi. Poi in estate con un po’ di sole si bruciano la pelle. Tutto l’anno bevono come spugne e in preda all’alcol diventano aggressivi. Birra e whisky li fanno in casa. Sono curiosi, a volte disponibili, per di più orgogliosi. Per gli scandinavi sono dei malavitosi”. 
Riccardo Mazzei, 35 anni, e Tamara Ricotta, 39, descrivono la loro personale visione dell’Islanda. Sono di Macerata e da aprile si sono trasferiti nell’isola. 
“Gli islandesi – dicono, descrivendo quanto hanno visto finora –  si vestono a cipolla. 
Doppio o triplo strato di pantaloni perché il vento dà fastidio. Ci possono essere oltre trenta gradi di escursione termica: dai 25 gradi sulla costa ai meno 12 a soli venti chilometri di distanza”. 
E il paesaggio, spesso considerato ricco di meraviglie naturali, per loro è fatto di “ghiaccio, neve, muschio, lichene e niente di più. Le stagioni di mezzo non ci sono. E l’estate dura un paio di settimane”. 

Cosa ci fanno Riccardo e Tamara tra gli islandesi? 
L’approdo è per caso. La fuga dall’Italia risale al novembre 2012. 
Prima destinazione: Danimarca. “Con la crisi avevamo perso tutto: lavoro, casa, macchina”. 
Si sono indebitati e il lavoro stagionale era la formula migliore per fare soldi in poco tempo. “Abbiamo lavorato in una fattoria con le mucche come volontari con vitto e alloggio spesato: almeno ci siamo garantiti un tetto per l’inverno. Scaduto il contratto, abbiamo risposto all’annuncio della serra in Islanda. Ci piace l’agricoltura, magari con vitto e alloggio incluso”. Per questo in Italia mandano il curriculum solo in Valle d’Aosta e in Trentino Alto Adige dove è più facile trovare soluzioni del genere. Ma, per ora, ancora niente da fare.

Oggi la coppia per sbarcare il lunario coltiva insalata, pomodori, cavoli, erbe e spezie. 
“Sono tutti geneticamente modificati, perché qui gli sono legali”, dicono. I due parlano poi della loro occupazione: “Il lavoro in serra è uno dei più disprezzati dalla gente del posto: troppe ore, salario basso, capi sbruffoni. Per questo lo rifilano agli stranieri”. Loro guadagnano circa 1200 euro a testa al mese. E dicono di essere benvisti dai locali perché hanno accettato di fare quel lavoro senza fare storie. Spiegano che se osano “baciarsi lungo la strada o al pub” vengono “fulminati con gli occhi o ripresi”. Nella loro esperienza, inoltre, la conoscenza della lingua risulta essere fondamentale per instaurare un rapporto con la popolazione locale (“finché non parli nella loro lingua non ti danno quello che gli chiedi, e neppure ti guardano”) e hanno riscontrato che gli islandesi “di solito evitano il contatto fisico, anche tra di loro, sono introversi e non vanno a trovarsi. Oppure, quando lo fanno, devono portarsi cibo e bibite da casa”.

Lei e il suo ragazzo condividono un appartamento con due polacchi, ventenni, nel villaggio di Laugaras, a 30 chilometri da Selfoss e cento da Reykjavík, la capitale. Per Tamara, però, è “alienante” vivere su un’isola di 103mila chilometri quadrati con poco più di 320 mila anime, soltanto cinque città e parecchi villaggi sperduti. I due, poi, non hanno l’auto. Gliela presta il datore di lavoro una volta alla settimana per andare al supermercato più vicino, a circa mezz’ora di distanza. Il costo della vita per la coppia è altissimo. “Per un pacchetto di sigarette spendi 8 euro e una bottiglia di vino costa almeno 10 euro”. Per il resto, in media, spendono il doppio o il triplo rispetto all’Italia. “Eccetto i biscotti – precisano -, che abbiamo trovato anche a un euro. Anche il pesce è caro, perché la maggior parte viene esportato e qui ne rimane pochissimo”. I due, inoltre, hanno constatato che “beveroni vitaminici e integratori sono molto diffusi”.

Nonostante abbiano lasciato l’Italia, per Tamara e Riccardo la vita in Islanda non è semplice. 
“Siamo in affitto senza contratto, paghiamo 280 euro al mese. In nove mesi ci hanno dato solo due buste paga, il resto sottobanco. Gli straordinari invece sono pagati a forfait”. E le tasse? “Un giorno – racconta Riccardo – ho chiesto al boss che fine avesse fatto la mia taxcard, la tessera su cui lui dovrebbe caricare il pagamento delle tasse. La reazione? Mi ha preso per le braccia e mi ha rispedito a lavorare”. Tra le mura di casa, proseguono, “gli islandesi coltivano l’erba da fumare” e “fanno tanti figli, minimo tre, massimo sette”. Poi, il capitolo cibo: “Mangiano pesce lesso, patate lesse, carne di cavallo, salumi locali, zuppe, testa di agnello bollita (esposte nei congelatori dei supermarket: metà o intera) o squalo lasciato marcire all’aria aperta. Si chiama hákarl e sa di ammoniaca, visto che qui lo squalo contiene un’alta percentuale di urea e sostanze tossiche”.


Per la coppia gli islandesi hanno molte abitudini che li avvicinano alla cultura statunitense. 
“Jeep e pick-up con le ruote alte un metro e 20, cibo pronto, tanti hot dog e la tv con attacco al satellite americano (loro hanno solo un canale nazionale)”. Dulcis in fundo, per i due ragazzi l’isola non è sinonimo di natura incontaminata e buone pratiche. “Oltre a consentire i cibi transgenici, smaltiscono i pesticidi direttamente nelle fogne – dice Tamara -. La nostra serra è fatiscente, come molte altre: vetri rotti e ovunque gatti, topi, uccelli che fanno i loro bisogni”. 
La storia però che non serve il gas per cucinare o riscaldare la casa perché ci sono le falde acquifere bollenti (oltre a quelle fredde) è verissima: “Girando il rubinetto al massimo del calore, l’acqua è di cento gradi. Se non stai attento, ti ustioni”. 


Nota della Redazione web:
Non era intenzione de ilfattoquotidiano.it e della giornalista autrice del pezzo offendere gli islandesi. Il nostro proposito era solo quella di raccontare un’esperienza – probabilmente negativa – di due italiani all’estero. Ringraziamo chi ci ha inviato precisazioni. Abbiamo provveduto a modificare nell’articolo alcune espressioni non virgolettate e da alcuni ritenute offensive.

di Chiara Daina 

Gabbo 
in pratica fanno al vita (in proporzione) degli immigrati da noi, tipo quelli che raccolgono i pomodori nelle piantagioni al sud o nei campi della pianura Padana...


Marco Gattafoni 
Viaggio molto. Non ho più incontrato un popolo più detestabile di quello islandese. 
Il concetto di buone maniere inesistente, la superficialità del bene voluttuario e il potere del denaro la loro religione. Da nessuna altra parte troverete tanta gente tesa ad autoincensarsi e ad esaltare le loro doti di forza, bellezza e ricchezza. Fondamentalmente sono tutti così. O almeno lo erano prima della crisi. A proposito, simpatica quella cosa di non pagare i propri debiti. Tipico loro. 
Sì, sembrano mafiosi del nord e le loro case sono sporche. Non invitano gente perché non vogliono far vedere in quale stato si sono ridotti a forza di comprare cianfrusaglie. Sono stato ospite di tre famiglie e la regola era sempre "invita chi vuoi basta che non sia islandese".
La loro nazione di riferimento, quella che ne influenza maggiormente la cultura, sono gli Stati Uniti, dai quali raccattano solo il peggio. Le mode, i vezzi, il cibo spazzatura, l'iperconsumismo, il disprezzo per i lacci verso chi intraprende senza però altrettanta attenzione per lo stato di diritto e la giustizia.
Qui mi fermo. Non voglio offendere tutti gli islandesi. 

Valentina 
vivo in islanda da poco piu` di un anno, non parlo islandese, e non ho mai avuto difficoltà con la lingua: tutti parlano inglese e anzi in alcune occasioni negli uffici si sono presi il disturbo di tradurmi tutti i documenti di cui avevo bisogno in inglese. I corsi di islandese sono gratuiti, finanziati dal ministero dell'istruzione. Sono una popolazione curiosa, diretti, un po' fatalisti e orgogliosi. Si` e` vero bevono, ma le scene scritte sopra sono ridicole, mai visto una rissa in un anno che sono qui (e forse i due non hanno mai avuto la sfortuna di arrivare di notte alla stazione termini, altro che far-west). La gente e` sempre disponibile ad aiutare, basta chiedere, funziona molto sul contatto personale, essendo una societa` molto piccola. Tra l'altro sono vissuta 8 anni in Svezia prima di trasferirmi qui, e che gli scandinavi vedano gli islandesi come malavitosi e` falso, sicuramente sono molto diversi culturalmente, ma ``malavitosi'' non c'entra proprio nulla. 

Hirni 
Ero in Islanda per lavoro una quindicina di anni fa. Devo dire che avevo visto una Islanda completamente diversa da quella descritta nell'articolo.
Reykjavík, è una città pulitissima, addirittura pescano il salmone dal fiume che attraversa la città (unica capitale al mondo dove sia possibile una cosa del genere)
Gran parte della popolazione va in piscina alla mattina prima di andare al lavoro.
La gente non si incontra? io invece sono stato invitato da diverse famiglie, avevano cucinato per me, all'entrata ci si toglie le scarpe e si mettono le pantofole. Non ho idea dove questi due siano andati a finire ma sicuramente non rispecchia la vera Islanda

Bruno Kessler 
2 volte in Islanda, nel 2008 e nel 2011 per 3 settimane ciascuna.
Ho incontrato solo:
persone che parlano inglese senza problemi;
simpatici con i turisti stranieri;
molta pulizia anche nelle case private che ho visto;
educati nel chiedere e nel rispondere;
interessati al resto del mondo;
fanno la differenziata;
sicuramente grandi bevitori e diretti nelle cose;
l'isola nel complesso non mi è affatto parsa sporca e tanto meno ostile 
Mi pare che questi 2 forse era meglio rimanessero a casa loro 
(meno male che il Trentino non li ha presi)





Riccardo Dettori
Lo squalo sa di ammoniaca ovunque, visto che (detto volgarmente) PISCIA attraverso la pelle e dunque la sua carne è permeata di urea

luca
l'Hakarl contiene ammoniaca prodotta dall'urea di cui si impregna la carne dello squalo dopo la sua morte attraverso una particolare reazione chimica. Strano ma vero. Quando sono andato in Islanda non ho osato assaggiarlo, ci vogliono stomaci troppo forti e il mio non lo e'

Adriano
Sullo hákarl avete scritto cose false. Non è "squalo" generico ma squalo groenlandese (Somniosus microcephalus). Viene fatto fermentare per eliminare urea e ossido trimetilamminico presenti in quantità tosscihe per l'uomo.
Molti Islandesi non lo hanno mai mangiato ne lo mangeranno mai.
Ah e no è che "li" (in Islanda) lo squalo contiene un’alta percentuale di urea e sostanze tossiche.. gli squali (TUTTI !) non hanno reni !

ghino di punta
L'hákarl oltre a non mangiarlo tutti gli islandesi, prima di essere essiccato viene preparato facendo fermentare alcune specie di squalo sotto la sabbia. Un'altra cosa che viene consumata è la bistecca di balena. L'acqua a cento gradi… esagerazione.

shintakezou
Il "top" quando si parla dell'hákarl («squalo lasciato marcire all’aria aperta. Si chiama hákarl e sa di ammoniaca, visto che qui lo squalo contiene un’alta percentuale di urea e sostanze tossiche»), piatto "antico" che pochissimi islandesi ancora mangiano: alle nuove generazioni fa schifo, e hanno pure ragione... L'ammoniaca e altre sostenze tossiche sono dovute al processo di putrefazione (cioè una frollatura un po' eccessiva, necessaria per rendere addentabile la dura carne di squalo), e non è che sono caratteristica degli squali di "lì"…



https://www.ilfattoquotidiano.it/2014/03/31/in-islanda-lavoro-e-affitto-in-nero-tra-vichinghi-vita-cara-e-squali-allammoniaca/930995/


Islanda: la nostalgia delle foreste abbattute dai vichinghi.
Per un istante, proviamo a chiudere gli occhi e a condurre la nostra fantasia nella Scandinavia del IX secolo d.C. In molti sapranno delle potenti e feroci tribù vichinghe e del modo in cui per secoli queste hanno saccheggiato e conquistato le più svariate terre, fino a rendere il proprio destino e le proprie gesta centrali nella storia medievale europea.

Eppure, non tutti sanno che, per lungo tempo, le tribù vichinghe hanno vissuto un profondo periodo di crisi. La ragione? Le terre nordiche (all’epoca ben più fredde di adesso) erano scarsamente coltivabili, il che causava una importante carenza di cibo e la conseguente paura di una carestia nei popoli vichinghi e nei loro guerrieri.

A questo si aggiungevano le frequenti guerre civili generate dall’avidità e dalla scarsa lungimiranza dell’allora Re di Norvegia, Harald il chiaro. In altre parole, ben presto i popoli vichinghi maturarono l’idea di abbandonare la Scandinavia per terre più pacifiche e fertili. Certo, per loro sarebbe stato semplice tentare di colonizzare l’Irlanda o l’Inghilterra (cosa che, peraltro, sarebbe accaduta neppure due secoli dopo), ma quelle terre erano difese da potenti ed organizzati eserciti, contro i quali sarebbe stato necessario dar vita a una lunga e sanguinosa guerra. Fu per questa ragione che i vichinghi ebbero l’intuizione di recarsi su un’altra isola, più lontana e più piccola, ma pressoché disabitata. Un’isola esplorata per la prima volta soltanto 50 anni prima da alcuni monaci irlandesi, e che da allora era divenuta il luogo ideale per mistici ed eremiti. Un’isola dove le giornate erano incredibilmente lunghe nel mese di giugno ed incredibilmente brevi a dicembre, al punto che Dicuil, uno dei monaci che vi si era recato, aveva scritto: “In quel luogo l’oscurità regna d’inverno, mentre d’estate la luce è così intensa da permettere di afferrare le pulci sui vestiti”. Un’isola, in ultimo, intorno alla quale aleggiava un enorme alone di mistero.


Nell’874, come previsto, i vichinghi approdarono in Islanda e, nel giro di pochi mesi, la colonizzarono. Secondo il Landnàma, uno dei più antichi manoscritti della storia nordica, in origine furono solo 435 gli uomini che invasero l’isola, stabilendosi principalmente nella zona settentrionale e sud-occidentale, dove vi era la maggior diffusione di coste. Col tempo, tuttavia, la presenza vichinga crebbe sempre di più: divenne necessario intensificare l’allevamento di pecore e di altri animali per ricavare il cibo ed il vestiario di cui il popolo aveva bisogno. Ben presto, inoltre, emerse un problema: in Islanda c’erano troppe foreste. Proprio così: se oggi siamo abituati a considerare quel territorio brullo e quasi integralmente privo di alberi, occorre ricordare che all’epoca ben il 40% del terreno islandese era ricoperto da boschi.

Ma non è tutto, perché per un popolo di navigatori come i vichinghi, in un’epoca in cui le imbarcazioni erano quasi integralmente costruite in legno, gli alberi rappresentavano una ghiotta fonte da cui ricavare questo prezioso tessuto vegetale. Ben presto, infatti, i vichinghi si resero conto che sarebbe stato sufficiente abbattere gli alberi per ottenere in poco tempo sia il legno di cui avevano bisogno che lo spazio necessario per far nascere i propri allevamenti. Un’occasione alla quale non seppero resistere…

Con gli anni, i vichinghi migrarono presso lidi più fertili, affrontarono grandi battaglie e ottennero gloriose vittorie, fino a quando l’ineluttabile peso della storia gravò anche sul loro popolo decretandone, di fatto, la fine. L’Islanda, viceversa, dopo i vichinghi conobbe la dominazione del Re di Norvegia prima e di quello di Danimarca poi; la piccola isola trascorse secoli bui e difficili prima di riuscire a ottenere la tanto agognata indipendenza nel 1944.

Nel susseguirsi degli eventi e delle epoche, di quella che era la vegetazione originaria non rimase neppure l’ombra. I vichinghi avevano distrutto tutto e nessuno, in seguito, fu in grado di rimediare ai loro danni. All’inizio degli anni ‘50, solamente l’1% del territorio era ricoperto da alberi; una cifra che, da allora ai giorni nostri, è cresciuta solamente di un ulteriore, insoddisfacente, punto percentuale.

Eppure, il governo islandese non sembra disposto ad abbattersi. Proprio negli ultimi giorni è stato annunciato un ambizioso progetto, il cui scopo è quello di riportare il patrimonio forestale ai livelli precedenti all’arrivo dei vichinghi: si desidera in altre parole, far tornare ad essere l’Islanda ciò che era dodici secoli or sono. I vantaggi di questa iniziativa? Molti, anzi moltissimi. Tralasciando l’effimera questione estetica e l’attrazione che un panorama naturale così suggestivo potrebbe generare in decine di migliaia di turisti, un’Islanda piena di boschi assorbirebbe gran parte dell’anidride carbonica, eviterebbe l’erosione territoriale e, infine, garantirebbe una maggiore prosperità alla fauna locale.

Naturalmente, il progetto è stato accolto con profondo entusiasmo dal popolo islandese e, più in generale, con grande ammirazione da parte del mondo ambientalista. Immediatamente, in molti hanno parlato del modello e della lungimiranza con cui il governo di Reykjavík sta proponendo una politica verde, innovativa e, per certi, versi perfino rivoluzionaria. Tutto ciò non è bastato a escludere le numerose complicazioni che, inevitabilmente, sono sorte intorno al programma. Oltre alla complessità di quest’ultimo, infatti, è necessario far notare che la betula pubescens, un albero autoctono fortemente diffuso in Islanda nel Medioevo, ad oggi non attecchisce più al terreno a causa delle differenze climatiche attestate rispetto al passato. Molto probabilmente, la sua presenza verrà sostituita da piante e da alberi differenti, come pini, larici e abeti rossi, i quali dovrebbero avere maggiori probabilità di crescere rigogliosamente in un habitat simile. La forestale islandese si è già messa al lavoro per importare direttamente dall’Alaska una serie di sementi selezionate con la massima cura e con la più rigorosa attenzione.

L’obiettivo è quello di far sì che entro il 2020 il 12% del territorio islandese sia ricoperto da boschi e foreste. Come detto, la strada sarà indubbiamente in salita. Ma, in fondo, cosa sarebbe il mondo se non avessimo il coraggio di sognare? Cosa sarebbe il mondo se non avessimo la forza di inseguire i modelli ambientali e culturali che in qualche modo la storia sembra imporci? Per quanto una sfida possa essere difficile, vale sempre la pena provare ad affrontarla… forse è proprio questo il messaggio che in questi giorni l’Islanda sta cercando di trasmettere al mondo intero.

Gianmatteo Ercolino

http://www.internationalwebpost.org/contents/Islanda:_la_nostalgia_delle_foreste_abbattute_dai_vichinghi_8959.html#.W9yyIZNKjIW



Cosa succede a Gimli, Nuova Islanda
Gli islandesi stanno invadendo la provincia di Manitoba. 
Quell'isola un tempo affascinante, ora ufficialmente sommersa dai debiti, sta perdendo i suoi abitanti a vista d'occhio: sono 100 anni ormai che si trasferiscono poco alla volta in Canada, e ora Manitoba ospita circa 88000 "goolies" (un termine offensivo per indicare i canadesi islandesi, probabilmente coniato dai loro rivali d'immigrazione, gli ucraini), il che è una cosa da pazzi perché sono praticamente un terzo dell'intera popolazione islandese.

Gimli è una cittadina a nord di Winnipeg ed è più che altro nota per essere un luogo di mare, un bel posto in cui fare una gita di un giorno e dove visitare i migliori resti archeologici manitobiani. Circondata dai contadini conservatori di Manitoba, Gimli spunta fuori come un pollice bianco nella mano di un nero. È un territorio vichingo e i suoi abitanti sono ben orgogliosi di questa reputazione. Ma per conoscere meglio questa stramba sottocultura della pianura canadese, una cultura di cui sono un fiero rappresentate, bisogna sapere qualcosa in più della madre patria: l'Islanda.

Gimli è diventata Nyia Iceland (Nuova Islanda) nel 1875 quando gli islandesi, menandosela per il loro livello di alfabetizzazione, si sono messi veramente a discutere se era il caso di mollare tutti i figli per i libri nel momento in cui avrebbero dovuto far fagotto e andarsene dalla loro isola in bancarotta.

L'Islanda è famosa per la sua cucina di carni dure e torte di San Valentino a strati, per le sue tendenze secchione, la mitologia scandinava e le saghe islandesi. Nonostante ci sia una Chiesa Luterana Nazionale d'Islanda, la maggior parte degli islandesi si considera membro di Ásatrúarfélagið (l'associazione di Asatru), che in sostanza significa, con le parole del regista locale Guy Maddin, "una massa di pagani che singhiozza senza sosta".
Le tradizioni e i credi pagani sono onnipresenti nella cultura islandese. 

Le leggende dell'oltretomba sono state tramandate di generazione in generazione, soprattutto grazie a donne come Elva Simundsson. Perfetta islandese e cittadina di Gimli, dopo avermi riscaldato con una tazza di caffè mi ha raccontato, senza un accenno di umorismo, le storie della popolazione degli Huldufolk nell'area della Nuova Islanda.

Cose che ho saputo da Elva: 
gli Huldufolk (il Popolo Nascosto o Alfar—che significa "elfi") vivono in una dimensione parallela alla nostra. Sono tutti molto ben vestiti, sono comandati da una regina, amano il colore blu e vivono nelle rocce. Non all'interno di un ammasso roccioso, non sotto le rocce, ma nelle rocce. Quando le ho chiesto se li aveva mai visti di persona, mi ha risposto, "No, ma questo non significa che non esistano—questo non è l'unico mondo esistente anche se noi siamo così arroganti da credere il contrario.

Gli Huldufolk non costituiscono solo una forte componente della cultura islandese, influenzano anche fortemente le scelte nel campo delle infrastrutture islandesi. Non sarebbe carino gettare fiumi di cemento su un villaggio di gente invisibile, no?

Indagando ulteriormente sulla faccenda del Popolo Nascosto, mi è stato detto di andare alla "scuola normale" di Gimli per saperne di più. Ora ospita gli uffici del comune, ma un tempo era una scuola elementare e anche casa di alcuni Huldufolk che emigrarono con i primi coloni. Celebrità locali come Snorri e Sneibjorn volevano abitare su quel terreno e tentarono di demolire l'edificio, quindi tolsero un primo mattone dal centro della struttura (sperando che crollasse tutto). Ma non andò così, e Snorri e Sneibjorn pensarono che gli elfi stavano tenendo in piedi la scuola. Ora, gente invisibile che vive sotto gli edifici tenendo in ostaggio dei bambini, è tendenzialmente uno scenario da incubo, ma non a Gimli! Invece di rimettere a posto il mattone o piantarla di credere negli elfi, hanno lasciato il buco del mattone mancante, considerandolo come un promemoria perenne dell'esistenza degli Huldufolk, anche se non si vedono.

Questa è Bryna Thoren, una carinissima cittadina islandese di Gimli. 
Con una faccia serissima (starsene per i fatti propri è un tratto comune degli islandesi), stava portando il pesce locale, l'hardfiskur (si pronuncia harthfiskur) alla sua Amma (nonna). Hardfiskur è un pesce bianco essiccato che si può apprezzare al meglio ricoperto di burro. Lo si trova come snack in ogni drogheria del paese, compresa la nuova e sfavillante (ed unica catena) Sobey's.

Sullo sfondo si vede il monumento del villaggio, la statua di un vichingo alta 15 metri, una delle mete favorite dei turisti. I ragazzini locali si riuniscono qui a bere il Brennevin, un economico liquore islandese che sa di benzina e riunisce le masse ubriache di Manitoba.

Fare due passi al gelo nei pressi del lago melmoso non è l'unica soluzione di vita notturna che si può scegliere a Gimli. Di sabato sera la maggior parte della popolazione si ritrova al The Viking, l'unico locale simil-discoteca che c'è in città e che attira una grande varietà di clienti, da contadini a mamme single di mezza età.

L'ultimo sabato sera hanno suonato al The Viking queste quattro celebrità locali, The Paps ("Four talented Gimli High School girls in love with rock n roll like woah," dice il loro MySpace). La rudezza del loro nome—prima si chiamavano The Papsmears—non calza perfettamente il loro sound indie rock mainstream, ma sono l'unico gruppo di Gimli, quindi si beccano tutti i concerti che vogliono.

Loro sono Marianne Johansson e Evan Finney. Sono i proprietari e gestori del Gimli Hotel, altrimenti conosciuti "the Oldie." Camminare tra gli abitanti di Gimli, tutti biondi e con gli occhi azzurri, può sembrare come farsi un giro sul trenino degli orrori ed è facile vedere questi due come le pecore nere del paese. La loro stanza degli alcolici era una meta obbligata, all'interno dell'albergo, per aperitivi e porno-hardocore. Si sono sbarazzati del porno ma servono ancora un ottimo borscht. "Siamo il posto più antico della città e siamo qui da più tempo di tutti!" dice Finney. Gli interni non sono mai cambiati, e i tavoli sono tuttora ricoperti con la moquette.

Gimli ospita ogni anno lo Islendingadagurinn, un festival tradizionale islandese e secondo festival etnico del Nord America. In quei giorni la città impazzisce. Il weekend è stracolmo di gare e manifestazioni varie; gli eventi più attesi comprendono i tornei di Frisnock, i villaggi vichinghi e una grande festa. È anche l'occasione in cui incoronano la Fjalkona, la Signorina della Montagna. La donna eletta deve essere molto attiva nella comunità ed essere capace di colmare il vuoto tra gli islandesi e gli abitanti della Manitoba di origine islandese. Indossa un complicato costume tradizionale, carico di simboli islandesi: la corona appuntita rappresenta il ghiaccio, il cappotto verde rappresenta i campi dell'Islanda, e il colletto di pelo bianco e nero rappresenta le montagne. Due ragazze l'accompagnano ad un trono su cui siede per assistere ad una cerimonia eseguita dal Consolato Islandese. Credere che delle persone vivano nelle rocce... è così medievale. Immagino che non ci siano tante opzioni per starci dentro quando vivi in una prateria desolata che nessun altro ha voluto.

https://www.vice.com/it/article/znjv9y/cosa-succede-a-gimli-nuova-islanda






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