domenica 8 settembre 2013

La Croce. Simbolo antichissimo e antecedente al cristianesimo ne è però diventato il segno distintivo come il crocefisso sul quale Gesù è morto: può essere di vari tipi a seconda del numero dei bracci e della disposizione che hanno. La croce può essere greca, celtica, latina, commissa o a tau, priva del raggio superiore, di sant’Andrea, di Lorena, di Malta ecc. ma all’inizio era sicuramente un simbolo solare preistorico comune a tutte le civiltà, nei secoli successivi la forma della croce è stata usata per torture e come strumento di morte: sotto il periodo romano ed imperiale era usata frequentemente per attaccare i condannati fino alla morte, in qualche caso i condannati furono cosparsi di pece alla quale fu dato fuoco come sotto Nerone.



L'ankh (☥), conosciuto anche come "chiave della vita", è un antico simbolo sacro egizio che essenzialmente simboleggia la vita. Appare di frequente nelle opere artistiche dell'antico Egitto. Gli dèi sono spesso raffigurati con un ankh in mano. Il geroglifico "ankh" oltre che significare "vita", assume diverse sfumature in base al contesto in cui è inserito, sebbene sempre con caratteri mistici e religiosi. Nelle raffigurazioni divine appare come caratteristica delle stesse divinità, ad indicare la natura ultraterrena e l'eterna esistenza di esse. L'ankh veniva utilizzato in particolare come amuleto, capace di infondere salute, benessere e fortuna.





Simboli nella storia e nell’arte: la croce. Simbolo antichissimo e antecedente al cristianesimo ne è però diventato il segno distintivo come il crocefisso sul quale Gesù è morto: può essere di vari tipi a seconda del numero dei bracci e della disposizione che hanno. La croce può essere greca, celtica, latina, commissa o a tau, priva del raggio superiore, di sant’Andrea, di Lorena, di Malta ecc. ma all’inizio era sicuramente un simbolo solare preistorico comune a tutte le civiltà, nei secoli successivi la forma della croce è stata usata per torture e come strumento di morte: sotto il periodo romano ed imperiale era usata frequentemente per attaccare i condannati fino alla morte, in qualche caso i condannati furono cosparsi di pece alla quale fu dato fuoco come sotto Nerone.




IL MISTERO DELLA ANKH – CROCE ANSATA




La chiave della vita ....la CONOSCENSA DI SE. 

L'ANKH , la CHIAVE DELLA VITA, simbolicamente fatta con il legno dell'albero di SICOMORO, simbolicamente l'ALBERO DELLA VITA o della DEA HATHOR. 
Una volta che il nostro desiderio ci spinge talmente in alto da spingerci a conoscere DIO (salire l'albero della vita) ...poi dobbiamo discendere dal nostro EGO e ritornare umili per comprendere realmente la nostra divinità.
La chiave della vita è il DESIDERIO.
Uno dei modi più bassi, più materiali, per usare questa chiave è nel DESIDERIO SESSUALE diretto al semplice appagamento del piacere fine a se stesso. Uno dei modi più alti, più spirituale, per usare la chiave è nel DESIDERIO DELLA CONSAPEVOLEZZA DI SE STESSI, IL DESIDERIO DI CONOSCERE DIO


croce-ansata


La Croce ansata , o Ankh, ebbe una notevole importanza nell’antico Egitto come simbolo che ricordava il dono della vita e anche l’immortalità. Il termine ankh significa “vita “ o anche “ chiave di Iside”o “chiave dei grandi misteri” e in genere questo significato acquista un indiscutibile potere magico ed è sintomatico che i sacerdoti egizi in certi bassorilievi siano raffigurati nell’atto di donare con l’Ankh l’energia vitale capace di concedere l’immortalità ai defunti. Per questo la Croce Ansata ha un valore talismanico di indubbio valore. L’ansa superiore ,di forma circolare o ovale, possiamo assimilarla all’ourorobos (serpente che si morde la coda = eterna ciclicità della vita). La Croce a forma di T è invece la condizione della morte (lo stato di trance nel quale gli eletti vengono a trovarsi prima di arrivare ai Grandi Misteri). 

Nei tempi antichi veniva applicata nel punto del terzo occhio ai re e ai sacerdoti in segno di elevazione spirituale (il terzo occhio era aperto).

La Croce Ansata la si può riprodurre da soli, facendola in creta o in legno, lavorandola magari per farla diventare più “nostra”. Sì può comprare in oro o argento, gli egizi utilizzavano legno di sicomoro, pietre dure, diaspro, quarzo rosso opaco, ma la terracotta è un’ottima alternativa perché racchiude e imprigiona forze cosmiche positive. 

Quando ci sentiamo stanchi o sfiduciati o depressi, possiamo utilizzare la Croce : basta appoggiarla sulla fronte e tenerla così per alcuni minuti mentre siamo in posizione comoda.. Siccome è un simbolo lunare-solare possiamo caricarlo tenendolo rivolto verso il sole del mezzogiorno per qualche minuto , ma anche verso il disco lunare (fase crescente) avendo cura di utilizzare le due facce della Croce distintamente. 

La parte polarizzata di Luna , stimola , come sappiamo : immaginazione, fantasia, combatte i disturbi del sonno e la depressione. 
La parte polarizzata di Sole rivitalizza l’organismo e favorisce il benessere fisico. 
Un altro modo per caricare la Croce Ansata è quello di lasciare la stessa in pieno sole per l’intera giornata (dall’alba al tramonto) e poi caricarla dalla parte lunare sotto la luna crescente per tutta la notte ( dal tramonto all’alba).


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IL MISTERO DELLA ANKH
Era passato del tempo e avevo tra le mani una perfetta Croce Ansata realizzata da me rispettando tutte le proporzioni indicate dagli Egizi. Le forme della Ankh sono una perfetta armonia geometrica.
L’avevo sognata insieme a tutte le istruzioni per costruirla. In realtà non era stato un sogno casuale, ma era stato quello che io definisco “Sogno Guidato”.
Osservando la Croce Ansata

Guardavo quel perfetto modellino di Ankh e nello stesso tempo consultavo sul web le immagini dei vari reperti dell’antico Egitto dove essa è raffigurata.

Provavo a comprenderne il significato, la funzione.
In questa raffigurazione viene trasportata impugnandola per l’ansa, quindi ha una dimensione tale da poter essere impugnata (come quella che ho realizzato io). Nella scultura che segue viene impugnata come uno scettro.

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Mentre in queste raffigurazioni viene utilizzata rivolgendo

la parte ansata verso l’interlocutore.
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Qui addirittura viene rappresentata in cima al pilastro Djed (Zed) con delle braccia.
Non basterebbero cento pagine per mostrare tutti i manufatti in cui la Ankh viene raffigurata, essa doveva essere o rappresentare qualcosa d’importante. Oppure è un “piccione viaggiatore” del tempo che porta il suo messaggio?
UNA POTENTE ARMA

C’è una teoria che vede i Dei Egizi come esseri provenienti da un altro pianeta. La Ankh poteva essere una loro arma per la difesa personale. Qualsiasi cosa era, dalle varie opere egizie, sembra che gli Dei se ne separavano difficilmente, oppure, chi ha realizzato queste opere riteneva così importante il messaggio che trasmetteva da metterla nelle mani degli Dei. Avrà pensato: vedendola nelle mani di un Dio, un occhio attento gli darà la giusta importanza.

Nelle Tavole di Thot l’Atlantideo troviamo scritto:
Noi giungemmo alla terra dei figli di KHEM.

Andando su tutte le furie, loro vennero con clave e lance, alzate con la

rabbia di chi cerca di uccidere e distruggere i Figli di Atlantide. Poi io mi
alzai di persona e diressi un raggio di vibrazione colpendoli finché si
dispersero come frammenti di pietra della montagna.

Forse l’arma che usa Thot è proprio la Croce Ansata ?
Che cosa aveva ispirato gli Egizi a disegnare l’Ankh?

Mauro Biglino, scrittore del Dio Alieno della Bibbia su FB mi risponde in questo modo:

Il mio amico ricercatore egittologo, Diego Baratono, ha studiato l’Ankh e ne ha dato una spiegazione che secondo me è geniale.
L’ho trovata documentata in una piccola stele al Museo Nazionale di Firenze : era uno strumento di misura usato dai sacerdoti definiti “tenditori di corde”, era impiegato come perno piantato a terra e

nell’anello passava la corda che veniva collegata all’altro strumento (Uas) che lui ha ricostruito rispettando le misure: i due assieme servivano per definire circonferenze e perimetri delle costruzioni da realizzare. Se ne ricavavano cerchi di ogni diametro e poligoni inscritti, utili agli architetti progettisti.

Solo in tempi moderni, non comprendendone più il significato, se ne è cominciato a dare una interpretazione simbolica, attribuendogli valenze che però non mi paiono avere alcuna attinenza con la realtà funzionale:
se si capisce bene a cosa serviva tutto diviene probabilmente chiaro e semplice. Insomma provo ad applicare il rasoio di Occam… spesso funziona.

IL MISTERO DELLA ANKH SI INFITTISCE

Con la mia Ankh tra le mani verificavo questa ipotesi.

L’ho anche piantata per terra, ma lei mi guardava e diceva, vai più in fondo, cerca, troverai qualcosa di più. Io ho cercato fino a quando una sensazione di appagamento non si è diffusa in tutto il mio corpo.
Intanto mi chiedevo, perché un semplice strumento di misura si trova in molte tombe Egizie? Forse non ne conoscevano il vero utilizzo?
La Ankh nascondeva qualcosa di più, poi, nel corso della mia ricerca, ho compreso che nemmeno gli Egizi conoscevano fino in fondo il mistero che nascondeva, la chiamavano “Chiave della Vita” e per questo è stata trovata in molte tombe, è la chiave che apre oggi, come allora le porte dell’Eden. Fu portata nella cultura Egiziana, da quello che viene definito il popolo di Atlantide e il Re di questo popolo era Osiride.

Amplificatore della Ghiandola Pineale?
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Ho provato a far combaciare l’Ansa con il “terzo occhio” o ghiandola pineale e l’asta orizzontale andava a sovrapporsi ai miei occhi, quasi a voler dire chiudili, mentre l’asta verticale si sovrapponeva al mio naso e alla bocca.

Prima di allora non avevo mai notato che sul viso di un essere umano, se si considera il terzo occhio è rappresentata una perfetta Ankh.

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Detta anche “Terzo Occhio”, al suo interno sono presenti “coni e bastoncelli” (terminazioni nervose presenti sul fondo degli occhi) La storia terrestre è piena di riferimenti a questa ghiandola.

Coincidenza o messaggio per le popolazioni future? In molte ritrovamenti archeologici non è difficile trovare raffigurazioni di bastoni alla cui sommità è presente una “pigna”. La stessa piramide con l’occhio onniveggente, tanto amata dai sostenitori della cospirazione, potrebbe essere un riferimento ai poteri latenti del “terzo occhio”. La Croce Ansata ha forse la funzione di amplificare i poteri della ghiandola pineale?

Non so se è stato questo il motivo, ma mentre la tenevo nella posizione descritta e chiedevo: A cosa servi?  Qual’è la tua funzione? Che poteri hai?
Lei a modo suo mi ha risposto.

Può sembrare incredibile, può sembrare che voglio arricchire questo mio libro con eventi che hanno il sapore del mistero, ma è accaduto davvero.

Quando iniziai a scrivere sulla “Croce Ansata” non sapevo che il cammino mi avrebbe portato fino al punto in cui sono arrivato. Io volevo scrivere, soltanto, un bell’articolo per il mio blog che aiutasse i
lettori a comprendere meglio il significato di questo simbolo o strumento che sentivo essere molto importante, ma non ne sapevo molto. Mi venne in mente il messaggio che mi fu dato nella città magica:

Tu sei il “Maestro d’Armi”, colui che saprà senza poter usare.

Grandi conoscenze ti saranno rivelate lungo il cammino, ma con te

non funzioneranno. Hai solo il compito di trasmetterle. Tu sei già
stato e sei ritornato. Le tue battaglie sono concluse. Gloria e Fama
non avrai, poiché il tuo volto mai mostrerai, parlerai e agirai sotto
il nome di Bragkor.

Domandai: Ma io non ho conoscenza di nulla, cosa dovrò trasmettere?

Verrà il momento, la conoscenza si rivelerà a te come il sole del mattino.

Mentre riflettevo e ponevo le mie domande alla “Croce Ansata”, improvvisamente mi venne recapitato dal postino un pacchetto che non aspettavo, non avevo fatto nessun ordine, ne io ne qualcuno della mia famiglia, al suo interno c’erano due libri. Controllai subito il mittente, non era nessuna società che vende libri, era un privato cittadino e l’indirizzo del mittente non esisteva.

Dopo aver letto quei libri iniziai a valutare gli indizi che essi sembravano volermi dare. Non c’erano risposte alle mie domande, ma indizi. Alla fine sono riuscito a comprendere la Ankh, ho percorso il cammino che mi ha indicato e ho compreso meglio il significato e il messaggio contenuto in queste figure….

Per continuare, scarica l’ebook gratuito Il Mistero della Ankh
QUESTO BRANO E’ TRATTO DALL’E-BOOK in cui si fa riferimento ad un sito, se sorgessero delle domande è meglio che le rivolgiate all’autore dato che si tratta di una sua esperienza.

GRAZIE!

Nikita Chruščëv. Gli uomini politici sono uguali dappertutto. Promettono di costruire un ponte anche dove non c'è un fiume




Gli uomini politici sono uguali dappertutto. Promettono di costruire un ponte anche dove non c'è un fiume.
Nikita Chruščëv, (da una conferenza stampa, 1960)

giovedì 5 settembre 2013

Edgar Morin. Se fossi guidato solo dal lume della ragione, dovrei dire che siamo sull’orlo dell’abisso. Ma nella storia dell’umanità esiste l’imprevisto, quel fatto inatteso che cambia il corso delle cose. Ecco perché in fondo sono ottimista

la mente umana ha perso il controllo delle sue creazioni – la scienza e la tecnica –
e non ha acquisito il controllo delle organizzazioni sociali e storiche.
L’uomo, obbedendo alla sovranità del calcolo,
ignora tutto ciò che non è quantificabile,
i sentimenti, le sofferenze, le felicità degli esseri umani.
Oggi la battaglia si combatte sul terreno della mente. 
Il problema della riforma del pensiero, della mente, è diventato vitale....
Edgar Morin


Noi stessi, che viviamo in una cultura che ha sviluppato certi settori della razionalità come la filosofia e come la scienza, viviamo altrettanto impregnati di miti, altrettanto impregnati di magia, ma di un altro tipo, di un altro genere.
Edgar Morin


"se non ci fosse la prosa, non ci sarebbe la poesia.
L’una è quella che subiamo per obbligazione o costrizione in situazioni utilitaristiche e funzionali;
l’altra è quella dei nostri stati amorosi, fraterni, estetici. Vivere poeticamente, significa vivere per vivere"
Edgar Morin, La via



Una volta attirato lo studente sul sentiero del sapere, il buon educatore lo lascia da solo, libero di fare le proprie scelte. Libero di proseguire, di costruire il proprio sentiero mentre cammina.
Edgar Morin


Qualunque sia il fenomeno studiato, occorre innanzitiutto che l'osservatore studi se stesso, poiché l'osservatore o turba il fenomeno osservato, o vi si proietta in qualche misura.
Edgar Morin, Lo spirito del tempo


Conoscere e pensare non è arrivare a una verità assolutamente certa, è dialogare con l’incertezza
Edgar Morin


Se fossi guidato solo dal lume della ragione, dovrei dire che siamo sull’orlo dell’abisso. 
Ma nella storia dell’umanità esiste l’imprevisto, quel fatto inatteso che cambia il corso delle cose.
Ecco perché in fondo sono ottimista. 
Edgar Morin


"Di fatto, la grande distinzione fra scienza e filosofia ha operato una scissione fra la mente e il cervello, disponendo la prima dalla parte della metafisica, il secondo da quella delle scienze naturali; le compartimentazioni disciplinari inoltre hanno separato e disperso:
- nelle scienze fisiche: l'informazione, la computazione, l'intelligenza artificiale;
- nelle scienze biologiche: il sistema nervoso centrale, la filogenesi e l'ontogenesi del cervello;
- nelle scienze umane: la linguistica, la psicologia cognitiva, le diverse psicologie (che non comunicano tra loro e anzi si escludono a vicenda), le diverse psicoanalisi (stesso rilievo), la psico-sociologia, l'antropologia culturale, le sociologie della cultura, della conoscenza, della scienza, le storie delle culture, delle credenze, delle idee, della scienza;
- nella filosofia: la teoria della conoscenza;
- fra scienza e filosofia: la logica, l'epistemologia.
A ciò va aggiunto il continente non riconosciuto, non esplorato della noosfera, in cui la conoscenza si organizza in sistemi di idee (teorie, dottrine) e che richiede una scienza nuova: la noologia.
Ognuno di questi frammenti disgiunti ignora il volto globale di cui fa parte."
Edgar Morin, La conoscenza della conoscenza


La complessità suggerisce di «pensare per costellazioni e correlazioni di concetti. Del resto dobbiamo sapere che, nelle cose più importanti, i concetti non si definiscono mai attraverso le loro frontiere, ma sulla base del loro nucleo. È un'idea anticartesiana, nel senso che Cartesio pensava che la distinzione e la chiarezza fossero caratteristiche intrinseche della verità di un'idea. Prendiamo l'amore e l'amicizia. Possiamo riconoscere nettamente nel loro nucleo l'amore e l'amicizia, ma esiste anche un'amicizia amorosa, esistono amori amicali. Ci sono dunque degli intermedi, dei misti tra l'amore e l'amicizia; non c'è una frontiera netta. Non bisogna mai cercare di definire attraverso le frontiere le cose importanti. Le frontiere sono sempre sfumate, sono sempre interferenti. Bisogna dunque cercare di definire il cuore, e questa definizione richiede spesso dei macroconcetti.
Edgar Morin




Più la politica diventa tecnica, più la competenza democratica regredisce. Il perdurare del processo tecnico-scientifico attuale, processo del resto cieco che sfugge alla coscienza e alla volontà degli stessi scienziati, conduce a una forte regressione di democrazia. Così, mentre l'esperto perde la capacità di concepire il globale e il fondamentale, il cittadino perde il diritto alla conoscenza. Quindi lo spossessamento del sapere, molto poco equilibrato dalla volgarizzazione mediatica, pone il problema storico ormai capitale della necessità di una democrazia cognitiva.
Edgar Morin, La testa ben fatta


L'arte di insegnare
"L'insegnante non distribuisce più come priorità il sapere agli allievi. Una volta fissato il tema di un compito o di una interrogazione orale, sta all'allievo trarre da Internet, dai libri, dalle riviste e da tutti i documenti utili la materia del compito o dell'interrogazione e presentare il suo sapere all'insegnante. E quindi sta a quest'ultimo, vero direttore d'orchestra, correggere, commentare, apprezzare l'apporto dell'allievo, per arrivare, nel dialogo con i suoi allievi, a una vera sintesi riflessiva del tema trattato."
 Edgar Morin, "Insegnare a vivere. Manifesto per cambiare l'educazione", Raffaello Cortina, Milano 2015, p. 104



Sulle tracce di "La testa ben fatta" e "I sette saperi necessari all'educazione del futuro", 
Edgar Morin auspica una riforma profonda dell'educazione, fondata sulla sua missione essenziale, che già Rousseau aveva individuato: insegnare a vivere. Si tratta di permettere a ciascuno di sviluppare al meglio la propria individualità e il legame con gli altri ma anche di prepararsi ad affrontare le molteplici incertezze e difficoltà del destino umano. Questo nuovo libro non si limita a ricapitolare le idee dei precedenti ma sviluppa tutto ciò che significa insegnare a vivere nel nostro tempo, che è anche quello di Internet, e nella nostra civiltà planetaria, nella quale ci sentiamo così spesso disarmati e strumentalizzati.



Edgar Morin. Insegnare a vivere
Mario Porro

Il novantaquattrenne Edgar Morin, sociologo e filosofo, ci consegna l’ultimo saggio di una trilogia dedicata all’educazione. Insegnare a vivere (Cortina 2015), come i precedenti La testa ben fatta e I sette saperi necessari all’educazione del futuro (Cortina 2000 e 2001), non è un’opera pedagogica né una proposta di riforma del nostro sistema scolastico ma un suo radicale superamento. 

A indicare l’urgenza della proposta di Morin, due domande in esergo al libro chiudono ad anello le sorti dell’umanità e il destino del nostro pianeta: 
“Quale pianeta lasceremo ai nostri figli?” (Hans Jonas) ci richiama alla responsabilità nei confronti di quel prossimo che sono le generazioni future; “A quali figli lasceremo il mondo?” (Jorge Semprùn) affida la responsabilità all’insegnamento educativo che fin d’ora dovremmo attivare. 

L’intreccio fra l’umano e il naturale è ormai diventato un gaddiano garbuglio; gli oggetti con cui conviviamo sono sempre più ibridi, direbbe Bruno Latour, dove si fa indistinto il confine fra quanto è prodotto da noi e quanto si deve alle leggi del mondo. Di qui l’esigenza (che accomuna Morin a un altro “maestro del nostro tempo”, Michel Serres) di superare l’antica barriera che la nostra stupidità ha costruito fra cultura umanistica e saperi tecno-scientifici: non si tratta di questione accademica, o di conflitto di facoltà (mentali ed universitarie), in gioco è l’urgenza di una comprensione che ricollochi l’uomo nella natura. Tema su cui Morin ha l’innegabile merito di aver imposto tra i primi una riflessione, a partire dal lontano Il paradigma perduto (1972), quando ci invitava a comprendere la natura umana muovendo dalle radici evolutive da cui è emersa. Finché continueremo a tenere separate le due rive della cultura (fino a renderle rivali) non riusciremo a gestire le ricadute del nostro intervento sulla natura e di quest’ultima sulla comunità degli umani. Una comunità di destino, ricorda Morin, che si avvia a diventare planetaria, come esito della globalizzazione, o meglio, suggerisce il termine francese, mondializzazione, perché coinvolge non solo i gruppi umani, ma anche le loro relazioni con la biosfera.

Con la metafora della testa ben fatta (ripresa da Montaigne), Morin invitava a formare menti che fossero, non tanto piene di conoscenze, quanto in grado di porre e trattare problemi globali, grazie a criteri organizzatori che tengano conto della complessità che li governa. È questo che non sa fare la scuola, dalla primaria all’Università, frantumata com’è in discipline, affidata a competenze unilaterali o settoriali, cullata dalle certezze dei propri limitati campi d’indagine. Sempre più siamo posti di fronte a sistemi instabili, flou, dai confini indistinti e mobili (come le nuvole che già Wiener eleggeva a emblema del sapere cibernetico): in essi entrano in gioco il grande numero e molteplici variabili strette in relazioni non lineari, le leggi che governano le componenti non bastano a spiegare l’evolversi del sistema, con la conseguenza che si stempera ogni certezza previsionale. Se un tempo si poteva guardare alla geometria euclidea e/o alla fisica newtoniana come scienze regine, paradigmi di rigore esplicativo, oggi sono altre le scienze che ci educano a dialogare con l’incertezza. La matematica stessa, in perenne cammino verso il rigore, ci ha svelato la fecondità di campi dove domina il qualitativo e l’anesatto (dalla topologia ai frattali), fornendoci modelli molto più rispettosi della complessità del reale. L’esattezza è una richiesta che dovrebbe adattarsi agli esattori delle finanze più che agli insegnanti di matematica; qualcuno di essi ricorda il nevrotico protagonista di “Bianca” di Nanni Moretti, turbato dal non ritrovare ordine e regolarità fra le coppie degli amici, che fanno errori stupidi, e si separano.

Sospinti da interessi o ideologie, siamo indotti a credenze semplificatrici, a visioni binarie e manichee, a distinzioni rigide che scavalcano la complessità, al limite del contraddittorio, del reale (viviamo nel tempo degli ossimori, ha insegnato Cornelius Castoriadis, uno dei compagni di strada di Morin). C’è voluto un lungo percorso per far crollare le illusioni coltivate nel dopoguerra nei confronti dell’URSS, esemplifica Morin rievocando la sua esperienza; quelle illusioni erano frutto di una sistematica cancellazione dei fatti che disturbavano, consentivano di cullarsi in menzogne rassicuranti. Ecco perché la formazione scolastica (Università inclusa) dovrebbe prevedere un insegnamento dedicato alla “conoscenza della conoscenza” (era il titolo del terzo volume del suo Metodo), compito a cui devono contribuire, insieme alla filosofia, la psicologia e le scienze cognitive, la letteratura e la storia. Ogni conoscenza è traduzione/tradimento, costruzione e non riproduzione della realtà; siamo destinati alla fatica ermeneutica, a interpretare di continuo, il che ci condanna in modo pressoché inevitabile all’errore e all’illusione. Ma è dell’errore, più che della verità, che dovremmo tessere l’elogio: esso costringe a risvegliare l’energia mentale, è fonte di scoperta e innovazione, mentre la certezza di essere nel vero induce all’inerzia. Non era forse proprio questo il senso pedagogico dell’epistemologia delle congetture e confutazioni del vecchio Popper, il quale ricordava che chi cerca conferme le trova sempre? Bisogna fare però gli errori “giusti”, quelli che inducono a cercare le ragioni delle difficoltà, a cogliere relazioni inattese, indizi che svelano quel che restava nascosto; insegnare dovrebbe assomigliare all’arte del paleontologo che trasforma dettagli apparentemente insignificanti in indizi che consentono di ricostruire tutta una storia. “Credo che la cultura sia il presentimento di quello che non si sa” (Nati due volte), scriveva Giuseppe Pontiggia riferendosi all’incompetenza di medici presuntuosi.

Le virtù dell’uomo senza certezze, moderatamente scettico, impediscono di aderire alla pigrizia che trasforma le ipotesi in dottrine e dogmi. Sapendo di non possedere verità assolute e facili ricette, siamo indotti alla modestia di un’ecologia dell’azione pronta a riconoscere le contro-finalità, gli effetti indesiderati e imprevisti. Il Prometeo scatenato della tecno-scienza non è più il “previdente”, colui che letteralmente pensa prima, ha sempre più il volto di suo fratello Epimeteo, che solo a cose fatte si accorge degli errori commessi. Dalla catastrofe di Fukushima alla resistenza dei batteri agli antibiotici, abbiamo appreso che ogni decisione è una scommessa: le nostre strategie possono condurre a esiti opposti alle nostre previsioni, siamo sempre più inermi ad affrontare la “civiltà del rischio” e le disavventure dell’esistenza. Forse, potremmo cominciare a ricordare che il pensiero a cui affidarci è appunto metis, non logos o ratio, ma sagacia, intuizione, elasticità mentale, pronta a confrontarsi con gli incerti del mondo. Del resto, sono sempre più le scienze stesse a svelarci un mondo caotico, governato dall’aleatorio e dall’imprevisto, più simile all’andamento delle nubi o di chi va bighellonando per le strade (diceva Musil) che allo scorrere regolare degli orologi o al moto ripetitivo degli astri. Le scienze del complesso ci forniscono indicazioni di metodo, ha suggerito Morin nei sei volumi del suo Metodo (editi da Cortina); la meteorologia, le scienze della Terra e l’ecologia (Morin ha chiesto che l’insegnamento di quest’ultima venga esteso ad ogni livello d’istruzione) ci pongono di fronte a sistemi che non sono il frutto della combinatoria di elementi semplici, di mattoni distinti e separati. Gadda avrebbe detto che alla base del reale non stanno particelle che hanno l’esasperato senso d’individualità che è proprio dei piselli in scatola; più che limiti e barriere, vi sono legami e aggrovigliamenti, per cui cose ed eventi formano un impasto, “come fa la polpa delle patate sfatte, e inficiate nel sugo medesimo”. Il sistema complesso è un intreccio di relazioni dove le cose comunicano fra loro e con l’ambiente, dove l’osservatore stesso è integrato nel sistema che osserva; cause minime possono allora produrre effetti catastrofici (il famoso effetto farfalla).

Per cogliere il complesso intrico che caratterizza i problemi del nostro tempo, Morin chiede che ogni pedagogia assuma per base il “Grande Racconto” oggi proposto dalle scienze, il “grand Récit” di cui parla Serres ne L’incandescent (lo si può trovare nel recente numero che la rivista “Riga” ha dedicato al filosofo francese – qui l’anteprima pubblicata su doppiozero). Credevamo finita nel post-moderno l’epoca delle “grandi narrazioni” su cui fondavamo le nostre ideologie, ed ecco il percorso tortuoso, stretto fra vincoli e caso, fra continuità e fratture, compiuto dall’universo per giungere a noi: dai tredici miliardi di anni del Big Bang (se davvero ci fu), attraverso la comparsa della vita sulla terra, circa 4 miliardi di anni orsono, e ai primi passi, circa 7 milioni di anni fa, dell’ominizzazione fino alla successiva diaspora della nostra specie. È solo su questo sfondo che il breve segmento della storia umana si illumina, si svela l’unità antropologica nelle sue diversità individuali e culturali; diventa così pensabile insegnare il senso della cittadinanza terrestre, prepararci a un’era planetaria di inter-solidarietà, sorta dalla comprensione che l’umanità intera partecipa a una comunità di destino. Ma per questo abbiamo bisogno di operatori di relianza, osserva Morin, che ci consentano cioè di collegare la biologia e la fisica, la cosmologia e la cultura umanistica e, più in generale, di cogliere legami e connessioni, al di là della pratica disgiuntiva e separatrice del sapere classico. Un sistema complesso funziona al modo di un ologramma, come nelle monadi leibniziane la parte riproduce il tutto: la mondializzazione è all’interno di ciascuno di noi e noi portiamo tracce del percorso dell’intera umanità. Ogni cellula è un miscuglio di cellule di origini diverse: lezione di meticciato che cancella ogni illusione di purezza, e ci apre alla comprensione della nostra solidarietà vitale con la natura che degradiamo e alla condivisione del nostro comune carattere bastardo.



Il “pensiero ecologicizzante” si traduce in un’etica della comprensione umana. 
Quando si entrava nell’era della comunicazione (quando Ermes sostituiva Prometeo, per dirla con Serres), il male era l’incomunicabilità; oggi, il grande male è l’incomprensione, non solo fra stranieri, ma anche tra membri di una stessa società, di una stessa famiglia. Al cuore dell’educazione va posta l’acquisizione di competenze esistenziali e non solo di quelle professionali richieste dal dominio della tecno-economia. Il compito dell’educazione non è semplicemente spiegare, in termini concettuali che si vogliono oggettivi, ma offrire una comprensione umana, sempre inter-soggettiva, e che richiede apertura verso l’altro. È da questo riconoscimento empatico dell’Altro che possono sorgere strumenti efficaci per lottare contro razzismo e xenofobia; è quel sentire che si ingenera in noi nella partecipazione emotiva agli eventi e ai protagonisti di un film, per cui proviamo simpatia per le sorti del barbone di Chaplin, per dimenticarcene presto fuori dalla sala quando troviamo uno zingaro. La comprensione richiede di apprendere testo e contesto, caso locale e situazione globale; chiede ancor più di comprendere l’incomprensione, cioè le modalità psico-sociali dell’esclusione e del rifiuto del diverso. Solo così possiamo sperare di resistere alla barbarie, non tanto a quella che viene da fuori, ma a quella che abita le nostre case e le nostre strade, a quella che portiamo in noi, pronta a riemergere in tempi di isteria collettiva. Morin chiede che ogni università istituisca una cattedra di “comprensione umana”: sarebbe il luogo in cui prendere coscienza dei condizionamenti subiti, degli imprinting che hanno marchiato la nostra infanzia e la nostra adolescenza. Non c’è libertà se non c’è prima liberazione, anche dai nostri pre-giudizi; ma per comprendere in quali rive scorre il nostro pensare e il nostro sentire dobbiamo porci a confronto con altre culture, ad esempio con quella della Cina come fa da decenni François Jullien.

La pratica inter/multi/trans-disciplinare proposta da Morin connette i saperi all’esigenza del ben vivere e di una vita buona; si tratta di sviluppare le proprie attitudini, trasformando le conoscenza acquisite in sapienza, in arte di vivere. Il compito dell’educatore è ancora quello che indicava Rousseau nell’Emilio: “Vivere è il mestiere che voglio insegnargli”. La virtù specifica del docente è la benevolenza, rileva Morin, quella che non deve mancare in chi dispone di autorità, una virtù che non si impone ma si diffonde, mediante un clima partecipe ed erotizzato. Di qui l’elogio finale dell’Eros, lo stesso che di recente ha ricordato Massimo Recalcati: essere insegnanti in una società senza padri e senza maestri, significa fare del sapere un oggetto del desiderio, promuovere curiosità così da mettere in moto la vita e allargarne l’orizzonte. Dove non c’è amore ci sono solo problemi di retribuzione, di carriera e di noia per l’insegnamento. Quelli che sempre più si avvertono nelle assemblee sindacali della scuola, dove gli aspetti educativi scompaiono nella difesa di interessi settoriali e nella spartizione di misere risorse; non sarebbe un bel segnale evitare che le assemblee si svolgano in orario di lezione, sia per rispetto dei diritti degli studenti, sia per testimoniare che non sempre deve vincere la logica da pubblico impiego? Certo, rimane l’antica domanda “chi educa gli educatori?”. La risposta di Morin é che debbono auto-educarsi con l’aiuto degli educati, nel tempo in cui si aprono spazi di una democratizzazione della cultura. Serres ricordava (Non è un mondo per vecchi, Bollati Boringhieri 2014) che il rapporto fra docente e allievo deve tenere conto dei saperi diffusi lungo la Rete che rendono talvolta l’allievo più competente del maestro. Purtroppo non hanno ancora introdotto meccanismi di formazione che garantiscano lo sviluppo di competenze relazionali: sogno un TFA (tirocinio formativo attivo) al termine del quale si certifichi che il futuro insegnante sia in possesso almeno di un’anima …


Il libro: Edgar Morin, Insegnare a vivere. Manifesto per cambiare l’educazione , Cortina, Milano 2015, pp. 116,  €11,00.

http://doppiozero.com/materiali/sala-insegnanti/edgar-morin-insegnare-vivere#.VhpGzBtz_JE.twitter



mercoledì 4 settembre 2013

Michelangelo Pira. La rivolta dell'oggetto. “L'uomo è in ogni momento e in ogni luogo uno che sta imparando o insegnando qualcosa" dice un vecchio contadino logudorese.. gli chiesi - anche quando arate in solitudine insegnate a qualcuno? ...e lui rispondeva "si, a me stesso innanzi tutto ma anche ai buoi e alla terra....a me stesso insegno il senso della vita, ai buoi insegno me stesso, come si devono comportare con me, e alla terra...SULLA TERRA IO SCRIVO COME TU SCRIVI SULLA CARTA..., ANCHE SE ABBIAMO FATTO SCUOLE DIVERSE!"

Sos Sinnos: "B'at cosas chi pro las cumprèndere bi cheret tempus e isperièntzia; e cosas chi cand'unu at isperièntzia no las cumprendet prus. Cosas chi pro furtuna s'irmentican e cosas chi pro furtuna s'ammentan; e cosas chi si creden irmenticadas e chi imbetzes una die a s'improvisu torran a conca"
Michelangelo Pira



“L'uomo è in ogni momento e in ogni luogo uno che sta imparando o insegnando qualcosa" dice un vecchio contadino logudorese.. gli chiesi - anche quando arate in solitudine insegnate a qualcuno? ...e lui rispondeva "si, a me stesso innanzi tutto ma anche ai buoi e alla terra....a me stesso insegno il senso della vita, ai buoi insegno me stesso, come si devono comportare con me, e alla terra...SULLA TERRA IO SCRIVO COME TU SCRIVI SULLA CARTA..., ANCHE SE ABBIAMO FATTO SCUOLE DIVERSE!"
Michelangelo Pira, "La rivolta dell'oggetto"



Molto sagge queste parole ..le condivido....Il paesaggio ...il territorio è storia da leggere, da imparare e da insegnare!

Michelangelo Pira, più conosciuto in sardo come "Mialinu Pira" (Bitti, 26 marzo 1928 – Quartu Sant'Elena, 5 giugno 1980), giornalista, antropologo e scrittore italiano, è stato uno studioso della lingua sarda e dei suoi problemi.

È autore de La rivolta dell'oggetto, inventario di problemi della Sardegna al momento della transizione dalla civiltà agro-pastorale alla moderna civiltà dei consumi e della nuova presa di posizione sull'identità del popolo sardo. Nacque a Bitti, in provincia di Nuoro, in una famiglia di pastori. Dopo qualche anno, ancora molto giovane, in seguito alla morte della madre, si trasferisce a Oschiri, dove il padre pascolava le pecore. Frequenta le scuole medie e il liceo classico a Sassari.

Michelangelo Pira intraprese, dopo la laurea in lettere, a partire dagli anni settanta e fino alla morte, l'attività giornalistica, anche come addetto all'ufficio stampa dell'amministrazione regionale della Sardegna. Considerato un esponente sui generis della Scuola antropologica di Cagliari, insegnò antropologia culturale e Storia del giornalismo alla Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Cagliari. Suggestionato dagli studi di Antonio Pigliaru e di Antonio Gramsci, articolò il proprio pensiero sui temi della lingua e della cultura con particolare riferimento alla situazione della Sardegna nella seconda metà del Novecento. Nel 1968 sviluppò, in Sardegna tra due lingue, un'analisi originale dei problemi socio-linguistici della Sardegna, affrontando il tema del pericolo della morte del sardo in conseguenza del disuso. Per la terza rete televisiva della RAI curò un reportage su alcuni importanti aspetti antropologici della provincia nuorese.

La sua opera più importante è La rivolta dell'oggetto, apparsa nel 1978, nella quale affrontò il problema dell'identità attraverso il ribaltamento del rapporto di dipendenza della cultura sarda; ritenne così possibile uno sviluppo alternativo dell'organizzazione sociale e educativa in cui, estinto lo Stato, la società diventava la base di un'educazione continua. Collaborò alla rivista «Ichnusa» e ad altri periodici. Morì improvvisamente a Marina di Capitana, frazione di Quartu Sant'Elena, nel 1980.

lunedì 2 settembre 2013

Eva Loewe. Sofferenza e Bellezza. perchè alla fine l'immaginazione ci insegna che non c'è separazione tra la "mia" anima e l' "anima del mondo


"...perchè alla fine l'immaginazione ci insegna che non c'è separazione tra la "mia" anima e l' "anima del mondo".

Eva Loewe, Sofferenza e bellezza, p.102



L'azione creativa è proprio questo..personalmente ritengo che sia più facile per la donna portare in sé questo segreto...ma anche l'uomo ci può provare....e a volte ci riesce*



Ad Rosam Per Crucem
Ad Crucem Per Rosam



.dat Rosa miel apibus....


domenica 1 settembre 2013


Nella formulazione netta della legge di causalità: 
<<Se conosciamo esattamente il presente, possiamo calcolare il futuro>>, è falsa non la conclusione, ma la premessa. Noi non possiamo in linea di principio conoscere il presente in ogni elemento determinante. Perciò ogni percepire è una selezione da una quantità di possibilità e una limitazione delle possibilità future. Poiché il carattere statistico della teoria quantistica è così strettamente legato all'imprecisione di ogni percezione, si potrebbe essere indotti erroneamente a supporre che al di là del mondo statistico percepito si celi un mondo <<reale>>, nel quale è valida la legge di causalità. Ma tali speculazioni ci sembrano, insistiamo su questo punto, infruttuose e insensate. La fisica deve descrivere formalmente solo la connessione delle percezioni. Si può caratterizzare molto meglio il vero stato delle cose in questo modo: poiché tutti gli esperimenti sono soggetti alle leggi della meccanica quantistica [...] viene stabilita definitivamente la non validità della legge di causalità.
Werner Heisenberg, Cinematica e meccanica quantoteoriche, in Indeterminazione e realtà, p. 66

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