venerdì 23 ottobre 2015

Edvania Paes. Qualcuno non mi crede, ma io amo tutta l'umanità . Qualcuno amo averlo vicino, altri amo evitarli. Ci sono poi quelli che amo ben lontani da me. E infine ci sono quelli che amerei non aver mai conosciuto!.

Qualcuno non mi crede, ma io amo tutta l'umanità .
Qualcuno amo averlo vicino, altri amo evitarli.
Ci sono poi quelli che amo ben lontani da me.
E infine ci sono quelli che amerei non aver mai conosciuto!.
Edvania Paes

L’identificazione proiettiva come concetto clinico Dell’identificazione proiettiva sono state fornite diverse interpretazioni. Basti pensare che Herbert Rosenfeld (1987) ne ha addirittura indicate una ventina. Sono anche state proposte delle classificazioni generalizzate che suddividevano questo fenomeno in varie sottospecie o categorie. Prescindendo, in questo ambito, dall’approfondire ulteriormente gli aspetti teorici del concetto, è opportuno invece evidenziare che l’identificazione proiettiva si connota, in ogni caso, come una forma di comunicazione. E’ in questa peculiare manifestazione che può aiutare a comprendere gli aspetti inconsci del rapporto fra attore e pubblico.




A teatro, le dinamiche psicologiche avvengono tra persone vere, tra attori e pubblico; perciò la situazione teatrale è profondamente diversa da quella cinematografica. In quest’ultima, gli affetti si esprimono, esclusivamente, in una platea che assiste alla proiezione di immagini su uno schermo bianco.

Valutando, in breve, la situazione cinematografica si constata che essa è, psicologicamente, più passiva di quella teatrale. Il pubblico può solo esercitare i suoi meccanismi di proiezione e identificazione nei confronti di alcune ombre colorate, che rappresentano i personaggi che si muovono sullo schermo (Angelini 1992). Tutto avviene nell’ambito della mente dello spettatore. Sono identificazioni e proiezioni interne all’apparato psichico. Non esiste nessuna vera relazione tra lo spettatore cinematografico ed i personaggi presenti sullo schermo. Non potrebbe mai verificarsi una identificazione proiettiva, perché non c’è una altra persona.

A teatro si determinano, invece, una serie di processi psicodinamici tipici di tale situazione e propri del rapporto mentale fra attore e pubblico.

Più autori, a partire dallo stesso Freud (1905; 1912-1913) si sono occupati dell’argomento. Ricordiamo in particolare Ernest Jones (1949), Ella Freeman Sharpe (1950), la Klein (1963), Bennett Simon (1988), Donald Meltzer (1994) e Rustin & Rustin (2002).

Il riferimento alla situazione teatrale e ai suoi modi di funzionamento entra nel linguaggio della psicoanalisi come una delle sue metafore più importanti (Resnik S., 1982; McDougall, 1982).

In ambito italiano, in particolare, F. Petrella (1985) e C. Musatti (1988) hanno dedicato saggi specifici al rapporto tra psicoanalisi e teatro. In tempi relativamente recenti, Zanzi e Spadoni (2000) hanno trattato l’argomento

Nel passato, riferendosi specificamente alla recitazione, Otto Fenichel, in un suo fondamentale saggio On acting (1946), così ha scritto:

“Nel presentare il suo lavoro, che inconsciamente manifesta una

espressione dei desideri istintuali repressi, derivati dal complesso

di Edipo, l’artista induce nel suo pubblico una partecipazione

ai desideri proibiti, tramite l’accettazione e l’elogio del suo lavoro”.

André Green (1982) ha evidenziato come la disposizione a recitare appartenga sia all’attore, sia al pubblico, consentendo a tutti di far emergere contenuti interni e così ha affermato:

“Totus mundus agit histrionem. Tutti recitano. Ciò non significa soltanto che tutti noi interpretiamo dei personaggi, che noi siamo più agiti che agenti, recitando il ruolo che un altro ha scritto per noi, a nostra insaputa, ma che l’attore si nutre della sostanza del mondo, perché questo mondo non può essere che teatrale. Mondo esterno, mondo interno, il teatro è il luogo della loro intersezione. Esso è l’estensione in cui tutte le follie, gaie o tristi, trovano lo spazio per dispiegarsi e in cui la rappresentazione ci offre il distacco dello spettacolo. E’ l’appuntamento in cui incontriamo i nostri doppi senza riconoscerli. E’ infine occasione di una gratitudine in cui l’intollerabile ci è stato reso tollerabile e in cui, anche, ogni emozione, perfino la più tragica si trasforma in piacere”

Quando l’attore viene applaudito, viene anche accettato e sono contemporaneamente accettati i contenuti, consentiti e proibiti, che egli propone.

Nella situazione teatrale risulta particolarmente utile, ai fini dell’indagine e della comprensione di ciò che accade, quello specifico strumento teorico, appartenente al patrimonio della psicoanalisi contemporanea, che prende il nome di identificazione proiettiva.

In anni recenti, il concetto di identificazione proiettiva ha offerto nuove prospettive e interpretazioni a molteplici situazioni comunicative ed interpersonali. Il rapporto fra attore e pubblico si configura, appunto, adatto all’uso di questo strumento.

L’identificazione proiettiva come concetto clinico

Dell’identificazione proiettiva sono state fornite diverse interpretazioni. Basti pensare che Herbert Rosenfeld (1987) ne ha addirittura indicate una ventina. Sono anche state proposte delle classificazioni generalizzate che suddividevano questo fenomeno in varie sottospecie o categorie. Prescindendo, in questo ambito, dall’approfondire ulteriormente gli aspetti teorici del concetto, è opportuno invece evidenziare che l’identificazione proiettiva si connota, in ogni caso, come una forma di comunicazione. E’ in questa peculiare manifestazione che può aiutare a comprendere gli aspetti inconsci del rapporto fra attore e pubblico.

Ovviamente, non bisogna dimenticare che la teorizzazione su questo fenomeno nasce all’interno della psicoanalisi come riflessione sui fenomeni transferali, in situazioni connotate da una dimensione psicopatologica grave. In questo contesto clinico, come definizione generale, l’identificazione proiettiva designa la modalità attraverso la quale un soggetto, il cosiddetto proiettante, nutre la fantasia, originariamente inconscia, di spostare una parte di sé compromessa, per depositarla in una altra persona, esercitando su di essa un potente controllo. Ciò per recuperare, alla fine, una versione “migliorata” di quanto comunicato; proprio perché quest’ultimo era un contenuto compromesso e non accettabile. Il soggetto che riceve la proiezione, ovvero il ricevente, è indotto a conformarsi, ossia a identificarsi, con lo specifico aspetto che il proiettante tende a depositare.

E’ opportuno sottolineare che si tratta di un fenomeno che oltrepassa, nettamente, il piano intrapsichico, per riverberare su quello interpersonale. Perciò l’identificazione proiettiva non deve essere intesa come un concetto metapsicologico; essa riguarda assai più il mondo dei sentimenti e del comportamento degli individui, che non l’ambito del loro funzionamento mentale. Anche se il concetto di identificazione proiettiva rimane una delle tematiche psicoanalitiche meno definite, nonostante le numerose trattazioni avvenute, si deve, psicoanaliticamente, riconoscere il grande contributo, come “formulazione-ponte” fra la realtà intrapsichica e il mondo esterno; ovvero il mondo delle relazioni interpersonali.

Quest’ultimo aspetto, oltrepassando la clinica, trasforma l’identificazione proiettiva in un concetto, filosoficamente, molto forte, capace di spiegare fenomeni presenti in molteplici situazioni relazionali, al di là della situazione analitica. La relazione tra attore e pubblico è solo uno degli esempi in cui è possibile applicare questo concetto, a scopo interpretativo.

Dal punto di vista storico, J. Sandler (1987) ha individuato tre periodi nello sviluppo della nozione di identificazione proiettiva.

— Il primo periodo è legato a Melanie Klein, che nel 1946, in Note su alcuni meccanismi schizoidi presentò una prima elaborazione teorica dell’identificazione proiettiva, per riferirsi ad un processo psicologico tipico della fase schizo-paranoide dello sviluppo, nella quale parti “cattive” e inaccettate del Sé sono scisse e proiettate in un’altra persona, al fine di liberare il Sé dalla loro minaccia di distruzione. Nella sua teorizzazione, l’identificazione proiettiva rimaneva ancorata al piano dei processi di cambiamento delle rappresentazioni psichiche e non comportava modificazioni dell’oggetto reale.

— Il secondo periodo è rappresentato da Paula Heimann (1950) e Heinrich Racker (1957), i quali ampliano la nozione, includendovi le identificazioni dell’analista con le rappresentazioni del Sé e dell’oggetto, che popolano le fantasie inconsce del paziente. Nella teorizzazione della Klein infatti l’identificazione proiettiva rimaneva confinata all’attività di fantasia della persona, nella quale si verificava anche la corrispondente alterazione dell’immagine dell’analista.

–Il terzo periodo è riconducibile a Wilfred Bion (1967), la cui revisione perviene ad una graduale definizione dell’identificazione proiettiva come meccanismo relazionale. Partendo dall’assunto secondo il quale tale concetto costituisce una modalità di comunicazione inconscia propria dello sviluppo normale dell’individuo, sia di tipo preverbale che verbale, in ambito terapeutico si dispiega un processo in cui i diversi aspetti delle fantasie inconsce del paziente non sono più oggetto di identificazione dell’analista. Essi sono, piuttosto, l’esteriorizzazione di parti del Sé o dell’oggetto interno che avvengono direttamente nell’oggetto esterno, realizzando un concreto “mettere all’interno dell’oggetto”. Si tratta di fatto della forma di comunicazione più importante che si instaura tra paziente ed analista.

È evidente come il concetto di identificazione proiettiva si inserisca nel filone dei contributi tendenti a studiare l’evoluzione dei concetti di transfert e controtransfert. Per quanto concerne il transfert, l’identificazione proiettiva è analoga ad esso ma, in un certo senso, oltrepassa tale nozione. Essa costituisce quell’aspetto del transfert, nel quale il terapeuta viene reso attore, insieme al paziente, di una rappresentazione, di una scena interpersonale che si riferisce ad una parte del mondo interno del paziente. Allo stesso tempo l’identificazione proiettiva va tuttavia oltre il transfert, poiché con essa il paziente, oltre ad alterare la visione del terapeuta, collocandolo nel quadro delle proprie trascorse relazioni oggettuali, esercita su di esso una sorta di pressione. Quest’ultima è finalizzata a fargli sperimentare una immagine di sé corrispondente alla fantasia inconscia che egli ha proiettato su di lui.

T.Ogden (1991), osserva come il termine stesso identificazione proiettiva, formulato per la prima volta dalla Klein (1946) nella terapia con i bambini, abbia poi preso piede soprattutto nel lavoro con gli psicotici. In quella situazione, i sentimenti che i terapeuti erano costretti a vivere, nel contatto quotidiano con i pazienti, erano particolarmente violenti, primitivi, a volte angoscianti e relativamente nuovi per loro. Inoltre era concettualmente difficile ascriverli sempre alla categoria del controtransfert. In sostanza, alcuni terapeuti trovavano rassicurante pensare che, se stavano troppo male, “non era colpa loro, ma del paziente”. Ciò permetteva lo sblocco di faticose situazioni di stallo terapeutico, in cui l’analista poteva sentirsi colpevolizzato per quello che provava. E’ sempre Ogden (1991) che propone di trattare il concetto di identificazione proiettiva, anche nella sua applicazione al contesto terapeutico, come un processo formato da tre fasi.

— La prima fase è quella nella quale il paziente nutre la fantasia inconscia di proiettare una parte di sé nel terapeuta: perciò l’identificazione proiettiva ha origine dal desiderio di liberarsi di una rappresentazione di sé, mettendola nell’altro. Secondo questa linea concettuale, nell’identificazione proiettiva, si tratta, in questa prima fase, necessariamente, di proiettare qualcosa dove questa cosa prima non c’era. In tal senso, il termine “proiezione” viene utilizzato anche per diversificarsi da parole come “stimolazione” o “evocazione”, che indicano l’attivazione di sentimenti già preesistenti.

La fantasia di collocare un aspetto di sé in un altro individuo e di esercitare su tale immagine anche un controllo dall’interno costituisce il nucleo centrale dell’identificazione proiettiva. Questo processo si fonda su una concezione non evoluta, poiché sentimenti e pensieri sono ritenuti oggetti concreti, forniti di esistenza autonoma ed i confini tra il Sé e le rappresentazioni degli oggetti sono estremamente confusi. Sono concetti, generalmente, considerati attinenti all’area metapsicologica, sebbene Ogden (1991) ritenga che l’identificazione proiettiva possa restare una idea solo clinica.

— La seconda fase, sempre seguendo il modello di Ogden (1991), sarebbe caratterizzata da una precisa “pressione interpersonale”, di tipo psicologico e comportamentale, attuata da chi proietta su colui che riceve la proiezione, affinchè quest’ultimo si senta in maniera conforme ai contenuti proiettati. Tale pressione non è immaginaria, ma concreta, dal momento che si realizza attraverso un insieme di interazioni tra i due soggetti in causa. Ciò implica l’esistenza di un rapporto interpersonale stretto, intimo o di dipendenza. Sul modello primitivo del rapporto tra madre e bambino, si fa qui riferimento alla dinamica che intercorre tra paziente e analista o tra tutti i soggetti di una relazione compresa, fatte le dovute distinzioni, quella che intercorre tra attore e pubblico.

Infatti il rapporto tra chi recita e chi partecipa alla rappresentazione come spettatore è fisico e concreto.

L’attore è collegato al pubblico; o meglio, l’attore, per esistere, ha bisogno della presenza di un pubblico. In virtù dell’azione eseguita, chi recita “si aspetta” che il pubblico reagisca in un modo determinato. L’attore impiega tutta la sua forza artistica ed umana, per ottenere questo risultato. Se il pubblico non reagisce, come è fortemente auspicato, l’attore, artisticamente e psicologicamente, “muore”. D’altra parte, il pubblico, proprio perché ha scelto di venire a teatro, è decisamente predisposto a reagire come desidera chi recita. Il pubblico teatrale, fin dall’attesa al botteghino e dall’ingresso in sala, è partecipe di una cerimonia rituale che lo porta, progressivamente, a raggiungere una forte relazione emozionale con gli attori. E’ un pubblico che “vuole” collegarsi mentalmente con chi recita.

Ritornando all’ambito clinico, in virtù della interazione nella coppia analitica, trovano conferma due aspetti della fantasia originaria del paziente: in primo luogo che il terapeuta possiede adesso le caratteristiche delle parti proiettate del sé interno ed in secondo luogo che l’oggetto-terapeuta è controllato dal proiettante-paziente. L’esito sarà che il terapeuta si identifica inconsciamente con quanto è stato proiettato e comincia a sentirsi, o a comportarsi, in consonanza alla rappresentazione della quale funge adesso da contenitore. Come conseguenza, il terapeuta può nutrire sentimenti pensando che gli appartengano, quando invece essi sono propri del paziente.

Per alcuni, come Meissner (1988), la differenza tra proiezione e identificazione proiettiva potrebbe essere solo quantitativa, nel senso che quest’ultima avrebbe, molto più, il carattere della pressione e dell’inevitabilità, o addirittura quel carattere della minaccia, quando aleggia una atmosfera del tipo “altrimenti guai a te”. La minaccia nasce da un disperato bisogno che l’altro sia depositario della proiezione, altrimenti ne va della sopravvivenza stessa di chi proietta.

Valga l’esempio di quelle madri disturbate e intrusive che nutrono cronicamente i loro figli con morbose identificazioni proiettive. In esse vi è l’implicita minaccia che, se i figli non incarneranno i vissuti da loro stesse identificatoriamente proiettati, essi “cesseranno di esistere” per la loro madre. Essi diventeranno inutili, o ne sarà minacciata la sopravvivenza psichica e quindi la madre, o loro, o entrambi, mentalmente, moriranno. E’ come se queste madri dicessero ai bambini: “Posso vedere in te solo quello che io ti metto dentro: se non lo vedo non vedo niente”. I bambini, acutamente, percepiscono questi bisogni della madre e tentano di adeguarsi al ruolo richiesto, non solo per amore della madre, quanto per pura sopravvivenza.

A questo proposito, su un piano più generale, le identificazioni proiettive non sempre sono patogene; anzi, cambiando contenuto e qualità possono essere utili e benevole e costituire il terreno in cui matura l’io del bambino. Quest’ultimo, tornando alla psicoanalisi classica, è appunto il “precipitato delle identificazioni”.

Per inciso, tornando al piano della tecnica psicoanalitica, le implicazioni di questi concetti porterebbero a fare attenzione e a distinguere, nei sentimenti che proviamo, quello che è nostro da quello che è del paziente. Del resto, una caratteristica del funzionamento analitico è proprio quella di non essere impulsivi o troppo “emotivi”, di non scaricare subito sul paziente le nostre emozioni, ma di essere riflessivi, calmi, di dilazionare decisioni o impressioni affrettate.

— La terza fase vede il terapeuta sperimentare, in una certa misura, se stesso nel modo corrispondente alla fantasia proiettata dal paziente. Si tratta comunque di una coincidenza solo parziale, perché colui che prova tali sentimenti, ovvero, come si è scritto, il terapeuta, è comunque diverso da chi li ha proiettati; infatti, possiede una organizzazione di personalità dotata di differenti e specifici requisiti. Tale differenza è quella che consente una diversa gestione del materiale proiettato: il terapeuta avrà quindi una sua modalità personale di “processare” i contenuti proiettati Essi, a seguito del suo contenimento e della sua metabolizzazione, assumeranno dunque significato differente, dando luogo ad una nuova esperienza.

A questo proposito, la terza fase del processo di identificazione proiettiva viene definita “reinternalizzazione”, in quanto la parte prima proiettata verrebbe ora reinternalizzata. Applicando questo modello al piano clinico e alla relazione analitica, ciò implica che il paziente non abbia più bisogno di proiettare questa parte e quindi che qualcosa sia cambiato, in senso curativo. E’ possibile che la parte prima proiettata venga vissuta ora come meno pericolosa, poiché il paziente si sente, dopo l’analisi, più forte e tale da poterla tenere dentro assumendosene, per così dire, la responsabilità. In realtà, questo è un passaggio teorico delicato. Non si deve rischiare di dimenticare che l’analista ha ricevuto addosso questa parte proiettata e, per un po’, l’ha dovuta far propria “contenendola”, “digerendola” o “metabolizzandola”. La metafora più diretta è quella del cibo masticato dalla madre, che trasforma il bolo alimentare con la saliva e con i denti, per poi restituirlo al piccolo, che riesce così a digerirlo. Ancor più in generale, si può qui applicare la metafora di Bion (1962, 1963), dell’analista come “contenitore”, che trasforma i contenuti proiettati dal paziente.

Come ha osservato Migone (1995), è impressionante la somiglianza con certe teorizzazioni della fenomenologia, quando, per esempio, Binswanger affermava che un aspetto importante del lavoro del terapeuta è quello di sentire dentro di sé gli affetti che il vissuto del paziente provoca, farli vibrare ed eventualmente parlare al paziente di quello che prova. Sembrerebbe che certi concetti della psicoanalisi contemporanea ripropongano le stesse intuizioni alle quali erano giunti, molti anni prima, i fenomenologi. E’ questo un passaggio cruciale di tutto il processo terapeutico, in quanto mette alla prova sia l’attitudine al contenimento del terapeuta, sia la capacità di fare propria una nuova esperienza da parte del paziente, vale a dire la sua idoneità in termini di crescita psicologica.

In tema di identificazione proiettiva, il concetto del contenimento, da parte del terapeuta, assume dunque una valenza di primaria importanza: è fondamentale che egli sia in grado di accogliere i contenuti proiettati dal paziente senza negarli o tentando di disfarsene con altre modalità; tuttavia è necessario puntualizzare ulteriori elementi relativi alla regolazione di questo processo interpersonale. Innanzitutto è ovvio che anche il terapeuta, come il paziente, è una persona che possiede tutto un suo bagaglio di punti di forza e di vulnerabilità e che quindi non è immune dall’ampia gamma di sentimenti e conflitti che affliggono ogni essere umano. Si tratta però di un soggetto che, grazie ad un training formativo personale, si presume essere dotato di una maggiore integrazione psicologica, che lo pone in grado di gestire in modo sufficientemente adeguato le aree più problematiche della sua personalità.

Molto spesso gli sbagli di tecnica nel processo terapeutico sono riconducibili proprio ad una difficoltà del terapeuta di contenere efficacemente le identificazioni proiettive del paziente; quando si verifica un fallimento di questo genere, la risposta del terapeuta di fronte all’identificazione proiettiva può assumere due forme.
Nella prima il terapeuta mette in atto una ferma difesa contro i sentimenti che la proiezione del paziente ha evocato dentro di lui; nella seconda eventualità, il terapeuta agisce il sentimento oppure la difesa eretta contro di esso. L’esito di entrambe le due alternative sarà il medesimo, ossia l’impossibilità del paziente di reinteriorizzare modalità nuove e funzionali di gestione delle esperienze, con il suo conseguente riappropriarsi non solo dei sentimenti originariamente espulsi e collocati nella persona del terapeuta, ma anche delle relative paure di questo, unitamente alla sua incapacità di metabolizzare i contenuti proiettati.
L. Grinberg – link – (1962) si è riferito alla incapacità da parte del terapeuta di contenere le identificazioni proiettive del paziente utilizzando il concetto di “controidentificazione proiettiva”. Tale fenomeno rappresenta una risposta all’identificazione proiettiva, nella quale il terapeuta si sperimenta, rimanendone inconsapevole, proprio nel modo in cui è rappresentato nella fantasia proiettata dal paziente. Egli cioè non possiede una sufficiente padronanza e consapevolezza per impedire a se stesso di uniformarsi al modo in cui il paziente lo induce a sperimentarsi.
È quindi necessario che il terapeuta sia in grado di entrare ed uscire dall’identificazione proiettiva, dimostrandosi recettivo nei confronti delle proiezioni del paziente, ma mantenendo al contempo una distanza psicologica sufficiente per un’adeguata elaborazione dei contenuti ricevuti e per una corretta lettura del processo terapeutico.

L’identificazione proiettiva nella situazione teatrale

(I concetti accennati in questo paragrafo saranno sviluppati verbalmente)

Storicamente, la riflessione sul rapporto tra attore e pubblico ha una sua particolare evoluzione.

Nel secolo scorso, chiunque si sia interessato alla questione ha messo in evidenza le caratteristiche di “unione psichica” che, nello spettacolo, si realizzano fra questi due soggetti. Ossicini (1973), partendo dall’evidenza della comunicazione e del rapporto che si va a manifestare, ha introdotto, per quel che riguarda l’attore e il suo pubblico, il concetto di “campo psichico”.

Quel che interessa, qui, è solo ricordare che la nozione di “campo” può essere considerata, storicamente, la diretta antenata del concetto di identificazione proiettiva. Quest’ultima, comunque la si voglia considerare, corrisponde, in senso generale, alla forma di comunicazione che si realizza nella situazione teatrale. La cellula elementare della teatralità va proprio individuata nel rapporto complessivo tra attore e spettatore.

Parallelamente, i tanti aspetti che costituiscono, comunemente, il teatro istituzionale – la distanza scenica, gli spazi impenetrabili e celati al pubblico e così via – sono tutti riconducibili al gioco dell’attore e del suo corpo, sotto lo sguardo dello spettatore. Le suddivisioni e i riempimenti degli spazi concreti del teatro istituzionale possono essere, in questa prospettiva, materializzazioni, estensioni e amplificazioni degli spazi psicologici della relazione dell’attore con il suo pubblico.

Sul piano psicodinamico, la nozione di identificazione proiettiva ha un grande potere esplicativo nell’ambito della situazione teatrale.

Compito dell’attore è “depositare” il personaggio, con le sue emozioni, nella mente del pubblico. Egli, utilizzando la sua arte ed il suo carisma, esercita una “pressione” emotiva sugli spettatori e si attende che il pubblico reagisca come egli desidera.

In effetti, come si è accennato, l’attore “ha bisogno” che il pubblico reagisca come egli vuole. L’alternativa è il fallimento della performance e la sua simbolica “morte” come attore.

Anche se il rapporto interpersonale tra i membri del pubblico e l’attore non è individuale e, personalmente, intimo, il fenomeno della identificazione proiettiva può attuarsi ugualmente. Infatti il pubblico teatrale possiede la caratteristica di essere disponibile all’incantamento ed alla relazione con il personaggio proposto, o meglio imposto dall’attore. Ciò compensa, anche se il contesto è diverso, la limitata prossimità della persona dell’attore con il singolo spettatore. In questo ambito vale il supporto della forza mentale dello spettatore che “desidera”, proprio perché è venuto a teatro, credere all’attore.

La nozione di identificazione proiettiva può contenere l’intera pluralità degli attori. Quest’ultima può essere vista come il risultato di sdoppiamenti, parcellizzazioni e moltiplicazioni di una cellula elementare unitaria: l’unità duale costituita dalla coppia attore-spettatore. L’apparato teatrale permette di conferire una unità a questo insieme molteplice, funzionando da schermo, sfondo di proiezione e cornice di contenimento.
BIBLIOGRAFIA

Angelini A. (1992), Psicologia del cinema, Liguori, Napoli.

Bion W. R. (1962), Apprendere dall’esperienza, Armando, Roma, 1983.

Bion W. R. (1963), Gli elementi della psicoanalisi, Armando, Roma, 1981.

Bion W.R. (1967), Il pensare: una teoria. In Analisi degli schizofrenici e metodo psicoanalitico. Armando Roma, 1970

Fenichel O. (1946), On Acting, in Collected Papers, Second Series; Fenichel H., Rapaport D. eds.; New York, Norton & Company.

Freud (1905), Personaggi psicopatici sulla scena, in Opere, v. 5.

Freud (1912-13), Totem e Tabù, in Opere, v.


mercoledì 21 ottobre 2015

Marcello Fois. Nel tempo di mezzo. Oh, non sono mai stato speciale, ho amato le cose che amano tutti: il silenzio mattutino, le lenzuola fresche di bucato… Ho amato di innamorarmi. Ho amato di essere amato. Ho amato di trattenere il pianto e anche di piangere. Mai stato speciale, no. Ho amato il pane fresco e la perfezione di certe forme. Ho amato d’amare. E odiare, qualche volta, certo: non sono speciale. Neanche adesso che è notte fonda

«Oh, non sono mai stato speciale, ho amato le cose che amano tutti: il silenzio mattutino, le lenzuola fresche di bucato… Ho amato di innamorarmi. Ho amato di essere amato. Ho amato di trattenere il pianto e anche di piangere. Mai stato speciale, no. Ho amato il pane fresco e la perfezione di certe forme. Ho amato d’amare. E odiare, qualche volta, certo: non sono speciale. Neanche adesso che è notte fonda».
Marcello Fois, “Nel tempo di mezzo”




venerdì 16 ottobre 2015

Processo all’università: sempre più inefficace e iniqua I giovani non si fidano più e fuggono dalle università italiane: crollo delle immatricolazioni e degli iscritti ai test d'ingresso. Investimenti inferiori ai partner europei. Forbice fra Nord-Sud e fra ricchi e poveri che si apre inesorabile. Questi i numeri degli atenei nella penisola




Un anno accademico di svolta, il 2015-2016, per l’università italiana. Lo afferma Repubblica che, per confrontare i dati ufficiali del ministero dell’Istruzione, ancora in ritardo, “ha chiesto a 77 singoli atenei (statali o riconosciuti) i numeri aggiornati sulle immatricolazioni in corso”. Il risultato, ancora provvisorio, offre una buona notizia: “dopo dieci stagioni di immatricolazioni in discesa (-20%), i dati nelle segreterie dei singoli atenei indicano un cambio di direzione: il ritorno alla crescita degli iscritti al primo anno”.
Come spiega Repubblica, “70 università hanno risposto garantendo la comparazione con la stagione precedente”: il risultato è che “45 atenei risultano con le matricole in crescita, 23 sono in calo e 2 hanno gli stessi ‘nuovi studenti’ del 2014-2015”. Il totale degli iscritti al primo anno dei settanta atenei “cresce di 9.728 studenti, il 3,2 per cento”.Bene la situazione a Milano, cresce di poco Bologna, crescono tanto Parma e Modena-Reggio. Bene Ca’ Foscari di Venezia, Torino e Padova, ma “il ritorno più atteso, e che fa pensare che questi dati in divenire abbiano una sostanza, è la crescita delle università del Sud”.
http://www.illibraio.it/buona-notizia-iscrizioni-universita-316123/





Università, l’Italia taglia, la Germania investe.
È stato il più grande disinvestimento nella storia della formazione superiore. 
Negli ultimi sette anni l’università italiana si è ridotta del 20%. 
Spariti studenti, docenti, corsi di studio e finanziamento pubblico tagliato di 1,1 miliardi da Berlusconi-Gelmini-Tremonti e mai più rifinanziati. Negli primi sette anni della crisi, l’Italia investe meno di 7 miliardi nella sua università, mentre la Germania 26. L’Italia ha tagliato gli investimenti del 22%, la Germania li ha aumentati del 23%. 
Chi ha provocato la crisi dell’università? I governi.

Berlinguer all’università
Sono i dati del rapporto 2015 «Nuovi Divari» della Fondazione Res, presentata ieri a Palermo da Gianfranco Viesti , economista all’università di Bari. Nell’indagine sullo stato dell’università del Nord e del Sud emerge un’altra realtà strutturale: la «riforma», tutta valutazione e tagli, che ha investito gli atenei dal 2010 a oggi, ha drenato le risorse dal Sud al Nord, provocando questi risultati: 
  • gli studenti immatricolati si sono ridotti di oltre 66mila (-20%); 
  • i docenti sono scesi a meno di 52mila (-17%); 
  • il personale tecnico amministrativo a 59mila (-18%). 
  • La metà del calo delle immatricolazioni è al sud. Il 30% degli immatricolati meridionali si iscrivono al Centro Nord. In Sicilia ormai quasi un terzo emigra, a fronte di meno di un sesto nel 2003-04.

Da cosa fuggono questi ragazzi? 
Ad esempio dalla mancanza di un diritto allo studio a Sud. 
Nel 2013–14 circa il 40% degli studenti, pur essendo idoneo, non è riuscito a beneficiare di una borsa di studio per mancanza di risorse. Nelle università sarde e siciliane la percentuale arriva al 60%. Questi numeri dimostrano che i tagli, il disinvestimento, il dispositivo di governo della meritocrazia e della valutazione hanno accentuato i problemi del sistema. Il rapporto ricorda il fallimento della legge Berlinguer-Zecchino, quella del «3+2»: l’Italia è lontana dall’obiettivo del 40% di laureati entro il 2020. Siamo all’ultimo posto nell’Europa a 28 con il 23,9%.

Meritocrazia: istruzioni per l’uso
La critica viene portata fino al cuore del sistema «meritocratico»: 
il cambio apportato ai meccanismi di finanziamento degli atenei ha aumentato fino al 20% la quota premiale legata a risultati conseguiti nella didattica e nella ricerca, ma ha anche penalizzato le università del Mezzogiorno punendo le loro inefficienze e negandogli un reale miglioramento.

Valutare e punire. 
Questo è il reale significato del dispositivo adottato nell’università. 
È stato così creato un sistema formativo sempre più differenziato fra sedi più e meno dotate di fondi, docenti, studenti concentrate in alcune aree del Nord.
In sette anni di contro-riforma si affermata una costante: tra destra e sinistra non c’è differenza . Entrambe hanno seguito la stessa strategia. Se la prima ha tagliato, la seconda ne ha condiviso l’impostazione culturale. Nella sua introduzione al rapporto Viesti misura questa continutà con il criterio della disuguaglianza territoriale. “Le politiche universitarie degli ultimi sette anni, condotte con sorprendente continuità da governi di colore molto diverso – sostiene – stanno aggravando significativamente questi divari. La riduzione del Fondo di Finanziamento Ordinario, e la sua ripartizione con nuovi criteri, sempre variabili e tutti discutibili, ha colpito particolarmente le università del Centro-Sud, e in misura ancor più accentuata quelle delle Isole”.
***Intervista: Gianfranco Viesti: “L’austerità fa più male al Sud”

E gli studenti?
Queste disparità, sommate ai tagli, hanno prodotto conseguenze sui docenti e sugli studenti. 
“Le carriere degli studenti o la partecipazione all’Erasmus, dipendono molto dai contesti — continua Viesti –Il limitato turnover dei docenti, poi, è stato assai differente fra sedi, anche in base ad indicatori territorialmente connotati come il gettito della contribuzione studentesca; lo stesso reclutamento dei nuovi professori abilitati è stato molto maggiore al Nord rispetto alle altre circoscrizioni del paese. Tutto ciò non aiuta a superare inefficienze: rende l’università del Sud molto più piccola, ma non per questo migliore”.
Lo scenario del disinvestimento e della programmatica crescita delle divaricazioni territoriali viene ulteriormente aggravato da una politica disastrosa del personale docente. La ricerca e, soprattutto, gli insegnamenti dei corsi di laurea sono stati ridisegnati “in base al pensionamento di parte dei professori, sostituiti solo in misura limitata; un corpo docente anziano; un modesto trasferimento tecnologico”.
In altre parole, la permanenza fino ai 70 anni (e oltre) dei “baroni”, l’uso distorto delle abilitazioni scientifiche “a scadenza” (un’altra invenzione della Gelmini, caso unico al mondo) come anticamera allo scorrimento di carriera dei ricercatori già assunti, il blocco delle assunzioni, il precariato diffuso hanno creato una miscela auto-implosiva che si riflette sulla contenuta qualità nell’elaborazione e nella trasmissione dei saperi e delle tecnologie.

Vita breve del diritto allo studio.
L’uso politico della «meritocrazia» ha accentuato la tradizionale biforcazione con il Sud. 
«I cambiamenti, pur molto profondi, sembrano avvenire senza un chiaro disegno degli obiettivi da raggiungere: l’università italiana deve assomigliare più a quella tedesca o a quella inglese?» domanda Viesti. Per il momento assomiglia a se stessa: molto piccola, molto più sperequata territorialmente, di qualità programmaticamente inferiore all’intera Europa, con saperi mordi e fuggi, di breve durata e nessuna consistenza critica.
Jacopo Dionisio (Udu) definisce «scellerata» la stagione delle «riforme» che hanno portato a questo punto l’università. Uno stanziamento immediato sul diritto allo studio nella legge di stabilità è stato chiesto dal segretario confederale Cgil Gianna Fracassi. Alberto Campailla (Link) descrive la situazione del diritto allo studio: “i servizi del diritto allo studio si rivolgono solo al 10 % del totale degli universitari e, tra gli idonei a ricevere la borsa di studio, uno su quattro non la ottiene per mancanza di fondi. Anche i servizi mensa e alloggio sono a dir poco carenti: solo il 2% degli studenti è assegnatario di un posto alloggio nelle residenze universitarie mentre è disponibile un posto in mensa ogni 35 studenti iscritti ”.
Il 18 dicembre è stato annunciato un presidio a Montecitorio al quale parteciperanno gli studenti di Link, i dottorandi dell’Adi, il coordinamento dei ricercatori precari, la Rete 29 aprile e Flc-Cgil. Si chiede un «politica reale di investimenti a cominciare dagli atenei del Sud».
il manifesto - Autore: Roberto Ciccarelli
http://www.controlacrisi.org/notizia/Conoscenza/2015/12/11/46353-universita-litalia-taglia-la-germania-investe/





Processo all’università: sempre più inefficace e iniqua

I giovani non si fidano più e fuggono dalle università italiane: crollo delle immatricolazioni e degli iscritti ai test d'ingresso. Investimenti inferiori ai partner europei. Forbice fra Nord-Sud e fra ricchi e poveri che si apre inesorabile. Questi i numeri degli atenei nella penisola

(TIZIANA FABI/AFP/Getty Images)


14 Ottobre 2015 - 14:22
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Gli anni della contestazione giovanile hanno avuto come lascito positivo lo sviluppo dell’università di massa. Parlando del caso meneghino, l’Università degli Studi di Milanopassò dai 7.461 iscritti del 1959 ai quasi 20.000 del 1969-70. Da quel momento, anche sullo sfondo della contestazione studentesca e delle ulteriori suggestioni che questa alimentava, la tendenza si fece via via più intensa e accelerata, fino alla punta dei 63.642 iscritti nel 1978-79, un processo che coinvolgeva tutto l’universo universitario italiano.
Negli ultimi dieci anni però si assiste ad una netta controtendenza. «In un mercato del lavoro condizionato dalle reti di relazioni e dalla prevalenza di canali informali di reclutamento, l’indagine testimonia che nel corso della recessione la mobilità sociale non è certo migliorata:la crisi occupazionale ha colpito maggiormente chi proviene da contesti meno favoriti, ingessando ancor di più la struttura sociale del Paese», è stato il commento del professor Francesco Ferrante. Parlava al convegno che a maggio si è svolto sul XVII Rapporto AlmaLaurea, “Profilo e la Condizione occupazionale dei laureati” all’Università Bicocca di Milano. «Tra il 2006 e il 2014 il tasso di occupazione dei giovani provenienti da famiglie meno favorite si è ridotto di 10 punti percentuali, a fronte di una riduzione di tre punti per i giovani provenienti dalle famiglie più favorite».
Le retribuzioni dei laureati provenienti da famiglie con laureati sono scese del 13%, quelle di chi ha famiglie con licenza elementare del 20%


Una dinamica simile si è registrata anche per le retribuzioni reali, diminuite tra il 2006 e il 2014 del 13% per i laureati provenienti da famiglie dove almeno uno dei genitori è in possesso di laurea; la discesa per chi proviene dalle famiglie in possesso di licenza elementare è stata invece del 20 per cento. Di conseguenza l’appetibilità degli studi universitari, soprattutto per i giovani provenienti da questi contesti, ne ha risentito e rischia di affievolire ulteriormente il ruolo dell’istruzione avanzata come ascensore sociale. Quella che viene sempre definita“morte dell’università” è sempre di più un dato strutturale: le iscrizioni all’università sono in decrescita, di anno in anno. Nel 2013 fece scalpore il dato dei 58.000 immatricolati in menorispetto al decennio precedente. Ma non bisogna fermarsi al solo crollo delle immatricolazioni. Infatti, fra il 2015 e il 2014 si sono registrate quasi 70.000 iscrizioni in meno (45.000 solo al Sud); e nel 2014 si registrava un calo rispetto al 2013 di oltre 32.000 iscritti (dato fornito dall'Anagrafe nazionale degli studenti universitari elaborata dal Miur).
Le immatricolazioni per l’anno accademico 2014/15 sono precipitate del 20% rispetto a quelle dell’anno 2004/5. Un calo che è più forte al Sud


Significa non solo che nelle università ci sono molti fuoricorso (per motivi disparati: non è per forza sinonimo di “mantenuto”, dato che molti lavorano), ma che numerosi studenti abbandonano gli studi, non ritenendo indispensabile concludere quel percorso per accedere al lavoro. Calano anche le iscrizioni ai test d’ingresso per le facoltà a numero chiuso (medicina, architettura, veterinaria): meno di 80.000 nel 2015 contro i 90.000 del 2014 e i 115.000 del 2013. Il numero di quest’anno, però, è comunque alto se si pensa che corrisponde a circa il 30% degli immatricolati nello scorso anno accademico.
Chi è il responsabile di questa situazione? L'Udu (l’Unione degli universitari) attribuisce la responsabilità alla riforma Gelmini, uno spartiacque del rapporto tra diplomati e università: secondo Gianluca Scuccimarra, coordinatore dell’Udu, «Le prime rilevazioni su immatricolazioni e iscrizioni per l’anno accademico 2014-15 sono in linea con le nostre paure e previsioni. Assistiamo a una consistente migrazione di studenti dovuta allo squilibrio nelle politiche e nei finanziamenti per il diritto allo studio tra Sud e Centro-Nord. E il pesante incremento di numeri programmati ha colpito particolarmente gli atenei meridionali». Quel dicembre 2010 – quando fu approvata la riforma universitaria n. 240 – ha poi coinciso con l’inizio della fase più aspra della peggiore crisi economica italiana dal dopoguerra. Le motivazioni, oltre che politiche, sono anche di tipo economico-sociale. Salvo Intravaia scriveva a maggio su La Repubblica che «la fuga dalle aule universitarie ha in pratica colpito esclusivamente i ragazzi degli istituti tecnici e professionali, prevalentemente figli di famiglie di classi sociali ed economiche più esposte alla crisi», questo per i tagli al Ffo (con la conseguente impennata delle tasse) e ai fondi nazionali e regionali per il diritto allo studio con la legge di Stabilità.
La Crui, la Conferenza dei rettori contraltare degli studenti, rileva nel 2015 la diminuzione di 87,4 milioni di euro per il Fondo di finanziamento ordinario, con tagli, dal 2009, di oltre 800 milioni. Oggi l'Ffo girato dallo Stato alle università italiane rappresenta lo 0,42% del Pil contro lo 0,99% in Francia e lo 0,92% in Germania.
Gli immatricolati che hanno conseguito il diploma in un istituto tecnico o professionale crollano del 45% rispetto a dieci anni fa. Inoltre, per la prima volta, il dato significativo è il calo del laureati, 258.052 nel 2014, 37.616 in meno, cioè il 12,72%, il peggior dato dal 2003-04


Il mutamento del ruolo dell’università e delle prospettive di lavoro offerte da una laurea, è un’altra causa di crisi. La discrepanza fra laureati e i posti di lavoro qualificato disponibili, rende l’università un enorme bacino di raccolta dei giovani della classe media, che aspirano ad una scalata sociale e possono permettersi di sostenere i costi degli studi universitari.
La crisi economica inoltre – e la cura basata su politiche di austerity – ha creato una forbicegeografico-sociale fra Nord e Sud, favorendo l’emigrazione interna dei giovani diplomati meridionali che si immatricolano nelle università settentrionali. Quando il mercato del lavoro diventa più selettivo diminuisce il valore del titolo e aumenta quello delle effettive competenze; gli studenti più motivati (e con i mezzi economici per farlo) cercano di distinguersi, conseguendo titoli più spendibili sul mercato in zone dove le università sono più “competitive”. E nelle facoltà meridionali il calo delle immatricolazioni è stato più accentuato tra i più poveri: in base ai dati dell’Indagine sui consumi delle famiglie promosso dall’Istat, i giovani meridionali provenienti dal quinto di famiglie con livelli di spesa più alti hanno una probabilità di essere iscritti all’università 2,3 volte superiore a quella dei giovani provenienti dal quinto di famiglie con livelli di spesa più bassi; il rapporto tra le due probabilità era più basso prima della crisi. Uno dei fattori di abbandono dell’università infatti – specie al Sud – sono le rette salate, aumentate in maniera esponenziale, e non sempre le famiglie possono permettersi di mantenere uno o più figli per 5 o più anni.
In base ai dati forniti del ministero dell’Istruzione, università e ricerca, dal 2007 al 2013, il costo delle rette è passato da 702 a 769 €, una costante in tutti gli atenei del paese anche se le rette restano inferiori al Sud, dove il tenore di vita è più basso


Inoltre, rispetto agli anni precedenti la crisi e anche per effetto dell’aumento dei costi dell’università, la spesa per istruzione, fra tasse universitarie, libri e costi di mantenimento, è salita dal 7,5 al 9,4% del totale delle famiglie con figli studenti. Il Corriereuniv.it, un bollettino online che da voce agli studenti, riportava il 15 giugno 2015 che le tasse universitarie eranoaumentate del 5% nell’ultimo anno. Inoltre “Il dato peggiora ulteriormente se osservato sugli ultimi 10 anni […] dal 2005 ad oggi le università italiane hanno deliberato un aumento esponenziale delle tasse universitarie, di oltre il 50%. In 10 anni siamo passati da una tassazione media di 736,91 euro ad una di 1.112,35 euro, dato da solo utile a smontare una volta per tutte gli assunti di chi sostiene che l’università italiana si quasi gratuita”. «Nel 2012 Monti ha sostanzialmente liberalizzato le tasse studentesche, indebolendo l’unico vincolo normativo che impediva agli atenei di aumentarle liberamente», spiega Scuccimarra alla testata universitaria, proponendo in alternativa una seria riforma del sistema «che riduca il peso delle tasse, soprattutto per i redditi più bassi, e introduca un criterio forte di progressività, omogeneo in tutti gli atenei».
In 10 anni siamo passati da una tassazione media di 736,91 euro ad una di 1.112,35 euro


Ma la forbice non è solo fra Nord e Sud Italia, fra il paese e gli altri d’Europa. Tutti gli indicatori Ocse mostrano che le che le risorse reali destinate all’università nel nostro Paese sono di gran lunga inferiori rispetto a quelle investite in Spagna, Francia, Germania e Svezia. Insomma, siamo il paese che meno investe nell’istruzione e dove gli esecutivi affrontano la crisi con misure improntate al contenimento della spesa pubblica, che include l’istruzione. Facendo pari a 100 la spesa per ogni laureato italiano, La Repubblica riportava che “la Francia e la Spagna spendono 171; la Germania 201; la Svezia 230. Un laureato italiano costa, in termini di risorse pubbliche e private assorbite e a parità di potere di acquisto, la metà di un laureato tedesco e circa il 30% in meno della media dei paesi Ocse”. La decrescita delle iscrizioni all’università è direttamente proporzionale alla decrescita degli investimenti, da non imputare a delle ricette di Bruxelles, ma a errate scelte governative italiane, che non influenzeranno senz’altro in maniera positiva l’uscita dalla crisi. Il finanziamento reale del diritto allo studio da portare ai livelli europei, assieme ad una riforma delle tasse universitarie per ridurle e introdurre criteri uniformi di progressività ed equità a livello nazionale (continuando ad adattarle al reddito), quindi eliminando i numeri programmati per favorire l'iscrizione, potrebbe senz’altro render più competitiva e inclusiva l’università italiana.
http://www.linkiesta.it/it/article/2015/10/14/processo-alluniversita-sempre-piu-inefficace-e-iniqua/27783/

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