martedì 24 febbraio 2015

Spinoza, riepiloga Nadler, fu il primo a sostenere che la Bibbia non rappresentava alla lettera il Verbo di Dio, ma era piuttosto un «frutto letterario dell'ingegno umano»; che la «vera religione» nulla aveva a che vedere con la teologia, le cerimonie liturgiche o i dogmi settari, ma era costituita unicamente da una semplice regola morale, quella che si riassume in «ama il prossimo tuo»; che alle gerarchie ecclesiastiche «non spettava alcun ruolo nella gestione di uno Stato moderno». Spinoza sosteneva altresì che la «divina provvidenza» non era altro che «l'insieme delle leggi di natura»; che i miracoli (intesi come infrazioni all'ordine naturale delle cose) erano «impossibili» e che la fede in essi era solamente l'espressione «della nostra ignoranza sulle vere cause dei fenomeni»; che i profeti del Vecchio Testamento erano «semplici individui, come tanti altri», i quali, seppure dotati di qualità etiche superiori, possedevano «un'immaginazione particolarmente fervida».


La solitudine di Spinoza il precursore scandaloso

Fondò il pensiero laico, ma tutti lo tennero a distanza


Paolo Mieli



"Corriere della Sera",  30 aprile 2013



Spinoza fu un valido divulgatore delle teorie del filosofo francese René Descartes, detto in italiano Cartesio, ma le sue idee sulla religione e sulla Bibbia lo avvicinavano piuttosto al pensatore inglese Thomas Hobbes, autore del «Leviatano», da cui però lo dividevano le posizioni politiche

Tra gli studiosi di Spinoza vissuti nel Novecento, uno dei maggiori è il filosofo Leo Strauss, autore del libro «La critica della religione in Spinoza» (Laterza) 

Quando diede alle stampe il Trattato teologico-politico, Baruch Spinoza era consapevole dei guai a cui sarebbe andato incontro e non trascurò nessuna precauzione: scrisse il saggio in latino, lo destinò a una circolazione limitata e, soprattutto, lo pubblicò anonimo. Ma erano trascorse poche settimane da quell'inizio del 1670 in cui il Trattato era stato messo in circolazione da un piccolo editore olandese, che contro quel libro si scatenarono tempeste. A dispetto delle sue cautele, Spinoza fu presto identificato come autore del libro: in una lettera del giugno 1670, Friedrich Ludwig Mieg, professore dell'Università di Heidelberg, metteva in guardia un suo collega dicendogli di esser certo che il Trattato era opera di «Spinoza, un tempo ebreo», già «conosciuto per essersi occupato dell'opera di Descartes». Nell'agosto di quello stesso anno, Johan Melchior, pastore di un piccolo villaggio nei pressi di Bonn, scrisse una pesante «confutazione» del libro, in cui dava conto di voci che lo attribuivano a Spinoza. Sempre in quell'estate, un altro professore, stavolta di Groningen, Samuel Desmartes, rivelò che quel testo «atroce» andava ricondotto a «Spinoza, un tempo ebreo, empio e ateo dichiarato».
Prima di loro, in ogni caso, si era già messo in moto il concistoro di Utrecht, che il 6 aprile del 1670, pur senza fare riferimento diretto a Spinoza, aveva definito quel volume «profano e blasfemo» e aveva chiesto che fossero prese «appropriate misure preventive» contro la diffusione dell'opera. Un mese dopo fu la volta del concistoro riformato di Leida, che si pronunciò in termini ancora più severi. In maggio intervennero anche gli organi ecclesiali di Haarlem e in giugno quelli di Amsterdam. Sempre in maggio il teologo tedesco Iacob Thomasius lo definì un «testo senza Dio» e il suo collega olandese Regnier Mansveld, docente all'Università di Utrecht, scrisse che sarebbe stato giusto seppellire il Trattato nell'«oblio eterno». In luglio si passò al sinodo distrettuale dell'Aja, che si rivolse al sinodo dell'Olanda meridionale perché decretasse essere il Trattato un libro «osceno e blasfemo, quale, a nostra conoscenza, il mondo non ha mai conosciuto». In agosto si conformò a tale giudizio il sinodo dell'Olanda settentrionale, che annunciò di essere «profondamente disgustato» da quel tomo nuovamente definito «osceno». Ma non è tutto.
Nella primavera del 1673 fu pubblicato La Religion des Hollandoisdi Jean-Baptiste Stouppe, uno svizzero di fede riformata che partecipava all'occupazione francese dei Paesi Bassi (ne parleremo più avanti). Il libro di Stouppe era molto aggressivo contro gli olandesi, messi sotto accusa per la loro «fiacca devozione religiosa» e per la loro «irragionevole tolleranza verso le differenze confessionali». Stouppe si diceva scandalizzato per la mancanza di iniziativa nel contrastare Spinoza, «un uomo nato ebreo che non ha né ripudiato la religione ebraica, né abbracciato la religione cristiana, ed è pertanto un pessimo ebreo e di certo non è un cristiano migliore». «Questo Spinoza», scriveva Stouppe, «ha prodotto alcuni anni fa un libro in latino, il cui titolo è Tractatus Theologico-Politicus, nel quale sembra porsi come obiettivo principale di distruggere tutte le religioni, in particolare quella ebraica e quella cristiana, e di introdurre l'ateismo, il libertinismo e la libertà di tutte le religioni». A quel punto toccava alle autorità politiche procedere contro Spinoza. Queste però — come ha ben ricostruito in uno studio accurato Jonathan Israel — procedettero a rilento, quanto meno fino all'uccisione del grande statista Johan de Witt (e anche su questo torneremo). Sicché il Trattato fu ufficialmente messo al bando nella Repubblica delle Sette Province Unite solo nell'estate del 1674.
L'intera vicenda è adesso raccontata dal più grande biografo del filosofo di Amsterdam, Steven Nadler (docente all'Università del Wisconsin), in Un libro forgiato all'inferno. Lo scandaloso «Trattato» di Spinoza e la nascita della secolarizzazione, che esce oggi da Einaudi nell'eccellente traduzione di Luigi Giacone. La violenta reazione sollevata dalTrattato teologico-politico, scrive Nadler, fu senza dubbio «uno degli eventi più significativi della storia intellettuale europea, specie considerando che si verificò agli albori dell'Illuminismo». Dai contemporanei di Spinoza, il Trattato fu considerato «il libro più pericoloso che fosse mai stato pubblicato». Ai loro occhi, «quell'opera minacciava di minare dalle fondamenta la fede religiosa, l'armonia sociale, politica e perfino la morale di ogni giorno». Era loro convinzione che il suo autore — la cui identità, come abbiamo visto, non rimase segreta a lungo — fosse «un sovversivo, impegnato a diffondere l'ateismo e il libero pensiero in tutta la Cristianità».

Che cosa contenesse di così minaccioso quel libro è stato ben messo in luce (comprese le innumerevoli sfumature) da Leo Strauss in La critica della religione in Spinoza (Laterza).

Spinoza, riepiloga Nadler, fu il primo a sostenere che la Bibbia non rappresentava alla lettera il Verbo di Dio, ma era piuttosto un «frutto letterario dell'ingegno umano»; che la «vera religione» nulla aveva a che vedere con la teologia, le cerimonie liturgiche o i dogmi settari, ma era costituita unicamente da una semplice regola morale, quella che si riassume in «ama il prossimo tuo»; che alle gerarchie ecclesiastiche «non spettava alcun ruolo nella gestione di uno Stato moderno». Spinoza sosteneva altresì che la «divina provvidenza» non era altro che «l'insieme delle leggi di natura»; che i miracoli (intesi come infrazioni all'ordine naturale delle cose) erano «impossibili» e che la fede in essi era solamente l'espressione «della nostra ignoranza sulle vere cause dei fenomeni»; che i profeti del Vecchio Testamento erano «semplici individui, come tanti altri», i quali, seppure dotati di qualità etiche superiori, possedevano «un'immaginazione particolarmente fervida».
Assai irridenti i passaggi del Trattato dedicati ai profeti nell'Antico Testamento: «Se il profeta era allegro, gli si rivelavano le vittorie, la pace, e in genere le cose che generano letizia, poiché simili cose tali temperamenti sogliono più spesso immaginare; mentre, se era triste, gli si rivelavano guerre, castighi e ogni sorta di mali; così a seconda che il profeta fosse di indole misericordiosa, mite, iraconda, severa eccetera, era più adatto a questo o a quel genere di rivelazioni». In materia di miracoli, poi, (laddove Maimonide, in quanto rabbino e capo religioso, era stato, qualche tempo prima, maggiormente cauto) la posizione di Spinoza fu più radicale addirittura di quella che sarebbe stata assunta mezzo secolo dopo dallo scozzese David Hume, per il quale quei prodigi divini erano «talmente poco verosimili da rasentare l'incredibile». Per Spinoza, invece, «il miracolo, sia esso inteso come fatto contrario o come un fatto superiore alla natura, è soltanto un'assurdità». Un'assurdità. Più netto di quel «rasentare l'incredibile». La vera remunerazione della virtù, diceva infine il filosofo di Amsterdam, «non sta in qualche ricompensa ultraterrena per un'anima immortale, dal momento che non esiste nessuna immortalità della persona; è soltanto un'invenzione usata da un clero manipolatore per costringerci in un eterno stato di paura e di speranza e in tal modo controllarci». La «beatitudine» e la «salvezza» consistono piuttosto nel «benessere e nella pace della mente che la conoscenza riesce a offrirci in questa vita».
I capitoli del Trattato dedicati alla politica, scrive Nadler, «rappresentano il più accorato appello alla tolleranza (soprattutto alla "libertà di filosofare", senza che qualcuno fosse costretto a subire interferenze da parte delle autorità) che sia mai stato scritto». Anche se il filosofo era assai diffidente nei confronti della gente comune: «So», scriveva in un passaggio che attirò l'attenzione di Leo Strauss, «che è impossibile sottrarre le masse alla superstizione e alla paura e so che per il volgo è perseveranza l'ostinazione, e che non è guidato dalla ragione, ma dalla passione è trascinato ora alla lode ora al vituperio... Il volgo, dunque, e tutti coloro che ne condividono le passioni non sono da me invitati alla lettura di questo libro; preferirei anzi che lo trascurassero del tutto, piuttosto che interpretarlo, come fanno sempre, tendenziosamente, allo scopo di creare difficoltà». È vero che, prima del Trattato, Spinoza aveva scritto l'Etica, un libro altrettanto importante. Ma, a differenza del tono freddo e distaccato dell'Etica, il Trattato, scrive Nadler, «è un'opera appassionata, perfino rabbiosa, non si può fare a meno di notare un fervore e una sorta di urgenza che percorrono in modo impercettibile (e a volte nemmeno così impercettibile) tutti i capitoli del libro». Inoltre, prosegue Nadler, il Trattato appare, ben più dell'Etica, «un'opera polemica che esamina i fondamenti storici, psicologici, testuali e politici della religione tradizionale o popolare». E in quanto tale, assai più dell'Etica, si prestava a essere «interpretato» da un maggior numero di lettori. Cosa che preoccupava e infastidiva l'autore.
Quando diede alle stampe il Trattato, Spinoza aveva 38 anni. Era nato nel 1632 da un'agiata famiglia di mercanti della comunità ebraico-portoghese di Amsterdam. Una comunità di sefarditi, fondata dai cosiddetti «nuovi cristiani», oconversos — ebrei che in Spagna e Portogallo, tra la fine del Quattrocento e l'inizio del secolo successivo, erano stati costretti a convertirsi al cattolicesimo. Questi conversos, messi in difficoltà dall'Inquisizione spagnola che non credeva al loro cambio di religione, all'inizio del Seicento avevano abbandonato la penisola iberica e si erano trasferiti ad Amsterdam (o in qualche altro centro dell'Olanda settentrionale). Città che avevano offerto a questi profughi l'opportunità di «ritornare alla fede degli avi e di riprendere la loro vita secondo le consuetudini ebraiche».
L'ebreo Spinoza — il quale, contrariamente a quel che è stato più volte scritto, non cercò mai di diventare un'autorità religiosa — ebbe come insegnanti tre rabbini: Menasseh ben Israel, che all'epoca era probabilmente l'ebreo più famoso di tutta Europa, Isaac Aboab da Fonseca e il «sapientissimo» Saul Levi Mortera della comunità di Amsterdam, sotto la cui guida ebbe accesso alle opere di Maimonide, autore nel XII secolo dell'opera più importante di tutta la filosofia ebraica, La guida dei perplessi. Per Maimonide — altro pensatore che, come Spinoza, avrebbe attirato l'attenzione di Leo Strauss — il contenuto della profezia sarebbe, almeno in parte, filosofico, sicché sia il filosofo sia il profeta sono «veicoli di verità»; e poiché «una verità deve essere di necessità coerente con le altre verità», filosofia e profezia, se correttamente intese, «devono sempre concordare». Cosicché «la verità filosofica e la verità rivelata non entreranno mai in conflitto». Spinoza si sofferma su Maimonide, che userà nel Trattato a proprio vantaggio per polemizzare contro la tradizione («I profeti della Bibbia ebraica», sostiene Spinoza, «erano in effetti, come dice Maimonide, personaggi dotati di grande forza d'immaginazione ma non filosofi, né uomini particolarmente dotti»). 

Successivamente, per dedicarsi al latino e ai classici, Spinoza sarà allievo anche di Franciscus Van den Enden, un ex gesuita di idee politiche radicali destinato a finire sul patibolo per aver preso parte a un complotto repubblicano contro il re di Francia Luigi XIV. E Van den Enden lo avrebbe introdotto ai Princìpi della filosofia di René Descartes, a cui il giovane dedicò in seguito una delle prime sue importanti opere. Un intreccio, quello della sua formazione, che dà conto della complessità del personaggio. E che ci aiuta a capire i guai a cui, da uomo libero, andrà incontro.
Statue of Baruch de Spinoza by Nicolas Dings in 2008.
Zwanenburgwal, Amsterdam.
A 23 anni, il 27 luglio del 1656, Spinoza subì il primo grande trauma. Quel giorno gli ebrei di Amsterdam gli inflissero un herem, cioè un provvedimento di messa al bando: «(lo) espelliamo, malediciamo e danniamo... Che egli sia maledetto di giorno e maledetto di notte, maledetto quando si sdraia e maledetto quando si alza, maledetto quando esce e maledetto quando rientra... La collera del Signore e la sua gelosia si abbatteranno su quest'uomo, e tutte le maledizioni penderanno su di lui, e il Signore cancellerà il suo nome da sotto il cielo», sentenziò contro di lui la comunità a cui, fin lì, apparteneva. Fu il cosiddetto «herem del mistero», dal momento che gli fu inflitto per non meglio identificate «abominevoli eresie da lui compiute e insegnate», nonché per «atti mostruosi» (anch'essi non definiti). La virulenza era del tutto inconsueta, quasi assurda, nelle righe che chiudevano il documento di messa al bando: «Nessuno comunichi con lui, neppure per iscritto, né gli accordi alcun favore, né stia con lui sotto lo stesso tetto, né si avvicini a lui più di quattro cubiti, né legga alcun trattato composto o scritto da lui». Terribile. Tanto più che, fino a quel momento, il filosofo non aveva dato alle stampe neanche un libro. Per di più il bando, a differenza di numerosi altri provvedimenti dello stesso genere e della stessa epoca, non fu mai revocato.

Secondo Jean-Maximilien Lucas, il primo biografo di Spinoza che scrisse poco dopo la sua morte, all'origine dell'herem era la testimonianza di due giovani, i quali avrebbero udito Spinoza mentre diceva che, «non essendoci nella Bibbia nessun riferimento al non materiale o all'incorporeo, non c'è motivo di credere che Dio non abbia un corpo»; che «per quanto riguarda gli spiriti, le Scritture non dicono che essi sono sostanze reali e permanenti, bensì semplici fantasmi, chiamati angeli poiché Dio li adopera per annunciare il suo volere; sono fatti in modo tale da restare invisibili, come gli angeli e ogni altra sorta di spiriti, dal momento che la loro materia è assai fine e diafana, tanto che li si può vedere solo come si vedono i fantasmi, negli specchi, in sogno, oppure di notte»; e che «ogni qual volta le Scritture ne parlano, la parola "anima" è usata solo per significare vita, o qualche essere vivente... Si cercherebbe invano un solo passo che parli di immortalità, mentre l'ipotesi contraria è confermata da centinaia di brani, ed è piuttosto facile da dimostrare». Inoltre, sempre secondo i due delatori, Spinoza avrebbe definito gli ebrei «gente superstiziosa, nata e cresciuta nell'ignoranza, che non conosce Dio e tuttavia ha l'impertinenza di considerarsi il Suo popolo, mettendosi al di sopra di tutte le altre nazioni».

A quanto riferisce Lucas, Spinoza accolse l'espulsione dalla comunità ebraica senza battere ciglio: «Meglio così», avrebbe detto, «non mi costringono a fare nulla che non avrei fatto di mia spontanea volontà se non avessi temuto lo scandalo... Ma dal momento che è questo che vogliono, imbocco volentieri la strada che mi si apre davanti». Strada che lo porterà ad avere nuovi scontri, stavolta con la Chiesa cattolica e con quella riformata.

Spinoza, dunque, non si perse d'animo e, come s'è detto, si dedicò alla filosofia di Descartes. Nel 1663 diede alle stampe l'unico volume che avrebbe pubblicato con il suo nome in copertina: Renati Des Cartes principia philosophiae more geometrico demonstrata, che gli conferì (a ragione) la fama di divulgatore del pensiero cartesiano e (a torto) la reputazione di suo seguace. Forte fu invece la sua sintonia con Thomas Hobbes e con il suo Leviatano, pubblicato in inglese nel 1651, tradotto in olandese nel 1667 e in latino nel 1668. Hobbes e Spinoza avrebbero avuto, sì, idee diverse sull'organizzazione della società: mentre Hobbes riteneva che la sovranità dovesse essere affidata a un singolo individuo e che la monarchia costituisse la forma di governo più stabile ed efficace, Spinoza riteneva che all'efficienza dello Stato fosse più funzionale la democrazia. Laddove compito della democrazia, per Spinoza, era quello di «evitare gli assurdi dell'istinto» e di «contenere gli uomini per quanto è possibile entro i limiti della ragione, affinché vivano nella concordia e nella pace». Ma, per tornare ai nostri discorsi, l'approccio di Hobbes e di Spinoza all'Antico Testamento fu simile.
Già Hobbes aveva analizzato la natura delle profezie e la veridicità dei miracoli, sollevando dubbi sulle Sacre Scritture. «Considerate dalla prospettiva di un sacerdote del Seicento e dei fedeli della sua congregazione», scrive Nadler, «le opinioni di Hobbes su molti problemi non potevano che apparire assai lontane dall'ortodossia e perfino blasfeme; nella sua visione materialista della natura e dell'uomo, Hobbes si spingeva fino a negare che potesse esistere una qualsiasi "sostanza immateriale", escludendo così la possibilità di un'anima incorporea, ma anche di un Dio incorporeo». Tutto ciò con un tono (da parte del filosofo inglese) «spesso beffardo, che lasciava intendere di non nutrire troppo rispetto per le religioni settarie, prima di ogni altra il cattolicesimo». E fu per questo che molti dei detrattori di Spinoza lo accomunarono all'autore del Leviatano. Eppure Hobbes, quando ebbe in mano il Trattato, disse di esserne rimasto «profondamente turbato» e che lui «non si sarebbe mai permesso di scrivere simili insolenze». Insolenze? La verità è che sia i seguaci di Descartes (morto a Stoccolma vent'anni prima della pubblicazione del Trattato), sia Hobbes ebbero paura di rimanere vittime degli stessi anatemi che, avvertivano, sarebbero stati scagliati contro Spinoza. Il quale si risentì per queste prese di distanza. Soprattutto nei confronti di alcuni allievi di Descartes, come Regnier Van Mansvelt e Lambert Van Velthuysen che lo avevano apertamente criticato: in una lettera a Henry Oldenburg nel 1675, si disse indignato del fatto che «certi sciocchi cartesiani, i quali hanno fama di condividere le mie idee, per allontanare da sé questo sospetto non abbiano cessato e non cessino tuttora di screditare ovunque le mie opinioni».
Amsterdam non fu tenera con Spinoza. Singolare, perciò, appare a Nadler l'elogio che il filosofo fa della sua città. Una città, scrive, dove «convivono in perfetta concordia uomini di tutte le nazionalità e di tutte le religioni; e, per affidare i propri beni a qualcuno, i cittadini di questo Stato si preoccupano soltanto di sapere se costui sia ricco o povero, o se sia solito agire in buona o in mala fede... La religione o la setta cui egli appartiene non li interessa affatto, perché ciò non contribuisce per nulla a far loro vincere o perdere la causa dinnanzi al giudice... E non vi è alcuna setta così odiata, i cui seguaci (quando non rechino danno ad alcuno, rendano a ciascuno il suo e vivano onestamente) non siano protetti e tutelati dall'autorità dei pubblici magistrati». Parole sorprendenti, dal momento che, quando furono scritte, uno dei più cari amici di Spinoza, Adriaan Koerbagh, era da poco morto in prigione, «condannato per le sue idee filosofiche e religiose proprio dalla città di Amsterdam, con un brutale atto di intolleranza istigato dal Concistoro calvinista».
Il fatto era accaduto tra il 1668 e il 1669 (pochi mesi, anzi, poche settimane prima che Spinoza vergasse l'«elogio di Amsterdam»). Koerbagh aveva dato alle stampe, proprio ad Amsterdam, un libro dal titolo Un giardino di fiori con ogni sorta di bellezze, in cui negava la paternità divina della Bibbia, attaccava l'elemento irrazionale presente nella maggior parte dei culti, con i loro dogmi, riti e «cerimonie superstiziose», e prendeva in giro tutte le religioni istituzionalizzate, compresa quella della Chiesa riformata. Per sovraccarico Koerbagh scriveva in olandese, rendendo la sua opera accessibile al grande pubblico, e firmava il libro con il suo nome. Risultato: nel 1668 fu imprigionato, si ammalò gravemente e il 5 ottobre del 1669 morì. Per Spinoza fu un colpo durissimo. Ma ciò non gli impedì di trattare in modo assai benevolo la città in cui tutto questo era accaduto.
Nadler sospetta che l'«elogio di Amsterdam» contenga, opportunamente dissimulata, «una buona dose di amara ironia». Più probabilmente si trattò di parole dettate dal calcolo, calcolo politico. Il filosofo, come Nadler ha ricostruito in un altro grande libro, Baruch Spinoza e l'Olanda del Seicento (Einaudi), era un estimatore del più grande statista dell'epoca, Johan de Witt. Non è provato che i due abbiano avuto rapporti diretti (anche se il coevo Lucas sostiene di sì e lo stesso affermarono a fine Ottocento Jacob Freudenthal e, all'inizio del Novecento, Carl Gebhardt), ma tutti e due ebbero, scrive Nadler, «il privilegio di essere maltrattati e spergiurati dalle autorità religiose olandesi ed entrambi furono vilipesi e disprezzati dagli stessi nemici».
I democratici radicali come Spinoza e Koerbagh, radicalmente laici e difensori di una concezione più ampia della libertà, racconta Nadler, erano fermi oppositori degli «orangisti» e, a dispetto di non poche diversità di vedute, alleati naturali di de Witt. Un nemico dell'uomo politico giunse addirittura a dire che si avvertiva la presenza di de Witt nella stesura del Trattato teologico-politico. E questo nella battaglia tra orangisti (sostenitori della causa di Guglielmo I), «voetiani» (seguaci di Gisbertus Voetius, grande oppositore di Cartesio, nemici di de Witt), «cocceiani» (discepoli del teologo di Leida Johannes Cocceius, amici di de Witt) e perfino «sociniani» (ultimi adepti di una setta fiorita in Polonia alla fine del Cinquecento sotto la guida del teologo Fausto Sozzini, che continuò a battersi contro il dogma della trinità anche nella prima metà del Seicento) fu un elemento di destabilizzazione.
Uno dei nemici di de Witt arrivò a denunciare che, tra i libri presenti nella biblioteca dell'uomo politico, figurava anche quel Trattato, «forgiato all'inferno (di qui il titolo del libro di Steven Nadler) dall'ebreo apostata a quattro mani con il diavolo, e pubblicato con la consapevolezza e la connivenza di M. Jan (de Witt, ndr)». Al punto che anche de Witt — come Hobbes e gli allievi di Descartes — si sentì in dovere di prendere le distanze dal Trattato. Sostiene Abraham Gronovius, ricercatore all'Università di Leida, che quando a Spinoza fu riferito che de Witt aveva gradito assai poco il Trattato, «egli inviò qualcuno da Sua Eccellenza per dirgli che voleva parlare con lui, ma gli fu risposto che Sua Eccellenza non voleva vederlo varcare la soglia di casa». Nonostante ciò, il grande protagonista politico del «secolo d'oro olandese» non riuscì a salvarsi dagli odi che aveva accumulato per via del supposto rapporto con quel filosofo in odore di zolfo.

Luigi XIV, re di Francia, fece il resto. Nell'aprile del 1672 dichiarò guerra alle Province Unite e il 23 giugno i francesi entravano a Utrecht. De Witt fu la principale vittima di quel disastro militare. Fu accusato da pamphlet anonimi di «essere del tutto incompetente», di essersi messo in tasca parte dei fondi pubblici, di volere «vendere la Repubblica ai nemici, per continuare a governare su loro mandato». Il tutto accompagnato dalle consuete insinuazioni sui suoi rapporti con il «malvagio» autore del Trattato. La notte del 21 giugno 1672 de Witt fu ferito in modo abbastanza grave da un gruppetto di giovani di buona famiglia. Il 23 luglio suo fratello, Cornelis, fu arrestato con l'accusa di cospirazione. E quando Cornelis, a fine agosto, uscì di prigione, una folla si impadronì dei fratelli de Witt, li uccise, denudò i cadaveri, li appese a testa in giù e poi squartò i loro corpi. Spinoza ne fu sconvolto. Nel corso di un soggiorno all'Aja, quattro anni dopo, Gottfried Wilhelm Leibniz così annotò sul diario una visita al filosofo olandese: «Dopo cena, ho chiacchierato a lungo con Spinoza; mi ha raccontato che il giorno dell'orrenda uccisione dei de Witt voleva uscire di notte per andare a riporre una lapide sul luogo del massacro, con sopra scritto ultimi barbarorum (più o meno «i peggiori dei barbari», ndr); ma il suo padrone di casa era poi riuscito a impedirglielo, chiudendo la porta a chiave, per timore che anch'egli fosse fatto a pezzi».
Quelli erano i tempi. Del resto, osserva Nadler, «se la Repubblica delle Sette Province fosse stata davvero libera come Spinoza sembra voler far credere, non ci sarebbe stato alcun bisogno di scrivere il Trattato». Trascorsero pochi mesi da quell'incontro con Leibniz, e Spinoza, uno dei più grandi filosofi della storia, morì. Aveva 44 anni. Le idee contenute nel Trattato, scrive Nadler, ispirarono rivoluzionari di fede repubblicana in Inghilterra, America e Francia. E, agli inizi dell'Età moderna, incoraggiarono la comparsa di movimenti contrari a una concezione settaria della religione che avrebbero cambiato la storia dell'umanità. Talché tutti dobbiamo in qualche modo considerarci eredi di quello scandaloso Trattato teologico-politico.







http://illuminations-edu.blogspot.it/2013/05/la-solitudine-di-spinoza-il-precursore.html





Molto bello il libro di I.Yalom
"Il problema Spinoza"una biografia , un po'romanzata , di B.Spinoza e di Rosemberg (ideatore del nazismo).
....nel libro di Yalom ci sono degli spunti davvero interessanti (se veritieri) che porterebbero ad analisi differenti rispetto a quel che leggo nel post.
Comprero'il libro di Nadler !! Grazie per l'informazione!!!



lunedì 23 febbraio 2015

Per la sua stessa struttura, perfino per il setting delle aule, la scuola favorisce più il pensiero convergente ed il conformismo che il pensiero critico. Lo studente a scuola per lo più impara, spesso a memoria, le cose dette a lezione dal docente, che a loro volta rispecchiano quanto è scritto nel manuale, e le ripete durante l’interrogazione. E’ lo schema dominante, ed è uno schema che ha poco a che fare con una vera formazione intellettuale. Lo schema è talmente consolidato, che molti docenti si chiedono sinceramente cos’altro si potrebbe fare. Fare scuola è fare lezione. Il docente parla, gli studenti ascoltano ed assimilano. Poi ripetono.

La qualità di un sistema scolastico è data da quattro cose: 
  • qualità della cultura, 
  • qualità delle relazioni umane, 
  • qualità dell’apertura alla società, 
  • qualità strutturale. 

Un sistema scolastico che funziona è un sistema nel quale la cultura è viva, piena di senso, tale da appassionare, le relazioni umane sono reciprocamente arricchenti e prive di violenza e di ipocrisia, le scuole non sono chiuse in sé ma partecipano alla vita sociale, alla quale offrono un loro contributo, e le strutture sono tali da rispecchiare l’importanza del lavoro che si svolge in esse.

In questo articolo vorrei soffermarmi sul primo punto: la qualità della cultura nella scuola italiana. Ritengo che una delle ragioni della crisi della scuola italiana vada cercata nella crisi culturale, nel fatto cioè che a scuola non si fa – non si fa più o non si è mai fatta: se ne potrebbe discutere – cultura autentica.

I docenti italiani si autorappresentano come coloro che formano le nuove generazioni al pensiero critico. Non c’è molto di vero in questa autorappresentazione. Per la sua stessa struttura, perfino per il setting delle aule, la scuola favorisce più il pensiero convergente ed il conformismo che il pensiero critico. Lo studente a scuola per lo più impara, spesso a memoria, le cose dette a lezione dal docente, che a loro volta rispecchiano quanto è scritto nel manuale, e le ripete durante l’interrogazione. E’ lo schema dominante, ed è uno schema che ha poco a che fare con una vera formazione intellettuale. Lo schema è talmente consolidato, che molti docenti si chiedono sinceramente cos’altro si potrebbe fare. Fare scuola è fare lezione. Il docente parla, gli studenti ascoltano ed assimilano. Poi ripetono.

Soffermiamoci ancora un attimo sulla figura del docente. 
Che si autorappresenti come formatore di coscienze critiche, mentre lavora in una istituzione conformistica, è cosa comprensibile. Il suo prestigio sociale ha subito un calo verticale negli anni, lo stipendio lascia a desiderare, spesso la sua stessa situazione lavorativa è precaria: a più di quarant’anni insegue ancora una supplenza, ed è spaventato da ogni annunciata riforma scolastica (ed ogni governo ne annuncia una). E’ comprensibile che rivendichi il suo fondamentale ruolo sociale. La sua frustrazione aumenterebbe, se si soffermasse a considerare il modo in cui è stato selezionato. Ad un docente in Italia non si chiede se non di saper insegnare la sua disciplina; che sappia anche far ricerca nel suo campo disciplinare è superfluo. In altri termini, il docente è uno che non produce cultura, ma la trasmette. Se scrivesse un libro, quel libro non avrebbe alcun peso sul suo curriculum; e la stessa cosa varrebbe se ne scrivesse dieci. Si giunge a questo curioso paradosso: un docente di scuola secondaria che superasse l’abilitazione per l’insegnamento universitario sarebbe adatto, appunto, ad insegnare all’università, ma questo non gli darebbe comunque alcun vantaggio nella scuola secondaria: non sarebbe titolo preferenziale, ad esempio, se volesse ottenere un passaggio di cattedra sulla disciplina per la quale è abilitato all’insegnamento universitario. Lo Stato stabilisce che puoi insegnare filosofia all’università, ma questo non ti avvantaggia per insegnare filosofia al liceo. Sono due mondi a parte, privi di qualsiasi punto di contatto.

Una scuola che intendesse formare al pensiero critico dovrebbe avere docenti capaci loro stessi di pensiero critico: vale a dire docenti ricercatori. Il contatto tra scuola ed università dovrebbe essere costante e la produzione intellettuale dei docenti valorizzata anche economicamente. E’ significativo che le periodiche proposte di differenziazione dello stipendio dei docenti in base alle loro funzioni non considerino la produzione intellettuale. Non si vuole che guadagni di più il docente che scrive libri; meglio premiare quello che fa più progetti, quale che sia la loro utilità.

Il docente che trasmette una pseudo-cultura condensata nei libri di testo è il primo aspetto della crisi della cultura scolastica italiana. 

Il secondo aspetto è la crisi di senso. 
Perché si studia? Che senso ha la cultura? A che serve? 
Alla domanda il docente-trasmettitore risponde con una certa sicurezza, almeno se è un docente liceale. Si studia per farsi una cultura personale, ossia per diventare persone migliori (perché è fuori discussione che il colto sia una persona migliore dell’incolto); e al tempo stesso così facendo si diventa persone affermate, che trovano un posto nella società. La risposta non convince per diverse ragioni. La prima è che è sempre meno vero che studiare serve a conquistarsi un posto nella società. Esiste oggi un nuovo proletariato intellettuale, super-formato, che insegue lavori precari a vita – un nuovo proletariato di cui spesso lo stesso docente fa parte. D’altra parte, la cultura scolastica non è che una parte – ed una piccola parte – della cultura reale, e non è da escludere che la cultura vera, quella viva, si trovi al di fuori delle aule scolastiche. Ma il punto decisivo è un altro. La concezione della cultura come formazione individuale pecca, appunto, di individualismo. Questo soggetto che passa anni ed anni a curare sé stesso, per di più in un contesto competitivo (perché la scuola è competizione), riuscirà poi a diventare un membro responsabile della società? Chi e quando gli ha insegnato a lavorare insieme agli altri per il bene comune? Quella che manca alla scuola italiana è la concezione della cultura come servizio: studiare non perché così divento migliore, né perché questo mi permetterà di far carriera, ma perché studiando posso dare il mio contributo al bene comune. Il mio studio ha senso solo se lo metto al servizio della società. Nelle scuole americane esiste una pratica, il service learning, che è la concretizzazione di questa percezione dello studio e della cultura. Gli studenti devono impegnarsi in attività in favore della comunità, legate al loro studio curriculare. L’aula scolastica non è un mondo chiuso, ma un luogo nel quale si studia la soluzione per i problemi della comunità locale. Il metodo è diffuso anche nei paesi latino-americani, come aprendizaje servicio, e si sta diffondendo anche in Europa. In Italia niente, o quasi.

La cultura scolastica italiana risente anche della separazione, propria della tradizione occidentale, tra sapere intellettuale e sapere manuale e professionale. Una separazione che naturalmente si intreccia con le differenze di classe. Il sapere intellettuale è riservato ai figli delle classi borghesi, che frequentano il liceo classico e scientifico, mentre il sapere manuale e professionale è riservato ai figli del proletariato. La separazione classista nella scuola italiana funziona in modo infallibile. Ed è una separazione che impoverisce tutti: i professionali, sempre più squalificati, alle prese con carenze strutturali e problemi disciplinari, e gli stessi licei, condannati ad un sapere libresco che non trova alcuno sbocco in un fare, e finisce per avvitarsi su sé stesso. Non c’è grande pedagogista degli ultimi secoli che non abbia evidenziato il valore formativo del lavoro e della professione, e tuttavia la separazione tra le due culture resta quale segno distintivo della cultura scolastica italiana – riflesso di una società nella quale differenze sociali e di distribuzione della ricchezza e delle risorse sono più marcate che altrove in Europa, e la mobilità sociale è bloccata.

La pseudo-cultura scolastica, libresca e astratta, senza contatto con un fare, è anche una cultura provinciale, miope, asfittica. E’ la cultura occidentale, con in primo piano quella italiana. Mica poco, si dirà. Poco, invece; pochissimo in una società globalizzata. E’ un pezzettino di cultura occidentale che nulla sa e nulla vuole saperne delle culture altre, sicura di sé e della propria superiorità. Il liceale si inorgoglisce per l’Iliade, ma nulla sa del Mahabharata; lo conoscerà, forse, uscendo da scuola, se è una persona curiosa; o forse non lo conoscerà mai, ritenendo che al di fuori dell’Europa non si sia scritto nulla di significativo. Dalla scuola italiana si esce con la convinzione che la civiltà europea sia la civiltà per eccellenza, che la Grecia abbia insegnato la democrazia al mondo, ed altre sciocchezze simili. Il resto non esiste, e merita al più una nota a margine, una digressione curiosa. La scuola italiana è strutturalmente non attrezzata per comprendere l’altro, al di là delle dichiarazioni di principio sull’interculturalità e l’accoglienza del diverso. Non lo è, perché è penosamente monoculturale, priva di curiosità per tutto ciò che è al di fuori dei sacri confini dell’Europa.

La lezione, ancora onnipresente nella scuola italiana – e l’introduzione di LIM, computer e tablet non la mette realmente in discussione – è la metodologia perfettamente adeguata a questa pseudo-cultura, insieme al suo correlato materiale, il libro di testo. Rinunciare a queste due cose, o ripensarle profondamente, è il primo passo necessario per riappropriarsi di una cultura sensata. La verticalità del rapporto docente-studente va spezzata in favore della orizzontalità della comunità che apprende e che è in rapporto aperto e vivo con le diverse comunità che sono fuori dalla scuola. Fin dalle prime classi della scuola primaria, il bambino va abituato non a interiorizzate quello che è scritto in un libro, ma a cercare attivamente la conoscenza, a costruirla, a discuterla. Si tratta di passare da una scuola nella quale l’insegnante, unico soggetto (più o meno) attivo, imprime segni nella mente dell’alunno, ad una scuola nella quale docenti e studenti, membri di una stessa comunità di ricerca, imprimono insieme segni nella più ampia realtà sociale.

ANTONIO VIGILANTE
  
22 febbraio 2015
Fonte: http://fotoedu.indire.it




Aggiungerei anche dalla qualità della famiglia, qualsiasi forma essa sia...!!!!




Il problema strutturale non è secondario:le classi sono scomode male arredate,spesso sporche,polverose e poco arieggiate. Mancano spazi con aule dedicate, laboratori con un minimo di dotazione didattica,spazi per un po' di ricreazione, palestre decenti.....e quel che è peggio è che nessuno se ne cura.
Si continua ad usare la scuola come ammortizzatore sociale dichiarando che si faranno concorsi. Sono proprio i concorsi che hanno riempito le scuole di personale inadatto. Nei paesi civili si viene assunti per chiamata diretta ed in base ad un curriculum che deve essere onorato. Il 50% di docenti non sarebbe stato assunto se solo li si fosse potuti guardare in faccia. Non hanno abilità comunicative e relazionali. E quando i genitori imbufaliti li denunciano che si fa? Li si sistema nelle classi ghetto.O no?




Non so di cosa parlate. Una scuola è fatta di individui.
Insegnanti, presidi, bidelli.
Quindi cultura, relazioni umane, apertura alla società non appartengono alla scuola ma a coloro che questa scuola la vivono tutti i giorni.
Non posso parlare perché avendo tre figli vi dico che solo una frequenta una scuola pubblica italiana ed in più professori privati il pomeriggio.
Uno ha preferito la scuola americano e l'altro studia con insegnanti privati.
E io cosa faccio? Dopo 10 anni di CNR do lezioni private.
Sono richiestissima, non ho un'ora libera, lavoro anche la domenica.
Quindi c'è qualcosa che non va non nella scuola ma negli insegnanti, nei presidi e nei bidelli. Cominciamo a dire le cose come stanno.
È chiaro che ci sono insegnanti e presidi che lavorano bene ma lasciatemi dire che la massa lascia molto a desiderare

Le dipendenze resistono al cambiamento perché garantiscono vantaggi secondari a chi ne soffre (alleviano temporaneamente il disagio e la sofferenza che provocano), si innestano e si ramificano profondamente nel quotidiano, sino a diventare elementi centrali dell’esistenza. In particolare, le dipendenze relazionali e affettive si distinguono dalle altre per il fatto che si strutturano dentro sistemi “interattivi”: sono l’unico caso in cui “la droga” ha gambe per inseguire chi cerca di mettere fine al dolore, braccia per richiamare nel vortice, parole per riacchiappare chi scappa.

Spezzare gli schemi della dipendenza affettiva [prima parte]
Filed under (psicologia) by Enrico Maria Secci on 23-02-2015


Le dipendenze resistono al cambiamento perché garantiscono vantaggi secondari a chi ne soffre (alleviano temporaneamente il disagio e la sofferenza che provocano), si innestano e si ramificano profondamente nel quotidiano, sino a diventare elementi centrali dell’esistenza. In particolare, le dipendenze relazionali e affettive si distinguono dalle altre per il fatto che si strutturano dentro sistemi “interattivi”: sono l’unico caso in cui “la droga” ha gambe per inseguire chi cerca di mettere fine al dolore, braccia per richiamare nel vortice, parole per riacchiappare chi scappa.

Un fatto contro-intuitivo ma frequentissimo è che, anche quando il rapporto è gravemente deteriorato e il “carnefice” respinge apertamente il suo omologo dipendente, finisce per cercarlo non appena avverte che si allontana. Può accadere subito, oppure dopo mesi o anni, ma si verifica quasi regolarmente e ciò rende difficile il distacco completo, a meno che gli schemi psicologici, emotivi, cognitivi e comportamentali dell’individuo dipendente non siano profondamente e drasticamente mutati.

Per spezzare gli schemi della dipendenza affettiva occorre per prima cosa abbandonare la logica e mettere da parte il buon senso comune. Lo dimostra il fatto che chi vive una storia di mal d’amore a livello razionale comprende perfettamente l’assurdità e la patologia del proprio attaccamento e, malgrado ciò, è incapace di uscirne. Inoltre, la tendenza a parlare con gli amici del proprio problema circonda il dipendente affettivo di consiglieri che lo esortano a cambiare facendo leva proprio sulla logica senza ottenere altro risultato che aggravare il suo senso di inadeguatezza e di disperazione.

Nella palude del mal d’amore, dove ogni vicenda è diversa e irripetibile, è difficile individuare strategie universali per svincolarsi. Tuttavia, quattro accorgimenti possono rivelarsi utili allo scopo:
1)     assumersi la responsabilità della dipendenza relazionale;
2)     riconoscere gli schemi dell’altro;
3)     recuperare l’autostima: cambiare il linguaggio;
4)     attenersi al principio di reciprocità.

Assumersi la responsabilità della dipendenza relazionale
Per uscire da una dipendenza affettiva è importante capire che solo chi la patisce ha il potere di farlo e non può contare in alcun modo sull’aiuto del partner. Giungere a questa consapevolezza è già un passo verso la liberazione: l’altro non ci lascerà liberi, a meno che non affermiamo con forza e determinazione il nostro bisogno di amare davvero e di essere riamati. La “vittima” del mal d’amore ha in genere una percezione completamente diversa, quella di essere un ostaggio, di vivere soggiogata dalle mosse del partner, anche quando tace o si inalbera per lunghi periodi. Questa idea ostacola la decisione di interrompere il rapporto e, allo stesso tempo, alimenta la speranza vana che prima o poi le cose miglioreranno.
Molte storie di dipendenza si trascinano in sequenze interminabili di “chiarimenti, scadenze mai rispettate, riconciliazioni temporanee e accordi di pseudo-amicizia che da un punto di vista razionale dovrebbero alleviare il dolore della separazione, ma sul piano emotivo rappresentano stratagemmi per evitare il distacco.
Se una relazione procura sofferenza, occorre riconoscere che il problema viene alimentato, a livello per lo più inconsapevole, quotidianamente e continuamente. Telefonate, lettere, sms, profili facebook sono in molti casi il motore della dipendenza, perché veicolano messaggi facilmente fraintendibili, messaggi che mantengono l’ambiguità affettiva e la speranza utopistica di realizzare, prima o poi, una relazione d’amore equilibrato e funzionale.
E’ certo una considerazione banale, ma cruciale: per interrompere la dipendenza bisogna astenersi dalla comunicazione e stare a vedere cosa succede. Proprio come accade quando ci si disintossica da sostanze, dopo un periodo di sospensione dei contatti col partner, si comincia a state meglio e a vederci più chiaro. Soprattutto, si sente che il distacco non solo è possibile, ma è necessario.

Questo primo snodo dipende dalla capacità di riconoscere le proprie responsabilità nel mantenimento del problema e, allo stesso tempo, dall’esigenza di smettere di convogliare per intero la propria attenzione sull’altro allo scopo di compiacerlo per facilitare un cambiamento che non avverrà. Prendersi responsabilità vuol dire ricostruire la storia che si sta vivendo e identificare con chiarezza le volte in cui si è stati incongruenti e dissonanti con la propria intuizione. Si scopre così che la dipendenza affettiva non è che un grande auto-inganno reiterato sino all’esasperazione con l’obiettivo di realizzare a tutti i costi “un modello amoroso interiorizzato”, un’utopia, e di farlo a prescindere dalle qualità dell’altro e dal suo contributo alla relazione.

Un elemento che mi colpisce nelle storie dei miei pazienti è che sin dalla prima conoscenza la gran parte di loro non provava alcun interesse verso la persona che poi è diventata ossessione. “Non mi piaceva proprio”, “Sentivo che non era il mio tipo”, ho sentito centinaia di volte queste parole come fossero scritte nel copione del mal d’amore. E il copione comincia con la decisione di investire sulla storia, sebbene l’intuizione suggerisse da subito l’esatto contrario. Ipotizzo che, al di là dell’apparenza emotivamente sconsolante e del grado di instabilità esistenziale che procura, il mal d’amore sia in realtà provocato e mantenuto dalla ragione e non dal cuore o, per meglio dire, dipenda dalla scissura che si produce progressivamente tra razionalità ed emotività. Si vuole credere (parte razionale) di amare perché se ne ha bisogno e, in virtù di questo bisogno (parte emotiva) si intraprende la storia; poiché si investe sentimentalmente, per un principio di coerenza cognitiva, ci si convince gradualmente di essere innamorati e di amare, illusione che aumenta mano a mano che l’altro frustra le nostre aspettative. Sempre per un principio di coerenza cognitiva, a fronte dei comportamenti improvvisamente incostanti del partner – che appaiono illogici – il dipendente affettivo costruisce un castello di sabbia fatto di razionalizzazioni finalizzate a proteggere e rinforzare l’utopia. Gli indizi più evidenti di tali razionalizzazioni sono il tentativo di giustificare le mancanze del partner, rivolgendo contro di sé ogni responsabilità sulla deriva del rapporto.
Assumersi la responsabilità della dipendenza significa acquisire un nuovo sguardo sulla vicenda “amorosa” e riconoscere il ruolo dei nostri comportamenti, pensieri ed emozioni nel tenere in piedi qualcosa che non regge e che, soprattutto, non è amore ma dipendenza.
Enrico Maria Secci, Blog Therapy


http://enricomariasecci.blog.tiscali.it/2015/02/23/spezzare-gli-schemi-della-dipendenza-affettiva-prima-parte/
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CONTINUA NEI PROSSIMI GIORNI
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Per approfondimenti:
“I narcisisti perversi e le unioni impossibili. Sopravvivere alla dipendenza affettiva e ritrovare se stessi” di Enrico Maria Secci  disponibile in formato cartaceo e digitale in tutte le librerie online
libro cartaceo: http://www.youcanprint.it/youcanprint-libreria/saggistica/i-narcisisti-perversi-e-le-unioni-impossibili.html
ebook: http://www.youcanprint.it/youcanprint-libreria/didattica-e-formazione/i-narcisisti-perversi-e-le-unioni-impossibili-ebook.html 
“Gli uomini amano poco” Amore, coppia, dipendenza di Enrico Maria Secci  disponibile in formato digitale in tutte le librerie online
ebook: http://www.youcanprint.it/youcanprint-libreria/saggistica/gli-uomini-amano-poco-ebook.html 



Nel 1977 l’archeologo greco ‪‎ManolisAndronikos‬ riporta alla luce, nella necropoli reale di Vergina, la tomba inviolata del re di Macedonia ‪‎Filippo II‬. La sensazionale scoperta del monumento funebre, che si contraddistingue per le notevoli dimensioni e per la straordinaria bellezza, contribuisce a riaccendere l’interesse per Filippo II e per il figlio, ‪Alessandro il Grande‬.



Nel 1977 l’archeologo greco ‪‎ManolisAndronikos‬ riporta alla luce, nella necropoli reale di Vergina, la tomba inviolata del re di Macedonia ‪‎Filippo II‬.
La sensazionale scoperta del monumento funebre, che si contraddistingue per le notevoli dimensioni e per la straordinaria bellezza, contribuisce a riaccendere l’interesse per Filippo II e per il figlio, ‪Alessandro il Grande‬.



Nonostante la fama di uomo burbero e di re crudele, Filippo II fu molto valoroso in battaglia. Fu l'artefice principale della potenza militare macedone. Grazie ad importanti innovazioni (prima fra tutte la formazione di combattimento oplitica detta "falange", che con le sarisse mieteva vittime come un rullo compressore) riuscì, dopo Cheronea verso il 340 a. C., ad ottenere l'egemonia su tutta la Grecia. A nulla valsero le famose "Filippiche" di Demostene per mettere in guardia gli Ateniesi e tutti i Greci dal pericolo macedone. Morì vittima di una congiura e a lui successe il giovanissimo figlio, il futuro Alessandro Magno.  
Secondo la tradizione, pare che l'epitaffio sulla tomba di Alessandro Magno recitasse così: 
"Un sepolcro ora basta a colui per il quale il mondo non era grande abbastanza". 
Tornando alla tomba, a fine settembre dello scorso anno è stato ritrovato ad Anfipoli, in Macedonia, un enorme sepolcro che, secondo gli esperti, potrebbe essere la tomba del leggendario condottiero. L'indizio più importante, tra l'altro, è il perimetro esterno della tomba: di forma circolare e sviluppantesi per circa cinquecento metri: proprio come il sepolcro del padre, Filippo II.


La facciata della tomba di Filippo II
Museo delle Tombe Reali di Vergina

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