mercoledì 11 luglio 2018

Carlo Magno: dalla guerra contro i Sassoni all'incoronazione imperiale

Carlo Magno: dalla guerra contro i Sassoni all'incoronazione imperiale
 Vita Karoli Magni [VII-IX, XVII, XXV, XXVIII] di Eginardo 
Tratto da: Documenti storici, a cura di Rosario Romeo e di Giuseppe Talamo, vol. I, Il Medioevo, Torino, Loescher, 1983, pp. 34-39. 

Finita questa guerra (contro i Longobardi) fu ripresa quella contro i Sassoni, che pareva in qualche modo interrotta. Nessun'altra fu più lunga, più atroce, più penosa per il popolo franco, poiché i Sassoni, come quasi tutti i popoli stanziatisi in Germania, erano di carattere violento, dediti al culto dei demoni e ostili alla nostra religione, e non ritenevano disonorevole violare o trasgredire le leggi divine e umane. 

V'erano inoltre delle cause che ogni giorno potevano mettere in pericolo la pace: 
poiché i confini tra il nostro e il loro territorio erano tracciati quasi dovunque in pianura, eccettuati alcuni punti, nei quali boschi alquanto vasti o gioghi montuosi, frapponendosi, delimitavano nettamente i rispettivi territori, alle frontiere avvenivano continuamente stragi, rapine, incendi per opera degli uni e degli altri. Tali incidenti esasperarono i Franchi a tal punto, che giudicarono dignitoso non più render la pariglia, bensì affrontarli in una guerra aperta. Contro di essi, pertanto, fu intrapresa la guerra, che fu combattuta per trentatré anni consecutivi con grande accanimento da entrambe le parti, ma con danno maggiore per i Sassoni che per i Franchi. 

Essa, in verità, sarebbe potuta finire prima, se l'avesse permesso la perfidia dei Sassoni. 
È difficile dire quante volte essi, vinti e supplici, si arresero al re, promisero di eseguire gli ordini ricevuti, consegnarono senza indugio gli ostaggi richiesti, ricevettero ambasciatori; come certe volte furono ridotti a tanta soggezione e debolezza, da assicurare persino di volere abbandonare il culto dei demoni e sottomettersi alla religione cristiana. Ma, come talvolta furono inclini a rispettare tali impegni, così furono sempre pronti ad annullarli, tanto che non si riesce a stabilire a quale di queste due tendenze si possa dire fondatamente che essi si volgessero con maggiore facilità; ciò perché dall'inizio della guerra non passò un solo anno, si può dire, senza che essi facessero un voltafaccia simile. 

Ma la grandezza d'animo del re e la sua costante perseveranza nella buona e nella cattiva sorte non potevano essere vinte dalla loro volubilità né fiaccate al punto da farlo rinunziare alle sue imprese. Egli, infatti, non tollerò mai che essi restassero impuniti, quando si comportavano in siffatto modo, ché anzi fece vendetta della loro perfidia e inflisse loro la meritata punizione o guidando personalmente una spedizione militare o affidandone il comando ai suoi conti. Così, sbaragliati tutti gli abituali riottosi e ridottili in suo potere, giunse a rimuovere e a deportare, insieme alle mogli e ai figli, diecimila di quelli che abitavano le due rive del fiume Elba, e li disperse in numerosi gruppetti attraverso la Gallia e la Germania. 

Si sa che la guerra, trascinatasi per tanti anni, si concluse con questa condizione, imposta dal re e da loro accettata, cioè che i Sassoni, abiurato il culto dei demoni e abbandonati i patrii riti, ricevessero i sacramenti della fede e religione cristiana e, unitisi ai Franchi, formassero con questi un popolo solo. Durante questa guerra, che pure durò molto a lungo, egli scese personalmente in campo di battaglia non più di due volte, prima nei pressi del monte Osning, in un luogo chiamato Detmold, poi vicino al fiume Haase, l'una e l'altra volta nel medesimo mese, anzi a pochi giorni di distanza. In questi due combattimenti i nemici subirono una disfatta così grave, che non osarono più provocare a battaglia il re né resistere alle sue avanzate, se non quando erano protetti da qualche riparo naturale. Tuttavia in questo conflitto perdettero la vita parecchi tra i nobili sia franchi sia sassoni che ricoprivano alte cariche. 

Finalmente esso terminò dopo trentatré anni; ma nel frattempo tanto e così grandi guerre contro i Franchi scoppiarono nelle diverse parti del mondo e furono condotte dal re con tanta abilità, che a chi ci riflette può sorgere ragionevolmente il dubbio se in lui si debba ammirare di più la resistenza alla logorante attività o la buona fortuna. Questa guerra, infatti, ebbe inizio due anni prima di quella d'Italia; e sebbene fosse combattuta senza interruzione, tuttavia nessuna di quelle attività che si dovevano svolgere altrove fu abbandonata e in nessuna parte furono interrotti conflitti egualmente laboriosi. 

Il fatto è che il re, il quale, rispetto a tutti gli altri sovrani del suo tempo, era il più insigne per grandezza d'animo, quando vi era qualcosa da intraprendere o da condurre a termine, non evitò mai i disagi né ebbe mai paura dei pericoli, ma, divenuto capace di affrontare e sostenere ogni situazione secondo le circostanze, per abitudine non si lasciava abbattere dalle avversità, e nei momenti di successo non si faceva affascinare dalle false lusinghe della fortuna. 

Mentre si combatteva assiduamente e quasi in continuazione contro i Sassoni, egli, disposte delle guarnigioni nei punti strategici dei confini, attaccò la Spagna con tutte le truppe disponibili. Dopo aver valicato la catena dei Pirenei, accettò la resa di tutte le fortezze e i castelli che trovò sul suo cammino e rientrò con tutti i soldati sani e salvi, se si eccettua il fatto che, lungo la via del ritorno, proprio sulla catena dei Pirenei gli toccò di provare un po' la perfidia dei Baschi: ché, mentre l'esercito marciava snodandosi in una lunga fila, così lo permetteva la strettezza del passo, i Baschi, preparata un'imboscata sulla vetta di un monte - giacché quel luogo si presta agli agguati per i folti boschi che vi abbondano -, si precipitarono dall'alto e spinsero nella valle sottostante gli ultimi carriaggi e i soldati che, marciando in appoggio della retroguardia, proteggevano il grosso che stava avanti; poi, ingaggiata la lotta, li uccisero tutti fino all'ultimo e, saccheggiati i bagagli, si dispersero alla spicciolata con straordinaria rapidità, protetti dal favore della notte incombente. In questa circostanza i Baschi erano avvantaggiati dalla leggerezza delle loro armi e dalla conformazione del terreno su cui avveniva lo scontro, mentre i Franchi, in confronto ai Baschi, erano svantaggiati sotto tutti i rispetti dal peso delle loro armi e dal dislivello del terreno. In questa battaglia caddero il siniscalco Eggiardo, il conte del palazzo Anselmo e il duca della marca di Bretagna Orlando, insieme a parecchi altri. E questo insuccesso non poté essere vendicato immediatamente, perché i nemici, fatto il colpo, si dispersero con tale abilità da non lasciare neppure un indizio del luogo in cui li si sarebbe potuti cercare. [...]. 

Sebbene si dimostrasse tanto grande nell'ampliare il suo regno e nel sottomettere i popoli stranieri, e per quanto fosse impegnato continuamente in siffatte occupazioni, tuttavia intraprese in diversi luoghi moltissime opere di ornamento e di utilità pubblica, e alcune le portò a compimento. Le più notevoli tra esse possono essere meritatamente considerate la basilica della Santa Madre di Dio ad Aquisgrana, opera di mirabile struttura, e il ponte sul Reno a Magonza, lungo cinquecento passi, quanto è largo, appunto, il fiume in quel tratto. Esso, però, fu distrutto da un incendio un anno avanti la sua morte e non poté essere ricostruito a causa della sua fine prematura, benché egli avesse in animo di rifarlo di pietra anziché di legno. Cominciò a costruire anche due palazzi di eccellente fattura, uno non lontano dalla città di Magonza, nei pressi della tenuta denominata Ingilenheim, l'altro a Nimega, sul fiume Waal, che scorre lungo la costa meridionale dell'isola dei Batavi. Ma soprattutto, quando venne a sapere che in una parte qualsiasi di tutto il suo regno c'erano edifici sacri caduti in rovina per vetustà, ne impose il restauro ai vescovi e ai prelati competenti per giurisdizione, controllando accuratamente l'esecuzione degli ordini per mezzo dei suoi rappresentanti. [...] 

Era dotato di eloquio facile ed esuberante ed era capace di esprimere con la più grande chiarezza tutto ciò che voleva. Non contento di conoscere soltanto la propria lingua materna, si dedicò anche allo studio delle lingue straniere, tra le quali apprese così bene la latina, che abitualmente si esprimeva con uguale padronanza in questa lingua o nella sua lingua materna, mentre la greca era in grado di capirla più che di parlarla. E in verità aveva una tale facilità di parola, da apparire financo un po' prolisso. Coltivò le arti liberali con grande passione, e poiché nutriva una profonda venerazione per coloro che le insegnavano, tributava loro grandi onori. Per lo studio della grammatica, ascoltò le lezioni del diacono Pietro da Pisa, che allora era vecchio; per le altre discipline ebbe come maestro Albino, detto Alcuino, anche lui diacono, un Sassone venuto dalla Bretagna, l'uomo più dotto in qualsiasi campo; sotto la sua guida spese moltissimo tempo e fatica nello studio della retorica, della dialettica e particolarmente dell'astronomia. Si dedicava all'apprendimento dell'arte del calcolo e con estrema curiosità indagava il corso degli astri, applicandovisi con la sua acuta intelligenza. Tentò anche di scrivere, e a questo scopo aveva l'abitudine di spargere sotto i guanciali del suo letto tavolette e foglietti di pergamena, per abituare la mano a tracciare le lettere, quando aveva un po' di tempo libero; ma quest'applicazione intempestiva, perché iniziata troppo tardi, ebbe poco successo.

[...] L'ultimo viaggio non fu determinato soltanto da questi motivi, bensì anche dal fatto che i Romani avevano usato molte violenze al pontefice Leone - tra l'altro, gli avevano cavato gli occhi e amputato la lingua -, e l'avevano costretto a implorare la protezione del re. Venuto a Roma per ristabilire la situazione della Chiesa, che si era fatta troppo confusa, vi si trattenne per tutto l'inverno. Allora ricevette il titolo di imperatore e di augusto. 
In un primo momento ne fu tanto scontento da dichiarare che quel giorno, sebbene fosse quello di una festa importante, non sarebbe entrato in chiesa, se avesse potuto conoscere in precedenza il disegno del pontefice. Sopportò, tuttavia, con grande pazienza la gelosia degl'imperatori romani, indignati per il titolo che aveva accettato; e con la sua magnanimità, per la quale senza dubbio era di gran lunga superiore ad essi, riuscì a vincere la loro ostinazione, inviando loro frequenti ambascerie e chiamandoli fratelli nelle sue lettere.

http://dizionaripiu.zanichelli.it/storiadigitale/media/docs/0377.pdf


LA DEPORTAZIONE DEI SASSONI * * * IL CAPITOLARE SASSONE.

ANNO 785 d.C
*** GERMANIA - Terminate le rivolte, Carlomagno e Vitichindo giungono a una pace.
Ma alla Sassonia i Franchi applicano leggi durissime, (con il cosiddetto Capitolare Sassone)
Da quando Carlomagno -come abbiamo già accennato nelle precedenti pagine • aveva ottenuto dopo il Natale celebrato a Roma, la resa del popolo
guidata dal ribelle VITUCHINDO, seguita dalla strage di 4500 capi suoi seguaci, il re franco, dopo tre anni di guerra sanguinosa conclusa in quel cruento modo, aveva iniziato una vera e propria sistematica deportazione dei sassoni in Francia, e un rimpiazziamento di coloni francesi nelle terre dove quelli venivano strappati.

Una prima "spedizione", dal suo quartier generale fissato a Eresburg, Carlo la organizza subito quest'anno. Dopo due anni di permanenza in zona, ci furono amichevoli approcci con Viduchindo e gli altri nobili sassoni con lui schierati. Il giorno di Natale del 785 Viduchindo e i suoi uomini si presentarono ad Attigny, furono battezzati e se ne andarono via come sudditi fedeli, con molti ricchi doni. Lo stesso Viduchindo ricevette da Carlomagno un reliquiario in oro tempestato di pietre e perle che oggi si trova nel Staatliche Museeum di Berlino.

Dopo tre anni di guerra sanguinosa, la Sassonia, la cui conquista è stata condotta in maniera spietata da Carlo, è sottomessa e, col "Capitolare Sassone", è sottoposta a un regime di rigorosa disciplina, un vero e proprio stato d'assedio.

Questo fu un successo importante non solo politico ma anche religioso, a Roma il papa fece festeggiare con una processione e preghiere di ringraziamento la felice conclusione.

Viduchindo uscì cosi di scena, ma rimase sempre nella memoria del suo popolo e divenne il protagonista di numerose leggende. In seguito le più potenti famiglie si onoravano di averlo come antenato e perfino la chiesa e la letteratura ecclesiastica si servirono di lui quando gli fece comodo. Le sue ossa iniziarono a fare miracoli, fu celebrato come santo e fu onorato per i secoli a venire.

Tuttavia le guerre ai sassoni non terminarono con questa conclusione, nel 792 ci furono ancora delle sollevazioni contro Dio, il re e i cristiani; si disse che era una reazione nazionale di tribù pagane; ma in realtà forse erano le eccessive imposte della decima che subito il clero di Carlomagno obbligò i Sassoni a pagare. La testimonianza ci viene da Alcuino lo storico al servizio di Carlo che scrive "...se il facile giogo e il leggero fardello di Cristo fossero stati predicati agli ostinati sassoni con la stessa insistenza con cui venivano riscosse le imposte o si pretendevano durissime penitenze anche per peccati lievi, essi non si sarebbero probabilmente sottratti al battesimo", cosi' scrisse Alcuino, non senza ironia.

Di ribellioni ne seguirono altre: nel 797, nel 798, nel 799.
n particolare nell'804 intere zone della Sassonia, in particolare nella zona settentrionale e in quella della Nordalbingia città e paesi si videro privati della loro popolazione, poiché gli uomini venivano portati via con mogli e figli. E' certo che una percentuale non indifferente del popolo sassone in quel periodo venne strappata al suolo natio, perché ancora nei secoli posteriori se ne trovano tracce nelle regioni franche e alamanne.

La guerra, pur con delle interruzioni, durerà trentadue anni. 
Si può considerare terminata solo quando il vasto territorio germanico fino all'Elba entrava definitivamente a far parte dell'impero franco. Carlo portò così a compimento, con una costanza ammirevole, ma anche in maniera spietata, il suo proposito di sottomettere oppure annientare i sassoni.

Questi, a loro volta, non vanno visti come ostinati pagani che si opponevano alla grazia della civiltà cristiana che Carlo voleva imporre, ma piuttosto vanno ammirati come un popolo particolarmente fiero e risoluto che difendeva le proprie caratteristiche nazionali. Diciamo che i sassoni furono sacrificati al grande sviluppo centrale carolingio, che a quel tempo era il fattore dominante nella formazione politica dell'occidente.

Non riuscirono a resistere alle inevitabili esigenze del progresso che a suo modo Carlo voleva imporre in tutti i territori, ritenendoli utili alla difesa del suo impero che andava lentamente costruendo. Con la lotta ai sassoni si cautelò al massimo, chiudendo tutte le porte alle invasioni dall'est di cui ancora a quei tempi si parlava.

https://cronologia.leonardo.it/storia/anno785.htm


LA NOTTE DI VERDEN 
A Verden, i Franchi decapitarono 4500 uomini, accusati di avere combattuto per Vitichindo, ma questi non era tra loro. Ciò rese amaro il trionfo di Carlo, di Teodorico e degli altri Pari che, non usi a uccidere gli inermi, giunsero con sicuro imbarazzo al loro più malaugurato appuntamento con la storia. Non c'era però altro da fare, se non si voleva minare irrimediabilmente lo spirito dell'armata, desolato da una seconda Roncisvalle. Il Re diede l'esempio, decapitando il primo prigioniero con un colpo netto della sua spada di nome Gioiosa (Joiuse), chiamata secondo altre versioni Alfachiara (Hatóeclere) per la fama che aveva di "cantare in combattimento con voce nitida e argentina". Gli altri paladini fecero la loro parte, almeno una esecuzione a testa. Subentrarono poi i carnefici di professione, usando presumibilmente asce anziché spade. 

Tre anni dopo la notte di Verden crollava il mito di Vitichindo, che insieme al fratello Abbio chiedeva (e otteneva) di essere battezzato, aprendo così la strada all'evangelizzazione della Nazione sassone. Vitichindo chiese in questa occasione quel che non si era mai curato di chiedere per i suoi uomini, cioè «garanzie per la propria incolumità». Così riportano gli Annali del Regno franco per l'anno 785, dando la curiosa notizia che Carlo accettasse, per tranquillizzarlo, di mandargli un certo numero di ostaggi. Il che appare quanto meno sorprendente, dato che a consegnare gli ostaggi erano sempre stati fino allora gli sconfitti, non il vincitore.
http://www.alcovacreativa.org/la%20notte%20di%20verden.pdf

Susanna Casciani. Mi sento in trappola, e la mia trappola sono io.

Mi sento in trappola, e la mia trappola sono io.
Susanna Casciani

Da qualche parte ho letto che siamo quello che mangiamo.
A volte ho trovato scritto che siamo i libri che leggiamo, quello per cui daremmo la vita e i sogni che abbiamo. Ho letto anche che siamo tutto quello che facciamo e diciamo, io invece credo che siamo tutto quello che abbiamo dovuto dimenticare, tutto quello a cui - per un motivo o per un altro - abbiamo dovuto rinunciare; tutto quello che non abbiamo, tutto quello che non abbiamo più.
Susanna casciani, meglio soffrire che mettere in un ripostiglio il cuore



Essere una persona sensibile vuol dire percepire un tono di voce distante durante una telefonata, riconoscere l'ansia, la paura e la tristezza nella faccia degli altri. Essere sensibile vuol dire fare caso a tutto, e con “tutto” intendo veramente qualsiasi cosa: un fiore sconfitto dal vento, un cane solo, un colore diverso del cielo, un sorriso più sentito, una parola colorata in mezzo a tante parole anonime. Essere sensibili vuol dire vivere dieci, cento, mille vite ogni giorno. Quando sei sensibile non puoi fregartene, farti gli affari tuoi, lasciar perdere. Chi è sensibile, se sa di aver ferito qualcuno si tortura per ore ed ore pensando alla sensazione che gli ha fatto provare. Chi è sensibile dura una fatica immensa. Si dovrebbe aver cura di chi è sensibile, potrebbe morire per una carezza in meno.
Susanna Casciani


Non dimenticare il bene. 
Non dimenticare le carezze, le chiamate inaspettate, i sorrisi degli sconosciuti, i fiori che continuano a crescere imperterriti, i baci improvvisi, quelli tanto attesi, le chiacchiere sotto il piumone prima di lasciarsi andare, le estati al mare e guai a fare il bagno prima delle quattro, tornare a casa e riconoscerne l’odore, sentire che è sempre lo stesso, girare l’angolo e trovare quello di cui avevi più bisogno, i sogni che non sapevi di avere, le persone che sanno chiedere scusa, quelle che abbracciano senza paura, fare l’amore guardando il cielo, che se non l’hai mai fatto devi assolutamente provare, un bicchiere di vino dopo una settimana di lavoro, chi ti vuole bene senza chiederti di cambiare, chi ti vuole bene anche quando poi cambi, l’arcobaleno e la luna che nelle foto non vengono mai belli come sono nella realtà, la magia del mondo che non si ferma mai e noi proviamo ad intrappolarla, ma niente, non è possibile, lei vaga, vola, ci attraversa, ci sconvolge e noi non facciamo che aspettare che torni dicendo a tutti “sto bene, grazie, non ho bisogno di niente”, e invece non è mai vero, e si sa, ma facciamo finta di crederci, è un tacito accordo, la tenerezza degli esseri umani che non sanno piangere insieme.
Susanna Casciani

martedì 10 luglio 2018

Tacito. La corruzione di una repubblica nasce dal proliferare delle leggi

Purtroppo come disse Tacito 
“gli uomini sono più decisi a restituire un torto che non un favore, 
poiché la gratitudine è un fardello e la vendetta un piacere”


[Nerone] scacciò Ottavia, col pretesto della sterilità;  e, subito dopo, sposò Poppea. 
Costei, da tempo sua concubina e capace di tenere in pugno Nerone, come amante prima e come marito dopo, spinse uno dei servi di Ottavia a denunciarla per una tresca amorosa con uno schiavo. 
Si specificò che il colpevole era un tale di nome Eucero, nativo di Alessandria, un suonatore di flauto. Le ancelle vennero sottoposte a interrogatorio e alcune furono indotte, con la violenza della tortura, ad ammettere il falso; ma più furono quante persistettero nel difendere la castità della padrona, e una di esse, sotto le pressanti domande di Tigellino, gli rispose: 
«Il sesso di Ottavia è più casto della tua bocca.»
Tacito, Annales


Nel 96 d.C. finisce l’impero di Domiziano,
un imperatore dispotico ed autoritario, che male sopportava il dibattito.
In quell’occasione, al finire di un’era così buia per la libertà d’espressione, uno storiografo, Tacito, scriveva «nunc demum redit animus», tradotto «ora finalmente si torna a respirare»
Tacito, Agricola, III, n. d. r.


Tutto ciò che è ignoto si immagina pieno di meraviglie
Tacito, Agricola, 98 d.c.



Con la voce avremmo perso anche la memoria stessa,
se fosse stato nella nostra facoltà tanto dimenticare quanto tacere.
Memoriam quoque ipsam cum voce perdidissemus,
si tam in nostra potestate esset oblivisci quam tacere.
Tacito, Agricola I,2


Tiberio e Germanico lanciarono una campagna contro i Desiziati.
Dopo aspre battaglie, nel settembre del 9 d.C., solo pochi giorni prima della battaglia della foresta di Teutoburgo, Batone e i Desiziati si arresero a Tiberio. Quando Tiberio chiese a Batone e ai Desiziati perché si fossero ribellati, si dice che Batone abbia risposto: «Voi Romani, dovete essere incolpati per aver mandato, come guardiani delle vostre greggi, non cani o pastori, ma lupi»
http://it.wikipedia.org/wiki/Batone_I


Auferre, trucidare, rapere falsis nominibus imperium,atque ubi solitudinem faciunt, pacem appellant.
Rubare,masscrare,rapinare,questo essi,con falso nome,chiamano impero e là dove hanno fatto il deserto,dicono d'aver portato la pace.

To ravage, to slaughter, to usurp under false titles, they call empire; and where they make a desert, they call it peace
Tacito De Agricola



Predatori del mondo intero, adesso che mancano terre alla vostra sete di totale devastazione andate a frugare anche il mare. Avidi se il nemico è ricco e arroganti se è povero. 
Gente che né l'oriente né l'occidente possono saziare. 
Solo voi bramate possedere con pari smania ricchezza e miseria. 
Rubano, massacrano, rapinano, e con falso nome lo chiamano impero. 
Rubano, massacrano, rapinano, e con falso nome lo chiamano nuovo ordine.
Laddove fanno il deserto, lo chiamano pace. 
Tacito dal De vita Iulii Agricolae, 30



Saccheggiare, trucidare e rapinare: questo, secondo taluni, significa governare un impero.
Di fatto, dove fanno un deserto dicono di aver portato la pace.
Tacito


Il crimine una volta scoperto
non ha altro rifugio
che nella sfrontatezza.
Publio Cornelio Tacito


I rapporti fondati sulla paura e sul terrore che si incute sono i meno saldi, 
infatti non appena paura e terrore vengono meno, chi smette di temere comincia a odiare. 
Tacito

Il valore non serve a nulla, la sorte domina su tutto,
e i più coraggiosi spesso cadono per mano dei codardi. 
Tacito

Irritarsi per una critica vuol dire riconoscere di averla meritata.
Tacito

Spesso anche le più gloriose virtù sono oggetto di odio,
perchè costituiscono una continua accusa per coloro che si macchiano dei vizi contrari
Tacito

Quelli che si lamentano di più sono quelli che soffrono meno. 
Tacito


La prosperità rende indolenti e vili
Tacito

La felicità rende l'uomo pigro.
Publio Cornelio Tacito

La prosperità mette a dura prova gli animi, 
perchè le disgrazie si possono sopportare ma la felicità corrompe
Tacito


La corruzione di una repubblica nasce dal proliferare delle leggi
Tacito

In uno Stato totalmente corrotto si fanno leggi a non finire
Publio Cornelio Tacito - Annales 3, 27, 16

Corruptissima Republica, plurimae leges.
Quando la Repubblica giunge all'estremo della corruzione,
si moltiplicano senza misura le leggi.
Tacito



Ma tu sei nato per vivere in tempi tali in cui è necessario fortificare l'anima con esempi di fermezza.
Tacito, Annali, cap. XVI


Caput imperare, non pedes
A comandare è la testa, non i piedi
Tacito


I successi dei malvagi e le sventure che colpiscono i buoni sono la prova dell' indifferenza degli Dei di fronte al bene e al male
Tacito


Obsequium amicos, veritas odium parit.
L'adulazione procura gli amici, la sincerità i nemici.
Tacito


Tutto ciò che è ignoto si immagina pieno di meraviglie...
Tacito


Tacito, De origine et situ Germanorum, II, IV, V]
Propendo nel ritenere i Germani una popolazione indigena, con mescolanze minime derivate da immigrazioni o contatti amichevoli, poiché una volta coloro che volevano cambiare paese arrivavano non via terra ma per mare, mentre l'Oceano, che si estende oltre senza fine e, per così dire, a noi contrapposto, è solcato raramente da navi provenienti dalle nostre zone. E poi, a parte i pericoli d'un mare tempestoso ed ignoto, chi abbandonerebbe l'Asia, l'Africa o l'Italia per andare in Germania, in mezzo a paesaggi desolati, in un clima rigido, in una terra triste da vedere e da abitarci se non per chi vi sia nato? [...] Personalmente sono d'accordo con le opinioni di coloro che ritengono che i popoli della Germania non si siano stati mescolati con persone di altre razze con dei matrimoni e che essi siano rimasti una razza a sé, incorrotta e con caratteristiche proprie. Per questo motivo anche l'aspetto fisico, nonostante il gran numero di persone, è il medesimo per tutti: occhi fieri e azzurri, chiome rossastre, corpi imponenti e adatti solo all'attacco; la resistenza alla fatica e al lavoro non è invece la stessa, sopportano pochissimo la sete e il caldo, mentre sono abituati al freddo e alla povertà per il clima e per il suolo. [...] La terra, sebbene sia alquanto diversa nell'aspetto, nel suo complesso tuttavia è piena di orride selve e di desolate paludi, più umida nelle regioni rivolte verso le Gallie, più ventosa in quelle rivolte verso il Norico e la Pannonia; abbastanza fertile, inadatta agli alberi da frutto, feconda di bestiame, ma la maggior parte di piccola taglia. Nemmeno i buoi possiedono la loro solennità e la gloria della fronte: si compiacciono del loro numero e quelle sono le uniche e ricercatissime ricchezze. Non so se gli dei hanno negato loro l'oro e l'argento per benevolenza o per ostilità. Né tuttavia ho affermato che in Germania non esiste alcun filone di argento o di oro: chi difatti ha esplorato questo paese? Né sono assolutamente indeboliti dal loro possesso e uso al contrario di noi Romani. [...] I popoli confinanti considerano di valore qualsiasi cosa in oro e argento per gli scambi commerciali, non conoscono e scelgono bene certe forme del nostro denaro: le tribù delle zone interne utilizzano il più semplice e più antico scambio delle merci.



Sine ira ac studio
Tacito, Annales (1,1,3)
Sine ira et studio (lett. «senza animosità e simpatia» o «senza ira né pregiudizi») è un'espressione latina con la quale Tacito negli Annales (1, 1, 3) dichiara la sua intenzione di esporre i fatti storici narrati con assoluta imparzialità e obiettività.
(wikipedia)


Al fine di rispettare tale intenzione programmatica, anticipata in altra forma dallo storico greco Tucidide, Tacito riporta molte interpretazioni dello stesso avvenimento (talora anche solo delle voci non verificate), senza prendere aperta posizione a favore di una di esse. Tacito non altera mai i fatti narrati, ma un simile modo di procedere nell'indagine storica lo porta inevitabilmente, secondo certi storici, a privilegiare alcuni aspetti a scapito di altri, spesso indirizzando il lettore ad una ben precisa interpretazione e venendo meno ai suoi stessi propositi.
Questa espressione ha avuto una grande fortuna ed è utilizzata ogniqualvolta ci si riprometta di giudicare in modo equo e imparziale qualcuno. Per questo motivo è diventata un motto che esorta i giudici a esercitare una "giustizia giusta".




La delocalizzazione è un vizio antico.
Da Tacito "at hercule olim Italia legionibus longiquas in provincias commeatus portabat, nec nunc infecunditate laboratur, sed Africam potius et Aegyptum exercemus, navibusque et casibus vita populi Romani permissa est ", Annales XII, 43
"eppure, per Ercole, una volta l'Italia mandava vettovaglie per le legioni in province lontane, né oggi la terra soffre di sterilità, ma noi preferiamo far coltivare l'Africa e l'Egitto, e la vita del popolo romano è affidata ai rischi della navigazione".


"L'inverno seguente fu impegnato nell'attuare i più salutari provvedimenti, infatti Agricola cominciò in colloqui particolari a dar buoni consigli a quegli uomini dispersi e rozzi e perciò facili alle guerre, perché si abituassero, per mezzo di occupazioni dilettevoli, alla tranquillità e alla pace; li aiutava, poi, in forma ufficiale a costruire templi, piazze, case, lodando i solerti, sferzando i pigri: così che la gara per la conquista della lode veniva a sostituire efficacemente la costrizione. Prese, inoltre, a istruire nelle arti liberali i figli dei capi, mostrando di tenere in maggior conto le doti naturali dei Britanni piuttosto che la cultura dei Galli, in modo che coloro, i quali prima disprezzavano la cultura dei Romani, aspirarono, poi, a possedere la loro arte oratoria. Di qui venne ai Britanni l'abitudine alla nostra foggia di vestire e l'uso frequente della toga; a poco a poco essi si abbandonarono anche alla seduzione dei vizi, alle raffinatezze dei portici, dei bagni, dei conviti: ignari, essi chiamavano civiltà tutto questo, che null'altro era se non un aspetto della loro servitù."
Agricola, 20



Ogni volta che penso alle cause della guerra e alla situazione in cui ci troviamo, nutro la grande speranza che questo giorno e la vostra unione siano per tutta la Britannia l'inizio della libertà. Perché per voi tutti che siete qui e che non sapete cosa significhi la servitù, non esiste altra terra oltre questa e neppure il mare è sicuro, da quando su di noi incombe la flotta romana. Per questa ragione, nel combattere, scelta gloriosa dei forti, troverà sicurezza anche il codardo. I nostri compagni che si sono battuti prima di adesso con diversa fortuna contro i romani avevano in noi l'ultima speranza di aiuto, perché noi, i più rinomati di tutta la Britannia - perciò vi abitiamo proprio nel cuore, senza neanche vedere le coste dove risiede chi ha accettato la servitù - avevamo persino gli occhi non contaminati dalla schiavitù. Noi, che siamo al limite estremo del mondo e della libertà, siamo stati fino a oggi protetti dall'isolamento e dall'oscurità del nome. Ora, tuttavia, si aprono i confini ultimi della Britannia e l'ignoto è un fascino. Ma dopo di noi non ci sono più altre tribù, ma soltanto scogli e onde e un flagello ancora peggiore, i romani, contro la cui prepotenza non servono come difesa neppure la sottomissione e l'umiltà. Razziatori del mondo, adesso che la loro sete di universale saccheggio ha reso esausta la terra, vanno a cercare anche in mare: avidi se il nemico è ricco, arroganti se povero, gente che né l'oriente né l'occidente possono saziare. Loro bramano possedere con uguale smania ricchezze e miseria. Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero. Fanno il deserto, e lo chiamano pace.



Tacito, Agricola XXX,4. Calcago, comandante britanno, presenta l'imperialismo romano come uno sfruttamento sistematico del patrimonio economico dei popoli sottomessi,come una distruzione dei loro vincoli sociali e delle loro risorse umane.

 "La figura diAgricola incarna la virtù della medietas, cardine dell’etica classica: è l’uomo politico che ha servito lo Stato con fedeltà, onestà e dedizione, pur vivendo in un’epoca di tirannide. È la via mediana da seguire tra gli estremi del servilismo abietto, da un lato, e la sterile opposizione – spesso sfociante nel suicidio stoico – dall’altra. Un esempio da consegnare alla Storia".
 (http://www.letteratu.it/2012/02/un-ritratto-leggendario-l-agricola-di-tacito/)




di Gian Domenico Mazzocato

L’agricola di Tacito l’individuo davanti al potere    


Clarorum uirorum facta moresque posteris tradere,
antiquitus usitatum,
ne nostris quidem temporibus quamquam incuriosa suorum aetas omisit,
quotiens magna aliqua ac nobilis uirtus uicit ac supergressa est
uitium paruis magnisque ciuitatibus commune,
ignorantiam recti et inuidiam.
Sed apud priores ut agere digna memoratu
pronum magisque in aperto erat,
ita celeberrimus quisque ingenio
ad prodendam uirtutis memoriam sine gratia aut ambitione
bonae tantum conscientiae pretio ducebatur.

(Tacito, Agricola 1, 1)



84 dopo Cristo, estate avanzata, propaggini meridionali dei monti della Caledonia. I Caledoni stanno per gettare nella battaglia decisiva le loro ultime forze, 30mila guerrieri fatti affluire da ogni landa della regione. Li guida Calgaco, “insigne tra tutti i comandanti per valore e nobiltà”[1].

È la settima (sarà anche l’ultima) campagna militare contro i fieri e duri abitanti di quei luoghi.

Il contingente romano è agli ordini di Gneo Giulio Agricola, un coloniale di nobile e antica famiglia, nato nella Gallia Narbonese 44 anni prima, a Forum Iulii, l’odierna Frejus. Possedeva, come dice Tacito, una connaturata prudenza e sapeva facilmente comportarsi anche tra magistrati civili[2]. Ha alle spalle una rapida carriera civile e militare. Console a 37 anni, alla fine del suo mandato si è visto affidare da Vespasiano il fronte più tormentato d’Europa, la Britannia.

“Sarebbe ingiusto, dice Tacito, nei riguardi delle virtù di un simile uomo, lodare soltanto l’integrità e il disinteresse. La fama, poi, egli non se la procurò ostentando i suoi meriti o con intrighi (così fanno in molti, anche se sono uomini onesti): si tenne lontano dalla competizione con i colleghi e dalle beghe contro i procuratori, poiché giudicava inglorioso riuscire vincitore in simili contrapposizioni ma anche vergognoso uscirne sconfitto”[3].

È dunque un uomo riservato, di grande equilibrio, ma anche molto deciso quello che sta per rivolgere l’ultima esortazione ai suoi uomini. Tacito gli pone in bocca parole vibranti come un giavellotto ben bilanciato, taglienti come un gladio affilato:

“Vinciamo e tutto ci sarà facile, perdiamo e avremo tutto contro. Abbiamo fatto tanta strada, superato foreste, guadato fiumi: bello e glorioso perché stavamo avanzando. Le stesse cose che oggi ci sono favorevoli, sarebbero di enorme pericolo per uomini in rotta. Noi non abbiamo la stessa conoscenza dei luoghi o ugual abbondanza di salmerie, ma solo il nostro braccio, le nostre armi, la consapevolezza che tutto risiede in loro. Dal canto mio, da molto tempo, so bene che mai reca salvezza ad un esercito o a un comandante girare le spalle al nemico. Dunque una morte onorevole è preferibile a una vita di vergogna; e salvezza e onore abitano nello stesso luogo. Del resto non c’è nulla di inglorioso cadere vicino all’estremo confine delle terre e della natura”[4]. E poi, avviandosi alla perorazione finale: “Basta con le campagne militari: chiudete con una grande giornata cinquant’anni di guerra. E provate alla repubblica che i ritardi della guerra e i motivi delle rivolte non sono mai stati colpa dell’esercito”[5].


Insomma Tacito costruisce il personaggio/demiurgo che si sente (ma fa anche sentire i suoi uomini) sullo spartiacque della storia. Un gigante, un titano che non solo vuole chiudere mezzo secolo di guerre e battaglie, non solo vuole pacificare per sempre un settore inquieto dello scacchiere politico e militare; ma vuole fare anche meglio e di più del divino Giulio Cesare. Tacito, tracciando un bilancio della ormai secolare contrapposizione tra Roma e la Britannia, annota: “Primo tra i Romani, il divo Giulio portò un esercito sul suolo britannico: pur terrorizzando gli indigeni in una fortunata battaglia e pur essendosi impadronito della zona costiera, si può dire che egli abbia indicato quella terra ai posteri, non che l’abbia trasmessa loro”[6]. Il demiurgo compie il progetto che Giulio Cesare era riuscito solo ad abbozzare.


Di ben diverso taglio sono le parole di Calgaco sul fronte opposto. Ha fatto appello all’identità, al senso di appartenenza, all’istinto di sopravvivenza. Vincere per essere liberi, o servire da sconfitti: meglio certo morire. Fa culminare il suo dire in queste parole: “Qui voi avete un capo, qui un esercito. Là vi aspettano tributi, lavori in miniera e ogni altra sofferenza da schiavi: sul terreno dovrete decidere se sopportare in eterno o vendicarvi di tutto in un sol colpo. State per andare a combattere: pensate ai vostri antenati e alla vostra discendenza”[7].


La battaglia è lunga, difficile. Agricola trionfa e le cifre a consuntivo hanno perfino qualcosa di beffardo, di irridente: “Caddero circa 10mila nemici; noi perdemmo 360 dei nostri, tra i quali Aulo Attico, prefetto di coorte, trascinato in mezzo ai nemici dalla sua baldanza giovanile e dalla foga del cavallo”[8]. Nulla contro tutto, l’ufficiale più alto in grado tra quelli perduti è appena un prefetto di coorte. E anche lui, se solo fosse stato un po’ più attento…


Tutto sembra finalizzato a costruire la figura del capo demiurgo, colui che trasforma la storia e la plasma. In quegli anni di campagna militare, tanto per fare un solo esempio, ha stravolto ogni tattica consolidata, inventando il modo di integrare tra loro le forze di terra e di mare: uno spettacolo terribile a vedersi per i barbari che comprendono di avere di fronte un nemico disperatamente invincibile: “Con Agricola la flotta divenne… parte operativa dell’esercito… la guerra avanzava insieme per mare e per terra; e spesso, nei medesimi accampamenti, fanti, cavalieri e marinai mettevano in comune provviste e allegria, vantando le loro imprese e le loro avventure. E dalle spacconerie dei soldati usciva un singolare confronto. Di qua le profonde foreste e le montagne altissime, di là le tempeste e le onde ostili: da una parte la terra e i nemici, dall’altra l’Oceano sconfitto. …lo spettacolo della flotta stordiva i Britanni, poiché ormai sembrava svelato il segreto del loro mare e preclusa ai vinti anche l’ultima possibilità di scampo”[9].


Del resto Agricola aveva mutato subito le regole non scritte di quella guerra: prima di lui si combatteva d’estate e si stava tranquilli d’inverno. Col risultato che al nemico erano concessi lunghi mesi di recupero. No, lui prende a combattere nei mesi freddi; e però gestisce bene le conquiste e la pace imposta. Perché Agricola sa “che a ben poco servono le armi se a esse tiene dietro l’ingiustizia. Dunque decise di troncare i motivi di conflittualità. Cominciò da se stesso e dai suoi, tenendo a freno il seguito… Non affidava alcun affare pubblico a liberti o a schiavi; non assumeva centurioni o soldati per spirito di parte, per raccomandazioni o suppliche, ma solo sulla base della loro bravura e della loro affidabilità”[10]. Mette ordine nel sistema di riscossione dei tributi. I Britanni non solo erano costretti a versare parte dei raccolti, ma per farlo dovevano anche subire lo scherno di attendere l’orario di apertura dei granai quando, dopo averlo versato, dovevano, nei momenti più duri della stagione, acquistare il loro stesso frumento. E magari dovevano aggiungere una mancia al funzionario incaricato. “Agricola represse questi abusi subito, già dal primo anno; restituì credito alla pace che, a causa della negligenza e dell’arroganza dei suoi predecessori, era temuta non meno della guerra”[11]. Duro, ma giusto. Spietato, ma intelligente.
Insomma il politico perfetto, il demiurgo, il protagonista della storia. Non è certo questa l’unica possibile chiave di lettura della straordinaria operetta tacitiana, ma è forte la suggestione. E forte è la spinta a pensare questa prima parte in funzione della seconda, quando Tacito metterà a confronto la virtù di Agricola con l’infingardaggine altrui.
È arrivato il momento di fare un passo indietro, per spiegare come Giulio Agricola è entrato nella vita di Tacito.
Nel 77 d. C. Tacito si fidanza con la figlia di Giulio Agricola; l’avrebbe sposata l’anno seguente, lei quattordicenne, lui poco più che ventenne. Tacito si imparentava così con un personaggio in vista che usciva allora dal consolato e si apprestava a partire come legato in Britannia. In quegli stessi anni (imperatore è Vespasiano), Tacito inizia la sua carriera politica: nell’88 (con Domiziano) è pretore, e, una volta uscito dalla pretura, si allontana, con la moglie, da Roma forse come propretore nella Gallia Belgica, forse come legato in Germania.
In quel decennio si sono bruciate prematuramente le avventure esistenziali di Vespasiano (che muore nel 79) e di Tito (che guida il principato appena per un biennio, tra il 79 e l’81). Succede loro Domiziano che, nel giudizio di Tacito, fa vivere all’impero un quindicennio devastante, in cui fu perfino difficile sopravvivere a se stessi.[12]
Il 23 agosto del 93, Agricola muore: ha 53 anni ed è, dunque, nel fiore della vita. Su quell’uomo che ancora tanto avrebbe potuto dare alla res publica, si è abbattuta la gelosia di Domiziano, invidioso dei successi ottenuti in Britannia? Tacito non dice che fu il veleno del principe a uccidere il suocero: con l’abilità che poi frutterà pagine memorabili nelle due opere maggiori, costruisce un clima di sospetto in cui singoli microeventi (come il bacio frettoloso di cui dirò tra poco), o amare riflessioni sulla natura umana costruiscono un quadro di indimenticabile tensione emotiva.
Ma Tacito è assente. Non può saziarsi di sguardi e abbracci nel momento dell’addio, non può manifestare subito il suo dolore: “Io e tua figlia non fummo provati solo dal dolore per il padre strappatoci; aumenta la nostra mestizia non averlo assistito durante la malattia, non averlo confortato durante l’agonia, non esserci saziati della sua vista e del suo amplesso. Almeno avremmo ricevuto le sue disposizioni e le sue parole, che avremmo confitto nel nostro animo. Ecco il nostro dolore, ecco la nostra ferita: averlo perduto quattro anni prima per la nostra lunga assenza. O migliore tra i padri, a onorarti e ad assisterti ha certo provveduto la tua innamoratissima moglie. Però, con troppo poche lacrime sei stato composto nel tuo sepolcro e, certo, qualcosa è mancato ai tuoi occhi, nell’ultimo barlume di luce”[13].
Certo, proprio in questa assenza struggente, matura la decisione di trasformare Agricola in mito, cioè in paradigma compiuto e rigoroso della realtà. Con una rarefazione assoluta di linguaggio, con una scarnificazione della parola e una fiducia nella scrittura (più resistente del marmo e del bronzo allo scorrere del tempo) che commuovono ed emozionano ancora oggi.
Dice nel finale, rivolgendosi allo stesso Agricola: “Io non credo che si debbano proibire le raffigurazioni in marmo e in bronzo, ma i simulacri sono fragili e caduchi, esattamente come le fattezze umane. Soltanto la figura dell’animo è eterna: per conservarla e raffigurarla non servono materia e arte, ma i tuoi stessi costumi”[14].
Ed è, in questo contesto, così alta la consapevolezza del mito da celebrare che Tacito riesce, con vertiginoso capovolgimento, a ribaltare i ruoli. Sarà lui a proporre la grandezza di Agricola anche a chi ha potuto stargli vicino più a lungo di lui: “Io vorrei anche insegnare, a tua moglie e a tua figlia, a venerare, con la memoria, il marito e il padre, ripensando ad ogni cosa che tu hai fatto e detto e abbracciando la bellezza e la nobiltà del tuo animo più ancora che del tuo corpo”[15].
È in questa temperie spirituale di grande commozione e nessuna enfasi che nasce, un quinquennio dopo la morte del proconsole, questo De uita Iulii Agricolae liber, un’opera che appartiene solo parzialmente al genere della laudatio funebris e si amplia alla biografia, alla monografia storica, all’indagine etnografica.
Lo ricapitolo per grandi linee per arrivare ai giorni in cui Agricola, consolidato (anche se non totalmente pacificato, come vorrebbe Tacito) il fronte britannico, fa il suo ritorno a Roma.
Dopo un esordio di forte taglio moralistico (il clima politico di servitù rende ingrato il lavoro di chi deve parlare della virtù e rende insopportabile l’esempio della virtù stessa, è la tesi generale), Tacito percorre brevemente la carriera politica di Agricola prima della legazione in Britannia. Seguono una descrizione della Britannia stessa e un excursus sulla politica estera romana verso quella regione prima dell’arrivo di Agricola. Poi il nucleo centrale, dal capitolo 14 al 38: è il lavoro di pacificazione (noi moderni diremmo, con parola solo apparentemente positiva, normalizzazione) dell’isola. Alla fine il ritorno, le manovre di Domiziano, la morte.
È la culminazione dell’opera, tra il capitolo 39 e il capitolo 43. Il panorama morale è dettato dalla gelosia di Domiziano, dai suoi dubbi, dai rovelli, da suoi timori. E, deve essere chiaro, Tacito non ne parla per descrivere una situazione emozionale, ma per fermare un dato politico: “Soprattutto gli era fonte di timore che il nome di un privato superasse quello dell’imperatore: invano, dunque, aveva ridotto al silenzio le attività forensi e l’onore dell’attività politica, se un altro si impossessava della gloria militare. Tutto si poteva, certo, dissimulare, ma il titolo di buon comandante era prerogativa imperiale”[16].
Per capire bene, bisogna ricordare che Domiziano aveva un singolare scheletro nel suo armadio: nell’83 aveva combattuto contro i Catti e riportato un trionfo sulla Germania. Per celebrarlo aveva travestito con parrucche e vestiti barbarici alcuni schiavi facendoli passare per prigionieri. L’episodio era forse una invenzione delle malelingue e magari un topos letterario, visto che Suetonio racconta la stessa cosa di Caligola[17]: ma la diceria era certamente sulla bocca di tutti e non contribuiva sicuramente alla buona fama di Domiziano.
Agricola è, nel cuore livoroso di Domiziano, il nemico da abbattere, ma ufficialmente è un salvatore della patria. Bisogna accoglierlo bene perché, oltre a tutto, ha in mano gli eserciti del Nord, temprati dalla guerra, e dunque una forza contrattuale enorme. Domiziano si muove con consumata abilità anche, diremmo noi oggi, sul piano mediatico: fa decretare per Agricola tutti gli ornamenti e le onorificenze del trionfo, senza che ci sia un trionfo vero e proprio con conseguente contatto con le folle. Fa poi circolare la voce che Agricola è atteso da un importante incarico, la prestigiosa provincia di Siria.
Tacito a questo punto fa apparire come una scelta personale di Agricola, come un suo atto di discrezione, quella che fu invece probabilmente una strategia preordinata dall’imperatore. Agricola arriva a Roma di notte, senza clamore. L’imperatore lo accoglie breui osculo[18], con un bacio frettoloso. Poi si mescola, anonimo, alla folla delle persone che circondano l’imperatore. Dal canto suo Agricola ha una particolare misura della riservatezza e dell’equilibrio in una Roma in cui l’apparire era il dato più rilevante: “Il suo tenore di vita era modesto, era affabile nel parlare, si faceva accompagnare da uno o due amici soltanto, al punto che tutti coloro che erano abituati a misurare la grandezza degli uomini dal loro sfarzo, guardando ed osservando Agricola si interrogavano su come si era procurata tanta fama. Ed erano ben pochi quelli comprendevano”[19].
L’invidia di Domiziano cova sotto le ceneri, anche perché quelli non sono momenti facili e gli eserciti romani subiscono rovesci in tutto il mondo: “I disastri si accumulavano sui disastri e ogni anno era segnato da lutti e da rovesci: il popolo chiedeva Agricola come comandante perché ognuno confrontava la sua energia, la sua fermezza, la sua esperienza militare con l’inerzia e la paura degli altri. È noto che queste opinioni colpirono anche le orecchie di Domiziano perché i liberti pungolavano l’animo del principe già incline al peggio: i liberti onesti lo facevano per affetto e fedeltà, i peggiori per maligna gelosia. Così Agricola era trascinato alla gloria, come in un precipizio, dal suo valore ma anche dai demeriti altrui”[20].
In ipsam gloriam praeceps: i meriti personali come abisso in cui si precipita. Il quadro non potrebbe essere più intenso. Quando arriva il momento di decidere gli incarichi proconsolari, Agricola viene avvicinato da tutta una serie di persone che, nascostamente stimolate da Domiziano, lo incitano a rifiutare, offrendosi anche di sostenerlo nel suo rifiuto, di aiutarlo a trovare scuse. Così davanti a Domiziano si consuma il rito dell’ipocrisia: il principe gli offre l’incarico, Agricola rifiuta, l’imperatore assente e Agricola lo ringrazia di aver accettato il suo rifiuto senza recriminare. E a questo punto la perfidia di Domiziano arriva al massimo. I proconsolari che rifiutavano l’incarico avevano diritto ad un indennizzo. Che ad Agricola non viene nemmeno offerto, una mortificazione grave e gratuita.
E, improvvisa, arriva la morte. Attorno alla quale un Tacito magistrale crea il clima di sospetto, pesante, abrasivo come e più di una certezza. Quello che si sussurra ha il suo culmine in una straordinaria rassegna di comparse in controluce: i liberti, i medici imperiali, le staffette che recano notizie aggiornate di minuto in minuto. E poi le cose che possono avere un significato e magari ne hanno un altro, inconfessabile.
“Il compianto cresceva quanto più girava la voce che egli fosse stato vittima di un veneficio: io non posso riferire nulla di accertato. [21] Del resto durante tutta la sua malattia lo andarono a trovare sia i liberti più influenti sia i medici imperiali con maggior frequenza di quanto siano soliti gli imperatori che sono usi far visita attraverso intermediari: forse era attenzione nei suoi riguardi, forse un modo per spiarne la fine. Si venne comunque a sapere che, nel giorno della morte, gli ultimi istanti di Agricola agonizzante furono annunziati da staffette a Domiziano, mentre nessuno credeva che in tal modo il principe affrettasse notizie che avrebbe ascoltato con tristezza. Tuttavia ostentò dolore nel portamento e nel volto: si era ormai liberato della persona che odiava ed era più abile a nascondere la gioia che il dolore. Si seppe che, letto il testamento nel quale Agricola nominava Domiziano coerede della buonissima moglie e della figlia affezionatissima, il principe se ne rallegrò come se si trattasse di un omaggio e di un segno di stima. Tanto era accecata la sua mente e tanto corrotta dall’adulazione continua, da non sapere che un padre designa coerede un principe solo quando costui è malvagio”[22].
Questa centralità di Agricola ci regala pagine memorabili e sembra funzionale a spezzare il mondo in modo manicheo: da una parte Domiziano il turpe, l’imbelle, l’invidioso; dall’altra Agricola morigerato, abile, intelligente. Tacito non va troppo per il sottile nel costruire la contrapposizione: denigra senza mezze misure Domiziano ed esalta in blocco l’azione di Agricola. Tacito mira insomma a costruire la coppia dialettica tiranno/vittima come avverrà nelle opere maggiori (Tiberio/Germanico, Nerone/Corbulone ecc).
Sarà forse possibile allora vedere in Agricola anche la proiezione delle frustrazioni di Tacito che, è vero, scrive nell’epoca piena di speranze del trapasso del principato da Nerva a Traiano, ma che ha portato avanti la sua carriera politica soprattutto sotto Domiziano. L’Agricola/demiurgo è forse un alibi morale? Vuole essere la dimostrazione incarnata che anche sotto un cattivo principe è possibile agire bene, realizzare il vantaggio della res publica, fornire un esempio da consegnare alla posterità?
L’analisi resta difficile, perché alla fine rimane comunque chiaro che Agricola ha pagato con la vita (e con gli anni più fertili) il suo ben fare. E il sospetto che si insinua nel lettore è che la colpa non sia nel cattivo principe, ma nel fatto che esista un principe, tout court. Si fa strada nello storico che sta progettando le Historiae, l’amara riflessione che a voler trovare esempi di virtù bisogna indagare nel privato, e che la virtù è sempre dei singoli, mai della res publica: “Tuttavia quest’epoca non fu tanto povera di valore da non proporre anche esempi di nobiltà: madri che accompagnano figli profughi; mogli che seguono i mariti esuli; congiunti fedelissimi; generi di grande fermezza; schiavi leali anche se sottoposti a tortura; uomini di prestigio capaci di sopportare le più dure costrizioni e perfino la morte (al punto che è possibile il paragone con le più celebrate morti dell’antichità)”[23].
Così resta memorabile la lezione con cui Tacito inizia a raccontare Agricola: “Ben poco interessano alla nostra epoca i suoi grandi uomini. Tuttavia neppure essa ha trascurato l’usanza (un tempo molto più praticata) di tramandare ai posteri le azioni e i costumi degli uomini illustri, tutte le volte che una grande e nobile virtù è riuscita a sconfiggere e a calpestare il vizio che accomuna grandi e piccole nazioni: l’ignoranza e l’odio verso la giustizia. Ma ai tempi dei nostri antenati non solo era più facile e agevole compiere atti degni di essere ricordati, ma anche i maggiori ingegni erano indotti a celebrare la virtù. E non erano spinti da spirito di parte o ambizioni personali: piuttosto si sentivano compensati dalla consapevolezza della propria onestà”[24].




La “Germania” di Tacito e la razza germanica
di Lamponi Roberto – Un saggio di dimensioni ridottissime e addirittura dimenticato per secoli, ma in grado di influenzare mentalità e ideologie di un intero popolo. Testimone del fatto che non è il contenuto di un libro ad esser nocivo per l’animo umano, ma lo è “come” l’animo umano ne interpreta il contenuto. Stiamo parlando della “Germania” scritta dallo storico e senatore romano Publio Cornelio Tacito probabilmente nel 98 d.C. Prendendo spunto da diverse fonti , in particolare dai perduti “Bella Germaniae” di Plinio il Vecchio, Tacito è autore dell’unica opera a carattere completamente etnografico pervenuta fino ai giorni nostri. Descrizioni di popolazioni che abitavano regioni al di fuori dell’Impero romano sono presenti in altre opere ma sottoforma di excursus, come ad esempio nel “De bello gallico” di Cesare.  In questo “libellus” l’autore descrive in maniera accurata e approfondita non solo l’organizzazione tribale dei cosiddetti “Germani” ma anche i loro usi, costumi, inclinazioni, comportamenti e caratteristiche fisiche. Abbiamo utilizzato volutamente le virgolette per il termine Germani perché i diversi popoli che abitavano le selve oltre il Reno e il limes romano, non erano assolutamente consapevoli di essere un grande popolo unico abitante della Germania. Infatti le tribù, che lo stesso Tacito ci elenca, sono molto numerose: Marsi, Svevi, Burgundi, Cimbri,Teutoni, Ingevoni,Erminoni,Cherusci,Gambrivi,Vandili,Tungri ecc… Alcuni sostengono che la denominazione di Germani sia stata affidata loro da Cesare che venne a contatto con diverse popolazioni e condottieri germani come Ariovisto. Tacito però ci fornisce una spiegazione ben più dettagliata: i Tungri, popolazione stanziata nella Gallia Belgica e che veniva identificata col nome di Germani, si spostò prepotentemente nelle regioni germaniche mantenendo la loro denominazione che fu poi allargata a tutte le tribù confinanti. Dopo queste coordinate generali, in questo articolo non si tratterà del contenuto riguardante la “Germania” bensì della sua storia travagliata e della sua influenza così potente tanto da divenire uno dei punti cardine della storiografia e filosofia tedesca del ‘700/’800 ma anche dell’ideologia nazista del ‘900.

Nel 1425 venne ritrovato un codice risalente al IX secolo nel monastero di Hersfeld, ovvero uno dei centri di studi monastici attivo già dall’VIII secolo. Il codice conteneva non solo la Germania di Tacito ma anche due altre sue opere minori come l’Agricola e il Dialogus de oratoribus. La notizia del ritrovamento cominciò a spargersi in Europa tant’è che umanisti come Poggio Bracciolini e Niccolò Niccoli si misero subito all’opera per cercare di ottenere il codice. Lo stesso papa Niccolò V e il cardinale Enea Silvio Piccolomini (futuro Pio II) si interessarono al manoscritto, il quale molto probabilmente venne condotto a Roma dove fu tradotto da Poggio Bracciolini per iniziativa di Niccolò V. E’ proprio da questo periodo che inizia a formarsi una sorta di esaltazione e coscienza nazionale “germanica”. Paradossalmente la scintilla che fece divampare il fuoco destinato ad accrescersi fino al Nazismo, pervenne da chi non era assolutamente né “tedesco” né “germanico” ovvero il sopra citato Enea Silvio Piccolomini. Un anno prima della sua elezione al soglio pontificio, quindi nel 1457, scrisse la sua “Germania” in cui descrisse la situazione geopolitica del Sacro Romano Impero sul modello della Germania di Tacito, estremamente dettagliata grazie ai viaggi diplomatici compiuti nei territori imperiali. Persona di fiducia dell’imperatore Federico III, tenne anche un discorso alla Dieta di Francoforte per sollecitare una crociata contro gli Ottomani, in cui si esaltavano le qualità germaniche e si cercava di identificare gli antenati Germani con i tedeschi contemporanei e in cui naturalmente un ruolo principale era occupato dalla Chiesa di Roma. Il Cinquecento poi rappresentò un secolo di svolta non solo a livello etnico e filosofico ma anche religioso. Si fa sempre più strada l’idea che gli antichi Germani fossero stati un popolo unico ma con rami diversi. Il teologo e umanista tedesco Jakob Wimpfeling scrisse diverse opere di stampo patriottico e nazionalistico come la Germania dove vuole dimostrare la “teutonicità” dell’Alsazia, e “L’Epitome rerum Germanicarum”. Gunzburg traduce in volgare la “Germania” di Tacito e viene sempre di più esaltata e glorificata la figura di Hermann cioè Arminio, capo dei Cherusci e principale autore della disfatta romana di Teutoburgo.  La “vittoria germanica” di Teutoburgo e lo stesso Arminio cominciano a essere quasi oggetto di venerazione, simbolo dello spirito tedesco ribelle a Roma, alla sua Chiesa e alle sue leggi. Teorie ed esaltazioni molto ben messe in mostra dalla dottrina riformista e da Martin Lutero. Tacito parla inoltre di come nei  loro antichi poemi essi esaltino un certo Tuysco, un dio nato dalla terra, padre di Manno cioè il progenitore della razza germanica. In questo periodo e,soprattutto nel ‘600, si compie la completa trasposizione di Tuysco a Teuto, il Dio della razza endogena e teutonica. Il manoscritto passò quindi nelle mani dell’umanista Stefano Guarnieri di Osimo, il quale operò delle integrazioni e sistemazioni. E’ il 1700 però il secolo in cui viene a delinearsi un vero e proprio spirito e carattere della nazione tedesca e, clamorosamente, un’ulteriore spinta giunse dall’estero: Montesquieu nel suo “Spirito delle Leggi” del 1748 elabora il concetto di determinismo climatico ed esalta la Germania come prototipo di società libera. La corrente determinista incontrò un largo consenso, diversi autori cominciarono o continuarono a sviluppare teorie riguardanti il rapporto tra clima e uomo, giungendo a una netta contrapposizione tra popoli germanici e popoli latini. Lo svizzero De Bonstetten  nella sua “La Scandinavie et les Alpes” mette in contrapposizione l’uomo del nord con l’uomo del sud, oltre che a esaltare il mondo mitologico, sognante e nostalgico dell’Europa settentrionale.  Di assoluta importanza è la formazione a livello spirituale ed ideologico di un Volk che ha saputo recuperare la purezza linguistica e culturale degli antenati germanici; concetto che troverà poi la sua apoteosi nella Germania hitleriana. Il secolo successivo, il 1800, possiamo definirlo senza ombra di dubbio il secolo della pratica e dell’azione: Fichte dal 1807 tiene circa quaranta “Discorsi alla nazione germanica”, al Volk viene affidato un Reich con Bismarck nel 1871, Blumenbach studia approfonditamente la razza bianca caucasica definendo le espressioni di brachicefalo (cranio largo) e dolicocefalo (cranio allungato) e prolifera il movimento Volkisch che aveva come punti principali l’esaltazione di un “carattere popolare” puro e il Volkstum ovvero l’insieme di tutte le espressioni e tradizioni folkloristiche di un Volk o di una minoranza etnica. Un ulteriore impulso venne dato anche dal francese Gobineau con il suo “Saggio sulla diseguaglianza delle razze umane”.

Discorso a parte merita il XX secolo.
Il manoscritto del Guarnieri venne ritrovato nel 1902 a Jesi (Codex Aesinus) nella biblioteca del conte Guglielmi Balleani dal prefetto della Biblioteca Apostolica Vaticana, Marco Vattasso che a suo volta lo affidò allo studioso Cesare Annibaldi per esaminarlo. In Germania intanto, oltre alle teorie pangermaniste, viene fondato il NSDAP o Partito Nazista e Hitler pubblica una sorta di programma politico del partito e del nuovo ordine che intende dare alla Germania: il Mein Kampf. Le sue idee incontrano sempre più un largo consenso, soprattutto a fine anni ’20- inizi ’30, quando riesce ad arrivare al potere. E’ in questo periodo e con l’ideologia nazista che la “Germania” di Tacito e la stessa opinione dell’autore latino riguardo i Germani vengono completamente stravolte. Tacito non esaltò affatto le popolazioni oltre il Reno, in qualche punto è possibile ritrovare una certa ammirazione (molto più lampante per i Britanni nell’Agricola) per alcuni valori di quelle tribù rispetto alla corruzione che dilagava a Roma. Sebbene nell’Agricola è possibile ritrovare una critica all’imperialismo romano, qui Tacito non esclude assolutamente una futura conquista della Germania e auspica che l’insieme di queste tribù non si unisca ma che rimangano divise così come sono. Inoltre le qualità positive sono subito affiancate da alcune altrettanto negative ma che vennero puntualmente ignorate. Possiamo fare degli esempi:

“Personalmente inclino verso l’opinione di quanti ritengono che i popoli della Germania non siano contaminati da incroci con gente di altra stirpe e che si siano mantenuti una razza a sè, indipendente, con caratteri propri. Per questo anche il tipo fisico, benchè così numerosa sia la popolazione, è eguale in tutti: occhi azzurri d’intensa fierezza, chiome rossicce, corporature gigantesche, adatte solo all’assalto. Non altrettanta è la resistenza alla fatica e al lavoro; incapaci di sopportare la sete e il caldo, ma abituati al freddo e alla fame dal clima e dalla povertà del suolo”.
(Tacito, Germania,4)

Come possiamo notare è vero che Tacito giudica le popolazioni germaniche (e non popolo germanico) come una razza indipendente e non contaminata dall’incontro con altre genti ma li dipinge anche come insofferenti e non inclini al lavoro. In altri passi li descrive sì come “valorosi guerrieri” ma la loro “virtus” guerriera è fine a sé stessa: cercano sempre lo scontro perché non hanno altra occupazione, non tentennano affatto a combattersi a vicenda e la maggior parte del loro tempo lo passano a bere birra. Non conoscono l’uso del mattone e vivono in rudimentali capanne. Tacito si sofferma anche sui loro usi e costumi come, ad esempio, l’usanza di denudare una donna adultera, strapparle i capelli e allontanarla dalla società: usanze e costumi che saranno interpretati invece come migliori delle leggi dei corrotti e lascivi Romani. Insomma, una vera e propria cancellazione delle qualità negative ed esaltazione di quelle positive, una magistrale opera di propaganda affinata nei secoli e che ebbe l’apice nel Nazismo e soprattutto in Himmler. I suoi due progetti più importanti sembrano infatti strettamente collegati a tutto ciò. Il Lebensborn venne appunto creato per mettere in pratica le teorie eugenetiche della razza ariana: case di maternità con donne scelte e uomini delle SS quindi con caratteri somatici ben definiti (alti, occhi azzurri, biondi ecc..) come quelli descritti da Tacito. L’altro, l’Anherbe, si trattava di una società dai tratti misterici ed occulti votata alla ricerca della storia antropologica e culturale della razza ariana. Vennero compiuti diversi viaggi esplorativi in diverse regioni della Scandinavia e in India visto che il gruppo etnico degli Arii era originario del subcontinente indiano e il termine stesso “ariano” deriva dal sanscrito “ariyà” con il significato di “signore”.

Il manoscritto godeva di tale importanza che lo stesso Himmler cercò di ottenerlo dal conte Balleani senza riuscirvi. Lo chiese quindi anche a Benito Mussolini, il quale era intenzionato ad accontentarlo, ma il ministro dell’Educazione nazionale Bottai vietò fermamente il trasferimento. Soltanto nel 1944 e quindi con l’occupazione nazista dell’Italia, alcune SS riuscirono ad irrompere nelle tenute del conte a Jesi, Ancona e Osimo e a perquisirle, senza però trovare nulla. In seguito venne danneggiato dall’alluvione di Firenze nel 1966 ma poi restaurato fu affidato dalla famiglia Balleani allo Stato Italiano e si trova attualmente nella Biblioteca Nazionale Centrale di Roma.
http://riflessistorici.com/2016/01/03/la-germania-di-tacito-e-la-razza-germanica/








Flavo e Italico: i parenti di Arminio fedeli all’impero.

La battaglia di Teutoburgo: così si fermò l'avanzata dell'Impero romano.
La politica estera di Augusto.
L’impero romano nasce ufficialmente nel 27 a. C. con l’ascesa al potere di Augusto.
Il mondo romano si estendeva ai due lati del Mediterraneo, comprendendo, naturalmente oltre all’Italia che ne era il centro, una ventina di provincie alle quali si dovevano aggiungere una serie di regni clienti, considerati parte integrante del sistema imperiale, nonostante l’apparente e formale indipendenza. “La riorganizzazione della Repubblica e dell’impero fu fondata su un nuovo ordine intellettuale, una innovativa e razionale concezione dell’esercito e del potere universale e dell’ordine del mondo: la tradizione, il passato furono oggetto di una rilettura globale, una sintesi originale che restituì alla ristabilita potenza romana basi durature e inedite”
(P. Le Roux).

R. H. Barrow scrive che Augusto pur di riaffermare la tradizione romana arginò con grande determinazione la diffusione della cultura ellenistica e “aprì invece ogni porta al genio romano e all’esperienza che esso aveva accumulato”. "Il Principato di Augusto vide un'intensa attività militare che si concretizzò con l'acquisizione di nuove provincie. Augusto gestì gli impegni militari con la medesima applicazione e metodicità con la quale si era confrontato con i problemi politico-istituzionali e amministrativi: la stabilizzazione dell'emergenza e la delega. In particolare, egli affidò la delega per le campagne militari a uomini a lui vicini, tra i quali Agrippa, Tiberio e Druso, ma tutti combattevano sotto i suoi auspicia".
(M. Pani, E. Todisco).

L'ideologia romana era consolidata su un punto, niente e nessuno poteva permettersi di minacciare in qualsiasi modo Roma. "Come mostra l'esempio di Cesare, l'intervento preventivo in situazioni minacciose e la distruzione di ogni potenza che si rivelasse pericolosa anche al di fuori dei confini posti sotto la propria autorità, era del tutto accettato.

Il livore nei confronti dei galli, dei cartaginesi, dei germani nasceva dalla esperienza storica della Repubblica: gli effetti catastrofici delle invasioni portate da quei popoli spiegano perché Roma fosse necessariamente tanto sensibile a tutti i problemi che potevano aprirsi ai confini o nelle zone periferiche della sua egemonia.

Nella tarda età repubblicana si aggiunse un altro elemento fondamentale di tensione.
A partire da Cicerone si era diffusa l'idea, di origine ellenistica, di un dominio di Roma su tutta la terra, o almeno su tutta l'umanità civilizzata: un imperium senza fine".
(K. Christ).

Questa è la premessa essenziale per descrivere la politica estera di Augusto, insieme alla necessità di rafforzare la coesione dell'Impero. La politica estera di Augusto necessitava di un forte esercito.
La smobilitazione che seguì alla battaglia di Azio ridusse a ventotto le legioni, per un totale di 150 mila uomini (300 mila invece sono stimati da Le Glay, Voisin Le Bohec).
"La drastica diminuzione del numero dei legionari e in pratica il raddoppio della durata del servizio militare, era dettato dalle difficoltà della liquidazione dei veterani; molto maggiori erano infatti le necessità militari dell'impero."
(A. Ziolkowski).

Per fronteggiare queste necessità, Augusto, istituzionalizzò il servizio militare dei sudditi di Roma. Gli ausiliari (auxilia), militari forniti dagli stati clienti, sotto Augusto vennero inquadrati nelle coorti di fanteria e nelle ali di cavalleria nella consistenza numerica standard (circa 500 elementi). “Mentre procedevano le conquiste di Augusto una parte sempre maggiore delle legioni erano formate da contingenti di popoli appena sconfitti, che in questo modo venivano trasformati in strumenti per ulteriori conquiste.”
(A. Ziolkowski).

Gli ufficiali di rango prefettizio che le guidavano erano non di rado nobili locali in possesso della cittadinanza romana, esattamente come lo era Caio Giulio Arminio, nobile cherusco. Altro elemento non romano nell'esercito erano le armate dei re clienti, sempre più spesso organizzate sul modello romano. Il numero degli ausiliari pertanto crebbe in maniera esponenziale sotto Augusto, fino a raggiungere quello dei legionari con Tiberio, nel 23 d. C. È evidente che una composizione dell'esercito così articolata costava molto meno rispetto ad un esercito di cittadini romani. Non v'è certezza della differenza di paga tra ausiliari e legionari, ma sicuramente era drastico il risparmio del monte liquidazioni al momento della conclusione del servizio:
"Se Augusto non abolisce il principio del servizio militare per tutti, l'arruolamento volontario è sufficiente a fornire le 6 mila reclute legionarie ogni anno. L'esercito è divenuto un corpo di professionisti. Il servizio raggiunge o supera 20 anni per i legionari, il cui stipendio è portato a 225 denari. Dal 13 d. C. i legionari al congedo ricevettero somme di denaro. Nel 6 d.C. fu creata una cassa particolare, l'aerarium militare. Essa permetteva di dare ad un soldato che lasciava il servizio l'honesta missio (un certificato di buona condotta) un premio di 3 mila denari, cioè tredici anni di soldo. I fondi provenivano da imposte nuove, come la ventesima sulle eredità (5%) e i legati (vicesima hereditatium), pagata dai cittadini romani o la centesima (1%) sulle vendite".
(M. Le Glay, J.L. Voisin, Y. Le Bohec).

La vera innovazione di Augusto fu la creazione di una regolare flotta da guerra, divisa in due squadriglie di stanza nel Mediterraneo a Miseno e Ravenna. Ben presto la flotta si potenziò e fu di grande efficacia, in quanto grazie a questa, fino alla metà del III secolo, la pirateria fu totalmente debellata.

Il principato di Augusto fu improntato ad una politica, compresa quella estera, sostanzialmente moderata e non aggressiva volta a consolidare i confini dell’impero e rialzare il prestigio romano decaduto durante le guerre civili. “Ovviamente una politica estera moderata non significava immobilismo, tutt’altro: la diplomazia dell’impero fu assai attiva.”
(S.I. Kovaliov).

Augusto aveva ereditato dalla Repubblica dell'ultimo secolo due idealità solo apparentemente diverse: la pace (esigenza ormai irrinunciabile scaturita da due guerre civili) e la costruzione dell'Impero: idealità contraddittorie solo superficialmente. Solo l'Impero mondiale di Roma poteva garantire la pace. Accanto alla pace, indissolubilmente legata ad essa, la guerra di conquista, la missione civilizzatrice: per l'erede di Cesare e dell'ultima Repubblica, in pratica, l'obbligo morale alla ripresa della lotta contro i parti, l'altro impero, l'unico contraltare riconosciuto di fatto dalla potenza romana, e la conquista della Germania, questa enorme terra di nessuno, abitata da tribù bellicose e temibili, poco note ai contemporanei, due volte visitata da Cesare. Accanto a questi grandi e ambiziosi obiettivi stava l'esigenza più prosaica, ma alla lunga più durevole e produttiva, dell'organizzazione della difesa dell'impero, attraverso l'intervento nelle zone, come la penisola iberica e l'area danubiana, dove perduravano sacche pericolose di resistenza e di incertezza organizzativa.

“Nelle grandi conquiste Augusto e i suoi generali infine fallirono e il loro fallimento fu mascherato solo dalla propaganda; nella sistemazione di settori nevralgici, e in generale nella definizione di un sistema funzionale di tutela dell'impero, la politica augustea, perseguita con lucidità e costanza, ebbe invece successo, ottenne risultati duraturi anche sul piano del consolidamento territoriale e fissò le linee maestre della politica estera.

Il problema è complesso e di vitale importanza per la comprensione dell'evoluzione dell'impero romano: il limite all'imperialismo repubblicano era imposto dai limiti stessi delle risorse e della nuova dimensione dei rapporti con le provincie, non più sfruttabili come semplici terre di conquista, ma in via di assimilazione al modo di vita italico e chiamate a contribuire alla stabilità delle istituzioni e della vita civile come i romani la intendevano. In primo luogo la vita cittadina, con le sue autonomie e le sue strutture politiche ed urbanistiche; la divisione era ormai tra impero e barbari fuori di esso, che occorreva asservire, ove possibile, e comunque tenere a bada. D'altra parte, l'erede delle grandi tradizioni degli antenati non poteva dichiarare la rinuncia alla conquista: essa fu imposta dai fatti e non mascherata dagli eufemismi,”
(G. Clemente).

La priorità in politica estera era considerata la questione dei parti che fu affrontata e risolta con le vie diplomatiche in termini favorevoli per tutta l’area. Una spedizione di Tiberio portò nel 20 a.C. alla restituzione delle insegne militari che i parti avevano sottratto a Crasso e allo stesso Marco Antonio. L'Armenia però era destinata a rimanere uno stato - cuscinetto con re talvolta filo romani talvolta filo partici. Antonio Spinosa così ci descrive la vicenda del confronto con i parti: “Caduto quindi il sistema orientale di Antonio, era tornato sul trono armeno un re appoggiato dai parti, Artasse, mentre suo fratello minore Tigrane, sostenuto dal partito filo–romano, era stato accolto e ricoverato a Roma, in attesa di poterlo riportare in auge. Augusto voleva ricondurre nell’ambito dell’influenza romana le terre sull’Eufrate e i parti ne furono spaventati al punto di cedere alle imposizioni dei romani. Il loro re Fraate accettò di restituire le insegne romane e di liberare i numerosi prigionieri catturati nelle precedenti guerre. Chiese in cambio ad Augusto di riavere suo figlio che si trovava in ceppi a Roma. Riavuto il figlio, Fraate sottoscrisse la pace. Tiberio era già arrivato ai confini dell’Armenia, e si apprestava a scatenare l’esercito, quando la pacificazione con i parti rese più semplice il suo compito. Il partito filo–romano aveva preso in Armenia il sopravvento e, con l’ausilio di agenti segreti di Augusto, aveva eliminato dalla scena Artasse trucidandolo nottetempo. Tiberio poté incoronare Tigrane, come re cliente d’Armenia, quasi pacificamente e comunque solennemente all’ombra degli scudi romani. Furono tributate al giovane generale grandi feste, furono eretti in suo onore alcuni monumenti, mentre i poeti si commuovevano. Orazio, Ovidio, Properzio cantarono in versi l’impresa: sono caduti gli armeni sotto i suoi colpi, scrive Orazio, e si è gettato in ginocchio davanti a lui Fraate, accettando il suo impero e la sua legge”.

“Un'altra spedizione fu compiuta qualche decennio più tardi anche da Gaio Cesare, il figlio adottivo del principe; nel 1 a.C. Gaio Cesare ebbe addirittura un incontro su un'isola dell'Eufrate con il re dei parti Frataace. In oriente però i successi augustei furono soprattutto diplomatici e di prestigio, senza che si pervenisse mai a una definitiva egemonia romana.

Di fronte alla grandissima compagine territoriale costituita dal regno dei parti e dopo che gli insuccessi di Crasso e Antonio sconsigliavano ulteriori tentativi di invasione, si tentò piuttosto di limitare la sfera di influenza dei parti sui paesi vicini."
(A. Fraschetti).

La restituzione delle insegne romane e dei prigionieri da parte dei parti fu esaltata e usata in maniera propagandistica come simbolo di sottomissione della Parthia e del riconoscimento della supremazia romana. “In ogni modo fu possibile evitare gli scontri ad oriente e i seguaci di Augusto poterono sostenere la versione, che egli aveva portato sulla terra una pace da lungo attesa e aveva consolidato ovunque la gloria della potenza di Roma.”
(Accademia delle scienze dell’URSS).

Fu risolta definitivamente anche la questione spagnola; il generale Agrippa negli anni 20 e 29 a. C. piegò militarmente i cantabri, gli ultimi difensori della Spagna. In seguito la penisola iberica, resa del tutto pacifica, fu completamente romanizzata. La conquista definitiva della Spagna e la politica di pace in Oriente liberarono la maggior parte dell'esercito, tra cui 18 - 19 legioni, da utilizzare per l'espansione in Europa centrale.

Nel 25 a. C. Augusto garantì la completa e assoluta sicurezza e percorribilità dei passi alpini annientando l’ultima tribù indipendente: i salassi nella Val d'Aosta. Aprì la strada dall'Italia alla Gallia attraverso il piccolo S. Bernardo e al contempo consentì di fondare la colonia di Augusta Pretoria (Aosta).

Tuttavia i problemi perduravano tra il Danubio e il Reno dove i confini permanevano insicuri.
Dal 16 a.C. iniziarono le operazioni per puntellare e bonificare quei confini, ma una guerra che durò quattro anni, dal 12 al 9, condotta dal figliastro di Augusto, Claudio Nerone Druso, sancì la sottomissione dei pannoni (l’attuale Austria e l’Ungheria occidentale), che fu poi trasformata nella provincia della Pannonia.

Sistemato il corso superiore e medio del Danubio, l’attenzione si concentrò nell’area del corso inferiore del grande fiume. Pertanto fu sottomessa la Mesia superiore (la ex Iugoslavia) e la Mesia Inferiore (la Bulgaria settentrionale). Con queste operazioni il confine danubiano fu reso sicuro.

La situazione, però, rimaneva allarmante lungo il Reno. Infatti i Germani saccheggiavano la Gallia con frequenti e sanguinose scorrerie, oltre a sostenere le rivolte galle antiromane. Quando nel 16. a.C. le tribù dei sugambri e dei tencteri attraversarono il Reno assalirono una legione romana dislocata in territorio oggi olandese a nord-ovest di Aquisgrana distruggendola quasi completamente, offrendo il pretesto a Roma di affrontare e tentare di risolvere la questione dei germani.

Augusto spostò la sua residenza dalla capitale ad Aquileia, e passò anche un lungo periodo in Gallia e sul Reno, iniziando così la grande offensiva. Augusto inviò il figliastro, Tiberio Claudio Nerone Druso, che nel corso di alcune campagne (12 – 9 a. C.) penetrò in Germania occidentale fino all’Elba, per mare e per terra. Ma Druso morì improvvisamente a causa di incidente.
Antonio Spinosa così tratta la reazione di Tiberio alla scomparsa del fratello Druso:
“Tiberio, dopo i festeggiamenti romani, tornava ai confini orientali dell’impero. Era giunto a Ticinum (Pavia) quando apprese da un messaggero che suo fratello era caduto da cavallo, proprio sulle Rive dell’Elba, in un luogo poi chiamato Scelerata Castra, e si era fratturato un femore. Sembrava un incidente di nessun conto, ma in meno di un mese quella caduta, forse proprio perché trascurata, lo condusse alla morte. Spirò confortato dal fratello che lo stringeva al petto. Alla notizia della sua fine imminente, Tiberio aveva raggiunto i lontani e turbolenti confini della Germania, superando le Alpi e il Reno, percorrendo a cavallo in un giorno e in una notte le duecento miglia di strada, senza fermarsi se non per cambiare via via la cavalcatura, senza togliersi mai la corazza. Fu un’impresa straordinaria. Druso, nell’apprendere che il fratello accorreva, diede ordine alle sue legioni di andargli incontro con bandiere e vessilli, mentre al campo faceva erigere accanto alla propria una grande tenda per l’ospite amato. Tiberio che appariva così chiuso, altezzoso e insensibile, soffrì indescrivibilmente per quella perdita. Guidò il corteo funebre sulla strada del ritorno verso l’Urbe. Tratteneva le lacrime per dare esempio di fermezza alle legioni che tendevano a conferire all’ingiusta morte il significato di una infausta predizione. Precedeva il feretro e rifiutò di salire a cavallo. Volle compiere l’intero percorso a piedi, a testa scoperta, nel riportare in Italia le spoglie del caro congiunto... quell’episodio di pietà fraterna aveva commosso tutti e lo raffrontarono al più antico modello di amore tra fratelli, tanto da chiamare Tiberio e Druso i nuovi Castore e Polluce”. Tiberio prese il comando delle operazioni che con le campagne del 5 e 4 a. C. e dell’8-7 a.C. estese e consolidò il dominio romano.

In missioni all’estero Augusto vide morire i due nipoti prediletti Lucio Cesare e Gaio Cesare della famiglia dei Giuli, destinati alla sua successione e preferiti allo splendido generale Tiberio, della famiglia dei Claudi, figlio della potente seconda moglie Livia. Lucio morì a diciannove anni improvvisamente il 2 d.C., dopo una rapida malattia a Marsiglia mentre si recava in Spagna per raggiungere le legioni lì stanziate.

Dopo venti mesi Augusto fu investito da un altro terribile lutto.
L’altro nipote, Gaio Cesare, il prediletto e già di fatto designato alla più alta magistratura dell’impero, fu ferito in Armenia, ad Artagira e poco dopo moriva. “Durava da tempo l’assedio dei romani alla città fortificata di Artagira, quando il comandante armeno, Addone, chiese a Gaio un colloquio. Gli fu concesso e Addone, nel pieno dell’incontro, sguainò una daga e con questa colpì il giovane romano che aveva creduto nella possibilità di intavolare trattative di pace col nemico. La ferita non sembrava grave sicché le legioni poterono riprendere la battaglia, abbattere ogni resistenza degli armeni e invadere la città. Le legioni acclamarono Gaio imperator, ma la ferita, che non si era mai rimarginata, condusse il giovane alla morte, sulla strada del ritorno, durante una sosta a Limyra, in Licia.
Aveva ventiquattro anni era il 21 febbraio del 4 d.C.
Anche per Gaio Cesare si disse che era stata Livia a toglierlo di mezzo.”
(A. Spinosa).

Come era accaduto per l’ineguagliabile Agrippa, poi per Druso, il destino o forse la mano della potente moglie Livia Drusilla, madre di Tiberio aveva colpito i Giuli. Miglior sorte non toccò all’ultimo discendente diretto della famiglia, Agrippa Postumo. Augusto adottò Tiberio il 26 giugno del 4 d.C. attribuendogli di nuovo la potestà tribunizia per la durata di dieci anni, invece di cinque, insieme all’imperium proconsulare. Occupava finalmente il secondo posto nell’impero.

Nel 6 d.C. Tiberio iniziò una nuova grande offensiva contro la potente tribù dei marcomanni, nell’attuale Boemia, ma proprio in quell’anno scoppiò una rivolta dei pannoni e dei dalmati alle sue spalle, con circa 200 mila combattenti. Contemporaneamente i goti attaccavano la Mesia, minacciando la Macedonia e perfino l’Italia.

Proprio il giorno precedente l'avvio delle operazioni contro Maroboduo, re dei Marcomanni, arrivò l'ordine di domare la rivolta in Pannonia e di interrompere la campagna in corso. Il dominio dei Marcomanni rimase intatto e la pace fu ristabilita attraverso trattative che furono concluse ‘a condizioni uguali’; in ragione di ciò il prestigio di Marboduo fra i germani crebbe in modo considerevole.

Augusto inviò 12 legioni comandate da Tiberio e dal figlio di Druso, Germanico, ovvero tutti gli eserciti del Reno, della Rezia e dell'Illiria. La guerra durò tre anni e nel 9 d.C. la ribellione fu soffocata, Roma aveva vinto.

Durante la rivolta della Pannonia i germani erano rimasti estranei ai movimenti bellici, solamente verso la fine della guerra fra il Reno e l’Elba erano cominciate le agitazioni. La causa va ricercata nel tentativo di Publio Quintilio Varo di imporre alle popolazioni locali un primo abbozzo di tassazione e di introdurre la procedura giudiziaria romana che cozzava apertamente con la tradizione e gli usi dei germani. Nella foresta di Teutoburgo si consumò una delle più drammatiche sconfitte della storia romana, che bloccò l’espansione dell’imperialismo romano.
La battaglia nella selva di Teutoburgo “Varo, Varo rendimi le mie legioni”, urlava sconvolto l’imperatore Augusto quando gli giunse la notizia che la XVII, la XVIII e la XIX legione guidate dal legato Publio Quintilio Varo erano state letteralmente annientate in una imboscata nella selva di Teutoburgo, a nord della Germania, nel settembre dell’anno 9 D.C.

Una coalizione di tribù germaniche composte da cherusci, marsi, brutteri, catti e marcomanni, comandata dal principe Arminio della tribù dei cherusci aveva teso un micidiale agguato alle legioni romane. Arminio era stato educato a Roma dove aveva ricevuto un’istruzione militare e servito l’esercito romano sotto Tiberio comandando un’unità di guerrieri cherusci. Aveva acquisito tali meriti militari che gli fu conferita la cittadinanza romana entrando addirittura a far parte dell’ordine equestre. Arminio conosceva bene la mentalità, l’ideologia, la forza e la debolezza di Roma, i suoi intendimenti di dominio politico e culturale e la sua impressionante potenza militare. Arminio riuscì a coagulare le tribù germaniche in un sentimento antiromano, prospettando anche la possibilità che, una volta liberati da Roma, i germani avrebbero potuto mirare alla conquista delle ricche terre della Gallia. Il giovane principe cherusco con suo padre Segimero, riuscì in modo subdolo, ma implacabile, a conquistare la piena fiducia di Varo di cui divenne confidente e consigliere. Quintilio Varo fu ripetutamente messo in guardia delle reali intenzioni di Arminio da un nobile dei cherusci, Segeste, il quale però era entrato in conflitto con Arminio a causa della figlia Thusnelda, da questi rapita e sposata. Publio Quintilio Varo non volle capire Segeste che lo avvertiva della costituzione di una grande coalizione di tribù germaniche che stavano preparando una rivolta antiromana e dell’agguato progettato da Arminio, scambiandolo per odio personale.

Varo aveva ricevuto il mandato di Augusto, di cui era parente, di pacificare e civilizzare quelle popolazioni, in considerazione dei grandi meriti con cui aveva svolto il ruolo di governatore della provincia d’Africa e poi di Siria. Già nel 13 a.C. inoltre era stato console a Roma, addirittura a fianco del futuro imperatore Tiberio. Dunque un collaudato uomo politico e un grande amministratore più che un generale a cui affidare 5 legioni, circa trenta mila uomini, con le quali avrebbe dovuto controllare un territorio vasto e poco noto, che andava dall’attuale Danimarca alla Boemia, ed imporre l’ordine di Roma tra il Reno e l’Elba.

“Augusto e il suo entourage ritennero che la zona non avrebbe dato fastidi per un po’ di tempo e l’imperatore, la cui età avanzata iniziava ad annacquare le lucide capacità organizzative, pensò bene che un burocrate senza grande esperienza militare sarebbe stato sufficiente per amministrare la sterminata regione...”
(A. Frediani).

Il cronista Velleio Patercolo, così giudicava il cinquantenne Publio Quintilio Varo:
 “di carattere mite e di natura pacifica, lento nella mente e pesante nel corpo, più amante dei piaceri della guarnigione che non del rude servizio di guerra”.

In settembre, in prossimità della marcia di svernamento Varo fu informato che dalle parti del territorio dei cherusci si stavano sviluppando dispute tra tribù confinanti, che richiedevano la presenza delle legioni romane. Le informazioni gliele fornì Arminio:
“Ma era proprio un tranello. Arminio aveva preparato accuratamente la rivolta e contava di abbandonare il convoglio lungo il tragitto e di attaccarlo approfittando degli impedimenti costituiti dalle salmerie, non meno che dalle fitte foreste che i romani erano costretti ad attraversare, terreno ideale per imboscate ed attacchi improvvisi. Un militare esperto, forse, non si sarebbe lasciato attirare in una simile trappola e, se mai vi fosse caduto, avrebbe cercato di limitare i danni ed imprimere un maggiore dinamismo alla marcia dei suoi uomini una volta scoperto l’inganno: ma dal momento in cui Arminio, insieme agli ausiliari germani, abbandonò il convoglio, l’imperizia di Varo trascinò l’esercito romano in uno dei maggiori disastri della storia militare di Roma. Quando i romani si accorsero che Arminio era scomparso, l’osservazione dei luoghi in cui si trovavano dovette far sorgere in loro qualche sospetto: l’esercito era nel pieno di una vasta area boschiva denominata selva di Teutoburgo, tra l’Ems e il Weser, nella regione tra Osvabruek e Detmold: alberi talmente fitti da rendere necessario abbatterli per passare, burroni e avvallamenti, fiumiciattoli, rovi e cespugli, rendevano la marcia difficoltosa soprattutto per i carriaggi”
(A. Frediani).

Publio Quintilio Varo, quindi, fu convinto a modificare il solito percorso per raggiungere la base invernale di Vetera. Le legioni si mossero tra la selva di Teutoburgo, nella zona dell’attuale Kalkriese, in una depressione paludosa folta di vegetazione, praticamente inaccessibile, che lasciava libera solo una ristretta striscia di terreno ai piedi di un’altura. Il solo passaggio possibile per tornare a Vetera. Durante il trasferimento si scatenò una tempesta di vento e pioggia. Il terreno diventò terribile. Le legioni per proseguire furono costrette ad allungarsi. Venti mila legionari, la guardia del corpo di Varo, 5 mila cavalieri, centinaia di carri, migliaia di civili, un serpente che probabilmente raggiunse anche 15/20 km. Un serpentone di difficilissima protezione anche su strada, in estate e senza nessun nemico nei paraggi. Solo i carri destinati al trasporto delle tende di una sola legione ammontavano ad una cinquantina, e a essi dovevano aggiungere quelli delle salmerie, certamente di numero superiore, occorrendo per una sola settimana circa 700 quintali di grano e 40 di foraggio, oltre ancora a vari generi alimentari. Ma sicuramente vi erano altri carri per le attrezzature, per le macchine da guerra, che possono far immaginare un totale, per legione, di circa 150. I cerchioni delle ruote dei carri romani erano relativamente stretti, e se nei terreni secchi estivi, potevano avanzare piuttosto agevolmente, nella cattiva stagione affondavano penosamente nel fango, obbligando uomini e animali a fatiche estreme per avanzamenti assai poco significativi. Per la retroguardia, sotto la pioggia battente che sferzava la colonna, fu uno sforzo tremendo proseguire, mantenere compatte le fila, tenere efficienti i collegamenti. La terra a malapena disboscata, impregnata d’acqua cedeva sotto le ruote dei carri che sprofondavano; il rombo continuo dei tuoni, la semioscurità del bosco, accresciuta dalle spesse nuvole e dalla pioggia battente, impedivano di scorgere alcunché a pochi passi di distanza e di percepire qualsiasi rumore, o silenzio, sospetto. Grida di conduttori, nitriti di cavalli, ordini urlati….una situazione di assoluta precarietà.
A Kalkriese Arminio aveva fatto costruire un terrapieno dietro cui si erano nascosti migliaia di guerrieri germanici, armati e determinati. Al passare della colonna romana, nello stretto passaggio tra le pendici boscose del Kalkriese, le paludi ed il terrapieno iniziò l’attacco, feroce ed implacabile. Era il 9 settembre del 9 a.C. Si sentì un urlo impressionante che veniva dalla selva, una tempesta di lance si abbatte sugli ignari e sfiniti legionari romani, sui carri, sui civili al seguito. “In testa, gli arcieri e i frombolieri constatarono con sorpresa e terrore che gli archi e le fionde bagnate dalla pioggia erano inservibili, come l’artiglieria leggera anch’essa inzuppata d’acqua. Anche gli scudi, tra strati sovrapposti di legname e pelle, presero a scollarsi, lasciando inermi i legionari.” (Flavio Russo).

Varo, gli ufficiali, i centurioni non capirono immediatamente di trovarsi di fronte alla rivolta annunciata da Segeste, scambiandola per l’attacco di una tribù in cerca di bottino. Uno scontro serio ma risolvibile. L’attacco invece fu portato da decine di migliaia di guerrieri assetati di sangue, determinati ad annientare le legioni di Varo e riconquistare la libertà perduta, con il miraggio della ricca Gallia. Lo spazio ristretto non permise alle legioni di porsi in ordine per la battaglia. Varo riuscì ad edificare un accampamento per resistere, il resto delle legioni si difese come poteva in una situazione insostenibile. La sorpresa fu totale, le difese erano pressoché nulle, i romani erano in assoluta inferiorità numerica ed in una posizione che non permetteva loro né di difendersi né di contrattaccare. I germani non diedero tregua, per i civili non ci fu scampo: uccisi e fatti prigionieri per primi. Gruppi di cavalieri, comandati da Numonio Vala cercarono la fuga attraverso uno sfondamento ma per la maggior parte di loro la fuga fu breve. Altri cercarono scampo attraverso le paludi e morirono affogati. La colonna romana, dopo due giorni di battaglia, era decimata, esausta, demoralizzata, il pessimismo sulla possibilità di tirarsi fuori dai guai dilagava tra i legionari superstiti. Più passavano le ore più diveniva certezza che non c’era possibilità di scampo. Varo, che aveva ormai aveva capito il tradimento di Arminio, vide sempre più allontanarsi l’obiettivo che gli aveva affidato Augusto di portare la legge romana in Germania.
“Il campo di battaglia fu una scena devastante e un orrore indicibile, difficilmente immaginabile. 
Le affilatissime aste piegavano elmi e corazze, poi penetravano la carne non più protetta dal metallo. Gli uomini urlavano cercando di svellere la lama conficcata nel proprio corpo, mentre venivano sommersi dalla massa terrorizzata dei compagni. A centinaia cadevano sul terreno bagnato e nelle pozze d’acqua, già agonizzanti o semplicemente perché non riuscivano a tenersi in piedi in quel caos. Il sangue si spargeva dappertutto, schizzando dalle arterie e dalle ferite aperte. Alcune aste avevano sventrato i soldati facendo fuoriuscire i visceri, che si riversavano nel suolo inzuppato di sangue. L’odore di sangue impregnò in breve tempo il campo di battaglia. Al momento del corpo a corpo gli assalitori germanici scagliavano le lance contro i disorientati e barcollanti romani, e affrontavano a spada tratta le linee esterne dei legionari. Essendo liberi di muoversi avanti e indietro, senza l’ostacolo dei corpi sul terreno, i germani non ebbero difficoltà a sopraffare l’esercito nemico: con le spade colpivano le braccia, colli e gambe, staccando arti e teste dai dorsi. Il sentiero si trasformò in una massa di cadaveri mutilati o di corpi che si contorcevano negli ultimi sussulti. Il sangue scorreva a piccoli rivoli per terra, fino alla palude, mentre più indietro cominciava a coagulare.”
(P.S. Wells)

Il terzo giorno la colonna non esisteva più. Il campo di battaglia diventò una miriade di centri di resistenza, isolati, assediati e circoscritti. Molti superstiti preferirono il suicidio che cadere prigionieri. A Teutoburgo non si stava svolgendo una battaglia ma un vero e proprio eccidio. Un pugno di veterani superstiti, facendo ricorso a tutte le loro risorse di combattività, allestì su una altura l’ultima disperata difesa. Eressero, come potevano, una specie di vallo, resistettero fino a notte. La loro sorte si compì il mattino seguente, sopraffatti da un numero incalcolabile di guerrieri. Publio Quintilio Varo, già ferito, ordinò al proprio schiavo di ucciderlo. Un comandante romano non poteva sopravvivere ad una sconfitta di quelle proporzioni ed alla sottrazione delle aquile di Roma in dotazione alle legioni. I prigionieri furono sacrificati agli dei germani, Arminio alla fine della battaglia mostrò ai suoi la testa di Varo, le insegne e le aquile delle legioni:
“(...) gruppi di guerrieri germanici si aggiravano per il campo di battaglia per completare il massacro. Gli animali già avevano cominciato a martoriare i cadaveri sparsi sul terreno: le volpi della foresta strappavano le carni dei legionari con i loro denti aguzzi, topi e donnole correvano tra i corpi leccando le ferite aperte; corvi e avvoltoi piombavano sui morti, vi si appollaiavano e strappavano con il becco gli organi interni; colonne di formiche, scarafaggi, mosche e altri insetti brulicavano sulla carne inerte. I vincitori perlustrarono la zona in cerca di eventuali nemici feriti che fossero riusciti a superare l’escursione termica della notte. Quasi tutti erano morti per collasso, per emorragia o congelamento, ma qui e là si vedevano piccoli movimenti o si udivano fiochi lamenti. Allora i vincitori, trovata la fonte del segno di vita, conficcavano una lancia o una spada nel petto dell’uomo, mettendolo a tacere per sempre. Dopo un paio d’ore, sul campo di battaglia regnava il silenzio, eccezion fatta per il rumore delle volpi intente ad addentare il loro pasto e di orci e avvoltoi litigiosi. Ora i germani potevano prepararsi a celebrare la grande vittoria”
(P.S. Wells).

Di aquile, comunque, i germani ne conquistarono solo due; infatti un aquilifero, vistosi ormai perso, in un ultimo tentativo di salvare l’onore della propria legione, si inabissò nella palude con l’aquila romana.

Arminio inviò al neutrale re dei Marcomanni, Maroboduo, la testa di Varo, affinché anche lui e il suo popolo si unissero alla rivolta antiromana. Marcoboduo invece mantenne la posizione già assunta e inviò la testa di Varo ad Augusto perché potesse ricevere degna sepoltura.

La neutralità di Maroboduo consentì alle due legioni guidate dal legato Monio Asprenate di soccorrere Aliso che resisteva all’assedio germano. Tutte le postazioni romane ad est del Reno erano state conquistate dai germani. Solo le due legioni di Asprenate dissuasero l’esercito di Arminio a non passare il Reno ed invadere la Gallia. Furono uccisi circa 25 mila legionari romani, la più grave sconfitta romana insieme a quelle del Trasimeno nel 217 a.C., di Canne nel 216 a.C., di Carre nel 53 a.C. e di Adrianopoli nel 378 d.C.

La sconfitta di Teutoburgo non fu solo una grave sconfitta, una battaglia persa; di fatto portò all’abbandono della politica di espansione della regione tra il Reno e l’Elba in atto da tre decenni. La sconfitta di Teutoburgo dimostrò a Roma che non era possibile proseguire la conquista della Germania e contemporaneamente difendere il versante danubiano, fissò definitivamente il ‘limes’ dell’impero romano. Una battaglia che ha segnato l’Europa, per sempre.

Dopo la battaglia: la risposta di Roma è affidata a Germanico.
Roma rinuncia alla conquista della Germania. Arminio è ucciso dai germani.
Per R. M. Sheldon, la catastrofe di Teutoburgo ha più di una responsabilità:
“Molte fonti tendono a fare del generale romano Varo il capro espiatorio sia di questa sconfitta, sia dell’insuccesso della politica di Augusto in Germania nel suo complesso: è giusto chiedersi, tuttavia, se abbia senso attribuire tutto ciò all’incompetenza di un unico uomo.

Oserei dice che tre furono i fattori determinanti in quella situazione:
1) l’insufficiente comprensione dei problemi strategici della Germania e la sottovalutazione dei pericoli connessi alla sua grande estensione; 2) l’insufficienza dei dati tattici sulla presenza di germani nella zona e lungo la rotta di marcia e 3) mancanza di un’adeguata attività di controspionaggio relativamente agli elementi sleali all’interno delle truppe ausiliarie, al pericolo che essi comportavano e all’entità della loro defezione.

Per l’effetto congiunto di questi tre fattori il fallimento del sistema di spionaggio fu totale.
Per Andrea Frediani: “Possiamo tranquillamente asserire che Augusto fece un pesante errore di valutazione, perché i germani erano ben lungi dall’essere domi, e il controllo romano era estremamente labile, come testimonia Cassio Dione: i romani erano in possesso di alcune parti di essa (la Germania) e non di tutto il territorio, ma solamente di quelle zone che erano riusciti a conquistare (…). I soldati romani si trovavano là a svernare e delle città erano in via di fondazione, mentre i barbari si stavano adattando al loro tenore di vita, frequentavano le piazze e si ritrovavano pacificamente in punti di incontro. Non avevano tuttavia dimenticato i costumi aviti, i loro caratteri innati, il loro tenore di vita tradizionalmente indipendente e la supremazia che derivava dalle loro armi”. Ma come impostare il governo di una landa del genere, con comunità refrattarie a ogni tipo di dominio esterno? Troppo dispersiva era la distribuzione della popolazione in territori difficili da attraversare e privi di collegamenti: “Tutti sanno che le genti di Germania non abitano in città e nemmeno sopportano case vicine l’une all’altre. Vivono separati in abitazioni sparse, là dove una sorgente, una spianata, un bosco li abbia attratti”, afferma Tacito. La loro bellicosità non era venuta meno con la conquista romana, nonostante le avvisaglie di civiltà rilevate da Dione: i germani “non trattano alcun affare, né pubblico né privato, se non in armi”. Gente pericolosa, che avrebbe conservato la propria aggressività ancora per secoli, fino a valersene per sconfiggere e soppiantare i romani stessi.

Il loro stesso abbigliamento non pare abbia subito modifiche nel corso dei tempi.
“Tutti vestono un saio, trattenuto da una fibbia o, in mancanza di questa, da una spina. Nudi in ogni altra parte del corpo, trascorrono intere giornate davanti al focolare acceso. I più ricchi si distinguono per la loro veste che non è svolazzante (come usavano sarmati e parti) ma molto aderente per mettere in risalto ogni parte del corpo. Portano anche pelli di fiere; quelli che abitano vicino alle rive con una certa trascuratezza, quelli dell’interno con maggior ricercatezza non potendo acquistare alcun armamento. Scelgono gli animali, li scuoiano, ne guarniscono la pelle con strisce di altre pelli che appartengono ai mostri generati dal più remoto oceano e del mare ignoto”
(Cassio Dione).

L’armamento dei germani era essenziale e si mantenne simile per secoli.
Una lancia, uno scudo di legno rotondo e rinforzato con un umbone di ferro.
Le spade non erano diffuse e comunque solo in dotazione dei guerrieri di alto lignaggio. I germani erano privi di tattiche belliche, almeno finché non entrarono in contatto con le popolazioni asiatiche il combattimento a piedi era quello più praticato. Il coraggio del guerriero in battaglia determinava il suo livello sociale nella gerarchia della tribù. Insomma, popolazioni che amavano combattere e che mal sopportavano sistemi di governo duro e un sistema di tassazione basato sull’oro e non sull’argento, un metallo per loro di più facile reperibilità.

Comunque, nell’estate del 9 d. C. ancora perdurava la pace conquistata da Tiberio e niente agli occhi di Varo lasciava pensare all’imminente rivolta delle tribù germane. Tanto che il generale romano distribuì le sue legioni in tutto il paese per costruire opere infrastrutturali.

Due legioni erano di stanza a Magonza, lungo il Reno, mentre le altre tre, la XVII, la XVIII,e la XIX, facevano la spola tra i quartieri invernali ad Alisio (Halten) o a Castra Vetera, sull’alto Lippe, e quelli estivi a Minden sul Weser.

L’imperatore Augusto, molto colpito dalla catastrofe di Teutoburgo e preoccupato della tenuta del confine, per colmare il vuoto aperto dalla scomparsa di tre legioni inviò la V legione scelta Aluda.
In seguito furono dislocate anche la I Germanica e la XVI legione. Augusto in un primo momento cercò di ricostruire le tre legioni, ma nonostante lo sforzo non vi riuscì.

Lo scrittore Furio Sampoli evidenzia come il tentativo di ricostruire le tre legioni dettero ad Augusto il segno del radicale cambiamento dei tempi, dei costumi e della cultura romana:
“Agli incubi notturni (Varo, Varo, rendimi le mie legioni), glie se ne contrappose un altro. Reale, quotidiano, inaspettato, incredibile, che lo sconvolse più della stessa perdita delle legioni. Quando a Roma era giunta la notizia della strage di Teutoburgo, lui – memore, forse, dei giorni di primavera dell’anno 31 a.C., in cui aveva mosso tota Italia alla guerra contro la regina d’Egitto - aprì solennemente la leva dei volontari per lavare il sangue e l’onore dei morti di Teutoburgo. Si rivolse a tutti i cives, fece grandi appelli al loro patriottismo. Dalla primavera della guerra contro Cleopatra erano passati quarant’anni. I tempi lo avevano scavalcato. La morale corrente era cambiata. Chi si sarebbe offerto per militare nelle legioni? I plebei dei teatri e dei lupanari, i cavalieri dediti al commercio e ad ammassare soldi o i ricchi che nemmeno si pigliavano la responsabilità di mettere al mondo figli ed allevarli?”. Certo ritenere possibile dopo quattro decenni una mobilitazione dei romani e degli italiani, come fu quella che si scatenò contro Cleopatra, era oggettivamente impossibile e sbagliato prospettarlo. Cleopatra, “sola tra i successori di Alessandro, aveva concepito il suo stesso disegno, di riunire e fondere l’oriente e l’occidente, ossia tutto il mondo conosciuto. Il suo ambizioso progetto prevedeva l’impiego di un esercito romano per soggiogare la stessa Roma e per poter quindi dominare, da imperatrice unica e sola, divina e suprema, il mondo… il partito di Ottaviano, per infiammare l’odio dell’occidente contro di lei, poteva ben dipingerla come la tirannica egiziana, incarnazione degli dei animaleschi del Nilo, sprofondata nella depravazione orientale; ma i capi conoscono la realtà e non sottovalutavano Cleopatra.”
(R. H. Barrow).

Per questo fu una guerra disperata all’ultimo sangue senza mediazioni.
“Il sovrano, consapevole che le guerre civili avevano permesso l’arruolamento dei farabutti e inetti di ogni risma, aveva provveduto fin dal suo avvento a una consistente scrematura, riducendo il numero delle legioni da 60, a 50, a 28; dopo il disastro di Teutoburgo, ne rimasero 25, e non ci fu verso di incrementarle. Augusto, sulle prime veramente convinto che i germani avrebbero potuto giungere fino a Roma – ma è sempre Dione a dirlo - le provò tutte, per obbligare la gente ad arruolarsi: dapprima dispose la confisca dei beni per un uomo ogni dieci tra quelli più anziani; quindi non avendo sortito l’effetto sperato, ne mandò alcuni a morte”.

Arnold H. M. Jones ci informa che “fu forse in questa occasione che punì un eques vendendolo come schiavo per aver tagliato i pollici ai suoi figli in modo da renderli inabili alla leva”. Richiamò i congedati e arruolò i liberti, spedendoli senza tanti complimenti con Tiberio in Germania, e confinò i germani che vivevano a Roma in varie isole, ponendo fine a questo stato di emergenza solo dopo aver constatato che nessuna invasione aveva avuto luogo da oltre il Reno.

La legione sotto Augusto contava 5500 uomini, suddivisi in dieci coorti, la prima delle quali a organico doppio, le altre con sei centurie da 80 uomini: in tutto, per 28 legioni, 160 mila uomini, ridotti a 145 mila dopo Teutoburgo. Inoltre c’erano gli ausiliari, con le loro alae di cavalleria, le coorti e unità miste di nuova creazione, le coorti equitae di fanteria montana. A Roma venero istituiti i corpi pretoriani di presidio urbano, divisi in nove coorti di fanteria pesante scelta e a alcune turmae di cavalleria.

Comunque il servizio militare aveva perso molto della sua attrattività a causa delle paghe basse, della scomparsa della probabilità per i soldati di fare bottino, della lunghezza insopportabile della ferma, del riserbo più che concreto di non ricevere mai il premio di congedo e pertanto di continuare l’attività in reparti speciali. Dunque in questa situazione non esaltante per l’esercito, si cercò di tamponare le falle e mettere in sicurezza le frontiere.

Nel frattempo Arminio cercava freneticamente di trovare un asse politico in grado di unire le tribù contro Roma, e i romani, a loro volta, minacciavano che chi non li avesse aiutati contro Arminio ne avrebbe condiviso la sorte. Ma la sollevazione di Arminio era stata la rivolta di una delle tante fazioni germaniche, non una volontà collettiva di indipendenza. “nemmeno i cherusci, quindi, per non parlare dei germani nel loro insieme, seppero essere uniti nella resistenza contro Roma: la selva di Teutoburgo non fermò affatto l’avanzata delle legioni. In modo del tutto casuale Arminio aveva messo a segno un buon colpo, ma le ragioni per cui il I secolo si fermarono alle frontiere della Germania furono di altro tipo.”
(P. Heather).

La risposta di Roma fu affidata dall’imperatore Augusto a Tiberio, che poté valersi di ben otto legioni, prelevate dalla Rezia, dalla spagna e dall’Illirico. All’inizio delle operazioni il futuro imperatore Tiberio e il giovane Germanico si limitarono ad alcune azioni dimostrative senza spingersi troppo lontano dal Reno. “La recente vittoria non aveva dato ad Arminio alcuna illusione sull’abilità dei suoi uomini rispetto ai legionari di Tiberio ed egli rifiutò categoricamente di affrontare i romani in campo aperto. Si ritirò invece ancora di più nel fitto delle foreste. Questa tattica riuscì a disorientare Tiberio perché la strategia romana prevedeva di marciare direttamente su ciò che i nemici avevano di più prezioso e poi sconfiggere l’esercito giunto in sua difesa. Ma la Germania non possedeva città da conquistare e aveva pochi raccolti da saccheggiare.”
(P. Matyszak).

Nel 14 d. C. divenne imperatore Tiberio.
Già nel 15 d.C. le legioni, guidate dal figlio di Druso, Germanico, iniziarono le incursioni in profondità oltre il Reno. Dopo la battaglia di Teutoburgo altre tribù si erano unite ad Arminio, compresi quei cherusci prima neutrali guidati dallo zio Imguiomero. Mentre Segeste rimaneva fedele a Roma. Arminio attaccò le forze di Segeste che fu salvato dall’arrivo dei romani, i quali catturarono, oltre a molti giovani nobili germani, Tusmelda, la sposa di Arminio. Tacito scrive “Essa condivideva i sentimenti del marito più di quelli del padre. Non si abbandonò alle lacrime né chiese pietà, ma rimase immobile, le mani strette tra le pieghe della veste, fissi agli occhi al ventre gravido…la sposa di Arminio mise al mondo un figlio maschio educato a Ravenna”. Al rapimento di Tusmelda, Arminio risponde in modo rabbioso, così ce lo descrive Tacito negli Annali: “Che padre egregio, che grande imperatore, che forte esercito! Quante forze erano state necessarie per catturare una fragile donna! Davanti a lui erano cadute tre legioni e altrettanti capi; ed egli non si batteva col tradimento né contro donne incinte, ma a viso aperto, contro uomini in armi. Nei boschi della Germania si vedevano ancora le insegne romane, che egli aveva appeso, dedicandole agli dei della patria. Segeste poteva abitare la riva assoggettata e reintegrare il figlio nel sacerdozio di un culto di esseri umani. I germani non avrebbero mai potuto giustificarsi perché tra l’Elba e il Reno si vedevano le verghe e le scuri e le toghe romane…..Aveva dovuto ritirarsi deluso quell’Augusto asceso tra i numi e quel Tiberio da lui prescelto. Ora, essi non dovevano aver paura di un ragazzetto inesperto né d’un esercito sedizioso. Se amavano di più la patria, i loro maggiori, l’antico costume, che non i padroni e le colonie, seguissero Arminio, la gloria, la libertà, piuttosto che Segeste e un ignominioso servaggio.”

Germanico attaccò e sconfisse i butteri alleati dei cherusci.
Arrivò infine sul luogo dove le legioni romane erano state spazzate via. Erano ormai passati sei anni da quelle giornate terribili per il prestigio delle armate romane, e Germanico diede omaggio ai caduti e una degna sepoltura. Tacito, così ci racconta quello che vide il figlio di Druso: “Avanzavano attraverso un territorio tetro alla vista e cupo alla memoria. Per primo l’accampamento di Varo, con la vastità dell’area e le dimensioni del quartier generale, dimostrava l’opera di tre legioni, più oltre, da un fossato semidistrutto si deduceva che qui s’erano fermati, in quello scavo profondo, gli ultimi ormai in fin di vita. Nel mezzo del campo biancheggiavano le ossa, sparse o a mucchi, a seconda che i soldati erano fuggiti o s’erano fermati a resistere. Accanto a loro, frammenti di armi, carcasse di cavalli e teschi umani piantati nei tronchi degli alberi. Nei boschi intorno, are barbariche, accanto alle quali avevano massacrato i tribuni e i centurioni delle prime compagnie”.
Velleio Patercolo, giudica la disfatta militare di Teutoburgo come il più grave, dopo quello di Crasso, subito dai romani in terra straniera, dice che “l’esercito romano fu massacrato fino all’ultimo uomo da un nemico che massacrò quei soldati come se fossero bestie”. Dalle cerimonie funebri, Germanico e le sue legioni ne uscirono ancora più determinati nella convinzione di sconfiggere Arminio, a tutti i costi. Arminio, intelligentemente, continuava a rifiutare lo scontro aperto con Germanico, ed utilizzava una tattica di guerriglia per mettere in difficoltà anche seriamente i romani. In ben due scontri di rilievo Arminio ebbe la meglio. Arminio valutava positivamente i successi conseguiti, seppur parziali, e tendeva ad accontentarsi e a ritornare alla tattica di guerriglia, ma altri capiguerrieri, contrariamente a lui, ritenevano propizia la situazione per infliggere ai romani una sconfitta schiacciante e così cacciarli definitivamente dalla Germania. I germani attaccarono in campo aperto le legioni di Germanico. Errore tragico. Ben presto i romani fecero valere la loro indiscussa superiorità in quel tipo di battaglia, annientarono i nemici e i superstiti furono inseguiti nelle foreste. Dopo questo successo Germanico ripiegò verso il Reno. Nel 16 d.C., Germanico, per non rischiare i propri uomini dalle difficoltà di approvvigionamento e dalle imboscate, cambiò radicalmente il sistema di spostamento delle legioni e le trasferì via mare. In tal modo arrivò sul fiume Weser. Arminio accorse e tagliò la strada a Germanico verso l’Elba. In quella circostanza avvenne un colloquio straordinario. Arminio dall’altra sponda del fiume Weser chiese di parlare con suo fratello Flavio. Nonostante Arminio avesse rotto ogni legame con Roma, il fratello era rimasto un leale e fedele ufficiale delle legioni. Arminio chiese a Flavio come avesse perso un occhio e questi rispose che era avvenuto nelle prime spedizioni di Tiberio in Germania. Arminio domandò quale risarcimento avesse ricevuto per quel danno e il fratello gli disse di aver avuto varie decorazioni e un aumento della paga. Ne derivò un alterco. Flavio esortò il fratello a chiedere clemenza, ricordandogli che la moglie e il figlio erano indifesi nelle mani di Roma. Per tutta risposta Arminio invitò Flavio a interrompere il tradimento della propria famiglia, della sua tribù e del suo popolo. La conversazione si trasformò in un turbine di urla e insulti e Flavio fu trattenuto da altri soldati dal prendere il cavallo e attraversare il fiume per affrontare il fratello. Arminio parlava e urlava frammischiando parecchi vocaboli in latino, in modo che nell’altra sponda in molti capissero.
Una riflessione dello storico Herfried Münkler, mette in evidenza la capacità dell’impero di esprimere una forte egemonia attrattiva: “Accanto al denaro e al potere economico l’attrazione culturale (cioè il potere ideologico) può essere determinante nel conquistare le popolazioni di frontiera alla causa dell’impero... L’opzione proromana di Flavio è motivata dalla potenza politica e, soprattutto, da quella ideologica di Roma, non dalla potenza militare, già seriamente scossa”. E poi fu battaglia. A Jodistaviso (Minden), in una radura tra il fiume e la foresta. “Da una parte, qualcosa come 50 mila germani di varie tribù, dall’altra, effettivi tratti da otto legioni, almeno 28 mila uomini, mille pretoriani, 30 mila ausiliari e 5 mila germani, oltre a 6 mila cavalieri pesanti e 2 mila leggeri, dotati di arco.”
(A. Frediani).

“Arminio aveva scelto bene il terreno, in leggero pendio, che avvantaggiava i suoi guerrieri, e con i boschi alle spalle. I germani combatterono col loro solito impeto, ma questo era il genere di guerra in cui eccellevano i romani”
(P. Matyszak).
Lo stesso Arminio rischiò seriamente di essere catturato dopo che i suoi guerrieri erano stati sconfitti. Tacito ci racconta: “I cherusci che si trovavano in mezzo tra gli uni e gli altri venivano cacciati giù dai colli. Tra tutti spiccava Arminio. Con i gesti, con la voce, mostrando la ferita sosteneva i combattenti, stava addosso agli arcieri e li avrebbe sgominati se le coorti dei reti, dei vindellici e dei galli non si fossero gettate in avanti. Ed egli, con grandissimo sforzo e spronando il cavallo, riuscì a fuggire, dopo essersi imbrattato il viso col suo stesso sangue affinché non lo riconoscessero. Secondo alcuni furono i canci, che militavano tra i romani, avendolo riconosciuto, a lasciarlo fuggire!”.
La sconfitta di Arminio era stata netta, tanto più che tra i romani, pare, il numero delle perdite era stato risibile. Per i germani, però, la resistenza doveva proseguire, e scelsero un luogo tra le paludi e le foreste vicino ad un fiume per una nuova battaglia. Arminio fece costruire un terrapieno sul modello di quello utilizzato a Teutoburgo contro Varo. I due eserciti erano bloccati sul campo di battaglia, non c’erano vie di fuga, i germani erano chiusi alle spalle della palude, i romani dal fiume e dalle foreste. Solo lo scontro all’ultimo sangue avrebbe risolto, Tacito così ci racconta la situazione: “Non era inferiore l’animo dei guerrieri germani, ma si trovavano in condizione di inferiorità per il genere di combattimento e delle armi: stretti in così gran numero in luoghi angusti, non riuscivano né a protendere né a ritirare le loro lunghissime aste, né a combattere sul posto, i nostri, al contrario, con lo scudo aderente al petto e la mano stretta all’impugnatura della spada, trafiggevano le membra imponenti dei barbari e i loro volti scoperti e si aprivano il passo massacrando i nemici, mentre Arminio ormai dopo tante prove senza sosta non aveva più lo stesso ardore e forse lo indeboliva la recente ferita”. I germani piegati e sconfortati dalle ingenti perdite e dal valore e dalla organizzazione dei romani scapparono, solo il calar della notte li salvò dallo sterminio. Germanico aveva sconfitto Arminio. La battaglia vinta aveva ripristinato l’onore delle armi romane, perduto a Teutoburgo, ma certamente non significava la conquista della Germania. Era ormai settembre e Germanico dispose il ritorno alle basi invernali, mandando alcune legioni per via terra ed altre imboccando il fiume Ems si immise in mare aperto. “L’idea di spostare l’esercito per mare era assai audace, perché i romani non erano tradizionalmente dei navigatori e, durante il viaggio di andata, avevano già sofferto la loro inesperienza nell’arte marinaresca a causa di un fortunale che aveva distrutto alcune navi. Si dimostrarono ancora una volta gente di terra non riuscendo a far fronte a un violento temporale estivo sopraggiunto dal Mare del Nord. La locale tribù dei marsi riferì che le spiagge erano disseminate di rottami e cadaveri a seguito del disastro che causò la morte una cospicua parte dell’esercito romano”.
(P. Matyszak).

Lo storico Andrea Frediani, così analizza la situazione: “Impersonando alla perfezione il mai domo spirito romano, quello spirito che aveva sempre consentito a Roma di ottenere le più grandi vittorie immediatamente dopo le più devastanti sconfitte, Germanico non esitò, nonostante tutto, a ribadire l’autorità capitolina, dopo aver inviato un suo luogotenente tra i catti, infatti, si spinse nuovamente contro i marsi il cui capo, che si era invece arreso, gli aveva rivelato di aver seppellito un’altra delle aquile sottratte a Varo”. Germanico riuscì a recuperare una delle tre aquile perse a Teutoburgo, e poi, prima di tornare alle basi invernali devastò e razziò il territorio. La sorpresa e la capacità di ripresa dimostrate dai romani così è descritta da Tacito: “I romani, dicevano, sono invincibili e nessuna sciagura sarebbe mai riuscita a sopraffarli: dopo che la flotta era andata a fondo, perdute le navi, le sponde coperte di cadaveri di uomini e di cavalli, erano tornati all’assalto con lo stesso coraggio, lo stesso animo indomito, quasi fossero più numerosi”.

Germanico progettò subito una nuova spedizione, questa volta per via terra, si diceva convinto che, con un anno ancora di guerra, nessuno in Germania avrebbe più osato sfidare il potere di Roma. Ma l’imperatore Tiberio era ormai stanco dell’avventura di Germanico in Germania; non lo stimava come generale, e sicuramente lo valutava dal punto di vista della strategia militare assolutamente inferiore al padre Druso e a lui stesso. Tiberio approfittò del disastro navale per mettere in evidenza i pesanti costi di quel tipo di politica offensiva e per ribadire la necessità del rientro a Roma di Germanico. Offrì al giovane generale la concessione del trionfo e un secondo consolato. L’imperatore era convinto che l’umiliazione di Teutoburgo era stata vendicata con le vittorie conseguite, e non c’era alcun motivo di sprecare ancora preziose vite, materiale bellico e oro per la conquista temporanea di foreste e paludi. Germanico non aveva altra scelta che obbedire alla volontà imperiale e celebrò solennemente il trionfo il 25 maggio del 17 a.C. a Roma.

Inoltre nell’ambito dell’entourage dell’imperatore si era consolidata l’opinione di Tiberio, che probabilmente proprio Augusto prima di morire aveva suggerito, il valore della conquista della Germania non corrispondeva ai costi necessari da impiegare nell’impresa. La Germania rimaneva un territorio selvaggio e inospitale, con relativamente poche risorse, con una collocazione assai distante dal baricentro dell’impero che restava il Mediterraneo. Una collocazione, pertanto, che imponeva un dispiegamento di forze militari assai elevate per presidiare efficacemente il territorio, che data la scarsità degli uomini da inquadrare nei reparti, imponeva sforzi economici e sociali elevatissimi.

La risposta di Roma alla sconfitta non arrivò come invece ci si poteva aspettare. La rivincita si limitò ad azioni dimostrative oltre il Reno, con l’intenzione di ribadire la superiorità militare ma non certamente a reinstallarsi stabilmente nella provincia perduta. È stato sempre giudicato molto singolare il fatto che gli eserciti romani sono riusciti ad assoggettare la Gallia, composta da comunità ampie e ben integrate tra loro, abbastanza complesse, strutturate, dotate di sistemi produttivi sviluppati ed economie monetarie sofisticate, senza invece conquistare le società ben più elementari che stazionavano a est del Reno. “Ma l’incapacità di conquistare la Germania può essere in buona parte ricondotta proprio al livello di sviluppo politico ed economico più basso rispetto alla Gallia e alla zona a sud del Reno.”
(P. S. Wells).

I germani non avevano nessun tipo di centralizzazione della produzione manufatturiera, del commercio, nonché della raccolta e della conservazione degli alimenti e degli altri prodotti.
“Ecco perché in Germania i romani non potevano accedere a fonti di approvvigionamento necessarie sul campo, mentre in Gallia per Cesare era stato possibile. Secondo questa interpretazione, fu proprio il sottosviluppo dei territori della Germania settentrionale a impedire la conquista romana.” (P. S. Wells).

Altra conseguenza importante della mancata conquista della Germania ad est del Reno, fu che la Gallia orientale rimase una zona militarizzata, con una strutturazione politica ed economica imperniata sulla presenza delle legioni a presidio del confine renano. I romani piazzarono otto legioni lungo la riva del Reno, fondarono avamposto militari (Colonia e Treviri), che ben presto divennero vere e proprie città, dove le usanze e le tradizioni romane si mescolarono con quelle locali, creando nuove realtà economiche e civili.

“Dal nostro punto di vista è necessario tuttavia rilevare che l’importanza delle basi militari risiede nell’aver messo a contatto diretto le popolazioni indigene con le forze imperiali. Anche nei casi in cui i forti furono occupati soltanto per pochi anni, la presenza di centinaia o migliaia di soldati romani ebbe una profonda influenza nelle popolazioni locali. Da un punto di vista economico, le basi crearono una forte domanda di derrate alimentari, materie grezze e manufatti. Dal punto di vista politico, la presenza di ingenti forze militari può aver avuto importanti conseguenze a livello sociale, indipendentemente dalla presenza o meno di un confronto bellico diretto con le comunità locali.”
(P. S. Wells).
Di fatto Roma si ritirava dalla Germania, e per la prima volta nella storia, rinunciava ad un territorio considerato già suo, dando così alla sconfitta di Teutoburgo un significato storico profondo.

Sia Augusto che Tiberio presero atto che una fase della politica estera si era definitivamente conclusa e che occorreva dedicarsi alla difesa dei confini. La crisi del modello augusteo di espansione, da datarsi negli anni 6 – 9, compiuta a piccoli passi ma senza sosta. “Questa espansione alla fine cadde vittima della propria efficacia.”
(A. Ziolkowski).
Lo spostamento dei confini fino all’Elba e al Danubio fu un grande successo, solo che il controllo delle conquiste fin qui effettuate e contemporaneamente l’ulteriore espansione, avendo sempre le stesse forze a disposizione, diventò alla fine un compito irrealizzabile, anche perché la conquista romana aveva annientato il fattore al quale in larga misura doveva la sua efficacia: la divisione politica dei nemici. Quello che fece unire, prima i pannoni e dalmati e poi i germani, fu la volontà di scrollarsi di dosso il giogo romano. Non solo, ma la politica di incorporare quasi immediatamente nell’esercito romano dei contingenti di popoli sconfitti, se faceva risparmiare il sangue dei propri cittadini, consentiva ai membri di élite che restavano ostili di conseguire un addestramento tattico e organizzativo di prim’ordine, che poi ritorcevano contro la stessa Roma; non è un caso che le due grandi insurrezioni furono opere di soldati delle coorti ausiliari.”

Nel 17 d. C. Arminio, a capo di una coalizione di tribù, avanzò verso la Boemia e attaccò i marcomanni. Lo scontro non fu decisivo, ma Morboduo abbandonò le posizioni e si ritirò nella parte interna delle sue terre. Neppure due anni dopo, però, Morboduo perse il regno per una congiura di palazzo sostenuta dai romani e dovette chiedere aiuto ai cherusci. Il disegno di Arminio di conquistare il dominio assoluto sulla sua tribù, costruire un patto con le altre tribù germane per poi fondare un regno in gara con Marboduo subiva una accelerazione. “Respinti i romani e cacciato Marboduo, Arminio vuole farsi re e, quasi per ironia della sorte, solleva contro di sé lo stesso desiderio di libertà che aveva fatto nascere nei cuori dei suoi compatrioti. Un principe dei catti scrisse in quell’occasione una lettera al senato di Roma nella quale prometteva di uccidere Arminio se solo gli fosse stato inviato il veleno, ma gli fu risposto che il popolo romano già quando combatteva contro Pirro non era mai ricorso all’inganno e al tradimento contro i suoi nemici.”
(M. Bocchida, M. Sartori).

La vittoria di Arminio aumentò i dissidi all’interno della classe dirigente dei cherusci; i suoi avversari cercavano con tutti i mezzi di impedire che riuscisse a edificare un regno, proprio mentre l’obiettivo sembrava prossimo ad essere raggiunto. Arminio fu ucciso dai suoi parenti. Era il 19 d.C., aveva appena trentasette anni. “Ma Roma avrebbe ottenuto un’altra piccola soddisfazione: nel 47 d.C., i cherusci erano talmente diminuiti a causa di dispute interne e guerre interminabili con i catti che chiesero un re all’imperatore Claudio. Questi inviò il nipote di Sigimero. Nuovo re dei cherusci era Italico, figlio di Flavio, ufficiale romano e fratello di Arminio.
(P. Matyszak).

Stefano Vinti
Bibliografia
Le fonti storiche
1. Velleio Patercolo, Storia romana 2. Tacito, Annali 3. Cassio Dione, Storia romana Saggi 1. A. Frediani, Le Grandi battaglie di Roma antica, Newton e Compton, 2002 2. A. Frediani, I grandi generali di Roma antica, Newton e Compton, 2007 3. P. Matyszak, I grandi nemici di Roma antica, Newton e Compton, 2005 4. A. Spinosa, Tiberio, Arnoldo Mondadori Editore, 1985 5. A. Ziolkowski, Storia di Roma, Bruno Mondadori, 2000 6. P.S. Wells, La parola ai barbari, Il Saggiatore, 2007 7. P.S. Wells, La battaglia che fermò l’impero romano, Il Saggiatore, 2004 8. M. Pani, E. Todisco, Storia romana, Carocci Editore, 2008 9. R.H. Barrow, i romani, Arnoldo Mondadori Editore, 1962 10. P. Heater, la caduta dell’impero romano, Garzanti, 2006 11. M. Leglay, J.L. Voisin, Y. Le Bohec, Storia romana, Il Mulino, 2002 12. A. Fraschetti, Augusto, Laterza, 2007 13. R.M. Sheldon, Guerra segreta nell’antica Roma, Libreria Editrice Goriziana, 2008 14. G. Clemente, Guida alla storia romana, Arnoldo Mondadori Editore, 2008 15. H. Münkler, Imperi, Il Mulino, 2008 16. K. Christ, Breve storia dell’impero romano, Il Mulino, 2003 17. P. Le Roux, L’impero romano, Newton e Compton, 2005 18. S.I. Kovaliov, Storia di Roma, Editori Riuniti 19. Accademia delle Scienze dell’URSS, Storia universale, Nicola Teti Editore, 2008 20. Furio Sampoli, Passioni, intrighi, atrocità degli imperatori romani, Newton e Compron, 2006 21. Bocchiola e Sartori, Teutoburgo 9 d.C., Rizzoli, 2005 22. A.H.M. Jones, Augusto vita di un imperatore, Mondadori, 1970 Romanzi 1. H. Turledove, La battaglia di Teutoburgo, Fanucci, 2009 2. E. Pomilio, La notte di Roma, Mondadori, 2008
http://www.umbrialeft.it/node/28449




Flavo e Italico: i parenti di Arminio fedeli all’impero.
La vicenda di Arminio è a tutti nota: figlio del re cherusco Sigimer, crebbe come ostaggio presso i Romani e divenne un soldato presso il loro esercito, addirittura ottenendo la cittadinanza e venendo fatto eques. Tuttavia, quello che sembrava un ottimo esempio di integrazione andò in frantumi quando, per ragioni ancora non del tutto chiarite, Arminio organizzò l’agguato di Teutoburgo, nel quale fece a pezzi tre legioni romane. Da quel momento in poi non si riconciliò mai con lo Stato romano.

Tuttavia, pochi conoscono le vicende legate ad alcuni familiari di Arminio, primo fra tutti il fratello Flavo, che, ormai parte integrante del popolo presso il quale erano cresciuti, restarono fedeli all’impero romano.

Flavus, il biondo.

Pochi anni dopo Teutoburgo, Tiberio lanciò una campagna punitiva in Germania, condotta dall’energico nipote Germanico. Il culmine di questa campagna sarebbe stata la battaglia di Idistaviso nel 16 d.C.

Germanico raggiunse il fiume Visurgis (oggi il Weser) con il suo esercito, e si fermò sulla sponda sinistra del fiume, vedendo che l’esercito di Arminio era sulla sponda destra.

Anche Arminio vide le truppe romane, e probabilmente ebbe un dubbio. 
C’era una questione familiare che doveva risolvere. In compagnia di alcuni capi, Arminio si portò sulla riva del fiume, e chiese ai Romani dall’altra riva se con l’esercito vi fosse Germanico. 
Alla risposta affermativa, Arminio fece una richiesta particolare: 
desiderava parlare con il fratello, che militava sotto Germanico.

Non sappiamo quale fosse il vero nome del fratello di Arminio. 
Quando compare per la prima volta negli Annali di Tacito, viene introdotto come “cognomento Flavus“. Il cognomen corrispondeva a una sorta di soprannome presso i Romani, un appellativo derivante da tratti somatici, caratteriali, atti compiuti etc. Non stupisce che Flavo, qualunque fosse il suo vero nome, avesse acquisito un tale soprannome. Essendo di stirpe germanica, possiamo ben immaginare che fosse, in effetti, biondo.

Tolto questo particolare indiretto, Tacito descrive succintamente così il fratello di Arminio: 
“Costui militava nell’esercito col soprannome di Flavo, soldato di straordinaria fedeltà e privo di un occhio, perduto, in seguito a ferita, pochi anni prima, sotto il comando di Tiberio.”

Veniamo quindi a sapere che Flavo doveva aver militato nell’esercito di Tiberio durante la rivolta dalmato-pannonica del 6-9 d.C. e che, al contrario del fratello, era rimasto sempre fedele a quella che probabilmente doveva sentire come la sua nuova patria, rimanendo gravemente ferito e sfregiato combattendo per essa (in rete si trova riportato un po’ ovunque che Flavo avrebbe perso l’occhio durante l’assedio di Andetrium del 9 d.C., ma Tacito non cita affatto questa notizia).

Flavo si portò sulla riva del fiume, dopo che Arminio ebbe ottenuto di far allontanare gli arcieri romani sull’altra riva. Arminio fece allontanare anche i capi germanici che lo accompagnavano, per poter parlare in relativa intimità con il fratello; dobbiamo immaginare che si siano dovuti parlare a voce molto alta, se non addirittura gridando, per potersi sentire da una sponda all’altra del fiume.

Il dialogo tra Arminio e Flavo è riportato in forma indiretta, forse anche retorica. È chiaramente uno scontro tra due visioni completamente opposte, e se Tacito non se lo è del tutto inventato, possiamo immaginare si sia sviluppato su temi molto simili.

“[Arminio] chiede al fratello l’origine di quello sfregio al volto. 
Gli illustra quest’ultimo il luogo e la battaglia; e allora vuol sapere quale compenso ne abbia avuto. Flavo rammenta lo stipendio accresciuto, la collana [torquis], la corona e gli altri doni militari, tra il dileggio di Arminio per quegli insignificanti compensi alla sua servitù.
Si mossero, da quel momento, su due linee opposte: gli argomenti dell’uno sono la grandezza romana, la potenza di Cesare, le pene severe destinate ai vinti, la clemenza assicurata a chi accetta la resa, il trattamento tutt’altro che ostile riservato alla moglie e al figlio di Arminio; l’altro ricorda il valore sacro della patria, l’avita libertà, gli déi della nazione germanica, la madre che si univa a lui nelle preghiere, perché non abbandonasse parenti e amici e, in una parola, tutta la sua gente, e non preferisse di essere un traditore invece che il loro capo.”

Possiamo immaginare che Flavo e Arminio fossero pesantemente delusi e in collera, vedendo entrambi il fratello come un traditore.

La conversazione degenerò ben presto negli insulti, e Flavo addirittura si mise a chiedere a gran voce cavallo e armi per poter combattere il fratello. Arminio, dal canto suo, rimaneva dall’altra parte “minaccioso, in atto di lanciare la sfida”, inframezzando agli insulti nella sua lingua natìa “espressioni in latino, per aver prestato servizio nel campo romano a capo della sua gente”.

Non conosciamo il destino di Flavo. Certamente partecipò alla battaglia di Idistaviso, che ebbe luogo il giorno seguente.

Sempre da Tacito veniamo a sapere, però, che Flavo ebbe un figlio, il cui nome chiarisce più di ogni altra cosa chi e cosa si sentisse Flavo.

Italico, re dei Cherusci.
47 d.C. Erano ormai passati trent’anni da Idistaviso, quasi quaranta da Teutoburgo.
All’imperatore Claudio arrivò, in quell’anno, una richiesta particolare: 
i Cherusci si rivolgevano ai Romani perché dessero loro un nuovo re. 
Avevano perso gran parte dei loro nobili (Tacito addirittura scrive “tutti”) nelle loro continue lotte intestine, e l’unico membro superstite facente parte di una linea di sangue nobile, anzi, reale, era in quel momento un cittadino romano residente in Italia, di nome Italico.

Italico era niente meno che il figlio di Flavo, e di una donna (il cui nome purtroppo Tacito non menziona) figlia di Actumero, un principe dei Catti. Il nome del figlio di Flavo è forse il miglior “manifesto” riguardo a come il fratello di Arminio si concepisse, ormai un vero e proprio Romano.

Claudio non si fece pregare. Assegnò una guardia del corpo e del denaro a Italico e lo inviò presso i Cherusci perché ne assumesse la reggenza. “Egli era il primo che, nato a Roma e lì vissuto non come ostaggio, andava, quale cittadino, ad assumere il trono in un paese straniero”, commenta Tacito. In questo senso, Italico fu effettivamente un caso più unico che raro.

Lo storico romano lo descrive quasi come un principe ideale: 
di bell’aspetto, un abilissimo cavallerizzo e combattente, sia alla maniera dei Romani che dei Germani. Una volta insediatosi, pare fosse molto amato dai suoi nuovi sudditi, non solo perché si dimostrò un sovrano equilibrato, ma anche per i modi di fare che lo facevano essere davvero una via di mezzo tra un Romano e un Germano: “Italico, col suo arrivo, produsse inizialmente gioia tra i Germani e, poiché non era coinvolto in lotte di fazione ed egualmente attento verso tutti, veniva festeggiato e onorato, nel suo mostrarsi affabile ed equilibrato, cosa che a nessuno dispiace, e per il suo indulgere al vino e ai piaceri, come amano i barbari”, scrive Tacito. Italico iniziò a essere un rinomato regnante, conosciuto sia tra i popoli vicini che tra quelli lontani.

Tuttavia, gli echi dei passati conflitti non erano sopiti. Le fazioni più estremamente anti-romane iniziarono a sobillare gli altri popoli germanici, insistendo sul fatto che Italico fosse lì per porre fine alla libertà dei Germani in favore della supremazia romana.

Gli oppositori di Italico intendevano liberarsi una volta per tutte anche del fantasma di Arminio: 
il capo cherusco ormai apparteneva al passato, ed era inutile continuare a tirare in ballo la sua linea di sangue. Inoltre Italico era estremamente malvisto anche per un altro, più importante motivo: 
egli era del resto il figlio di Flavo, che era diventato un Romano a tutti gli effetti.

Così Tacito esprime i dubbi dei capi germanici oppositori: 
“Non era dunque nato nessuno in terra di Germania che potesse ricoprire il ruolo di capo, senza innalzare sopra tutti il discendente di quello spione di Flavo? Era inutile evocare sempre il nome di Arminio: se anche fosse venuto qui a regnare il figlio di Arminio, allevato in terra straniera, c’era di che essere sospettosi, perché infettato dall’educazione ricevuta, dalla disponibilità a servire, dallo stile di vita, insomma dalla mentalità straniera; se poi Italico aveva lo spirito di suo padre, nessuno quanto suo padre, e con ostilità maggiore della sua, aveva levato le armi contro la propria terra e gli déi della patria.”

Mentre i suoi nemici radunavano una grande forza, Italico si preparava a difendere il suo trono, radunando una forza altrettanto grande.

Italico si sentiva in tutto e per tutto nel giusto: “[Italico] ricordava di non essersi imposto contro il loro volere, ma d’essere stato chiamato, perché superiore agli altri in nobiltà: mettessero alla prova il suo valore, per vedere se si mostrava degno dello zio Arminio e del nonno Actumero. Né arrossiva per il padre, perché non aveva mai tradito gli impegni verso i Romani, assunti col consenso dei Germani.”

Si arrivò quindi a battaglia. Di questo scontro non sappiamo purtroppo assolutamente nulla, se non che vi fu e che Italico ne uscì vincitore, consolidando così il suo potere sui Cherusci.

Non abbiamo notizie certe sul proseguimento e sulla fine del regno di Italico, o su suoi eventuali discendenti. Da Tacito sappiamo solo che “scivolò, col successo, nella superbia e perse il trono; di nuovo rimessosi in sella, con l’aiuto dei Longobardi, pesò duramente, nel bene e nel male, sulle sorti dei Cherusci.”


Germania Magna


https://tribunus.it/2018/03/13/flavo-e-italico-i-parenti-di-arminio-al-servizio-dellimpero/



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