martedì 21 novembre 2017

Il grande condottiero mongolo Subedei, rivolgendosi a Gengis Khan: Ti proteggerò dai nemici come un vestito ti ripara dal vento.

Subedei (1176 circa – 1248)
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

«Ti proteggerò dai nemici come un vestito ti ripara dal vento.»
(Subedei, rivolgendosi a Gengis Khan)

Fu il principale stratega, generale e braccio destro di Gengis Khan e condusse vittoriosamente in prima persona non meno di 20 campagne militari, conquistando un'estensione maggiore di territori di qualsiasi altro condottiero della storia prima o dopo di lui.

La sua strategia militare gli permetteva di coordinare movimenti di attacco su aree di oltre 500 km di distanza e divenne famoso per aver preparato i piani che condussero alla distruzione contemporanea in due soli giorni degli eserciti di Ungheria e Polonia distanti circa un migliaio di kilometri l'uno dall'altro.

Il grande storico militare inglese Basil H. Liddel Hart lo affianca a Napoleone Bonaparte come più grande "stratega logistico" della storia; intendendo per "stratega logistico" la capacità dei due condottieri di manovrare in modo coordinato grandi masse di truppe ampiamente separate tra loro, in modo da ottenerne il rapido concentramento nel punto e nel momento più opportuno per raggiungere una schiacciante superiorità sul campo di battaglia.

[...] Si unì da ragazzo alle forze di Temujin (come era allora noto Gengis Khan) e prima dei 20 anni aveva già preso il comando di 4 distaccamenti di guerrieri, nel 1212 prese Huan con un blitz e questo fu il suo primo exploit riportato alla storia compiuto autonomamente da condottiero.

Fu il primo che diede un'importanza primaria alle tecniche di assedio ed alle armi da assedio medioevali che aveva appreso dagli ingegneri cinesi. Utilizzava tecniche avanzate come ponti galleggianti, catapulte, ed artiglieria cinese. Ma soprattutto la più grande innovazione stava nel fatto di incorporare nell'esercito mongolo i più valenti guerrieri ed ingegneri nemici sconfitti, in particolar modo tutti coloro che potevano vantare una specializzazione venivano graziati e reclutati.

Faceva largo uso di spionaggio ed infiltrati per conoscere in anticipo le problematiche, i territori e le forze nemiche. Curava in special modo la sua cavalleria leggera che doveva essere sempre molto mobile ed autosufficiente. A differenza di tutti gli eserciti del mondo che valorizzavano in un comandante le doti di coraggio, valore e carisma personale, i Tataro-mongoli preferivano vedere in un generale doti di stratega e tattico che fosse sempre in grado di manovrare, leggere le situazioni belliche ed aggiustare gli schieramenti all'evolvere degli scenari. 

Subedei nel tempo era divenuto così grasso e pesante da non poter essere trasportato da nessun cavallo; i Khan però non si sarebbero mai privati della sua direzione e per questo venne costruito un vagone al traino adatto a lui. 

Si racconta che Subedei e Batu spesso si sedevano sulla cima di una collina per discutere l'evolvere della battaglia e dirigere mosse o tattiche con delle bandierine colorate.

https://it.wikipedia.org/wiki/Subedei


Khanato dell'Orda d'Oro.
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.[...]

Il Khanato dell'Orda d'Oro (conosciuto anche come Khanato Kipchak) fu un regno tataro-mongolo fiorito in Russia nei secoli XIII-XVI, fondato da Batu Khan, un nipote di Gengis Khan. 
L'Orda d'Oro fu uno dei quattro khanati in cui venne diviso l'Impero mongolo dopo la morte di Gengis Khan: gli altri furono l'Ilkhanato di Persia, il Khanato Chagatai nell'Asia Centrale e la Dinastia Yuan 元朝 (1271-1368) in Cina.[...]

La divisione dell'Impero di Genghis Khan.
Alla morte di Gengis Khan l'impero da lui costituito venne diviso tra i quattro figli. 
Djuci, il maggiore, era già morto ed anche la sua paternità venne messa in dubbio, così che a suo figlio Batu furono assegnate le terre più lontane tra quelle conquistate, il sud della Rutenia. 
Chagatai (secondo in linea di discendenza) era considerato una "testa calda" e ottenne l'Asia centrale ed il nord dell'Iran. Ogodei ottenne la Cina ed il titolo del padre, Gran Khan. 
Tolui, il più giovane, ricevette le terre natie dei Mongoli.

La conquista della Russia.
[...] Batu cominciò ben presto ad espandere i territori da lui controllati e nel 1236 conquistò la Bulgaria del Volga. Dopo questa prima vittoria ebbe inizio, nel 1237, l'invasione della Russia. 
I Tataro-mongoli conquistarono rapidamente il controllo delle steppe, inglobando le locali popolazioni turche nel loro esercito. L'obiettivo principale era la Rus' di Kiev che, anche se ormai in fase di declino, era comunque il maggiore Stato russo. Nel 1240 i Tataro-mongoli conquistarono e saccheggiarono Kiev ponendo fine alla sua prosperità. In breve tutti i principati russi che costituivano lo Stato vennero conquistati, eccetto Novgorod che, governata da Alexander Nevsky, riconobbe la supremazia del khan. A differenza delle steppe dell'Asia centrale, la Rutenia non venne incorporata nell'Orda d'Oro ma lasciata in uno stato di vassallaggio semi-indipendente, dietro pagamento di un tributo. L'Orda continuò a vedere la Rutenia come un'area periferica di minore interesse, a patto che essa continuasse a pagare i tributi.

Invasione di Ungheria e Polonia.
Durante la conquista della Russia, i Tataro-mongoli sconfissero e sottomisero le tribù dei Cumani, una popolazione turca stabilitasi a nord del Mar Nero. Alcuni Cumani però fuggirono e si rifugiarono nel Regno di Ungheria. Quando Béla IV d'Ungheria si rifiutò di consegnare i Cumani, Subedei, il comandante delle truppe tataro-mongole in Europa, preparò un piano per invadere l'Europa. 

Nel 1241 due armate principali al comando di Batu e Subedei invasero l'Ungheria mentre un'armata più piccola invase la Polonia come diversivo per evitare che giungessero aiuti agli Ungheresi da nord. 

Dopo aver saccheggiato gran parte del territorio polacco, i Tataro-mongoli si scontrarono il 9 aprile con le forze polacche guidate da Enrico II il Pio, Duca di Slesia, nella Battaglia di Legnica: Enrico fu ucciso e le sue forze si dispersero mentre i Tataro-mongoli si diressero a sud per congiungersi con le altre armate. 

Appena due giorni dopo le armate del sud sconfissero gli Ungheresi nella Battaglia di Mohi, costringendo la famiglia reale a fuggire. Nonostante l'Ungheria non fosse ancora affatto pacificata, i Tataro-mongoli marciarono in direzione di Vienna, probabilmente con l'intenzione di invadere la Germania in inverno, ma proprio allora giunse a Batu la notizia della morte del gran khan Ogedei. A questo punto l'invasione fu interrotta e Batu tornò in Mongolia per l'elezione. In seguito, l'Orda fu impegnata su altri fronti e così nessuno più pensò di tentare nuovamente una grande campagna per conquistare l'Europa occidentale.

La fondazione dell'Orda d'Oro.
[...] Nel 1242 Batu stabilisce la sede dell'Orda a Saraj. 
Alla sua morte, nel 1255 il khanato viene ereditato dal figlio. 
L'Orda perde molto rapidamente la sua identità mongola: la maggior parte della sua popolazione è di origine turca, uzbeca ed altri popoli altaici. Rapidamente il nomadismo cede il passo alla sedentarizzazione e Saraj diviene una grande e prospera metropoli. L'Orda, sempre a seguito dell'influenza dei popoli assoggettati adotta la religione islamica abbandonando le originali credenze animistiche dei Mongoli.

Politica dei Tataro-mongoli verso i Russi sottomessi [...].
Il centro dell'impero tataro-mongolo si trovava in Mongolia, in particolare a Karakorum, dove il gran khan aveva la sua corte. Il conquistatore della Russia, Batu, non era un sovrano indipendente, ma governava l'Orda d'Oro come una provincia di un impero in cui tutti i khan dipendevano dal gran khan.

Fu alla morte di Batu, nel 1255, che il khanato dell'Orda d'Oro divenne uno Stato indipendente, con capitale a Saraj. Dopo la morte di Batu, per esempio, i khan dell'Orda d'Oro cominciarono ad utilizzare per sé stessi il titolo di gengis khan ("signore universale"), e questo creò diversi problemi con gli altri discendenti di Temujin.

[...] La politica nei confronti di principi e principati era abbastanza semplice: 
i Tataro-mongoli si limitavano alla riscossione delle imposte e alla leva militare, ma non si intromettevano nelle lotte fra principati.

Per questo motivo, anche sotto i Tataro-mongoli i principi russi continuarono a lottare tra di loro per aumentare ciascuno il proprio dominio. Molti principi, soprattutto i più deboli, per non cadere sotto il dominio di un principe più potente, facevano atto di donazione delle loro terre all'Orda d'Oro. Questi principi mantenevano un titolo nobiliare (naturalmente non erano più knjaz', ma entravano a far parte del numero di quei boiari che, insieme con i noyon mongoli, affiancavano il khan nell'amministrazione del territorio). Il khan poteva anche dividere il territorio di un principato in due o più parti e assegnarle al dominio di diversi principi russi. L'Orda d'Oro ingrandì così i propri domini non tanto per via di conquiste militari, ma per effetto di queste continue donazioni che finivano per creare una moltitudine di enclave nel territorio russo.

I Tataro-mongoli crearono nella Rus' di Kiev un'amministrazione organizzatissima:
nelle corti dei principi russi erano stabiliti dei luogotenenti del khan, con delle truppe turco-tataro-mongole a loro disposizione per reprimere nel sangue ogni tentativo di rivolta, alcuni funzionari erano incaricati di arruolare soldati slavi per l'esercito tataro-mongolo, soldati che andavano a costituire un corpo scelto nell'esercito del khan di Saraj e spesso anche in quello del gran khan di Karakorum, alcuni commissari erano incaricati di studiare la vita, gli usi, i costumi e la lingua dei Russi, gli esattori (baskaki) raccoglievano tasse e tributi dapprima in natura, e poi in moneta d'oro e d'argento.

Chi non era in grado di pagare era deportato in schiavitù, come anche le persone che pure pagavano se i commissari le giudicavano pericolose per il potere (i commissari davano ordine agli esattori di alzare le tasse finché essi non potevano più pagare). 

Non sempre gli esattori erano tatari, o mongoli: potevano essere ebrei, cinesi (nel senso più ampio del termine) e spesso anche russi. Il khan, infatti, metteva in vendita la carica di esattore; gli esattori, dal canto loro, prelevavano da ogni famiglia una quota ben superiore a quella che dovevano al khan, sia per ammortizzare la spesa per l'acquisto della carica, sia per accumulare ricchezze personali. Per quanto odiati da quasi tutti, saranno proprio loro a far rinascere il commercio in Russia e a prestare ai principi russi somme di denaro affinché questi possano ricostituire a poco a poco un loro esercito personale. In questo modo, molti esattori diventeranno persino dei nobili.

I Tataro-mongoli avevano il diritto di requisire cavalli, carri, derrate alimentari, come pure di essere alloggiati gratuitamente quando erano in missione.

La burocrazia tataro-mongola era molto complessa, e molto corrotta. 
Oltre alle figure già citate, esisteva tutta una serie di funzionari intermedi che dovevano essere pagati per poter accedere al funzionario superiore.

La politica dell'Orda verso la Rus' di Kiev (soprattutto nelle regioni dell'Europa orientale oggi note come Rutenia, abitate da popolazioni slave e di origine variaga) fu di costante cambiamento di alleanze, con il fine di mantenere il vecchio Stato feudale debole e frammentato. 
De iure, i principi russi non furono mai deposti; tuttavia questi principi, per regnare, dovunque essi fossero (anche i vecchi confini della Rus' furono mantenuti), dovevano rimettersi completamente alla volontà del khan, che quando voleva cambiava anche la casa regnante.
Ogni principe che avesse voluto regnare, anzitutto doveva recarsi a Saraj e fare atto di sottomissione al khan, e successivamente comprare la carica di principe. In questo modo otteneva dal khan una lettera patente, chiamata jarlyk, con la quale poteva regnare. 
Era vantaggioso per un principe affrontare questo viaggio, perché comunque anch'egli, sebbene in misura molto limitata, avrebbe potuto imporre delle tasse alla sua popolazione (normalmente, una metà di questa seconda tassazione era poi versata ancora agli esattori tatari).

Un problema era creato dal fatto che a volte anche alcuni boiari andavano a Saraj per comprare il titolo principesco, e il khan concedeva lo jarlyk non automaticamente al principe regnante o al suo discendente, ma a chi offriva di più. Spesso, anzi, c'era questa stessa competizione anche all'interno della stessa famiglia (il principe contro un suo figlio o un suo fratello...). Molto spesso andavano a Saraj anche dei mercanti, che potevano ritornare nelle loro città addirittura come principi. Coloro che non erano riusciti a comprare il titolo venivano uccisi: era il modo dei Tataro-mongoli di tenere sotto controllo il territorio ed evitare le guerre civili.

Spesso, inoltre, i Tataro-mongoli non volevano che la stessa persona rimanesse principe molto a lungo: inizialmente, i principi dovevano recarsi a Saraj ogni anno per farsi rinnovare lo jarlyk, soprattutto dalla Russia meridionale.

«Il principe russo era senza diritti nei confronti del khan tataro; il boiaro lo era di fronte al principe, il servo di fronte al boiaro. Insomma, ognuno si inchinava verso l'alto e opprimeva verso il basso»
Andrzej Poppe

Migrazioni e nuovi centri di potere [...]
Le uniche due città risparmiate dalla conquista tataro-mongola, grazie al clima, Novgorod e Pskov, continuarono i loro commerci con le città dell'Europa Settentrionale, e anche con l'Impero bizantino (la piazza era libera dal monopolio di Kiev e delle città del sud). Commerciando con Costantinopoli, gli abitanti di Novgorod dovevano pagare un tributo ai Tataro-mongoli.

[...] D'altra parte, nella Russkaja Pravda le città più a nord-est erano considerate periferiche e secondarie (alla morte del gran principe dovevano passare ai suoi figli minori). Con l'invasione tataro-mongola, al contrario, il centro dello Stato si trasla proprio verso nord-est. Le città che prima nessuno voleva, ora diventano molto appetibili, e i principi vogliono stabilirsi permanentemente in queste città. Questo legame forte di un principe con una determinata città e una particolare družina era in contrasto con lo spirito della Russkaja Pravda: si ritorna, anzi, al primissimo modo di gestire il potere ai tempi dei primi Rjurikidi. Quello che si vuole creare, è un legame sempre più stretto tra knjaz', družina, bojari e latifondisti non nobili (mercanti arricchiti che acquisteranno dal principe la terra, e poi anche il titolo nobiliare). 

Si viene così ad instaurare una concezione assolutistica del potere:
il principe possiede tutto il territorio, e lo dà a chi vuole,
il principe detiene il potere e dà titoli nobiliari a chi vuole,
i cittadini obbediscono solo al principe: la veče non esiste più o è privata di ogni potere 
(diventa un'assemblea composta di soli bojari e latifondisti, naturalmente alla totale dipendenza dal principe).

La nascita, o almeno il consolidamento, dell'assolutismo in Russia sembra quindi collegata con l'invasione tataro-mongola.

Nel XIV secolo la sollevazione della Lituania nel nord est dell'Europa sfidò il controllo dei Tatari sulla Rutenia. In risposta a ciò il khan iniziò ad appoggiare Principato di Mosca nel ruolo di leader della Rutenia. A Ivan I fu riconosciuto il titolo di Gran Principe e l'incarico di raccogliere i tributi, dovuti all'Orda, tra gli altri principi della Rutenia.

Cultura [...]
I Tataro-mongoli rimasero in Russia circa duecento anni (1223-1480), influendo sulla vita, sui costumi, sulla cultura e sulla lingua della popolazione. Si stabilirono soprattutto nel sud della Russia, dove l'ambiente offriva le condizioni migliori per continuare la loro forma di vita, basata su caccia, allevamento e commercio. 

[...] La donna, nella società russa del tempo, cadde in una condizione di semi-schiavitù. 
I matrimoni, per esempio, erano conclusi per volontà dei genitori. Si tenga presente che il mondo slavo, alle origini, era stato quasi matriarcale (in molte cronache monastiche si dice che le donne erano libere di scegliersi il marito). Il ruolo delle donne, dunque, si capovolge; se in passato c'erano state persino delle donne che dettavano l'agenda politica di vescovi e principi (come Eufrosina di Polack), ora il potere era tutto in mano degli uomini.

Nell'amministrazione della giustizia i Tataro-mongoli resero comuni alcune torture e forme di esecuzione capitale che prima erano irrogate soltanto agli schiavi. Pene più comuni erano il taglio delle mani, dei piedi, delle orecchie, della lingua, l'accecamento o lo squartamento.

La Chiesa sotto il dominio tataro-mongolo.
I Tataro-mongoli non miravano assolutamente a convertire i popoli sottomessi, né allo sciamanesimo (anche perché era praticamente impensabile "convertirsi" allo sciamanesimo), e neanche all'Islam dopo che, nel 1277, il khan Mengu Timur aderì pubblicamente alla fede musulmana. A loro, ogni culto andava bene: a Saraj vivevano gli uni a fianco degli altri cattolici latini, ortodossi, ebrei, musulmani, animisti, buddisti.

Quando Guglielmo di Rubruck si era presentato al gran khan Munke con l'intento di convertirlo al cattolicesimo, si era sentito rispondere:
«Noi Tatari adoriamo già un solo Dio, che ci fa vivere e morire, e verso il quale dobbiamo avere un cuore sincero. Ma come Dio ha dato alla mano varie dita, così ha dato agli uomini diverse vie».

I Tataro-mongoli dell'Orda d'Oro si convertirono all'Islam tra il 1260 e il 1280, sotto i khan Berke e Mengu Timur, per un motivo squisitamente politico: 
allearsi con i Mamelucchi egiziani contro l'Ilkhanato di Persia.

Sotto i Tataro-mongoli, se la popolazione era vessata e umiliata, gli ecclesiastici erano invece esentati da ogni imposta. Anche nei principati di Kiev e di Vladimir-Suzdal', i monasteri erano delle "isole" tranquille, e le terre da essi controllate erano soggette alla giurisdizione solo dell'igumeno o dell'archimandrita. Tutte le persone e i villaggi di questi territori sottoposti ai monasteri erano esenti dalle tasse.

I Tataro-mongoli emisero anche delle norme ben precise perché nessuno infastidisse il clero (compresi diaconi e monaci), che aveva il compito di intercedere per il khan. Qualora un tataro, o anche un russo, avesse arrecato offesa a un prete (krylos), era soggetto alla pena capitale: in queste "offese" era compreso anche il furto in una chiesa o in un monastero. D'altra parte, questa era una prassi originale dei Mongoli fin da quando risiedevano in Asia centrale: se anche un nobile (noyon) avesse infastidito uno sciamano, la pena prevista era la morte.

Si era dunque creata una spaccatura nella Rus' amministrata dai Tataro-mongoli: 
da una parte la popolazione normale, dall'altra il clero, i monaci, e i contadini che con il loro lavoro contribuivano alla vita del clero e dei monasteri. Favorendo questa contrapposizione sociale, d'altronde, i Tataro-mongoli non intendevano umiliare i Russi: semplicemente avevano trasferito in Russia la loro mentalità.

Il disgregamento dell'Orda. 
Nel 1357 il khan Ganī Bek venne assassinato e l'impero cadde in preda ad una lunga guerra civile in cui, ogni nuovo khan non riusciva a mantenere il suo titolo per più di un anno. 
In questo periodo Dmitrij Donskoj di Mosca tentò di liberarsi del giogo dei Tataro-mongoli.
Mamai, un generale tataro che aspirava al trono, tentò di rinsaldare l'autorità del suo popolo sulla Rutenia ma il suo esercito fu sconfitto nella battaglia di Kulikovo, che fu la prima vittoria rutena sui Tatari. Poco dopo Mamai scomparve dalla scena e Toktamish, un autentico discendente di Gengis Khan, ricostruì il potere dell'Orda e nel 1382 saccheggiò Mosca come ritorsione per la sua insubordinazione.

Nel 1440 l'Orda fu nuovamente sconvolta dalla guerra civile. 
Dall'originale impero si erano ormai formati differenti khanati autonomi: 
il Khanato di Siberia, di Kazan', di Astrachan', di Qasim, di Crimea e di Nogai. 
Nessuno di questi nuovi Stati fu in grado di reggere il confronto con il Granducato di Mosca che quindi si liberò definitivamente del controllo mongolo intorno al 1480.

Conclusione.
La sorte dei vari khanati fu quella di essere, prima o poi, annessi dalla Russia. 
Sia Kazan' che Astrachan' furono conquistate da Ivan IV, detto Il Terribile, che, dopo queste annessioni, rinominò il suo Stato "Russia" nel 1550. Entro la fine dello stesso secolo anche il Khanato di Siberia subì la stessa sorte. Il Khanato di Crimea, grazie alla sua alleanza con l'Impero ottomano, riuscì a mantenere la sua indipendenza dalla Russia fino al regno di Caterina II nella seconda metà del XVIII secolo.

Orda d'Oro - Localizzazione

https://it.wikipedia.org/wiki/Khanato_dell%27Orda_d%27Oro


Rutenia,
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.


Rutenia: 
la zona evidenziata in arancione indica la Rus' di Kiev.
Rutenia è il toponimo utilizzato per le regioni dell'Europa orientale storicamente abitate da popolazioni slave orientali e di origine variaga (Rus' di Kiev). [...]
Il termine rus, con cui le popolazioni slave e finniche indicavano i variaghi, dovrebbe derivare dalla radice in antico norreno roôs o roths usata in ambito nautico ed ancora esistente nelle lingue finlandese ed estone per indicare gli svedesi, ruotsi e rootsi. In seguito la parola rus' passò ad indicare non più solamente l'aristocrazia variaga ma anche tutte le popolazioni dell'Europa orientale che da essa erano state assoggettate.

[...] In precedenza i Rus' erano stati denominati Rugi, una delle più famose tribù Gote, e Rutuli, una tribù italica citata da Virgilio nell'Eneide. Prima della fine del XII secolo la parola Ruthenia era usata, con le grafie alternative di Ruscia e Russia nei documenti della Santa Sede, scritti in latino, per indicare le terre sotto il dominio di Kiev. Nel corso del XIII secolo il termine venne normalmente usato per indicare la Rus' di Kiev soprattutto in Ungheria, Boemia e Polonia


lunedì 20 novembre 2017

Le Crociate viste dagli Arabi.




Amin Maalouf, «Le Crociate viste dagli Arabi».

"(...) all'epoca delle crociate il mondo arabo era ancora, sul piano intellettuale e materiale, il depositario della civiltà più avanzata del pianeta. Dopo, il polo si sposta decisamente verso l'Occidente. Esiste in questo fenomeno una relazione di causa-effetto? Si potrebbe affermare che le crociate abbiano dato il via allo sviluppo dell'Europa occidentale e segnato la fine della civiltà araba? (...) Assalito da ogni parte il mondo musulmano si rinchiuse in se stesso. Era diventato freddo, diffidente, intollerante, sterile e questi aspetti si aggravarono man mano che l'evoluzione del pianeta, rispetto alla quale si sentiva emarginato, proseguiva il proprio corso".
Amin Maalouf, «Le Crociate viste dagli Arabi».


Il libro presenta la storia delle Crociate vista da musulmani, invece che dalla parte dei cristiani europei. Due secoli di guerre sanguinose, tradimenti, saccheggi, massacri e intrighi, che vedono gli emirati arabi inizialmente sconfitti dai franchi, descritti come “biondi e sanguinari invasori” che conquistano Gerusalemme e importanti città nella zona palestinese e siriana.

Gli Stati musulmani sono divisi, spezzettati in tanti emirati che si fanno guerra fra loro e che non riescono a vedersi come un insieme di stati uniti sotto una stessa religione che li porti a condurre il Jihad contro l’invasore, talvolta alcuni emiri musulmani preferiscono schierarsi col nemico e diventarne vassalli, pur di mantenere il dominio sui loro regni.

Ma la divisione finirà e i musulmani si uniranno presto contro il nemico comune.

Grandi personaggi come Zenki, Nur-ad-din e Saladino schiacciano le divisioni interne e portano l’Islam alla vittoria. [...]

Un chiaro esempio ne è il massacro di Ma’arra, un’intera città massacrata durante la prima Crociata, episodio che vede i soldati cristiani che, stremati e disperati in seguito alla conquista di Antiochia sono costretti per la fame a dedicarsi al cannibalismo su bambini, vecchi e donne![...]

Il medio Oriente subisce non solo l’urto degli Stati Crociati, ma anche l’invasione mongola dall’est.

Pur riuscendo a debellare entrambe le minacce e a risultare vincitore da queste guerre, il mondo arabo ne esce fuori inasprito, abbrutito da tanti decenni di massacri. Mentre la fine delle Crociate vede un arricchimento della cultura europea, che si fa anche contaminare ed arricchire culturalmente dai nemici, i musulmani nutrono una profonda diffidenza nei confronti dell’estraneo, gli europei faranno uso delle conoscenze tecniche e scientifiche degli arabi, ma non viceversa: imparare la lingua o le tecniche europee per molti arabi significherebbe tradire la propria cultura.

Il principale polo politico mondiale si sposterà di lì a poco a Occidente con il Rinascimento e l’Oriente, dopo secoli di supremazia, passerà in un secondo piano e cederà il passo a quello che diventerà per lungo tempo il centro del Mondo: l’Europa.

http://www.sololibri.net/Le-Crociate-viste-dagli-Arabi-di.html


[...] Molto belle le descrizioni delle figure di Norandino e Saladino che sembrano decisamente meno "feroci" di come la storiografia occidentale li ha fatti passare. Di contro, il "re buono" Riccardo Cuor di Leone come tramandato dalle leggende occidentali, in Palestina è stato visto come un barbaro affamato di saccheggi e violenze.

[...] gli invasori "franchi" sono un popolo di barbari, infidi, fanatici e xenofobi, ma muniti di forti mezzi militari e rigide strutture amministrative e gerarchiche; gli arabi -già da alcuni decenni invasi e quindi ibridati con turchi, armeni, curdi e poi mongoli- costituiscono ancora a quel tempo la più raffinata civiltà esistente, ma dilaniata da continui conflitti interni. I primi cederanno ai secondi una mentalità barbara e intransigente fino al fanatismo, provocando, o forse solo accelerando, l'ascesa dei popoli islamizzati più brutali e determinati (turchi, armeni e curdi, appunto) e la definitiva decadenza delle dinastie arabe; a loro volta quei popoli raffinati dell'est Mediterraneo e del Vicino Oriente cederanno il loro cospicuo sapere, l'amore per la ricchezza e le bellezze, e l'antica saggezza presso di loro conservata, avviando il processo che dall'umanesimo porterà al risorgere dei comuni, al rinascimento, alle nuove scienze e al dominio del mondo.
Questa è, per grandi linee, la tesi sostenuta da Maalouf nel suo breve e interessante epilogo.  


[...] Una volta gli Occidentali erano chiamati in maniera indistinta "i Franchi", adesso sono "gli Americani", così come noi occidentali chiamiamo erroneamente tutti i mussulmani allo stesso modo "gli Arabi". I fanatici non mancarono da entrambe le parti, Templari, Ospitalieri e Assassini, abbondarono i traditori di entrambi i fronti, e gli avventurieri senza onore. I cronisti "arabi" si meravigliarono, e giustamente, della scarsa civiltà giuridica e medica dei Franchi. Particolare orrore suscitava in loro la pratica del giudizio divino, ma anche il modo supponente e arrogante con cui i medici occidentali curavano i loro pazienti. Lo sguardo dello storico lascia ben visibili però le vittime reali di questa follia durata secoli: le popolazioni passate da un dominio all'altro, da un sistema vessatorio ad un altro, e la paura, la morte e la carestia che le guerre portarono e portano sempre con loro. 

[...] È la storia delle crociate, o meglio delle "guerre franche", come vengono viste dal popolo arabo, dalla prima invasione del 1096 alla definitiva cacciata degli ultimi Franchi nel 1291.

http://www.anobii.com/books/Le_crociate_viste_dagli_arabi/9788805050505/0162824c02b55a4fbb



Tutto iniziò nel 1096 con la crociata guidata da Pietro l’Eremita e tutto, almeno a livello materiale, terminò nel 1291 con la caduta di Acri e quindi la fine della presenza europea in Oriente (almeno per un po di secoli a venire).

Ma le conseguenze morali delle crociate non sono ancora spente ai nostri giorni e ci pare giustificato quanto scrive Maalouf a conclusione del suo libro 
“E’ chiaro che l’Oriente arabo continua a vedere nell’Occidente un nemico naturale. Contro di lui, ogni atto ostile – sia esso politico, militare o facente leva sul petrolio – non é che rivendicazione legittima. E non si può dubitare che la rottura avvenuta tra i due mondi abbia la propria radice nelle crociate, a tutt’oggi considerate dagli arabi come vero atto di violenza“.

[...] Le fonti arabe non parlano di crociate, ma di guerre o invasioni dei “franchi”, intendendo con questo nome tutti gli occidentali.

Dapprima il sultano di Nicea riesce a contenere gli invasori franchi, ma l’anno successivo viene scontitto e gli europei dilagano progressivamente impadronendosi di Edessa, Antiochia, di alcune città siriane, libanesi, palestinesi e infine di Gerusalemme (1099), che viene saccheggiata e la cui popolazione massacrata.

Anche la comunità ebraica della città, riunita nella sinagoga principale, non viene risparmiata.
I franchi circondano l’edificio con legname e poi vi danno fuoco; chi tenta di uscire viene ucciso, gli altri sono lasciati bruciare vivi all’interno del tempio.

Nel periodo di massima conquista occidentale, il territorio in mano franca comprende tutta la fascia che va dalle coste turche mediterranee orientali fino a Gaza.

Gli opposti schieramenti sono quanto mai eterogenei, mutevoli e molti disuniti, specialmente in campo arabo, in cui le rivalità interne sono più evidenti.

Molti successi dipendono anche dalle personalità che a un certo momento si trovano a guidare una delle parti in campo.

Da parte araba emergono Zenki, suo figlio Norandino (Nur ad-Din), Saladino (Salah ad-Din) (che pare non fosse feroce come lo descrivono certe fonti occidentali), Al-Kamil e altri.

Da parte occidentale, come si sa, é tutto un accorrere in Oriente di personaggi anche del calibro di molti celebri re e imperatori.

A complicare il quadro ci sono le mene e le giustificate paure degli imperatori di Bisanzio, che durante una crociata viene persino conquistata e saccheggiata dai franchi.

Per non parlare dell’apparizione dei terribili mongoli nel già tanto complicato scacchiere!

Insomma due secoli che ne videro di tutti i colori in quella, tuttora, tormentata parte del mondo: dall’assedio di Tripoli durato duemila giorni, agli atti di cannibalismo compiuti dai crociati nella città di Ma’rra, da un lebbroso come re di Gerusalemme agli atti di terrorismo suicida della setta degli Assassini.

A causa delle sinistre gesta degli “Assassini”, l’estremista setta islamica attiva in alcuni paesi del Levante nei primi secoli del nostro millennio, già nel XIV secolo la parola “assassino” era diventata sinonimo di omicida in molte lingue europee.

Spinta dai racconti dei crociati, di Marco Polo e di Odorico da Pordenone, la loro dubbia fama aveva raggiunto l’Europa verso la metà del Medioevo.

Tanto che, sebbene nessuno di essi si fosse mai sognato di metter dito nelle beghe politiche europee (dove l’omicidio era già ampiamente praticato senza bisogno di imparare dagli orientali), agli Assassini furono attribuiti omicidi politici e attentati anche in Occidente.

Un Assassino sarebbe stato al seguito di Federico Barbarossa mentre questi assediava Milano, ben quindici Assassini sarebbero stati incaricati dal re di Francia di uccidere Riccardo Cuor di Leone e così via.

Tutte fantasticherie, naturalmente, anche perché obiettivo principale dei pugnali (l’unica arma da loro usata per uccidere) della setta fu sempre il potere islamico sunnita, sia arabo che turco.

Se anche degli europei (i più importanti furono Raimondo II di Tripoli e Corrado di Monferrato, re di Gerusalemme) furono vittime dei loro pugnali, ciò avveniva comunque lontano dall’Europa, nel guazzabuglio delle crociate.

L’interessante storia di questa terribile setta si può ora leggere in “Gli Assassini” (Una setta radicale islamica, i primi terroristi della storia) scritto dell’islamista americano Bernard Lewis e recentemente pubblicato anche in italiano.

[...] Fondata dal persiano Hasan-i Sabbah, una straordinaria figura di religioso, rivoluzionario e organizzatore, sul finire del primo secolo del nostro millennio, la setta (detta anche degli Ismailiti o dei Nizari) era una derivazione dell’islamismo sciita.

Tra le impervie montagne dell’Elburz in Persia, il castello di Alamut, a 1800 metri sul livello del mare, fu la prima roccaforte del movimento, che s’estese man mano conquistandosi altri nidi d’aquila, pressoché imprendibili con i mezzi bellici di allora, soprattutto in Persia e poi anche in Siria.

I loro nemici principali erano i sovrani islamici sunniti e i loro apparati di potere ovunque essi si trovassero e qualunque fosse la loro origine.

Così, malgrado le importanti misure difensive, molte e importanti furono le loro vittime: 
califfi, visir, ministri, ecc.

Tentarono, e per poco non ci riuscirono, persino di uccidere il grande Saladino, curdo d’origine e poi sultano d’Egitto e di Siria.

Le imprese della setta erano preparate con gran cura e i suoi sicari erano fanatici votati a morte sicura (subito dopo i loro omicidi finivano a loro volta per essere trucidati dalle guardie del corpo degli importanti personaggi trafitti dalle loro lame) in cambio delle presunte salvezza eterna e giustezza della loro causa.

Tra alti e bassi, l’attività politico-omicida della setta durò circa due secoli.

Il ramo siriano, che possedeva una decina di roccheforti e che fu quello che venne a contatto – in strani rapporti a volte persino di quasi allenza – con i crociati, espresse un altro importante capo: Sinan ibn Salmam (noto anche come Rashid-al Din o il Vecchio della Montagna).

L’invasione mongola mise fine all’attività del ramo persiano della setta; il castello di Alamut, dove fu trovata anche una grande biblioteca, cadde nel 1256.

Al ramo siriano, ci pensarano i Mamelucchi d’Egitto, che prima del 1273 avevano conquistato tutti le sue roccheforti.

Il fallimento degli obiettivi della setta fu totale e definitivo.

Dopo di allora, l’ismailismo rimase un’eresia religiosa minore in Persia e in Siria senza, o quasi, rilevanza politica.

Uno degli avvenimenti più belli, in mezzo a tanto sangue e barbarie, é l’accordo raggiunto con le sole armi della diplomazia tra il sultano Al-Kamil e Federico II di Svevia Hohenstaufen, in base al quale gli europei ottengono Gerusalemme (più alcune cittadine) e una striscia di terra per poterla raggiungere dal mare.

Trattato per altro – a riprova di quanto sia difficile mettere d’accordo il genere umano – visto con indignazione in molti settori sia del campo musulmano che di quello cristiano.
Paradossalmente, la sconfitta territoriale finale degli europei si trasformò in vittoria in campo culturale (e anche commerciale), in quanto essi appresero dagli arabi (come anche in Sicilia e in Spagna) quanto di meglio la civiltà araba aveva allora di offrire (in svariati settori, e non solo culturali) e trassero l’eredità della civiltà greca attraverso le traduzioni arabe.

Il mondo musulmano, invece, tese a rinchiudersi in se stesso, a diventare diffidente e intollerante e a non partecipare all’evoluzione del pianeta.

Secondo Maalouf, gli avvenimenti conclusisi sette secoli fa influenzano ancora l’atteggiamento degli arabi in generale a tal punto che la spedizione di Suez del 1956 fu vista da molti come una nuova crociata, che Israele é talvolta equiparato a un nuovo stato crociato o che il defunto presidente Sadat é odiato da alcuni tanto quanto lo fu un suo lontano predecessore al potere al Cairo: quel Al-Kamil che aveva osato riconoscere la sovranità cristiana su Gerusalemme scendendo a patti con il “divino” Federico II.

FEDERICO II.
Nato per caso a Jesi nelle Marche, ma cresciuto a Palermo, nella splendida e ricca Sicilia del tempo (un crogiolo di razze e culture che offriva quanto di meglio c’era in fatto di arte e civiltà), Federico, nipote di Federico I Barbarossa per via paterna e di Ruggero II di Sicilia per via materna, ereditò entrambi i titoli di imperatore del Sacro Romano Impero e di re di Sicilia.
Praticamente quindi si trovò a regnare su un territorio vastissimo che andava dalla Sicilia al mare del Nord, ma con ampie limitazioni di varia natura da Napoli in su, non ultime il potere temporale del Papato e varie autonomie locali, difese con i denti soprattutto da molte città della Padania, con Milano in testa.
Come normanno di Sicilia, un pò per nascita ma sopratuttto per elezione e cultura, l’interesse di Federico verso i suoi possedimenti decresceva man mano che questi s’allontanavano geograficamente dalla Sicilia e dalle Puglie, le due perle più amate della sua duplice corona e dove più cospicue furono le sue realizzazioni (basti pensare ai tanti castelli da lui fatti edificare, non ultimo quel magico gioiello che é Castel del Monte), fino a diventare assai scarso per quelli d’oltralpe.

Tanto che durante tutta la sua vita trascorse soltanto pochi anni nell’impero germanico.

La sua corte di Palermo, splendida e orientaleggiante, era uno dei massimi centri del sapere e dell’arte, senza preclusioni di razza o religione.

Uomo coltissimo e tollerante, non v’era praticamente campo dello scibile che non lo interessasse e non solo proteggeva e favoriva le arti e le scienze, ma lui stesso lasciò poesie e scritti in italiano e in latino e praticò altre arti o discipline.

A lui si deve la fondazione dell’università di Napoli e la promulgazione delle “Costituzioni di Melfi“, miranti anche a gettare le basi di uno stato laico nel regno di Sicilia.

Amante della diplomazia più che della guerra, evitò quest’ultima ogni volta che era possibile, come nella crociata da lui guidata (anche se scomunicato!), che ebbe un esito abbastanza favorevole senza ricorrere alle armi.

Amante della vita e della bellezza, gli unici suoi probabili eccessi (a parte qualche crudeltà negli ultimi anni) furono quelli in campo sessuale (aveva a disposizione anche un harem con molte donne arabe), ma fu un buon padre anche per i suoi tanti figli illegittimi e non fu troppo crudele con il primogenito ribelle, che si limitò a condannare alla prigionia.

Più che giustificata quindi la qualifica di “meraviglia del mondo” attribuitagli e l’ammirazione di tanti intellettuali, da Dante e Nietzsche.

Malgrado tutto, Federico perse la più importante battaglia della sua vita: quella politica.

La sua lunga lotta, anche guerreggiata, contro varie città del Nord Italia e il Papato fu alla fine perdente.
Una lotta che se vinta – tra l’altro e semplificando molto – avrebbe forse portato a qualche forma di unità – o maggiore omogeneità – italiana circa sei secoli prima del 1870.
Quando morì per cause naturali nel castello di Fiorentino nelle Puglie, la partita sembrava ancora aperta.

Ma la cattiva sorte e i suoi nemici s’accanirono contro i suoi discendenti, ultimo il giovanissimo nipote Corradino giustiziato a Napoli nel 1268, col quale finì la dinastia degli Hohenstaufen.
Sorse allora la leggenda che il grande Federico si fosse soltanto addormentato (per i siciliani nel cono dell’Etna, per i tedeschi nella caverna di una loro montagna) in attesa di risvegliarsi per salvare l’impero e il mondo.
Leggenda a parte, molti suoi ideali riapparirono circa due secoli dopo e talvolta trionfarono nel Rinascimento, la Riforma e poi la nascita di stati laici.

http://isola_di_arturo.blog.tiscali.it/2004/09/07/le_crociate_viste_dagli_arabi____di_amin_maalouf_1646892-shtml/?doing_wp_cron


lunedì 13 novembre 2017

Gentrification. Le transumanze notturne verso i luoghi della movida, le feste di strada, i mercati all’aperto itineranti, tutto quell’insieme di effervescenze che fanno sembrare una città vivace e dinamica sono ormai parte della cultura urbana. Ma quello che fa di un quartiere una meta turistica glamour è spesso frutto di una «artificiosa» riqualificazione che consiste nel risanamento, il più delle volte con interventi di speculazione immobiliare, di aree popolari e nell’espulsione degli abitanti originari, a favore di classi più agiate (la gentry per l’appunto). Vasti tessuti sociali vengono così lacerati per far posto ad un fiorire di negozi vintage, birrerie artigianali, pasticcerie siciliane a fianco di marchi transnazionali, in un panorama eclettico ma senza memoria.

“Gentrification. Tutte le città come Disneyland”
di Giovanni Semi




Recensione a: Giovanni Semi, Gentrification, Tutte le città come Disneyland?,
Il Mulino, Bologna 2015, pp. 240, 22 euro

Scheda libro:
GIOVANNI SEMI, Gentrification: Tutte le città come Disneyland?
Le transumanze notturne verso i luoghi della movida, le feste di strada, i mercati all’aperto itineranti, tutto quell’insieme di effervescenze che fanno sembrare una città vivace e dinamica sono ormai parte della cultura urbana. Ma quello che fa di un quartiere una meta turistica glamour è spesso frutto di una «artificiosa» riqualificazione che consiste nel risanamento, il più delle volte con interventi di speculazione immobiliare, di aree popolari e nell’espulsione degli abitanti originari, a favore di classi più agiate (la gentry per l’appunto). Vasti tessuti sociali vengono così lacerati per far posto ad un fiorire di negozi vintage, birrerie artigianali, pasticcerie siciliane a fianco di marchi transnazionali, in un panorama eclettico ma senza memoria.

Giovanni Semi insegna Sociologia delle culture urbane e Sociologia generale presso l’Università di Torino. Per il Mulino ha già pubblicato «Osservazione partecipante. Una guida pratica» (2010).

Posted by Alberto Bortolotti:
Il saggio “Gentrification” rappresenta una sorta di manuale del cosiddetto fenomeno della gentrificazione, ovvero “la conquista di un territorio urbano da parte di un gruppo di persone differenti per posizione di classe rispetto agli abitanti precedenti”[1]. 

Questo tema, affrontato da molti anni su riviste di settore, quotidiani e saggi, non è, tuttavia, mai stato veramente discusso dal mondo politico e mediatico, sebbene il fenomeno in oggetto si verificò per la prima volta già nell’Ottocento, attraverso il consolidamento della urban gentry, ossia la piccola borghesia.

Giovanni Semi spiega che la gentrificazione nasce con la modernità, periodo in cui la città diviene il centro delle società occidentali, come scrive David Harvey in Giustizia Sociale e Città: 
“la città è simultaneamente il meccanismo e l’eroe della della modernità”[2]. 

La piccola borghesia, una volta appropriatasi del proprio status sociale, iniziò a riconoscere delle qualità e delle opportunità economiche in alcune zone della città, decidendo di investirvi dei capitali per riqualificarle. Celebri esempi di questo fenomeno sono il Greenwhich Village di New York, o Notting Hill a Londra, episodi non sporadici che, successivamente, si verificarono anche in tutta Europa e nel resto del mondo, tanto da essere tuttora in fase di sviluppo.

La gentrificazione è un fenomeno che è stato esportato nel resto del mondo in modo direttamente proporzionale all’accentuazione del liberalismo, inteso nella sua forma economica pura: il liberismo. Non a caso la gentrification nasce e si sviluppa prevalentemente nei paesi anglosassoni. 

Il fatto che le parti di città “gentrificate” abbiano costi della vita più alti di altre ne è la prova, poiché non concede a chiunque il diritto di scegliere dove abitare. Ovviamente, in termini di teoria politica, quest’ultimo concetto fa parte del dibattito tra individuo e società tuttavia, meglio precisare che, nella configurazione neoliberista, come disse Margaret Thatcher, “non esiste la società”.

Inoltre, il fatto che la gentrificazione abbia assunto un carattere globale fa sì che le città mondiali si uniformino sempre più tra loro, perdendo la propria identità culturale e tipologica. Sparisce ciò che Aldo Rossi chiamava “l’architettura della città”. Ed è su questo punto che entrano in gioco gli architetti. Se la gentrificazione rappresenta uno degli elementi fondanti dei processi di urbanizzazione e controurbanizzazione, qual è la responsabilità politica degli architetti rispetto alla propagazione di questo fenomeno socio-economico?

Il disegno della città è pensato come qualcosa di fisso, statico, poiché la riprogettazione di importanti aree della città ha sempre previsto la tabula rasa delle preesistenze, come fu nelle dispute tra poteri che hanno permesso lo sventramento e il rifacimento dell’Ile de la Cité a Parigi. 

Ma la città è un essere dinamico, nasce, cresce, vive e può persino morire. 

Nella sua fase di crescita può espandersi, inglobare, fagocitare altri agglomerati, ritrarsi, in sostanza sottoporsi a una serie di rimodellamenti che passano dalla gentrificazione.

Comunque, in generale la gentrificazione s’innesta a seguito della cosiddetta suburbanizzazione ovvero l’ampiamento di porzioni di città legate alla crescita demografica. Infatti, è la suburbanizzazione ad aver sotteso il fenomeno delle città-giardino londinesi, realtà urbane appena fuori la città (teorizzate da Ebenezer Howard), e quello dell’urban shrinking, ossia la destrutturazione di parti intere di città, come fu per le grandi aree dismesse di Detroit.

Gentrification: mattoni, capitali e politica.
Lo sviluppo delle città, sin dalla loro prima fondazione, è sempre stato legato a una concatenazione di fratture e scontri socio-economici, oltre che geopolitici. Infatti, come scrive Giovanni Semi, 
“il controllo politico ed economico dello spazio è dunque un processo costante, segnato da rotture, conflitti, trasformazioni”.

Saper leggere i fenomeni intrinseci di trasformazione dell’urbanizzato, come la gentrificazione, consente quindi di comprendere alcuni dei cambiamenti più complessi della realtà.
Come è stato spiegato nel saggio, “la produzione dello spazio urbano si compie attraverso continui e progressivi spostamenti di investimenti di capitale che, a loro volta, generano massicci disinvestimenti nei luoghi dai quali prendono il largo”. In sintesi, questa “altalena del capitale”, è ciò che lo studioso Neil Smith chiava uneven development ovvero lo sviluppo diseguale. All’interno di questo meccanismo, la gentrification non è altro che un “reinvestimento di capitale” nella città.
Come fanno gli operatori a sapere quando è arrivato il momento di reinvestire? 
Neil Smith lo spiega attraverso la “teoria del rent gap”, un processo intuitivo che, tuttavia, non è sempre rappresentativo di tutte le gentrification, poiché queste rimangono sempre intrinsecamente legate al contesto e ai periodi storici.

La teoria del rent gap si fonda sulla constatazione che imprenditori edili e immobiliari, proprietari, finanziatori e agenti immobiliari si muovono in modo simbiotico poiché ciascuno di essi è alla ricerca di profitto. Questi sono definiti da Smith come “produttori di gentrification”[3]. 

Secondo Neil Smith, i “produttori della gentrification si attivano in maniera congiunta quando si accorgono che si sta ampliando il differenziale di rendita, il rent gap”3. 

Perciò, maggiore è l’interesse potenziale per un quartiere degradato in un dato periodo, più si dovrebbero attivare questi “produttori” per trasformarlo e renderlo appetibile al mercato.

Giovanni Semi aggiunge un’interessante considerazione al rent gap sostenendo che, “gli abitanti si spostano a vivere in un quartiere piuttosto che in un altro, su un terreno che era già stato pensato e prodotto per loro”.

Se questa tendenza fosse verificata, potremmo dire che il ruolo degli architetti, (intesi come teorici e progettisti della città), e quello degli amministratori (ossia i rappresentanti della cittadinanza), consiste nella prassi, in una consulenza al mercato edilizio. 

Tuttavia, questo schema potrebbe cambiare se sindaci e assessori non avessero interessi verso i “produttori di gentrification”, in questo modo si spezzerebbe il meccanismo di innesto del rent gap che potrebbe anche essere prodotto per mezzo di iniziative governative o municipali.

Nel caso della lotta al turismo internazionale nel centro di San Francisco, ad esempio, l’elezione degli attivisti all’interno delle istituzioni e l’intesa tra municipalità e piccoli albergatori ha permesso di allontanare le multinazionali Hilton e Ramada che stavano sistematicamente edificando grandi complessi edilizi nel cuore della città.

Negli ultimi decenni, una delle battaglie più importanti nella governance pubblica, ovvero i meccanismi politici di contrattazione locale, è quella che ha coinvolto le politiche di rigenerazione urbana. Sono comparse per la prima volta verso la fine degli anni Settanta, parallelamente allo sviluppo dei processi d’interdipendenza economica, gli stessi che hanno dato vita alla “teoria delle città globali” di Saskia Sassen.

Il gioco di scale differenti, composto da attori e politiche mobili è ben rappresentato dalla rigenerazione urbana, la quale consiste, sostanzialmente, nel risolvere i vuoti della città soggetti a deindustrializzazioni, per trasformarli in altrettanti occasioni di crescita urbana e sviluppo locale. 

Le politiche di rigenerazione urbana sono il luogo del confronto tra attori privati (banche d’investimento, fondi d’investimento, compagnie assicurative e imprese, organismi internazionali (Unione Europea, Fondo Monetario Internazionale), governi centrali, regioni e municipalità. In base al posizionamento della città nella gerarchia urbana globale, gli attori che definiscono queste politiche sono differenti.

In generale comunque, gli interventi di rigenerazione urbana sono sempre più localizzati perché fondati sull’“effetto domino”. Infatti, agendo su una singola area strategica, si presuppone che questa innesti un processo di sviluppo di tutte le aree limitrofe, come è stato per l’intervento di Bilbao che ha visto in gioco attori politici e imprenditoriali di livello internazionale.

Un importante episodio di rigenerazione urbana: porta nuova a Milano.
Uno dei casi di rigenerazione urbana più importanti in Italia è quello che ha coinvolto il centro direzionale di Porta Nuova a Milano, un’area compresa tra Porta Garibaldi, Porta Varesine e il quartiere Isola. L’operazione in oggetto, realizzata dagli imprenditori immobiliari Gerald Hines e Manfredi Catella tra 2005 e 2015, ha permesso la trasformazione di una porzione di città pari a circa 290.000 mq.

L’intervento di Porta Nuova è, dal punto di vista dei meccanismi di governance, un prototipo di come una zona della città possa rinnovarsi anche a seguito di decennali conflitti sulle destinazioni d’uso e sulla ridefinizione delle aree abbandonate.

L’importanza di questo intervento, è dimostrata dal fatto che la spirale d’investimenti innestata sull’area ha portato all’ingresso, nel 2013, del fondo Qatar Investment Authority (QIA) controllato dall’emiro al Thani che acquisisce il 40% delle quote di progetto per passare, nel febbraio 2015, al 100%.

Sebbene l’arrivo del fondo QIA sia stato interpretato dalla maggioranza dei media come un grande successo immobiliare e finanziario, simbolo di salto di livello del territorio milanese nei meccanismi di uneven development, rimane il fatto che l’ascesa di fondi sovrani nazionali, come quello del Qatar, all’interno di una città strategica europea, come Milano, può produrre trasformazioni geopolitiche importanti con effetti immediati sia sulla vita dei cittadini sia sulla capacità di azione della politica nei processi di rigenerazione urbana.

In uno scenario fortemente globalizzato, dove le operazioni di rigenerazione vengono attivate solo grazie alla partnership con importanti operatori internazionali, quale sarà, in futuro, il ruolo delle amministrazioni pubbliche rispetto all’espansione della città?


[1] Giovanni Semi, Gentrification, Tutte le città come disneyland, Il Mulino, Bologna 2015.
[2] David Harvey, Giustizia Sociale e Città, Feltrinelli, Milano 1978.
[3] Neil Smith, New Globalism, New Urbanism: Gentrification as global urban strategy, Antipode 2002.



https://www.pandorarivista.it/articoli/gentrification-le-citta-come-disneyland/

venerdì 10 novembre 2017

LA DISASTROSA POLITICA DELL’EQUILIBRIO E LE GUERRE D’ITALIA DEL XVI SECOLO. Francesco Guicciardini, Storia d’Italia. “… e accostatosi a Fivizano, castello de’ fiorentini, dove gli condusse Gabriello Malaspina marchese di Fosdinuovo loro raccomandato, lo presono per forza e saccheggiorno, ammazzando tutti i soldati forestieri che vi erano dentro e molti degli abitatori: cosa nuova e di spavento grandissimo a Italia, già lungo tempo assuefatta a vedere guerre più presto belle di pompa e di apparati, e quasi simili a spettacoli, che pericolose e sanguinose”

LA DISASTROSA POLITICA DELL’EQUILIBRIO 
E LE GUERRE D’ITALIA DEL XVI SECOLO
25 novembre 2016

L’Italia non era stata più unita sotto un unico dominio dal 568 d.C., anno in cui i romani d’oriente non erano stati capaci di resistere all’invasione di quel popolo che avrebbe dato il nome alla Lombardia, i longobardi.

Da quel momento in poi la penisola non trovò mai più un’unità, incentivata dalla ricchezza, dalla litigiosità e dall’individualismo delle sue città, dalla politica papalina che puntava al classico divide et impera, ben consapevole che il suo potere sarebbe rimasto pesantemente intaccato dall’affermazione di un potente Regno d’Italia o peggio ancora, dopo la nascita del Sacro Romano Impero, da un sovrano germanico dotato di forza ed energia.

Per questo i pontefici soffiarono sempre sul fuoco della rivolta dei comuni italiani, in modo da ostacolare i disegni di Federico Barbarossa prima e del nipote Federico II Hohenstaufen, detto stupor mundi, che avevano in animo di unificare Germania e Italia in un formidabile dominio dove il Papa sarebbe tornato ad esercitare un ruolo meramente spirituale, come già avveniva a Bisanzio nei rapporti tra l’Imperatore e il Patriarca di Costantinopoli.

Tra il 1300 e il 1400, però, nuovi cambiamenti arrivarono in Europa e nella Penisola. 
Mentre il Sacro Romano Impero Germanico sprofondava nell’anarchia e nella debolezza dell’autorità centrale, altri Stati si rafforzavano, temprandosi con la guerra. Francia e Inghilterra avevano ingaggiato un conflitto che venne definito in seguito dei Cent’Anni (1337-1453), mentre i potentati cristiani di Spagna, come i regni di Castiglia-Leon e Aragona, stavano concludendo la reconquista, puntando ad espellere per sempre i signori musulmani dalla penisola iberica.

In Italia, invece, i processi di rafforzamento e unificazione statuali vennero ferocemente osteggiati. Per primi ci provarono i milanesi, che con la dinastia dei Visconti guidata dal duca Gian Galeazzo controllavano tutta la Lombardia, parte del Piemonte, del Veneto, dell’Emilia, Liguria, Svizzera, Umbria e Toscana. Alla morte di questi il suo dominio fu frammentato e divenne oggetto delle mire di espansione veneziane, che occuparono la cosiddetta Terra Firma in una serie di guerre costosissime che spesso non compensavano le acquisizioni fatte.

Milan

Nella prima metà del XV secolo la penisola divenne teatro di un gioco delle parti dove Venezia, Milano, Firenze, il Papa e Napoli combattevano e si alleavano tra loro, coinvolgendo gli altri piccoli e medi potentati del centro-nord in un valzer di tradimenti, trattati e colpi di mano che si concluse solo nel 1454, attraverso la Pace di Lodi.

Questo vertice, capolavoro diplomatico di Lorenzo de Medici, detto il Magnifico, mise fine alla conflittualità per la supremazia tra Milano e Venezia, garantendo la pace nell’Italia per circa quarant’anni, permettendo la piena fioritura del Rinascimento. Dall’altro lato della medaglia la “Politica dell’Equilibrio” orchestrata da questo grande personaggio sancì la fine di ogni possibilità che un potentato della penisola riuscisse ad unificare tutti gli altri, certo con guerra e le distruzioni in principio, ma garantendo poi una forza maggiore nel difendersi dalle invasioni straniere.

Da quel momento in Italia rimasero 5 medie potenze: 
la Repubblica di Venezia, il Ducato di Milano, lo Stato della Chiesa, la Repubblica di Firenze e il Regno di Napoli, tutte abbastanza forti da garantire se coalizzate la loro esistenza, ma più deboli di fronte ad un risoluto invasore capace di modificare questa precaria situazione alleandosi anche con solo uno di questi Stati, come puntualmente avvenne con Carlo VIII nel 1494.

Carlo VIII.
Quest’ultimo aveva ereditato un paese unificato, ricco e all’apogeo del suo potere militare. 
Negli ultimi cinquant’anni i sovrani di Francia avevano ricacciato in mare gli inglesi dopo una sanguinosissima e brutale guerra, avevano messo in riga nobili e signori feudali, accentrato il potere a Parigi e annesso la Borgogna, che aveva approfittato del conflitto anglo-francese per ritagliarsi un piccolo impero che andava dall’Olanda fino alla Svizzera.

Carlo VII e Luigi XI, i monarchi che avevano preceduto Carlo VIII, per raggiungere questi obiettivi avevano creato l’embrione di uno Stato accentrato e nazionale, con tasse, leggi, amministrazione ed esercito che dipendeva dal re e non più dai nobili come un tempo. Il feudalesimo stava cedendo il passo alla monarchia assoluta e gli effetti furono dirompenti in tutto il continente.

Carlo salì al trono del padre a soli 13 anni e come tutti i giovani cercava onori, prestigio e gloria. 
Solo che, al contrario di tanti altri ragazzi della sua età, lui aveva alle spalle un esercito numeroso e un paese forte e unito. In più vantava, per parte materna, dei diritti sul trono di Napoli, uno degli Stati più ricchi della penisola italiana.

Infarcito di letture cavalleresche e non dotato di grande pragmatismo politico, il giovane monarca si vedeva come un novello cavaliere crociato e aveva in progetto di annettere quel regno italiano per utilizzarlo come base per una campagna di ampio respiro contro i turchi che appena qualche decennio prima avevano conquistato Costantinopoli, ponendo fine all’Impero Romano d’Oriente. 

Nei suoi disegni – permettetemi il termine – “napoleonici”, Carlo pensava di poter avere facilmente ragione dei musulmani, conquistare l’esotica e prestigiosa capitale orientale e farsi incoronare Imperatore Romano dal Papa.

Per ottenere tutto questo doveva calare in Italia e decise di farlo in grande stile, in modo da mettere bene in chiaro che la potenza francese non aveva rivali su tutto il continente ed era l’unica degna di guidare i popoli cristiani, coalizzati contro il nemico turco.

La sua campagna militare fu un successo e un insuccesso allo stesso tempo. 
Dimostrò infatti le divisioni politiche che indebolivano i ricchi Stati italiani, dotati potenzialmente di eserciti, denaro e fortezze per resistere alle invasioni, ma indecisi e poco risoluti di fronte a nemici determinati e con molti peli sullo stomaco.

Carlo fu in principio avvantaggiato proprio dalle ambizioni del più grande signore della penisola, il duca di Milano Ludovico il Moro, e della Repubblica di Venezia, che volevano rovesciare il re di Napoli Ferrante, a cui si unirono le forze nemiche dei Medici a Firenze e dei Borgia a Roma, che speravano nella calata francese per indebolire la loro leadership in vista di cambi di regime.

In pratica il monarca francese fu quasi invitato ad invadere l’Italia, con promesse di contribuzioni finanziarie per sostenere le spese della campagna. Carlo radunò una forza mai vista prima di circa 30.000 uomini tra fanti e cavalieri, oltre che il primo treno d’artiglierie da campagna, con cannoni mobili da utilizzare anche in battaglia e non solo per gli assedi.

La sua marcia risultò inarrestabile, con i duchi di Savoia – notoriamente filofrancesi – che lo accolsero positivamente fornendo basi d’appoggio, il cardinale Giuliano della Rovere – nemico del Papa Alessandro VI, al secolo Rodrigo Borgia, e futuro Papa col nome di Giulio II – e Ludovico il Moro che lo aizzarono contro Roma e Napoli e Firenze che, sotto la debole guida dell’inetto figlio di Lorenzo il Magnifico, si squagliò come neve al sole appena Carlo sbriciolò le mura di Fivizzano con la sua artiglieria, saccheggiando la città senza pietà.

“… e accostatosi a Fivizano, castello de’ fiorentini, dove gli condusse Gabriello Malaspina marchese di Fosdinuovo loro raccomandato, lo presono per forza e saccheggiorno, ammazzando tutti i soldati forestieri che vi erano dentro e molti degli abitatori: cosa nuova e di spavento grandissimo a Italia, già lungo tempo assuefatta a vedere guerre più presto belle di pompa e di apparati, e quasi simili a spettacoli, che pericolose e sanguinose”
Francesco Guicciardini, Storia d’Italia.

Terrorizzato dal brutale fato di Fivizzano, Piero de Medici capitolò senza resistere, cedendo a Carlo le fortezze di Sarzanello, Sarzana e Pietrasanta, le città di Pisa e di Livorno e via libera per Firenze. 
A causa di questo atteggiamento vile, unito alle infuocate prediche anti-medicee del predicatore Girolamo Savonarola, Piero venne cacciato dai cittadini di Firenze che accolsero il monarca francese con un misto di timore e di indifferenza, visto che consideravano l’indipendenza di Napoli un affare non più di loro pertinenza.

A questo punto rimaneva Roma, ma Alessandro VI comprese che non poteva resistere da solo alla formidabile macchina da guerra francese, che predominava sul campo con la sua cavalleria pesante e la fanteria mercenaria svizzera – considerate le migliori in Europa – e nell’assedio con i potenti cannoni di bronzo, perciò capitolò a sua volta senza opporre resistenza, anzi accogliendo le truppe di Carlo nella Città Eterna e autorizzandolo a proseguire verso Napoli sotto la guida del figlio Cesare Borgia, al tempo cardinale.

Dopo un paio di altri massacri a Monte San Giovanni e a Tuscania, dove trucidò 1.500 abitanti che avevano osato sbarrargli le porte, il re francese occupò Napoli nel febbraio 1495. 
La velocità e la violenza della campagna lasciarono attoniti gli italiani. Specialmente i veneziani e Ludovico il Moro, che lo avevano sostenuto in odio al regno partenopeo, capirono che se Carlo non fosse stato fermato la penisola sarebbe presto diventata un’altra provincia della Francia.

Per questo Ludovico, Venezia, il Papa Alessandro VI Borgia, Ferdinando II d’Aragona (anche lui con pretese dinastiche su Napoli), Massimiliano I di Germania ed Enrico VIII di Inghilterra si unirono in una potente – perlomeno sulla carta – alleanza antifrancese, detta Lega Santa.

La lega ingaggiò un condottiero veterano, Francesco II Gonzaga, marchese di Mantova, per raccogliere un esercito ed espellere i francesi dalla penisola. Questa armata fu adunata principalmente da Venezia, a cui si unirono contingenti milanesi e di altre città del nord. Allo stesso tempo la flotta francese fu distrutta a Rapallo dalle navi genovesi – legate a Milano, ora nemica e non più alleata dei transalpini, costringendo Carlo ad un rientro in patria via terra e non via mare.

Il re di Francia era scioccato da come quella che era sembrata una passeggiata trionfale si fosse tramutata in un incubo politico di dimensioni continentali. Con l’esercito flagellato da un epidemia di sifilide – detta all’epoca mal francese – contratta a Napoli e il rischio di un’invasione da più parti del suo paese, Carlo mosse a nord e si trovò la strada sbarrata a Fornovo.

Qui si svolse, sotto una pioggia torrenziale, una caotica battaglia il cui esito incerto sul campo aprì una diatriba tra gli storici dall’una e dall’altra parte delle Alpi su chi avesse trionfato. 
In verità la questione è più sfaccettata.

Fornovo fu uno scontro che si può leggere a più strati. 
Sul piano tattico i francesi avevano ottenuto una vittoria di misura, perché erano sopravvissuti senza andare in rotta, infliggendo dolorose perdite agli alleati – anche perché le loro truppe, al contrario della consuetudine italiana del tempo, non facevano prigionieri e trucidavano gli uomini d’arme che si arrendevano – e riuscendo infine a sganciarsi portandosi dietro perfino i cannoni.

A livello di grande strategia, invece, la vittoria andrebbe assegnata agli italiani, che ottennero con successo di cacciare gli invasori fuori dalle loro terre, facendogli riparare nella sempre amica Savoia flagellati dalle malattie e a corto di denaro per pagare i mercenari, che rischiarono di ammutinarsi.

Purtroppo il danno operò al terzo e più importante livello, quello politico. 
L’iniziale facilità della campagna, che aveva fatto capitolare ben tre dei cinque Stati italiani che reggevano la politica dell’equilibrio, oltre che il mancato successo – dovuto alla politica irresoluta, attendista e fondamentalmente poco coesa – delle forze congiunte di Milano e Venezia, rese palese le divisioni intestine e la reciproca poco fiducia che regnava tra i ricchi Stati italiani.

I più audaci e astuti capi stranieri – non certo Carlo VIII, che in questo si era dimostrato poco accorto – compresero che potevano sfruttare queste debolezze per conquistare nuove terre e utilizzare gli eserciti professionali che un tempo erano serviti per unificare i loro paesi e che ora rischiavano di diventare solo un costo.

Tra il 1494 e il 1495 si gettarono le basi per i successivi sessant’anni di guerre che insanguinarono la penisola e videro la scomparsa di Milano e Napoli come Stati indipendenti, la supremazia straniera sull’Italia – tranne che a Venezia e, in parte, nel ducato di Savoia, a Firenze e a Roma – oltre che l’ascesa della Spagna e della dinastia asburgica come superpotenza continentale e mondiale, sotto i regni di Carlo V e Filippo II.

Alberto Massaiu

https://www.albertomassaiu.it/la-disastrosa-politica-dellequilibrio-e-le-guerre-ditalia-del-xvi-secolo/

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