venerdì 29 luglio 2016

Malinowski. Quando il dono diventò la base dell’economia. Chi fa regali alla fine ci guadagna sempre. E non solo in gratitudine. Perché il dono è un investimento sul futuro. Un contratto a lungo termine. E a insegnarcelo non è stato nessun guru dell’economia ma gli aborigeni delle isole Trobriand, che del dare a piene mani hanno fatto un’arte della convivenza, nonché la base della loro dottrina politica. Anticipando, e di fatto ispirando, le teorie contemporanee del convivialismo e dell’antiutilitarismo.

"I doni non hanno lo stesso scopo del commercio e dello scambio nelle nostre società più elevate. Lo scopo è prima di tutto morale, l'oggetto è quello di produrre un sentimento di amicizia tra le due persone interessate e se l'operazione non ottenesse questo effetto tutto verrebbe meno".
M. Mauss, Saggio sul dono, p. 183, cit. alla nt. 1



CENT’ANNI FA L’ANTROPOLOGO MALINOWSKI SCOPRI’ UNA SOCIETA’ ABORIGENA FONDATA SULLA GENEROSITA’.

Articolo di Marino Niola (Repubblica 17.12.15) “Quando il dono diventò la base dell’economia. L’ANTROPOLOGO Bronislaw Malinowski (1884- 1942) pubblicò il saggio Le isole Trobriand nel 1915 e nel 1922. La pubblicazione dello studio del 1915 ispirò le teorie contemporanee dell’antiutilitarismo. Per i trobriandesi ogni passaggio di mano in mano caricava il regalo fatto di prestigio”
“”Chi fa regali alla fine ci guadagna sempre. E non solo in gratitudine. Perché il dono è un investimento sul futuro. Un contratto a lungo termine. E a insegnarcelo non è stato nessun guru dell’economia ma gli aborigeni delle isole Trobriand, che del dare a piene mani hanno fatto un’arte della convivenza, nonché la base della loro dottrina politica. Anticipando, e di fatto ispirando, le teorie contemporanee del convivialismo e dell’antiutilitarismo. A scoprire i segreti di questa economia della generosità è stato, giusto un secolo fa, Bronislaw Malinowski, il celebre antropologo polacco, professore alla London School of Economics. Che, per uno scherzo del destino, si trovava in Australia per studiare gli aborigeni, quando scoppiò la prima guerra mondiale. Come suddito dell’impero austroungarico, e quindi cittadino di un paese nemico, gli sarebbe toccato l’internamento in un campo. Ma il giovane Bronislaw riuscì a convincere le autorità australiane a confinarlo nell’arcipelago delle Trobriand, oggi isole Kiriwina, dal quale non c’era pericolo che fuggisse. Ma in compenso avrebbe potuto continuare le sue ricerche sugli usi e costumi delle tribù di questi atolli corallini che si trovano nel Pacifico occidentale, tra la Nuova Guinea e le isole Salomone.
Il 1915 fu un annus horribilis per l’Europa, ma per l’antropologia fu un anno fortunato. Perché appena mise piede su quelle spiagge, dove il vento mormora tra le palme, Malinowski fu subito colpito da un’usanza che ai suoi occhi di occidentale nutrito di economia politica, sembrava priva di qualsiasi logica. Gli indigeni affrontavano traversate oceaniche lunghissime e piene di pericoli a bordo delle loro piroghe per portare doni agli abitanti di isole lontane. Una generosità incomprensibile e un coraggio ai limiti dell’incoscienza, visto che a viaggiare su quelle acque tempestose e infestate di squali era una bigiotteria senza valore. Collane e braccialetti di conchiglia. Cose futili e non beni necessari. E, come se non bastasse, questi monili da poveri venivano regolarmente rigirati da coloro che li avevano ricevuti agli abitanti dell’isola più vicina. Che a loro volta li indossavano un po’ di tempo per farsi belli e poi prendevano il mare per andare a farne omaggio agli abitanti di altre terre. Creando così un circuito di scambi che chiamavano kula. Apparentemente un circolo vizioso per cui il cadeau, prima o poi, finiva per tornare nelle mani del primo proprietario. Un po’ come certi regali, riciclati di Natale in Natale, che alla fine tornano al mittente come un boomerang. Ma per i Trobriandesi questa sorta di sbolognamento sistematico era un valore aggiunto. Perché ogni passaggio di mano in mano caricava il dono di prestigio. Per dirla con parole nostre, ne impreziosiva il pedigree. Che stava in buona parte in un plusvalore relazionale. Come certi diamanti leggendari di cui si sciorina sistematicamente la cronologia di coloro che li hanno posseduti.
Il caso trobriandese, raccontato da Malinowski nel suo capolavoro Gli argonauti del Pacifico occidentale, divenne subito un rompicapo per gli economisti che non riuscivano a trovare senso in un comportamento tanto irrazionale. Così alla fine molti esponenti di questa scienza che noi moderni ci ostiniamo a ritenere esatta – e che i Greci, con maggior prudenza, definivano semplicemente “governo della casa” (da oikos abitazione e nomia regola) – conclusero che si trattava di un’assurdità. Un comportamento da tribù primitiva, economicamente immatura che, incapace di calcolare costi e benefici, sprecava il tempo a fare regali, per di più senza guadagnarci nulla. Ma l’imperturbabile polacco non fece una piega e restituì colpo su colpo, sbattendo in faccia agli scettici la soluzione del rebus, l’algoritmo segreto che governava quella strana giostra di regali e regalini. In realtà la ragione di quella fatica, apparentemente inutile, non stava nel valore d’uso degli oggetti, bensì nel loro valore di scambio. Che si fondava soprattutto sulle alleanze e partnership prodotte da quel circuito di reciprocità. Il dono insomma funzionava come un contratto sociale, facendo di tante popolazioni straniere, lontane e potenzialmente nemiche, un vero e proprio sistema. Ordinato e coordinato. Una federazione che metteva in moto una rete di relazioni sovralocale. Dalla quale non si usciva mai. Infatti i Trobriandesi dicevano con orgoglio che «l’appartenenza al kula è per sempre».
Questa sorta di mercato globale primitivo era insomma capace di connettere genti e paesi separati da migliaia chilometri di mare, a dispetto dei loro fragili mezzi. Basti pensare che nelle capanne dei cacciatori di teste della Nuova Guinea indonesiana e delle isole Molucche sono state trovate preziose porcellane cinesi d’epoca Ming. Insomma lo scambio di doni era una pensata geniale per fare uscire quelle isole dal loro isolamento e farne un solo grande arcipelago.
Il che in fondo vale anche per noi, utilitaristi disincantati, quelli che “nessuno ti regala niente per niente”. E si vede chiaramente in momenti come il Natale. Con la sua girandola di doni e controdoni, che non a caso gli americani chiamano
big swap, il grande scambio. Un circuito cerimoniale che tiene in equilibrio reciprocità e gratuità, generosità e socialità, obbligo e piacere. Col risultato di riaffermare il principio dell’utile, ma proiettandolo su un piano più generale, e soprattutto meno egocentrico. Perché quel che regaliamo oggi ci verrà restituito in qualche modo con gli interessi. E non necessariamente da chi ha ricevuto. Come dire che il dono è la forma più sottilmente disinteressata del profitto, perché è l’origine stessa del legame sociale, il gesto primario, incondizionato e gratuito che fa uscire l’individuo da se stesso e lo lega agli altri in una rete che assicura scambio protezione, solidarietà. E di conseguenza anche guadagno. Non è un caso che le religioni nascano tutte da un dono fatto al dio. E che il dio ricambia. Ecco perché, perfino il nostro Natale consumistico, continua ad essere animato da quell’energia collettiva messa in moto dallo spirito del dono. Che anche se per pochi giorni all’anno, fa di quelle isole che noi siamo un solo arcipelago.””

http://apocalisselaica.net/centanni-fa-lantropologo-malinowski-scopri-una-societa-aborigena-fondata-sulla-generosita-2/



Il concetto di reciprocità nasce in ambito antropologico per rispondere ad alcuni quesiti culturali: quali sono gli universali culturali? Quali sono i tratti comuni a tutte le culture?

Uno dei primi autori a parlarne è l’antropologo Westermarck (1908), la reciprocità in antropologia e in sociologia è vista soprattutto come una norma implicita che influenza i comportamenti e che include tre aspetti fondamentali: il dare, il ricevere, l’oggetto o il vantaggio da reciprocare. E’ stata ipotizzata una funzione filogenetica nella reciprocità: i nostri antenati che reciprocavano avrebbero creato una rete di scambi di risorse (cibo, utensili) funzionale alla loro sopravvivenza.

La norma di reciprocità è inoltre considerata un universale culturale, ovvero una norma comune a tutte le culture.

Marcel Mauss formula nel testo “Saggio sul dono”, la teoria dell’economia del dono. Questa teoria nasce a partire da alcune ricerche etnografiche come lo studio del rituale potlach di Franz Boas e del Kula di Malinowski. La grande intuizione di Mauss non sta nel fatto che abbia intuito una sorta di economia basata sullo scambio di beni. La vera rivoluzione dell’economia sta nel fatto che Mauss aveva intuito quanto l’economia del dono non fosse solamente basata su oggetti intrinsecamente d’alto valore, o di oggetti necessari alla sopravvivenza, ma che nello scambio del dono fosse fondamentale il valore simbolico del dono. Lo scambio dei beni è per Mauss, uno dei modi principali per creare relazioni umane, o per creare ponti col divino se si considerano atti come il sacrificio o all’economia data dallo scambio di reliquie nell’Ottocento . Secondo l’autore il meccanismo del dono si articola in tre momenti fondamentali: il dare, il ricevere (l’oggetto deve essere accettato) e il ricambiare. Il dono sebbene implichi una sorta di debito, l’obbligo di reciprocare, non ha modi e tempi rigidi di reciprocazione.

La pervasività di questa norma ha permesso ad alcuni di parlare addirittura di uomo-in-reciprocità o di homo reciprocus (Becker, 1950, p.1).

Gouldner scrive: “può essere ipotizzato che la norma di reciprocità è universale […] credo, che la norma di reciprocità non sia meno universale del tabù dell’incesto, sebbene, similarmente ad esso, può variare in base al contesto culturale e al periodo storico” (Gouldner, 1960, p.171).

Infine alla reliquia nell’Ottocento si attribuiva la capacità di produrre un contatto con le divinità. Alcuni storici notano come si sia verificato nell’Ottocento un curioso legame semantico tra religione e politica, Mengozzi osserva quanto il popolo nell’Ottocento consideri spesso simili il papa Pio IX e a Giuseppe Garibaldi, e così come c’era uno scambio di relique legate a personaggi religiosi, similmente accadeva nella politica del tempo, Mengozzi legge una sorta di economia del dono anche in relique di Garibaldi (Mengozzi, 2008). E’ questo un esempio di economia del dono a forte componente simbolica. Differentemente dalla preistoria, in cui il bisogno di procacciarsi del cibo era saliente, oggi è la componente simbolica ad avere la meglio nelle economie del dono. ( dal web)




l'argomento che hai posto è bellissimo e anche a me ha ricordato gli studi giovanili ..ma è bello soprattutto perchè in un epoca come la nostra dove lo scambio simbolico è stato soppiantato da quello commerciale e dove tutte le relazioni sono divenute solo merce compreso l'amore materno allora ricordare che un tempo gli uomini tessevano una trama invisibile come quella tra le isole di un arcipelago per colmare l'illusione dell'assenza con il dono è stato davvero rinfrescante.




E infatti sono le persone più povere quelle che aiutano di più, quelle che comprendono maggiormente l'altro. Durante la guerra erano le famiglie umili che non lesinavano un piatto di minestra o una coperta nel fienile. Oggi ci aspettiamo sempre qualcosa in cambio e la generosità passa attraverso un ritorno economico. Sicuramente c'era uno scopo nel dono d'un tempo ma era uno scopo di tranquillità, di stare bene al mondo. Ora tutti si dicono generosi ma sono spesso solo approfittatori anche se in grande stile e con l'approvazione del mondo. Sicuramente ho inteso il passo a modo mio ma l'ho apprezzato molto. In fondo è quello che facciamo tutti i giorni nelle nostre piccole comunità familiari. Ci scambiamo attenzioni e tenerezze non per un vantaggio ma per il piacere di vivere gioiosamente sotto lo stesso cielo.



Ultimamente regalo molti oggetti e servizi.....credo faccia parte di una maturità sociale questa mia tendenza...... Per gli oggetti, che ho raccolto con passione negli anni, credo sia un modo per lasciarli e infatti li fino a chi me li apprezza e so che rendo felice...... Per i servizi invece il percorso è la consapevolezza che le relazioni umane sono una parte fondamentale della mia vita e desidero vedere altri felici insieme a me

mercoledì 27 luglio 2016

François Vatel. Vatel è passato alla storia non solamente per la sua creatività, ma anche per il suicidio che si dette nel 1671 durante la visita di Luigi XIV alla residenza di Chantilly.



Francois Vatel e la crema Chantilly

François Vatel fu al servizio, come cuoco, del sovrintendente alle finanze del regno di Francia Fouquet e del principe di Condé, preparando per loro banchetti spettacolari e gustosissimi. 
Pare che sia stato anche l’inventore della crema Chantilly, panna montata e zuccherata dall’inimitabile leggerezza, senza dubbio fra le migliori creme utilizzate per farcire e decorare i dolci, così battezzata in onore dal castello omonimo, feudo del Principe di Condé. 
Vatel è passato alla storia non solamente per la sua creatività, ma anche per il suicidio che si dette nel 1671 durante la visita di Luigi XIV alla residenza di Chantilly. 
Questo il racconto riguardante la cronaca dell’evento, rielaborato da uno scritto di Marie de Rabutin-Chantal marchesa di Sévigné. 
Il re Luigi arrivò il giovedì sera. La caccia, le lanterne, il chiaro di luna, lo spuntino in un luogo coperto di giunchiglie, tutto andò nel migliore dei modi. 
Gli ospiti si misero a tavola, ma poiché v’erano più commensali del previsto, non bastò l’arrosto per tutti, e ciò sconvolse Vatel che disse a più riprese: 
- L'onore è perduto, è un affronto che non posso tollerare - . 
Dopo poco rivolgendosi a Gourville asserì: 
- Mi gira la testa, non dormo da dodici notti, aiutatemi a impartire gli ordini - . 
Gourville gli diede tutto l’aiuto possibile, ma l’arrosto che era mancato, sebbene non al re, ritornava sempre alla mente del cuoco. 
Scese la notte, i fuochi d’artificio costati sedicimila franchi non riuscirono, perchè coperti da una nuvola. 
Alle quattro di mattina Vatel, aggirandosi nel palazzo addormentato, incontrò un fornitore con due piccoli quantitativi di pesce. 
- Tutto qui? – domandò. 
- Sissignore - rispose l’altro. 
Passò del tempo e, non vedendo arrivare i rifornimenti di pesce ordinati da tutti i porti, Vatel iniziò a disperarsi. 
Al culmine della sua agitazione incontrò Gourville al quale farfugliò prostrato: 
- Temo signore, di non sopravvivere a questo affronto. Ne va del mio onore e della mia reputazione - . 
Gourville non diede importanza a queste parole, ma l’altro salì in camera sua, appoggiò la spada alla porta e si trapassò il petto. 
Proprio mentre Vatel cadeva privo di vita, cominciarono ad arrivare cesti di pesce in abbondanza…


martedì 26 luglio 2016

Il sacco di Costantinopoli del 1204. Difficile stabilire la responsabilità degli avvenimenti che hanno portato i crociati, nel 1204, alla conquista di Costantinopoli, città cristiana anche se di fede greco-ortodossa, anziché Gerusalemme in mano ai Musulmani.

Il sacco di Costantinopoli del 1204.
Difficile stabilire la responsabilità degli avvenimenti che hanno portato i crociati, nel 1204, alla conquista di Costantinopoli, città cristiana anche se di fede greco-ortodossa, anziché Gerusalemme in mano ai Musulmani. 

Gli attori sono il papa Innocenzo III, i Veneziani del doge Enrico Dandolo e la maggior parte dell’alta nobiltà europea agli ordini di Bonifacio di Monferrato. In base alle fonti, a parte quella relativa a Niceta Coniate, si direbbe che la presa di Costantinopoli sia stata il risultato di una “concatenazione di circostanze, di una serie di sventure e di errori umani, la cui conclusione predestinata né il papa né alcuna altra potenza poteva impedire”[1].

Subito dopo la presa di Costantinopoli, i grandi signori si impadroniscono dei palazzi e conventi più ricchi: il marchese di Monferrato occupa il boukoleon[2], un complesso monumentale composto da 500 sale e 30 fra chiese e cappelle[3], oltre alla chiesa di Santa Sofia e la sede patriarcale, mentre Enrico di Hainaut, fratello di Baldovino di Fiandra, occupa la Blacherne, il nuovo palazzo imperiale di circa 200 sale e 20 fra chiese e cappelle[4]. Di questo comportamento lo stesso Roberto di Clari si lamenta, ritiene infatti ingiusto che i grandi signori si accaparrino le migliori prede a discapito dei cavalieri più poveri[5]. In ogni caso, per tre giorni, dal 13 al 15 aprile, non viene esercitato alcun controllo sui crociati che sono liberi di saccheggiare la città.

Se gli storici testimoni oculari occidentali sono piuttosto reticenti per non dire silenziosi sulle violenze perpetuate sui bizantini, sono, al contrario, estremamente prodighi nel definire il bottino incredibilmente ricco. Ecco come si esprime l’imperatore Baldovino I in una lettera inviata al papa Innocenzo III per informarlo degli avvenimenti: “Viene presa una innumerevole quantità di cavalli, di oro e di argento, di sete, di vesti preziose e di gemme e di tutto ciò che tra gli uomini è elencato tra le ricchezze. Viene trovata una tale immensità di abbondanza che non pareva possedere l’intera Latinità (…)”[6]. Goffredo di Villehardouin dice che “il bottino fu così grande che nessuno saprebbe dirvene la fine, oro e argento e vasellame e pietre preziose e drappi di raso e di seta e vesti di vaio e di grigetto e di ermellino e tutte le cose più ricche che mai si trovarono in terra”[7]. 

Anche Gunther di Pairis così si esprime: “Trovarono quindi in abbondanza qua e là una tale quantità di argento e di oro, tale splendore di gemme e di vesti, tanta ricchezza di merci preziose, tanta abbondanza di viveri, dimore così eleganti e ricolme di ogni bene, che tutti improvvisamente da poveri e stranieri che erano divennero ricchissimi abitanti della città”[8]. Infine Roberto di Clari, ancora più entusiasta: “E c’era ricco vasellame d’oro e d’argento e drappi a trama d’oro e tanti ricchi gioielli che era una vera meraviglia quel bottino (…) infatti, dacché il mondo fu creato, non erano mai stati visti né conquistati tesori così grandi, né così magnifici, né così ricchi, né ai tempi di Alessandro, né ai tempi di Carlo Magno, né prima, né dopo. Neppure io credo, per quanto a mia conoscenza, che nelle quaranta città più ricche del mondo vi siano tante ricchezze quanto se ne trovarono a Costantinopoli”[9].

Oltre a tutte queste magnificenze di tipo secolare, in questa città, ve ne sono altre, di altrettanto valore, di tipo religioso. Costantinopoli infatti è diventata nel tempo sede di un gran numero di oggetti il cui potere miracoloso ha loro conferito un grandissimo valore: le reliquie. Questo incomparabile tesoro aveva addirittura spinto alcuni a proporre, nelle ultime assemblee dei crociati, di tornare nella capitale bizantina dopo la conquista della Terra Santa. Si era infatti radicata l’idea che la città scismatica non fosse degna di possedere queste importantissime reliquie e che prenderle con la violenza non fosse peccato[10].

Per avere un’idea della quantità e della preziosità delle reliquie che erano a Costantinopoli ecco l’elenco di quelle portate via solo dal vescovo di Halbertstadt per onorare la sua chiesa: un’ampolla con il sangue di Gesù; un pezzo della Vera Croce; parte del Santo Sepolcro; una parte della Corona di spine; una parte del Santo Sudario; un frammento del tessuto che aveva impressa la faccia di Cristo; la spugna e la canna della Crocefissione; capelli della Vergine Maria e alcuni suoi indumenti; una parte della testa e dei capelli di Giovanni Battista oltre che un suo dito e alcuni suoi indumenti; una tibia, capelli e frammenti di abiti di San Pietro; un pezzo della carne di San Paolo e reliquie di San Andrea; un braccio dell’apostolo Simeone; la testa di san Giacomo; la scapola dell’apostolo Filippo; un braccio dell’apostolo Barnaba; parte della testa di Stefano, il primo martire, insieme al gomito; un braccio del papa Clemente; reliquie di San Lorenzo, San Procopio, San Teodoro, San Demetrio, Abele, San Martiniano, San Pantalone, San Ermolao, San Ermagora; un dito di San Nicola; reliquie di San Giovanni Crisostomo, San Giovanni Elemosinaro, San Gregorio, San Basilio; la mano e braccio di Sant’Eufemia; reliquie di Santa Lucia, Santa Margherita, Santa Caterina, Santa Barbara, e molti altri santi martiri, confessori e vergini[11].

Lo stesso Roberto di Clari, semplice cavaliere, porta a Corbie, al suo ritorno in Francia, cinque pezzi della vera Croce; un po’ del Santo Sangue, un frammento del tessuto che copriva i lombi di Cristo quando era sulla croce,una parte della corona di spine, una parte della spugna e circa 45 reliquie di persone o di cose[12].

Bisogna pensare che ogni chiesa, ogni santuario, ogni monastero di Costantinopoli aveva delle reliquie di grande importanza spirituale che hanno fatto della capitale bizantina una delle mete principali del pellegrinaggio religioso. Per i numerosi prelati al seguito dei crociati non risulta difficile riconoscere e appropriarsi di queste reliquie, testimonianza tangibile dell’eredità cristiana e quindi di enorme valore simbolico. Oltretutto, come già accennato, queste sottrazioni non appaiono come gesti di dubbia moralità anzi sembra siano frutto di una vera e propria missione, tesa a mettere questi oggetti al sicuro in mani migliori di quelle eretiche bizantine.

Comunque la perdita di vite bizantine e la distruzione fisica della città è enorme. 
Nonostante i precedenti giuramenti di non toccare le chiese, i monasteri e di non molestare le donne, nei tre giorni del saccheggio, non essendoci alcun controllo, i crociati non hanno remore di alcun tipo. La capitale dell’impero romano d’oriente cade in preda ad un dei sacchi più tremendi e metodici che la storia abbia mai conosciuto. Niceta Coniata è testimone oculare anzi si salva lui stesso a stento grazie alla collaborazione di un mercante di vino veneziano, un certo Domenico, che fingendo di avere catturato lui e la sua famiglia, riesce a portarlo fuori della città[13]. La descrizione che dà delle efferatezze perpetuate dai crociati è terribile: “Ognuno aveva la propria pena, nelle strette vie si udivano singhiozzi e lamenti, nei trivi gemiti, nelle chiese pianti, grida di uomini, urla di donne e arresti, sequestri, stupri e separazioni fisiche di gente fino ad allora insieme. I nobili si aggiravano nudi, i vecchi lamentandosi della vecchiaia, i ricchi derubati. Così accadeva nelle piazze, così negli angoli, così nei santuari, così nei luoghi nascosti: non c’era nessun luogo che non fosse perquisito o che offrisse sicurezza a chi soffriva”[14].

I crociati vengono così descritti da Niceta Coniate: “[…] estranei alle Muse e senza familiarità alcuna con le Grazie, hanno natura feroce e l’ira più rapida delle parole.”[15]. Neanche la cattedrale di Santa Sofia si salva: “L’altare sacrificale, ricoperto di ogni tipo di materiali preziosi, fusi assieme col fuoco e intarsiati in una straordinaria bellezza e policromia, assolutamente rara e degna dell’ammirazione di tutti, fu fatto a pezzi e diviso fra quei predoni, così come tutto il sacro tesoro, altrettanto ricco e infinitamente prezioso (…)”[16]. Per portare via l’enorme quantità di oggetti preziosi vengono introdotti nella chiesa degli asini che sporcano con i loro escrementi il pavimento della cattedrale mentre una donnaccia seduta nel seggio patriarcale deride Cristo cantando e ballando[17]. Vale la pena di riportare la descrizione dell’altare lasciata da Roberto di Clari prima del saccheggio: “L’altar maggiore della chiesa era così ricco che non gli si potrebbe attribuire un valore preciso. Infatti la predella, su cui poggiava l’altare, era tutta d’oro e di pietre preziose, squadrate e molate, tutte fuse insieme, che aveva fatto fare un ricco imperatore, e questa predella era lunga ben quattordici piedi. Intorno all’altare, c’erano colonne d’argento che sostenevano un tabernacolo sull’altare, che era fatto a forma di campanile, tutto d’argento massiccio, tanto ricco che non se ne può stimare il valore”[18].

I crociati non si fermano nemmeno davanti ai sepolcri degli imperatori, contenuti nel mausoleo dell’“Heroon” presso la chiesa dei Santi Apostoli, prototipo di San Marco. Qui è il luogo di sepoltura di Costantino il Grande e di gran parte degli imperatori di Bisanzio fino all’XI secolo, oltre che di un gran numero di vescovi e patriarchi; e qui viene profanata perfino la tomba di Giustiniano per depredarne gli arredi sacri.

Dal punto di vista artistico lo scempio è catastrofico. 
Vengono infatti sistematicamente distrutte le opere in bronzo come le statue che ornano le piazze o gli edifici pubblici per fonderle e ottenerne monete. Si tratta di opere di valore artistico assoluto, poste soprattutto nel centro della città, nell’area cioè dell’ippodromo, dei fori imperiali e del palazzo imperiale, descritte con infinito rimpianto da Niceta Coniate. Così si apprende che vi era una gigantesca statua di pesante bronzo collocata nel foro di Costantino che rappresentava Era, dalle dimensioni talmente grandi che, una volta smantellata, per trasportare la testa al Gran Palazzo, dove probabilmente era allestito il crogiuolo di fusione, c’era voluto un carro trainato da 4 buoi aggiogati. Viene fusa anche una magnifica statua che rappresentava Afrodite che porge a Paride la mela della discordia e un incredibile e singolare meccanismo di proporzioni gigantesche con funzione di banderuola dove “vi era rappresentato ogni uccello cantatore che gorgheggi le melodie primaverili; vi erano raffigurati le opere dei contadini, flauti, mastelli, pecore belanti e saltellanti capretti; sotto scorreva l’acqua del mare e si vedevano branchi di pesci, alcuni dei quali caduti nelle reti, altri che le rompevano e di nuovo si immergevano liberamente nelle profondità marine; c’erano alcuni amorini, a gruppi di due o tre, gli uni di fronte agli altri, nudi, mentre si scagliavano reciprocamente delle mele, scuotendosi tutti in una dolce risata. In alto, sull’aguzza punta di quel monumento quadrangolare terminante a forma di piramide, si vedeva una statua femminile che si rigirava ai primi soffi del vento: per questo motivo era detta anche Anemodoulion”[19].

Stessa sorte tocca alla statua equestre posta su un basamento di quattro colonne sormontate da una lastra di marmo di Bellerofonte in sella a uno splendido Pegaso. Sistematica è poi la distruzione di quasi tutte le opere in bronzo poste nell’ippodromo come la gigantesca statua di Ercole così grande che “una corda che avesse avvolto il suo pollice sarebbe stata una cintura adatta ad un uomo”[20]. Medesimo destino tocca al gruppo statutario dell’asino e l’asinaio provenienti da Azio dove era stato messo da Augusto dopo la vittoria su Antonio. E ancora un uomo che combatte un leone, il cavallo del Nilo con la coda ricoperta di squame, un elefante, le Sfingi, la famosa aquila di bronzo di Apollonio di Tiana e molte altre che qui sarebbe troppo lungo elencare.

Sicuramente anche i veneziani avranno avuto la loro parte in questo scempio ma sembra che siano stati più inclini alla conservazione dei beni artistici bizantini piuttosto che alla loro distruzione. Infatti la magnifica quadriga posta anch’essa all’ippodromo assieme a molti altri oggetti di cui più avanti si parlerà, viene salvata e inviata dal doge Dandolo, a Venezia.

Dopo i tre giorni di saccheggio, il marchese di Monferrato, in qualità di capo dell’esercito, e il doge ordinano, come convenuto, che tutto il bottino sia portato in 3 chiese destinate a luogo di raccolta e difese da soldati francesi e veneziani, in ugual numero, particolarmente fidati[21].

autore: GIANCARLO MOLANI


[1]           DONALD M. NICOL, Venezia e Bisanzio, Rusconi libri S.p.A, Milano 1990 pag. 169.
[2]           GEOFFROY DE VILLEHARDOUIN La conquista di Costantinopoli, traduzione di Fausta Garavini, Editore Boringhieri s.p.a, Torino 1962, pag.106.
[3]           ROBERTO DI CLARI, La conquista di Costantinopoli (1198 -1216), studio critico, traduzione e note di Anna Maria Nada Patrone, collana storica università di Genova, Università di Genova, Genova 1972, pag. 216.
[4]           VILLEHARDOUIN, op. cit. pag. 106.
[5]           ROBERTO DI CLARI, op. cit. pag.213-214.
[6]           Registrum Innocentii, reg. VI, 210, in RAVEGNANI, La caduta di Costantinopoli, fonti bizantine e occidentali sulla quarta crociata, Dipartimento di Studi Storici, Università Cà Foscari di Venezia, Venezia, 2004, pag. 188.
[7]           VILLEHARDOUIN, op. cit. pag. 107.
[8]           GUNTHER DI PAIRIS, Historia Constantinopolitana, in RAVEGNANI, La caduta, op. cit. pag. 129.
[9]           ROBERTO DI CLARI, op. cit. pag. 215.
[10]          CHARLES M. BRAND, Byzantium confronts the west 1180-1204, Harward university press, Cambridge, Massachusetts, 1968, pag. 264.
[11]          BRAND, op. cit. pag. 264-265.
[12]          BRAND, op. cit. pag. 265.
[13]          NICETA CONIATA, De signis Constantinopolitanis, a cura di O. MORISANI, F. GAGLIUOLO, A. DE FRANCISCIS, Firenze, 1960.
[14]          NICETA CONIATA, Historia, in RAVEGNANI, La caduta, op. cit. pag. 164.
[15]          NICETA CONIATA, De signis Constantinopolitanis, a cura di O. MORISANI, F. GAGLIUOLO, A. DE FRANCISCIS, Firenze, 1960De signis, op. cit. pag.8.
[16]          NICETA CONIATA, Historia, in RAVEGNANI, La caduta, op. cit. pag. 163.
[17]          Idem, pag. 164.
[18]          ROBERTO DI CLARI, op. cit. pag. 220.
[19]          NICETA CONIATA, Historia, in RAVEGNANI, La caduta. Op. cit. pag. 165-166.
[20]          Idem, pag. 167.
[21]          VILLEHARDOUIN op. cit. pag. 107.

http://www.imperobizantino.it/sacco-costantinopoli-1204/

Simmaco. Guardiamo le medesime stelle, comune è il cielo, un medesimo universo ci racchiude: che importa con quale dottrina ciascuno ricerca la verità? Non si può giungere fino a così sublime segreto per mezzo di una sola via.

Guardiamo le medesime stelle, comune è il cielo, un medesimo universo ci racchiude: che importa con quale dottrina ciascuno ricerca la verità? Non si può giungere fino a così sublime segreto per mezzo di una sola via.
Quinto Aurelio Simmaco



Nel 384 d.C. Quinto Aurelio Simmaco era considerato il più grande oratore latino del suo tempo. Egli, paragonato per abilità dialettica persino a Cicerone, era un fervente sostenitore delle antiche tradizioni di Roma. Simmaco si batté quindi con forza per ripristinare il mos maiorum e i culti secolari del suo paese, ma i tempi erano ormai cambiati: il cristianesimo avanzava inesorabile nel cuore dell'Impero, e con esso la censura verso qualunque alternativa alla fede nell'unico e vero Dio. Il fulcro del dibattito religioso divenne l'altare della Vittoria, posto da secoli nella sede del Senato. 

I cristiani decisero di rimuovere l'opera giudicandola blasfema, ma incontrarono l'opposizione di Simmaco, che tentò di appellarsi all'imperatore Valentiano II invocando una maggiore tolleranza religiosa. Nella “Relatio de ara victoria”, l'orazione più famosa di Simmaco, si legge:

”Contempliamo le medesime stelle, ci sovrasta lo stesso cielo, uno solo è l'Universo che ci circonda: che importa quale sia la dottrina che ciascuno segue per ricercare la verità? Non si può giungere per un'unica via ad un mistero così sublime”.

 La risposta di Sant'Ambrogio, l'influente vescovo di Milano, non si fece attendere:
”Simmaco dice che non si può giungere per una sola via ad un mistero così grande. Ma ciò che voi (pagani) ignorate, noi lo sappiamo dalla voce di Dio. E ciò che voi ipotizzate, a noi è noto dalla stessa sapienza e verità di Dio. Non c’è accordo dunque fra la vostra e la nostra condotta”.

Alla fine i cristiani ebbero la meglio: il nuovo imperatore Teodosio ordinò di distruggere l'altare della Vittoria, fatto erigere da Augusto secoli prima, mentre Simmaco fu respinto con disprezzo. Il celebre oratore morì poco tempo dopo, colmo di rammarico, ricordando la gloria dei tempi passati e non riuscendo a riconoscersi nei nuovi valori di Roma.



lunedì 25 luglio 2016

Ugo Ojetti, "Sessanta". Molti credono in Dio quando ormai hanno perduto la fede negli uomini; magari solo la fede in una donna. Tengono Iddio alla Cassa di risparmio, pel caso in cui possano averne bisogno

Molti credono in Dio quando ormai hanno perduto la fede negli uomini; magari solo la fede in una donna. Tengono Iddio alla Cassa di risparmio, pel caso in cui possano averne bisogno
Ugo Ojetti, "Sessanta"

Chi erano i Padri della Chiesa? Tertulliano crede perchè è assurdo. Origene si taglia i genitali per arrivare più vicino al Signore. Cipriano di Cartagine scopre Dio corteggiando una fanciulla. Gregorio di Nazianzo si considera un cadavere che respira. Evagrio Pontico fugge le donne e i vescovi nel deserto.

Chi erano i Padri della Chiesa? 

Tertulliano crede perchè è assurdo. 

Origene si taglia i genitali per arrivare più vicino al Signore. 

Cipriano di Cartagine scopre Dio corteggiando una fanciulla. 

Gregorio di Nazianzo si considera un cadavere che respira. 

Evagrio Pontico fugge le donne e i vescovi nel deserto. 

Per Ireneo, entrambe, la natura e la legge, mettono la donna in condizione subordinata rispetto all'uomo. 

Giovanni Crisostomo invoca l' assassinio dei pagani. 

Sant' Agostino dopo una vita di bagordi piagnucola aggrappato alla gonna della madre nel corso di tutte le "Confessioni", insegna l' inesistenza degli antipodi e per lui le donne devono essere segregate poiché sono loro la causa di orrende ed involontarie erezioni di uomini santi. 

San Paolo di Tarso, padre di tutti loro, di sgradevole aspetto, basso e di salute cagionevole, impotente, rifiutato e schernito dalle donne, non potendo godere del mondo ne crea uno a immagine e somiglianza della propria nevrosi, dove nessuno deve godere. 

I loro eredi sono ancora tra noi - e ancora godono di grande considerazione.


venerdì 22 luglio 2016

Francesco Vettori, ambasciatore della repubblica fiorentina, 1528 circa.

'...Tutte quelle repubbliche o principati dei quali ho cognizione per studio della storia o perché io li ho veduti, mi pare che puzzino di tirannide. Né è da meravigliarsi che in Firenze spesso si è vissuto in partiti e fazioni, dove è sorto uno che si è fatto capo della città, perché è una città molto popolata, e ci sono molti cittadini che devono partecipare agli utili, e ci sono pochi guadagni da distribuire; e però sempre una parte ha governato e ha avuto onori e utili, mentre l'altra è stata in disparte a osservare. Faccio degli esempi per dire con franchezza che tutti i governi sono tirannici: piglia il regno di Francia, e fai conto che vi sia un re perfettissimo, non è forse una grande tirannìa il fatto che i nobili abbiano le armi e gli altri no? Che non debbano pagare alcuna gabella, mentre tutte le spese sono a carico dei poveri villani? Che vi siano tribunali nei quali le liti durano così tanto che i poveri non possono mai avere giustizia? Che in molte città vi siano uffici religiosi ricchissimi dei quali quelli che non sono nobili sono esclusi? Ma vieni alle repubbliche e piglia quella veneta, la quale è durata più di tutte: non è forse una tirannìa il fatto che vi siano tremila persone che ne tengono sottoposte più di centomila? E che a nessun popolano sia data la facoltà di diventatre ricco? Contro i ricchi, nelle cause civili, non si trova giustizia, e in quelle penali i poveri sono battuti, mentre i nobili sono riguardati...' 
Francesco Vettori, ambasciatore della repubblica fiorentina, 1528 circa

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