sabato 30 giugno 2012

Plutarco. Considerazioni sull'amore coniugale.


Mario Fabi

Plutarco. Considerazioni sull'amore coniugale.

Quanto ai giovani che, pur non essendo perversi per natura, sono stati indotti dall'inganno o dalla violenza a concedere e ad offrire se stessi, non c’é nessun uomo che essi guardino con sospetto e odino di più di quelli che hanno abusato di loro e si vendicano in modo terribile, quando se ne presenta l'occasione: così, Cratea uccise Archelao, che n’aveva fatto il suo amante, e Pitolao fece lo stesso con Alessandro di Fere; Periandro, il tiranno di Ambracia, domandò al suo amante se non fosse ancora in gravidanza e quello, preso dall'ira, lo uccise.
Invece l’unione carnale con la legittima sposa è fonte di amicizia, come una comune partecipazione ai grandi misteri. Il piacere è di breve durata, ma da esso fiorisce, giorno per giorno, tra gli sposi il rispetto reciproco, la compiacenza, l’affetto e la fedeltà. Non vaneggiavano i Delfici quando chiamavano Afrodite “Armonia” e neppure Omero, quando chiamo una simile unione “Amicizia”...


PLUTARCO - Sulle donne
Perché parlare ancora della loro saggezza, intelligenza, fedeltà e lealtà, quando in molte di loro é apparso chiaramente un coraggio, un valore, una grandezza d'animo virile? E sarebbe davvero strano, rimproverare alla loro natura, bella per altri aspetti, d’essere incompatibile con la sola amicizia. Le donne amano i figli e i mariti e la capacità di amare in loro é come una terra fertile, pronta ad accogliere il seme dell'amicizia e non è priva di seduzione e di grazia. Come la poesia, applicando al discorso gli ornamenti del canto, del metro e del ritmo, rende la sua capacità educativa più forte e la sua capacità di danneggiare più irresistibile, così la natura, dotando la donna del fascino dello sguardo, della forza persuasiva della voce e dell’attrattiva della bellezza del corpo, da una parte assiste con grandi mezzi colei che é dissoluta per il piacere e la seduzione, dall'altra assiste anche colei che é saggia per guadagnarsi l'affetto e l'amicizia del marito. Platone invitava Senocrate, che era di animo nobile ed elevato per alcuni aspetti, ma troppo serio di carattere, lo invitava, dunque, a "sacrificare alle Cariti"; così si potrebbe consigliare alla donna virtuosa e saggia di sacrificare all'Amore, affinché il dio abiti nella sua casa come protettore delle nozze e la fornisca di tutti quegli ornamenti propri del sesso femminile e suo marito non la lasci per un'altra e sia costretto a dire, come nella commedia:
CHE DISGRAZIATO SONO, QUALE DONNA INGANNO !
Infatti, nel matrimonio, amare é un bene più grande che essere amati; quando si ama si evitano molti errori, o meglio si evitano tutti quelli che rovinano e alterano le nozze.....

....Per quanto riguarda il sentimento doloroso che si prova all'inizio del matrimonio, questo non si deve temere come una ferita o una bruciatura e perciò anche dopo una ferita, non é una cosa terribile l'unione con una donna onesta; é come l'innesto di un albero. Del resto, una ferita é anche all'inizio della gravidanza, infatti, non esiste un'unione completa se l'uno non subisce qualche modificazione da parte dell'altro.
All'inizio, lo studio della matematica mette in agitazione i bambini e quello della filosofia i giovani, ma questo studio non resta sempre arido per loro. Così per gli amanti succede come quando due liquidi si mischiano tra loro; l'amore all'inizio sembra produrre un fervore e un turbamento, ma poi, col tempo, si calma, si purifica e mostra una più grande stabilità. Quest’unione che é detta "assoluta" é veramente quella di due sposi che si amano; mentre l'unione di quelli che vivono insieme senza questo profondo legame, assomiglia a quei contatti e intrecci di cui parla Epicuro e porta con se urti e repulsioni, non arrivando mai a quell’unione che solo l'Amore produce, quando presiede la convivenza degli sposi. Non esistono piaceri più grandi ne vantaggi più continui e nessun altro affetto é così splendente e invidiabile come
L’ACCORDO DI TUTTI I SENTIMENTI, IN CASA, TRA MARITO E MOGLIE. ( PLUTARCO)

Friedrich Wilhelm Foerster. L'uomo moderno si è frantumato in una spaventosa molteplicità d'interessi, perdendo ogni collegamento con le grandi verità vivificatrici



L'uomo moderno si è frantumato in una spaventosa molteplicità d'interessi, perdendo ogni collegamento con le grandi verità vivificatrici, verità che riconducono ogni molteplicità all'unità e ricollegano ogni vita ed ogni aspirazione ad un centro spirituale
Friedrich Wilhelm Foerster


Photo: L'uomo moderno si è frantumato in una spaventosa molteplicità d'interessi, perdendo ogni collegamento con le grandi verità vivificatrici, verità che riconducono ogni molteplicità all'unità e ricollegano ogni vita ed ogni aspirazione ad un centro spirituale. 

Friedrich Wilhelm Foerster

giovedì 28 giugno 2012

IL CONCETTO DI COSCIENZA MORALE NEL LAVORO


Birdlip, 16 luglio, 1941
IL CONCETTO DI COSCIENZA MORALE NEL LAVORO
Coscienza intellettuale e Coscienza morale sono similari nelle loro rispettive sfere, stando una nel Centro Intellettuale, l’altra nel Centro Emozionale.
Coscienza intellettuale è conoscere tutto simultaneamente.
Coscienza morale è sentire tutto simultaneamente.

COSCIENZA MORALE
Come si sa, nell’esperienza religiosa come mezzo di trasmettere l’insegnamento dell’umanità cosciente all’umanità addormentata, una delle cause del fallimento proviene dal fatto che ogni persona si stabilisce un proprio dogma come fosse una verità assoluta, e in questo modo gli uomini si perseguitano, si disprezzano, si uccidono in nome di Dio. Lo fanno con tutto il fervore e adducono nel fare così che è in accordo con la loro coscienza. Ma questa coscienza è Falsa o Meccanica ed ha la sua origine nella Personalità. Questa Coscienza Falsa o Acquisita non si basa nella comprensione interiore. È vincolata alla Falsa Personalità e in questo modo con il sentimento d’essere meritorio e pertanto con il sentimento di avere ragione e d’essere migliore degli altri, e considera coloro che hanno credenze religiose differenti come inferiori, disprezzabili o meritevoli di morte.
La differenza tra Coscienza Vera e la Coscienza Meccanica o Falsa si fonda sul fatto che la Coscienza Vera è la stessa per tutti gli uomini e parla la stessa lingua. La Coscienza Meccanica o Falsa è diversa per ogni persona, secondo la nazione, l’educazione, i costumi, forme di credenze, ecc.
Se tutti gli uomini potessero svegliarsi, la Coscienza Vera parlerebbe a tutti loro e starebbero in accordo gli uni con gli altri, perché parlerebbe ad ognuno nella stessa maniera.
La Coscienza Vera esiste in tutti gli uomini però è sotterrata e fuori della loro portata. La Personalità è cresciuta sopra di essa ed il risultato è che i nostri sentimenti, il nostro senso di noi stessi, si è trasferito nella Personalità. Per questo “sentire tutto simultaneamente” è impossibile e sicuramente sarebbe insopportabile così come siamo. “Sentire tutto simultaneamente” equivale a dire che siamo uno. Ma la Personalità è divisa in pezzetti. L’idea fondamentale che è necessario capire sulla Personalità è che essa è multipla. Per questo motivo ora ci si sente in un modo e poi in un altro, ma separatamente e non allo stesso tempo e senza nemmeno ricordarlo, ci si comporta ora in una forma e dopo in un’altra. E a tutto questo cangiante caleidoscopio che è dentro di noi lo si chiama “Io”. Cioè, uno s’immagina di essere una persona. Fintanto che un uomo prende se stesso come una persona mai si muoverà da dov’é. Per svegliare la Coscienza è necessario che cominci a vedere le contraddizioni che stanno in se stesso. Ma se cerca di vedere le contraddizioni in se stesso considerandosi sempre come fosse una persona non otterrà alcun risultato. Sarà come se credesse che tutto quanto ciò che vede davanti a lui sia una parte del suo corpo.
Quello che soprattutto impedisce che un uomo possa vedere le contraddizioni in lui sono i respingenti. Al posto di avere una Vera Coscienza l’uomo ha una Coscienza Artificiale e respingenti. Dietro ogni persona ci sono anni e anni di vita sbagliata e stupida, compiacente ad ogni classe di vizi (debolezze), di sonno, di ignoranza, di affettazione, di mancanza di sforzo, di lasciarsi portare dagli avvenimenti, di chiudere gli occhi, di lottare per evitare i fatti sgradevoli, di mentire costantemente a se stesso, di abusare degli altri e attribuire la colpa agli altri, di trovare difetti in tutti, di giustificare se stesso, di essere vuoto, di parlare male, e così via. Il risultato di ciò è che la macchina umana è sudicia e lavora male. E questo non è tutto, perché si creano in essa strumenti artificiali dovuti al suo cattivo funzionamento. E per una persona che desideri svegliarsi e convertirsi in un’altra persona e fare un'altra vita, questi strumenti artificiali ostacolano le sue buone intenzioni. Sono chiamati respingenti. Come i dispositivi dei vagoni della ferrovia, la loro azione è di smorzare gli shock nelle collisioni. Ma nel caso dei respingenti in un uomo la loro azione proviene dal motivo di prevenire che i due lati contradditori di se stessi arrivino ad essere simultaneamente Coscienza Intellettuale.
I respingenti sono creati gradualmente ed involontariamente intorno a noi dalla vita, attraverso la nostra educazione. La sua azione tende ad impedire che un uomo esperimenti la Coscienza Morale, cioè, che senta “tutto simultaneamente”. Per esempio, esistono dei respingenti molto forti in ciò che ci piace e ciò che ci disgusta, nei nostri sentimenti gradevoli verso qualcuno e i nostri sentimenti sgradevoli. Per rompere un respingente è necessario osservare se stessi per un lungo periodo e ricordare in che modo si sentiva e in che modo si sente ora. Cioè, è necessario vedere nello stesso momento i due lati di un respingente, vedere i lati contraddittori di se stesso che sono separati dal respingente. Una volta che un respingente è rotto non si può più riformare.
I respingenti fanno sì che la vita dell’uomo sia più facile. Gl’impediscono di sentire la Vera Coscienza. Ma gl’impediscono anche che si sviluppi. Lo sviluppo interiore dipende dagli shocks. Solo gli shocks possono tirar fuori un uomo da dov’é. Quando un uomo comprende qualcosa su di se, ha uno shock, ma la presenza dei respingenti che sono in lui gl’impediscono di comprendere alcunché, perché i respingenti sono fatti per attutire gli shock. Quanto più un uomo osserva se stesso, più probabilità avrà di cominciare a veder i respingenti in lui. Quanto più ci si osserva, tanto più facile vi sarà avere indizi di voi come un tutto. Se si osservano differenti momenti della propria vita, dopo qualche tempo si ottiene un indizio di se che copre simultaneamente un periodo, cioè, ci amplia il nostro grado di coscienza. Ma per prima cosa si deve cercare di osservare tutto di voi in un preciso momento, lo stato emozionale, i pensieri, le sensazioni, le intenzioni, la postura, i movimenti, il tono della voce, le espressioni facciali e così via. Tutto questo deve essere fotografato insieme. Questa è un’osservazione completa e da essa si originano tre cose:
1) una nuova memoria di se, 2) un cambio completo del concetto che si ha su di se, 3) lo sviluppo del sapore interiore in relazione alla qualità di ciò che si osserva internamente. Per esempio, per il sapore interiore si può riconoscere senza nessuna difficoltà che si sta mentendo o che si è in uno stato negativo, quantunque ci si giustifichi e si protesti che non è così. Qui tutto si fonda nel porsi o no la sincerità interiore. Se non si pone, è meglio abbandonare il lavoro. Tocca dire del sapore interiore che è il debole inizio della Vera Coscienza, perché è qualcosa che riconosce la qualità dello stato interiore in cui si sta. L’osservazione di se e il sapore interiore non sono la stessa cosa però possono coincidere. Quanto più si comprende il lavoro, più corretta sarà la disposizione nella vostra mente rispetto al lavoro e più capirà il suo significato, più facilmente passerà alla Vera Coscienza. Si è detto alcune volte che se si possedesse la Vera Coscienza il lavoro non sarebbe più necessario perché lo si conoscerebbe di già.
 
 

Andrej Tarkovskij. Nostalghia. Quale antenato parla in me? Io non posso vivere contemporaneamente nella mia testa e nel mio corpo. Per questo non riesco a essere una sola persona. Sono capace di sentirmi un'infinità di cose contemporaneamente. Il male vero del nostro tempo è che non ci sono più i grandi maestri. La strada del nostro cuore è coperta d'ombra. Bisogna ascoltare le voci che sembrano inutili, bisogna che nei cervelli occupati dalle lunghe tubature delle fogne, dai muri delle scuole, dall'asfalto e dalle pratiche assistenziali entri il ronzio degli insetti. Bisogna riempire gli orecchi, gli occhi di tutti noi di cose che siano all'inizio di un grande sogno. Qualcuno deve gridare che costruiremo le piramidi, non importa se poi non le costruiremo. Bisogna alimentare il desiderio, dobbiamo tirare l'anima da tutte le parti come se fosse un lenzuolo dilatabile all'infinito. Se volete che il mondo vada avanti, dobbiamo tenerci per mano. Ci dobbiamo mescolare, i cosiddetti "sani" e i cosiddetti "ammalati". Ehi, voi sani, che cosa significa la vostra salute? Tutti gli occhi dell'umanità stanno guardando il burrone dove stiamo tutti precipitando. La libertà non ci serve, se voi non avete il coraggio di guardarci in faccia, di mangiare con noi, di bere con noi, di dormire con noi. Sono proprio i cosiddetti sani che hanno portato il mondo sull'orlo della catastrofe. Uomo, ascolta: in te acqua, fuoco e poi la cenere e le ossa dentro la cenere, le ossa e la cenere. Dove sono? Quando non sono nella realtà e neanche nella mia immaginazione? Faccio un patto col mondo: che ci sia il sole di notte indebiti d'agosto. Le case grandi finiscono, sono quelle piccole che durano. La società deve tornare unita, e non così frammentata, basterebbe osservare la natura per capire che la vita è semplice e che bisogna tornare al punto di prima, in quel punto dove voi avete imboccato la strada sbagliata. Bisogna tornare alle basi principali della vita, senza sporcare l'acqua. Che razza di mondo è questo se è un pazzo che vi dice che dovete vergognarvi? Adesso, musica!

C’è un solo viaggio possibile: quello che facciamo nel nostro mondo interiore. 
Non credo che si possa viaggiare di più nel nostro pianeta.. così come non credo che si viaggi per tornare. L’uomo non può tornare mai allo stesso punto da cui è partito, perché, nel frattempo, lui stesso è cambiato. Da sé stessi non si può fuggire. 
Andrej Tarkovskij 


Dal momento stesso in cui Eva mangiò il pomo dell'albero della conoscenza, l'umanità fu condannata a una ricerca senza fine della verità. Prima di tutto, come è noto, Adamo ed Eva si accorsero che erano nudi e ne provarono vergogna. Ne provarono vergogna perché compresero e cominciarono il proprio cammino dalla gioia di conoscersi l'un l'altro. Ciò fu l'inizio di ciò che non ha fine … Accadde così che l'uomo, questo "coronamento della natura", comparve sulla terra allo scopo di conoscere perché propriamente egli vi comparisse o vi fosse inviato. E per mezzo dell'uomo il Creatore conosce se stesso. Questo cammino viene chiamato usualmente evoluzione; un cammino che viene accompagnato dal tormentoso processo di autoconoscenza.
Andrei Tarkovskij


"C’è una speranza che l’uomo sopravviva, nonostante tutti i segni del silenzio apocalittico preannunciato dall’evidenza dei fatti? La risposta a questo interrogativo, forse, è contenuta nell’antica leggenda sulla resistenza dell’albero inaridito, privato dei succhi vitali, che ho preso come base del film più importante nella mia biografia artistica. Un monaco, passo dopo passo, secchio dopo secchio portava l’acqua sulla montagna e innaffiava l’albero inaridito, credendo senz’ombra di dubbio nella necessità di ciò che faceva, senza abbandonare neppure per un istante la fiducia nella forza miracolosa della sua fede nel Creatore e perciò assistette al Miracolo: una mattina i rami dell’albero si rianimarono e si coprirono di foglioline. Ma questo è forse un miracolo? E’ soltanto la verità.”
Andrej Tarkovskij “Scolpire il tempo”



PER MEZZO DELL'ARTE L'UOMO SI APPROPRIA DELLA REALTÀ ATTRAVERSO UN'ESPERIENZA SOGGETTIVA. Nella scienza la CONOSCENZA UMANA del mondo procede lungo i gradini di una scala senza fine, venendo successivamente rimpiazzata da sempre nuove conoscenze su di esso che sovente si confutano a vicenda, in nome di verità oggettive particolari. LA SCOPERTA ARTISTICA, invece, NASCE OGNI VOLTA COME UN'IMMAGINE NUOVA E IRRIPETIBILE DEL MONDO, come un geroglifico della verità assoluta. Essa SI PRESENTA COME UNA RIVELAZIONE, come un desiderio appassionato e improvviso di afferrare intuitivamente tutte in una volta le leggi del mondo – la sua bellezza e il suo orrore, la sua umanità e la sua ferocia, la sua infinità e la sua limitatezza. L'artista le esprime creando l'immagine artistica che è uno strumento sui generis per cogliere l'assoluto. Per mezzo dell'immagine si mantiene la percezione dell'infinito dove esso viene espresso attraverso le limitazioni: lo spirituale attraverso il materiale, lo sconfinato grazie ai confini.
Andrej Tarkovskij, Scolpire il Tempo.



La ricerca della verità! Si nasconde… e voi scienziati la cercate ovunque. Scavate un po' qua e un po' là. Scavate in un posto… e voilà: l’atomo è formato da protoni; scavate in un altro posto… Eureka: il triangolo A B C è uguale al triangolo A¹ B¹ C¹. Per me è molto diverso. Anch'io scavo cercando la verità, ma nel frattempo le succede qualcosa. Si modifica. E così io, al posto della verità, trovo un gran mucchio di … pardon… non dirò di che. A voi si che va bene, ma supponiamo che in un certo museo ci sia un vaso antico, a suo tempo ci buttavano gli avanzi. Oggi invece lo stesso vaso suscita l'entusiasmo generale, per lessenzialità del disegno, l'irripetibilità della forma. Magnifico! Splendido! Ma ecco che un giorno si viene a sapere che non è antico e che agli archeologi l'aveva rifilato un burlone. L'aveva fatto così, per fare uno scherzo. Le lodi stranamente cessano, che esperti!
Andrej Tarkovskij, Stalker (1979)


A un tavolino del bar Stalker, Professore e Scrittore. Scrittore beve parecchio e parla della verità. Vengono accennati i motivi dell' incursione nella Zona. Arriva il treno.





- In ogni caso tutta questa vostra tecnologia, tutte queste fabbriche e marchingegni, e tutto questo agitarsi affannosamente per poter lavorare di meno e mangiare di più... non sono che stampelle, protesi. L'umanità invece esiste per creare... Per creare opere d'arte. Questo perlomeno è disinteressato, a differenza di tutte le altre azioni umane. Grandi illusioni, fantasmi sfocati della verità in assoluto... Ma lei, professore, mi sta ascoltando?
- Ma di quale disinteresse sta parlando, con tutta la gente che muore ancora di fame?
Ma dove vive, nelle nuvole?
- E questa sarebbe la vostra aristocrazia del cervello? Voi non sapete pensare in astratto.
- Spero che non presuma di insegnarmi qual è il vero senso della vita e nello stesso tempo a pensare?
- Sarebbe inutile, lei sarà forse professore, ma è ignorante!
Andrej Tarkovskij, Stalker (1979)


Scrittore espone lo scopo dell' esistenza a Professore, che risponde


E pretendono pure di essere intellettuali, questi scrittori, scienziati... non credono più a niente. L'organo con il quale crediamo gli si è atrofizzato, tanto non ne hanno bisogno. Dio mio che gente. Tu non li hai visti, hanno gli occhi vuoti. Pensano soltanto a come tenere alto il loro prezzo, a come vendersi più cari, a farsi pagare tutto, anche ogni moto dell'anima. Pensano di avere una missione da compiere, una vocazione, e che si vive una sola volta. La gente così può credere a qualcosa?
Andrej Tarkovskij, Stalker (1979)



Ecco un altro esperimento; esperimenti, fatti, verità in ultima istanza; ma fatti non ce ne sono e qui, poi, meno che altrove. Qui tutto è inventato da qualcuno, è la trovata idiota di qualcuno, possibile che non ve ne rendiate conto? E voi lo dovete assolutamente sapere di chi è; ma perché poi, a che cosa servono tutte le vostre nozioni, quale coscienza ne potrà soffrire? La mia? Io non ho coscienza, ho solamente nervi: una carogna mi stronca, mi si apre una piaga, un'altra carogna mi loda, è un'altra piaga; tu ci metti l'anima, ci metti il cuore, e quelli, niente, ti divorano l'anima e il cuore; tiri fuori dall'anima lo schifo, divorano anche lo schifo; sono tutti colti senza eccezione e hanno tutti fama di alta sensibilità e tutti ti turbinano intorno: giornalisti, redattori, critici, femmine, senza darti un attimo di respiro e tutti ti incitano: "Dai dai!..." Ma che razza di scrittore sono io, se addirittura odio scrivere, se per me è un tormento, una fatica, una incombenza dolorosa, vergognosa come schiacciare le emorroidi. Un tempo pensavo che qualcuno sarebbe divenuto migliore grazie ai miei libri, ma se non servo a nessuno... creperò e dopo due giorni mi avranno dimenticato e cominceranno a divorare qualcun altro. Io pensavo di cambiarli e invece sono stati loro a cambiare me, mi hanno cambiato a loro immagine e somiglianza. Prima il futuro era soltanto il proseguimento del presente e tutti i cambiamenti erano molto lontani al di là dell'orizzonte, adesso il futuro si è fuso col presente. Loro sono forse pronti a questo? Ma se non vogliono sapere niente di niente, loro divorano e stop...
Andrej Tarkovskij, Stalker (1979)


Andrej Tarkovskij, Stalker (1979)
Emorroidi. Scrittore confessa tutta l' inutilità e la fatica del suo scrivere.






Che diventino indifesi come bambini,
perché la debolezza è potenza e la forza è niente.
Quando l'uomo nasce, è debole e duttile.
Quando muore, è forte e rigido.
Così come l'albero:
mentre cresce è tenero e flessibile.
E quando è duro e secco, muore.
Rigidità e forza sono compagni della morte.
Debolezza e flessibilità esprimono la freschezza dell'esistenza.
Ciò che si è irrigidito non vincerà
Andrej Tarkovskij, Stalker



«Qualcuno deve gridare che costruiremo le Piramidi, non importa se poi non le costruiremo»
“Nostalghia”, di Andrej Tarkovskij, film del 1983, sceneggiatura di Tonino Guerra, premiato a Cannes, è uno di quei film d’autore che sono talmente d’autore che mettono soggezione… buio, frasi a effetto sul dolore del vivere, lentezza che sfianca, sottili allusioni, simbolismi criptici, lentezza che sfianca, penombra, frasi a effetto sul mistero dell’esistenza, lentezza che sfianca… impossibile anche solo esprimere qualche timida perplessità senza passare per un grezzo bifolco che va al cinema a vedere “Vacanze di Natale”… ma io sono furbo, quindi aggirerò l’ostacolo parlando soltanto di ciò che mi è piaciuto molto… il titolo è bellissimo, quasi quasi chiamerei mia figlia Nostalghia… e stupendo è il monologo del pazzo, che arriva verso la fine, dopo quintalate di buio, mistero, allusioni, dolore, penombra, eccolo, 2 minuti, da pelle d’oca:


Quale antenato parla in me? 
Io non posso vivere contemporaneamente nella mia testa e nel mio corpo.
Per questo non riesco a essere una sola persona.
Sono capace di sentirmi un'infinità di cose contemporaneamente.
Il male vero del nostro tempo è che non ci sono più i grandi maestri.
La strada del nostro cuore è coperta d'ombra.
Bisogna ascoltare le voci che sembrano inutili,
bisogna che nei cervelli occupati dalle lunghe tubature delle fogne,
dai muri delle scuole, dall'asfalto e dalle pratiche assistenziali entri il ronzio degli insetti.
Bisogna riempire gli orecchi, gli occhi di tutti noi di cose che siano all'inizio di un grande sogno. Qualcuno deve gridare che costruiremo le piramidi,
non importa se poi non le costruiremo.
Bisogna alimentare il desiderio,
dobbiamo tirare l'anima da tutte le parti come se fosse un lenzuolo dilatabile all'infinito.
Se volete che il mondo vada avanti, dobbiamo tenerci per mano.
Ci dobbiamo mescolare, i cosiddetti "sani" e i cosiddetti "ammalati".
Ehi, voi sani, che cosa significa la vostra salute?
Tutti gli occhi dell'umanità stanno guardando il burrone dove stiamo tutti precipitando.
La libertà non ci serve, se voi non avete il coraggio di guardarci in faccia,
di mangiare con noi, di bere con noi, di dormire con noi.
Sono proprio i cosiddetti sani che hanno portato il mondo sull'orlo della catastrofe.
Uomo, ascolta: in te acqua, fuoco e poi la cenere e le ossa dentro la cenere, le ossa e la cenere. Dove sono? Quando non sono nella realtà e neanche nella mia immaginazione? Faccio un patto col mondo: che ci sia il sole di notte indebiti d'agosto. Le case grandi finiscono, sono quelle piccole che durano. La società deve tornare unita, e non così frammentata, basterebbe osservare la natura per capire che la vita è semplice e che bisogna tornare al punto di prima, in quel punto dove voi avete imboccato la strada sbagliata. Bisogna tornare alle basi principali della vita, senza sporcare l'acqua. Che razza di mondo è questo se è un pazzo che vi dice che dovete vergognarvi? Adesso, musica!
Andrej Tarkovskij. Nostalghia.




Spezzone tratto dal film diretto da Andrei Tarkovskij "Nostalghia".




Domenico dice :"Faccio un patto col mondo: che ci sia il sole di notte e nevichi d'agosto (non indebiti d'agosto). Le cose (non le case) grandi finiscono, sono quelle piccole che durano".



Quel che dovrebbe essere il Manifesto della 'Persona Umana'



  Un pensiero cullato



Nessuno può conservare a lungo pensieri e sentimenti negativi senza nuocere a se stesso

Un pensiero cullato
 
Nessuno può conservare a lungo pensieri e sentimenti negativi senza nuocere a se stesso.
Liberiamo in fretta il cuore da questi macigni!
(agn)
 
Talita Heart :Liberiamolo!
Photo: Nessuno può conservare a lungo pensieri e sentimenti negativi senza nuocere a se stesso. 
Liberiamo in fretta il cuore da questi macigni !
(agn)

mercoledì 27 giugno 2012

Ludwig Feuerbach. Quanto più s'allarga la nostra conoscenza dei buoni libri, tanto più si restringe il cerchio degli uomini la cui la compagnia è gradita

L'uomo proietta la sua essenza fuori di sé... l'opposizione del divino e dell'uomo è un'opposizione illusoria... tutte la caratteristiche dell'essere divino sono caratteristiche dell'essere umano.
Ludwig Feuerbach

La vera conoscenza non è quella del pensiero, ma quella che trae origine dai sensi e specialmente da quella intuizione immediata del sensibile che nell’Amore ha la più compiuta espressione. L’Amore non è un semplice sentimento, ma passione rivelatrice dell’esistenza: la vera prova ontologica dell’esistenza di un oggetto al di fuori della nostra testa; per chi non ama o non è amato è del tutto indifferente che l’oggetto esista o no. 
Ludwig Feuerbach

Siamo situati all'interno della natura; e dovrebbe esser posto fuori di essa il nostro inizio, la nostra origine? Viviamo nella natura, con la natura, della natura e dovremmo tuttavia non esser derivati da essa? Quale contraddizione!
Ludwig Feuerbach. L'essenza della religione

L'ammissione di un ente diverso dalla natura per spiegare l'esistere di essa ha la sua radice - in ultima istanza, se non altro - soltanto nella incapacità - peraltro solo relativa e soggettiva - di spiegare la vita organica, e in particolare quella umana, come un fatto naturale; il teista trasforma infatti la sua incapacità di intendere la vita come una manifestazione della natura in una incapacità della natura di generare da sé la vita; egli fa dunque dei termini della sua mente i termini della natura.
Ludwig Feuerbach, L'essenza della religione


Quanto più s'allarga la nostra conoscenza dei buoni libri, tanto più si restringe il cerchio degli uomini la cui la compagnia è gradita
Ludwig Feuerbach


Quando la morale viene fondata sulla teologia e il diritto su un'autorità divina, le cose più immorali, più ingiuste e più vergognose possono avere il loro fondamento in Dio e venir giustificate.
Ludwig Feuerbach


Il dogma è nient'altro che un esplicito divieto di pensare
Ludwig Feuerbach


Il fondamento di tutte le religioni deriva dal sentimento di dipendenza dell'uomo
Ludwig Feuerbach


La teoria degli alimenti è di grande importanza etica e politica.
I cibi si trasformano in sangue, il sangue in cuore e cervello; in materia di pensieri e sentimenti. L’alimento umano è il fondamento della cultura e del sentimento. Se volete far migliorare il popolo, in luogo di declamazioni contro il peccato, dategli un’alimentazione migliore. L’uomo è ciò che mangia. »
Ludwig Feuerbach




Quando un soggetto entra in un rapporto essenziale e necessario con un oggetto trascendente, questo significa che l'oggetto trascendente è la vera e propria essenza del soggetto, proiettata. Con Dio il sentimento umano è in un rapporto necessitato dalla sua psiche: Dio dunque non è altro che l'oggettivazione ideale dell'essenza dell'uomo che in Dio rispecchia se stesso. La religione è appunto l'oggettivazione dei bisogni e delle aspirazioni dell'uomo, la proiezione di essi in un ente immaginario, che viene considerato indipendente dall'uomo e nel quale tali aspirazioni si trovano pienamente realizzate idealmente.
Nella religione è l'uomo a fare Dio a propria immagine e somiglianza attraverso un processo psichico di assolutizzazione dell'umano. Non quindi Dio che ha creato l'uomo, ma viceversa. Quando a Dio si attribuiscono l'onniscienza, l'onnipotenza e l'amore infinito, in realtà si intende esprimere l'infinità delle possibilità conoscitive, di potere sulla natura e dell'amore che sono tipici dell'uomo. In Dio e nei suoi attributi l'uomo può quindi scorgere oggettivati i suoi bisogni e i suoi desideri e, dunque, riconoscerli. La religione è la prima, ma indiretta coscienza che l'uomo ha di sé.





Oggi parliamo di…Ludwig Feuerbach
Ludwig Feurbach nacque a Berlino nel 1804 da una famiglia bavarese agiata e colta.
La tranquilla vita di professore che Ludwig Feurbach seguiva, fu bruscamente interrotta, in seguito alla pubblicazione di un libro intitolato Pensieri sulla morte e l’immortalità (1830) che, sebbene uscito anonimo, viene ricondotto a lui, attirandogli le accuse di spirito libero, ateo e perfino di anticristo in persona.
Feubarch non si perde d’animo; di fronte alla dura reazione che si scatena negli Stati tedeschi negli anni Trenta contro le aspirazioni democratiche, abbandona l’insegnamento, ma intensifica lo studio.
Nel 1841 pubblica l’Essenza del cristianesimo. Arnold Rug, importante esponente della sinistra hegeliana, in una lettera all’autore riferisce che, pochi mesi dopo la pubblicazione dell’opera, a Berlino e a Halle, negli ambienti colti, non si parla d’altro. I giovani, in particolare, sono entusiasti delle sue tesi, coraggiose e anticonformiste in materia religiosa.
Nel frattempo il suo distacco da Hegel si fa profondo e radicale. Trascorre gli ultimi anni rattristato dalla malattia e dalle difficoltà economiche; muore a Norimberga nel 1872.

La concezione naturalistica dell’uomo.
Feuerbach da giovane segue le lezioni di Hegel, restando affascinato; ben presto però si rende conto che la prospettiva di Hegel trascura proprio il tema che a lui sta più a cuore: l’uomo concreto; non dunque il soggetto “spirituale” del Romanticismo e neppure quello “razionalista” dell’Illuminismo, ma una figura che ha la sua essenza nella corporeità e che rimane saldamente ancorata alla natura.
Quando Feuerbach sostiene che bisogna fare dell’uomo la questione centrale intende dire che bisogna riportare la filosofia ad interrogarsi sull’uomo nella sua dimensione sensibile, che ne costituisce l’essenza.
Per questo la riflessione di Feuerbach si concentra sull’umanità, vista come insieme di esseri naturali, concreti, inseriti in una comunità sociale e con bisogni materiali e sensibili.
Il filosofo è infatti convinto che, per elevare il livello spirituale di un popolo, bisogna migliorarne la situazione materiale che ne rappresenta il presupposto e la base.
In questa attenzione per la qualità di vita delle persone, la teoria di Feuerbach rivela un aspetto filantropico, sviluppandosi anche in contrapposizione al pauperismo e alla miseria indotti, proprio nell’Ottocento, dal nascente industrialismo, che sradicava gli uomini dalla terra e li costringeva a vivere in due condizioni economiche nelle grandi città.

L’umanizzazione di Dio
Fin da giovane Feuerbach si era interessato alla religione – da lui stesso definita “la professione della mia vita” -, chiedendosi quale fosse l’essenza, con particolare riferimento al cristianesimo. A tale argomento è dedicata la sua opera maggiore, l’Essenza del cristianesimo, che segna il passaggio da una concezione teologica a una antropologica, detta anche “umanismo” per la centralità attribuita all’uomo naturale e sensibile.
In questo scritto Feuerbach sostiene che non esiste alcun essere divino dotato di esistenza autonoma: l’idea di Dio deriva dal fatto che l’uomo proietta fuori di sé le sue qualità più elevate e le oggettiva in un essere dotato di ogni perfezione, a cui si sottomette.
Ciò appare chiaramente se si considerano attentamente le caratteristiche attribuite a Dio dalla tradizione – la ragione, la volontà e l’amore -, che altro non sono che qualità umane esternate in un oggetto della fantasia. Dio è pertanto la realizzazione ideale dei bisogni dell’umanità e, nello stesso tempo, la personificazione delle sue doti migliori.
Per capire il motivo per cui l’uomo tende a “creare” Dio, secondo Feuerbach bisogna rifarsi a cause di natura psicologica, in particolare al sentimento di dipendenza che l’uomo avverte nel proprio animo.
In realtà, ciò da cui l’uomo dipende veramente è la natura, sia quella esterna (gli animali, gli eventi atmosferici, ecc…), sia quella interna (desideri, impulsi, ecc…).

L’analisi dell’alienazione religiosa
L’assegnazione a Dio delle qualità umane e la sottomissione alla sua potenza implicano, per Feuerbach, una profonda falsificazione della natura umana, perché ciò che in questa è puro, nobile, universale viene posto al di fuori, conservando unicamente le caratteristiche negative: il peccato, il male, la debolezza.
La religione comporta pertanto una scissione, un impoverimento, che Feuerbach, utilizzando un termine ripreso da Hegel, definisce “alienazione”. L’uomo aliena la propria essenza, la “pone fuori di sé”, in un essere trascendente, dimenticando che tale entità superiore è la proiezione dei suoi stessi attributi positivi.
L’abbattimento della religione diventa un vero e proprio compito morale per Feuerbach, il quale – sottolineando il carattere pericolosamente conservatore della fede – fa dipendere da esso anche l’affrancamento da ogni altra forma di subordinazione.
Nella sua opera, pertanto, il discorso religioso viene a intrecciarsi con quello politico. Solo liberandosi dalla religione l’uomo potrà recuperare la piena consapevolezza del proprio potere e sopprimere ogni servitù, spirituale e materiale. L’ateismo, conquistato grazie a una ragione filosofica rinnovata, diventa dunque il presupposto dell’emancipazione dell’umanità e del recupero della sua integrità psicofisica al di là di ogni scissione.
[...] 
Pubblicato il 15 gennaio 2016 di leovil1996
https://unistanteconlastoria.wordpress.com/2016/01/15/oggi-parliamo-di-ludwig-feuerbach/







Non è forse Dio, la natura?






martedì 26 giugno 2012

Democrito. principio individualistico che vede gli uomini, esattamente come gli atomi, come un insieme di aggregati. Nell’ottica democritea gli uomini non sono, come avrebbe pensato Aristotele, esseri sociali o politici, bensì esseri individualisti che si aggregano ad altri uomini non per spirito di comunità, bensì per utilità

È buona cosa ostacolare chi commette un'ingiustizia.
Se non si riesce a fare questo, è buona cosa non commettere ingiustizie insieme a lui.
Democrito

Chi vuole dispensare consigli saggi a chi crede di essere già saggio, compie una fatica vana.
Democrito

Le bramosie violente per certe cose accecano l'anima riguardo tutto il resto
Democrito

Molte volte il ragionamento si dimostra più efficace dell'oro a persuadere le persone
Democrito

Bisogna tendere non ai discorsi sulla virtù, bensì alle opere e alle azioni virtuose.
Democrito


Una vita cattiva e insipiente non è un vivere male, ma un lungo morire.
Democrito


Nulla viene dal nulla e nulla torna al nulla.
Democrito


In ogni luogo l'uomo incolpa dei propri mali la natura e il fato, eppure il fato quasi sempre non è altro che il riflesso del suo carattere, delle sue passioni, dei suoi errori e delle sue debolezze.
Democrito


Dall'atomismo di Leucippo e Democrito.
“Nascita, alterazione e morte non sono altro che unione e separazione di atomi, effetti meccanici del loro movimento. Ovunque si forma un vuoto, lì accorrono grandi quantità di atomi che finiscono per produrre un vortice che unisce gli atomi simili per grandezza e figura. L'ipotesi dell'atomo non spiega soltanto i processi di formazione e di sviluppo dell'universo fisico, ma anche i fenomeni della conoscenza: l'anima è materiale quanto il corpo.”
L. Palumbo, Trentadue ore di filosofia antica.


La grande idea del sistema di Democrito è estremamente semplice: 
l’Universo intero è formato di uno sterminato spazio vuoto, nel quale corrono innumerevoli atomi. Nell’Universo non c’è altro che questo. 
Lo spazio è illimitato, non ha né alto né basso, non ha un centro, non ha confine. Gli atomi non hanno alcuna qualità, se non la loro forma. Non hanno peso, non hanno colore, non hanno sapore: “Opinione il dolce, opinione l’amaro, opinione il caldo, opinione il freddo, opinione il colore: in realtà soltanto gli atomi e il vuoto”.
[…]
Quando gli atomi si aggregano, le sole cose che contano, le sole cose che esistono a livello elementare, sono la loro forma, la loro disposizione nella struttura e il modo in cui si combinano.
[…]
Non c’è alcuna finalità, alcun proposto in questa immensa danza di atomi. 
Noi, come il resto della natura, siamo uno dei tanti risultati di questa danza infinita. Il prodotto di una combinazione accidentale. La natura continua a sperimentare forme e strutture, e noi, come gli animali, siamo il prodotto di una selezione casuale e accidentale, avvenuta in lunghissimi periodi di tempo. 
[…]
Platone e Aristotele conobbero bene Democrito e combatterono le sue idee. 
Lo fecero in nome di idee alternative, che più tardi, per secoli, crearono ostacoli al crescere della conoscenza. Entrambi insistettero nel rifiutare le spiegazioni naturalistiche di Democrito e nel voler invece cercare di comprendere il mondo in termini finalistici, cioè pensando che tutto ciò che avviene avvenga con una finalità, un modo di pensare che si sarebbe rivelato molto inefficace per comprendere la natura, oppure in termini di bene e male, confondendo questioni umane con questioni che non ci riguardano.
C. Rovelli, La realtà non è come ci appare.



Noi siamo allievi degli animali 
Democrito.
“ Democrito affermava che «proprio in forza delle attività più importanti, noi siamo allievi degli animali, e, in particolare, dei ragni nel tessere e nel rammendare, delle rondini nell’architettare case, e non meno degli uccelli dal canto soave, del cigno e dell’usignolo nel cantare emulandoli».”
DEMOCRITO (seconda metà del V secolo a. C.), “Sentenze”, in HERMANN DIELS e WALTHER KRANZ, “I presocratici” (1903 I edizione), prima traduzione integrale con testi originali a fronte delle testimonianze e dei frammenti, a cura di Giovanni Reale, Bompiani, Milano 2006 (I edizione), B. ‘I frammenti dei filosofi del VI e del V secolo (e dei loro diretti seguaci), ‘Gli Atomisti di Abdera’, (68) ‘Democrito’, traduzione di Diego Fusaro, B. ‘Frammenti’, ‘Sentenze di Democrito’, p. 1395.
“ ὁ Δημόκριτος ἀποφαίνει μαθητὰς ἐν τοῖς μεγίστοις γεγονότας ἡμᾶς· ἀράχνης ἐν ὑφαντικῇ καὶ ἀκεστικῇ, χελιδόνος ἐν οἰκοδομίᾳ, καὶ τῶν λιγυρῶν, κύκνου καὶ ἀηδόνος, ἐν ᾠδῇ κατὰ μίμησιν.”
ΔΗΜΟΚΡΑΤΟΥΣ “Γνῶμαι”, in HERMANN DIELS e WALTHER KRANZ, “Die Fragmente der Vorsokratiker”, Weidmannsche Buchhandlung, Berlin 1903, B., PLUT. de sollert. Anim., 20, p. 974 A, 154, in op. cit., p. 1394.



Democrito. Frammenti Morali. 

Se vuoi ricevere, dai pure ai bisognosi alcune delle cose che sono tue: infatti chi non dà al bisognoso, non riceverà quando egli stesso sarà bisognoso [ei theleis lambanein didou kai tois deomenois ek tōn eontōn ho gar mē didous deomenōi oude autos lēpsetai deomenos].

Non ritenere mai beato un uomo nella ricchezza e nella fama: infatti tali beni sono tutti trattenuti con garanzia minore dei venti [mēdepote makarisēs anthrōpon epi ploutōi kai doxēi panta gar ta toiauta tōn agathōn elatton pistei tōn anemōn dedetai]

Non chi è ricco [ho ploutōn], ma chi non ha bisogno, è beato [ho mē chrēizōn makarios].

Diventerai ricco se sarai parco nei desideri [tōn epithymiōn estai penēs].

La ricchezza secondo natura [kata physin] comprende [sympeplērōtai] pane, acqua e l’indumento destinato al corpo; quella debordante ha invece luogo per l’illimitato tormento del desiderio relativo all’anima [ho de perissos kata psychēn aperanton echei kou tēn tēs epithymiēs basanon].

Chi si accontenta della ricchezza secondo natura è molto più ricco di chi possiede molte cose ma ne desidera di più: mentre infatti a quello non manca nulla, a questo manca molto più di ciò che possiede [ho tōi kata physin archoumenos ploutōi tou polla kektēmenou pleiona de epithymountos poly esti plousiōteros tōi men gar ouden elleipei tōi de kai hōn kektētai pollōi pleiona].

I più [tous pollous] tra i ricchi sono sovrintendenti [epitropous] ma non padroni della roba [alla mē despotas tōn chrematōn].

Non è bello che l’educato dialoghi coll’ineducato [kalon pepaideumenon apaideutos dialegesthai], né similmente il sobrio con gli ubriachi.

L’educando ha bisogno di queste tre cose: natura, impegno, tempo [physeōs meletēs chronou].

Come un unguento è buono [kalon] non in quanto piacevole [to hēdy] né in quanto copioso [to makron], ma in quanto salutare [to hygieinon], così anche il cibo [trophē] è buono [kalē] non in quanto piacevole [hē hēdeia] né in quanto abbondante [hē pollē], ma in quanto salutare [hē hygieinē].

Fretta [tachos] e foga siano assenti nel mangiare [epeixis apestō tou esthiein]:
infatti questo è appropriato [prepon] ai cani ed alle bestie più che agli uomini.

Sii vigile mediante l’intelletto; infatti il sonno di questo è congenito alla morte reale [agrypnos eso kata ton noun syngenēs gar tou alēthinou thanatou ho peri touton hypnos].

Vecchiaia [gēras] e povertà [penia]: due piaghe incurabili [traumata dystherapeuta].

La concorrenza tra gli uomini di valore giova a chi si mette a competere non danneggiando chi subisce la competizione [hē tōn agathōn eris ōphelei ton zēlounta mē blaptousa ton zēloumenon].

Se serbi gratitudine verso qualcuno, dagli subito gratificazione: infatti l’indugio nuoce al dono 
[hōitini tēn charin katathēsēi thatton tēn charin didou hē gar bradytēs lymainetai tēn dosin].

Anche un buon timoniere [kybernētēs agathos] qualche volta naufraga [nauagei]; anche un uomo nobile fallisce [anēr spoudaios atychei].

Quando il giudice emette la sentenza sull’imputato, è necessario tacere
[aitatai dikastēs krinomenon anankē siōpan].

Uno disse a Democrito: “Perché, grande come sei, hai sposato una donna piccola?”.
Ed egli disse: “Facendo la selezione, ho scelto il male minore”.

Stai bene attento alle menzogne, benché siano false: infatti i più ignorano la verità, ma guardano all’apparenza [eulabou tas diabolas kan pseudeis ōsin hoi gar polloi tēn men alētheian agnousi pros de tēn doxan apoblepousi].

Per i dissennati il tempo elimina il dolore; per gli assennati invece la ragione
[tous men aphronas ho chronos tous de phronimous ho logos tēs lypēs apallattei].

http://www.filosofiablog.it/filosofia-antica/frammenti-morali-di-democrito-15/




Democrito

Abdera, 460 a. C - 370 a. C.

Documenti correlati



Ἄνθρωπος μικρὸς κόσμος.
Anthrōpos mikros kosmos.
"L’uomo è un microcosmo." – Democrito d’Abdera eguaglia l’uomo al cosmo, paragone che è diventato poi famoso come schema microcosmo-macrocosmo.




Filosofo greco, amico e discepolo di Leucippo, il fondatore del primo atomismo, contemporaneo di Socrate e Ippocrate. Viaggiò molto; visitò l'Egitto, la Babilonia e la Persia a scopo di ricerca come fece Erodoto. Fondò ad Abdera, in Tracia, una vera e propria scuola filosofica. Scrisse opere di etica, fisica, matematica, musica, delle quali Cicerone ricorda anche la bellezza dello stile e dell'ornato poetico. Restano oggi i titoli e più di duecento frammenti autentici.

Il suo pensiero sulla fisica generale è esposto nel perduto Piccolo ordinamento del mondo. Così come risulta da testimonianze dirette e indirette, Democrito concepisce la natura fondata su due princìpi: l'ente - pluralità di innumerevoli enti, differenti fra loro solo per forma, posizione e in perenne moto spontaneo - e il non ente, ovvero il vuoto, che permette all'ente le aggregazioni e disgregazioni, la libertà dei movimenti. Per lui il mondo nasce dal caso, nasce proprio dall'incontro e sconto spontaneo delle varie "forme indivisibili".

Ente e non ente sono esistenze impercettibili, al contrario dei corpi percettibili composti di atomi e vuoto. Pertanto, si danno due tipi di conoscenza: "oscura", quella dei cinque sensi; "autentica", quella della mente. L'uomo è in relazione immediata con i corpi composti "visibili e tangibili", ma il sapere dei sensi dovuto al contatto degli atomi è mera opinione, è sapere spurio. Democrito, nelle opere di logica ed epistemologia (Canoni, Consigli e Perì Ideôn) insiste sul distacco dalla verità e dalla realtà delle cose. "Nulla sappiamo in modo autentico, perché la verità giace nel profondo".
L'etica è la parte più consistente pervenuta del Corpus democriteum. Si tratta di un vasto florilegio di massime morali tramandato da Stobeo. L'uomo è un "microcosmo" che ha lo stesso destino del cosmo a cui appartiene. Il suo fine è la "serenità d'animo", il "benessere", cui Democrito dedicò un'opera famosa, in parte ripresa in seguito da Seneca nel De tranquillitate.




Da Democrito a Einstein: l'ordine della materia

Per l'ordine della materia e del cosmo bisogna partire da Democrito "padre della fisica", allievo di Leucippo, a sua volta padre dell'atomismo le cui maggiori opere "La grande cosmologia" (ordinamento degli astri) e "Dell'intelletto" anticipano le leggi fisiche del cosmo.
Democrito per il suo materialismo (anche l'anima era un aggregato di atomi) fu avversato da Platone (nella sua Accademia era proibito finanche pronunciare il suo nome!) e, poi, dall'intransigente Sommo Poeta che lo mise all'inferno (colui che il mondo a caso pone), sebbene la sua filosofia non fosse solo arido materialismo ma s'imperniasse pure sulla morale (rispetto di sé stesso e degli altri) e fosse alla costante ricerca della felicità contro ogni paura per raggiungere la serenità d'animo.
In contrapposizione al pessimismo di Eraclito (il filosofo del pianto), Democrito viene ricordato come il filosofo del riso ed anticipa la filosofia epicurea del piacere (sommo bene) sulla via dell'atarassia (serenità d'animo) per sconfiggere la paura della morte e degli dei.


A perfezionare l'atomismo di Leucippo e Democrito ci penserà poi Epicuro, che dà agli atomi peso, movimento verticale e deviazione (clinamen) per spiegare l'aggregazione della materia mentre, in riferimento al piacere stabile (catastematico) per vincere la paura, si pone sulla traccia di Aristippo (piacere immediato della scuola cirenaica ad anticipare il carpe diem), allievo di Socrate meno famoso al pari di Antistene (scuola cinica e precursore dello stoicismo).
Epicuro ebbe l'onore di esser cantato (il sole che oscura le stelle!) dal più grande poeta-filosofo latino, quel Lucrezio avversato dai suoi contemporanei (l'epicureismo non era ben visto a Roma) e poi dalla chiesa (anche San Girolamo ne parla per screditarlo!), al punto che non ci sono pervenute sue notizie biografiche a parte che fosse una mente insana (presunta pazzia) che addirittura si suicidò.
La filosofia di Lucrezio, invece, con la sua ratio a squarciare le tenebre contro la religio (intesa come superstizione ad offuscare le menti), anticipa il metodo scientifico di Galileo anche lui alle prese con la filosofia aristotelica e le sacre scritture per far trionfare la scienza.


Sulla direttiva Leucippo-Democrito-Epicuro-Lucrezio il materialismo fu poi inquadrato nelle sue leggi universali a partire dalla rivoluzione copernicana fino alla relatività generale di Einstein [...]


Adesso sintetizzando le leggi fisiche dell'universo:
la Terra gira intorno al sole (teoria eliocentrica di COPERNICO) descrivendo orbite ellittiche (leggi di KEPLERO) per la forza gravitazionale (legge di gravitazione universale di NEWTON) in funzione della massa (principio di inerzia di GALILEO) a curvare spazio e tempo (relatività generale di EINSTEIN) con la famosa equazione fisica E=mc2 a stabilire la relazione tra energia (E) e massa (m), dove c2 è la velocità della luce (300.000 km/sec) al quadrato. [...]

http://www.ewriters.it/leggi.asp?W=54442




Democrito, Massime

Milano, La Vita Felice, 2011, pp. 275, euro 14, ISBN 978-88-7799-347-2. A cura di Guglielmo Ruiu, testo greco a fronte


Recensione di Giacomo Borbone

Democrito di Abdera (vissuto tra il 460 ed il 400-380 a.C.) è noto soprattutto per la sua teoria degli atomi, la cui influenza sul pensiero filosofico e scientifico è stata non indifferente (lo stesso epistemologo Ludovico Geymonat ne apprezzò il valore scientifico).
L’atomismo democriteo (come anche quello di Leucippo) cercano di superare la negazione del divenire, sostenuta da Parmenide, postulando l’esistenza degli atomi. Infatti, pensa l’Abderita, il divenire negato da Parmenide non è una semplice illusione quanto invece una realtà che può essere spiegata tramite l’esistenza di enti immutabili ed indivisibili, cioè gli atomi; questi si muovono all’interno del vuoto, il quale si configura come il non-essere aborrito da Parmenide. In tal modo, la realtà risulta essere costituita interamente da unità immutabili ed indivisibili che si muovono all’interno del vuoto; la conformazione dell’universo dipende quindi dall’aggregazione degli atomi; ecco perché Dante, nella Divina Commedia, definì Democrito come colui che ‘l mondo a caso pone. Tuttavia, il giudizio dantesco, influenzato dall’autorità di Aristotele, non coglieva il vero messaggio democriteo, poiché l’atomo, sebbene scevro da ogni finalità in senso teleologico, è telos in sé stesso: dati due atomi, con caratteristiche matematiche e geometriche determinate (posizione, grandezza, ordine, forma, peso), dal loro urto non potrà che verificarsi uno stato d’aggregazione che è già predeterminato; quindi la concezione democritea è in realtà rigidamente deterministica (cosa intuita già dal giovane Karl Marx il quale, nella sua tesi di laurea, incentrata sulla differenza tra le filosofie della natura di Democrito e quella di Epicuro, optò per l’atomismo epicureo proprio perché non soggetto al determinismo della fisica democritea).
Gli scritti di Democrito spaziano dalla fisica al linguaggio, dalla politica alla morale e ciò per un motivo molto semplice: coerentemente col suo materialismo atomistico, che riduceva tutta la realtà (materiale e spirituale) agli atomi, Democrito cerca di trovare un principio unitario anche nelle, diremmo oggi noi moderni, scienze umane.
Democrito, com’è noto, scrisse numerose opere ma a noi sono pervenuti solamente pochi frammenti, ragion per cui la nostra conoscenza dell’atomista abderita si limita solo a fonti come, ad esempio, Aristotele, Simplicio, Teofrasto e Sesto Empirico.
Anche nel caso delle scienze umane Democrito applica la stessa visione complessiva da questi utilizzata in fisica, e cioè un principio individualistico che vede gli uomini, esattamente come gli atomi, come un insieme di aggregati. Nell’ottica democritea gli uomini non sono, come avrebbe pensato Aristotele, esseri sociali o politici, bensì esseri individualisti che si aggregano ad altri uomini non per spirito di comunità, bensì per utilità. Pertanto, nell’etica dell’Abderita, tutto ruota attorno all’individuo, il quale cerca di perseguire il proprio stato di benessere rappresentato dalla felicità (per quanto instabile e precaria). Infatti l’animo umano, secondo Democrito, non è provvisto di unità come l’atomo, quindi l’unica soluzione consiste nel ricercare il giusto mezzo, cioè trovare un giusto equilibrio tra ragione e passione al fine di raggiungere la tranquillità.
[...] Il contenuto delle massime è soprattutto di carattere etico, ma l’aspetto più rilevante dell’etica democritea consiste nella superiorità da questi attribuita al pensiero; infatti, afferma Democrito, “La perfezione dell’anima corregge la debolezza del corpo, mentre la forza del corpo, senza il raziocinio, non rende affatto migliore l’anima” (p. 50). Anche in una massima successiva viene espresso lo stesso concetto, anche se con parole diverse: “Chi sceglie i beni dell’anima sceglie le cose più divine; chi sceglie invece quelli del corpo, cose umane” (p. 55). Tuttavia non bisogna pensare ad una componente dualistica nel pensiero democriteo, in quanto questi, nella sua teoria della conoscenza, comprende benissimo che non si può prescindere dai sensi e quindi dalla conoscenza che ne deriva; ma, a sua volta, questa conoscenza si rivela oscura, cioè limitatamente fenomenica in senso, potremmo dire, kantiano. La vera conoscenza, invece, è attingibile solamente con la ragione, la quale opera attivamente sui dati sensibili tramite processi teoretici di astrazione o di idealizzazione.
L’etica democritea è quindi strettamente collegata alla sua teoria della conoscenza, proprio per via della superiorità che l’Abderita riconosce alla ragione (o anima); in questa impostazione è possibile cogliere il senso della seguente massima democritea: “Né con il corpo né con le ricchezze sono felici gli uomini, ma con la rettitudine e l’avvedutezza” (p. 65).
[...]


http://www.recensionifilosofiche.info/2012/01/democrito-massime.html










Elenco blog personale