mercoledì 5 luglio 2017

Sigmund Freud. L'uomo Mosè e la religione monoteistica. NESSUNO PUÒ PRETENDERE CHE LE COSTRUZIONI MITICO-RELIGIOSE PONGANO GRANDE ATTENZIONE ALLA COERENZA LOGICA. Altrimenti il sentire popolare avrebbe ben potuto trovare ragione di SCANDALO NEL COMPORTAMENTO DI UNA DIVINITÀ CHE CONCLUDE CON GLI ANTENATI UN PATTO CON OBBLIGAZIONI RECIPROCHE, POI PER SECOLI NON SI CURA DI QUEGLI UOMINI, FINCHÉ IMPROVVISAMENTE LE VIENE IN MENTE DI TORNARE A MANIFESTARSI AI LORO DISCENDENTI. Ancor più strana è l'idea che un dio tutt'a un tratto 'scelga' un popolo, dichiarandolo suo popolo e dichiarando se stesso suo dio. Io credo che sia l'unico caso del genere nella storia delle religioni umane. Altrove dio e popolo sono indissolubilmente connessi, sono sin dall'inizio una cosa sola; certo talvolta si sente che un popolo si prende un altro dio, ma mai che un dio si cerchi un altro popolo.


Le dottrine religiose ... possiamo dire che sono tutte illusioni indimostrabili e che nessuno può essere costretto a tenerle per vere, a crederci. Alcune di esse sono a tal punto inverosimili, talmente antitetiche a tutto ciò che faticosamente abbiamo appreso circa la realtà dell'universo, che, tenuto il debito conto delle differenze psicologiche, possono essere paragonate ai deliri.
Sigmund Freud, L'avvenire di un'illusione. (1927)

Le verità che le dottrine religiose contengono sono così deformate e sistematicamente mascherate, che la massa degli uomini non può riconoscerle come verità. È un caso analogo a quello che si ha quando raccontiamo al bambino che la cicogna porta i neonati. [...] Nei nostri discorsi coi bambini siamo convinti che sia meglio omettere queste dissimulazioni simboliche della verità. (p. 88)

Continuo a sostenere che per un certo aspetto il mio scritto è del tutto innocuo. Nessun credente si lascerà smarrire nella sua fede da questi o da analoghi argomenti. Un credente ha col contenuto della religione determinati legami di affezione. (p. 90)

Atrofia educativa. Penso che passerebbe molto tempo prima che un bambino non influenzato cominciasse a crearsi pensieri su Dio e sulle cose al di là di questo mondo. [...] Ritardare lo sviluppo sessuale e anticipare l'influsso della religione: non sono questi i due cardini del programma dell'odierna pedagogia? (p. 91)
Sigmund Freud, L'avvenire di un'illusione. (1927)



NESSUNO PUÒ PRETENDERE CHE LE COSTRUZIONI MITICO-RELIGIOSE PONGANO GRANDE ATTENZIONE ALLA COERENZA LOGICA. Altrimenti il sentire popolare avrebbe ben potuto trovare ragione di SCANDALO NEL COMPORTAMENTO DI UNA DIVINITÀ CHE CONCLUDE CON GLI ANTENATI UN PATTO CON OBBLIGAZIONI RECIPROCHE, POI PER SECOLI NON SI CURA DI QUEGLI UOMINI, FINCHÉ IMPROVVISAMENTE LE VIENE IN MENTE DI TORNARE A MANIFESTARSI AI LORO DISCENDENTI. Ancor più strana è l'idea che un dio tutt'a un tratto 'scelga' un popolo, dichiarandolo suo popolo e dichiarando se stesso suo dio. Io credo che sia l'unico caso del genere nella storia delle religioni umane. Altrove dio e popolo sono indissolubilmente connessi, sono sin dall'inizio una cosa sola; certo talvolta si sente che un popolo si prende un altro dio, ma mai che un dio si cerchi un altro popolo.
Sigmund Freud - "L'uomo Mosè e la religione monoteistica"



Sigmund Freud. L’illusione religiosa.
“Consideri la differenza tra il Suo e il mio atteggiamento nei confronti delle illusioni. Lei deve difendere con tutte le sue forze l’illusione religiosa; se questa viene screditata – e di fatto è abbastanza minacciata – il suo universo crolla, non le rimane che disperare di tutto, della civiltà e dell’avvenire dell’umanità. Da tale schiavitú io sono, noi siamo, liberi. Essendo pronti a rinunciare a parte notevole dei nostri desideri infantili, possiamo tollerare che certune delle nostre aspettative si palesino illusorie.
L’educazione liberata dalla pressione delle dottrine religiose non produrrà forse grandi mutamenti nell’essenza psicologica dell’uomo; il nostro dio ‹Λόγος› non è forse cosí onnipotente, esso può adempiere solo una piccola parte di ciò che i suoi predecessori hanno promesso. Se dovremo ammettere ciò, lo accetteranno con rassegnazione. Non perderemo l’interesse per il mondo e per la vita; abbiamo infatti in un punto un sostegno sicuro che a Lei manca. Crediamo che sulla realtà dell’universo tramite il lavoro scientifico si possa apprendere qualcosa, qualcosa che servirà ad accrescere il nostro potere e a governare la nostra esistenza. Se questa credenza è un’illusione, siamo nella Sua stessa condizione; tuttavia, grazie a numerosi e importanti successi, la scienza ci ha dato la prova di non essere un’illusione. Essa ha molti nemici dichiarati, e piú ancora sono i Suoi nemici nascosti, che non possono perdonarle di aver indebolito la fede religiosa e di minacciare di abbatterla. A suo biasimo viene addotto il poco che ci ha appreso e la mole incomparabilmente superiore di ciò che ha lasciato nel buio. Ma in tal modo si dimentica quanto la scienza sia giovane, come furono ardui i suoi inizi e la brevità del tempo trascorso da quando l’intelletto umano si è rafforzato al punto da poter affrontare i compiti della scienza. Non commettiamo tutti l’errore di porre a fondamento dei nostri giudizi periodi di tempo troppo brevi? Dovremmo rifarci all’esempio dei geologi. Deploriamo l’incertezza della scienza, il fatto che essa oggi enunci come legge ciò che la prossima generazione riconoscerà come errore e sostituirà con una nuova legge, destinata anch’essa a non durare a lungo. Ma ciò è ingiusto e in parte falso. I cambiamenti delle opinioni scientifiche sono sviluppo, progresso, non sovvertimento. Una legge, che in un primo tempo è stata ritenuta valida incondizionatamente, si palesa quale caso speciale di una legalità piú vasta oppure viene limitata da un’altra legge, la cui scoperta viene fatta solo in seguito; un’approssimazione rozza alla verità viene sostituita da un’altra, piú scrupolosamente adeguata, la quale a sua volta attende un ulteriore perfezionamento. In diversi campi non è stata ancora superata una fase di ricerca in cui vengono azzardate ipotesi che non tardano a dover essere rifiutate per la loro inadeguatezza; in altri campi esiste invece già un nocciolo di conoscenze sicure e pressoché immutabili. Si è infine cercato di screditare radicalmente lo sforzo scientifico adducendo che, in quanto vincolato alle condizioni della nostra specifica organizzazione, esso non potrà fornire che risultati soggettivi, mentre la natura effettiva delle cose al di fuori di noi rimarrà ad esso inaccessibile. Ma si prescinde in tal modo da alcuni fattori che ai fini della concezione del lavoro scientifico sono decisivi: la nostra organizzazione, che è poi il nostro apparato psichico, si è sviluppata proprio nello sforzo di esplorare il mondo esterno, e deve quindi aver realizzato nella propria struttura un certo grado di congruenza; essa stessa è parte costitutiva di quel mondo che dobbiamo esplorare e consente benissimo tale ricerca; il compito della scienza è assolutamente circoscritto se ci limitiamo a fargli dire come il mondo deve apparirci in ragione del carattere particolare della nostra organizzazione; i risultati ultimi della scienza, proprio a causa del modo in cui vengono acquisiti, sono condizionati, non solo della nostra organizzazione, ma anche da ciò che su tale organizzazione incide; il problema di una natura dell’universo non riferita al nostro apparato psichico percettivo è, infine, una vuota astrazione, priva di qualsiasi interesse pratico.
No, la nostra scienza non è un’illusione. Sarebbe invece un’illusione credere di poter ottenere da altre fonti ciò che essa non è in grado di darci.”
SIGMUND FREUD (1856 – 1939), “L’avvenire di un’illusione” (1927), in “Opere di Sigmund Freud”, ed. diretta da Cesare Luigi Musatti, corredo critico di James Strachey (1887 – 1967), trad. di Sandro Candrea e E. A. Panaitescu, Boringhieri, Torino, 12 voll., vol. 10 ‘Opere 1924 – 1929. Inibizione, Sintomo e angoscia e altri scritti”, 1980 (ristampa, I ed. 1978), 10., pp. 483 – 485.

Sigmund Freud. Così come si alimentano i dolori dando loro importanza nello stesso modo questi scompaiono quando se ne distoglie l'attenzione e se ne riduce l’importanza che gli attribuiamo


Così come si alimentano i dolori dando loro importanza nello stesso modo questi scompaiono quando se ne distoglie l'attenzione e se ne riduce l’importanza che gli attribuiamo
Sigmund Freud

Se nutriamo odio verso qualcuno, è perchè odiamo in lui qualcosa che è in noi. 
Quel che non è in noi non riesce a darci emozioni
Hermann Hesse

Ciò a cui opponi resistenza persiste. 
Ciò che accetti può essere cambiato
Carl Gustav Jung

Quello che tu resisti in realtà persiste 
e quello che invece accetti scompare
Neale Donald Walsh

Contrastate il male che vi viene fatto ma non odiatene l'autore, 
non lasciatevi trascinare contro di lui, 
non cercate di vendicarvi. È questa la vera saggezza. 
Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama

Valentina Cabboi:
È vero! Quando accetti un qualcosa si dissolve...


Confermo anch'io. Quello che non possiamo cambiare dobbiamo accettarlo ed ecco che una volta accettato si dissolve...come neve al sole...



Desistere dal resistere...:) non e' perdere carattere...ma solo accettazione di se' e dei propri limiti... Nel senso che non si può insistere a negare qualcosa a cui accettazione porterebbe serenità...

Sigmund Freud. Il disagio della civiltà. Il principale compito della cultura, la sua vera ragione d'essere, è di difenderci contro la natura.

L'uomo ha sempre barattato un po di felicità per un po di sicurezza
Sigmund Freud

Il prezzo del progresso della civiltà si paga con la riduzione della felicità
Sigmund Freud

Il principale compito della cultura,
la sua vera ragione d'essere,
è di difenderci contro la natura.
Sigmund Freud

Da tempi immemorabili l'umanità è soggetta al processo dell'incivilimento.
Dobbiamo a esso il meglio di ciò che siamo diventati e buona parte dei nostri mali.
Sigmund Freud

La civiltà è una cosa imposta a una maggioranza recalcitrante da una minoranza che ha saputo appropriarsi degli strumenti del potere e della coercizione.
Sigmund Freud

La massa è un gregge docile che non può vivere senza un padrone. È talmente assetata di obbedienza da sottomettersi istintivamente a chiunque se ne proclami padrone.
Sigmund Freud


“[...] le tre fonti da cui proviene la nostra sofferenza: la forza soverchiante della natura, la fragilità del nostro corpo e l’inadeguatezza delle istituzioni che regolano le reciproche relazioni degli uomini nella famiglia, nello Stato e nella società. Circa le prime due il nostro giudizio non può esitare a lungo; bisogna riconoscere queste fonti di sofferenza e sottometterci all’inevitabile. [...]
Circa la terza fonte di sofferenza, quella sociale, il nostro atteggiamento è diverso. Non vogliamo ammetterla, non riusciamo a comprendere perché le istituzioni che noi stessi abbiamo creato non debbano rappresentare invece una protezione e un beneficio per tutti.”

Sigmund Freud. Il disagio della civiltà (1929)


"La parte di verità che si preferisce negare è che l'uomo non è una creatura mansueta, bisognosa d'amore, capace al massimo di difendersi quando è attaccata; è vero invece che bisogna attribuire al suo corredo pulsionale anche una buona dose di aggressività. Ne segue che egli vede nel prossimo non soltanto un eventuale soccorritore e oggetto sessuale, ma anche un oggetto su cui può magari sfogare la propria aggressività, sfruttarne la forza lavorativa senza ricompensarlo, abusarne sessualmente senza il suo consenso, sostituirsi a lui nel possesso dei suoi beni, umiliarlo, farlo soffrire, torturarlo e uccidere. Homo homini lupus: chi ha il coraggio di contestare quest'affermazione dopo tutte le esperienze della vita e della storia? Questa crudele aggressività è di regola in attesa di una provoca, oppure si mette al servizio di qualche altro scopo, che si sarebbe potuto raggiungere anche con mezzi meno brutali. In circostanze che le sono propizie, quando le forze psichiche contrarie che solitamente la inibiscono cessano di funzionare, essa si manifesta anche spontaneamente e rivela nell'uomo una bestia selvaggia, alla quale è estraneo il rispetto della propria specie.  [...] La civiltà domina dunque il pericoloso desiderio di aggressione dell'individuo, infiacchendolo, disarmandolo e facendolo sorvegliare da una istanza nel suo interno, come da una guarnigione nella città conquistata."
Sigmun Freud, Il disagio della civiltà, 1929 (in Opere, vol. 10, p. 599)



"Se per soddisfare una parte dei suoi componenti, una civiltà non può fare a meno di opprimerne un'altra, magari addirittura la maggioranza - il che avviene in tutte quelle contemporanee - è comprensibile che gli oppressi sviluppino un'intensa ostilità nei confronti della civiltà che essi rendono possibile grazie al proprio lavoro, ma dei cui beni sono troppo poco partecipi. Non ci si può aspettare che gli oppressi ne interiorizzino le interdizioni: anzi non sono nemmeno disposti a riconoscerle, tendono a distruggere la civiltà stessa, in taluni casi ad annullarne i presupposti. Superfluo aggiungere che una civiltà che lascia insoddisfatta una parte così numerosa dei suoi componenti, spingendola alla ribellione, non merita, e soprattutto non ha prospettiva, di durare a lungo."
Sigmund Freud


“Sono del tutto alieno dal dare una valutazione della civiltà umana. – scrive – Ho cercato di tenermi lontano dal pregiudizio entusiastico secondo cui la nostra civiltà sarebbe la cosa più preziosa che possediamo o che potremmo acquisire e che il suo cammino ci debba condurre ad altezze inimmaginabili di perfezione. ... La mia imparzialità è facilitata dal fatto che so ben poco di tutte queste cose. Ma questo soltanto, invece, so con sicurezza: che I GIUDIZI DI VALORE DEGLI UOMINI SONO GUIDATI ESCLUSIVAMENTE DAI LORO DESIDERI DI FELICITÀ E SONO QUINDI UN TENTATIVO DI ARGOMENTARE LE LORO ILLUSIONI. ... Mi manca il coraggio di erigermi a profeta di fronte ai miei simili e accetto il rimprovero di non saper recare loro nessuna consolazione: perché in fondo tutti chiedono ‘consolazione, i più fieri rivoluzionari non meno appassionatamente dei più virtuosi credenti”
Sigmun Freud, Il disagio della civiltà (1929)



Angoscia, dolore e lutto secondo Freud Quand'è che parliamo di angoscia, quando di dolore, e quando di lutto? Si tratta di tre sentimenti legati alla perdita di qualcosa a cui teniamo: la risposta di Sigmund Freud

Angoscia, dolore e lutto secondo Freud
Quand'è che parliamo di angoscia, quando di dolore, e quando di lutto? Si tratta di tre sentimenti legati alla perdita di qualcosa a cui teniamo: la risposta di Sigmund Freud

A cura di Antonella Marchisella
Sigmund Freud inizia con l'affermare che l'angoscia è la reazione al pericolo, ma dal momento che i pericoli sono fatti che fanno normalmente parte dell'umanità - "per tutti gli individui gli stessi" - cerca di comprendere in che modo riescano alcuni individui a sottomettere l'affetto d'angoscia alla normale attività psichica, oppure di cogliere quel fattore che determini chi debba fallire in tale compito. Discorre così di due tentativi di scoprire questo fattore: il primo è quello di Alfred Adler, che espone una teoria secondo cui coloro che "falliscono nell'eseguire il compito posto dal pericolo sono quelli che si trovano in grandi difficoltà a causa dell'inferiorità dei loro organi"; il secondo tentativo risale al 1923 ed appartiene ad Otto Rank, il quale enuncia che la nascita è la prima situazione di pericolo per una persona e a questa primissima situazione di pericolo (nonchè prima condizione d'angoscia) collega tutte le seguenti. Riportiamo testualmente una frase importantissima: "Il trauma della nascita colpisce i singoli individui con diversa intensità, al variare della forza del trauma varia anche la violenza della reazione d'angoscia e dall'intensità di questo inizio dello sviluppo dell'angoscia dipenderebbe se l'individuo possa mai raggiungere il controllo dell'angoscia, ossia se diventerà un nevrotico o un individuo normale".
angoscia_1La teoria di Rank è indubbiamente interessante, Sigmund Freud tuttavia precisa che si tratta di una teoria che non considera in alcun modo i fattori costituzionali o filogenetici e che peraltro lascia supporre che gli individui che non sono riusciti a far fronte ai pericoli iniziali, falliranno anche nelle future situazioni di pericolo sessuale; da qui la nevrosi. Freud disapprova chiaramente questa teoria e riprende alcuni punti psicoanalitici:
- l' Io, tramite la rimozione, può riuscire a difendersi da un moto pulsionale pericoloso, a scapito dell'Es ;
- Se la situazione di pericolo cambia e l'Io non ha più bisogno di difendersi da un nuovo moto pulsionale analogo a quello rimosso, il nuovo decorso della pulsione si compie sotto l'influsso dell'automatismo.
A volte l'Io può riacquistare il proprio influsso sul moto pulsionale abbattendo la rimozione che esso stesso ha generato, ma ciò avviene raramente, in quanto le rimozioni generate dall'Io sono nella maggior parte dei casi irreversibili. Possiamo pertanto elencare tre dei fattori che causano la nevrosi:
- il fattore biologico ("stato di impotenza e di dipendenza a lungo protratto del bambino piccolo... Questo fattore biologico produce le prime situazioni di pericolo e crea il bisogno di essere amati che non abbandonerà più l'uomo");
- il fattore filogenetico (sviluppo della libido);
- il fattore psicologico (questo fattore risiederebbe nella differenziazione in Io e in Es, che sarebbe un'imperfezione del nostro apparato psichico).
Avendo appurato che l'angoscia nasce come reazione al pericolo della perdita dell'oggetto, come possiamo stabilire in quali casi separarsi dall'oggetto porta all'angoscia, quando porta al dolore e quando al lutto? Ripartiamo dalla situazione della nascita e supponiamo che il neonato venga a trovarsi davanti un estraneo anzichè sua madre. Ecco gli elementi che vengono a manifestarsi: l'angoscia come reazione al pericolo della perdita d'oggetto (tenendo presente che un neonato non fa distinzione tra una mancanza temporanea della madre ed un'assenza permanente, all'angoscia si accompagna dunque anche dolore. Non essendoci questa distinzione, la mancanza della madre,seppure temporanea, è un trauma per il piccolo e più precisamente, volendo riportare le parole di Freud "è una situazione traumatica se il neonato in quel momento prova un bisogno che la madre dovrebbe soddisfare"). Dobbiamo comunque porre l'attenzione sul fatto che la situazione traumatica della mancanza della madre è differente dalla situazione traumatica della nascita. Possiamo sintetizzare in questo modo:
- l'angoscia è la reazione al pericolo della perdita dell'oggetto;
- il dolore è la vera reazione alla perdita dell'oggetto;
- il lutto è un'altra delle reazioni emotive alla perdita dell'oggetto: si forma dalla consapevolezza di doversi separare effettivamente dall'oggetto perchè di fatto non c'è più.


Fonte: "L'Io e l'Es Inibizione,sintomo e angoscia" di Sigmund Freud - Newton Compton Editori.
http://www.girlpower.it/sos/psicologia/angoscia_dolore_lutto_secondo_freud.php

martedì 4 luglio 2017

Keanu Reeves. Molti mi conoscono, ma pochi conoscono la mia storia. A 3 anni mio padre mi ha abbandonato, ho dovuto cambiare 4 scuole a causa della mia dislessia, e alla fine non mi sono diplomato. A 23 anni ho perso il mio migliore amico River Phoenix per un'overdose. Nel 1998 ho conosciuto l'unica ragazza che abbia mai amato. Aspettavamo una bambina ma all'ottavo mese ha abortito. 18 mesi dopo è morta in un incidente d'auto. Da allora ho evitato relazioni serie. Mia sorella è affetta da leucemia e ho donato il 70% del mio compenso di Matrix alla ricerca. Non ho una supervilla, non ho guardie del corpo e non mi vesto nelle boutique. Prendo ancora la metro e mi piace un sacco. Perché alla fine credo che, nonostante le tragedie, l'uomo virtuoso possa brillare. Non importa cosa accade nella tua vita, vale sempre la pena viverla.

"Molti mi conoscono, ma pochi conoscono la mia storia. 
A 3 anni mio padre mi ha abbandonato, ho dovuto cambiare 4 scuole a causa della mia dislessia, e alla fine non mi sono diplomato. A 23 anni ho perso il mio migliore amico River Phoenix per un'overdose. Nel 1998 ho conosciuto l'unica ragazza che abbia mai amato. Aspettavamo una bambina ma all'ottavo mese ha abortito. 18 mesi dopo è morta in un incidente d'auto. Da allora ho evitato relazioni serie. Mia sorella è affetta da leucemia e ho donato il 70% del mio compenso di Matrix alla ricerca. Non ho una supervilla, non ho guardie del corpo e non mi vesto nelle boutique. Prendo ancora la metro e mi piace un sacco. Perché alla fine credo che, nonostante le tragedie, l'uomo virtuoso possa brillare. Non importa cosa accade nella tua vita, vale sempre la pena viverla."
Keanu Reeves

lunedì 3 luglio 2017

Franz Kafka. La metamorfosi. Destandosi un mattino da sogni inquieti, Gregor Samsa si trovò tramutato, nel suo letto, in un enorme insetto. Se ne stava disteso sulla schiena, dura come una corazza, e per poco che alzasse la testa poteva vedersi il ventre abbrunito e convesso, solcato da nervature arcuate sul quale si reggeva a stento la coperta, ormai prossima a scivolare completamente a terra. Sotto i suoi occhi annaspavano impotenti le sue molte zampette, di una sottigliezza desolante se raffrontate alla sua corporatura abituale

Gesti e pensieri kafkiani nel compleanno di questo autore tanto amato (1883-1924)



«Non riesco a farmi capire. Non riesco a far capire a nessuno cosa mi stia succedendo.
Non riesco a spiegarlo nemmeno a me stesso».
Franz Kafka, “La metamorfosi”


«Che cosa sto facendo, qui, in questo inverno senza fine?».
Franz Kafka, “La metamorfosi”




Lo scarafaggio di proporzioni mostruose appartiene anche al sog no di Ignatev, nell'Idiota



Treccani on line alla voce “kafkiano agg.”:
«Che richiama l’atmosfera tipica dei racconti di Kafka, 
e quindi inquieto, angoscioso, desolante, o paradossale, allucinante, assurdo: situazioni kafkiane»

Rileggo uno degli incipit più fulminanti della storia della letteratura:
«Destandosi un mattino da sogni inquieti, Gregor Samsa si trovò tramutato, nel suo letto, in un enorme insetto. Se ne stava disteso sulla schiena, dura come una corazza, e per poco che alzasse la testa poteva vedersi il ventre abbrunito e convesso, solcato da nervature arcuate sul quale si reggeva a stento la coperta, ormai prossima a scivolare completamente a terra. Sotto i suoi occhi annaspavano impotenti le sue molte zampette, di una sottigliezza desolante se raffrontate alla sua corporatura abituale»
(da “La Metamorfosi“, 1915, )



"Intanto voleva alzarsi in pace e senza fretta, vestirsi e soprattutto fare colazione, e solo dopo pensare al resto, perché lo vedeva bene, restando a letto a riflettere non sarebbe giunto a nessuna conclusione ragionevole. Ricordò di aver provato più di una volta, a letto, un qualche lieve dolore provocato forse da una posizione sbagliata nel dormire, un dolore che poi s'era rivelato, al momento di alzarsi, una pura invenzione, ed era curioso di vedere come le sue fantasie di oggi di sarebbero gradualmente dissolte"
Kafka, La Metamorfosi




Da buon classicista cerco, nell’opera omonima di Ovidio, la metamorfosi che più si avvicina a quella, terribile, di Gregor. Non c’è dubbio: è quella di Aracne che, essendo bravissima a tessere e filare ebbe l’ardire di sfidare in quest’arte la stessa Atena. Come prevedibile però, tutto finì a schifìo: la ragazza decisi di impiccarsi e la dea, mossa a pietà, la trasformò in un ragno.

«La poveretta non lo tollerò, e corse impavida a infilare il collo in un cappio. vedendola pendere, Pallade ne ebbe compassione e la sorresse, dicendo così:”Vivi pure, ma penzola, malvagia, e perché tu non stia tranquilla per il futuro, la stessa pena sia comminata alla tua stirpe e a tutti i tuoi discendenti!”. Detto questo, prima di andarsene la spruzzò di succhi di erbe infernali, e subito al contatti del terribile filtro i capelli scivolarono via, e con esso il naso a gli orecchi; e la testa diventa piccolissima, e tutto il corpo d’altronde s’impicciolisce. Ai fianchi rimangono attaccate esili dita che fanno da zampe. Tutto il resto è pancia. ma da questa Aracne riemette del filo e torna a rifare –ragno- le tele come una volta»
(Ovidio, Le Metamorfosi, trad. di P. Bernardini Marzolla)»


 https://ilclassicista.net/2017/07/03/kafka-e-la-metamorfosi-di-aracne-in-ovidio/

Objet trouvé. La bellezza nell’imperfezione. Ci sono oggetti che sembrano emanare un’aura attrattiva speciale. Oggetti affatto belli, per nulla perfetti, magari vecchiotti.


Van Gogh, Tre paia di scarpe, 1886.

La bellezza nell’imperfezione. 
Ci sono oggetti che sembrano emanare un’aura attrattiva speciale. 
Oggetti affatto belli, per nulla perfetti, magari vecchiotti.

Ma forse è proprio l’aspetto vissuto a renderli così interessanti, così seducenti ai nostri occhi. 
Che siano un paio di scarpe vecchie o delle ceramiche sbreccate, ognuno di noi ha sicuramente in casa uno di questi oggetti al quale è particolarmente legato (io ne ho armadi pieni!).

Spesso il fascino misterioso di questi oggetti umili, anonimi sta proprio nel loro essere imperfetti. 

Certo, tutti noi ammiriamo le cose belle e nuove ma poi ci affezioniamo a quelle nelle quali il tempo ha impresso una storia, oggetti che sanno evocare il passato e nella cui imperfezione rivediamo noi stessi con i nostri difetti, le nostre debolezze. In genere hanno qualità visive e tattili assolutamente uniche. Pensate ai legni spiaggiati, quelli che il mare ha levigato e decolorato sino a ridurli a scheletri inariditi…

“Objet trouvé“, così li chiamavano gli artisti del primo Novecento. Oggetti trovati per caso, scarti, rottami carichi di storia che fanno risuonare qualcosa dentro di noi. 

Per Le Corbusier erano “oggetti a reazione poetica“: ossa, conchiglie, sassi e parti meccaniche ricchi di potenziale estetico ed immaginativo. Collezionava questi reperti, li fotografava e li disegnava più volte per svelarne la bellezza della forma, la precisione del lavoro della natura e magari riprenderne la struttura nei suoi progetti architettonici.

Ma l’estetica degli oggetti poveri, dei ruderi e dei frammenti è molto antica.

Già nel Rinascimento Botticelli e Mantegna mostrano una forte attrazione per tutto ciò che rappresenta un passato lontano, per le rovine classiche in tutta la loro splendida decadenza.

Ma è tra Neoclassicismo e Romanticismo che il rudere vede il suo momento di maggior gloria. Alcuni artisti come Giovanni Battista Piranesi ne hanno fatto addirittura il tema di tutta la loro produzione. È il momento in cui l’amore per la classicità (o nel caso di Freidrich per le rovine gotiche) si trasforma in una sorta di devozione feticistica del rudere pittoresco che suscita nostalgia e bisogno di preservarne la memoria.

Sarà John Ruskin, a metà Ottocento, a teorizzare il culto per le rovine romantiche ne “Le sette lampade dell’architettura”.

Con significati completamente diversi, le rovine contemporanee sono state oggetto degli scatti di Gabriele Basilico. Le foto di Beirut del 1991 non hanno nulla di romantico testimoniando, al contrario, le ferite di una città colpita al cuore ma ancora estremamente dignitosa.

Ma nella storia dell’arte non si trovano solo grandi vestigia architettoniche: 
fin dai tempi di Caravaggio, infatti, l’attenzione è andata anche alle piccole cose che portano i segni del tempo.

Pensate alla celeberrima Canestra di frutta. 
L’apparente perfezione realistica della composizione nasconde una natura in decomposizione, un senso di bellezza sfiorita e di transitorietà delle cose terrene: la mela è bacata, l’uva sta per marcire, le foglie di vite si stanno già accartocciando. 

Sembrano i frutti colti da quel Giardino della Sofferenza di cui racconterà Giacomo Leopardi più di duecento anni dopo:
“Entrate in un giardino di piante, d’erbe, di fiori. 
Sia pur quanto volete ridente. Sia nella più mite stagion dell’anno. 
Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non vi troviate del patimento. 
Tutta quella famiglia di vegetali è in stato di souffrance, qual individuo più, qual meno. 
Là quella rosa è offesa dal sole, che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce…”.

C’è in Caravaggio e soprattutto in tanti pittori fiamminghi del Seicento, la rappresentazione della Vanitas, una natura morta con elementi simbolici allusivi al tema religioso della caducità della vita.

Questa denominazione deriva dalla locuzione latina biblica “vanitas vanitatum et omnia vanitas” (“vanità delle vanità, tutto è vanità”) e, come il “memento mori” (“ricordati che devi morire”), è un ammonimento all’effimera condizione dell’esistenza.

Si tratta di un genere pittorico che ha avuto grande diffusione in età barocca, soprattutto in Olanda, a causa del senso di precarietà che investì l’Europa in seguito alla guerra dei trent’anni e al dilagare delle epidemie di peste.

È con questa chiave di lettura che va osservata la famosa Lattaia di Jan Vermeer.
 Una donna umile, in una stanza spartana, che compie un gesto semplice come versare il latte da una vecchia brocca. Il tutto con la cura che meritano i gesti nobili e il rispetto verso ciò che è prezioso.

Un gesto, quello della lattaia, talmente intenso e universale da aver meritato i versi della poetessa polacca Wislawa Szymborska:
"Finché quella donna del Rijksmuseum nel silenzio dipinto e in raccoglimento,
giorno dopo giorno versa il latte dalla brocca nella scodella,
il mondo non merita la fine del mondo".

La stessa bellezza nascosta nelle piccole cose vissute e rovinate dal tempo è presente in tante opere di Van Gogh. Stanze squallide, sedie impagliate e vecchi scarponi sono trasfigurati attraverso le pennellate dense e decise del pittore assumendo una nobiltà e una dignità che l’occhio comune non sa cogliere.
“Su questa terra vorrei restare eternamente fra le primule gialle e le assi del soffitto che marciscono“, scriveva Vincent in una nelle sue lettere.

Pochi anni dopo toccherà alla poesia crepuscolare decantare il fascino nostalgico e intimista delle “buone cose di pessimo gusto” per dirla alla Gozzano.

Caminetti tetri, lampadari vetusti, acquerelli un po’ scialbi. 
In pratica simili agli ambienti che in questi ultimi due anni ha fotografato Rebecca Litchfield con il suo progetto “Orfani del tempo“…

… o le stanze spoglie e silenziose che usa dipingere Matteo Massagrande.

In effetti la letteratura ha sempre mostrato una forte predilezione per gli oggetti desueti e inutili che il tempo, dopo aver logorato, ha anche nobilitato.

Scrive Sciascia ne Le parrocchie di Regalpetra: 
“Il paese è umido. Non una di queste case è nata dentro l’occhio di un architetto; murate a gesso, si intridono di nebbia come carta assorbente, fioriscono all’interno di muffe. Vecchie case con stanze che escono una dall’altra a cannocchiale, con scale storte e ripide. D’inverno ardono nelle stanze bracieri di quell’arida carbonella di gusci di mandorle, il calore risveglia un acre sentore di gatti, muffa e piscio di gatti. Nelle case terragne i poveri riempiono vecchie bacinelle a smalto o tegami di coccio di una brace più effimera, i groppi delle fave o le stoppie del grano che bruciano prima nei forni“.

Molti fotografi vanno a caccia proprio di posti simili, pronti a catturare quest’atmosfera di malinconico disfacimento. Come moderne vanitas laiche, le architetture abbandonate stanno a ricordarci la perdita del nostro passato in un mondo che consuma continuamente il nuovo abbandonando memorie e valori.

D’altro canto la patina che riveste tutto ciò che è invecchiato rende la materia anche più bella di quando è nuova… e questo è il motivo per cui le lamiere arrugginite, le vernici spellate e gli intonaci scrostati sono tanto interessanti!

La materia, dunque, specialmente quando racconta di una sua “sofferenza” appare estremamente espressiva. 

E di questo se n’è accorto anche Alberto Burri quando, negli anni Cinquanta, iniziò ad incollare sulla tela pezzi di juta, pellicole di plastica bruciata o strani impasti capaci di fratturarsi come zolle arse di terra. La bellezza dell’imperfezione è portata da Burri all’ennesima potenza quando realizza il Grande Cretto, un’opera di land art che ingloba i ruderi di Gibellina, città rasa al suolo dal terremoto del Belice, in Sicilia, nel 1968. La desolata distesa di cemento è scavata, come nei quadri fratturati, dai solchi che ripercorrono il tracciato delle strade originali. Come una grande pietra tombale conserva i resti di un città cancellata dalle carte geografiche dalla violenza della natura.

Dunque c’è una bellezza in ogni cosa, c’è una storia in ogni oggetto.

Anche uno scolabottiglie, un vecchio sellino con un manubrio o un gruppo di stampelle per indumenti possiedono un potenziale estetico. Si tratta solo di guardarli con occhi diversi, con lo sguardo della creatività.

DI EMANUELA PULVIRENTI · 18 APRILE 2014
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Emile Zola, uno degli scrittori che ha descritto la vita portata all'estremità più nera della miseria. 
Di zoccoli, scarpe molto consumate e senza lacci, si è pure cibata la povera gente.
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