mercoledì 14 giugno 2017

Impero cinese. La dinastia Han.

Durante la dominazione Han, il confucianesimo divenne la filosofia ufficiale di stato, l'agricoltura e il commercio prosperarono, tanto che la popolazione raggiunse i 50 milioni di abitanti, di cui tre milioni abitavano la capitale Chang'an长安, di fatto la più grande metropoli del suo tempo. [...]

Fu perfezionata la scoperta della carta tanto da poterla utilizzare quale supporto per la scrittura e soppiantare così il precedente sistema su seta o su piccole liste di bambù.
Durante questa dinastia visse il più famoso storico cinese, Sima Qian司马迁 (145 a.C. -87? a.C.), il cui Shiji史记 o Memorie Storiche fornisce tavole genealogiche, biografie e cronache dai tempi dei sovrani leggendari fino ai tempi dell'imperatore Wudi 汉武帝(141 a.C.- 87 a.C.). [...]

La forza militare della dinastia Han permise all'impero di espandersi a occidente nella pianura desertica del Tarim, dove erano situate le città-stato e i principati dei Tocari, Saci e Sogdiani nella provincia del Sinkiang-Uigur attualmente di etnia prevalentemente uigura. 

In questo modo la via della seta veniva resa sicura fino al Pamir, ai confini con la Battriana nell'odierno Afghanistan.

Anche il Vietnam settentrionale e la Corea furono invasi dagli eserciti Han. In questo periodo si sviluppa il sistema di tributi in base al quale stati periferici indipendenti o semi-indipendenti pagano una sorta di omaggio formale di sottomissione alla Cina, inviano doni e stabiliscono sistemi di commercio regolato, in cambio della pace e del riconoscimento alla legittimità al governo locale. 

Anche l'invio di principesse cinesi servì a mantenere l'equilibrio diplomatico con i vicini, soprattutto con le tribù e le confederazioni nomadi del nord, in particolare con i Xiongnu e i Wusun. [...]


Alla morte di Liu Bang, chiamato da allora Gao Zu, l'Imperatrice vedova Lü Zhi sterminò tutte le altre mogli e concubine, oltre che alla quasi totalità dei suoi figli avuti con altre donne e mantenne il dominio a corte durante il regno dei due Han Shaodi e di Han Huidi. [...] Solo dopo la morte dell'imperatrice vedova, tutti i suoi parenti furono sterminati o sollevati dalle cariche e fu posto sul trono Han Wendi 


Wudi
Il regno di Wudi segnò una svolta nell'impero Han: 
un regno segnato da un forte espansionismo e con imponenti masse di cinesi inviate a popolare la regione dell'Ordos.  [...]

Fu intrapresa in aree estese ed aride una grande attività di scavo di canalizzazioni e di irrigazione. Nel 129 a.C. fu completato un canale di più di cento chilometri che dal fiume Wei, su cui sorgeva la capitale, conduceva allo Huang He, il fiume Giallo. Gli stati interni all'impero furono svuotati di potere: i funzionari non furono più scelti dai sovrani locali ma imposti dalla corte imperiale, un nuovo sistema di successione obbligò gli stati a frazionarsi in unità sempre più piccole, mentre molti furono semplicemente sciolti con l'accusa di scarsa lealtà.

Per indebolire la classe dei mercanti, in rapida ascesa, oltre che per incamerare nelle casse imperiali le somme necessarie per l'espansione, Han Wudi trasformò i commerci principali (alcol, sale, ferro e il conio delle monete) in monopoli di Stato. Contemporaneamente vietò la compravendita terriera ai mercanti, senza però riuscire ad impedire l'instaurarsi di una classe di proprietari latifondisti.

Il modello statale e imperiale di Han Wudi divenne la base politica e ideologica fondante di quasi tutta la successiva tradizione cinese, l'impero ora poteva guardare sé stesso non più come a uno stato tra barbari ma come una fonte di ordine e regolamentazione di tutte le terre conosciute e come origine della legittimità di tutti i sovrani cui veniva in contatto.

Fu con Han Wudi che il confucianesimo ottenne la sua definitiva vittoria sulle altre filosofie sociali cinesi e si impose a corte e nel paese.

L'apparato amministrativo.
Dall'imperatore dipendevano i Tre duchi: 
il Gran Maresciallo, da cui dipendeva l'esercito, 
il Gran Consigliere, da cui dipendeva l'amministrazione civile e i nove dignitari, 
e il Gran Censore, da cui dipendevano gli ispettori e il sistema di controllo dell'amministrazione stessa.

Con Han Wudi la Segreteria, organo di palazzo formato da eunuchi, assunse un ruolo sempre più importante nella formulazione delle linee politiche dell'impero. Nessun funzionario a nessun livello poteva operare nella regione di cui era nativo. Han Wudi introdusse l'ulteriore norma per cui nessun funzionario avrebbe mai potuto prestare servizio nella zona d'origine dell'ispettore regionale (dipendente dal censorato) a lui preposto.

I membri dell'amministrazione venivano scelti tra quanti frequentavano l'università imperiale, taixue太学, o per segnalazione o per essere membri influenti di importanti famiglie.

La tassazione era basata su due principali imposte: 
quella sulla terra, che prevedeva il versamento di un quindicesimo del raccolto, e del testatico, successivamente portato da Han Wudi ad un trentesimo. 
I funzionari e gli aristocratici erano esentati dalle tasse.

Coll'estendersi delle grandi proprietà fondiarie, spesso di funzionari e aristocratici o di mercanti che con essi si erano imparentati o che in qualche misura riuscivano ad eludere le tasse, il carico fiscale ai danni dei piccoli contadini andò però aggravandosi sempre più. Ciò provocò un aumento del potere reale da parte delle grandi famiglie latifondiste, che sempre più, per mezzo di matrimoni, erano in grado di controllare funzionari e fazioni a corte, talora appoggiando o lottando contro altre fazioni di eunuchi.

La via della seta
I traffici lungo la via della seta rappresentarono l'interscambio commerciale tra l'Impero romano e la Cina. I beni scambiati erano seta e pietre preziose dalla Cina e vetro, avorio, argento e incenso dall'Impero romano. Era nota anche una via marittima che portava dal Nilo alla costa africana e, di lì sfruttando gli alisei, in India. Dall'India, circumnavigando la penisola malese, si poteva arrivare alla foce del Zhu Jiang珠江, o Fiume delle Perle. In quell'area sono state trovate monete romane. Nel Hou Hanshu (Storia degli Han Occidentali) è registrato l'arrivo di un'ambasciata da Da Qin (come era nota Roma a quel tempo in Cina) da parte del sovrano romano An Dun (Antonius? il candidato più probabile è Marc'Aurelio che si fece chiamare anche col nome del suo predecessore Antonino Pio, in forma di rispetto).
L'ambasciata raggiunse Luoyang nel 166 e fu ricevuta alla corte dell'imperatore Han Huandi, ma la sua provenienza fu messa in dubbio a causa dei modesti doni offerti, per lo più di origine indiana e africana. Ovviamente la missione potrebbe essere stata realmente proveniente dall'impero romano, del tutto ignaro dell'uso del sistema di tributo in uso presso la corte cinese.
Sporadici contatti, ancora dubbi, sono segnalati in Afghanistan tra truppe cinesi e truppe romane mercenarie al soldo di signori locali, forse sbandati dopo la sconfitta di Marco Licinio Crasso.
Ulteriori tentativi cinesi di mettersi in contatto con l'impero romano, con ambasciatori che giunsero fino alle sponde del Mar Nero o del Mar Caspio, furono fatti fallire dai Parti che avevano tutto da perdere, dato il loro vantaggioso ruolo di intermediatori nel commercio intercontinentale.
I primi monaci buddhisti raggiunsero la Cina attraverso la via della seta durante questa dinastia, ma il loro impatto fu pressoché nullo. Solo dopo la definitiva caduta dinastica il Buddhismo si sarebbe diffuso compiutamente.


https://it.wikipedia.org/wiki/Dinastia_Han




L’imperatore Wu di Han - Il più grande imperatore della dinastia Han
L’Imperatore Wu della dinastia Han, conosciuto anche col nome di Han Wu il Grande o Wu Ti, ha regnato dal 141 all’87 a.C. come un condottiero saggio ed energico e si è guadagnato il più alto rispetto tra i personaggi della dinastia Han.

Egli introdusse l’uso dell’anno di incoronazione di un imperatore con un titolo benedetto come riferimento per gli archivi storici cinesi. Ad esempio, si legge “il primo anno del periodo del regno di Jian Yuan”, quando egli aveva diciassette anni. Dopo la sua ascesa al trono, l’imperatore Wu mantenne la politica di evitare al suo popolo leggi oppressive ma varò anche una serie di misure volte a rafforzare il Governo centrale.

Sin dall’inizio del regno della dinastia Han, molti parenti degli imperatori precedenti ottennero incarichi su aree molto vaste e presto divennero un potenziale pericolo per l’imperatore e per il Governo centrale. L’imperatore Wu riuscì a diluire il loro potere promulgando una legge che consentiva ai re e ai duchi di lasciare le loro terre a tutti i loro figli e non più solo al maschio primogenito. Perciò le vaste aree iniziarono ad essere divise in molte proprietà più piccole. Allora, passo dopo passo, il Governo centrale fu in grado di integrarle in una provincia controllata dal Governo centrale. Tale approccio spianò la via alla conversione del vecchio concetto di Stato o reame in quello di provincia, sotto l’imperatore.

Al fine di selezionare le élite sociali al servizio dell’Impero, l’imperatore Wu introdusse il sistema della raccomandazione, consentendo ai funzionari di tutti i livelli di raccomandare persone straordinarie da essere ulteriormente istruiti con l’apprendistato o le borse di studio, in modo da inserirli al servizio del Governo. Tale approccio consentì a talenti che provenivano da strati meno privilegiati di entrare nel sistema amministrativo.

Inoltre, l’imperatore Wu proclamò il Confucianesimo ortodossia di Stato e creò nella capitale un “Collegio Imperiale”, il primo collegio nazionale nella storia della Cina. Le principali lezioni che si tenevano in questo collegio erano incentrate sul Confucianesimo e i diplomati che superavano i difficili esami passavano direttamente al servizio nella pubblica amministrazione. Dopo il successo di questo primo collegio, altri collegi e scuole di Confucianesimo furono aperti in tutto l’Impero.

La combinazione delle raccomandazioni e degli esami nella struttura di reclutamento della pubblica amministrazione divenne una parte importante dell’eredità dell’imperatore. Fu sotto il suo regno che persone degli strati più bassi e più poveri, come schiavi e prigionieri di guerra, divennero funzionari importanti e generali. 

Rendere la filosofia Confuciana l’ortodossia dello Stato ebbe un profondo impatto sulla politica, sulla società, sulla cultura della Cina e su quella dell’Asia orientale.

L’imperatore Wu introdusse anche misure di riforma fiscale per incrementare le entrate. 
Impose una tassa sulle proprietà commerciali e introdusse aspre sanzioni contro i mercanti disonesti. Le industrie dell’acciaio, del sale e dell’alcool furono nazionalizzate e divennero monopoli di Stato.

Riconosciuto come un grande condottiero, l’imperatore Wu condusse la Cina del periodo Han verso la più grande espansione in ogni direzione dopo aver abbandonato le precedenti politiche difensive. 

L’Impero riprese il controllo della Corea a oriente e possedeva truppe in marcia verso la Cina meridionale e il Vietnam centrale. Soprattutto, l’imperatore fu determinato a sconfiggere gli Xiongnu (o Hsiung nu), nome generico attribuito alle numerose tribù barbare nomadi che mettevano in pericolo la frontiera settentrionale. Furono lanciati una serie di attacchi vigorosi e anni di guerra misero in ginocchio la maggior parte dei regni degli Xiongnu o videro la testa mozzata del loro capo su un vassoio. Le truppe di Han misero in fuga il loro nemico e poi si diressero più a occidente verso il Kyrgyzstan e l’Uzbekistan.

Nel frattempo, l’imperatore aveva spedito il suo inviato Zhang Qian nelle lontane regioni occidentali alla ricerca di alleanze durature e di scambi culturali, ciò contribuì a rafforzare i collegamenti di Han con le regioni occidentali e con l’Asia centrale. 

Più tardi la spedizione consentì di trasportare seta e altri prodotti Cinesi da Chang’An, la capitale Cinese dell’epoca, all’attuale Iran e poi anche più a occidente, dando origine alla via storicamente nota come “Via della Seta”. La Cina si fece un nome nel mondo orientale e il popolo cinese era chiamato cinese Han.

Trovandosi poi con un impero molto più grande, l’imperatore Wu nominò 13 ispettori regionali per supervisionare il lavoro dei governatori provinciali e per migliorare il sistema amministrativo dell’Impero. Questi ispettori dovevano riferire all’ispettore capo, il quale rispondeva direttamente all’imperatore, circa il comportamento dei governatori locali, i casi di abuso di potere e di corruzione, la posizione dei nobili locali e il consenso del popolo.

L’imperatore Wu rimase al potere per 54 anni e morì all’età di 70. Sotto il suo regno, la Cina di Han vide una grande espansione che superò le dimensioni dell’Impero Romano nello stesso periodo, ma fu anche causa di logoramento e di povertà. Benché verso la fine del suo regno abbia emanato un Editto di Pentimento, per scusarsi con i suoi sudditi per i passati errori nella politica militare, i successi militari dell’imperatore gli meritarono il titolo postumo di Wu, che significa “marziale”.

Agg.V

David Wu, staff di Epoch Times
2011-12-12

http://it.clearharmony.net/articles/a13994-L%E2%80%99imperatore-Wu-di-Han-Il-piu-grande-imperatore-della-dinastia-Han.html#.WUE8tWjyjIU

L’imperatore Wudi.
L’ascesa al trono nel 140 a.C. dell’imperatore Wu-Ti segnò un punto di svolta in questa politica. 
Nel corso del suo regnò, durato oltre cinquant’anni, il governo imperiale riprese l’iniziativa sia sul fronte interno che su quello esterno, in nome di una concezione del potere imperiale che per molti versi ricordava quella grandiosa di Shi Huangdi. In merito al primo, l’imperatore risolse l’eterno conflitto con i re locali emanando un decreto che imponeva, alla morte di ogni re, di dividere il suo governatorato fra tutti i suoi eredi maschi. I governatorati iniziarono quindi a frammentarsi in tante piccole entità sempre più scevre di potere, mentre la carica di re diventava un titolo meramente onorifico. La struttura dell’Impero tornò in poco tempo ad essere accentrata. 
Sul piano esterno il primo obiettivo di Wu-Ti fu di risolvere definitivamente il problema degli Xiongnu. Nel 129 a.C. fu lanciata una massiccia offensiva militare che avrebbe portato due anni dopo alla riconquista dell’Ordos (zona della Mongolia Interna) e all’istituzione nella provincia di due governatorati, con il trasferimento di centomila coloni per popolarli. 

L’esercito imperiale proseguì quindi la sua campagna verso Ovest, conquistando la regione strategica del Gansu (dove furono istituiti altri governatorati) e costringendo così i Xiongnu a fuggire verso Nord. L’importanza strategica e commerciale dei territori occidentali (pressappoco l’odierno Xinjiang) divenne sempre più chiara al governo imperiale. 

Mentre si stabilivano strette relazioni diplomatiche con i principati del Bacino del Tarim, un grande corpo di spedizione si spingeva fino alla valle del Ferghana, nell’odierno Uzbekistan per imporre un contratto commerciale. 

Il dominio Han in Xinjiang non si tradusse comunque in annessioni territoriali dirette: 
i signori locali mantennero la loro indipendenza, ma dovettero riconoscere l’alta autorità dell’imperatore cinese, inviandogli doni e recandosi periodicamente a rendergli omaggio. Una serie di guarnigioni, sostenute da colonie militari e insediate in punti strategici (per lo Xinjiang passava la via della seta), vigilavano affinché la pace non venisse turbata (101 a.C.). 

Sempre l’intenzione di chiudere i conti con gli Xiongnu determinò la campagna militare in Manciuria. Dal 109 al 106 a.C. l’esercito imperiale conquistò Manciuria meridionale e Corea settentrionale, dove furono istituiti altri quattro governatorati. Dalla corea la cultura cinese si sarebbe diffusa nell’arcipelago giapponese. 
L’espansione verso Sud fu invece con tutta probabilità dettata da ambizioni commerciali; si riteneva infatti che esistesse un passaggio diretto fra le province cinesi di Sud-Ovest (Sichuan e Yunnan) con i territori dell’India; tuttavia in pochi anni la campagna si trasformò in un grande processo di conquista in cui furono annesse all’Impero tutte le attuali province meridionali cinesi (Yunnan, Guangxi, Guangdong, Fujian) oltre al Vietnam settentrionale (piana di Hanoi). Nel 111 a.C. le armate di Wu-Ti sconfissero il regno di Nanyue (“Viet Nam” in lingua vietnamita), sorto nel 207 a.C. al tempo delle operazioni militari di Shi Huangdi ed esteso nei territori della piana di Hanoi, e delle attuali Guangxi e Guangdong. Nel 110 a.C. fu la volta del regno degli Yue di Ming, situato nello Fujian; e nel 109 toccò al regno di Dian, nello Yunnan. L’intera Cina meridionale era ora inglobata nell’Impero, diventato ormai una vera e propria potenza egemone.
Wu-Ti non commise gli errori di Shi Huangdi ed evitò che i grandi costi delle guerre ricadessero sui contadini. Le campagne militari furono finanziate da un lato, riducendo l’autonomia fiscale delle autorità locali accentrando il potere, e dall’altro -e in questo Wudi fu un vero innovatore- tassando i mercanti e coinvolgendo direttamente lo stato nelle attività commerciali più redditizie. I mercanti avevano negli ultimi decenni accumulato enormi fortune speculando sulla coniazione della moneta, sul sale, sul ferro, sui cereali e sulle bevande alcoliche; molti di loro si erano dati all’usura ed ora acquistavano anche i terreni dei contadini indebitati. 

Wu-Ti istaurò il monopolio statale sulla moneta, sul ferro, sul sale e sull’alcol, con il duplice obiettivo di rinvigorire le casse dello stato e limitare il potere di una categoria sociale sempre più potente e destabilizzante. Questa impostazione dialogava con la politica estera, che divenne sempre più mirata al controllo e allo sfruttamento (da parte dello stato) delle vie commerciali più importanti. 
Se Shi Huangdi (Ying Zheng) fondò l’Impero, si può affermare che Wu-Ti lo rese universale, portando i suoi confini ai limiti del mondo conosciuto e dotandolo di un’ideologia -il confucianesimo, adattato e integrato anche da altre dottrine- che ne ricollegava le origini all’antichità remota. Con Wu-Ti la civiltà cinese uscì definitivamente dal bacino dello Huang He (Fiume Giallo) per imporsi come modello a tutti i popoli confinati. Nonostante tutta l’evoluzione dei secoli successivi, queste idee-forza avrebbero fortemente condizionato il futuro sviluppo dell’Impero. 

Il resto della dinastia Han.
L’imperatore Wudi morì nell’87 a.C. e al trono salì suo figlio di appena otto anni. 
Il governo fu quindi retto dalle alte cariche dello stato che proseguirono sulla strada tracciata da Wu-Ti.  In questi anni era molto acceso il dibattito fra sostenitori della linea realista e della ragion di stato, che appoggiavano la politica economica inaugurata da Wu-Ti (difesa delle frontiere, intervento dello stato nei settori commerciali più redditizi e tassazione dei mercanti) con quella dei confuciani, che invece erano sostenitrici di un approccio fisiocratico e di una politica estera di basso profilo. 

Anche il regno successivo, quello dell’imperatore Xuandi (73-49 a.C.) fu caratterizzato da questo grande dibattito. Xuandi optò per una politica mista, anche perché durante il suo regnò il problema degli Xiongnu divenne meno stringente: la loro confederazione si era infatti spaccata nel corso di una violenta lotta tribale, dalla quale erano emersi gli Xiongnu meridionali, che si sottomisero agli Han nel 53 a.C., e  gli Xiongnu settentrionali, che furono presto respinti oltre i confini settentrionali della Mongolia. 
Anche i successori di Xuandi adottarono politiche miste, ma durante i loro regni si assistette al progressivo indebolimento delle istituzioni imperiali. I confuciani conquistarono molte delle postazioni chiave, mentre il potere reale stava passando nelle mani degli eunuchi e dei parenti delle imperatrici. La moglie del successore di Xuandi in particolare, riuscì ad impadronirsi del potere effettivo per quasi sessantanni; nel corso di questo periodo suo nipote, Wang Mang, consumò la sua scalata al potere e, dopo la morte degli ultimi eredi di Xuandi nel 5 d.C., riuscì a farsi proclamare reggente e fondare una nuova dinastia nel 9 d.C.. 
di Lorenzo Possamai

 https://www.tesionline.it/v2/appunto-sub.jsp?p=9&id=468




La dinastia Xin
Una serie di catastrofi naturali segnarono l'ultima parte della dinastia degli Han Occidentali.
Questo faceva ritenere che il Mandato del Cielo tian ming potesse essere stato ritirato, e che una nuova dinastia fosse imminente.

Una spaccatura in seno al confucianesimo fu dovuta a un ritrovamento, dietro un muro della casa di Confucio, di suoi testi scritti in grafia antica, guwen, cioè nello stile del piccolo sigillo, precedente alla grafia di epoca Qin. Questi testi differivano lievemente dagli stessi riscritti a memoria dopo il rogo dei libri decretato da Qin Shi Huang.

Liu Xin (32 a.C.-23 d.C.), confuciano e bibliotecario imperiale, sponsorizzò la lettura razionalista dei testi in grafia antica, mentre altri filosofi mantennero la tradizione della grafia nuova e la lettura esoterica.

Liu Xin appoggiò Wang Mang il quale riuscì a prendere il potere e a proclamare nel 9 d.C. una nuova dinastia, la dinastia Xin (9 d.C.-24 d.C.), che sarebbe stata sconfessata da tutta la storiografia ufficiale successiva che avrebbe visto in Wang Mang il prototipo dell'avido usurpatore.

Le riforme intraprese da Wang Mang furono radicali:
la schiavitù fu abolita, così come il latifondo, le terre statalizzate e distribuite in piccoli appezzamenti secondo il sistema jintian dei Campi a pozzo, la moneta antica fu svalutata, l'oro reso di proprietà statale e distribuite monete di nuovo conio (a imitazione di quelle degli Stati Combattenti) a valore del cambio sopravvalutato. I monopoli di stato furono estesi a includere i prodotti delle montagne e dei fiumi e il controllo dei granai di cereali per la calmierazione dei prezzi.

La riforma fu un totale insuccesso:
i funzionari che avrebbero dovuto realizzarla erano gli stessi che ne avrebbero patito le maggiori conseguenze. Con il proseguire delle catastrofi naturali, compresa l'esondazione dello Huang He che si divise in due rami a est dello Shandong andando a sfociare parte nel Golfo di Bohai e parte nel Mar Giallo, si svilupparono anche movimenti di rivolta.

Nello Shandong si formò l'esercito dei Sopraccigli Rossi, Chimei (dal colore con cui si tingevano le sopracciglia per incutere terrore e distinguersi dai soldati di Wang Mang ), mentre nel Hubei e nel Henan si organizzò l'"Esercito del Bosco Verde", Lülinjun, comandato da membri del clan imperiale Liu.

Nel 23 l'Esercito del Bosco Verde sconfiggeva un'enorme armata di Wang Mang, che fu ucciso, mentre marciava su Chang'an. Liu Xuan fu proclamato imperatore ripristinando la dinastia degli Han Occidentali e scegliendo come nome di era storica Gengshi, ossia Rinascita.


https://it.wikipedia.org/wiki/Dinastia_Han




La Via della Seta.

La campagna cinese per respingere i barbari che aprì la Via della Seta.
Più di duemila anni fa la dinastia Han aveva unificato la Cina e cercava di espandersi verso nord e occidente per motivi commerciali e per difendere i confini: i popoli nomadi, infatti, operavano spesso saccheggi per il territorio imperiale. 

L’imperatore Wu Di, che regnò dal 141 A.C. all’87 A.C., era famoso per le sue vaste campagne militari allo scopo di pacificare queste terre pericolose e inesplorate, con l'intenzione di stabilire un contatto con le tribù che ci vivevano.

Gli uomini che partivano in queste spedizioni e campagne non solo dovevano affrontare mille pericoli ma anche molte difficoltà. I loro racconti narrano di viaggi epici attraverso quello che era letteralmente un mondo nuovo per i Cinesi, che avevano conosciuto la propria patria come ‘tutto quello che esiste sotto il Cielo’.

Qui sono presentate le storie di due uomini: 
uno il cui viaggio ha collegato la Cina con i popoli dell’Asia centrale, l’altro la cui fedeltà al compito affidatogli dall’imperatore si è conservata dopo due decenni di prigionia durante la guerra fin quando la pace con il popolo Xiongnu (noto ai cinesi come le popolazioni nomadi) non fu raggiunta.

ZHANG QIAN E LA RICERCA DEI ‘DESTRIERI CELESTI’
Nel 138 a.C. l’imperatore Wu Di inviò un centinaio di cavalieri fuori dalle porte di Chang’an, la capitale imperiale. Comandati da Zhang Qian, la loro missione era di cercare popoli che potevano servire da alleati con la Cina nella lotta contro le tribù Xiongnu, antenati dei Mongoli odierni, che spesso invadevano la Cina a sud della Grande Muraglia.

L’obiettivo principale di Zhang Qian e dei suoi uomini era di mettersi in contatto con il ricco e pacifico popolo Yuezhi, che viveva vicino all’attuale confine tra Cina e Kazakistan. Erano anche alla ricerca di una razza semi-mistica di cavalli, più forte e veloce di quella disponibile nel Regno di Mezzo. Soprannominata la ‘razza celeste’, si pensava che queste preziose bestie avrebbero aiutato i Cinesi a fronteggiare la rinomata cavalleria degli Xiongnu.

Fin dall’inizio, il viaggio, la cui cronaca è stata scritta dallo studioso Sima Qian nelle Memorie di uno storico, è stato tempestato di difficoltà. Attraversando il sistema montuoso del Tien Shan, la missione cinese fu subito intercettata e Zhang Qian fu portato al cospetto del Gran Khan degli Xiongnu. Zhang Qian e i suoi uomini furono tenuti prigionieri per dieci anni prima di riuscire a scappare e continuare il loro viaggio verso la terra degli Yuezhi.

Gli Yuenzhi ricevettero la missione cinese ma dissero chiaramente di non essere interessati in alcuna azione militare contro gli Xiongnu. A missione conclusa, Zhang Qian tornò indietro e si diresse a Chang’an attraverso il deserto. Sulla via del ritorno furono nuovamente catturati dagli Xiongnu e furono imprigionati per un anno prima di ritornare in Cina nel 125 a.C.

Nonostante il fallimento nel reclutare gli Yuezhi come alleati militari e nello scoprire la tanto celebrata ‘razza celeste’ immaginata dai cinesi, la spedizione evidenziò l’importanza del commercio e della diplomazia con i popoli dell’Asia centrale agli occhi della corte imperiale Han, la maggior parte dei membri della quale, come gli Yuezhi, erano pacifici e dimostravano un alto livello di cultura.

Mentre la dinastia Han iniziava a commerciare con queste tribù, i molti scambi commerciali portarono infine alla costruzione di strade che raggiunsero l’Impero romano. Fu in questo periodo che la Via della seta come la conosciamo, un ponte tra Cina e Occidente, venne veramente in essere. Avrebbe svolto questo ruolo per oltre mille anni quando l’epoca delle esplorazioni europee aprì rotte marittime equivalenti.


IL SACRIFICIO VENTENNALE DI SU WU E LA PACE CON GLI XIONGNU
Nel 100 A.C., una generazione successiva al viaggio di Zhang Qian, l’imperatore Wu Di inviò il comandante della sua guardia imperiale, Su Wu, come emissario presso gli Xiongnu. I suoi viaggi sono descritti nel Zizhi Tongjian, un documento storico cinese dell’undicesimo secolo.

Come nella missione di Zhang Qian una generazione precedente, la missione diplomatica di Su Wu consisteva di cento uomini. Portarono doni per il capo degli Xiongnu, che si era appena elevato a tale posizione, e con cui gli Han speravano di negoziare.

Ma quando Su Wu giunse nel nordovest, nelle terre degli Xiongnu, trovò poca disponibilità nel trattare. Il capo degli Xiongnu era sospettoso e sgarbato, facendo arrabbiare Zhang Sheng, vice di Su Wu.

Senza informare Su Wu, Zhang Sheng complottò con due ufficiali locali per assassinare un importante consigliere e usurpare il trono.

Il complotto fallì e il ruolo di Zhang Sheng fu rivelato dopo un interrogatorio. Sotto pressione, Zhang Sheng rivelò ulteriormente la sua complicità e quella del resto della missione imperiale prima di essere giustiziato. Anche se Su Wu non aveva avuto niente a che fare con il complotto, il già sospettoso capo degli Xiongnu si convinse che i cinesi volessero la sua caduta.

L’importante consigliere conosceva l’abilità di Su Wu e sperava di reclutarlo per farlo lavorare agli ordini degli Xiongnu. Lo stesso capo fu impressionato dal carattere formidabile di Su Wu e gli risparmiò la vita nella speranza di farlo passare dalla sua parte.

I due decenni successivi furono una battaglia di ingegni tra Su Wu e i suoi carcerieri, che lo esiliarono in una regione desolata vicino al ‘lago del nord’, il lago Baikal nell’attuale Russia siberiana. Lì, Su Wu affrontò spesso la fame e si ridusse a mangiare radici selvatiche e a cacciare roditori, ma rimase sempre fedele al suo incarico e rifiutò tutte le offerte di diventare uno degli ufficiali degli Xiongnu.

Come se le condizioni fisiche del prigioniero Su Wu non fossero state abbastanza difficili, le notizie che provenivano da casa erano ancora meno confortanti. Per due volte durante il suo esilio in Siberia gli Xiongnu inviarono un ufficiale per informarlo delle disgrazie in suolo cinese. Il grande imperatore Wu Di era morto, suo fratello era stato accusato di alcuni crimini e si era suicidato, sua madre era morta e sua moglie si era risposata.

Nell’81 A.C., dopo ripetuti tentativi, i Cinesi stipularono la pace con gli Xiongnu. Dopo qualche altra difficoltà il capo degli Xiongnu accettò di mandare a casa Su Wu. Ancora aggrappato al suo incarico, e con i capelli bianchi, Su Wu ritornò al palazzo imperiale a Chang’an e fu ricevuto dal nuovo imperatore Han.

Attraverso i secoli, le relazioni tra i popoli nomadi e la cultura cinese si sono alternate tra guerra e pace, amicizia e odio.

La volontà di ferro di Su Wu, che aveva superato quasi venti anni di devastante esilio nelle terre desolate settentrionali, fu celebrata come testimonianza della grande resistenza di tutto il popolo cinese che, nonostante infinite calamità e avversità, è fermamente legato a principi elevati che lo guida attraverso le generazioni.

http://epochtimes.it/n2/news/come-la-campagna-cinese-per-respingere-i-barbari-apri-la-via-della-seta-1960.html


martedì 13 giugno 2017

Costantino. L'Editto di Milano - 13 giugno 313 d.C. non si dovrà [più] negare questa libertà assolutamente a nessuno che abbia aderito in coscienza alla religione dei Cristiani, o a quella che abbia ritenuto la più adatta a sé; così la suprema divinità, al culto della quale ci inchiniamo [pure noi] con animo libero, potrà accordarci in tutte le circostanze il suo continuo favore e la sua benevolenza. Pertanto, conviene che la Vostra Eccellenza sappia che abbiamo deciso di annullare senza eccezione tutte le restrizioni già notificate per iscritto a codesto ufficio e aventi per oggetto il nome dei Cristiani, e di abrogare altresì le disposizioni che possano apparire contrarie ed estranee alla Nostra Clemenza, permettendo [da] ora [in avanti] – a chiunque voglia osservare la religione dei Cristiani – di farlo senz’altro con assoluta libertà, senza essere disturbato e molestato. Abbiamo creduto di dover comunicare per esteso alla tua sollecitudine queste decisioni, perché tu sappia che noi abbiamo concesso ai suddetti Cristiani la facoltà libera e incondizionata di praticare la loro religione.

L'Editto di Milano - 13 giugno 313 d.C.
«Io, Costantino Augusto, come pure io, Licinio Augusto, ci siamo riuniti felicemente in Milano per trattare di tutte le questioni che riguardano il bene e la sicurezza pubblici. E fra tutti gli altri provvedimenti da varare a vantaggio della maggioranza delle persone abbiamo ritenuto doveroso regolare prima di tutto quelli relativi al rispetto della divinità, concedendo sia ai Cristiani sia a tutti la libera possibilità di seguire la religione che ognuno si è scelta; in questo modo tutto quello che c’è di divino nella sfera celeste potrà riconciliarsi e cooperare con noi e con tutti quelli che dipendono dalla nostra autorità. Perciò abbiamo creduto, con spirito salutare e rettissimo, di dover prendere questa decisione: non si dovrà [più] negare questa libertà assolutamente a nessuno che abbia aderito in coscienza alla religione dei Cristiani, o a quella che abbia ritenuto la più adatta a sé; così la suprema divinità, al culto della quale ci inchiniamo [pure noi] con animo libero, potrà accordarci in tutte le circostanze il suo continuo favore e la sua benevolenza. Pertanto, conviene che la Vostra Eccellenza sappia che abbiamo deciso di annullare senza eccezione tutte le restrizioni già notificate per iscritto a codesto ufficio e aventi per oggetto il nome dei Cristiani, e di abrogare altresì le disposizioni che possano apparire contrarie ed estranee alla Nostra Clemenza, permettendo [da] ora [in avanti] – a chiunque voglia osservare la religione dei Cristiani – di farlo senz’altro con assoluta libertà, senza essere disturbato e molestato. Abbiamo creduto di dover comunicare per esteso alla tua sollecitudine queste decisioni, perché tu sappia che noi abbiamo concesso ai suddetti Cristiani la facoltà libera e incondizionata di praticare la loro religione. Vedendo quello che abbiamo concesso ai [Cristiani] stessi, la Tua Eccellenza comprende che una possibilità ugualmente libera e incondizionata di professare la propria religione è stata riconosciuta pure agli altri, come esige la nostra era di pace, sicché ognuno abbia il pieno diritto di prestare il culto che si è scelto. E questo lo abbiamo deciso perché deve risultare chiaro che da parte nostra non si è voluta arrecare la minima violazione a nessun culto e a nessuna religione. Inoltre, per quanto riguarda i Cristiani, abbiamo ritenuto di dover fissare anche un’altra disposizione. I luoghi dove essi avevano in precedenza l’abitudine di riunirsi, e che nelle lettere inviate in passato alla tua amministrazione erano descritti in modo dettagliato, dovranno essere restituiti senza pagamento e senza nessuna richiesta d’indennizzo, evitando ogni frode e ogni equivoco, da parte di quelli che risultano averli acquistati in epoca precedente dal patrimonio statale o da chiunque altro. Anche quelli che abbiano ricevuto in dono [tali proprietà] devono restituirle al più presto ai Cristiani; e se gli acquirenti o chi ha ricevuto donazioni richiederanno qualcosa alla Nostra Benevolenza si rivolgano al vicario, perché dia loro soddisfazione in nome della Nostra Clemenza. È tuo compito inderogabile che tutti questi beni vengano restituiti senza esitazione alla comunità dei Cristiani. E poiché gli stessi Cristiani si sa che possedevano non solo i luoghi per le loro abituali riunioni ma anche altri, appartenenti di diritto alla loro comunità, cioè alle chiese e non a singole persone, ordinerai di restituirli tutti ai Cristiani, ossia alla loro comunità e alle loro chiese, secondo la procedura sopraesposta, senza nessun equivoco o contestazione. Vale solo la riserva enunciata prima: chi restituirà questi beni gratuitamente, come abbiamo detto, potrà contare su un risarcimento dalla Nostra Benevolenza. In tutti questi adempimenti sarà tuo dovere assicurare alla suddetta comunità dei Cristiani il tuo sostegno più fattivo, in modo che il Nostro Ordine venga eseguito al più presto, e in questa faccenda grazie alla Nostra Clemenza sia tutelata la tranquillità pubblica. Solo a queste condizioni si ripeterà quel che si è visto prima: cioè il favore divino da noi sperimentato in circostanze così importanti continuerà a propiziare in ogni occasione i nostri successi, per la prosperità di tutti. Ma per fare in modo che tutti possano essere informati del contenuto di questa nostra generosa ordinanza conviene che tu promulghi le suddette disposizioni con un tuo editto, affiggendolo ovunque e facendolo conoscere a tutti: così queste nostre decisioni, suggerite dalla Nostra Benevolenza, non potranno rimanere ignorate».

(L. Cecilio Firmiano Lattanzio, De mortibus persecutorum, 48, 2-12)


«Cum feliciter tam ego [quam] Constantinus Augustus quam etiam ego Licinius Augustus apud Mediolanum convenissemus atque universa quae ad commoda et securitatem publicam pertinerent, in tractatu haberemus, haec inter cetera quae videbamus pluribus hominibus profutura, vel in primis ordinanda esse credidimus, quibus divinitatis reverentia continebatur, ut daremus et Christianis et omnibus liberam potestatem sequendi religionem quam quisque voluisset, quod quicquid <est> divinitatis in sede caelesti nobis atque omnibus qui sub potestate nostra sunt constituti, placatum ac propitium possit existere. Itaque hoc consilium salubri ac recticissima ratione ineundum esse credidimus, ut nulli omnino facultatem abnegendam putaremus, qui vel observationi Christianorum vel ei religioni mentem suam dederet quam ipse sibi aptissimam esse sentiret, ut possit nobis summa divinitas, cuius religioni liberis mentibus obsequimur, in omnibus solitum favorem suum benivolentiamque praestare. Quare scire dicationem tuam convenit placuisse nobis, ut amotis omnibus omnino condicionibus quae prius scriptis ad officium tuum datis super Christianorum nomine <continebantur, et quae prorsus sinistra et a nostra clementia aliena esse> videbantur, <ea removeantur. Et> nunc libere ac simpliciter unus quisque eorum, qui eandem observandae religionis Christianorum gerunt voluntatem citram ullam inquietudinem ac molestiam sui id ipsum observare contendant. Quae sollicitudini tuae plenissime significanda esse credidimus, quo scires nos liberam atque absolutam colendae religionis suae facultatem isdem Christianis dedisse. Quod cum isdem a nobis indultum esse pervideas, intellegit dicatio tua etiam aliis religionis suae vel observantiae potestatem similiter apertam et liberam pro quiete temporis nostri <esse> concessam, ut in colendo quod quisque delegerit, habeat liberam facultatem. <Quod a nobis factum est ut neque cuiquam> honori neque cuiquam religioni <detractum> aliquid a nobis <videatur>. Atque hoc insuper in persona Christianorum statuendum esse censuimus, quod, si eadem loca, ad quae antea convenire consuerant, de quibus etiam datis ad officium tuum litteris certa antehac forma fuerat comprehensa, priore tempore aliqui vel a fisco nostro vel ab alio quocumque videntur esse mercati, eadem Christianis sine pecunia et sine ulla pretii petitione, postposita omni frustratione atque ambiguitate restituant; qui etiam dono fuerunt consecuti, eadem similiter isdem Christianis quantocius reddant; etiam vel hi qui emerunt vel qui dono fuerunt consecuti, si petiverint de nostra benivolentia aliquid, vicarium postulent, quo et ipsis per nostram clementiam consulatur. Quae omnia corpori Christianorum protinus per intercessionem tuam ac sine mora tradi oportebit. Et quoniam idem Christiani non [in] ea loca tantum ad quae convenire consuerunt, sed alia etiam habuisse noscuntur ad ius corporis eorum id est ecclesiarum, non hominum singulorum, pertinentia, ea omnia lege quam superius comprehendimus, citra ullam prorsus ambiguitatem vel controversiam isdem Christianis id est corpori et conventiculis eorum reddi iubebis, supra dicta scilicet ratione servata, ut ii qui eadem sine pretio sicut diximus restituant, indemnitatem de nostra benivolentia sperent. In quibus omnibus supra dicto corpori Christianorum intercessionem tuam efficacissimam exhibere debebis, ut praeceptum nostrum quantocius compleatur, quo etiam in hoc per clementiam nostram quieti publicae consulatur. Hactenus fiet, ut, sicut superius comprehensum est, divinus iuxta nos favor, quem in tantis sumus rebus experti, per omne tempus prospere successibus nostris cum beatitudine publica perseveret. Ut autem huius sanctionis <et> benivolentiae nostrae forma ad omnium possit pervenire notitiam, prolata programmate tuo haec scripta et ubique proponere et ad omnium scientiam te perferre conveniet, ut huius nostrae benivolentiae [nostrae] sanctio latere non possit».

(L. Cecilio Firmiano Lattanzio, De mortibus persecutorum, 48, 2-12)


Due Augusti. 
Bassorilievo, porfido, inizi IV sec. d.C. 
Roma, Musei Vaticani.

Ludovico Ariosto, Orlando Furioso. Quivi, come i begli occhi prima torse, d'un cavalier la giovane s'accorse; d'un cavalier, ch'all'ombra d'un boschetto, nel margin verde e bianco e rosso e giallo sedea pensoso, tacito e soletto sopra quel chiaro e liquido cristallo. Lo scudo non lontan pende e l'elmetto dal faggio, ove legato era il cavallo; ed avea gli occhi molli e 'l viso basso, e si mostrava addolorato e lasso.

"Quivi, come i begli occhi prima torse, d'un cavalier la giovane s'accorse; d'un cavalier, ch'all'ombra d'un boschetto, nel margin verde e bianco e rosso e giallo sedea pensoso, tacito e soletto sopra quel chiaro e liquido cristallo. Lo scudo non lontan pende e l'elmetto dal faggio, ove legato era il cavallo; ed avea gli occhi molli e 'l viso basso, e si mostrava addolorato e lasso."
Ludovico Ariosto, Orlando Furioso (Canto 2, 34-35)(1516)

martedì 23 maggio 2017

Simone de Beauvoir. l’esistenzialismo, negando l’esistenza di un uomo universale ed assoluto e mirando alla molteplicità delle esperienze umane -, è destinata a prendere corpo in una letteratura autentica che «supera la separazione (degli esseri) affermandola». Simone de Beauvoir intenterà una critica mordace al ruolo tradizionalmente assegnato alla donna (Una donna spezzata, 1967; Il secondo sesso, 1949) o alla Terza età (1970), moltiplicando gli esempi concreti, presi in prestito tanto dalla sua vita che dalla letteratura di tutti i tempi, purché atti a dirci qualcosa sull’esperienza propria di ciascuno, in una situazione data.

Simone de Beauvoir
Romanziera e saggista francese (Parigi, 1908 - Parigi, 1986). 

Nata in una famiglia bene cattolica, Simone de Beauvoir intraprende, a diciassette anni, studi superiori di lettere e di matematica. Nel 1926, aderisce al   movimento socialista e, mentre prepara gli studi di ammissione all’università, segue corsi di filosofia alla Sorbona. Ammessa all’Università, compie un tirocinio all’Istituto universitario Janson-de-Sailly. Fa la conoscenza di Jean-Paul Sartre nel 1929 al quale si lega. Sarà l’incontro determinante con l’uomo col quale condividerà, da allora in avanti, tutta la vita  eccetto qualche breve separazione dovuta agli incarichi d’insegnamento in provincia. Ritorna a Parigi come  professore di filosofia al liceo Molière   nel 1936. 

Il suo primo libro,  L’invitata, esce nel 1943, anno in cui lascia l’insegnamento. A partire dal 1947, i viaggi si succedono: gli Stati Uniti, dove soggiorna nel 1950, l’Africa e l’Europa. Riceve il premio Goncourt nel 1954 per I Mandarini. Partecipa alle attività politiche di Sartre, militante per le cause vietnamite ed algerine. Continua a viaggiare, in Cina (1955), a Cuba ed in Brasile (1960), in Unione sovietica (1962), pur proseguendo la redazione delle sue memorie e la sua azione per la liberazione della donna. Nel 1971  assume la direzione di una rivista di estrema sinistra. Una delle prime a avere sostenuto la legalizzazione dell’aborto, ribadisce questa convinzione durante la campagna cominciata nel 1972.

Opera
La sua opera, fondata sulle stesse opzioni esistenzialiste di Jean-Paul Sartre, se ne differenzia nella misura in cui Simone de Beauvoir, preoccupata di dare ad ogni problema che affronta il proprio carattere concreto, utilizza di rado il linguaggio  filosofico, e preferisce piuttosto alla formulazione di una teoria, una riflessione diretta ed immediata sul vissuto. Si direbbe che utilizzi un linguaggio femminile - attento al particolare concreto - se il linguaggio maschile è invece teso all’universale astratto. 

Nata da un desiderio profondo di comunicare, la sua opera  è anche un’interrogazione sulla funzione ed il senso della comunicazione. 

Così, i suoi saggi (Pyrrhus e Cinéas, 1944; Per una morale dell’ambiguità, 1947; L’America  giorno per giorno, 1948; L’esistenzialismo e la saggezza delle nazioni, 1948; Privilegi, 1955; La lunga marcia, 1957; Djamila Boupacha, in collaborazione con Gisèle Halimi; A conti fatti, 1972; Bisogna bruciare Sade?, 1972) abbracciano temi diversi. 

Quest’opera - postulata dal fatto che l’esistenzialismo, negando  l’esistenza di un uomo universale ed assoluto  e mirando alla molteplicità delle esperienze umane -, è destinata a prendere corpo in una letteratura autentica che «supera la separazione (degli esseri) affermandola».

Simone de Beauvoir intenterà una critica mordace al ruolo tradizionalmente assegnato alla donna (Una donna spezzata, 1967; Il  secondo sesso, 1949) o alla Terza età (1970), moltiplicando gli esempi concreti, presi in prestito tanto dalla sua vita che dalla letteratura di tutti i tempi,  purché atti a dirci qualcosa  sull’esperienza  propria di ciascuno, in una situazione data. 

Una stessa volontà di radicare pensiero e progetti nel vissuto anima la sua impresa autobiografica, allo stesso tempo tentativo d’interpretazione di un’esistenza e testimonianza del suo impegno. 

L’azione - incessante compimento del proprio progetto intellettuale -, come anche l’esperienza del fallimento e la presenza della morte (L’ospite; Una morte  dolcissima) accrescono la presa di coscienza della nostra  finitezza dalla quale  sorge il movimento verso l’altro. 

L’impegno politico – lotta  per la liberazione della donna, sostegno ai popoli colonizzati, attività rivoluzionaria - non risponde, nella sua intimità di pensiero, ad un imperativo ideologico; è piuttosto la misura della libertà come anche l’atto con il quale, proiettandoci nel mondo, ci si situa e si situa gli altri nel mondo.

Simone de Beauvoir si è infine cimentata col teatro (Le bocche inutili, 1944); ma è probabilmente la sua autobiografia (Memorie di una ragazza perbene, 1958; L’età forte, 1960; La forza delle cose, 1963; A conti fatti, 1972) che perverrà ai posteri.

Non sappiamo quanto dell’opera di  un’intellettuale siffatta sia giunto o possa giungere alla giovane generazione del terzo millennio. Certo è che alle ragazze degli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso la parola, il gesto, l’esempio di Simone de Beauvoir arrivavano con tutto il clamore e il fascino di un article de Paris, ed ebbero grande influenza sulla successiva elaborazione femminista compiuta dalle donne degli anni settanta. La "presenza"  e il discorso della de Beauvoir  fecero presa non solo  presso le intellettuali-donne che più si interessarono ai suoi libri, ma anche presso la massa delle ignare che, pur non sapendo cogliere le specifiche  articolazioni di quel  discorso, seppero tuttavia  avvantaggiarsi di quell’esempio, traducendolo negli atti concreti della vita di tutti i giorni. 

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dal 1 settembre 2003

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Nel 1949 esce "Il secondo sesso" che fece, allo stesso tempo, successo e scandalo. 
Con veemenza da polemista di razza, de Beauvoir passa in rassegna i ruoli attribuiti dal pensiero maschile alla donna e i relativi attributi. In questo saggio l'autrice si esprime in un linguaggio nuovo, parla di controllo delle nascite e di aborto, sfida i cultori del bel sesso con 'le ovaie e la matrice'. Provocando il pubblico conservatore, de Beauvoir cerca riconoscimento personale e solidarietà collettiva, e li avrà. L'opera di respiro universale è diventata una tra le fondamentali del Novecento. 

La malattia e la morte della madre. 
Questo è ciò che registra la scrittrice, in un diario che copre un mese di realtà ospedaliera. 
Con l'avanzare del male, il mondo esterno perde sempre più consistenza, fino a scomparire. Rimane solo la camera d'ospedale in cui tre donne, la madre e le figlie, continuano a combattere una guerra che è impossibile vincere. In questo microcosmo che attende l'imminente catastrofe, Simon de Beauvoir descrive anche altri personaggi: medici, preoccupati di sperimentare sulla paziente la loro scienza; infermiere, impassibili nella sicurezza dei loro gesti professionali e le ombre della vita già trascorsa, delle occasioni perdute, di una borghese vicenda matrimoniale vissuta dalla madre come una grande avventura. 

JOSYANE SAVIGNEAU 
Le 23 Février 1990




[...] Simone de Beauvoir, «la più eminente femminista del ventesimo secolo», questa gran virtuosa dell’esistenzialismo, dall’aspetto marmoreo, il volto e lo sguardo astratto che ha sprazzi di pietra, amante e musa impegnata ad aiutare il filosofo a «preparare l’avvenire». [...]

 «Le femministe l’hanno scelta come vacca sacra - nota acida Antoinette Fouque fondatrice dello storico MLF - ma se “essere donna vuol dire essere un uomo come un altro” come pretendeva lei, allora non siamo femministe! La Beauvoir è il pensiero liberal-libertino, logico che oggi sia di moda».

E significativo che i più succosi sottintesi, le accuse più impegnative arrivino dall’estero, come se la Francia avesse pudore a incrinare il mito del periodo in cui la sublime coppia dominava e fulminava dai tavolini del café Flore e Parigi era, forse per l’ultima volta, capitale del mondo. 

[...] Simone de Beauvoir non si distinse certo nel resistere, non vi patì certo i sudori del Getsemani: anzi, trascorre quegli anni ingrati tra il café de Flore a comporre il suo primo romanzo “L’invitée”, le vacanze sciistiche a Morgine e «fiestas» molto alcoliche. 

[...] 
A spalancare poi il tema della complicata relazione sentimentale con Sartre è il libro Tête-à-tête dell’americana Hazel Rowley. Non da certo scandalo il patto amoroso tra i due, che prevedeva una coproduzione dei piaceri, con «un amore necessario» e culturalmente proficuo, il loro, e «gli amori contingenti» che spesso furono comuni e per lei annoverarono Arthur Koestler e Nelson Algren. 

Si presta semmai nuova attenzione alla sorte di questi amanti «contingenti» considerati come semplici tasselli della costruzione di un destino letterario e filosofico.
La studiosa americana ne svela il triste ruolo di marionette, manipolate dalla Beauvoir, utilizzate per mantenere desto il rapporto con Sartre, l’unico che contasse davvero. Alcuni, tra i più ferocemente «contingenti», precipitarono in buie depressioni. Lei scrisse, implacabile: «C‘è un problema che noi abbiamo sempre accuratamente evitato: come la terza persona si sarebbe sistemata nei nostri accordi...»
Domenico Quirico per “La Stampa”

http://lafrusta.homestead.com/pro_beauvoir.html




Simone de Beauvoir.
Inizia a insegnare nel 1930, prima a Marsiglia, poi a Rouen, infine a Parigi, dove chiuderà la propria carriera di docente nel 1943, licenziata ed interdetta a vita dall'insegnamento per corruzione di minore, per una relazione lesbica con una delle sue studentesse.[5][6] La relazione risaliva al 1939, quando la de Beauvoir aveva circa 30 anni e l'amante, Nathalie Sorokin, 17 anni. I genitori della Sorokin denunciarono la scrittrice, che non subì processi penali in quanto l'età del consenso in Francia era (ed è) di quindici anni, ma in quanto insegnante subì un procedimento disciplinare che si concluse con l'espulsione dalla scuola e l'inibizione dall'attività.[7] Nel 1977 sottoscriverà assieme a Sartre, Michel Foucault, Jacques Derrida e Roland Barthes, una petizione indirizzata al Parlamento, chiedendo l'abrogazione di numerosi articoli di legge e la depenalizzazione di qualsiasi rapporto consenziente tra adulti e minori di quindici anni (la cosiddetta Pétitions françaises contre la majorité sexuelle).


Nel 1947 si reca negli Stati Uniti per una serie di conferenze e incontra lo scrittore Nelson Algren, con cui stabilisce un intenso rapporto d'amore. 

Compie altri viaggi significativi (Brasile, Cuba, Cina, Unione Sovietica) e ritorna molto spesso in Italia con Sartre. 

Dopo Il secondo sesso (1949), ormai famosa in tutto il mondo, Simone de Beauvoir, per le particolari posizioni assunte come scrittrice e come donna, è oggetto di grande ammirazione ma anche di aspre polemiche. Allo scoppio della guerra di liberazione algerina, prende posizione a favore di questa lotta, cosa che renderà il suo isolamento ancora più pesante.

Simone de Beauvoir è considerata la madre del movimento femminista, nato in occasione della contestazione studentesca del maggio 1968, che seguirà con partecipazione e simpatia.

Gli anni settanta la vedono fervidamente in prima linea in varie cause: la dissidenza sovietica, il conflitto arabo-israeliano, l'aborto, il Cile, la donna (è presidentessa dell'associazione Choisir e della Lega dei diritti della donna).

Nell'ultimo periodo della sua vita, Simone de Beauvoir affronta con coraggio un altro problema sociale, quello della vecchiaia, cui dedica un importante saggio, La terza età (1970).

Nel 1981, in seguito alla morte di Sartre, scrisse La cerimonia degli addii (La Cérémonie des adieux), cronaca degli ultimi anni del celebre pensatore.

Lei stessa si descrisse così:
« Di me sono state create due immagini. Sono una pazza, una mezza pazza, un'eccentrica. [...] Ho abitudini dissolute; una comunista raccontava, nel '45, che a Rouen da giovane mi aveva vista ballare nuda su delle botti; ho praticato con assiduità tutti i vizi, la mia vita è un continuo carnevale, ecc.
Con i tacchi bassi, i capelli tirati, somiglio ad una patronessa, ad un'istitutrice (nel senso peggiorativo che la destra dà a questa parola), ad un caposquadra dei boy-scout. Passo la mia esistenza fra i libri o a tavolino, tutto cervello. [...] Nulla impedisce di conciliare i due ritratti. [...] L'essenziale è presentarmi come un'anormale. [...]
Il fatto è che sono una scrittrice: una donna scrittrice non è una donna di casa che scrive, ma qualcuno la cui intera esistenza è condizionata dallo scrivere. È una vita che ne vale un'altra: che ha i suoi motivi, il suo ordine, i suoi fini che si possono giudicare stravaganti solo se di essa non si capisce niente. »
(S. de Beauvoir, La forza delle cose, pag. 614)


Una vita in due [ wikitesto]
Simone de Beauvoir morì il 14 aprile 1986 e venne seppellita nel cimitero di Montparnasse di Parigi accanto al suo compagno di vita Jean-Paul Sartre, morto sei anni prima, il 15 aprile 1980. Radicalmente atea come Sartre, ne La Cérémonie des Adieux aveva scritto a riguardo della morte di colui col quale aveva condiviso gran parte della sua esistenza e delle sue idee: 

«La sua morte ci separa. La mia morte non ci riunirà. È così; è già bello che le nostre vite abbiano potuto essere in sintonia così a lungo».[8] Molti studiosi si sono interrogati circa il tipo di amore che legasse Jean-Paul a Simone e molte sono state le risposte. Ciò che emerge è soprattutto una grande e reciproca stima intellettuale. Durante il loro lungo sodalizio entrambi hanno comunque avuto costanti rapporti "extraconiugali" in base a un comune accordo, talvolta anche condividendo la stessa amante.[6]

L'invitata (1943) è il primo romanzo pubblicato da Simone de Beauvoir, quello che la rivelò come scrittrice. Vi è affrontato con coraggio un tema difficile: l'inserimento nell'ambito di una coppia di un terzo personaggio, che ne muta l'intero equilibrio, costringendo ognuno a svelarsi sotto lo sguardo dell'Altro. 

La tematica della responsabilità ritorna nel suo secondo romanzo, Il sangue degli altri (1945): durante la seconda guerra mondiale, nella Francia occupata, coloro che si erano accostati alla Resistenza si erano trovati di fronte a una duplice assunzione di responsabilità: quella di lottare contro l'oppressione nazista e quella di spingere gli altri (spesso le persone più care) a rischiare la vita. Di fronte allo strazio di queste morti, Simone de Beauvoir riafferma che non c'era altra via possibile, e che ognuno è sempre responsabile in prima persona delle proprie scelte, della propria libertà.

Dopo il suo viaggio negli Stati Uniti, pubblica Il secondo sesso (1949), un saggio fondamentale che da un lato fa il punto sulle conoscenze biologiche, psicoanalitiche, storiche, antropologiche esistenti sulla donna, e dall'altro apre la strada a quella discussione radicale sulla condizione femminile che avrebbe caratterizzato i decenni successivi. [...]

Il pensiero di Simone de Beauvoir si forma in comunione con quello di Sartre e con il suo esistenzialismo: i due scrittori sono soliti discutere le loro idee così come i loro scritti, e tengono in massima considerazione la reciproca critica. 

Le opere della scrittrice sono densamente intessute di considerazioni filosofiche ed esistenzialiste comunque personali, rivolte in modo particolare ad approfondire il tema del ruolo e della condizione della donna nella società moderna.

https://it.wikipedia.org/wiki/Simone_de_Beauvoir


L'invitata (L'Invitée).
L'invitata (L'Invitée) è un romanzo di Simone de Beauvoir del 1943. 
Il romanzo è una narrazione fittizia della relazione della scrittrice e del compagno Jean-Paul Sartre con Olga e Wanda Kosakiewicz.
Ambientato a Parigi alla vigilia e durante la seconda guerra mondiale, il romanzo ruota attorno a Françoise, la cui relazione aperta col compagno Pierre diventa tesa quando formano un ménage à trois con l'amica più giovane Xaviere. Il romanzo esplora diversi concetti dell'esistenzialismo come libertà, rabbia e l'altro.


Una donna spezzata.
Una donna spezzata è una raccolta di racconti del 1967 di Simone de Beauvoir.
Dal primo racconto omonimamente intitolato la RAI ha tratto uno sceneggiato, trasmesso nel 1989.

Trama
Il libro è diviso in tre parti, tre racconti aventi ognuno per protagonista una donna: 
una casalinga, una celebre studiosa di letteratura francese, una madre abbandonata. 
Ognuna arrivata ad un punto di crisi e di svolta della propria vita.

Nel primo racconto, Una donna spezzata, la casalinga Monique scopre che il marito ha un'altra relazione. Nonostante ciò faccia vacillare tutto ciò in cui aveva creduto fino ad alst'infatuazione possa avere un seguito. Tra alti e bassi però il legame del marito con la rivale sembra rafforzarsi e ogni sua azione sembra peggiorare la situazione. Sola, demotivata e invecchiata, arriverà a doversi reinventare un futuro di cui ignora gli sviluppi.

Nel secondo racconto, L'Età della discrezione, una scrittrice di sinistra vive col marito ormai in terza età una tranquilla esistenza, finché si scontra con l'amato figlio che sembra tradire i valori con cui era stato educato. La sua intransigenza, l'insuccesso del suo ultimo libro e l'età ormai avanzata la mettono in crisi, facendo cadere le certezze fino ad allora così radicate.

Il terzo racconto, Monologo, è il monologo di una donna insoddisfatta della propria vita: infastidita dal chiasso durante la notte di Capodanno, inizia a confidare le sue insoddisfazioni e amarezze: si scopre gradualmente che sua figlia si è suicidata, che le è stata tolta la custodia del figlio, che i suoi "ex" si rifiutano di ascoltarla e che il rapporto con la madre è oramai inesistente.




Il secondo sesso
Titolo originale: Le Deuxième Sexe
Le deuxième sexe.jpg
Autore Simone de Beauvoir
1ª ed. originale 1949
Genere saggio
Lingua originale francese
« La donna? è semplicissimo - dice chi ama le formule semplici: è una matrice, un'ovaia; è una femmina: ciò basta a definirla. In bocca all'uomo, la parola "femmina" suona come un insulto; eppure l'uomo non si vergogna della propria animalità, anzi è orgoglioso se si dice di lui: "È un maschio![1] »

Il secondo sesso (Le Deuxième Sexe) è un saggio della scrittrice francese Simone de Beauvoir pubblicato a Parigi nel 1949 (Gallimard editore) e in Italia, dalla casa editrice il Saggiatore, nel 1961. È una delle opere più celebri e più importanti per il movimento femminista e, ai giorni nostri, è spesso citata come riferimento nei discorsi femministi.

Il saggio, che è impostato con il linguaggio e la tecnica della filosofia esistenzialista, suscitò molto interesse in Francia come in Italia per il rigore con il quale l'autrice riuscì a costruire il discorso sul suo stesso sesso.

Per quanto riguarda l'accoglienza della critica verso quest'opera, si può fare riferimento a Il Secondo Sesso di Simone de Beauvoir, testi raccolti e presentati da Ingrid Galster (Presses de l'Université Paris-Sorbonne, 2004), dove sono presentati, fra l'altro, gli articoli contraddittori di Armand Hoog e Francine Bloch apparsi su La Nef.

Contenuti.
Il libro, che si apre con un capitolo di introduzione e uno di conclusione, è diviso in tre parti: Destino, Storia, Miti.

La donna viene vista dall'autrice attraverso i dati della biologia, il punto di vista psicanalitico e quello del materialismo storico.

Dapprima ella è analizzata dall'esterno e in particolare dall'uomo e ne viene messa in rilievo la condizione subordinata che le è stata attribuita e in seguito viene studiata in ogni fase della sua vita, dall'infanzia all'iniziazione sessuale, dalla maturità alla vecchiaia.

Ne vengono descritti i comportamenti e le varie situazioni, come sposa, madre, prostituta, lesbica, narcisista, innamorata, mistica.

Simone de Beauvoir parla di tutte le circostanze che portano a credere all'inferiorità delle donne e degli effetti che questo ha sulla loro scelta di sposarsi e di abbandonare la propria carriera.

Inoltre, spiega che, in un mondo in cui i due sessi fossero uguali, entrambi sarebbero più liberi: infatti se l'uomo desse alla donna la possibilità di avere una carriera significativa, lei si focalizzerebbe meno su di lui e potrebbe essere più indipendente.

L'autrice interroga poi gli studiosi più credibili senza distinzione di sesso, dai medici agli psicologi, dai romanzieri agli scrittori e al tempo stesso invita le donne a raccontare le loro esperienze sia d'amore sia di altro. Beauvoir sostiene che è necessario che la donna venga integrata nella società con gli stessi diritti e doveri dell'uomo e pertanto con tutte le conquiste che ne derivano, dalla uguaglianza del salario, alla possibilità del controllo delle nascite. all'aborto in termini legali e a tutti quei riconoscimenti civili, politici e giuridici che possiedono gli uomini.

https://it.wikipedia.org/wiki/Il_secondo_sesso




mercoledì 3 maggio 2017

Tolleranza è un termine relativo alla capacità di sopportare, senza esserne danneggiati, qualcosa che di per sé potrebbe essere spiacevole o dannosa

« Disapprovo quello che dite, ma difenderò fino alla morte il vostro diritto di dirlo.[1] »

Tolleranza è un termine relativo alla capacità di sopportare, senza esserne danneggiati, qualcosa che di per sé potrebbe essere spiacevole o dannosa[2].

In senso sociologico la tolleranza si manifesta in chi, teoricamente e praticamente, mostra rispetto nei confronti di coloro che pensano e agiscono credendo in diversi principi relativi alla religione, alla politica, all'etica, alla scienza, all'arte e alla letteratura.[3]

La tolleranza non può essere definita in senso positivo come una virtù poiché riguarda una negatività che viene sopportata per una serie di motivi che escludono un'accettazione piena e senza condizioni di ciò che viene tollerato:
« La tolleranza illimitata porta alla scomparsa della tolleranza. Se estendiamo l'illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro gli attacchi degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi.[4] »

Tuttavia la tolleranza esprime una funzione positiva nel senso che fa apparire una diversità di opinioni che dal confronto dialettico possono procurare una più ampia verità.

Voltaire, l'autore del Trattato sulla tolleranza (1763)
Indice  [nascondi] 
1 Origini del principio di tolleranza
2 La storia e la teorizzazione del principio di tolleranza
3 Il paradosso della tolleranza [15]


Origini del principio di tolleranza.
Nelle religioni politeistiche antiche non esisteva il principio di tolleranza poiché la moltitudine degli dei escludeva che vi fossero divinità vere e uniche ed era quindi naturale praticare la libertà religiosa ma, poiché la religione era intesa spesso come fattore di unificazione sociale, veniva condannata l'empietà intesa come attentato all'ordine sociale come accadde per Socrate accusato di non credere agli dei tradizionali della città e quindi condannato per "ateismo".[5] 

La tolleranza venne affermata con forza dallo stoicismo che la fondò sul cosmopolitismo e su un "diritto naturale" appartenente a tutte le genti: Seneca riprese questi principi che, tramite una presunta sua corrispondenza con Paolo di Tarso, passarono al cristianesimo [6]


Nel Medioevo Tommaso d'Aquino sosteneva che si potevano tollerare le differenze di culto fra cristiani, ebrei e musulmani, rifacendosi alla dottrina di Agostino d'Ippona che dichiarava che la fede è opera della Grazia divina e non può quindi essere imposta dagli uomini.[7]. Il Medio Evo, del resto, tendeva a valorizzare le differenze, come si vede anche dalla lettera che Stefano d'Ungheria (santo per la Chiesa cattolica) scrive al figlio, in cui gli dice: "Un regno che abbia una sola lingua e una sola consuetudine di condotta è infermo e fragile"[8].

Nel XIII secolo, in Spagna risalta la figura del re Ferdinando III di Castiglia, detto il Santo, noto come il re delle tre religioni, per la convivenza tra cristiani, ebrei e musulmani, durante il suo regno.
Dante Alighieri si dibatté sul problema della salvezza dei pagani tra l'affermazione che extra Ecclesia nulla salus e l'apologo, ripreso anche da Giovanni Boccaccio, della "fiaba delle tre anella",[9]. che si rifaceva a quel principio di tolleranza che sarà poi teorizzato dall'Illuminismo che prenderà a modello esemplare «...la figura storica e nello sviluppo leggendario di Yussuf ibn Ayyub Salah al-Din (Saladino), il principe curdo divenuto sultano di Siria e d'Egitto nell'ultimo quarto del 12° sec. e nella letteratura occidentale del Duecento passato, dall'iniziale ruolo di crudele «nemico della croce» (è a lui che si deve la cacciata dei crociati da Gerusalemme, nel 1187) a quello di specchio e modello delle virtù cavalleresche...[espresse nella "cortesia" occidentale]». Il Saladino viene mostrato infatti come l'«eroe della tolleranza nel dramma di G.E. Lessing "Nathan der Weise", scritto nel 1779, in cui si riprende appunto la narrazione delle "tre anella".»[10]

Si cominciò a dibattere sulla tolleranza nel XVI secolo in quegli Stati, come Francia, Inghilterra e Boemia, dove si verificarono cambiamenti religiosi dovuti anche all'indebolirsi di quel fattore unificatore che era stato il potere imperiale in difficoltà ora nel reprimere la diffusione di confessioni religiose, come ad esempio la Riforma, diverse dal cattolicesimo.

La tolleranza dunque nasce nell'ambito religioso come la posizione di coloro che sostengono sia meglio astenersi dal perseguitare le nuove idee religiose che, se represse, potrebbero generare problemi maggiori. È meglio scegliere di tollerare, considerato come il minore dei mali come già in passato aveva sostenuto Marsilio da Padova (1275-1343) che negava ogni validità a un'imposizione con la forza della fede religiosa poiché della legge divina unico giudice è Dio e riconosceva nel suo Defensor pacis che anche nelle diverse religioni possano sussistere principi validi moralmente.
Sulle posizioni di Marsilio sembra essere Martin Lutero (1483-1546) che si oppone a che gli eretici siano condannati al rogo poiché la violenza non può essere strumento di fede. Una concezione questa però negata dallo stesso riformatore che in occasione della guerra dei contadini (1525), scatenata dal predicatore Thomas Müntzer, auspica per i rivoltosi la pena di morte per mano del potere politico concepito come espressione della volontà di Dio nella repressione del male:
« Essi hanno provocato ribellione, hanno rapinato e saccheggiato con grande scelleratezza conventi e castelli che non appartenevano loro, meritandosi così senza alcun dubbio la morte del corpo e dell'anima, perché banditi di strada e assassini.[11] »

Miguel Serveto

Calvino (1509-1564) cadrà nella stessa contraddizione quando si scaglierà contro le posizioni intransigenti della Chiesa cattolica ma poi egli stesso nel 1553 condannò e fece bruciare Michele Serveto, medico spagnolo sostenitore dell'antitrinitarismo che si era rifugiato a Ginevra per scampare all'Inquisizione cattolica.

A Calvino che giustificava la sua intransigenza nel suo testo Defensio orthodoxae fidei affermando che non si poteva essere tolleranti nei confronti di chi bestemmiava Dio, il savoiardo Sébastien Castellion (1515-1563) dopo aver difeso la libertà e la tolleranza religiosa nell'opera "De hereticis an sint persequendi" (Se gli eretici debbano essere perseguitati), scriveva nell'opuscolo Contro il libello di Calvino a proposito della condanna al rogo di Serveto:
« Uccidere un uomo non è difendere una dottrina, è uccidere un uomo. Quando i ginevrini hanno ucciso Serveto non hanno difeso una dottrina, hanno ucciso un uomo. Non spetta al magistrato difendere una dottrina. Che ha in comune la spada con la dottrina? Se Serveto avesse voluto uccidere Calvino, il magistrato avrebbe fatto bene a difendere Calvino. Ma poiché Serveto aveva combattuto con scritti e con ragioni, con ragioni e con scritti bisognava refutarlo. Non si dimostra la propria fede bruciando un uomo, ma facendosi bruciare per essa[12] »

La storia e la teorizzazione del principio di tolleranza.
« Si sbaglierebbe se si cercasse di definire l'idea di tolleranza alla luce esclusiva della ragione: anzi, essa è [...] sostanziata di elementi desunti dall'esperienza, secondo un connotato tipico del pensiero scientifico occidentale moderno che non si appaga di definizioni teoriche ma ne esige la verifica di «laboratorio». E il «laboratorio» nel quale andò maturando [...] fu [quello] dei campi di battaglia e delle stragi, della barbarie, della desolazione del «secolo di ferro» aperto con la Riforma luterana e conclusosi con le paci del 1648-59, alla fine della guerra dei Trent'anni. Fu non tanto dalla comoda e serena prospettiva delle biblioteche in cui lavoravano e discutevano i dotti, ma dalla carne e dal sangue di un'Europa dilaniata ed esausta che scaturì con prepotenza l'ideale della tolleranza[10] »

Le devastazioni delle guerre di religione fecero maturare la mutua inter christianos tolerantia[13] attraverso una serie di tregue che non portarono alla reciproca tolleranza ma che facevano sperare in una definitiva pace religiosa.

La Pace di Augusta (1555) trasferiva dall'imperatore ai principi il diritto di riconoscere la confessione religiosa dei loro sudditi; ai dissidenti rimaneva solo la possibilità di emigrare là dove la loro religione era tollerata.

L'Editto di Nantes del 1598 garantiva ai nobili calvinisti il rispetto delle loro libertà ma l'esigenza dell'unità religiosa farà abbattere da Richelieu ogni presidio militare a garanzia della tolleranza pur mantenendo i diritti religiosi e civili degli ugonotti. L'editto sarà poi definitivamente abrogato da Luigi XIV di Francia (1685) in nome del principio monarchico-assolutistico.

Nel principato di Transilvania la Dieta di Turda (1568) assicurò ampia tolleranza alle diverse confessioni religiose e altrettanto avvenne in Polonia con la dieta di Varsavia (1573).

Sul finire del secolo mentre i gesuiti diventavano protagonisti di una restaurazione religiosa nell'Europa centro-orientale[14] Jean Bodin (1530-1596) avanzava la tesi che sosteneva che era dovere dello Stato rimanere estraneo ai conflitti religiosi e proponeva la tolleranza verso i riformati in cambio dell'obbedienza civile.

Baruch Spinoza nel suo Tractatus teologico-politicus nel 1670 faceva discendere il principio di tolleranza dalla libertà di pensiero e il potere dello Stato, che non poteva reprimere la coscienza interiore degli uomini, andava limitato alle cose e azioni esterne.

Nel 1689 John Locke, nella Epistola sulla tolleranza affermava che le credenze religiose non erano dipendenti dalla volontà degli individui e quindi non potevano essere imposte dalla legge civile che non può intervenire nei confronti di quelle società private che sono le singole Chiese nelle quali liberamente si entra e si esce a seconda della propria volontà. Le Chiese, prive di ogni potere politico divenivano quindi strumento di concordia civile tranne il cattolicesimo, che andava vietato poiché obbediva a un'autorità, quella papale, esterna a quella dello Stato.

Nel '700 illuminista il principio di tolleranza troverà una conclusiva definizione nel Traité sur la tolérance (1763) di Voltaire e la sua pratica attuazione nella Costituzione degli Stati Uniti d'America (1791) a cui seguiranno la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino il 26 agosto (1789), il Protocollo finale del Congresso di Vienna (1815); con il primo riferimento anche alla difesa delle minoranze etniche), il Trattato di Berlino del 1878, i Quattordici punti di Thomas Woodrow Wilson (1918), il Patto della Società delle Nazioni (1920), lo Statuto delle Nazioni Unite (1945), Dichiarazione islamica dei diritti dell'uomo (1981), Carta di Algeri: Dichiarazione Universale dei Diritti dei Popoli (1976) ed altre solenni dichiarazioni.

Il paradosso della tolleranza.
Si può ancora sostenere la tolleranza quando degli atti terroristici causano centinaia di morti? Possiamo concedere la libertà a persone che non sono disposte a condividere i nostri valori fondamentali? Tollerare vuol dire anche porre dei limiti.

I numerosi attentati terroristici di matrice islamica che hanno colpito mezza Europa (Parigi, Bruxelles, Nizza, Berlino, ecc.) hanno creato un clima di paura, insicurezza, diffidenza in tutta la popolazione. Questo è comprensibile. Gli assassini di domani vivono in mezzo a noi. Gli assassini di oggi prima di passare all’azione hanno vissuto per anni nelle nostre città senza farsi notare. Noi non sappiamo se il prossimo attentato non viene programmato proprio da un nostro vicino, o se il prossimo massacro non coinvolgerà pure noi. Gli attentatori colpiscono la nostra società nel suo punto più debole; la loro violenza è rivolta contro quello che per l’occidente è di centrale importanza: la libertà, la democrazia, l’uguaglianza dei diritti, la tolleranza. Il trionfo dei terroristi sarebbe riuscire a screditare questi valori. La loro vittoria ci sarebbe quando noi, per combattere loro, tradissimo proprio questi valori fondamentali. In effetti noi dobbiamo difendere il nostro ordine sociale ma non dobbiamo rinunciare alle conquiste che hanno portato alla nostra società liberale. Questo dilemma ci porta inevitabilmente al concetto di tolleranza.
La tolleranza attualmente è sotto pressione. Le istanze per una “fine della sopportazione” diventano sempre più insistenti; e non sono del tutto infondate. Ma si può essere tolleranti verso persone che non sono disposte a fare un passo indietro relativamente a questioni che la loro cultura e convinzioni religiose considerano colpevoli? Si può chiedere tolleranza quando delle persone in nome di Allah si dichiarano apertamente nemiche della democrazia e nel contempo rivendicano diritto a libertà che esse stesse poi negano ad altri? Naturalmente non ognuno che abbia un concetto diverso dei valori che regolano la società può essere considerato un nemico. Gli attentati subiti in Europa non potrebbero forse anche essere la conseguenza di un atteggiamento troppo morbido nei confronti di persone che usano in modo indebito le aperture della nostra società? Cosa può tollerare una società che si considera “aperta”?
I problemi si incontrano e si misurano nella vita di tutti i giorni. Dobbiamo vietare il velo integrale? Possiamo permettere la creazione di società religiose parallele? Deve intervenire lo Stato nei confronti di un disegnatore quando questi pubblica caricature anti-islamiche? Come dobbiamo comportarci nei confronti di genitori che vietano alle loro figlie di stringere la mano all’insegnante o di partecipare a corsi di nuoto o di ginnastica? “Non possiamo vietare tutto quello che noi rifiutiamo” ha affermato il ministro degli interni tedesco De Maizière; ed ha perfettamente ragione. Come cittadini di una società aperta dobbiamo accettare che altre persone facciano o dicano cose che ci disturbano. E che qualcosa corrisponda alle nostre convinzioni o alle aspettative della maggioranza della popolazione, questo non può né deve essere determinante perché essa venga tollerata o meno. Dobbiamo anche accettare il fatto che qualche volta i nostri sentimenti vengano feriti, e che lo Stato non intervenga per difenderli (per esempio nella satira di critica religiosa). Questa è la conseguenza di una cultura che garantisce la libertà di opinione e di parola, anche lì dove essa può far male. Ma dove passa la linea di demarcazione? Del tutto netta essa non è, eccetto quando vengono violate delle leggi.
Determinante è che la tolleranza funziona solo lì dove essa è reciproca. Però essa non consiste semplicemente nel lasciar fare. La società difende le libertà di ogni cittadino, ma pretende anche che ciascuno di essi le riconosca in egual modo agli altri. E questo indipendentemente dal fatto se gli vada a genio o meno quello che fa il suo vicino. Io posso tollerare solo quello che rifiuto ma che sono disposto a sopportare. Tolleranza non vuol dire che io abbia un atteggiamento positivo o anche indifferente verso un fenomeno o una persona: io posso anche combattere quello che tollero. Ma nonostante questo posso protestare quando questo venisse vietato.
Tollerare significa sopportare, e precisamente qualcosa che va contro le proprie convinzioni. Questo è possibile solo in una società che ammette il confronto fra diverse posizioni ed opinioni. La tolleranza necessita di un contrasto, di un dibattito fecondo. Chi non è disposto a tollerare che le sue convinzioni vengano messe in discussione non ha diritto a rivendicare alcuna tolleranza. A questo ha fatto riferimento Karl Popper quando, dopo l’esperienza del fascismo, rammentò l’inevitabile paradosso della tolleranza nella società: che non appena vengono tollerate persone intolleranti, o presto o tardi i tolleranti finiscono. Tolleranza senza limiti porta alla scomparsa della tolleranza. Perché l’intolleranza, per sua natura, tende a sopraffare la tolleranza e ad eliminarla.
La tolleranza non è una ricetta sicura per la pace sociale. Essa è altra cosa che il rispetto. Goethe nelle sue “Massime e riflessioni” scrisse che “La tolleranza, in vero, dovrebbe essere soltanto un modo transitorio. Essa deve portare all’accettazione. Sopportare vuol dire offendere”. Non è neppure un guanciale su cui poter riposare, ma richiede continua vigilanza, da entrambe le parti. La vera tolleranza non scaturisce da una società esitante e insicura, né dalla speranza in un mondo sano, ma da una obiettiva valutazione della realtà. Essa può portare al riconoscimento o al divieto di un gruppo politico o religioso. Chi auspica la fine della tolleranza è in errore. Con i tempi che corrono dobbiamo usare maggiormente la tolleranza che la sopportazione. Essa ci richiede che garantiamo e ci impegniamo per le nostre convinzioni e imponiamo le regole della convivenza. Una tolleranza male intesa è quella che crede che dobbiamo accettare tutto semplicemente perché è altro e straniero. Possiamo essere tolleranti solo fin dove siamo disposti a difendere le nostre posizioni. E sopportare vuol dire anche porre dei limiti.

Note
1^ Questa frase, spesso attribuita a Voltaire, in realtà è opera di Evelyn Beatrice Hall autrice britannica, sotto lo pseudonimo di "S. G. Tallentyre", di una biografia del filosofo intitolata The Friends of Voltaire.
2^ Dizionario Treccani alla voce corrispondente
3^ Ove non indicato diversamente, le informazioni contenute nella voce hanno come fonte Nunzio Angiolilli, Dall'intolleranza religiosa alla tolleranza
4^ Karl Popper, La società aperta e i suoi nemici, a cura di Dario Antiseri, traduzione di Renato Pavetto, Armando Editore, Roma, 1974
5^ A. Pincherle, "Intolleranza", Enciclopedia Italiana Treccani (1933)
6^ Franco Cardini, Intolleranza/tolleranza, Dizionario di storia Treccani (2011)
7^ Margherita Zizi, Tolleranza, Enciclopedia Italiana Treccani (2006)
8^ Stefano d'Ungheria, Esortazioni al figlio. Leggi e decreti, Città Nuova, Roma 2001, pag. 61.


https://it.wikipedia.org/wiki/Tolleranza

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