martedì 10 novembre 2015

AUTISMO ED HANDICAP GRAVE, 62 SCHEDE GRATUITE CON ATTIVITA' DIDATTICHE!




GIOVEDÌ 5 MARZO 2015


AUTISMO ED HANDICAP GRAVE, 62 SCHEDE GRATUITE CON ATTIVITA' DIDATTICHE!

Ecco a voi alcune schede di attività (complete di indicazioni ed esempi) per i concetti basilari, utili per la didattica con i bambini o ragazzi con handicap grave... provengono da un progetto sull'Autismo dell’Ufficio Scolastico Territoriale di Vicenza (UST) e dai Centri Territoriali per l’Integrazione (CTI) della provincia di Vicenza ed ospitato presso l’IPSSCT Almerico Da Schio di Vicenza.


http://biancosulnero.blogspot.it/2015/03/autismo-ed-handicap-grave-62-schede.html

lunedì 9 novembre 2015

Eadem mutata resurgo La locuzione latina Eadem Mutata Resurgo, tradotta letteralmente, significa Risorgo uguale eppure diversa. Questa frase è stata coniata da Jakob Bernoulli (1654-1705), membro di una famosa famiglia di matematici svizzeri, che la volle incisa anche sulla sua tomba a Basilea, in relazione ai suoi studi sulla spirale logaritmica. Tale curva è presente in molte manifestazioni della natura: esempi sono la conchiglia di Nautilus, la disposizione dei semi di girasole.

Eadem mutata resurgo
La locuzione latina Eadem Mutata Resurgo, 
tradotta letteralmente, significa Risorgo uguale eppure diversa.

Questa frase è stata coniata da Jakob Bernoulli (1654-1705), membro di una famosa famiglia di matematici svizzeri, che la volle incisa anche sulla sua tomba a Basilea, in relazione ai suoi studi sulla spirale logaritmica. Tale curva è presente in molte manifestazioni della natura: esempi sono la conchiglia di Nautilus, la disposizione dei semi di girasole.


Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

domenica 8 novembre 2015

Aristeo. I legni, il ferro, le pietre sono dissolti dal fuoco, e tutti sono ricondotti al loro stato primitivo. La medesima causa della generazione lo è anche della corruzione, benché in modi diversi

“I legni, il ferro, le pietre sono dissolti dal fuoco, e tutti sono ricondotti al loro stato primitivo. La medesima causa della generazione lo è anche della corruzione, benché in modi diversi”.
“Lettera di Aristeo a suo figlio sul Magistero Filosofico”

Von Hayek. La libertà è un prodotto della civiltà. È un’illusione pensare l’individuo della società primitiva come libero. Non c’era alcuna libertà naturale per un animale sociale, mentre la libertà è un prodotto della civiltà. L’individuo, nel gruppo, non aveva alcuna sfera riconosciuta di azione indipendente; anche il capo della banda poteva aspettarsi obbedienza, sostegno e comprensione dei suoi segnali solo per attività convenzionali. Fino a quando ciascuno deve rispettare un comune ordinamento di ruoli per tutte le necessità, ed è questo il sogno dell’odierno socialismo, non può esserci alcuna libera sperimentazione da parte dell’individuo

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Friedrich August von Hayek.
- La libertà è un prodotto della civiltà -
“ È un’illusione pensare l’individuo della società primitiva come libero. 
Non c’era alcuna libertà naturale per un animale sociale, mentre la libertà è un prodotto della civiltà. L’individuo, nel gruppo, non aveva alcuna sfera riconosciuta di azione indipendente; anche il capo della banda poteva aspettarsi obbedienza, sostegno e comprensione dei suoi segnali solo per attività convenzionali. Fino a quando ciascuno deve rispettare un comune ordinamento di ruoli per tutte le necessità, ed è questo il sogno dell’odierno socialismo, non può esserci alcuna libera sperimentazione da parte dell’individuo.”
FRIEDRICH AUGUST von HAYEK (1899 – 1992), “L’atavismo sulla giustizia sociale” (1976, da Id., “Nuovi studi di filosofia, politica, economia e storia delle idee”, traduzione di G. Minotti, a cura di E. Coccia, Armando, Roma 1988), in Id., “Conoscenza, competizione e libertà”, a cura e introduzione di Dario Antiseri e Lorenzo Infantino, Rubbettino, Soveria Mannelli (Catanzaro) 1988, 4. ‘Mercato, giustizia sociale e solidarietà’, 2., p. 161.



“ It is a delusion to think of the individual in primitive society as free. There was no natural liberty for a social animal, while freedom is an artifact of civilisation. The individual had in the group no recognised domain of independent action; even the head of the band could expect obedience, support and understanding of his signals only for conventional activities. So long as each must serve that common order of rank for all needs, which present-day socialists dream of, there can be no free experimentation by the individual.”
FRIEDRICH AUGUST von HAYEK, “New Studies in Philosophy, Politics, Economics and the History of Ideas”, Routledge & Kegan Paul, London 1990 (III ed., First published 1978), Part One ‘Philosophy’, Chapter 5 ʽThe Atavism of Social Justiceʼ (The 9ᵀᴴ «R. C. Mills Memorial Lecture» delivered at the University of Sydney on
6 October 1976), 2, p. 59.




giovedì 5 novembre 2015

Toynbee. Uno dei mali della civiltà: le guerre. Fin dall’alba della civiltà, l’istituzione principale dell’Uomo è stata rappresentata dagli stati – al plurale, appunto, non al singolare, perché a tutt’oggi non è mai esistito un unico stato che abbracciasse tutta intera una generazione di viventi su tutto il globo.


Arnold Joseph Toynbee.
- Uno dei mali della civiltà: le guerre -
“Fin dall’alba della civiltà, l’istituzione principale dell’Uomo è stata rappresentata dagli stati – al plurale, appunto, non al singolare, perché a tutt’oggi non è mai esistito un unico stato che abbracciasse tutta intera una generazione di viventi su tutto il globo. Si sono invece avuti sempre numerosi stati coesistenti l’uno accanto all’altro e, a differenza dei gruppi paleolitici e delle comunità di villaggio neolitiche, gli stati dell’era civile non sono rimasti isolati l’uno dall’altro, ma anzi si sono scontrati, e queste collisioni hanno portato alle guerre, uno dei mali della civiltà.”
ARNOLD JOSEPH TOYNBEE (1889 – 1975), “Il racconto dell’uomo” (1976), traduzione di Davide Bigalli, Garzanti, Milano 1992 (III ed., I ed. 1977), 82 ‘1973: uno sguardo retrospettivo’, p. 599.


“Since the dawn of civilization, Man’s master institution has been states — in the plural, not in the singular; for, to date, there has never been one single state embracing the whole living generation of mankind all round the globe. There has always been a multitude of states coexisting side by side, and, unlike the Palaeolithic bands and the Neolithic village-communities, the states of the Age of the Civilizations have not been insulated from each other; they have collided with each other, and their collisions have precipitated the wars that have been one of the maladies of civilization.”
ARNOLD JOSEPH TOYNBEE, “Mankind and Mother. A narrative History of the World”, Oxford University Press, New York and London 1976 (I ed.), Chapter [82] ‘A Retrospect in 1973’, p. 592.




mercoledì 4 novembre 2015

Chi è psicopatico fa più carriera. Robert Hare dice che la mancanza di empatia, lo spiccato egocentrismo, l'assenza di rimorso e di senso di colpa, l'uso strumentale degli altri rappresentano il costrutto della psicopatia. E Ronson ha scritto un interessante saggio su Psicopatici e Potere.





Chi è psicopatico fa più carriera. Robert Hare dice che la mancanza di empatia, lo spiccato egocentrismo, l'assenza di rimorso e di senso di colpa, l'uso strumentale degli altri rappresentano il costrutto della psicopatia. E Ronson ha scritto un interessante saggio su Psicopatici e Potere.
La Stampa, 23/04/2014 

Oswald Spengler. Le civiltà crescono in una magnifica assenza di fini. “Invece della squallida imagine di una storia mondiale lineare, cui ci si può tenere solo se si chiudono gli occhi dinanzi alla massa schiacciante dei fatti, io vedo una molteplicità di civiltà possenti [...]





Oswald Spengler.
Le civiltà crescono in una magnifica assenza di fini.
“Invece della squallida imagine di una storia mondiale lineare, cui ci si può tenere solo se si chiudono gli occhi dinanzi alla massa schiacciante dei fatti, io vedo una molteplicità di civiltà possenti, scaturite con una forza elementare dal grembo di un loro paesaggio materno, al quale ciascuna resta rigorosamente connessa in tutto il suo sviluppo: civiltà, che imprimono ciascuna la ‹propria› forma all’umanità, loro materia, e che hanno ciascuna una ‹propria› idea e delle ‹proprie› passioni, una ‹propria› vita, un proprio ‹volere› e sentire, una ‹propria› morte. Qui vi sono colori, luci, movimenti che nessun occhio spirituale ha ancora scorti. Vi è una giovinezza e una senilità nelle civiltà, nei popoli, nelle lingue, nelle verità, negli dèi, nei paesaggi — come vi sono querce e pini, fiori, rami e foglie giovani e vecchi: mentre una «umanità» al singolare che via via s’invecchi, non esiste. Ogni civiltà ha proprie, originali possibilità di espressione che germinano, si maturano, declinano e poi irrimediabilmente scompaiono. Esistono molte arti plastiche, pitture, matematiche, fisiche profondamente diverse nella loro essenza, ciascuna con una sua limitata via, ciascuna in sé conchiusa, come ogni specie vegetale ha i suoi fiori e i suoi frutti, il suo tipo di sviluppo e di deperimento. Queste civiltà, organismi viventi d’ordine superiore, crescono in una magnifica assenza di fini, come i fiori dei campi. Come le piante e gli animali, esse appartengono alla natura vivente di Goethe e non a quella morta di Newton. Nella storia mondiale io vedo un eterno formarsi e disfarsi, un meraviglioso apparire e scomparire di forme organiche. Invece lo storico di mestiere la concepisce quasi come una tenia che produce instancabilmente epoche su epoche.”
OSWALD SPENGLER (1880 – 1936), “Il tramonto dell’Occidente. Lineamenti di una morfologia della storia mondiale” (1918), traduzione di Julius Evola (1957, riveduta e integrata), a cura e introduzioni di Furio Jesi, Margherita Cottone e Rita Calabrese Conte, Longanesi, Milano 1981 (IV ed., I ed. 1975), Parte prima ‘Forma e realtà’, ‘Introduzione’, 7, pp. 40 – 41.


‟ Ich sehe statt des monotonen Bildes einer linienförmigen Weltgeschichte, das man nur aufrecht erhält, wenn man vor der überwiegenden Zahl der Tatsachen das Auge schließt, das Phänomen einer Vielzahl mächtiger Kulturen, die mit urweltlicher Kraft aus dem Schöße einer mütterlichen Landschaft, an die jede von ihnen im ganzen Verlauf ihres Daseins streng gebunden ist, aufblühen, von denen jede ihrem Stoff, dem Menschentum, ihre «eigne» Form aufprägt, von denen jede ihre «eigne» Idee, ihre «eignen» Leidenschaften, ihr «eignes» Leben, Wollen, Fühlen, ihren «eignen» Tod hat. Hier gibt es Farben, Lichter, Bewegungen, die noch kein geistiges Auge entdeckt hat. Es gibt aufblühende und alternde Kulturen, Völker, Sprachen, Wahrheiten, Götter, Landschaften, wie es junge und alte Eichen und Pinien, Blüten, Zweige, Blätter gibt, aber es gibt keine alternde «Menschheit». Jede Kultur hat ihre eignen Möglichkeiten des Ausdrucks, die erscheinen, reifen, verwelken und nie wiederkehren. Es gibt viele, im tiefsten Wesen völlig voneinander verschiedene Plastiken, Malereien, Mathematiken, Physiken, jede von begrenzter Lebensdauer, jede in sich selbst geschlossen, wie jede Pflanzenart ihre eignen Blüten und Früchte, ihren eignen Typus von Wachstum und Niedergang hat. Diese Kulturen, Lebewesen höchsten Ranges, wachsen in einer erhabenen Zwecklosigkeit auf, wie die Blumen auf dem Felde. Sie gehören, wie Pflanzen und Tiere, der lebendigen Natur Goethes, nicht der toten Natur Newtons an. Ich sehe in der Weltgeschichte das Bild einer ewigen Gestaltung und Umgestaltung, eines wunderbaren Werdens und Vergehens organischer Formen. Der zünftige Historiker aber sieht sie in der Gestalt eines Bandwurms, der unermüdlich Epochen «ansetzt».ˮ
OSWALD SPENGLER, ‟Der Untergang des Abendlandes. Umrisse einer Morphologie der Weltgeschichteˮ, Beck, München 1920, Erster Band ʽGestalt und Wirklichkeitʼ (erster Auflage Braumüller, Wien 1918), ʽEinleitungʼ, 7, S. 29.

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