sabato 5 settembre 2015

“Scuola senza zaino”, un progetto nato nel 2002 a Lucca che si sviluppa sulla scia della pedagogia montessoriana e punta a responsabilizzare gli alunni. Scuola senza zaino: biro e righelli sono in condivisione. E i libri restano in classe. Le verifiche? “Personalizzate”




“Scuola senza zaino”, un progetto nato nel 2002 a Lucca che si sviluppa sulla scia della pedagogia montessoriana e punta a responsabilizzare gli alunni.

Scuola senza zaino: biro e righelli sono in condivisione.
E i libri restano in classe. Le verifiche? “Personalizzate”


E' un progetto nato nel 2002 a Lucca, a cui finora hanno aderito 127 istituti della penisola, e da quest’anno se ne aggiungeranno altri 63 in Toscana. Si sviluppa sulla scia della della pedagogia montessoriana e punta a responsabilizzare gli alunni dove "il carico di lavoro dipende dai livelli di capacità"
di Chiara Daina | 5 settembre 2015


L’inizio della scuola è alle porte, molte famiglie fanno i conti con il rincaro dei prezzi della cartoleria, altre invece possono tirare un sospiro di sollievo perché nelle classi dei loro figli zaini e astucci non sono ammessi. Biro, matite, gomme, forbici, squadre e righelli sono in condivisione e a fine lezione quaderni e libri vengono sistemati negli scaffali all’ingresso dell’aula. La “scuola senza zaino” è un progetto nato nel 2002 a Lucca, a cui finora hanno aderito 127 istituti della penisola, e da quest’anno se ne aggiungeranno altri 63 in Toscana (la Regione con una delibera del 31 luglio ha previsto un finanziamento di 50mila euro all’anno fino al 2020).

Una scuola più leggera non solo ha una diversa organizzazione degli spazi, ma offre anche percorsi didattici personalizzati e allo stesso tempo abitua gli alunni a lavorare in gruppo. Prendiamo l’esempio della scuola primaria “Danilo Dolci” (all’interno dell’istituto “G. Mariti”, capofila del progetto) a Crespina, in provincia di Pisa. I vecchi banchi monoposto sono sostituiti da grandi tavoli quadrati con sei sedie intorno. I bambini ruotano una volta alla settimana. L’aula “a righe” è quella di italiano, storia e geografia. Quella “a quadretti” è riservata a matematica e scienze.

Come nei college anglosassoni, a trasferirsi da una stanza all’altra sono i bambini, non l’insegnante. Scordatevi poi le classiche aule, spoglie e anonime
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Come nei college anglosassoni, a trasferirsi da una stanza all’altra sono i bambini, non l’insegnante. Scordatevi poi le classiche aule, spoglie e anonime. Qui si respira tutt’altra atmosfera. A sei anni si sta come dentro un ufficio. C’è un angolo per l’informatica con due computer connessi al web. Un angolo “agorà” con una pedana e sopra dei cuscini morbidi disposti a semicerchio, dove i bambini si accomodano per leggere un libro, da soli o in gruppo, e durante le lezioni frontali.

“Non occorre che prendano appunti, devono imparare ad ascoltare e a fare domande” spiega Cristina Gasperini, la maestra di italiano. Un altro spazio è dedicato alle esercitazioni. “Qui il bambino ha a disposizione delle schede di autovalutazione sulle varie materie, per esercitarsi quando ha delle difficoltà”, continua la maestra. Appeso al muro c’è il “letturometro”, un pannello con la lista dei libri presenti nella piccola biblioteca di classe. “L’alunno colora il quadretto corrispondente al libro che ha letto. Alla fine dell’anno i primi cinque con più titoli accumulati vincono un premio”. Sempre alla parete, troviamo la mappa, un percorso a tappe del programma da imparare, che viene stesa con la partecipazione degli alunni. L’angolo scientifico è nell’aula a quadretti: qui si studiano piante, animaletti, pietre e si fanno esperimenti con le farine.

“L’alunno colora il quadretto corrispondente al libro che ha letto. Alla fine dell’anno i primi cinque con più titoli accumulati vincono un premio”
L’insegnamento non è standard, ma differenziato in base alle necessità e alle competenze del gruppo o del singolo. “Mentre spiego una lezione a un tavolo, quello accanto fa degli esercizi, il terzo magari disegna o legge. Non c’è una regola, il carico di lavoro dipende dai livelli di capacità”. Comprese le verifiche, personalizzate anche queste. “Il voto non c’è. Il bambino colora un semaforo sul foglio, blu è eccellente, verde è buono, arancione sufficiente, rosso insufficiente”. Un altro caposaldo della “scuola senza zaino” è la solidarietà e la collaborazione fra i compagni. Ogni tavolo nomina un capotavolo che ha il compito di fare l’appello, di fare il portavoce con l’insegnante e in mensa di servire il pranzo ai compagni. Per il materiale didattico ogni famiglia versa 30 euro all’anno. Saranno poi gli insegnanti a procurarlo presso i grossisti della zona. La spesa include anche una cartellina in pelle, sottile e leggera, con manico e bretelle. “Serve per portare i compiti a casa, una scheda, al massimo un quaderno, quando c’è bisogno” dice Gasperini.

L’idea della “scuola senza zaino” si sviluppa sulla scia della pedagogia montessoriana. A metterla in pratica è stato un team di nove insegnanti. Oggi si avvale di un gruppo di 40 formatori per i colleghi interessati a coltivare lo stesso metodo. Ma quanto costa una scuola così? “Un’aula attrezzata costa dai tre ai cinquemila euro” risponde Marco Orsi, il promotore del progetto, autore del libro “A scuola senza zaino. Il metodo del curricolo globale per una scuola comunità” (Erickson, 2006). “Lo zaino trasmette un senso di precarietà, non è un caso che sia stato inventato per gli alpinisti e i soldati per resistere in luoghi inospitali. A scuola invece il bambino deve sentirsi all’interno di una comunità, accogliente e in grado di renderlo autonomo e responsabile”.

“A scuola invece il bambino deve sentirsi all’interno di una comunità, accogliente e in grado di renderlo autonomo e responsabile”
Un’indagine di Ersilia Menesini e Giuliana Pinto, entrambe docenti di Psicologia dello sviluppo alla facoltà di Scienze della formazione dell’università di Firenze, condotta tra il 2008 e il 2009, ha messo a confronto 281 alunni di classi “senza zaino” e 295 alunni di classi normali. Il risultato è che i primi dimostrano di essere più indipendenti, più cooperativi e più empatici.

Il progetto coinvolge soprattutto le scuole primarie. Non mancano però gli esperimenti in quelle dell’infanzia. Alla “Santa Luce” (che fa sempre parte dell’Istituto “G. Mariti”) di Crespina, i bambini si danno regole di convivenza. Insieme decidono chi distribuisce la frutta a metà mattina, chi serve ai tavoli per pranzo, chi fa l’appello, chi compila il calendario, e quanti bimbi possono giocare a un gioco. “C’è un cartellone degli incarichi fissato al muro a cui corrispondono contrassegni di forma e colore diverso per ogni bambino” spiega la maestra Chiara Bertoni. “In bagno – aggiunge – ci vanno da soli. C’è un sistema di semafori, quando uno di loro si alza per andare a fare pipì attacca il bollo rosso, quando rientra quello verde”.

I bambini si danno regole di convivenza. Insieme decidono chi distribuisce la frutta a metà mattina, chi serve ai tavoli per pranzo, chi fa l’appello, chi compila il calendario, e quanti bimbi possono giocare a un gioco
La sala destinata al gioco libero è organizzata in aree diverse. C’è quella della casa, con la cucina, il tavolo da apparecchiare, i mobili, le stoviglie, l’acquario, uno specchio e abiti per il travestimento. C’è quella delle costruzioni, quella per la pasta sale, uno scaffale con i vassoi montessoriani (come mortaio, allacciature, ciotole con cucchiaio e semini da travasare) per affinare la motricità fine delle dita (utile per una corretta prensione della matita). In un altro scaffale, divisi per scompartimenti personali ci sono gli album da disegno e su un’altra mensola i cestini con pastelli, pennarelli, gomme e temperini in comune. Infine, l’angolo del piccolo scienziato, con lente d’ingrandimento, pinzette e contenitori vari. In ogni spazio gioco al massimo possono starci dai tre ai cinque bambini (il numero è stabilito da loro).

La prima attività la prenotano su un tabellone al mattino appena arrivano a scuola. Poi quando sono stanchi si scambiano tra di loro. “Di solito non litigano, tutti vogliono fare di tutto. Questa tecnica consente di avere più ordine, meno rumore, e una vita scolastica più fluida e serena per loro e per noi”, commenta la maestra. In un’altra aula invece ci sono tavoli da sei e un cerchio di panche per il momento dell’incontro. “Qui si fa l’appello, la colazione, lo spuntino, si cantano canzoni e si discute di cosa abbiamo visto in gita”.

La prima attività la prenotano su un tabellone al mattino appena arrivano a scuola. Poi quando sono stanchi si scambiano tra di loro. “Di solito non litigano, tutti vogliono fare di tutto”
I ragazzi più grandi fanno più fatica a separarsi dai loro zaini. Così alla secondaria di primo grado “Ersilio Cozzi” (dell’Istituto “G. Mariti”) è stata trovata un’alternativa: gli studenti entrano con lo zaino in spalla ma appena mettono piede in aula lo svuotano. Lorenzo Brogi, il professore di lettere, ci racconta cosa accade: “Ognuno di loro dispone di un proprio cassetto dove infila libri e quaderni, li può lasciare lì senza portarli per forza a casa. Astucci e diario sono personali. La classe – prosegue – è distribuita a isole di banchi da quattro posti. I ragazzi ruotano una volta al mese, i gruppi sono eterogenei. Quando c’è la verifica separo i banchi e li metto in fila”.

Ogni gruppo elegge un referente per appello e comunicazioni con l’insegnante. Tutti insieme nominano ogni due mesi due rappresentanti, un “sorvegliante” (per il cambio d’ora) e uno “spazzino”, che ha il compito di avvisare i compagni quando la classe è sporca. “Cinque minuti prima della fine di una lezione fanno il cambio di materiale per l’ora successiva, così al suono della campanella stanno seduti, si evita il caos nei corridoi e perdite di tempo. Le lezioni, almeno le mie – conclude il prof. – al 40 per cento sono frontali, il resto le faccio ai tavoli in momenti diversi. Affido molti lavori di gruppo. La capacità di cooperazione e il senso di responsabilità pesano parecchio nella pagella”.


http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/09/05/scuola-senza-zaino-biro-e-righelli-sono-in-condivisione-e-i-libri-restano-in-classe-le-verifiche-personalizzate/2005529/




Sono sempre stata favorevole ad un "armadietto" personale per gli studenti e per la semplificazione del carico dei materiali didattici. Se si svuota lo zaino di uno studente e si mette da parte tutto ciò che necessariamente non serve, almeno il 30% del contenuto può starsene a casa.




Quando andavo alle elementari avevamo tutta la cancelleria in comune. Funzionava a meraviglia. Alla terza volta che arrivavi tardi e ti capitava la penna masticata, smettevi di masticare penne anche tu.



nella scuola di mi figlia e' da sempre cosi' e i bambini hanno grande rispetto delle cose comuni perche' nel corso el primo anno hanno capito che se non trattano bene matite, gomme e pennarelli, la lezione seguente dovranno arrangiarsi con quello che ne rimane.



Sicuramente alla condivisione dei materiali deve seguire la cooperazione, la condivisione di intenti e di intelletti, all'interno di un ambiente formativo in cui si respira empatia e rispetto , accompagnati possibilmente da qualche bella risata e tecnologie a portata di mano.Gli ingredienti sono molti , ma chi questa innovazione la sta sperimentando sa che è un buon inizio.

stile anglosassone appunto... in Inghilterra il principio è che la scuola non deve costare ai genitori, altrimenti non sarebbe un diritto garantito a tutti gli studenti alla stessa maniera. Nella scuola secondaria, al massino ti porti una penna e un calcolatore, piu' ti compri una divisa economica che usi tutto l'anno. Tutto il resto (ed è tantissimo! ce la sognamo noi la tecnologia e le risorse che hanno in una scuola pubblica di Londra) è fornito dalla scuola. Pubblica appunto, nel vero significato del termine.



all'estero lo fanno da sempre. Quando venni in Italia mi stupii di vedere i bambini trascinare pesanti cartelle quando avrebbero portato le stesse cose l'indomani. Tutto viene lasciato nel cassetto del proprio banco e nessuno tocca le cose degli altri. Ci sono poi materiali di condivisione perchè li passa l'istituto (che è pubblico) I bambini vanno a scuola con la scatola del "lunch" (il pranzo) perchè stanno a scuola fino il primo pomeriggio, niente compiti. E le vacanze? Non durano 3 mesi come qui in Italia che poi tornado a scuola, dopo tre mesi senza allenamento, i bambini possono aver dimenticato quello che hanno imparato. Le vacanze sono spezzate in 4 differenti periodi dell'anno (perchè si va a scuola da Gennaio a Dicembre) e normalmente durano circa 2 settimane per periodo in tutto si fanno circa due mesi di vacanza all'anno.


Si parla di bambini delle elementari, al massimo faranno qualche esercizio su qualche scheda, mica devono imparare la chimica organica... alle elementari la maestra si matematica i libri non ce li faceva nemmeno comprare, e facevamo i compiti su schede che potevamo richiedere noi, se non le volevi niente compiti


La maestra può tranquillamente assegnare dei compiti che gli alunni dovranno svolgere da soli (senza l'aiuto del libro), e che ovviamente si basano su quanto è stato spiegato in classe! Ancora si vuol pensare che, la scuola che funziona, è quella fatta da insegnanti che ti fanno acquistare libri e libroni (che poi manco si utilizzano tutti, per cui sono soldi inutili), che ti pesano sulle spalle e caratterizzata, al rientro a casa, da una marea di compiti per il giorno dopo ? Io ho avuto insegnanti così alle elementari e alle medie e dico: "no, grazie". Tra l'altro basta vedere ai numerosi caproni di oggi per rendersi conto che non è in questo modo che si ottengono buoni o ottimi risultati! I bambini non sono delle zucche vuote da dover riempire con nozionismi e paginette di storia imparate a memoria! Ma per favore! Ben venga un metodo simile! E, come ha detto qualcuno, eliminiamo pure i compiti per le vacanze!
 Io ci credo molto, perchè anni ed anni di scuola dell'obbligo sono stati per me uno stress! Nient'altro che stress e stanchezza fisica e mentale! La scuola italiana è quella che ti dice: "la storia è questa, la geografia è questa, la grammatica italiana è questa, devi imparare e stare zitto". Come ho detto prima, i bambini non sono zucche vuote da dover riempire e basta! Ai bambini bisogna infondere innanzitutto curiosità e passione per tutto, vanno anche responsabilizzati, bisogna farli lavorare molto in gruppo per far sì che imparino a socializzare e collaborare con gli altri. E' importante uno spazio dedicato all'uso del pc, così come uno spazio di sola lettura! I bambini non devono leggere solo i libri che gli insegnanti dicono di acquistare, cosa sbagliatissima! Infondere curiosità ed amore per la lettura è fondamentale, così come andrebbe potenziato l'insegnamento dell'inglese! La scuola non deve dare solo nozioni, la scuola deve dare tutto ed essere educativa..anche un'educazione civica, stradale, e già dalla seconda, terza media dare ai bambini un'educazione sessuale e parlare dei danni causati dalla droga e dall'alcool. Tutte cose che non si fanno ed è un male, perchè a ciò non vi provvede neppure la famiglia! Ormai la scuola, soprattutto con le attuali classi di 40 alunni, altro non è che un pollaio o uno zoo dove inserire scimmioni e pervertiti.. purtroppo abituati agli smartphone regalati alla Prima Comunione, i bambini usano internet senza alcun controllo, ecco perchè una educazione sessuale data già a partire dalla prima media è importante! E invece no, tutto questo non c'è! L'importante è sapere con quali nazioni confina l'Italia e chi erano i fenici! -.-


La scuola dell'Infanzia lo fa da sempre.



Io negli anni 90 andavo a scuola in Rep Ceca esattamente così, me lo ricordo, era bellissimo!!!! 
Poi nel 98 sono arrivata qui, in una classe italiana....desolazione e tristezza totale.




I genitori Italiani non peermetteranno ai loro figli di lasciare in classe penne, temperini, diari, etc etc firmati, vuoi mettere mio figlio ha lo zaino di...... e i poveri bambini per la stupida vanità dei genitori si caricano come muli.



Non è una gran novità, gia negli anni settanta a Catania fu sperimentato qualcosa di simile. non portavi a casa nulla tutto rimaneva a scuola, e non c'erano compiti da fare a casa (la Scuola era la Leonardo Grassi...ed io la frequentai appunto in quegli anni, durante le lezioni si facevano lavori di gruppo, addirittura ci arrivavano diversi quotidiani, e insieme confrontavamo le varie notizie, un gruppo si occupava di cronaca un'altro di politica ecc. ecc.






Gestire una classe strutturata in questo modo è sicuramente più complesso e difficile. La classe di mia figlia è organizzata con quattro grandi banchi con 5-6 bambini ognuno, e spesso con attività diverse in contemporanea; è piena di materiale e ogni angolo ha funzioni diverse.
Aspetto fondamentale è la preparazione e la motivazione degli insegnanti e di tutto lo staff.
In questo la politica degli ultimi decenni, da Berlinguer alla Gelmini, passando per la Moratti ed ora con la renziana Giannini ...ci ha aiutato moooolto.
A loro piacerebbe un popolo di ignoranti ..ed in parte ci stanno riuscendo.



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L'idea alla base dello spostamento e' l'attrezzatura: 
se devo sostenere un'ora di scienze, la logica vuole che mi sposti in un'aula attrezzata per le scienze, non che le attrezzature vengano spostate in aula al momento, perdendo diversi minuti di lezione (oltre che a limitare le possibilità degli esperimenti, non potendo spostare piu' di tanto).


Questa tipologia di scuola è un esempio, forse non generalizzabile, in cui la preoccupazione è posta sulla persona dello studente, che ricerca la sua adesione basandosi sui suoi interessi che l'ambiente coordinato dagli insegnanti stimola. Mi pare molto diversa da quella scuola che vede l'alunno come contenitore di richieste della società di ogni tipo.

EVVIVA, FINALMENTE!!!!! è tempo che la si finisse con la scuola stile luogo addomesticamento al servizio del sistema in danno dell'espressione piena dell'individuo (indivisibile) all'insegna della vera educazione (educere o maieutica) come Socrate, Melanie Klein e Montessori hanno insegnato.

Una bella notizia! Negli USA e in altri Paesi, gli armadietti esistono da 50 anni!!!! 
Il "metodo Montessori" ,del quale possiamo solo esserne fieri, è applicato in Finlandia (e pochissimo da noi grazie al min. Berlinguer) che è reputata nazione migliore per insegnamento in Europa. Meditate...............

Dai Test internazionali OCSE - PISA degli ultimi 10 anni, nei quali la Finlandia si posiziona 1° al livello europeo e l'Italia 20°




Caspar David Friedrich. Nel suo dipinto più noto: “Monaco in riva al mare”, considerato vero e proprio manifesto del romanticismo, Friedrich va a mettere in discussione il rapporto uomo natura, in linea con il nuovo sentimento del sublime. L'uomo si rende conto della sua piccolezza quando si mette a confronto con l'infinito. L'artista dà più spazio alla natura che all'uomo, segno dell'infinitezza della natura e della piccolezza e l'isolamento dell'uomo



241 anni fa oggi nasceva a Greifswald il pittore tedesco Caspar David Friedrich. 
Sulla scorta di una premessa filosofica che vedeva la natura la manifestazione del divino, in Germania ebbe particolare sviluppo la pittura di paesaggio, in cui emerse la figura di Friedrich stesso; egli fu artista che si formò a livello accademico a Copenaghen, per poi trasferirsi a Dresda. Nel suo dipinto più noto: “Monaco in riva al mare”, considerato vero e proprio manifesto del romanticismo, Friedrich va a mettere in discussione il rapporto uomo natura, in linea con il nuovo sentimento del sublime.
L'uomo si rende conto della sua piccolezza quando si mette a confronto con l'infinito. L'artista dà più spazio alla natura che all'uomo, segno dell'infinitezza della natura e della piccolezza e l'isolamento dell'uomo. La linea dell'orizzonte non è marcata, in maniera tale da simboleggiare l'infinito. Quest'opera va a sottolineare come la natura diventa l'espressione per portare avanti le sue teorie romantiche. La figura umana qui non è più il soggetto principale; emerge il senso della precarietà della vita umana.
L'innovazione portata avanti da Friedrich si realizzò in chiave paesaggistica: 
Friedrich intendeva far evolvere la concezione classica di paesaggio, inteso solo come scenario bello da vedere, aggiungendovi un istante di sublime, una riunione con il sé spirituale attraverso la contemplazione della natura. L'artista fu un personaggio chiave per trasformare il paesaggio, sino ad allora un fondale sottomesso al dramma umano, in un argomento delicato autosufficiente: non a caso, i dipinti di Friedrich includono spesso una Rückenfigur, ovvero una persona vista di spalle, assorta nella contemplazione della veduta. L'osservatore, quindi, si identifica nella Rückenfigur, il che significa assimilare il potenziale sublime della natura, che con il pennello di Friedrich diventa pieno di ideali romantici.
E' il caso di "Donna al tramonto del sole" e "Viandante sul mare di nebbia", Friedrich dimostra di essere molto attento a momenti di luce, non privilegia la luce zenitale ma l'alba, il tramonto o il notturno, momenti del giorno dove la luce è alterata e può celare una sensazione di sublime.




Sergio Atzeni. Passavamo sulla terra leggeri. Cominciavo a intuire che la storia narrata era la storia delle donne e degli uomini che hanno vissuto prima di noi nell'isola dei danzatori, madri e padri forse a noi simili per dolcezza e sorrisi o per la follia che non sappiamo dove nasca

« Passavamo sulla terra leggeri come acqua, disse Antonio Setzu, come acqua che scorre, salta, giù dalla conca piena della fonte, scivola e serpeggia fra muschi e felci, fino alle radici delle sughere e dei mandorli o scende scivolando sulle pietre, per i monti e i colli fino al piano, dai torrenti al fiume, a farsi lenta verso le paludi e il mare, chiamata in vapore dal sole a diventare nube dominata dai venti e pioggia benedetta. A parte la follia di ucciderci l'un l'altro per motivi irrilevanti, eravamo felici. »
Sergio Atzeni, Passavamo sulla terra leggeri.



Atzeni racconta al lettore tante piccole storie che attribuisce all'azione millenaria dei Custodi del tempo, epici sacerdoti della memoria secolare.

Incipit.
Non sapevo nulla della vita. Antonio Setzu raccontò la storia e quel che seppi era troppo, era pesante, immaginarlo e pensarlo mi metteva paura dell’uomo, del mondo e della morte.
Dimenticai per trentaquattro anni. Ora ricordo, parola per parola.
Nella lingua fra i fiumi. Cento e cento case di canne, paglia e fango. L’alta zicura di limo e tronchi al limite dell’acqua, trecentotrentatré scalini per arrivare all’altare dove pulsava il cuore del capro, leggevamo la parola, interrogavamo il cielo e pronunciavamo oracoli.
Nulla è tanto ordinato e perfetto quanto immotivato e misterioso come il cielo e la volta stellata che studiavamo ogni notte immersi in calcoli sulle distanze, le orbite, i cicli.
Distoglievamo il popolo dalle false certezze. Il numero spiega e aggiunge mistero, come la memoria.
Il contadino chiedeva: «Avremo un buon raccolto, quest’anno?». Sapendo la casualità della pioggia e del secco, le stagioni consuete e le infinite varianti, rispondevamo: «Oltre i fiumi, in terre non lontane, la notte incombe a mezzogiorno, forse sono nuvole di pioggia, forse nugoli di cavallette».
Era difficile sbagliare. Il pastore chiedeva: «Quanti agnelli venderò per la festa della luna nel mese delle mandorle aspre?». Conoscendo il mistero della generazione e quello del gelo rispondevamo:
«Il cuore della terra è nero, forse gli agnelli saranno quanti le pecore, forse meno, forse nessuno. Quanti sono i tuoi montoni?». Chiedendo numeri educavamo a contare. Il mercante chiedeva: «Nella stagione del risveglio il barbaro giungerà a depredare o il re guiderà i guerrieri a depredare il barbaro?».
Rispondevamo: «Chi può leggere nella mente del re? Glorioso è il destino del guerriero, felice il destino del mercante. Ma non tutti i mercanti arrivano a vecchiaia». Era difficile sbagliare. Il ricco figlio del padrone di capre chiedeva: «Il guerriero accetterà, per dare in moglie la bella figlia, tredici capre pregne e tre cavalle o invece riterrà offensiva l’offerta e vorrà spaccarmi il cuore innamorato con una pietra levigata?». Era difficile sbagliare: «Chi non tenta non rischia. Chi non tenta non ottiene».





 [...]  Sellerio aveva pubblicato il suo romanzo d’esordio, Apologo del giudice bandito (1986), che racconta di un processo alle locuste che avevano invaso l’isola nel 1492. [...] era uscito, sempre per Sellerio, Il figlio di Bakunìn (1991), ambientato a Carbonia negli anni del fascismo e, per Mondadori, nel gennaio del 1995, Il quinto passo è l’addio. Poco dopo la sua morte Mondadori ha pubblicato l’ultimo manoscritto che Atzeni aveva mandato al suo editor Antonio Franchini: Passavamo sulla terra leggeri, storia della Sardegna dai primi uomini che l’hanno abitata fino al momento in cui “i sardi riconoscevano il dominio straniero”, cioè fino a quando l’isola passa alla corona di Aragona, considerato “il giorno della perdita della libertà sulla nostra terra”. Passavamo sulla terra leggeri racconta la storia dell’isola dei “s’ard, che nell’antica lingua significa danzatori delle stelle”. La storia dell’isola in cui vivevamo, che, in quegli anni, sembrava molto lontana dal mondo, dalla storia e dalle storie importanti. [...] Atzeni è morto in quello stesso 1995; era il 6 settembre, mancavano pochi giorni ancora e i giorni d’estate in Sardegna sarebbero finiti, sarebbe tornato a Torino. La immagino calda e grigia, quella giornata, il vento forte, esattamente come questa.

Immagino lui nel mezzo di questa stessa mia inquietudine all’idea di ripartire, pensando alla vita divisa, che non è più altrove, né qui, ma ovunque. Il mare era mosso, un’onda più alta delle altre, più grande e forte, l’ha inghiottito, più indietro stavano gli amici, la donna che amava. Era sull’isola di San Pietro, a sudovest dell’isola di Sardegna.

"Trecento falchi femmina lasciarono i nidi e volarono fino all’isola di roccia dinanzi alla costa del meridione occidentale, lungo il viaggio cantarono un lungo canto che soltanto chi capiva la lingua dei falchi comprese, giunti alle Colonne si lasciarono cadere in mare come pietre e morirono affogati. Da allora i falchi custodiscono quel luogo, lo reputano sacro”. (Passavamo sulla terra leggeri)

Si definiva “sardo, italiano, europeo”, mischiava le lingue come in quegli anni ancora in Italia non si usava e come già invece facevano gli scrittori postcoloniali, cioè quelli che scrivevano in contesti linguistici segnati dalla compresenza di una lingua locale e di una lingua imparata da un altro popolo che aveva dominato la loro terra. Come Patrick Chamoiseau, creolo delle isole caraibiche, che Atzeni traduceva.

Da tutte le sue storie emerge l’immagine, inedita e rivoluzionaria, di una Sardegna meticcia, lontana da ogni idea di purezza identitaria e linguistica, in cui il mare è frontiera che crea INCONTRI e non confine che separa, che isola.

"Dimenticavamo le distanza fra le stelle e comprendevamo d’essere al centro di un mare che si faceva di giorno in giorno più popolato. Non potevamo fermare il ciclo dell’uomo, nessuno può fermarlo. Dovevamo incontrare gli altri uomini, per crescere. L’incontro ha un costo, pagarlo è inevitabile”. (Passavamo sulla terra leggeri)


http://www.internazionale.it/weekend/2015/09/20/sergio-atzeni-sardegna


[...] I passi che seguono mostrano con quale prospettiva Atzeni abbia ricreato sulla pagina quella che riconosceva come la sua nazione, la Sardegna, sulla cui storia verte ossessivamente tutta la sua scrittura; dai “S’Ard” della mitizzata preistoria nuragica, “leggeri” tra paesaggi edenici e violenza fratricida (disamistade) (a), ai loro discendenti, rappresentati ai nostri giorni come l’esito di un’ininterrotta filiera di innesti etnici (b) (c):

(a) “Passavamo sulla terra leggeri come acqua, disse Antonio Setzu, come acqua che scorre, salta, giù dalla conca piena della fonte, scivola e serpeggia fra muschi e felci, fino alle radici delle sughere e dei mandorli o scende scivolando sulle pietre, per i monti e i colli fino al piano, dai torrenti al fiume, a farsi lenta verso le paludi e il mare, chiamata in vapore dal sole a diventare nube dominate dai venti e pioggia benedetta. A parte la follia di ucciderci l’un l’altro per motivi irrilevanti, eravamo felici.”
(Passavamo sulla terra leggeri [1996], Ilisso, 2000, p.8);

(b) “[…] scoprendo di essere di stirpe ebrea marrana, oltre che sarda e genovese con sfumature arabe e catalane, ho immaginato che il sangue degli antichi erranti perseguitati vivesse in me facendomi apparire la diversità dagli altri come abituale e perciò non spaventandomi della solitudine che ne veniva, di rado mitigata da amici sempre esclusi dalla comunità perché diversi: scemi, figli di donne non sposate e di bagassa, istrangios e eversori.” (Passavamo, p.46)

(c) “La nave bianca si allontana e dietro un dente alto e bianco di calcare sparisce l’antica fortezza vedetta dei Fenici, l’avamposto d’Europa al respiro dell’Africa e d’Oriente alle porte d’Occidente, popolato da una scura genia parente di Annibale, adocchiato da predoni scalzi, battuto da tutti i venti, abitato da tutti i profumi e i fetori e da ogni genere d’ingegno e vizio e da qualche virtù, come ovunque siano uomini. Ruggero conosce i venti, i profumi, i predoni. Si crede principe di antica stirpe, è figlio di un fabbro e di una bruscia, è ignobile e folle come un muflone.”
(Il quinto passo è l’addio [1995], Ilisso, 2001, p.73).


Sergio Atzeni è stato il cantore di una Sardegna che, alle soglie del terzo millennio, si scopre isola esposta ai venti e agli approdi, luogo di aggregazioni multietniche, quasi a contraddire, oltre alle  l’opposizione posta a suo tempo da Lucien Febvre tra una Sicilia isola-crocevia e una Sardegna isola-fortezza (La terre et l’évolution humaine, 1922), una visione stereotipica ben radicata nel sentire comune, locale e nazionale. La sua Sardegna è invece crocevia di popoli e culture, segnata nell’impossibilità manifesta di rifiutare l’incontro-scontro con gli altri. È il credo di cui si fa portavoce il narratore e custode della memoria locale di Passavamo sulla terra leggeri, Antonio Setzu, nel raccontare l’inizio dei mille anni di dominazione romana sull’isola:

“Dimenticavamo le distanze fra le stelle e comprendevamo d’essere al centro di un mare che si faceva di giorno in giorno più popolato. Non potevamo fermare il ciclo dell’uomo, nessuno può fermarlo. Dovevamo incontrare gli altri uomini, per crescere. L’incontro ha un costo, pagarlo è inevitabile”. (Passavamo, p.78).


[...] Fu scoperto come narratore da Elvira Sellerio, alla quale aveva inviato alla cieca il manoscritto di un breve romanzo storico sulle lotte di potere nella Cagliari di fine Quattrocento, accolto con il titolo Apologo del giudice bandito nella raffinata collana “La memoria” (1986), e continuò a lavorare con l’editrice palermitana per il secondo romanzo, Il figlio di Bakunìn, che attraversa per scorci la storia del Novecento dal punto di vista dei minatori del Sulcis-Iglesiente (1991). Quando nel 1995 l’amaro romanzo generazionale Il quinto passo è l’addio andò alle stampe nella collana “Scrittori italiani” di Mondadori, il nome di Atzeni circolava ormai tra i lettori più attenti. L’ultima estate, prima di lasciare Torino per le vacanze in Sardegna, aveva inviato a Segrate il dattiloscritto del romanzo epico Passavamo sulla terra leggeri (1996), e aveva scritto alla Sellerio di aver terminato un racconto che le avrebbe spedito al rientro, a settembre: è Bellas mariposas,  il monologo tutto d’un fiato di una dodicenne di periferia, che narra in un personalissimo italiano regionale e gergale una memorabile giornata estiva (1996).

[...] Per chi l’ha conosciuto leggendone i libri, il ritratto di Atzeni sfuma in quello dell’alter ego Ruggero Gunale, protagonista de Il quinto passo è l’addio. È l’immagine di un trentacinquenne disilluso, sconfitto nella lotta di amore e odio con la città che infine abbandona, e che ricorda senza ripiegamenti intimistici né nostalgie i “passi” della sua esistenza. Un rappresentante della generazione che ha creduto di cambiare il mondo e ne è stata invece cambiata, la cui storia è quella degli “sbandati, i fuori dal mondo che rifiutavano sia la guerriglia urbana che il ritorno nei ranghi, i figli dei fiori, i poeti, i rimbambiti, i pazzi, gli spaventati dalla velocità della storia e della tecnica e dall’assoluta assenza di guidatore, e quelli […] che non sapevano che fare di se stessi e cercavano motivi per vivere, rimasugli di una generazione che ha tentato di cambiare il mondo perché sapeva che fa schifo, ma non sapeva che lo schifo ha costruito in millenni strutture solidissime di resistenza, le ha costruite con piramidi di sacrificati, le ha costruite anche nelle nostre anime” (Il quinto passo, p.189).

[...] Nessuno aveva elevato a poesia l’indolenza del cagliaritano, il gusto cittadino della beffa, l’ironia, la battuta pronta. Né dato dignità letteraria alla città come “alveare di voci” (Passavamo, p.97), in cui, contro le tentazioni puriste, si intrecciano italiano standard, regionale e popolare, parlata locale, gerghi, slang, altre varietà del sardo, dialetti, lingue straniere, lasciando così risuonare la pluralità vitale di quel mondo. Atzeni esalta l’apertura della città sul mare e la sua storia di accoglienza e commistione con i non-isolani come simbolo di un nuovo modello identitario sardo, dinamico e non statico, aperto e non difensivo, inclusivo e non esclusivo. Ambientazione privilegiata ma non unica – le si affiancano il Sulcis, la Barbagia, la Marmilla, Arbarè – Cagliari, porto di mare, luogo di incroci multietnici, “non è che confine fra l’isola e il mondo” (Periferia, quel luogo senza memoria, 1986, in Scritti giornalistici, p.292). [...]

Eppure la Kar Ale – Cagliè – Cagliari – Kasteddu atzeniana non è una quinta scenografica di bellezza e armonia. La città è esplorata nella sua topografia sociale tutt’altro che pacificata, e in specie nelle contrapposizioni tra centro e periferie. Come nella Cagliè quattrocentesca il Castello dei nobili spagnoli si oppone ai quartieri popolari, così nel Novecento i palazzi borghesi si chiudono ai gaggi e grezzi di periferia, secondo un processo di esclusione simboleggiato dalle barriere, ben sorvegliate, che fino ai primi anni Ottanta isolano la roccaforte dell’alta borghesia, lo stabilimento balneare del Lido, dal resto della spiaggia cittadina (Il quinto passo, pp.179-193). In più occasioni lo scrittore ribadì la propria appartenenza, ideologica più che effettiva, alla periferia dei quartieri di Is Mirrionis, San Michele, Sant’Arennera. A Is Mirrionis abitò da bambino, in una casa popolare, ci bazzicò da ragazzo, e da quegli ambienti trasse ispirazione per alcune scene de Il quinto passo e per Bellas mariposas, nella consapevolezza che si può essere universali solo a partire da ciò che si conosce e si vive. Quando la mariposa Cate mette in pausa il monologo e si rivolge direttamente a chi trascriverà la storia, qualificandolo come “unu barabba de Santu Mikeli” (p.117) [...]


http://www.leparoleelecose.it/?p=7524



“Cominciavo a intuire che la storia narrata era la storia delle donne e degli uomini che hanno vissuto prima di noi nell'isola dei danzatori, madri e padri forse a noi simili per dolcezza e sorrisi o per la follia che non sappiamo dove nasca."
Sergio Atzeni, Passavamo sulla terra leggeri, Ilisso, 2003, p. 85


Passavamo sulla terra leggeri come acqua, come acqua che scorre, salta, giù dalla conca piena della fonte, scivola e serpeggia fra muschi e felci, fino alle radici delle sughere e dei mandorli o scende scivolando sulle pietre, per i monti e i colli fino al piano, dai torrenti al fiume, a farsi lenta verso le paludi e il mare,chiamata in vapore dal sole a diventare nube dominata dai venti e pioggia benedetta.
A parte la follia di ucciderci l'un l'altro per motivi irrilevanti, eravamo felici.
Le piane e le paludi erano fertili, i monti ricchi di pascolo e fonti.
Il cibo non mancava neppure negli anni di carestia.
Facevamo un vino colore del sangue, dolce al palato e portatore di sogni allegri.
Nel settimo giorno del mese del vento che piega le querce incontravamo tutte le genti attorno alla fonte sacra e per sette giorni e sette notti mangiavamo, bevevamo, cantavamo e danzavamo in onore di Is.
Cantare, suonare, danzare, coltivare, raccogliere, mungere, intagliare, fondere, uccidere, morire,cantare, suonare, danzare era la nostra vita.
Eravamo felici,a parte la follia di ucciderci l'un l'altro per motivi irrilevanti.
Sergio Atzeni, Passavamo sulla terra leggeri, Ilisso, 2003

Passavamo sulla terra leggeri...non lasciavamo altre tracce che i nuraghi e le navi di bronzo.

Il 6 settembre 1995, scomparve tragicamente Sergio Atzeni.

"Il cibo non mancava neppure negli anni di carestia.
Facevamo un vino colore del sangue, dolce al palato e portatore di sogni allegri.
Nel settimo giorno del mese del vento che piega le querce incontravamo tutte le genti attorno alla fonte sacra e per sette giorni e sette notti mangiavamo, bevevamo, cantavamo e danzavamo in onore di Is... [...]



“Cantavamo, morivamo, danzavamo di padre in figlio, crescendo di numero e di esperienza dell'isola. Eravamo felici.
(pag. 64)”
Sergio Atzeni, Passavamo sulla terra leggeri


“Chiamavamo noi stessi s'ard, che nell'antica lingua significa danzatori delle stelle.
[...]
Non lasciavamo altre tracce che i nuraghe, le navi di bronzo di Urel di Mu e i piccoli uomini cornuti, guardiani dell'isola, che molti fecero imitando Mir. Nessuno sapeva leggere e scrivere. Passavamo sulla terra leggeri come acqua.
(pag. 65)”
Sergio Atzeni, Passavamo sulla terra leggeri


“Mille anni di guerra, disse Antonio Setzu. Questo furono per noi i romani, mille anni di guerra. Non quotidiana, per fortuna. Con pause anche lunghe di pace.
(pag. 97)”
Sergio Atzeni, Passavamo sulla terra leggeri


“Se esiste una parola per dire i sentimenti dei Sardi nei millenni di isolamento tra nuraghe e bronzetti forse è felicità. Passavamo sulla terra leggeri come acqua, come acqua che scorre, salta, giù dalla conca piena della fonte, scivola e serpeggia tra muschi e felci, fino alle radici delle sughere e dei mandorli o scende scivolando sulle pietre, per i monti e i colli fino al piano, dai torrenti al fiume, a farsi lenti verso le paludi e il mare, chiamata in vapore dal sole a diventare nube dominata dai venti e pioggia benedetta” (p. 24).

**

Dai mitici S'ard, “danzatori delle stelle” orientali, sino alla sconfitta per mano d'Aragona (1409): tutta la leggenda e la storia del nobile popolo sardo nelle parole di un artista grande e sfortunato come Atzeni, raccontate – nella finzione letteraria – da un bambino cresciuto tenendo tutto in memoria, per trentaquattro anni, erede dei segreti del custode del tempo Antonio Setzu. Sono pagine giocate per brevi frammenti, singhiozzi, bozzetti; epiche e spezzettate, rapsodiche ed elegiache al contempo. Si parte dalle più remote profondità del tempo. Dai giorni in cui un misterioso popolo, esule dalla sua patria, approdò nell'isola che per sempre lo avrebbe ospitato. Ventuno sopravvivemmo, canta Atzeni, “e dovemmo imparare a coltivare i frutti e le erbe, a catturare e mungere le pecore e le capre. (…) Non dimenticammo i numeri. Confondemmo le distanze, forse. La conoscenza si fermò. Smettemmo d'essere sacerdoti” (p. 16). E da quei ventuno la popolazione crebbe sin quando non furono ventuno i villaggi, e per “ogni gente le altre venti erano estranee o nemiche” (p. 16).

“Eravamo gente alta e stando nell'isola siamo diventati piccoli perché tutto trapiantato nelle isole di questo mare diventa più piccolo, più scuro, più gustoso? O gente piccola già in origine? Piccoli di statura, scuri di pelle, abituati a pensare, ragionare, contare, mai concordi fra noi. Così siamo tuttora, fatti salvi gli imbecilli che non mancano e nessuna legge potrà mai limitare” (p. 14).

E quando, moltiplicandosi in numero e valore, le genti dei villaggi si massacravano almeno una volta l'anno, il saggio Umur disse: “Meglio sarebbe avere meno guerrieri e più pastori” (p. 23). Cantare, suonare – scrive Atzeni – coltivare, raccogliere, mungere, intagliare, fondere, uccidere, morire, cantare, suonare danzare era la loro vita. Vennero i Fenici, parlavano una lingua amica e chiedevano cooperazione: ne derivò amicizia. I nuovi ospiti non volevano guerre, erano pochi e la ricchezza era la loro unica passione; fondarono un villaggio, Kar Ale, e prosperarono.

Nel Nord dell'isola – e nella Corsica, che si giurava fosse disabitata – vennero gli Etruschi, in fuga dai Romani. Come i Fenici, portarono nuovi dèi. Ma assieme, portarono l'angoscia e la paura per l'avvento degli aggressivi Figli della Lupa; già Puni e Liguri li avevano messi in guardia. Invano. I Romani conquistarono Karale, fecero tanti schiavi e massacrarono donne e bambini. “Mille anni di guerra, disse Antonio Setzu. Questo furono per noi i Romani. Mille anni di guerra” (p. 52). Non quotidiana. I Sardi furono sul punto di vincerli.

“Apparve Amsicora. Vagava per i villaggi. Diceva di essere della gente di Mu e cresciuto a Roma, per questo aveva nome Romano. Diceva che era il momento di attaccare Karale per espugnarla (…). Tre genti lo raggiunsero” (p. 52). Qualcuno pensava fosse un impostore. Venne comunque sconfitto.

Venne Uomo, ribattezzato Lucifero da qualcuno a Roma, per insegnare la storia di Gesù; e da allora i Sardi si riconobbero nella sua parola. Sempre combatterono contro il morbo nero, la malaria, che falciava la popolazione di Karale.

“Dobbiamo la sopravvivenza in libertà a tutti i barbari che trovi nei libri di storia: goti, burgundi, celti, germani, unni, vandali e tutti i popoli che attaccarono l'impero prima mettendolo in ginocchio poi atterrandolo e infine distruggendolo, dando fine alla nostra guerra millenaria. Facemmo la nostra parte non cedendo il cuore dell'isola” (p. 81).

Romani e Bizantini maledivano le febbri di Karale e le incursioni dei briganti: gli storici savoiardi cercarono di sporcare la storia.

“Tentavano di spezzare il filo che lega la sovranità dei sardi alla terra dei sardi; volevano dimostrare che quella sovranità era stata perduta più e più volte, fin da epoche antichissime; volevano dimostrare ch'eravamo 'terra dell'impero', era l'unico elemento che giustificasse, secondo una distorta concezione del diritto, l'usurpazione savoiarda del titolo di re di Sardegna” (p. 90).

Sostiene Atzeni che tutto finisca con l'avvento degli Aragonesi, quando Karale diventa Caglié, e quando scompare la civiltà fondata sui giudici; da quel momento in avanti, l'indipendenza sarda si colora di un'autonomia che suona come servitù, o si tinge di sconfitta. L'orgoglio e la storia non mutano, e la speranza di restituire linfa e senso alla perduta leggenda del popolo dei danzatori delle stelle non conosce termine.

**
Ultimo romanzo di Sergio Atzeni, concluso nell'agosto del 1995, una manciata di giorni prima della morte dell'artista nel mare dell'isola di San Pietro, “Passavamo sulla terra leggeri” è un congedo doloroso, e toccante: un lascito testamentario di uno scrittore intenso, lirico e massimalista, dedicato e rivolto a tutti gli intellettuali e i letterati isolani, e ai letterati patrioti di tutte le nazioni. Nella mia biblioteca capitolina, andrà idealmente ad affiancare Cambosu (“Miele amaro”) e l'Iliade e l'Odissea in limba sarda. Onore al popolo sardo, e ai suoi poeti. Onore a chi ha combattuto per millenni per rivendicare e ribadire la propria dignità, la propria identità, la propria essenza. Niente è avvenuto invano.


EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Sergio Atzeni (Capoterra, 1952 – Isola di S. Pietro, 1995), scrittore sardo.
Sergio Atzeni, “Passavamo sulla terra leggeri”, Ilisso, Nuoro, 2003. Collana “Scrittori di Sardegna”, 7. Nota introduttiva di Giovanna Cerina.
Prima edizione: Mondadori, 1996.




Sergio Atzeni, Passavamo sulla terra leggeri
Come un antico aedo, Atzeni regala al lettore una miriade di microstorie che immagina tramandate oralmente dai Custodi del tempo: la storia si mescola al racconto epico, al mito, alla leggenda, per narrare di un popolo antico, i S’ard, “danzatori delle stelle” provenienti dall’Oriente, e approdati in un’isola bellissima, senza nome. Come per magia emerge da una preistoria remotissima il mistero delle origini; si anima la lunga resistenza agli invasori, cui seguono fasi storiche più vicine nel tempo, fino al tramonto della civiltà dei giudici, che segna la fine della libertà. Entro questa trama si svolge “la storia delle donne e degli uomini che hanno vissuto prima di noi nell’isola dei danzatori”. Il titolo evoca, in forma di idillio, l’utopia di un Eden perduto: “Passavamo sulla terra leggeri come acqua … come acqua che scorre, salta, giù dalla conca piena della fonte, scivola e serpeggia fra muschi e felci, fino alle radici delle sughere e dei mandorli”. Una singolare e irrinunciabile esperienza di lettura.
http://www.ilisso.it/prodotto/passavamo-sulla-terra-leggeri-2/


"Passavamo sulla terra leggeri è un romanzo di Sergio Atzeni, pubblicato postumo nel 1996, considerata la sua opera più importante e letta.
È una rievocazione romanzata della storia della Sardegna, resa in forma di resoconto mnemonico orale. Dai tempi lontani in cui dei fuggiaschi arrivarono sull'isola da una non precisata terra a oriente, sino alla sconfitta nella battaglia di Sanluri del 1409, combattuta dal Regno di Arborea, ultimo giudicato superstite, contro i catalano-aragonesi. I protagonisti, veri, inventati o trasformati (fra cui la figura di Mariano che diventa una capra zoppa danzante) detengono il filo della memoria collettiva detenuto dai "Custodi del Tempo". Il penultimo di questi (Antonio Setzu ovvero Antonio il vecchio) è appunto la principale voce narrante del romanzo, colui che racconta in una casa di un paesino chiamato Morgongiori l'intera storia al nuovo custode.

La narrazione miscela riferimenti alla geografia e alla storia dell'isola sovrapposti a un racconto mitico e storicamente non accurato. Ad esempio la cosiddetta "lingua degli antichi" viene reinventata da Atzeni senza l'utilizzo di strumenti etimologici ma solo come invenzione letteraria. La stessa parola s'ard è tradotta come danzatori di stelle.

A poco tempo della pubblicazione, il romanzo è diventato un riferimento culturale letterario e identitario della Sardegna contemporanea".
https://it.wikipedia.org/wiki/Passavamo_sulla_terra_leggeri





«Non so definire la parola felicità. Ovvero: non so che sia la felicità. Credo di avere sperimentato momenti di gioia intensa, da battermi i pugni sul petto, al sole, alla pioggia o al coperto, urlando (a volte vorrei farlo e non si può, sarebbe giudicato segno di disturbo mentale) o da credere di camminare sulle nuvole o da sentire l’anima farsi leggera e volare alta fino a Dio (è capitato di rado). È la felicità? Così breve? Così poca?
[…] Passavamo sulla terra leggeri come acqua, […] come acqua che scorre, salta, giù dalla conca piena della fonte, scivola e serpeggia fra muschi e felci, fino alle radici delle sughere e dei mandorli o scende scivolando sulle pietre, per i monti e i colli fino al piano, dai torrenti al fiume, a farsi lenta verso le paludi e il mare, chiamata in vapore dal sole a diventare nube dominata dai venti e pioggia benedetta. A parte la follia di ucciderci l’un l’altro per motivi irrilevanti, eravamo felici. Le piane e le paludi erano fertili, i monti ricchi di pascolo e fonti. Il cibo non mancava neppurenegli anni di carestia. Facevamo un vino colore del sangue, dolce al palato e portatore di sogni allegri. Nel settimo giorno del mese del vento che piega le querce incontravamo tutte le genti attorno alla fonte sacra e per sette giorni e sette notti mangiavamo, bevevamo, cantavamo e danzavamo in onore di Is. Cantare, suonare, danzare, coltivare, raccogliere, mungere, intagliare, fondere, uccidere, morire, cantare, suonare, danzare era la nostra vita. Eravamo felici, a parte la follia di ucciderci l’un l’altro per motivi irrilevanti. […]
Il destino è segnato? […]
Si poteva uccidere e morire anche senza odio. Per potere bere prima alla fonte. Per una parola interpretata come insulto. Per desiderio spasmodico di un cavallo altrui. Per scommessa. Per caso. Per errore. A quel tempo uccidere e morire non era una tragedia per nessuno eccetto i familiari dell’ucciso che cercavano vendetta. Il fratello di Eloi uccise Umur. Il padre di Umur uccise il padre di Eloi. Il fratello di Eloi uccise il padre di Umur. Il fratello di Umur uccise il fratello di Eloi. Quattro morti in trent’anni. La vendetta non era immediata ma segnata. Chiunque appartenesse alla famiglia di Umur o alla famiglia di Eloi per qualunque vincolo di parentela era segnato dalla vendetta. Sapeva che poteva morire ucciso, sapeva che poteva diventare assassino. Dopo trent’anni i padri del villaggio andarono da Usir, il giudice, gli raccontarono la vicenda. Il giudice convocò i maiores delle famiglie di Umur e di Eloi. Nessuno seppe quel che disse, nel cerchio sacro di Is, nel cavo del monte. Ma da quel momento le due famiglie parvero unite da vincolo di fratellanza. Cantavamo, morivamo, danzavamo di padre in figlio, crescendo di numero e di esperienza dell’isola. Eravamo felici. Chiamavamo noi stessi s’ard, che nell’antica lingua significa danzatori delle stelle. […]

A settentrione dell’isola, sulla costa d’oriente, in un territorio dove non sorgeva nessuno dei nostri villaggi, sbarcarono cento e cento etruschi che fuggivano una potenza di cui da tempo si sentiva pronunciare il nome: i romani. Accogliemmo gli scampati e donammo la terra dov’erano sbarcati. Erano lascivi come i fenici e adoravano un dio dei morti bello come il sole, un dio di fattezze umane che aveva ucciso il padre, aveva copulato con la madre e era stato sbranato in una grotta da otto lupi divini. Sulla costa a settentrione dell’isola, a occidente, in un territorio dove non sorgeva nessuno dei nostri villaggi, sbarcarono cento e cento liguri che fuggivano i romani. Li accogliemmo, donammo quella terra. Adoravano un dio di fattezze umane, un dio uccisore che guidando i guerrieri alla conquista di un regno era stato ucciso dai figli e sbranato. Eravamo incuriositi dal proliferare di dèi ma nessuno ci pareva più grande e saggio del dio tramandato dagli antichi, il creatore che parla nel cielo notturno. Dimenticavamo le distanze fra le stelle e comprendevamo d’essere al centro di un mare che si faceva di giorno in giorno più popolato. Non potevamo fermare il ciclo dell’uomo, nessunopuò fermarlo. Dovevamo incontrare gli altri uomini, per crescere. L’incontro ha un costo, pagarlo è inevitabile. […]
I romani erano famosi da molto prima che potessimo vederne uno in carne e ossa. Ne parlavano gli etruschi, i liguri,i punici. Gli etruschi cominciavano a attraversare l’isola da un capo all’altro comprando formaggio e sale che portavano a settentrione per caricarli su grosse barche e trasbordarli in Corsica dov’erano fuggiti altri di quella gente. Viaggiando, comprando, vendendo, navigando, pregavano notte e giorno cinquecento dèi di evitare un nuovo incontro coi figli del lupo. La Corsica la conoscevamo, avremmo dovuto essere ciechi per non vederla. Per raggiungerla avremmo dovuto attraversare il mare. L’avevamo guardata con curiosità, non aveva mostrato segni di vita umana. Eravamo pochi e quasi tutti lungo la costa occidentale, attorno a Mu e Ar, fra le paludi e il piede dei monti. Prima di immaginare di popolare la Corsica dovevamo popolare la terra dei danzatori. I liguri si mescolarono alle genti di montagna accettando i nostri riti. Alla parola “romano” spergiuravano, urlavano, sputavano, ringhiavano, piangevano. I punici battevano l’isola in cerca di volontari per le guerre e spiegavano che i romani erano uomini come gli altri anche se ottimi guerrieri, non dèi, non lupi armati. Li si poteva uccidere, erano necessari uccisori. Avevamo paura dei romani. Eravamo curiosi di vederne qualcuno. […]

Mille anni di guerra. Questo furono per noi i romani, mille anni di guerra. Due volte giungemmo a un passo dalla morte della libertà. La prima cento anni dopo la comparsa a Karale dei rapati figli della lupa. Urur di Ar diceva: «I romani nel piano all’aperto sono invincibili. Troppo numerosi, bene armati, abili a combatteren e cavalcare. Ma nella foresta e sul monte le centurie devono sciogliersi, se vogliono proseguire. I soldati devono avanzare uno a uno, aprendosi il passo a fatica. Dobbiamo apparire dal nulla, in silenzio. Uccidere e sparire. I romani devono guardare con paura ogni gola, ogni valle, ogni letto di torrente, temendo l’agguato. I villaggi di pianura sono sguarniti quando i romani sono impegnati in guerre oltremare. I maiores balentes a cavalcare e combattere faranno bardanas per razziare quanto serve a sfamare le genti: grano, farina, vino, vitelli, pecore, capre, maiali, conigli, galline, cavalli. Quel che i romani possiedono è frutto della terra dei danzatori». Alle parole Urur fece seguire i fatti. Scelse trecento cavalieri e li guidò, mentre i cartaginesi tenevano impegnati i romani. Saccheggiò trenta villaggi e inviò sulle montagne cento e cento carri di viveri. Arrivò alle porte di Karale. «Non è difficile» disse. «Lo rifaremo». […]
Mille anni di guerra. Questo furono per noi i romani, mille anni di guerra.Non quotidiana, per fortuna. Con pause anche lunghe di pace. […]

Visto l’esito dell’impresa, gli episcopi e lo stratega decisero di trattare coi barbari. L’episcopo più giovane, Antioco, accompagnato da cento cavalieri disarmati, si presentò alla porta di Arbaré e la trovò aperta. «Questo territorio è dell’impero» disse l’episcopo. «La terra su cui hai i piedi» rispose la judikissa «appartiene alla nostra gente da molto prima che Roma nascessee sarà nostra anche quando Roma sarà morta». «Roma è morta» disse Antioco. «Anche la nuova Roma morirà, prima o poi». «Sei cristiana?». «Sono cristiana». «Devi obbedienza al tuo episcopo». «Tu non sei il mio episcopo». «Voi non avete episcopi» disse Antioco «e non avete una città perché questo è soltanto un villaggio anche se fortificato, non avete un re o un principe, appartenete all’imperatore. Siete barbari sulle terre dell’imperatore». «Le terre dell’impero su quest’isola» rispose Aleni «cominciano lontane da questa città. Questa città e i monti, le paludi di settentrione e gli altopiani ci appartengono da prima che il primo imperatore nascesse e ci apparterranno anche quando l’ultimo imperatore morirà. Se fossi un cattivo ospite potrei ucciderti». «Quando tu morirai che sarà della tua gente?» chiese Antioco. «Avranno un giudice». «Tuo figlio?». «No». «Chi?». «Indicherò all’assemblea dei maiores un nome. Più di cinquanta dovranno sceglierlo perché sia il nome del giudice». «Se tu ti dicessi convertita al cristianesimo potrei decidere di restare a Karale, non ho nessun desiderio di tornare nella città di Costantino, e potrei vivere in pace con voi» disse Antioco. «Gli uomini dell’impero non dovranno mettere piede sulle terre dei giudici» rispose Aleni. «D’accordo». «Sarai il mio episcopo». Tornato a Karale l’episcopo Antioco comunicò all’impero che i barbari macarroni si erano convertiti e chiese uomini per costruire difese contro i barbari perché anche se convertiti non smettevano d’essere barbari. […]

Ora sei custode del tempo, disse Antonio Setzu e soggiunse a bassa voce: come coloro che ti hanno preceduto dovrai rimanere cristiano senza discussioni e rispettare leleggi che ci siamo dati nella notte del tempo e abbiamo scritto e modificato durante i giudicati di Mariano e Eleonora. Più malvagi saranno i tempi più l’adesione all’antica legge parrà ribellione o sedizione. Potrai aggiungere spiegazioni nuove dei fatti antichi narrati nella storia che ti è affidata e raccontare avvenimenti memorabili del trentennio della tua custodia, purché con chiarezza e concisione. Noi custodi del tempo, dal giorno della perdita della libertà sulla nostra terra, abbiamo preferito finire la storia a questo punto ».

Sergio Atzeni (Capoterra 1952 – Isola di S. Pietro 1995)
Passavamo sulla terra leggeri, Milano, Mondadori, 1996.
https://caterinasolang.wordpress.com/2014/03/04/passavamo-sulla-terra-leggeri/




antonella mossa (25-10-2007):
Pura poesia. Scelto per caso,ho tentennato prima di leggerlo perchè pensavo fosse triste..ho visto nascere la Sardegna sotto imiei occhi,la sua gente che è la mia gente,le foreste il mare. I riti e le danze. E' stato bello ritrovare il nome antico della mia città in queste pagine, ripercorrerne vicoli e strade in un viaggio a ritroso nel tempo.Bellisssimo libro,dipinto usando le parole come una meravigliosa tavolozza di colori.

mercoledì 2 settembre 2015

Michael Cunningham. Una casa alla fine del mondo. Aveva su di me l'effetto di una musica. Mi entrava nel cervello. Non solo facevo quello che lei voleva, ma arrivavo a perdere di vista il punto dove finivano i miei desideri e cominciavano i suoi.

Aveva su di me l'effetto di una musica. Mi entrava nel cervello.
Non solo facevo quello che lei voleva,
ma arrivavo a perdere di vista il punto dove finivano i miei desideri e cominciavano i suoi.
Michael Cunningham, Una casa alla fine del mondo

martedì 1 settembre 2015

Il referente dsa d'istituto: tutto quello che c'è da sapere su questa figura.

Il referente dsa d'istituto: tutto quello che c'è da sapere su questa figura.

Il referente di istituto per i DSA  di Capuano, Storace e Ventriglia

Chi è il referente di istituto? 
Quale immagine ci rimanda la descrizione che ne viene fatta dalla normativa?

Le Linee guida per il diritto allo studio degli alunni e degli studenti con disturbi specifici di apprendimento, allegate al Decreto Ministeriale n. 5669 del 12 luglio 2011, al punto 6.3, delineano in modo preciso la figura del referente di istituto: 

“Le funzioni del “referente” sono, in sintesi, riferibili all’ambito della sensibilizzazione ed approfondimento delle tematiche, nonché del supporto ai colleghi direttamente coinvolti nell’applicazione didattica delle proposte. Il referente che avrà acquisito una formazione adeguata e specifica sulle tematiche, a seguito di corsi formalizzati o in base a percorsi di formazione personali e/o alla propria pratica esperienziale/didattica, diventa punto di riferimento all’interno della scuola ed, in particolare, assume, nei confronti del Collegio dei docenti, le seguenti funzioni: 

- fornisce informazioni circa le disposizioni normative vigenti; 
- fornisce indicazioni di base su strumenti compensativi e misure dispensative al fine di realizzare un intervento didattico il più possibile adeguato e personalizzato; 
- collabora, ove richiesto, alla elaborazione di strategie volte al superamento dei problemi nella classe con alunni con DSA; 
- offre supporto ai colleghi riguardo a specifici materiali didattici e di valutazione; 
- cura la dotazione bibliografica e di sussidi all’interno dell’Istituto; 
- diffonde e pubblicizza le iniziative di formazione specifica o di aggiornamento;
http://specialmente.loescher.it/il-referente-di-istituto-per-i-dsa-di-capuano-storace-e-ventriglia.n3673;


BES.
Il referente di istituto per i DSA
di A. Capuano, F. Storace, L. Ventriglia


Chi è il referente di istituto? 
Quale immagine ci rimanda la descrizione che ne viene fatta dalla normativa?

Le Linee guida per il diritto allo studio degli alunni e degli studenti con disturbi specifici di apprendimento, allegate al Decreto Ministeriale n. 5669 del 12 luglio 2011, al punto 6.3, delineano in
modo preciso la figura del referente di istituto:

“Le funzioni del “referente” sono, in sintesi, riferibili all’ambito della sensibilizzazione ed approfondimento
delle tematiche, nonché del supporto ai colleghi direttamente coinvolti nell’applicazione didattica delle
proposte.
Il referente che avrà acquisito una formazione adeguata e specifica sulle tematiche, a seguito di corsi
formalizzati o in base a percorsi di formazione personali e/o alla propria pratica esperienziale/didattica,
diventa punto di riferimento all’interno della scuola ed, in particolare, assume, nei confronti del Collegio dei docenti, le seguenti funzioni:

 fornisce informazioni circa le disposizioni normative vigenti;
 fornisce indicazioni di base su strumenti compensativi e misure dispensative al fine di realizzare un
intervento didattico il più possibile adeguato e personalizzato;
 collabora, ove richiesto, alla elaborazione di strategie volte al superamento dei problemi nella classe
con alunni con DSA;
 offre supporto ai colleghi riguardo a specifici materiali didattici e di valutazione;
 cura la dotazione bibliografica e di sussidi all’interno dell’Istituto;
 diffonde e pubblicizza le iniziative di formazione specifica o di aggiornamento; 
 fornisce informazioni riguardo alle Associazioni/Enti/Istituzioni/Università ai quali poter fare
riferimento per le tematiche in oggetto;
 fornisce informazioni riguardo a siti o piattaforme on line per la condivisione di buone pratiche in
tema di DSA;
 funge da mediatore tra colleghi, famiglie, studenti (se maggiorenni), operatori dei servizi sanitari,
EE.LL. ed agenzie formative accreditate nel territorio;
 informa eventuali supplenti in servizio nelle classi con alunni con DSA. (Linee guida allegate al DM
5669/2011, pag. 23)

In conclusione il referente DSA di una istituzione scolastica deve possedere competenze multiple di tipo organizzativo, gestionale, relazionale, psicologiche, didattiche, legislative, che richiedono una formazione adeguata e continua, per rispondere in modo responsabile alla complessità dei compiti che gli sono affidati.
In particolare le competenze relazionali implicano una capacità di dialogo sia con le varie componenti dell’istituzione educativa, quali docenti, genitori, altre funzioni strumentali, dirigente scolastico e personale amministrativo, sia con le realtà territoriali e locali rappresentate da enti, associazioni, specialisti.

La figura del referente gioca, ad esempio, un ruolo di primaria importanza nella gestione dei rapporti tra i docenti ed i genitori degli alunni con DSA; in questi casi egli può proporsi come mediatore a supporto di una corretta lettura dei bisogni degli alunni evitando il verificarsi di ostacoli comunicativi che metterebbero a rischio il benessere dei ragazzi e genererebbero perdita di fiducia nei confronti dell’istituzione stessa. A volte capita, infatti, che i docenti non recepiscano in maniera corretta le direttive della normativa vigente soprattutto in merito alle metodologie didattiche, agli strumenti compensativi e alle misure dispensative, ai criteri di verifica e valutazione. In tal caso è opportuno che il referente, non si limiti a fornire informazioni e indicazioni sulle disposizioni normative, magari pubblicando sul sito della scuola circolari o inviando attraverso mail materiale di lettura, ma animi situazioni di dibattito su tematiche emergenti relative alla corretta gestione dei DSA al fine di realizzare un intervento didattico sempre più efficace ed adeguato. 

Che cosa fa un referente per i DSA?
Analizzando alcuni POF* abbiamo cercato di individuare le azioni progettuali che stanno realizzando i referenti per i DSA di alcune istituzioni scolastiche del territorio nazionale. 
I loro progetti focalizzano l’attenzione soprattutto intorno allo sviluppo di questi obiettivi:

 Programmare azioni di osservazione sistematica, di indagine e di rilevazione, in risposta alla richiesta della Legge 170/2010 sulla necessità della individuazione precoce di indicatori di difficoltà nelle abilità di lettura e scrittura riconducibili a rischio di DSA. A questo proposito utilizzano Griglie di osservazione con indicatori specifici e promuovono il continuo monitoraggio degli interventi. 

(Capuano, Storace, Ventriglia Identificazione degli alunni con DSA: competenza osservativa dei docenti, in http://specialmente.loescher.it/)

 Coordinare interventi didattici educativi di potenziamento per gli alunni a rischio di DSA.
Anche questa competenza è affidata alla scuola che organizza al suo interno laboratori linguistico-fonologici nelle prime classi di frequenza (scuola dell’infanzia, scuola primaria), oppure corsi di recupero delle abilità di lettura, scrittura e calcolo (scuola secondaria).

 Progettare e coordinare interventi educativi e didattici volti all’acquisizione di competenze compensative. A tal fine molte istituzioni scolastiche propongono laboratori informatici per l’acquisizione di competenze compensative tecnologiche. Altrettanto significativi sono i laboratori sul metodo di studio che, per essere efficaci, vanno rivolti a gruppi eterogenei di alunni, non solo agli studenti con diagnosi di DSA. Tutte queste attività rispondono alle richieste della Legge 170/2010. Sia il Decreto ministeriale che le Linee Guida allegate, infatti, specificano che l’uso degli strumenti compensativi, soprattutto se tecnologici, va adeguatamente sostenuto dalla scuola. In particolare nel Decreto n. 5669 del 2011 (art. 4, comma 4) si legge: “Le Istituzioni scolastiche assicurano l’impiego degli opportuni strumenti compensativi, curando particolarmente l’acquisizione, da parte dell’alunno e dello studente, con DSA delle competenze per un efficiente utilizzo degli stessi”. E’ indispensabile, infatti, che le istituzioni scolastiche attivino un accompagnamento educativo che comporti una fase di insegnamento all’uso degli strumenti compensativi e porti all’acquisizione di idonee competenze.

 Progettare e coordinare interventi psico-pedagogici di educazione alla resilienza* volti al rinforzo dell’autostima.
 Pianificare modalità efficaci di accoglienza e documentazione. È sicuramente rassicurante una scuola che presenta nel suo POF un protocollo di accoglienza per i genitori e gli studenti con DSA. Nel passaggio tra segmenti scolastici diversi le famiglie si sentono disorientate e cercano sicurezza nelle istituzioni preparate ad accogliere e valorizzare le diversità. A tal fine molte scuole organizzano al loro interno, sotto la guida del referente, sportelli di ascolto e consulenza indirizzati a famiglie, studenti, docenti. Nella stessa ottica vengono strutturati anche protocolli di accoglienza che promuovono azioni di
sinergia scuola-famiglia.
In alcune scuole primarie, ad esempio, annualmente si organizza un incontro con tutti i genitori dei bambini che frequenteranno le future classi prime per illustrare quali siano i processi implicati nell’apprendimento strumentale della scrittura e lettura e per parlare dell’esistenza di situazioni riconducibili alla tematica dei DSA; nelle scuole secondarie di primo e di secondo grado, nelle giornate dedicate agli Open days, quando le scuole si aprono al territorio, il referente ha un’occasione importante di illustrare quali siano le azioni programmate dall’istituzione scolastica per l’inclusione degli alunni con DSA.

Sollecitare la predisposizione dei Piani Didattici Personalizzati*, attraverso la divulgazione di questionari osservativi. (Capuano, Storace, Ventriglia, BES e DSA. La scuola di qualità per tutti, Libri Liberi, 2013, pagg.147-152) 

Tali strumenti, che hanno lo scopo di favorire la raccolta di informazioni utili alla stesura e al monitoraggio del PDP, sono indispensabili perché permettono di trasporre sul piano operativo e concreto le richieste della normativa riguardo al raccordo scuola-famiglia. L’obiettivo è quello di rendere efficace la stesura del PDP che deve essere un piano, una progettazione di azioni metodologiche e
didattiche, condiviso con la famiglia e non un mero atto burocratico. 

 Proporre momenti di aggiornamento professionale della comunità educante in linea con quanto espresso nelle Linee guida: “L’insegnante referente per i DSA può svolgere un ruolo importante di raccordo e di continuità riguardo all’aggiornamento professionale per i colleghi.
(Linee guida allegate al DM 5669/2011, pag. 28) La progettazione di percorsi formativi soprattutto se proposti in continuità con ordini diversi di scuola ha una funzione importante per un ripensamento delle pratiche didattiche in un’ottica curricolare verticale ed orizzontale. La necessità di operare attraverso metodologie e strategie didattiche sempre più inclusive ha come obiettivo la creazione di ambienti di apprendimento in cui ciascuno studente sia posto nella situazione ottimale per apprendere. In alcune realtà si sono organizzati percorsi di approfondimento e riflessione pedagogica sui contenuti delle stesse
Linee guida 2011 e si sono costituiti gruppi disciplinari di ricerca-azione nel campo della
didattica e della valutazione. Reti di scuole organizzano corsi di formazione sul tema
“Apprendimento della lettura e scrittura: dai prerequisiti alle fasi di acquisizione”. La struttura
dei corsi intende favorire la diffusione di modelli neuropsicologici ed evolutivi relativi
all’acquisizione strumentale della lettura e scrittura, realizzando un raccordo tra ricerca
teorica e contesti di insegnamento. Negli anni questa formazione ha determinato
un’aumentata competenza professionale dei docenti ed ha comportato un cambiamento
nelle pratiche didattiche, favorendo l’individuazione di quei bambini che si mostrano
“resistenti al cambiamento” nonostante interventi didattici qualificati. In questo modo si
riconducono, il più possibile, le difficoltà di apprendimento nell’ambito della scuola,
riducendo il numero di consulenze da parte del Servizi Sanitari su “falsi positivi”, in modo
che gli stessi specialisti possano concentrare l’azione riabilitativa su chi ne ha veramente
bisogno. Importanti sono, poi, le iniziative rivolte alla formazione degli insegnanti delle
scuole di ogni ordine e grado sull’utilizzo nella didattica per tutta la classe degli
organizzatori grafici della conoscenza, in particolare delle mappe concettuali e mentali
come strumenti per generare apprendimento significativo. Ciò in linea con quanto
espresso nelle Linee guida 2011 che affermano: “la didattica personalizzata si sostanzia
attraverso l’impiego di una varietà di metodologie e strategie didattiche, tali da promuovere le
potenzialità e il successo formativo in ogni alunno: l’uso dei mediatori didattici (schemi, mappe
concettuali, etc.), l’attenzione agli stili di apprendimento, la calibrazione degli interventi sulla base
dei livelli raggiunti, nell’ottica di promuovere un apprendimento significativo”. (Linee guida
allegate al DM 5669/2011, pag. 7) Solo se oggetto di didattica esplicita per tutta la classe,
come anche ribadito nelle Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del
primo ciclo d’istruzione, e non relegate a poche situazioni (DSA e BES), le mappe diventano
un elemento di inclusione didattica, e non di esclusività e di conseguenza di esclusione. La
ricaduta di una formazione del corpo docenti che vada in questa direzione è chiarissima
quando si analizzano le risposte offerte da quei ragazzi che nella didattica quotidiana fanno
esperienza continua con mappe mentali e concettuali, che le costruiscono attivando
processi metacognitivi di rielaborazione personale delle conoscenze assimilate, utilizzandole
come strumento di lavoro, come prodotto di percorsi didattici progettati all’interno di un
ambiente di apprendimento significativo. A questo proposito si riporta quanto è emerso in
una nostra indagine, eseguita in una scuola secondaria di secondo grado, alla domanda: «Per
che cosa ringraziereste i vostri docenti?», uno studente con dislessia ha risposto: «Grazie, per
avere capito che le mappe non servono solo a me, ma a tutti! Ci avete insegnato a costruirle insieme
in classe e sono diventate ottimi strumenti di studio». (Capuano, Storace, Ventriglia, Viaggio nel
testo… orientarsi con le mappe. Percorsi didattici inclusivi, Libri Liberi, 2014, pagg. 95-101)
 Programmare attività di informazione rivolta agli studenti. In alcuni POF leggiamo che
sono programmati ad ogni inizio di anno scolastico, anche con momenti di cineforum, di
dibattito e di intervento di studenti ed ex studenti con DSA, incontri plenari con tutti gli
alunni nuovi iscritti per sensibilizzarli alla tematica della dislessia. In quest’ambito la figura
del referente assume grande importanza nel prevenire atteggiamenti di rinuncia e di
demotivazione da parte degli alunni con DSA e il rischio di stigmatizzazione. Sappiamo
tutti, infatti, quanto peso in termini di ricaduta psicologica negativa possa avere il giudizio
dei compagni di classe che considerano l’utilizzo degli strumenti compensativi e delle
misure dispensative come incomprensibili facilitazioni concesse all’alunno con DSA.
Un’adeguata informazione, invece, ha come obiettivo la creazione di un clima di classe
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accogliente all’interno del quale “sia possibile praticare una gestione inclusiva della stessa,
tenendo conto degli specifici bisogni educativi degli alunni e studenti con DSA”. (Linee guida
allegate al DM 5669/2011, p. 21) In più il supporto tra pari e dei pari è un importante fattore
di crescita della capacità di resilienza.

Criticità: mancata formalizzazione della figura di referente per i DSA
“Per la realizzazione degli obiettivi previsti e programmati, il Dirigente scolastico potrà avvalersi della
collaborazione di un docente (referente o funzione strumentale) con compiti di informazione,
consulenza e coordinamento. I Dirigenti scolastici potranno farsi promotori di iniziative rivolte alle famiglie
di alunni e studenti con DSA, promuovendo e organizzando, presso le istituzioni scolastiche - anche con
l’ausilio dell’Amministrazione centrale e degli UU.SS.RR. - seminari e brevi corsi informativi. La nomina del
referente di Istituto per la problematica connessa ai Disturbi Specifici di Apprendimento non costituisce un
formale obbligo istituzionale ma è demandata alla autonomia progettuale delle singole scuole(.) Laddove se
ne ravvisi l’utilità, per la migliore funzionalità ed efficacia dell’azione formativa, la nomina potrà essere anche
formalizzata, così come avviene per numerose altre figure di sistema (funzioni strumentali) di supporto alla
progettualità scolastica”. (Linee guida allegate al DM 5669/2011 2011, pag. 23)
L’indagine conoscitiva sulla gestione della dislessia nelle scuola italiane, realizzata dall’ AID nel
periodo 2011-2012, ha coinvolto più di 3000 docenti partecipanti ai corsi di formazione “A scuola di
dislessia”. A loro, attraverso un Questionario, è stata formulata la domanda: “È presente un insegnante
referente DSA nella sua Istituzione Scolastica?” E’ emerso che la presenza del referente per i DSA nelle
scuole sembra essere la regola in Piemonte (86,2%) Emilia Romagna (85%), un po’ meno presente in
Toscana (68%) mentre raggiunge solo il 36% in Abruzzo e il 27,8% in Calabria.
Sono dati che non stupiscono dato che in Emilia Romagna, e in genere nelle regioni del Nord nel
corso degli ultimi anni, vi è stata una intensa attività di formazione su dislessia e DSA, opportunità
che si è verificata in misura certamente inferiore in molte regioni del Centro Sud. (Dislessia, vol.9,
n.2, Erickson, 2012)
Proprio per far fronte a tale criticità e a garanzia della necessaria formalizzazione della figura del
referente per i DSA nelle scuole, ad esempio, la Regione Calabria nella Legge regionale 11 aprile
2012, n. 10, avente come oggetto “Disposizioni in favore dei soggetti con disturbi specifici di
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apprendimento”, all’articolo 5 (Misure educative e didattiche di supporto) comma 5 recita: “Negli
istituti scolastici di ogni ordine e grado è prevista la figura del referente scolastico per i DSA”.
Altre criticità
Le occasioni in cui abbiamo potuto ascoltare la voce dei referenti per i DSA, sollecitati ad esprimersi
attraverso colloqui informali, ci hanno permesso di rilevare le loro riflessioni che hanno focalizzato
l’attenzione sulle seguenti problematiche di ordine sia pratico-operativo sia gestionaleorganizzativo:

• Discrepanza tra le funzioni attribuite e l’assenza di riconoscimento del loro ruolo;
• Mancanza di formalizzazione della figura davanti ai colleghi. In molte realtà scolastiche
l’attività del referente viene reputata invadente rispetto al proprio ambito disciplinare;
• Misconoscimento del ruolo da parte dei colleghi. In molte realtà il referente viene visto
come un “burocrate”, come colui che “fa compilare carte”;
• Assenza del referente in alcune istituzioni scolastiche, che giustificano tale mancanza
per la presenza di pochi studenti con diagnosi di DSA. In queste realtà la figura del referente
non esiste, perché la prevenzione del misconoscimento diagnostico della dislessia non fa
parte dei bisogni emergenti del contesto operativo;
• Difficoltà di comunicazione e di raccordo con la segreteria presso la quale vengono
protocollate le certificazioni diagnostiche;
• Difficoltà di comunicazione e di raccolta dati soprattutto in istituti piuttosto ampi e con
molti plessi e sezioni staccate;
• Assenza di una fase intermedia e finale di monitoraggio dei Piani Didattici
Personalizzati per verificare l’effettiva ricaduta in termini di apprendimento delle strategie
e metodologie pianificate e la reale applicazione delle misure compensative e dispensative;
• Appesantimento del ruolo e delle funzioni con l’entrata in vigore della normativa sui
bisogni educativi speciali (BES). In molte istituzioni scolastiche, infatti, viene prevista una
sola figura di referente per tutte le situazioni di BES e anche per gli studenti con
certificazione diagnostica di DSA.
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Quali sono i possibili rischi della presenza del referente per i DSA?
“Il Referente d’Istituto avrà in ogni caso cura di promuovere lo sviluppo delle competenze dei colleghi
docenti, ponendo altresì attenzione a che non si determini alcun meccanismo di “delega” né alcuna forma di
deresponsabilizzazione, ma operando per sostenere la “presa in carico” dell’alunno e dello studente con
DSA da parte dell’insegnante di classe”. (Linee guida allegate al DM 5669/2011, pag. 24)
Al contrario di quanto affermato nelle Linee guida, la criticità maggiore emersa dalle indicazioni che
ci sono pervenute dai docenti referenti, è la delega. Molti lamentano, infatti, che i colleghi tendono
ad affidare proprio al referente il compito di redigere il PDP. Si tratta di una pratica diffusa che non
trova assolutamente riscontro nella normativa che, invece, sottolinea la necessità di un’adeguata e
completa formazione di tutti i docenti e dei dirigenti scolastici ai fini di una corretta applicazione
della Legge 170/2010 e del raggiungimento delle sue finalità. Nelle Linee guida a tal proposito, si
specifica: “Un principio generale è che la competenza sui DSA dovrà permeare il corpo docente di ogni classe,
in modo che la gestione e la programmazione di passi significativi (per es. il PDP) non sia delegata a
qualcuno dei docenti, ma scaturisca da una partecipazione integrale del consiglio di classe”. (Linee
guida allegate al DM 5669/2011, pag. 27)
È auspicabile, invece, che ogni insegnante acquisisca la competenza, perlomeno per le discipline di
propria pertinenza, onde evitare meccanismi di delega.
Ma soprattutto la formazione in servizio è necessaria per evitare alcune criticità che ancora oggi, a
distanza di cinque anni dall’emanazione della legge, vengono da più parti lamentate: assenza di
comprensione dei processi di apprendimento degli alunni con DSA, settorializzazione degli
interventi solo sui DSA, non sollecitazione di una didattica inclusiva, non “ridefinizione” del fare
scuola, non integrazione tra competenze compensative e strategie metodologiche-didattiche, non
adeguatezza delle forme e dei criteri di verifica e valutazione.
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Referente per i DSA: percorsi auspicabili
• Sostegno e riconoscimento da parte della dirigenza scolastica;
• Raccordo tra le figure di referenti presenti nel territorio, per un lavoro di rete a livello
provinciale attraverso la costituzione di gruppi di coordinamento;
• Raccolta di buone prassi intraprese dai referenti attraverso blog, siti internet, portali
dedicati;
• Servizio di consulenza per i referenti di ogni ordine e grado di scuola;
• Rete di collaborazione tra strutture sanitarie e mondo della scuola;
• Collaborazione con il responsabile dell’orientamento quale figura di sistema capace di
organizzare e coordinare attività di orientamento mirate per tutti gli studenti, sia quelli in
situazione di disagio sia quelli “plusdotati” (Linee guida nazionali per l’orientamento
permanente, p. 7) L’orientamento, inteso come capacità che assume un valore permanente
nella vita di ogni persona, in quanto ne garantisce lo sviluppo ed il sostegno nei processi di
scelta e di decisione, viene considerato un aspetto fondamentale anche nelle Linee guida
per il diritto allo studio degli alunni e degli studenti con disturbi specifici di apprendimento.
In questo documento, infatti, si pone attenzione proprio alla progettazione e all’attuazione
da parte dei docenti di una didattica orientativa ed orientante che preveda forme di
orientamento e di accompagnamento per il prosieguo degli studi.
“È necessario che vengano superate le visioni semplicistiche dettate da pregiudizi datati per cui i
ragazzi con DSA sarebbero destinati a percorsi formativi di basso livello; la costruzione di nuovi
percorsi per orientare le scelte degli studenti con DSA non può che scaturire da un bilancio a
livello personale non solo delle aree di forza e di debolezza, ma anche della motivazione e delle scelte
personali e delle opportunità disponibili, mettendo in campo l’intuizione delle potenzialità
emergenti”. (Linee guida allegate al DM 5669/2011, pag. 29)
I documenti ministeriali, in sintesi, pongono l’accento sulla necessità da parte delle
istituzioni scolastiche di garantire un orientamento permanente da affiancare
all’apprendimento permanente quale condizione indispensabile per operare in contesti in
continuo e rapido cambiamento, sempre più complessi.
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Università: il docente delegato

“Studenti con DSA, sono presenti in tutti i corsi universitari: se adeguatamente supportati, possono
raggiungere con ottimi risultati il traguardo dei titoli accademici, realizzando le proprie potenzialità cognitive.
In questo processo di crescita, anche l’Università, in accordo con le finalità della legge, dovrà svolgere un
ruolo importante, trovando soluzioni all’interno delle metodologie didattiche e di valutazione e favorendo
l’uso di strategie e risorse, in particolare attraverso le nuove tecnologie”. (Linee guida allegate al DM
5669/2011, pag. 26)
Con l’entrata in vigore della Legge 170/2010 la CNUDD* ha deliberato che le funzioni del delegato
del rettore di coordinamento, monitoraggio e supporto delle iniziative riguardanti l‘integrazione,
vengano estese anche agli studenti con DSA.
Il delegato coordina i Servizi Disabilità/DSA (SDDA), che sono strutture amministrative di supporto.
In molte Università, soprattutto quelle di medie-grandi dimensioni, sono stati previsti anche
docenti referenti per le strutture didattiche e scientifiche (designati sulla base dell’organizzazione
di ciascun ateneo – Scuole, Facoltà, Dipartimenti, ecc.) la cui presenza, oltre a rendere più capillari
le politiche di inclusione, fornisce un significativo apporto alle azioni di orientamento, alla stesura
dei piani di studio individualizzati e alla realizzazione di prove d’esame che garantiscano le pari
opportunità.
“Il Delegato deve, in primo luogo, essere il costante punto di riferimento all’interno del proprio ateneo per
tutte le questioni inerenti disabilità e DSA: è la figura alla quale tutte le componenti della comunità
universitaria possono rivolgersi per evidenziare problematiche inerenti l’integrazione; è anche quella da cui
devono scaturire indicazioni precise per gli Organi Accademici riguardo alle politiche generali dell’ateneo in
materia di disabilità e DSA”. (CNUDD, Linee guida, p. 6)
In quest’ottica, il delegato:
 È punto di riferimento verso tutte le realtà esterne all’Università che si occupano di
disabilità e DSA;
 Promuove la sensibilizzazione in tema di disabilità e DSA all’interno dell’ateneo
attraverso periodiche iniziative rivolte a studenti, personale docente e non;
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 Promuove campagne informative e divulgative sulle buone prassi già in atto (interventi
volti a sostenere la dignità personale, il successo formativo e l’autonomia dello studente);
 Coordina, controlla e monitora l’efficacia degli interventi messi in atto;
 Affianca il SDDA nella delicata fase dell’accoglienza dello studente che voglia
intraprendere un percorso di studi universitario;
 Svolge un ruolo di mediazione tra lo studente e i docenti durante tutto il percorso
formativo, supportando questi ultimi nella consapevolezza delle normative, dei diritti e dei
bisogni educativi dello studente.
Glossario
*CNUDD
La CNUDD - Conferenza Nazionale Universitaria dei Delegati per la Disabilità - si è costituita agli
inizi del 2001 come un organismo in grado di rappresentare la politica e le attività delle Università
Italiane nei confronti degli studenti disabili e delle problematiche connesse alla disabilità. La Legge
17 del 28 gennaio 1999 ha emanato specifiche direttive agli Atenei italiani rendendo obbligatoria
l’istituzione della figura del Delegato per la disabilità in ciascuna università, fornendo direttive
specifiche in merito alle attività da realizzare in favore degli studenti universitari disabili. In
seguito all’entrata in vigore della Legge 170/2010, nell’Assemblea del 20 gennaio 2012, la CNUDD ha
deliberato che le funzioni del delegato del rettore siano estese anche agli studenti con DSA.
La finalità principale della CNUDD è di consentire lo scambio di informazioni ed esperienze tra le
diverse università e condividere alcune linee di indirizzo per le attività di tutti gli Atenei attivando
tutti i servizi necessari a rendere operativa la normativa e cercando di rispondere nel modo più
adeguato alle esigenze degli studenti con disabilità e DSA nel loro percorso formativo universitario.
Le Linee guida, approvate dall'assemblea CNUDD il 10 luglio 2014, sono scaricabili al seguente link:
http://cnudd.di.unipi.it/Documenti%20condivisi/Forms/AllItems.aspx
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*PDP – Piano Didattico Personalizzato
Il PDP è uno strumento di progettazione educativa e didattica. Nasce da un’azione sinergica di forze
e azioni che garantiscono agli alunni con Disturbi Specifici di Apprendimento e con Bisogni
Educativi Speciali di imparare nel rispetto delle proprie caratteristiche. I docenti, considerando i
punti di forza e i bisogni degli alunni, elaborano ipotesi organizzative e strategie metodologiche
nell’ottica di una didattica individualizzata e personalizzata. La redazione del PDP deve contenere e
sviluppare alcuni punti essenziali che riguardano la descrizione dell’alunno e delle sue
caratteristiche educative ed apprenditive, le attività didattiche personalizzate ed individualizzate
con particolare riferimento alle metodologie e alle strategie didattiche, gli strumenti compensativi
e le misure dispensative adottate, le forme e i criteri di verifica e valutazione degli apprendimenti. I
principali riferimenti normativi sono: Linee guida allegate al D.M. 5669/2011; Circolare 20/03/2012,
alunni con ADHD; Circolare Ministeriale n. 8, 6 marzo 2013. (Capuano, Storace, Ventriglia, BES e
DSA. La scuola di qualità per tutti, Libri Liberi, 2013, pagg.66-80)
*POF – Piano dell’offerta formativa
Il Piano dell'offerta formativa è la carta d'identità della scuola: in esso vengono illustrate le linee
distintive dell'istituto, l'ispirazione culturale-pedagogica che lo muove, la progettazione curricolare,
extracurricolare, didattica ed organizzativa delle sue attività.
*Resilienza
La parola resilienza in origine proveniva dalla fisica e dalla metallurgia per indicare la capacità di un
metallo di riprendere la propria forma dopo aver ricevuto un colpo non abbastanza forte da
provocarne la rottura. Successivamente il termine è stato impiegato in ambito sociologico,
psicologico e pedagogico a indicare la capacità di un individuo o di un gruppo di resistere con
successo a situazioni avverse, imparando a sviluppare competenze a partire dalle difficoltà o da
circostanze sfavorevoli e rafforzando la fiducia in sé e nel proprio agire.
“La resilienza è, quindi, la capacità o il processo di far fronte, resistere, integrare, costruire e riuscire a
riorganizzare positivamente la propria vita nonostante l’aver vissuto situazioni difficili che facevano pensare a
un esito negativo. Per situazione difficile si intende quella situazione di vita critica, amplificata dalla condizione
nella quale una persona si trova. Affrontare la resilienza di un bambino o di un ragazzo implica anche
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considerare le relazioni che egli ha con la sua famiglia e con l’ambiente familiare, scolare, sociale, …”
(Malaguti, 2005).
I fattori che promuovono la resilienza sono:
• l’esistenza di un legame significativo con un adulto, non necessariamente un genitore, ma anche
un insegnante, un educatore, in grado di sostenere e accompagnare il bambino o il ragazzo nei
momenti di difficoltà; infatti, le risorse latenti possono essere attivate spontaneamente dalla
persona o attraverso il sostegno e l’aiuto di esterni;
• l’appartenenza a un gruppo che assicuri un livello adeguato di sostegno sociale, anche attraverso
il riconoscimento delle capacità di ruolo;
• la percezione di un senso profondo del valore di sé come persona;
• la possibilità di fare esperienze che contribuiscono ad aumentare l’autostima, il senso di
autoefficacia e la capacità che una persona ha di far fronte alle situazioni.
Come altre abilità, la resilienza può essere acquisita attraverso un processo di apprendimento, un
percorso graduale, che deve essere sostenuto e incoraggiato dalle istituzioni formative, in
particolare dalla scuola. L’educazione alla resilienza comporta il potenziamento di competenze e
costituisce pertanto uno strumento primario di prevenzione del disagio. (Capuano, Storace,
Ventriglia, BES e DSA. La scuola di qualità per tutti, Libri Liberi, 2013, pagg.103-104)




Bibliografia
• Autori vari, La gestione della dislessia, Rivista Dislessia, vol.9, n.2, Erickson, 2012
• Bianchi M.E., Rossi V., Ventriglia L., Dislessia: la Legge 170/2010, Libri Liberi, Firenze, 2013.
• Capuano A., Storace F., Ventriglia L., BES e DSA. La scuola di qualità per tutti, Firenze, Libri Liberi, 2013.
• Capuano A., Storace F., Ventriglia L., Viaggio nel testo…orientarsi con le mappe. Percorsi didattici inclusivi,
Libri Liberi, Firenze, 2014.
• Capuano A., Storace F., Ventriglia L., BES e le strategie di intervento: il Piano Didattico Personalizzato,
Loescher Editore, 2014 - www.loescher.it/specialmente
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• Capuano A., Storace F., Ventriglia L., Identificazione degli alunni con DSA: competenza osservativa dei
docenti, Loescher Editore, 2014 – www.loescher.it/specialmente
• Malaguti E., Educarsi alla resilienza, Trento, Erickson, 2005.
• MIUR, Legge 170/2010 – Nuove norme in materia di disturbi specifici dell’apprendimento. Decreto
attuativo n. 5669/2011.
• MIUR, Linee guida per il diritto allo studio degli alunni e degli studenti con DSA (allegate al DM
5669/2011).
• MIUR, Linee GUIDA CNUDD, 2014.
• MIUR, Linee Guida nazionali per l’orientamento permanente, 2014.
• Ventriglia L., La scuola e il disturbo specifico di apprendimento, Intervento logopedico nei DSA, 2012,
Erickson, pagg.40-48.


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Machado. Ho visto artigli feroci nelle mani leggiadre; conosco cornacchie melodiche e lirici maiali... Il più grande furfante si porta la mano al cuore, e la bestia più grossa si arma di ragioni.




Ho visto artigli feroci nelle mani leggiadre;
conosco cornacchie melodiche e lirici maiali...
Il più grande furfante si porta la mano al cuore,
e la bestia più grossa si arma di ragioni.
Antonio Machado y Ruiz, Campi di Castiglia
(Proverbi e cantari, VII)



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