martedì 11 agosto 2015

Carlo Pisacane. La miseria è la principale cagione, la sorgente inesauribile di tutti i mali della società, voragine spalancata che ne inghiotte ogni virtù. La miseria aguzza il pugnale dell'assassino; prostituisce la donna; corrompe il cittadino; trova satelliti al dispotismo.

"Ogni morto di fame è un uomo pericoloso."
Elio Vittorini, 1941


"La miseria è la principale cagione,
la sorgente inesauribile di tutti i mali della società,
voragine spalancata che ne inghiotte ogni virtù.
La miseria aguzza il pugnale dell'assassino;
prostituisce la donna;
corrompe il cittadino;
trova satelliti al dispotismo."
Carlo Pisacane, 1858

John Dreyden. Verrà del tempo la maestra mano a dare all’opre tue l’ultimo tocco; che colla bruna patina i colori, ammorbidisca, e accordi; e quella grazia aggiunga lor che sol può dare il tempo; porti il tuo nome a’ Posteri, e più rechi bellezze all’opre tue che non ne toglie

Verrà del tempo la maestra mano
a dare all’opre tue l’ultimo tocco;
che colla bruna patina i colori,
ammorbidisca, e accordi; e quella grazia
aggiunga lor che sol può dare il tempo;
porti il tuo nome a’ Posteri, e più rechi
bellezze all’opre tue che non ne toglie
John Dreyden, 1694


“Verrà del tempo la maestra mano”: il concetto di patina


Di Laura Corchia

L’espressione “tempo pittore” fu coniata nel Seicento ed è intesa come il valore positivo del passaggio del tempo sull’opera.

Già il Baldinucci, nel suo Vocabolario toscano dell’arte del disegno, aveva introdotto il concetto di “Patena”: “Voce usata da’ Pittori, e diconla altrimenti pelle, ed è quella universale scurità che il tempo fa apparire sopra le pitture, che anche talvolta le favorisce”.

La patina è dunque sintomo del trascorrere del tempo ed è vissuta come qualcosa di positivo, che smorza la violenza dei colori e conferisce un tono ambrato ed omogeneo, garanzia di autenticità e di antichità. Il tempo era considerato una sorta di artifex, al pari dell’artista:


Verrà del tempo la maestra mano
a dare all’opre tue l’ultimo tocco;
che colla bruna patina i colori,
ammorbidisca, e accordi; e quella grazia
aggiunga lor che sol può dare il tempo;
porti il tuo nome a’ Posteri, e più rechi
bellezze all’opre tue che non ne toglie
John Dreyden, 1694


Marco Boschini, nella sua celebre opera letteraria dal titolo Carta del navegar pitoresco, immaginava un duello tra la personificazione del tempo ed il restauratore: il tempo che con pazienza e lavoro di pennello stende la sua patina ed il restauratore che con un colpo solo la distrugge:

“EI Vechia ferma el tempo e dise: olà
Cosa pensistu a far col tuo velar?
Vustu forsi Pitura inmortalar?
Ferma, che voi che ti resti incantà.
E mostra al tempo una tal tela scura,
Col dirghe: quando xe, che ti laori
A far patina sora sti colori,
Perché vechia deventa sta pitura?
Responde el tempo: l’è cent’ ani, e pi,
Che studio e che me sforzo a colorir
Quel che ‘l penelo no ha possù suplir,
Dove pretendo saver più de ti.
Misier no, misier no, replica el Vechia:
Te vogio depenar quel che ti ha fato;
Vegno ala prova. E là presto, int’un trato,
El neta el quadro, che ognun se ghe ispechia.
Alora dise el tempo: so anche mi,
Che a desfar quel che ho fato se fa ‘presto.
Se in l’operar ti fussi cusì lesto,
M’inchinerave e te daria ‘l bondì,
El Vechia, con la strada vechia aponto,
Propria, particular, industriosa,
Fa una vergogna al tempo gloriosa,
E torna el quadro in pristino int’un ponto”.



Una preziosa testimonianza su questo tema ci viene da Luigi Crespi, pittore e scrittore d’arte. 
Nel 1756, egli invia una lettera al conte Algarotti, nella quale affronta in maniera molto lucida temi rilevanti: il concetto di patina, l’opera d’arte e il tempo, il rapporto tra i materiali artistici e il loro invecchiamento, il ruolo del restauro. Egli esprime una dura condanna nei confronti della pratica della pulitura, vista come inevitabile danno, e si schiera a favore della patina. Già in quell’epoca, era chiaro che il restauro non può avere la pretesa di far tornare l’opera come nuova.

La pagina di Crespi è veramente eccezionale per lucidità di analisi: 
quando il quadro è molto ingiallito è pericoloso effettuare una pulitura. Trattandosi di una operazione irreversibile, dovrebbe puntare non alla rimozione totale delle vernici ma al loro graduale assottigliamento, in modo da evitare di scoprire integralmente la pellicola pittorica.

Nel Novecento, avendo alle spalle questo tipo di tradizione, si è arrivati alla teoria di Cesare Brandi, difensore della patina intesa come valore storico ed estetico di un’opera.

© RIPRODUZIONE RISERVATA


http://restaurars.altervista.org/verra-maestra-mano-concetto-patina/#

lunedì 10 agosto 2015

Paul Géraldy. Bisogna somigliarsi un pò per comprendersi, ma bisogna essere un pò differenti per amarsi.

Bisogna somigliarsi un pò per comprendersi, ma bisogna essere un pò differenti per amarsi.
Paul Géraldy

Noi scopriamo in noi stessi quel che gli altri ci nascondono, e riconosciamo negli altri quel che nascondiamo a noi stessi
Vauvenargues, "Massime e riflessioni"

Andy Warhol. Una Coca Cola è sempre una Coca Cola e non c’è quantità di denaro che possa farti comprare una Coca Cola più buona di quella che l’ultimo dei poveracci si sta bevendo sul marciapiede sotto casa tua. Tutte le Coca Cola sono sempre uguali e tutte le Coca Cola sono buone. Lo sa Liz Taylor, lo sa il Presidente degli Stati Uniti, lo sa il barbone e lo sai anche tu


«Una Coca Cola è sempre una Coca Cola e non c’è quantità di denaro che possa farti comprare una Coca Cola più buona di quella che l’ultimo dei poveracci si sta bevendo sul marciapiede sotto casa tua. Tutte le Coca Cola sono sempre uguali e tutte le Coca Cola sono buone. Lo sa Liz Taylor, lo sa il Presidente degli Stati Uniti, lo sa il barbone e lo sai anche tu». 
Andy Warhol

Coca Cola di Andy Warhol
Coca Cola di Andy Warhol


Questa frase, estrapolata da un’intervista a Andy Warhol, contiene i principali punti della poetica della Pop Art, nata tra Inghilterra e Stati Uniti intorno agli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento. 
I prodotti di massa ripresi come soggetti pittorici del movimento rappresentano una sorta di democrazia sociale, in quanto conosciuti e consumati da ogni strato della società. Da questo deriva la grande diffusione e il grande successo della Pop art.

In primo luogo l’espressione «Pop Art» è l’abbreviazione di «Popular Art» dove l’appellativo «popolare» non indica, come si potrebbe pensare, un’arte del o per il popolo, ma un’arte prodotta in serie. Rappresentando la massa e togliendo con questo ogni valore all’individualità, l’arte diviene più anonima possibile e, così, compresa dal maggior numero possibile di persone. Sono perciò ripresi gli oggetti commerciali della società, le immagini prodotte dal cinema o dalla televisione, le pubblicità e i nuovi idoli diffusi quotidianamente dai mass media.

In un mondo in piena espansione economica e dominato dal consumo, il consumo stesso si fa arte, respingendo le rappresentazioni dell’interiorità e delle emozioni individuali, nonché il carattere esclusivo dell’opera d’arte tanto rivendicati nelle avanguardie dei primi decenni del secolo. In un epoca di piena espansione industriale, anche l’arte si fa prodotto in serie di tutti quegli stimoli visivi che bombardano ogni giorno e in ogni luogo l’uomo contemporaneo.

Ogni immagine diventa un’icona. Non vi sono intenti dissacratori o ironici nelle opere di questi artisti, essi documentano semplicemente i cambiamenti dei valori che ritroviamo nella nuova città consumistica. Così, la riproduzione in serie di un oggetto di uso quotidiano, come le bottigliette di vetro di Coca Cola o i barattoli di zuppa di Warhol, ci fa capire come il mondo sia diventato quasi artificiale: oggetti industriali, pubblicitari e, quindi, materiali assumono più importanza rispetto ai valori veri e più spirituali.

Tra i principali interpreti troviamo Claes Oldenburg, che riproduceva in grande scala beni di quotidiano consumo come il classico hamburger americano accompagnato da ketchup e patatine fritte.

Roy Lichtenstein invece si ispirava al mondo dei fumetti, che considerava l’ultimo residuo di comunicazione scritta. Ingrandiva a dismisura piccoli particolari, che risultavano così sfocati, e utilizzava colori accesi e fortemente disomogenei, riprendendo le stampe a bassa qualità riprodotte in serie e vendute sottocosto come beni di consumo e non come opere d’arte.

Il principale esponente tuttavia fu Warhol che introdusse perfino un business della sua arte commercializzata dall’azienda «Andy Warhol Enterprises» da lui fondata. La sua tecnica consisteva nel riprodurre moltissime volte la stessa immagine riuscendo in questo modo a svuotarla di ogni significato. Oltre agli oggetti quotidiani di consumo adottava come soggetti anche eventi o personaggi storici quali Marilyn Monroe o Che Guevara, ma riprese anche grandi opere del passato come L’ultima cena di Leonardo che modificò sovrapponendo una serie di fasci colorati. L’obiettivo era piuttosto palese: consumare l’arte come qualsiasi altro prodotto commerciale.

In realtà, però, dietro ad un’apparente superficialità, ad un’apparente allegria data dai numerosi colori, si nasconde un velato messaggio di angoscia. Nella nuova società consumistica, infatti, l’uomo non è altro che un possibile compratore, martellato costantemente da migliaia di pubblicità aventi come scopo la vendita e il conseguente guadagno. Tuttavia, a causa del generale clima di positività e di ottimismo propri della società dell’epoca, questi messaggi pessimistici di provocazione e di allerta, non vennero immediatamente percepiti.


https://blogletteralmente.wordpress.com/2015/06/29/popart/





giovedì 6 agosto 2015

Il canto che accompagnava la morte: l'ultima attitadora.

Il canto che accompagnava la morte: l'ultima attitadora.

[...] In Sardegna, tra le figure incaricate dalla comunità di ammansire il fantasma del morto erano le Attitadoras, le prefiche, poetesse del culto funebre, che accompagnavano l'estremo saluto alla salma con un canto disperato e col dondolio ritmico del corpo che non pareva avrebbe mai accettato tanto dolore.
Incontriamo Mimmìa, una attitadora emerita, splendida ultra novantenne. Come l'ipermetrope, la sua memoria mette a fuoco con più facilità ciò che viene da lontano, prima ancora dei ricordi recenti. [...]
Mimmìa preferisce rimanere anonima. Chiamarla col suo diminutivo in nulla avvantaggia la ricerca della sua vera identità perchè nell'entroterra barbaricino il nome sardo della madre di Cristo è declinato in questo modo quante sono le stelle in cielo, sebbene la vocazione di attitadora faccia di Mimmia una donna speciale la cui investitura popolare cessa, anno più anno meno, sul far degli anni '80.
Ma perchè le attitadoras non verseggiano più? Ogni caso è a se stante e per Mimmìa è un atto d'amore verso suo figlio, stimato farmacista che dopo i lunghi anni di studio lontano dal paese non sente più suoi gli stilemi della tradizione.

«Ho smesso perchè mio figlio si imbarazzava. Non me lo ha mai detto apertamente ma in diverse occasioni ci trovavamo in casa del morto in paese e capivo che non gradiva i miei canti. La gente è cambiata e lui provava vergogna»

Sentendo parlare Mimmìa si stenta a credere che il sentimento di compassione, che naturalmente variava di intensità da caso a caso, non fosse autentico: «Per me era un servizio, non poteva essere una recita perchè in un paese piccolo come questo, anche se al tempo era molto più popolato, tutti ci conoscevamo bene. Sapevamo gioie e dolori gli uni degli altri, e quando una persona moriva, anche se non era un parente, provocava tanta tristezza». 
Erano necessari lacrime e versi perchè avesse inizio l'elaborazione del lutto del caro estinto e solo una solenne commemorazione poteva avviare questo naturale processo, «Se l'avessero fatto i parenti non sarebbe stata la stessa cosa. Una persona esterna alla famiglia era più credibile» osserva la nostra attitadora. 
Era prevista una retribuzione per il suo servizio? «Non era facile rifiutare il compenso dei parenti. Più creavi commozione più loro ti erano riconoscenti. Venivamo pagate con un po' di grano, olio, vino e piccoli pensieri», mai denaro, precisa Mimmìa, sottolineando una qualche deontologia cui attenersi mentre tramanda le vestigia di quel codice non scritto, in tutto e per tutto simile al baratto.[...] Dalle cronache paesane tutti gli anziani intervistati riportano che Mimmia, con le sue poesie estemporanee, riuscì a commuovere tutti, dai grandi ai piccini, in una melodia di strazio disperato che cadenzava le vicende della breve vita del povero pastorello defunto. I custodi della memoria del paese riconoscono a Mimmìa un'arte improvvisatoria eccelsa e un prodigioso controllo psicologico delle proprie e altrui emozioni.

Tutti avevano diritto ad una commemorazione funebre, gli uomini di valore come chi non aveva brillato di virtù: s'attitadora aveva l'obbligo morale di trovare un tratto d'umanità in ogni persona. 
Quasi sempre era previsto un canovaccio prefissato, se ad esempio la vedova era molto giovane i familiari incaricavano le prefiche di trasmettere l'informazione che la faciulla non fosse chiusa all'idea di un nuovo matrimonio. Talvolta le morti erano accompagnate dal sospetto di una faida tra clan rivali, allora partiva un duello canoro di invettive tra le diverse famiglie che schieravano le proprie attitadoras con la missione di ingiuriarsi sotto l'apparenza di una cordialità che presupponeva una vicina vendetta che il canto provocatorio delle prefiche non faceva che alimentare. Così come riporta la filmica descrizione di Grazia Deledda in "La via del male", Mimmìa è concorde nel ricordare le dinamiche invariabili della scena ferale contrappuntata da sos attitos: "Cantavano una per volta, e ad ogni versetto le donne rispondevano con un coro di gemiti, singulti e grida".  
Il rituale funebre prevedeva che gli specchi venissero velati perchè è li che le anime inquiete rischiavano di impigliarsi e questo avrebbe ostacolato il loro nuovo cammino che sarebbe partito dall'uscio di casa nella cui direzione era posizionata la salma del compianto. Il cammino sarebbe stato lungo ma il canto delle attitadoras ne avrebbe reso lieve ogni passo onorandone il ricordo con la rapsodia dell'ultimo addio. 

Il canto che accompagnava la morte: l'ultima attitadora
prefiche Grecia pre cristiana

http://www.ladonnasarda.it/magazine/approfondimento/5102/il-canto-che-accompagnava-la-morte-l-ultima-attitadora.html

mercoledì 5 agosto 2015

Ricerca sull'Apprendimento. Problema [...] dell’eccesso di compiti a casa rispetto al risultato scolastico segnalato dall’OCSE.

Competenze digitali 

Studiare tanto e imparare poco: il gap digitale della Scuola italiana

Una recente ricerca OCSE afferma che gli studenti italiani studiano tanto (a casa) ma imparano poco al contrario dei loro colleghi del Nord Europa: il responsabile è il digital divide della scuola italiana
di Paolo Ferri, università Bicocca di Milano

Una recente indagine dell’OCSE rileva come gli studenti italiani siano, nel mondo, tra i più “afflitti” dai compiti a casa. I nostri studenti delle medie superiori trascorrono, infatti, quasi nove ore la settimana a fare i “compiti” contro una media Ocse di 4,9 ore. E' il dato più elevato tra i paesi dell'area.

Fig. 1 Tempo dedicato ai compiti a casa dagli studenti dell’Area OCSE



Altro dato interessante: l'Italia si distingue anche per il maggior divario, nei risultati, tra gli studenti socio-economicamente avvantaggiati che dedicano ai compiti a casa circa undici ore per settimana - e quelli con una famiglia meno abbiente che non vanno oltre le sei ore. E' la differenza maggiore dell'intera Ocse. In questo modo anche la disparità di performance tra “ricchi” e "poveri" è tra le più elevate del mondo. In Italia, genitori e famiglie che hanno il tempo, la preparazione o le disponibilità ed economiche per fare studiare di più i ragazzi a casa hanno perciò figli più preparati e con più opportunità rispetto alle famiglie più svantaggiate, cosa che accade di meno in altri paesi OCSE.

Ma perché gli studenti italiani che studiano il doppio a casa di quelli finlandesi, e coreani non hanno gli stessi risultati scolastici ad esempio in matematica? Finlandesi e coreani che svettano nelle classifiche sulle competenze scolastiche, dedicano, infatti, allo studio in media meno di tre ore la settimana, meno della metà degli italiani. Anche Inglesi, Francesi e tedeschi hanno risultati migliori in matematica e studiano a casa molto meno dei nostri studenti!






Fig. 2 Prestazioni degli studenti di quindici anni nell’area OCSE in Matematica (punteggio di riferimento 500 punti). Rapporto OCSE PISA 2012.

L’OCSE stessa fornisce la risposta a questo mistero della scuola italiana. 
Dopo circa quattro ore la settimana di “compiti” a casa, il tempo in più investito sui libri ha effetti trascurabili sulla performance; nel caso dei nostri studenti cinque ore di compiti a casa sono inutili!

Altre caratteristiche del sistema scolastico di un paese, come la qualità dell'istruzione, l’infrastrutturazione tecnologica e l'organizzazione delle scuole hanno un'importanza maggiore. Ora è proprio su questo che vogliamo porre l’accento. In Finlandia, ad esempio, viene investito in istruzione, formazione e ricerca il 7,1 del PIL in Italia, un risibile 0,8 per cento. Ma è a livello metodologico e tecnologico che il gap tra la scuola italiana e quelle più avanzate è davvero elevato. I nostri insegnati sono molto preparati ma lavorano all’interno di un sistema che presenta elementi di radicale inefficienza, rispetto a quelli dei nostri cugini OCSE. Io credo che molte di queste difficoltà potrebbero essere superate elevando drasticamente il tasso di digitalizzazione dell’infrastruttura scolastica: vediamo perché.


L’assenza di infrastruttura tecnologica impedisce di cambiare la didattica

Come abbiamo più volte rilevato in questa sede, infatti, e secondo i dati forniti anche dal documento governativo La buona scuola in Italia solo il 9%, secondo le stime più ottimistiche, delle classi è connesso ad internet. Nei paesi con i migliori risultati nei test OCSE-PISA, questa percentuale supera sempre l’80%. Noi crediamo che essere “connessi” in classe offra agli insegnati e agli studenti un insieme di opportunità molto maggiore più rispetto a insegnati e studenti che si trovano a operare in classi “non connesse”. Analizziamo più in dettaglio le differenze:

a) Accesso diretto a contenuti disciplinari che possono fare la differenza

Il semplice accesso a Internet in classe offre la possibilità di accedere a una quantità di contenuti on-line e di ambienti di apprendimento disciplinari free disponibile on-line che evidentemente non posso che migliorare il tasso di preparazione e di motivazione degli studenti. Nel caso della matematica, oggetto dell’indagine OCSE-PISA cui ci riferiamo, la differenza è lampante. Ad esempio chi ha accesso a Internet in classe può usufruire e utilizzare le “classi virtuali” i video, e i contenuti del progetto Khan Accademy. Si tratta di un'organizzazione educativa no profit creata nel 2006 da Salman Khan, un ingegnere statunitense originario del Bangladesh. L'obiettivo dichiarato, di questo progetto è quello  di "fornire un'educazione di alta qualità a chiunque, dovunque", il sito dell'organizzazione raccoglie (a metà del 2013, oltre 4000 video-lezioni, caricate attraverso You Tube),che toccano un'ampia gamma di discipline; in particolare la matematica ma anche la fisica, la chimica, la biologia, l’astronomia, l’economia. Ciascuna lezione dura all'incirca dieci minuti ed è corredata di esercizi e di tracce di lavoro da svolgere nella classe virtuale che ciascun docente può crearsi gratuitamente. I contenuti di Khan Accademy sono disponibili anche in versione italiana a questo indirizzo https://it.khanacademy.org



b) Risparmio di circa il 60% sui contenuti per l’apprendimento

Nei paesi più sviluppati gli studenti non devo più portare a scuola pensanti cartelle piene di libri cartacei che nella maggior parte dei casi vengono utilizzati sono in minima parte. Gli studenti vanno a scuola solo con un notebook o un tablet che garantisce loro l’accesso sia all’ambiente virtuale/registro elettronico della scuola che ai contenuti digitali per l’apprendimento creati e prodotti dagli editori specificamente per i supporti digitali. Negli USA e nel Regno Unito il risparmio per le scuole e le famiglie si aggira, appunto,  intorno al 60%, ove scelgano la versione digitale degli Handbook per la scuola. Questo perché gli editori anglosassoni e del Nord Europa hanno deciso autonomamente al contrario di quelli di casa nostra di farsi sul serio concorrenza sul nuovo supporto digitale come dimostra il market place on-line Course Smart. E’ ovvio ed evidente a tutti il vantaggio e non solo quello per le schiene degli studenti, ma soprattutto quello per il budget delle istituzioni formative e delle famiglie;



c) Gestione  diretta dei compiti da parte degli insegnanti: meno ore di lavoro a casa per genitori e studenti

E’ veniamo al punto che ci interessa di più in questo contesto e cioè il problema dei “compiti a casa” da cui siamo partiti. E’ chiaro che nei paesi dove Internet e le metodologie didattiche attive legate all’utilizzo delle tecnologie in classe sono più diffuse (Ferri, P.  Come sarà la scuola dei veri  Nativi Digitali? Il futuro nella flipped classroom) minore è il numero di ore che vengono dedicate ai “cosiddetti” compiti a casa. Come accade appunto in Finlandia e Corea e negli altri paesi ad alta integrazione delle tecnologie nei sistemi di apprendimento. L’adozione, infatti, di metodologie didattiche attive, riduce drasticamente la quota di apprendimento nozionistico necessario agli studenti. Il “lavoro dello studente” si trasforma in lavoro di ricerca e approfondimento, guidato, in classe o a casa, dall’insegnate. La barriera tra casa e scuola viene abbattuta attraverso l’adozione di Ambienti virtuali per l’apprendimento che permettono all’insegnate di gestire direttamente il lavoro a casa degli allievi. In questo modo gli studenti “attivati” e attivi sulla rete e in classe non debbono più passare ore a casa a studiare, per lo  più a memoria, i contenuti spiegati in classe dall’insegnate. A scuola e con la guida dell’insegnate lavorano concretamente a risolvere problemi, applicando i principi del learning by doing di Dewey.



Conclusioni
Siamo partiti da un problema molto sentito dai genitori italiani quello dell’eccesso di compiti a casa rispetto al risultato scolastico segnalato dall’OCSE. Ricordiamoci che secondo le stime delle associazioni dei consumatori le “ripetizioni” costano ai genitori italiani tra i 150 e 200  milioni di euro all’anno (tutti in nero!) e siamo pervenuti ad una conclusione interessante. Anche in questo caso un uso “sensato” e metodologicamente corretto delle tecnologie digitali per l’apprendimento può risolvere sia il problema dei week end di genitori e studenti che quello dei budget familiari investito in libri cartacei e in ripetizioni. Con i 150 milioni risparmiate in “ripetizioni” forse anche gli stipendi dei docenti italiani - i più bassi d’Europa - potrebbero essere aumentati e resi più dignitosi, migliorando in questo modo anche la preparazione dei nostri studenti che studiano tanto e apprendono poco o comunque molto meno di quanto potrebbero.


http://www.agendadigitale.eu/competenze-digitali/1296_studiare-tanto-e-imparare-poco-il-gap-digitale-della-scuola-italiana.htm

lunedì 3 agosto 2015

Noumeno.

IL NOUMENO KANTIANO: DA PLATONE A SCHOPENHAUER

Con il termine “noumeno” si vuole indicare qualcosa che viene pensata, una specie intellegibile, un’idea. Il termine deriva dal greco “νοούμενoν “, [noumènon], participio presente di forma passiva del verbo “noein”, ( percepire con la mente, pensare) ed indica quindi ciò che è frutto della nostra elaborazione intellettiva, qualcosa che viene pensata.
Il primo ad utilizzare questo vocabolo è Platone; egli vuole indicare una specie intellegibile. Il noumeno, infatti, indica tutto ciò che non può essere soggetto a percezione nella sfera del tangibile, ma a cui si può arrivare solamente in seguito a ragionamento. Questo concetto è alla base della “metafisica” di Platone, la parte di filosofia che si occupa degli aspetti costituenti un fondamento per la realtà, che vanno oltre gli elementi dell’esperienza dei sensi.
Questo termine viene poi ripreso, anche se in chiave diversa, da Immanuel Kant, che ne parla nella Critica della Ragion Pura. Per il filosofo del XVIII secolo, l’ambito della conoscenza umana è limitato al fenomeno, (ovvero l’apparenza sensibile), dal momento che, la cosa in sé non può divenire oggetto di un’esperienza possibile.     
Nella filosofia kantiana non vi è però una totale sovrapposizione fra “noumeno” e “cosa in sé”. 
Il primo indica una rappresentazione della ragione, risiedente nella mente umana; il pensiero cerca, infatti, di trascendere la capacità di conoscere. Nel caso della “ Ding an sich”, (cosa in sé), è un riferimento del noumeno: è la realtà esterna al soggetto.

Nella globale visione legata a questo termine, di origine classica, si può attribuire allo stesso un’ambivalenza di significato. Dal punto di vista negativo, lo si vede come il concetto di un’incognita, che non potrà mai entrare in un rapporto di conoscenza con noi stessi e che si limiterà, di conseguenza, ad essere semplice intuizione. Positivamente si vede il noumeno kantiano, come “ oggetto di un’intuizione non sensibile”, cioè di una conoscenza propria di un intelletto divino, dotato di un’intuizione superiore alla nostra; questa conoscenza è, infatti, preclusa all’uomo.

Nella teoria del filosofo di Konigsberg grazie all’esperienza dei sensi, possiamo raccogliere i dati relativi alla nostra sfera visiva e possiamo, dunque, con l’aiuto dell’intelletto, rielaborarli sotto forma di giudizi, non avendo però, la possibilità di andare oltre l’esperienza (qui si radica il concetto di noumeno).  Possibile è pensare solo le cose in sé; per esempio, le idee di “anima” e “Dio” non sono dimostrabili se non in campo metafisico.

Il concetto di noumeno verrà ripreso dopo Kant da Arthur Schopenhauer, per il quale, la rappresentazione non è costruita con le forme a priori, ma le precede, ponendosi, come fenomeno originario, dal quale si delineano spazio, tempo e causalità. Per il filosofo di Danzica, al “fenomeno” è assegnato il significato di rappresentazione, mentre alla “Ding an sich” quello di volontà, a cui si accede attraverso il corpo. 

Il discorso legato al noumeno, è insomma da secoli alla base degli interrogativi umani: esiste o no la sfera dell’intellegibile puro, non influenzato dalla realtà esterna o dai sensi? L’uomo è dotato di intuizione sentimentale?

A questi, molti, da Platone a Kant, hanno tentato di dare risposta, anche se poco chiaro è il sottile confine tra lo scibile assoluto, puro, privo di condizionamenti esterni e il sapere, colmo di legami con l’esperienza e con la sfera sensoriale.
Forse il noumeno non esiste, o forse, l’eccessiva influenza da parte della sfera sensoriale ce ne impedisce la ricerca; di certo però, questo è un dubbio che perdurerà ancora a lungo nell’uomo e che senza freni, quest’ultimo vorrà di sicuro provare a sciogliere.

Paolo Cammarota


https://nautilussperimentale.wordpress.com/2013/11/09/il-noumeno-kantiano-da-platone-a-schopenhauer/

Elenco blog personale