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sabato 5 novembre 2016

Cesare Segre. Allora la finzione non punta verso mondi fantastici, ma deforma il nostro perché i suoi nessi e le sue misure, strappati ai loro ingannevoli equilibri, ci appaiano in una brutalità rivelatrice: invece di proporre mondi possibili, presenta il nostro come un mondo impossibile.

Allora la finzione non punta verso mondi fantastici, ma deforma il nostro perché i suoi nessi e le sue misure, strappati ai loro ingannevoli equilibri, ci appaiano in una brutalità rivelatrice: 
invece di proporre mondi possibili, presenta il nostro come un mondo impossibile.
Cesare Segre, Avviamento all'analisi del testo letterario, Einaudi 1999, pagina 228

mercoledì 7 ottobre 2015

Mario Vargas Llosa. La letteratura è la cosa più pericolosa che ci sia. Nelle società libere non ce ne accorgiamo, ma la sua carica sovversiva è evidente nei regimi autoritari, nelle dittature ideologiche e militari, che hanno creato sistemi per controllare quelli che scrivono. In Messico i giornalisti sono vittime delle mafie, del cartello dei narcotrafficanti, e non possono esercitare alcun diritto di critica.

«La letteratura è la cosa più pericolosa che ci sia. Nelle società libere non ce ne accorgiamo, ma la sua carica sovversiva è evidente nei regimi autoritari, nelle dittature ideologiche e militari, che hanno creato sistemi per controllare quelli che scrivono. In Messico i giornalisti sono vittime delle mafie, del cartello dei narcotrafficanti, e non possono esercitare alcun diritto di critica. Lo stesso avviene in molti altri paesi e genera attentati come quello di Parigi a Charlie Hebdo. La censura uccide la democrazia. La libertà d'espressione è il bene più prezioso che abbiamo. Leggere crea comunione e fratellanza e arricchisce la vita delle persone. I libri servono a vivere le vite degli altri, a incarnarsi nei personaggi dai destini inusuali, a viaggiare nel tempo e nello spazio, a conoscere altre culture.»

Mario Vargas Llosa, da un'intervista di Annarita Briganti per Repubblica, alla diciannovesima edizione del Festivaletteratura di Mantova, 13 settembre 2015.


giovedì 10 aprile 2014

Claudio Magris. L'anima è gretta, si rimproverava Keplero, e si rifugia negli angolini della letteratura anzichè indagare il disegno divino della creazione. Chi si affida solo alla carta può scoprire alla fine di essere una mera silhouette ritagliata da una velina, che trema e si accartoccia al soffiare del vento.


L'anima è gretta, si rimproverava Keplero, e si rifugia negli angolini della letteratura anzichè indagare il disegno divino della creazione.
Chi si affida solo alla carta può scoprire alla fine di essere una mera silhouette ritagliata da una velina, che trema e si accartoccia al soffiare del vento.
Claudio Magris. Da DANUBIO. Premio Bagutta 1987

Viaggiare è una scuola di umiltà, fa toccare con mano i limiti della propria comprensione, la precarietà degli schemi e degli strumenti con cui una persona o una cultura presumono di capire o giudicano un'altra.
Claudio Magris - L'infinito viaggiare


VIAGGIARE INSEGNA LO SPAESAMENTO, a sentirsi sempre stranieri nella vita, anche a casa propria, ma essere stranieri fra stranieri è forse l'unico modo di essere veramente fratelli. Per questo la meta del viaggio sono gli uomini.
Claudio Magris, L'infinito viaggiare


Il viaggio- scrittura è un’archeologia del paesaggio; il viaggiatore – lo scrittore – scende come una archeologo nei vari strati della realtà, per leggere anche i segni nascosti sotto altri segni, per raccogliere quante più esistenze e storie possi- bili e salvarle dal fiume del tempo, dall’onda cancellatrice dell’oblio, quasi costruendo una fragile arca di Noè di carta, sebbene consapevole della sua precarietà".
Claudio Magris, Microcosmi



"Si narra che un anziano impiegato di corte dicesse: 
«Rigorosamente parlando, l’imperatore Francesco Giuseppe regnò fino alla morte di Johann Strauss» . L’ultima fase della civiltà absburgica appare infatti compresa tra due poli opposti, tra una malinconica consapevolezza del declino, sopportato con tacita dignità, e una leggerezza spensierata e operettistica. Due poli che sono le due facce di una stessa medaglia, due volti dell’ultima illusione mitteleuropea. La vecchiezza dell’imperatore monotono e puntuale riverbera di un tono da leggenda il tramonto austroungarico, e personifica la vana e patetica fermezza contro i colpi che sgretolavano, uno dopo l’altro, la monarchia danubiana. «Mir bleibt doch nichts erspart» [«Proprio nulla mi è risparmiato»]: la frase tante volte ripetuta da Francesco Giuseppe di fronte alle sciagure familiari e politiche riassume il passivo dramma della finis Austriae e suggerisce subito la trasfigurazione mitica di questo crepuscolo, ammantandolo di dignitoso e burocratico senso del dovere. Contemporaneamente questo mondo morente si mette in maschera, vela il proprio declino di una spumeggiante gioia di vivere, evade in una superficiale e dimentica sensualità. Il Danubio giallastro e fangoso diviene azzurro, e dal disfacimento storico-politico si evade in un fugace, sentimentale e godereccio paradiso terrestre. Se la laboriosa pedanteria dell’imperatore suggerisce il mito del burocratico e silenzioso riserbo, la sua uniforme gallonata e la rigida etichetta aprono la strada alla celebrazione dei balli di corte, delle carrozze fastose e dei brillanti ufficiali. La narrativa, il teatro, la poesia e la musica creano il volto sfumato e inconfondibile della Vienna dei valzer, degli amori facili e sentimentali, e del piacere di esistere: una belle époque meno sfrenata ma più danzante e sorridente di quella parigina.
L’operetta è l’idillio di questa sera dell’impero, e molti fili sotterranei legano la frivola banalità dei libretti e le gaie o nostalgiche melodie alle opere dei più maturi scrittori di questa stagione letteraria, come Schnitzler e Hofmannsthal. Man mano si avvicina la fine e le difficoltà dell’impero s’ingigantiscono, l’evasione dalla realtà sociale si accentua, e riveste di uno spensierato edonismo la vita. In questo senso Johann Strauss, il Nervendämon, è la più tipica voce dell’età francogiuseppina, uno dei più validi sostegni dell’alienazione godereccia e musicale del suddito absburgico. La musica, l’arte piú apolitica, era sempre stata la liberazione e la catarsi dell’anima austriaca. «L’Austria è diventata dapprima spirito nella sua musica», dirà Hofmannsthal quando già infuriava la guerra mondiale. Negli ultimi anni dell’imperialregia monarchia questo tentativo di alienazione, di appagamento estetico diventa piú intenso e pressante, assume delle proporzioni piú vaste e scende a un livello piú popolare; la dolce medicina si fa piú superficiale e accessibile. Dalla serenità di Mozart e dall’idillio di Schubert si giunge a Strauss e a Lehàr. Vienna capitale del piacere sarà anche capitale della musica, creando una notevole civiltà culturale per quanto riguarda il legame e l’affiatamento tra arte e pubblico. Anche i grandi musicisti come Gustav Mahler e Richard Strauss collaborano, a loro modo, allo splendore raffinato dell’età di Francesco Giuseppe. Gli anni che vedono Mahler alla direzione dell’Opera di Stato (1897-1907) segnano l’apogeo di questa festa culturale." 
CLAUDIO MAGRIS, Il mito absburgico nella letteratura austriaca moderna. Sul bel Danubio blu- Torino, Einaudi






giovedì 22 agosto 2013

Nabokov. Benchè si legga con la mente, la sede del piacere artistico è tra le scapole. Quel piccolo brivido che sentiamo lì dietro è certamente la forma più alta di emozione che l'umanità abbia raggiunto sviluppando la pura arte e la pura scienza. veneriamo dunque la spina dorsale e i suoi fremiti. Siamo fieri di essere dei vertebrati, perchè siamo dei vertebrati muniti nella testa di una fiamma divina. Il cervello è solo una continuazione della spina dorsale; lo stoppino corre in realtà per tutta la lunghezza della candela. Se non siamo capaci di godere di questo brivido, se non sappiamo godere della letteratura, rinunciamo a tutto questo e concentriamoci sui fumetti, sulla TV, sui libri-della-settimana. Ma io penso che Dickens si rivelerà più forte

Un pensiero, quando è scritto, è meno opprimente, benché si comporti talvolta come un tumore maligno: lo asporti, lo strappi via, e si sviluppa di nuovo peggio di prima.
Vladimir Nabokov


L'immaginazione, il supremo piacere dell'immortale e dell'immaturo, dovrebbe avere dei limiti, per rendere la vita piena di gioia; non dovremo abusare troppo della gioia.
Vladimir Nabokov


Freud mi sembra rozzo, medioevale: non voglio che un anziano gentiluomo viennese con l'ombrello mi infligga i suoi sogni.
Vladimir Nabokov



Le mie avversioni sono semplici: stupidità, oppressione, crimine, crudeltà, musica leggera.
Vladimir Nabokov


«C’era una volta un uomo che si chiamava Albinus, il quale viveva in Germania, a Berlino. Era ricco, rispettabile, felice; un giorno lasciò la moglie per un'amante giovane; l'amò; non ne fu riamato; e la sua vita finì nel peggiore dei modi».
Vladimir Nabokov, Una risata nel buio


Come per il resto, non sono più colpevole, nell’imitare la “vita reale”,
di quanto la “vita reale” sia responsabile nel plagiarmi.
Vladimir Vladimirovič Nabokov

La vita è una grande sorpresa.
Non vedo perché la morte non potrebbe esserne una anche più grande.
Vladimir Vladimirovič Nabokov


Certe persone – e io sono di quelle – odiano il lieto fine.
Ci sentiamo frodati.
Il dolore è la norma.
Vladimir Vladimirovič Nabokov


La solitudine è il campo da gioco di satana.
Vladimir Vladimirovič Nabokov
Fuoco pallido


Sei l’unica persona con cui posso parlare dell’ombra di una nuvola, della musica di un pensiero.
E di come, quando oggi sono andato a lavorare e ho guardato in faccia un girasole, mi ha sorriso con tutti i suoi semi.
Vladimir Vladimirovič Nabokov


Non lo nascondo: sono così disabituato all'idea della gente – ti prego, capiscimi – così disabituato, che i primi minuti del nostro incontro mi sembravano uno scherzo, un travestimento ingannevole… Ci sono solo alcune cose di cui è difficile parlare: si scuote il loro meraviglioso polline toccandole con le parole… Sì, ho bisogno di te, del mio racconto di fate. Perché tu sei l'unica persona a cui posso parlare del grido di una nuvola, del canto di un pensiero e del fatto che quando oggi sono andato a lavorare e ho visto ogni girasole in faccia, mi hanno sorriso anche loro con i loro semi.
Vladimir Nabokov nella sua prima lettera alla moglie Vera
citato da Stacy Schiff in Véra: Mrs Vladimir Nabokov


Temo che le parole in sé, per loro specifica natura, siano insufficienti a rendere visivamente una somiglianza di questo tipo: le due facce dovrebbero essere ritratte una accanto all'altra ricorrendo a veri colori, non alle parole, allora e solo allora lo spettatore capirebbe il mio punto di vista.
Non c'è scrittore che non nutra il sogno di trasformare chi legge in uno spettatore; c'è mai riuscito qualcuno? I pallidi organismi degli eroi letterari, alimentati sotto il vigile occhio dell'autore, crescono per gradi con la linfa vitale del lettore; perciò la genialità di uno scrittore consiste nel conferire loro la capacità di adattarsi a questo cibo - non molto appetitoso - e di crescere robusti grazie a esso, talvolta per secoli.
Ma al momento non è di metodi letterari che ho bisogno, bensì della schietta, brutale evidenza dell'arte pittorica.
Vladimir Nabokov, Disperazione.


La costante sensazione che i nostri giorni terreni siano solo argent de poche, monetine che tintinnano nel buio delle tasche, e che da qualche parte esista il vero capitale da cui finché siamo vivi dobbiamo saper riscuotere i dividendi in forma di sogni, lacrime di felicità, montagne lontane.
Vladimir Nabokov, Il dono


Il deserto dello scrittoio andrà arato a lungo prima che su di esso fioriscano le prime righe.
Vladimir Nabokov, Il dono



Tutto sguscia via, tutto dipende dal caso.
C'è un gusto stuzzichevole nel chiedersi, guardando al passato:
«Che cosa sarebbe successo se…» sostituendo un avvenimento fortuito a un altro, osservando come, da un attimo grigio e sterile del proprio trantran quotidiano, germogli un evento meravigliosamente roseo, che nella realtà non era riuscito a sbocciare. È un mistero, questo ramificarsi della vita: avvertiamo, a ogni istante trascorso, strade che si dividono, un «quindi» e un «altrimenti», con innumerevoli, vertiginosi zigzag che si biforcano e si triforcano sul fondo oscuro del passato.
Vladimir Nabokov





Al contrario. Le bambine di Carroll rimandano a una perversione mentale. Morbosetta.
Le mie erano perversioni reali, dunque inconfessabili, per quanto agite nel vuoto e nell’inconsistenza. Non come le lolite che a dieci anni vanno a letto con chi capita e non vedono l’ora di raccontarlo alle madri, spesso consenzienti. Detesto quelle lolite e Nabokov che le racconta. Porcheriole da mezzocalzettismo borghese. Mille volte davvero più grande di lui Leopardi (non gliene importava nulla della vera Nerina, bastava lasciarla nel suo altarino)… la mia infanzia. Ecco, la mia infanzia di allora era l’acme del porno. Vertici mai più raggiunti. Una confusione scema e beata. Si può essere confusi e non averne un’idea? Ecco, quella è l’infanzia.
Carmelo Bene, Vita di Carmelo Bene. Bompiani.




Nabokov individua con straordinaria lucidità i motivi per cui si determina la pedofila:
la fissazione della pulsione all'infanzia ,cioè il feticismo dell'infanzia .
Se oggi vogliamo dire qualcosa sull'argomento non possiamo non tener conto di Nabokov.
Che [...] non era pedofilo .
Romanzo che non suscita certo atti pedofili (non si è mai sentito "mi sono ispirato a -Lolita-") ma che al contrario colloca la pedofilia fra le perversioni.
[...] è storia di disperazione e non certo proposta di un modello sociale.






Con la «singolare nitidezza» di qualcosa che si vede dall’altro capo di un telescopio, minuscolo ma provvisto dello smalto allucinatorio di una decalcomania, Nabokov ha lasciato affiorare dalle pagine di questo libro la sua fanciullezza nella «Russia leggendaria» precedente alla rivoluzione, troppo perfetta e troppo felice per non essere condannata a un dileguamento istantaneo e totale, sospingendo poi il ricordo fino all’apparizione dello «splendido fumaiolo» della nave che lo avrebbe condotto in America nel 1940. «Il dettaglio è sempre benvenuto»: questa regola aurea dell’arte di Nabokov forse mai fu applicata da lui stesso con altrettanta determinazione come in Parla, ricordo. Qui l’ebbrezza dei dettagli che scintillano in una prosa furiosamente cesellata diventa il mezzo più sicuro, se non l’unico, per salvare una moltitudine di istanti e di profili altrimenti destinati a essere inghiottiti nel silenzio, fissandoli in parole che si offrono come «miniature traslucide, tascabili paesi delle meraviglie, piccoli mondi perfetti di smorzate sfumature luminescenti». Compiuta l’operazione da stagionato prestigiatore itinerante, Nabokov riarrotola il suo «tappeto magico, così da sovrapporre l’una all’altra parti diverse del disegno». E aggiunge: «E che i visitatori inciampino pure». Cosa che ogni lettore farà, con «un fremito di gratitudine rivolto a chi di dovere – al genio contrappuntistico del destino umano o ai teneri spettri che assecondano un fortunato mortale».



Confesso di non credere nel tempo. Dopo l’uso mi piace ripiegare il mio tappeto magico, così da sovrapporre l’una all’altre parti diverse del disegno. E che i visitatori inciampino pure. E la gioia più grande dell’assenza di tempo - in un paesaggio scelto a caso - viene quando mi trovo tra farfalle rare e piante di cui esse si nutrono. È quella, l’estasi, e dietro l’estasi c’è qualcos’altro difficile da spiegare.
È come un vuoto momentaneo in cui si riversa tutto ciò che mi è caro. La sensazione di essere tutt’uno con sole e pietra. Un fremito di gratitudine rivolto a chi di dovere - al genio contrappuntistico del destino umano o ai teneri spettri che assecondano un fortunato mortale.
Vladimir Nabokov, "Parla, Ricordo", Adelphi Edizioni



Lui non credeva in un Dio autocratico. Credeva, confusamente, in una democrazia di fantasmi. Le anime dei morti, forse, costituivano dei comitati, e questi, in seduta perpetua, presiedevano ai destini dei vivi.
Vladimir Nabokov, "Pnin"



Se al primo esame di guida lo avevano respinto, era stato soprattutto perché aveva intavolato una discussione con l’esaminatore, nell'intempestivo sforzo di dimostrargli quanto fosse umiliante per una creatura razionale sentirsi chiedere di incoraggiare lo sviluppo di un vile riflesso condizionato fermandosi a un semaforo rosso quando intorno non c’era anima viva, né su due piedi né su quattro ruote.
Vladimir Nabokov, "Pnin"


“Certe persone – e io sono di quelle – odiano il lieto fine. Ci sentiamo truffati. Il fallimento è la norma. Un destino funesto non dovrebbe incepparsi. La valanga che interrompe la sua avanzata a pochi metri dal villaggio rattrappito dalla paura si comporta in modo non soltanto innaturale, ma anche immorale.”
Vladimir Nabokov, Pnin


Benchè si legga con la mente, la sede del piacere artistico è tra le scapole. Quel piccolo brivido che sentiamo lì dietro è certamente la forma più alta di emozione che l'umanità abbia raggiunto sviluppando la pura arte e la pura scienza. veneriamo dunque la spina dorsale e i suoi fremiti. Siamo fieri di essere dei vertebrati, perchè siamo dei vertebrati muniti nella testa di una fiamma divina. Il cervello è solo una continuazione della spina dorsale; lo stoppino corre in realtà per tutta la lunghezza della candela. Se non siamo capaci di godere di questo brivido, se non sappiamo godere della letteratura, rinunciamo a tutto questo e concentriamoci sui fumetti, sulla TV, sui libri-della-settimana. Ma io penso che Dickens si rivelerà più forte. 
Vladimir Nabokov su Casa Desolata 



«È lui – il buon lettore, l’eccellente lettore – che ha salvato più e più volte l’artista dalla distruzione per mano degli imperatori, dei dittatori, dei preti, dei puritani, dei filistei, dei politici, dei poliziotti, dei direttori delle poste e dei pedanti. Mi si permetta di definire questo ammirevole lettore. Non appartiene a una nazione o a una classe specifica. Non c’è direttore di coscienza o club del libro che possa gestire la sua anima. Il suo modo d’accostarsi a un’opera di narrativa non è determinato da quelle emozioni giovanili che portano il lettore mediocre a identificarsi con questo o quel personaggio e a “saltare le descrizioni”. Il buon lettore, il lettore ammirevole, non s’identifica con il ragazzo o la ragazza del libro, ma con il cervello che quel libro ha pensato e composto.[..] Al lettore ammirevole non interessano le idee generali; ma la visione particolare. Gli piace il romanzo non perché gli permette di inserirsi nel gruppo (per usare un diabolico luogo comune delle scuole avanzate); gli piace perché assorbe e capisce ogni particolare del testo, gode di ciò che l’autore voleva fosse goduto, sorride interiormente e dappertutto, si lascia eccitare dalle magiche immagini del grande falsario, del fantasioso falsario, del prestigiatore, dell’artista. In realtà, di tutti i personaggi creati da un grande artista, i più belli sono i suoi lettori.» 
Vladimir Nabokov, Lezioni di letteratura



Vedevo raramente i miei genitori. Divorziavano e si risposavano e ridivorziavano a un ritmo tale che, se i tutori della mia fortuna fossero stati meno vigili, avrei corso il rischio di finire all'asta e aggiudicato a una coppia di sconosciuti di origine svedese o scozzese con tristi borse sotto gli occhi avidi.
Vladimir Nabokov - Guarda gli arlecchini! pag. 22


Questo libro non s’ha da fare.
Quella volta che un editore disse no a Lolita, di Vladimir Nabokov.
«... Consiglio di seppellirlo sotto una pietra e tenerlo lì per almeno mille anni.»

«Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia.»
È uno degli incipit più famosi della letteratura, eppure non dev’essere per niente piaciuto al primo editore che si è visto recapitare le bozze di un Nabokov ancora sconosciuto ai più.
[...] dopo aver bussato alle porte di diverse case editrici
– le più grandi, come Viking Press, Simon&Schuster, New Directions, Farrar e Doubleday –
capì che non c’era niente da fare.
Qualcuna di loro, gli rispose in questo modo:
«Per gran parte è nauseante, anche per un freudiano illuminato… è una specie di incrocio instabile tra una realtà orribile e una fantasia improbabile. Spesso diventa un sogno a occhi aperti nevrotico e selvaggio… Consiglio di seppellirlo sotto una pietra e tenerlo lì per almeno mille anni.»
Nabokov propose, dunque, il prezioso manoscritto a una casa editrice francese, specializzata in letteratura erotica, la Olympia Press, che lo pubblicò nel 1955. Fu immediatamente un caso editoriale, e arrivò a essere definito dal «Sunday Times» di Londra come «uno dei migliori romanzi dell’anno». Il resto è storia.
http://www.booktobook.it/libri/la-lettera-di-rifiuto-a-lolita-di-vladimir-nabokov/


Vera e Vladimir Nabokov.
Un carteggio racconta l’appassionato amore dello scrittore russo.
[...] “Lolita”: un romanzo che ha ammaliato le menti, che mette addosso brividi e febbre, pagine che lo stesso Nabokov odiò o amò e che più volte tentò di dare alle fiamme.

[Vera Evseevna] Un grande amore corrisposto a cui Nabokov fu legato teneramente per tutta la sua vita. Dalle lettere del narratore russo traspare un’immensa gratitudine e un grande affetto per sua moglie. In una delle missive, Vladimir scrive:
“Come posso spiegarti, mia gioia, mia felicità celeste quanto sono completamente tuo, con tutti i miei ricordi, i miei poemi, i miei impulsi e i miei tremori intimi? O spiegare che non posso richiamare alla mente il più piccolo accidente senza rimpiangere, un così doloroso rimpianto, che non l’abbiamo attraversato insieme?”. [...]
Per Nabokov, Vera fu consigliera, psicologa, moglie, madre, editrice, dattilografa, segretaria e tanto altro ancora.  [...] Vera prese la patente per poter accompagnare il marito in America per qualsiasi occasione, dai convegni alle letture pubbliche, e persino, per andare a caccia di farfalle la domenica. Nabokov non era in grado di proteggersi, così la moglie era solita portarsi dietro una pistola per entrambi.
Lui era il genio indifeso, lei il suo scudo.

Fu lei a impedire che Vladimir bruciasse, come più volte aveva cercato di fare, le bozze e le prime pagine di “Lolita“, forse intuendo il conturbante successo che il romanzo avrebbe avuto. [...]
di Chiara Listo
http://www.ripensandoci.com/vera-slolim-moglie-e-musa-di-nabokov/
 


Sapevo di essermi innamorato di Lolita per sempre; ma sapevo anche che lei non sarebbe stata per sempre Lolita.Il primo gennaio avrebbe compiuto tredici anni.
Entro un paio d’anni avrebbe cessato di essere una ninfetta e si sarebbe trasformata in una ‘ragazza’, e poi, orrore degli orrori, in una college girl.
La parola ‘per sempre’ si riferiva solo alla mia intima passione, a quell’eterna Lolita che si rifletteva nel mio sangue.   
Vladimir Nabokov, Lolita, 1955, tr. it. G. Arborio Mella, Adelphi, 1993, p. 86



Incipit
Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un breve viaggio di tre passi sul palato per andare a bussare, al terzo, contro i denti. Lo-li-ta. Era Lo, null'altro che Lo, al mattino, diritta nella sua statura di un metro e cinquantotto, con un calzino soltanto. Era Lola in pantaloni. Era Dolly a scuola. Era Dolores sulla linea punteggiata dei documenti. Ma nelle mie braccia fu sempre Lolita.
Vladimir Nabokov, Lolita, 1955
...
Incipit in inglese
Lolita, light of my life, fire of my loins. My sin, my soul. Lo-lee-ta: the tip of the tongue taking a trip of three steps down the palate to tap, at three, on the teeth. Lo. Lee. Ta. She was Lo, plain Lo, in the morning, standing four feet ten in one sock. She was Lola in slacks. She was Dolly at school. She was Dolores on the dotted line. But in my arms she was always Lolita.
Vladimir Nabokov, Lolita, 1955




Ma quel boschetto di mimose – la caligine delle stelle, il fremito, la vampa, l’ambrosia e il dolore – è rimasto con me, e non ha mai cessato di perseguitarmi. Ci amavamo di un amore prematuro, segnato da quella ferocia che così spesso distrugge le vite degli adulti. Io ero forte, e sopravvissi; ma il veleno rimase nella ferita, e la ferita non si rimarginò più.
Vladimir Nabokov, Lolita, 1955


[…] e con un tono assolutamente serio e sereno la mia Lolita osservò:
《Sai, quello che è tremendo della morte è che l'uomo è completamente abbandonato a se stesso; e mi resi conto con stupore, mentre le mie ginocchia di automa andavano su e giù, che non sapevo proprio nulla della mente del mio tesoro, e che probabilmente, dietro gli atroci cliché giovanili, c'era in lei un giardino e un crepuscolo, e la cancellata di un palazzo-regioni velate e adorabili a me lucidamente e assolutamente proibite, a me coi miei stracci insozzati da miserabili spasmi; giacché notavo spesso che, vivendo come vivevamo, lei e io, in un mondo di male assoluto, ci coglieva uno strano imbarazzo quando io cercavo di affrontare un argomento di cui avrebbero potuto parlare lei e un'amica più grande, lei e un genitore, lei e un innamorato vero e sano, io e Annabel, Lolita e un sublime Harold Haze, purificato, deificato-un'idea astratta, un quadro, il punteggiato Hopkins o il rapato Baudelaire, Dio o Shakespeare, qualunque argomento genuino.
Vladimir Nabokov, Lolita, 1955


E mi venne in mente -non a titolo di protesta, nè di simbolo, nè di niente del genere, ma semplicemente come un'esperienza nuova- che avendo disatteso tutte le leggi dell'umanità, tanto valeva disattendere quelle del traffico
Vladimir Nabokov, Lolita, 1955


Uno dei passi più antifreudiani lo si ritrova in Lolita:
“Devo la mia completa guarigione a una scoperta che feci proprio mentre mi curavano in quella particolare, costosissima clinica: scoprii che prendere in giro gli psichiatri mi procurava un inesauribile, gagliardo godimento. Bastava circuirli con astuzia; non mostrare mai che conosci tutti i trucchi del mestiere; inventare sogni elaboratissimi, puri classici dello stile (che procurano a loro, i cavasogni, incubi dai quali si svegliano urlando); stuzzicarli con false «scene primarie»; e non lasciargli mai intravedere il minimo sprazzo delle tue vere turbe sessuali. Corrompendo un’infermiera ebbi accesso a uno schedario dove scoprii, con spasso supremo, alcune cartelle cliniche in cui venivo definito «potenzialmente omosessuale» e «totalmente impotente».” 
Vladimir Nabokov, Lolita, 1955
http://www.tropismi.it/luciombre-di-vladimir-nabokov/


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Vladimir Nabokov
Guarda gli arlecchini!
Traduzione di Franca Pece
Biblioteca Adelphi
2012, pp. 293
Letteratura nordamericana
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È il 1974 e il settantenne Vadim Vadimovič, scrittore incluso nella rosa dei candidati al Nobel, ripercorre la propria vita con cruda sincerità. Nato a Pietroburgo in una famiglia aristocratica, vive un'infanzia solitaria e infelice che è all'origine di inquietanti turbe psichiche. Quando scoppia la rivoluzione bolscevica fugge avventurosamente all'estero e ripara in Inghilterra; più tardi, in Francia, ha inizio la sua carriera di letterato, illustrata con esilaranti notazioni. Arrogante e asociale, sbrigativo nei rapporti sentimentali, assillato dalla sensazione che la sua esistenza sia la parodia di quella di un altro, si sposa indotto solo da impulsi erotici, indulge a tradimenti con disinvolte fanciulle, prova torbide attrazioni per adolescenti impuberi, e mentre insegna svogliato in una detestabile università della provincia americana vede acuirsi i suoi disordini mentali. Dovrà arrivare alle soglie della vecchiaia per incontrare la vera eroina del libro, una giovane donna il cui nome resterà segreto – perché solo così si preservano le cose preziose della vita. Sarà lei a dischiudergli il nesso armonico tra amore e arte, tra invenzione e realtà: e la possibilità di trascendere il sé addentrandosi in una dimensione spirituale che ignora ogni confine.
Tutt'altro che segreta è invece la vera identità di Vadim Vadimovič N., il Narratore, che subito si rivela una caricaturale rappresentazione del suo artefice: o meglio, del volgare fraintendimento della sua personalità generato da certa critica, incline a descriverlo come autoreferenziale, ossessionato dai doppi, dai personaggi marionetta che adombrano la mano del burattinaio.
Con gli Arlecchini Nabokov in realtà ci consegna uno dei suoi romanzi più divertenti e beffardi lasciando al lettore il compito di classificarlo: un trattato sull’amore nelle sue diverse declinazioni? Un inedito affresco della vita dei russi émigré? Un criptico manuale sulla percezione dello spazio e del tempo? O forse la sublime irrisione di ogni racconto autobiografico?


9. LETTERATURA
LOLITA
Il romanzo, uno dei più scandalosi della storia, narra la storia di un quarantenne, insegnante di letteratura francese, Humbert Humbert, che decide di trasferirsi nella piccola città di Ramsdale in New England.
Dopo aver affittato una stanza presso la vedova Charlotte Haze, arriva l’incontro (della sua vita) con la figlia dodicenne Dolores (chiamata anche Lo, Lola o Dolly).
Egli si invaghisce perdutamente della ragazzina, che gli ricorda il suo primo amore adolescenziale, purtroppo scomparso prematuramente, la bella Annabelle.
Durante la permanenza di Dolores in un campo estivo, la mamma Charlotte si innamora di Humbert e si dichiara all’uomo. Quest’ultimo decide di convolare a nozze con Charlotte, con il solo scopo di impossessarsi anima e corpo della sua bella figlia Lolita.
La madre viene in seguito a scoprire le vere intenzioni dell’uomo da un suo diario personale e, delusa, lo minaccia di esporlo ad un pubblico scandalo come essere detestabile, abominevole, criminale e bugiardo.
Ma purtroppo Charlotte è colpita da un tragico destino. Mentre si accinge ad attraversare la strada, trovandosi in stato di evidente shock, viene investita e uccisa da un’automobile. Per l’uomo ora la via è completamente libera da ogni ostacolo, per vivere a pieno il suo sentimento morboso nei confronti di Lolita.
Egli va a prendere la ragazza, che si trova in campeggio; successivamente le rivela della morte della mamma e la invita ad accettarlo come suo patrigno e affidatario. Così, per due anni, tiene prigioniera Lolita e la costringe a diventare la sua amante.
Dopo un periodo di prigionia, la bella Lolita viene iscritta a una scuola femminile e successivamente ad una scuola di teatro. Frequenta il commediografo Quilty, che aveva già conosciuto quando questi era stato ospite della casa della madre, che l’aiuterà.
La ragazza è costretta, senza volerlo, a passare da un motel all’altro, in una corsa frenetica, da un capo all’altro degli Stati Uniti, ma è seguita sempre da un uomo misterioso.
Le viene impedito qualsiasi rapporto con il mondo esterno e qualsiasi contatto con ragazzi e altri uomini. L’uomo, inoltre, la paga solo per ottenerne favori sessuali, la ricatta dicendo che se decide di andare a denunciarlo alla polizia, finirà in prigione anche lei.
Lolita si ammala e viene ricoverata. La ragazza fugge con un uomo misterioso dall’ospedale e Humbert non riesce più a rintracciarla. Dopo svariato tempo, il protagonista si arrende ed interrompe la sua assidua ricerca di Lolita che ora è finalmente libera. In seguito Humbert ha un rapporto sentimentale con una donna che si chiama Rita.
Dopo circa un anno, l’uomo riceve una lettera della bella Lolita, ormai diciassettenne, che gli scrive di stare bene, di essere felicemente sposata e in attesa di un figlio e chiede all’uomo di aiutarla a livello economico.
Humbert a questo punto si reca dalla ragazza ma con il solo scopo di farsi rivelare il nome di colui che l’aveva aiutata nella fuga dall’ospedale, e quel nome è Quilty. Quilty aveva cercato di avviare la ragazza alla carriera cinematografica pornografica; ma al rifiuto della ragazza, decide di lasciarla al suo destino.
Infine, fortunatamente la bella Lolita incontra e sposa Dick (Richard), un uomo per bene.
Dopo aver consegnato alla ragazza quattromila dollari, Humbert cerca di convincerla a ritornare con lui, ottenendo però inutili risultati.
In preda allo sconforto e alla disperazione, Humbert va a cercare Quilty, lo riesce a trovare e lo uccide a colpi di rivoltella.
L’uomo viene arrestato con l’accusa di omicidio e dal carcere inizia a scrivere il libro di memorie in onore della ragazza: “Lolita o le confessioni di un maschio bianco vedovo”.
Vladimir Vladimirovič Nabokov



Non essere sicuro di apprendere il passato dalle labbra del presente.
Non fidarti neanche del mediatore più onesto. Ricorda che ciò che ti vien detto ha sempre un triplice aspetto: riceve una certa forma da chi racconta, è rimodellato da chi ascolta ed è occultato a entrambi dal morto di cui si narra la storia.
Vladimir Vladimirovič Nabokov, La vera vita di Sebastiano Knight


Non posso fare a meno di pensare che nell'amore ci sia qualcosa di essenzialmente sbagliato.
Tra amici si litiga o ci si perde di vista, e anche tra parenti stretti, ma non c’è questo spasimo, questo pathos, questa fatalità che sta attaccata all'amore. L’amicizia non ha mai l’aspetto della condanna. Perché dunque l’amore è così misteriosamente esclusivo? Si possono avere mille amici, ma si deve amare una sola persona.
Vladimir Vladimirovič Nabokov, La vera vita di Sebastiano Knight




Sebastian Knight, un geniale scrittore nato a Pietroburgo nel 1899 ed educato in Inghilterra, muore in giovane età lasciando alcuni romanzi, una serie di racconti e un fratellastro, V., che decide di scriverne la «vera vita» ritornando nei luoghi frequentati dal defunto e rintracciandone le donne e gli amici. Ma V. è uno Sherlock Holmes maldestro e impacciato, le piste s’incrociano e si sovrappongono, i personaggi si sdoppiano, sfuggono, talvolta muoiono mentre la ricerca è in corso, e il libro di V. diventa un romanzo senza fine la cui forma aberrante sarebbe questa: «un autore scrive un libro su di un autore che vorrebbe scrivere un libro su di un autore il quale, incidentalmente, ha avuto in animo di scrivere una biografia fittizia; di questo autore praticamente non si hanno notizie che non siano ingannevoli o tautologiche, ed anzi l’unica vera “notizia” è che Sebastian, scrittore, ha scritto dei libri» (Giorgio Manganelli).
Ma è questo un romanzo o il romanzo di una biografia che è anche autobiografia? Vladimir Nabokov, nato a Pietroburgo nel 1899, si definiva «uno scrittore americano cresciuto in Russia, educato in Inghilterra, imbevuto della cultura dell’Europa occidentale», e di questo «scrittore americano» dalle innumerevoli sfaccettature La vera vita di Sebastian Knight si può considerare l’atto di nascita e il passaporto. È un atto di nascita perché dopo i romanzi e i racconti in lingua russa è il primo libro scritto direttamente in inglese (fu composto a Parigi nel 1938, perlopiù nella stanza da bagno di un minuscolo appartamento, e pubblicato in America nel 1941 da New Directions, la casa editrice diretta dal poeta James Laughlin); ed è un passaporto per l’emigrazione da una letteratura a un’altra, nella quale Nabokov trasferisce e arricchisce il suo armamentario di scrittore-scacchista e scrittore-entomologo, i suoi giochi verbali e numerologici, le invenzioni e i colpi di scena di una regia partecipe e insieme impietosa, non di rado perversa, sempre imprevedibile.



 

giovedì 27 settembre 2012

Stati Uniti. Percezione letteraria e realtà.

[...] E dato che la letteratura di una nazione è fortemente indicativa della sua storia e delle sue tradizioni, forse non c’è niente come un romanzo fortemente collocato e radicato nel territorio per sviscerare in maniera accurata e comprensiva tutte peculiarità che caratterizzano il luogo di origine.

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Stati Uniti. Percezione letteraria e realtà. 
A questo proposito, qualche tempo fa il Brooklyn Magazine ha pubblicato una mappa letteraria degli Stati Uniti ponendo in evidenza alcuni libri che meglio di altri sono rappresentativi dei posti in cui sono ambientati. 

I curatori della mappa volevano compilare una lista che fosse più di una semplice fotografia generale del luogo, ma che prestasse attenzione ai dettagli. Nessun libro può catturare completamente lo spirito di un’entità così vasta come uno stato, eppure ci sono storie che evocano in un modo così nitido un’epoca, un luogo e uno stile di vita che sembra quasi impossibile separare la percezione letteraria dalla realtà. 

Sono talmente interconnesse da influenzarsi reciprocamente. 
Il risultato è una lista capace di offrire spunti molti interessanti: 
alcuni di questi lavori sono dei veri e propri classici moderni, quasi tutti sono libri di narrativa, letteratura nella voce e nello spirito. Ognuno di loro consente d’immergersi in un’epoca e in un luogo in con un livello di immedesimazione che vi stupirà. 
Diteci in che stato siete diretti: vi diremo quale romanzo leggere.



MAPPA LETTERARIA.
In questa prima puntata vi proponiamo una selezione dei titoli rappresentativi di alcuni degli stati, 
dei quartieri o delle città più celebri degli USA, da sempre mete ambitissime.

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ALASKA.
‘Into the Wild’, Jon Krakauer (trad. Nelle terre estreme): 
‘Il vero nucleo dello spirito vitale di una persona è la passione per l’avventura. 
La gioia di vivere deriva dall’incontro con nuove esperienze, e quindi non esiste gioia più grande dell’avere un orizzonte in costante cambiamento, del trovarsi ogni giorno sotto un sole nuovo e diverso’.

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CALIFORNIA (del Sud).
The White Boy Shuffle, Paul Beatty (no trad.): 
‘Io ero il ragazzetto nero simpatico. A Santa Monica, come nella maggior parte dei santuari prevalentemente bianchi del degrado urbano, ‘ragazzetto nero’ è un identificatore molto versatile usato per distinguere il maschio nero inoffensivo dal giovane caucasico, mantenendo una semiotica politicamente corretta’.


CALIFORNIA (del Nord).
Suicide Blonde, Darcey Steinke (trad. ‘Bionda suicida’): 
‘Vedrai, ci sono milioni di modi per sterminare le parti non corazzate di te stesso’.

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FLORIDA.
‘Their Eyes Were Watching God’, Zora Neale Hurston (trad. I loro occhi guardavano Dio): 
‘Se ne stava sdraiata sulla schiena sotto il pero in fiore, immergendosi nel canto delle api, nell’oro del sole e nell’alito affannato della brezza, quando l’impercettibile voce la colpì del tutto improvvisamente. Vide un’ape polverosa tuffarsi nel punto più sacro di un bocciolo; le mille sorelle-calici arcuarsi per andare incontro all’abbraccio d’amore e l’albero in estasi rabbrividire dalle radici fino al ramoscello più sottile, stillando con delizia nettare da ogni bocciolo’.

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HAWAII.
‘The Descendants’, Kaui Hart Hemmings (trad. Paradiso Amaro): 
‘Scommetto che nelle grandi città puoi andartene in giro per strada con lo sguardo accigliato e nessuno verrà mai a chiederti cos’è che non va o a incoraggiarti a sorridere, ma qui è come se tutti pensassero che è una fortuna vivere alle Hawaii; il paradiso regna sovrano. Per quanto mi riguarda, il paradiso può andare a farsi fottere’.

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MAINE.
Carrie, Stephen King: 
‘Erano diventati una stella fissa nel mutevole firmamento delle relazioni del liceo, i Romeo e Giulietta riconosciuti. E lei pensò con improvviso fastidio che ci doveva essere una coppia come loro in ogni liceo bianco di periferia d’America’.



NEW JERSEY.
‘American Pastoral’, Philip Roth (trad. Pastorale Americana): 
‘Sì, siamo soli, profondamente soli, e in serbo per noi, sempre, c’è uno strato di solitudine ancora più profondo. Non c’è nulla che possiamo fare per liberarcene. No, la solitudine non dovrebbe stupirci, per sorprendente che possa essere farne l’esperienza. Puoi cercare di tirar fuori tutto quello che hai dentro, ma allora non sarai altro che questo: vuoto e solo anziché pieno e solo’.



NEW YORK STATE.
‘Foxfire: Confessions of a Girl Gang’, Joyce Carol Oates (trad. Foxfire): 
‘Le gambe di sbieco al cielo, la luna così luminosa da non poter pensare che fosse costituita di semplice roccia, come la roccia comune sulla Terra, e senza vita per di più; che riflettesse la luce di un sole invisibile e non splendesse invece di una potentissima luce interiore’.



NEW YORK CITY.
Daddy Was a Number Runner, Louise Meriwether (no trad.): 
‘Dio, quel corridoio era puzzolente, tutti quegli odori di Harlem che si scontravano… 
L’aria all’esterno non era molto meglio. Era il 2 giugno del 1934, un giorno soffocante, opprimente. Sui marciapiedi secchi della spazzatura allineati riversavano il loro contenuto nei canali di scolo, un cavallo demoralizzato che tirava un carretto di verdure lungo il viale aveva appena lasciato un mucchio di sterco fumante al centro della strada. Il caldo improvviso aveva svuotato i caseggiati. I bambini troppo piccoli per andare a scuola giocavano sui marciapiedi mentre le mamme si sporgevano dalle finestre alla ricerca di un po’ di frescura o si riposavano un momento sulle scale antincendio’.



TEXAS.
Lonesome Dove, Larry McMurtry (trad. ‘Un volo di colombe’): 
‘Il cielo d’oriente era rosso come carbone nella forgia e illuminava le anse lungo il fiume. 
La rugiada aveva bagnato i milioni di aghi dei cespugli di creosoto e quando la corona del sole spuntò dalla linea dell’orizzonte essi sembrarono costellati di diamanti. Un cespuglio nel cortile si riempì di piccoli arcobaleni non appena i raggi del sole toccarono la rugiada… Il sole diffuse la sua luce rosso-dorata sui cespugli scintillanti tra i quali si aggirava qualche capra belante. Anche quando il sole si innalzò sui bassi promontori a sud, uno strato di luce indugiò qualche momento al livello dei cespugli di creosoto, come indipendente dalla sorgente di luce. Poi il sole si sollevò nitido come un’immensa moneta. La rugiada si spense velocemente e la luce che aveva riempito i cespugli come polvere rossa si disperse, lasciando l’aria nitida e leggermente bluastra’.
Viaggio letterario negli USA: dimmi dove vuoi andare e ti dirò cosa leggere (parte II)



ALABAMA
‘To Kill a Mockingbird’, Harper Lee (trad. Il buio oltre la siepe): 
‘Questa volta non combattiamo contro gli yankee, ma contro amici. Ricordati quanto ti dico: anche se le cose peggiorano, sono sempre nostri amici, e questa è sempre la nostra patria’.

ARIZONA
‘Blood Meridian’, Cormac McCarthy (trad. Meridiano di sangue): 
‘L’universo non è qualcosa di angusto, e l’ordine che vi regna non è ostacolato ad alcuna latitudine nel suo proposito di ripetere ciò che esiste in una parte in ogni altra parte. Anche in questo mondo esistono più cose fuori che dentro la nostra conoscenza, e l’ordine che voi vedete nella creazione è quello che ci avete messo voi, come un filo in un labirinto, per non smarrirvi’.

ARKANSAS
I Know Why the Caged Bird Sings, Maya Angelou (trad. ‘Il canto del silenzio’): 
‘Se crescere è doloroso per una bambina nera del Sud, 
rendersi conto di essere fuori posto è la ruggine sul rasoio puntato alla gola. È un insulto superfluo’.

COLORADO
‘Angle of Repose’, Wallace Stegner (trad. Angolo di riposo): 
‘La nozione di casa può essere pienamente apprezzata 
solo dai senzatetto e può essere pienamente compresa solo da chi è stato strappato dalle sue radici’.


CONNECTICUT
‘Uncle Wiggily in Connecticut’, J.D.Salinger racconto contenuto in ‘Nine stories’ 
(trad. Nove storie, racconto: ‘Zio Wiggily in Connecticut’): 
”Quella sciocca cameriera’ disse Eloise senza muoversi dal divano. 
‘Un’ora fa le ho scaricato due scatoloni nuovi di zecca davanti al naso. 
Entrerà da un momento all’altro per chiedermi cosa ne deve fare. E io dove diamine ero?”.



DELAWARE
The Good Lord Bird, James McBride (no trad.): 
‘Alcuni eventi in questo mondo semplicemente non sono destinati ad accadere, non quando vorremmo noi, e il cuore ne deve essere consapevole e considerarla una promessa per il mondo di là da venire. C’è una ricompensa alla fine di tutto, ma è comunque un grosso fardello da portare’.



GEORGIA
Cane, Jean Toomer (trad. ‘Canne’): 
‘I venti della notte in Georgia sono poeti girovaghi, che vanno in giro bisbigliando’.



IDAHO
Train Dreams, Denis Johnson: 
‘Gli piacevano le dimensioni grandiose delle cose nei boschi, il senso di smarrimento e lontananza, l’impressione di non correre alcun pericolo, con tutti quegli alberi come guardiani’.



ILLINOIS
‘Native Son’, Richard Wright (trad. Paura): 
‘Ma che diamine! Guarda! Noi viviamo qui e loro vivono lì. 
Noi siamo neri e loro bianchi. Loro possiedono cose, noi no. 
Loro fanno cose e noi non possiamo. È proprio come vivere in prigione’.



INDIANA
‘The Stone Diaries’, Carol Shields (trad. Diari di Pietra): 
‘La fa rabbrividire il pensiero che nessun paio d’occhi possa penetrare il soffitto e i muri della sua casa e guardarla mentre si muove nelle sue giornate surreali, mercanteggiando momento dopo momento con l’indolenza, quella tentatrice’.



IOWA
Gilead, Marilynne Robinson: 
‘Ci sono due occasioni in cui la sacra bellezza del Creato diventa di un’evidenza abbacinante, e queste si presentano contemporaneamente. Una, quando sentiamo la nostra mortale inadeguatezza rispetto al mondo, e l’altra è quando sentiamo la mortale inadeguatezza del mondo rispetto a noi’.



KANSAS
‘In Cold Blood’, Truman Capote (trad. A sangue freddo): 
‘Poi, tornando verso casa, si diresse verso gli alberi, 
camminando sotto la loro ombra, lasciando dietro di sé il grande cielo azzurro, 
il sussurro delle voci nel grano curvo sotto il suo impeto’.



KENTUCKY
‘Beloved’, Toni Morrison (trad. Amatissima): 
‘Non le si presentava mai così orrenda come era in realtà, e questo la portava a chiedersi se per caso anche l’inferno non fosse in fondo un bel posto. D’accordo, c’erano il fuoco e lo zolfo, però celati in un boschetto tutto merlettato’.



LOUISIANA
‘All the King’s Men’, Robert Penn Warren (trad. Tutti gli uomini del re): 
‘L’aria così ferma fa male come il dolore della gengiva il giorno dopo aver tolto un dente, o come il dolore del tuo cuore nel petto quando ti ritrovi su un angolo di strada ad aspettare che la luce cambi e ti scopri a pensare a come erano le cose una volta e a come avrebbero potuto essere se non fosse accaduto ciò che era accaduto’.



MARYLAND 
Jacob Have I Loved, Katherine Patterson (no trad.): 
‘Tutti i sogni sulla mia partenza, e dietro di essi il terrore di partire. Mi ero avvinghiato ai miei sogni, a Rass, sì, e anche a mia nonna, tremando alla sola idea di trovarmi di nuovo fredda e pulita in un cestino dimenticato se solo avessi mollato minimamente la presa’.



MASSACHUSETTS 
‘The Bell Jar’, Sylvia Plath (trad. La campana di vetro): 
“Volevo trovarmi là, dove nessuno di mia conoscenza avrebbe mai potuto trovarmi”.



MICHIGAN 
Split Images, Elmore Leonard (no trad.): 
“Uscendo dal palazzo della Provincia e camminando verso est lungo la Jefferson ripresero a parlare del tempo, spostando lo sguardo al Ford Auditorium lungo la riva del fiume, la fontana con la nebbiolina in Hart Plaza, e Bryan disse che non sembrava aprile, il tempo era un po’ troppo mite. Aprile a Detroit era triste, umido e freddo, con la neve sporca lasciata dall’inverno; Angela disse che lei viveva in Arizona, a Tucson, e non ne capiva molto di meteo, a parte il tempo a New York quando cerchi un taxi; Bryan rispose che poteva anche essere sufficiente come conoscenza del meteo e che, se avesse voluto, avrebbe potuto spiegarle quanto il caldo poteva diventare afoso in estate”.



MINNESOTA 
Betsy and Tacy Go Downtown, Maud Hart Lovelace (no trad.): 
“Betsy era così felice che sentiva il bisogno di starsene da sola. Salì in camera sua e si sedette sul baule di Uncle Keith. Il sole era tramontato dietro la casa di Tacy. Il vento si era alzato e gli alberi dai colori tenui si muovevano piano sotto un cielo cupo. Tutte le storie che aveva raccontato a Tacy e Tib sembravano danzare sotto quegli alberi, insieme a tutte le storie che aveva in programma di scrivere un giorno e a tutte quelle che avrebbe letto in biblioteca. Belle storie, Grandi storie. I classici. Non i racconti di Rena”.



MISSISSIPI 
Long Division, Kiese Laymon (no trad.): 
“Le persone dicono sempre che per i cambiamenti ci vuole tempo. È vero. Ma in realtà sono le persone a cambiare sé stesse e poi devono decidere se vogliono davvero continuare a essere le nuove persone che sono diventate”.



MISSOURI 
Stoner, John Williams: 
“Una morbidezza lo avvolse e un languore gli attraversò le membra. 
La coscienza della sua identità lo colse con una forza improvvisa, e ne avvertì la potenza. 
Era se stesso, e sapeva cosa era stato”.



MONTANA 
Legends of the Falls, Jim Harrison (trad. ‘Vento di Passioni’): 
“ Seduto su un ceppo sotto il peso della morte di suo padre, nella mortalità intrinseca della cupola di foglie morenti e selvaggiamente colorate, egli comprese che la vita consiste solo nelle azioni quotidiane di ognuno… Nulla è uguale a qualcos’altro, compreso lui, e tutto cambia continuamente. Capì di non poter percepire tale cambiamento costante perché lui stesso stava cambiando insieme a tutto il resto”.



NEBRASKA 
Eleanor & Park, Rainbow Rowell: 
“Da quando si erano conosciuti la prima volta Eleanor lo incontrava sempre in posti insoliti. 
Era come se le loro vite fossero linee sovrapposte, come se avessero una gravità propria. Di solito quelle casualità le sembravano come i migliori regali che l’universo avesse mai creato per lei”.



NEVADA 
‘Fear and Loathing in Las Vegas’, Hunter S. Thompson (trad. Paura e disgusto a Las Vegas): 
“Le allucinazioni sono davvero brutte. Ma dopo un po’ impari a tenere testa a cose tipo vedere tua nonna morta strisciare sulla tua gamba con un coltello tra i denti. Chi usa gli acidi ne è consapevole. Ma nessuno dovrebbe affrontare uno sballo come questo: vedere un fricchettone qualsiasi con un dollaro e 98 centesimi in mano camminare nel Circus Circus e improvvisamente comparire nel cielo sopra il centro di Las Vegas dodici volte più grande di Dio ululando qualsiasi cosa gli passi per la testa. No, questa non è proprio una città da droghe psichedeliche”.



NEW HAMPSHIRE
‘A Prayer for Owen Meany’, John Irving (trad. Preghiera per un amico): 
“Le tieni a qualcosa la devi proteggere; 
se sei abbastanza fortunato da trovare un modo di vita che ti piace, 
devi avere il coraggio di viverlo”.



NEW MEXICO 
Leave Her to Heaven, Ben Ames Williams (no trad. ): 
“Sentirsi soli è una cosa. Essere soli è un’altra. 
Non c’è solitudine profonda come quella di un uomo messo alla berlina davanti a diecimila occhi; 
ma essere soli è essere liberi, liberi da occhi e lingue che osservano, interrogano, condannano”.



NORTH CAROLINA 
Look Homeward Angel, Thomas Wolfe (trad. ‘Angelo, guarda il passato’): 
“I monti erano i suoi maestri. Erano orlati di vita. Erano la coppa della verità, 
al di là della crescita, al di là della battaglia e della morte. 
Essi rappresentavano la sua unità assoluta nel bel mezzo del continuo mutamento”.



NORTH DAKOTA 
‘The Round House’, Louise Erdrich (trad. La casa tonda): 
“Rimasi là nell’ombra della soglia a pensare con le lacrime. 
Sì, le lacrime possono essere pensieri, perché no?”



OHIO 
The Bluest Eye, Toni Morrison (trad. ‘L’occhio più azzurro’): 
“Alcuni semi non verranno nutriti, alcuni frutti non verranno generati, 
e quando la terra uccide per scelta autonoma noi ci adeguiamo 
e diciamo che la vittima non aveva diritto di vivere”.



OKLAHOMA 
‘The Outsiders’, S.E. Hinton (trad. I ragazzi della 56a strada): 
“L’alba stave per arrivare. Tutto il fondovalle era ricoperto di foschia e a volte alcuni pezzetti si staccavano e si allontanavano fluttuando in piccole nuvolette. Il cielo a est era più chiaro, l’orizzonte una sottile linea dorata. Le nuvole da grigie si tinsero di rosa e la foschia divenne dorata. Ci fu un attimo silenzioso in cui tutto trattenne il respiro; e poi sorse il sole. Fu meraviglioso”.



8 novembre 2016

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