martedì 6 agosto 2019

Martin Kutscher, Mio figlio è senza freni. Guida di sopravvivenza per genitori di bambini iperattivi.

Martin Kutscher,  Mio figlio è senza freni. Guida di sopravvivenza per genitori di bambini iperattivi.

Il resto del libro si occupa delle soluzioni. 

Inizieremo con il capitolo sulla Regola 1: essere positivi. 
Sebbene le punizioni possano modificare i comportamenti, soltanto un approccio positivo può realmente modificare il comportamento e al contempo migliorare gli atteggiamenti. 

Il capitolo successivo riguarda la Regola 2: restare calmi. 
Quando ci si sente esasperati nessuno è in grado di pensare in maniera abbastanza chiara da poter risolvere logicamente i problemi. 

In seguito passiamo alla sfera scolastica, concentrandoci sulla Regola 3: organizzarsi. 

La Regola 4 — resistere — è un modo rapido per ricordarsi di continuare a seguire le prime tre regole, poiché questi problemi biologici non possono essere «curati» da un giorno all'altro. 

Quindi, passiamo al ruolo dei farmaci e terminiamo con un capitolo riassuntivo, che può anche essere letto come testo a sé stante e completo. Questa sintesi potrebbe essere fornita a insegnanti, coniugi e altri membri della famiglia. Infine, concludiamo con alcune checklist e letture di approfondimento.





Il bambino che ha più bisogno d'amore lo chiederà nei modi meno amorevoli.
Martin Kutscher
L'immagine può contenere: testo



Il libro “ il dolore meraviglioso” ce lo spiega benissimo... si forma una resilienza terribile! Siedo si chiude in un mutismo autistico .. o in feroci risse contro genitori e poi mostrandosi sociopatico .



giovedì 1 agosto 2019

Erling Kagge. Poiché qualcosa di cosi immediato e semplice non può far parte del settore del lusso, il silenzio è anche un bene sottovalutato. Si punta sempre ad «aggiungere», ad aumentare. La dopamina nella testa dei clienti li spinge a volere sempre di piu. Il silenzio agisce invece in senso opposto, toglie. Inoltre, è un’esperienza gratuita. Non c’è nemmeno bisogno di sostituirlo con nuovi beni di lusso la stagione successiva.

Erling Kagge è stato il primo uomo a raggiungere il Polo Sud in solitaria e il primo a raggiungere i «tre poli»: il Polo Nord, il Polo Sud e una cima dell'Everest. Il silenzio (Einaudi, 2017) è stato venduto in 20 Paesi.


«In un certo senso è il silenzio che deve parlare»
Il silenzio ha per l’appunto un compito, deve parlare.
Deve dirci delle cose, e noi dobbiamo parlare con lui e sfruttare il suo potenziale inespresso.

“Forse perché il silenzio contiene in sé lo stupore, ma anche una specie di violenza, un po’ come l’oceano o una distesa sconfinata di neve.
E chi non si è stupito davanti a questa violenza ne ha avuto paura.
È per questo che molti temono il silenzio e che la musica è dappertutto e sovrasta tutto.”
(Jon Fosse)

Ho ben presente la paura di cui scrive Fosse.
Una sottile inquietudine nei confronti di qualcosa che conosco a malapena e mi induce a non essere presente a me stesso, tenermi occupato in qualche modo, evitare il silenzio, tuffarmi a capofitto in qualche nuova attività.
Mando sms, ascolto musica, accendo la radio oppure lascio correre i pensieri, invece di resistere e magari chiudere fuori il mondo per un istante.
Io credo che la paura a cui Fosse non dà un nome sia il timore di conoscersi meglio.
Mi sento un codardo ogni volta che evito di guardarmi dentro.

Erling Kagge. Il silenzio. Uno spazio dell'anima.



Il silenzio ha per l'appunto un compito, deve parlare. Deve dirci delle cose, e noi dobbiamo parlare con lui e sfruttare il suo potenziale inespresso.
Erling Kagge

Poiché qualcosa di cosi immediato e semplice non può far parte del settore del lusso, il silenzio è anche un bene sottovalutato. Si punta sempre ad «aggiungere», ad aumentare. La dopamina nella testa dei clienti li spinge a volere sempre di piu. Il silenzio agisce invece in senso opposto, toglie. Inoltre, è un’esperienza gratuita. Non c’è nemmeno bisogno di sostituirlo con nuovi beni di lusso la stagione successiva.
Erling Kagge, Il silenzio 


In genere preferisco fare qualcosa, qualunque cosa, invece di riempire il silenzio con me stesso. Dopo un bel po’ di tempo ho capito che è proprio questa la causa di molti dei miei problemi.
Erling Kagge, Il silenzio


Aveva capito fino a che punto le parole possono limitare le esperienze che stiamo facendo. Le parole possono distruggere l'incanto. Non sono sufficienti.
Erling Kagge, Il silenzio


Cercare il silenzio. Non per voltare le spalle al mondo, ma per osservarlo e capirlo. Perché il silenzio non è un vuoto inquietante ma l'ascolto dei suoni interiori che abbiamo sopito.
«Il silenzio è una perla».
Erling Kagge, Il silenzio



«Camminare dà un senso di libertà. È contrario a tutto quel che spinge “più veloce, più in alto, più forte”. Quando cammino tutto si muove più lentamente, il mondo sembra ammorbidirsi, e per un breve momento non inseguo i miei impegni quotidiani: i lavori di casa, le riunioni, la lettura di manoscritti in ufficio. Camminare è una zona franca.»
Erling Kagge, Camminare. Un gesto sovversivo.


«Più cammino e meno sento la distinzione tra corpo, mente e ambiente intorno a me (…) La natura e il corpo acquisiscono una lingua comune e diventano un’unità.ci sono diversi modi per raggiungere un simile stato. Si può digiunare, meditare, prendere una pasticca o pregare, ma a me succede camminando.»
Erling Kagge, Camminare. Un gesto sovversivo.



«Finché non ho avuto una famiglia, non mi sono mai chiesto perché fosse così importante camminare. Invece le mie tre figlie volevano una spiegazione: perché bisogna muoverci su due gambe se si fa prima in macchina? Ho impiegato un anno e mezzo a scrivere questo libro e metà della mia vita a camminare per poter rispondere a questa domanda».
Erling Kagge, Camminare. Un gesto sovversivo, pp. 144, euro 13, trad. di Sara Culeddu.


«Le gambe arrivano a pensare prima che lo faccia il nostro cervello perciò è possibile trovare risposte a domande che non sapevamo nemmeno di porci».
Erling Kagge, Camminare


«La mia camminata preferita è sempre quella che farò. Potrebbe essere una passeggiata nei boschi questo pomeriggio o tornare a casa a piedi dall’ufficio domani».
Erling Kagge, Camminare

Come del resto scriveva il grande drammaturgo austriaco Thomas Bernhard nel 1971 in Camminare, un racconto riproposto di recente da Adelphi (pp. 124, euro 13, trad. di Giovanna Agabio): «Nulla è più istruttivo del veder camminare uno che pensa, così come nulla è più istruttivo del veder pensare uno che cammina».


Sylvain Tesson, lo scrittore e viaggiatore francese che dopo aver girato il mondo in bicicletta, aver passato sei mesi in una capanna siberiana, sulla sponda del lago Bajkal, in sola compagnia di libri, sigari e vodka, e aver ripercorso la Ritirata dalla Russia di Napoleone a bordo di un sidecar, ha deciso di attraversare la Francia a piedi da sud a nord prendendo solo strade sbagliate: i «sentieri neri, quelli più nascosti, bordati da siepi, tra i rovi del sottobosco, sulle piste tracciate dai solchi delle ruote tra due villaggi abbandonati»
(Sentieri neri, Sellerio, pp. 154, euro 15, trad. di Roberta Ferrara, dal 23 aprile).

Per Tesson camminare equivale a una cura, è la chiave del suo recupero:
«Mia madre era morta piantandoci in asso. Io, ubriaco fradicio, m’ero rotto la testa cadendo da un tetto». Significa ritemprare il fisico e chiudere i conti con il proprio destino, fuggendo da una società globalizzata e ultraconnessa che ha idolatrato la velocità.
Dal 24 agosto all’8 novembre 2015 si spinge nella Francia rurale lungo un itinerario tortuoso che lo porta da Mercantour, al confine italo-francese, attraverso la Provenza, il Massiccio Centrale, la Turenna, Mont Saint-Michel per arrivare infine sulle spiagge della Normandia. A fargli da guida le mappe dell’IGN, l’Institut Géographique National, che lo conducono alla scoperta di terre incolte e maggesi e costituiscono «il lasciapassare dei sogni».

E se per Erling Kagge, «ogni camminata è stata diversa dalle altre, ma guardandomi indietro posso individuare un tratto comune: il silenzio interiore. Il camminare e il silenzio sono collegati. Il silenzio è astratto, il camminare concreto», anche Tesson ambisce al silenzio: «i sentieri neri fornivano delle vie di fuga: erano luoghi dimenticati dove regnava il silenzio e non si incontrava mai nessuno».

http://www.minimaetmoralia.it/wp/erling-kagge-camminare-un-gesto-sovverisivo/



Camminare è secondo Erling Klagge un gesto sovversivo e libertario  (e nel sostenere questo punto di vista egli si ispira ovviamente, molto, a Thoreau e al suo saggio sul camminare.

http://ultramaratonemaratonedintorni.com/2018/05/camminare.il-breviario-di-erling-kagge-sul-camminare-gesto-sovversivo-e-di-scoperta-del-se.html




Uno.


Un giorno mia nonna non potè più camminare.

Quel giorno mori. Fisicamente visse ancora un po’, ma le ginocchia nuove che le avevano impiantato per sostituire le sue erano deboli e non riuscivano a sostenere il peso del suo corpo. Stando sempre a letto, anche la forza dei suoi muscoli andò scomparendo. Il suo apparato digerente si indebolì. Il cuore cominciò a batterle sempre più piano e a ritmo irregolare. I polmoni tenevano sempre meno ossigeno. Verso la fine annaspava in cerca d’aria.

In quel periodo avevo soltanto due figlie. La più piccola, Solveig, aveva tredici mesi. Mentre la sua bisnonna si rannicchiava lentamente in posizione fetale, per Solveig era arrivato il momento di imparare a camminare. Con le braccia alzate e tenendosi alle mie dita, avanzava tentennando sul pavimento del salotto. Ogni volta che lasciava la presa e provava a fare qualche passo da sola, scopriva cosa fossero l’alto e il basso e capiva la differenza tra vicino e lontano. Quando inciampava e colpiva lo spigolo del tavolo con la fronte, scopriva che alcune cose sono dure e altre morbide. Imparare a camminare forse è la cosa più pericolosa che facciamo nel corso della nostra vita. Con le braccia spalancate per tenersi in equilibrio, ben presto riuscì ad attraversare da sola il salotto. L’insicurezza la faceva avanzare a passi corti, a un ritmo scandito. Le prime volte che la guardavo mi stupiva il modo in cui allargava le dita dei piedi. Era come se cercassero di fare presa sul pavimento. «Il piede del bimbo ancora non sa di esser piede», desidera essere una farfalla oppure una mela, come recita l’inizio della poesia Al piede dal suo bimbo del poeta argentino Pablo Neruda.

A un certo punto cominciò a camminare a passi più sicuri, fino a varcare la portafinestra della terrazza e a uscire in giardino. Allora i suoi piedi non sperimentarono più solo il contatto col pavimento, ma anche con la terra. Erba, sassi, zolle e ben presto l’asfalto.

Parte della sua personalità - il temperamento, la curiosità e la volontà - affiorava meglio mentre camminava. Forse mi sbaglio, ma ogni volta che vedo un bambino che impara a camminare, si consolida in me la sicurezza che la gioia di scoprire e padroneggiare qualcosa sia la forza più grande al mondo. Mettere un piede davanti all’altro, esplorare e spingersi oltre sono cose insite nella nostra natura. I viaggi di scoperta non sono un inizio; sono punti d’arrivo.

Mia nonna nacque a Lillehammer novantatre anni prima di Solvcig e a quel tempo la sua famiglia usava ancora le gambe per spostarsi da un posto all’altro. Se avesse voluto fare un viaggio più lungo avrebbe potuto prendere il treno, ma non aveva poi tante ragioni per allontanarsi da Lillehammer. Al contrario, fu il mondo esterno ad andare da lei. Negli anni della sua giovinezza vide arrivare nell’Oppland automobili e biciclette frutto della produzione di massa, e aerei. Mi raccontava che il bisnonno una volta le chiese di andare con lui fino al lago Mjosa per vedere insieme un aereo. Lo raccontava con un trasporto tale che sembrava fosse successo il giorno prima. Il cielo non era più riservato esclusivamente agli uccelli e agli angeli.

Homo Sapiens ha sempre camminato. Fin da quando i nostri antenati hanno cominciato a girovagare, partendo dall’Africa orientale settantamila anni fa, la nostra è stata la storia di un cammino. Il bipedalismo, ovvero la capacità di camminare su due gambe, ha gettato le basi per tutto quel che siamo oggi. La nostra specie ha camminato attraverso l’Arabia e proseguito fino in cima all’Himalaya, si è diffusa per tutta l’Asia, ha superato lo stretto di Bering ghiacciato arrivando in America o ha preso verso sud, fino in Australia. Alcuni hanno scelto la ria dell’Occidente, verso l'Europa, e sono finiti in Norvegia. I primi uomini erano capaci di muoversi a piedi per molto tempo, di cacciare con metodi sempre nuovi su vaste superfici e di vivere un gran numero di esperienze. Questo stile di vita ha permesso al nostro cervello di svilupparsi più rapidamente rispetto a quello delle altre creature. Prima abbiamo camminato, poi abbiamo imparato ad accendere il fuoco e a preparare il cibo e infine abbiamo sviluppato il linguaggio.

Le lingue create dagli uomini rispecchiano l'idea che la vita sia una lunga camminata. In sanscrito, una delle lingue più antiche al mondo e originaria dell'India, il concetto di passato è espresso con il termine gata, «quel che abbiamo camminato», mentre il futuro si chiama anagàta «quel che non abbiamo ancora raggiunto». Il termine gata è imparentato con il norvegese gàtt («andato»). Come è naturale, in sanscrito il presente è associato al significato di «quel che si manifesta proprio di fronte a noi», pratyutpanna.

Mi è impossibile tenere il conto delle camminate che ho fatto.
Ne ho fatte di corte e di lunghe. Ho camminato per lasciare una città o per entrarvi. Ho camminato di notte e di giorno, lasciando fidanzate o andando incontro ad amici. Ho camminato per boschi e montagne, su superfici ghiacciate e in paesaggi trasformati dall’uomo. Ho camminato annoiandomi e ho camminato per fuggire l'inquietudine. Ho camminato nel dolore e nella gioia. Ma a prescindere dai dove e dai perché, ho camminato tanto. Ho camminato fino alla fine del mondo, letteralmente.
Ogni camminata è stata diversa dalle altre, ma guardandomi indietro posso individuare un tratto comune: il silenzio interiore. Il camminare e il silenzio sono collegati. Il silenzio è astratto, il camminare concreto.

Finché non ho avuto una famiglia, una casa e un lavoro, non mi sono mai chiesto perché fosse cosi importante camminare. Invece i bambini volevano una risposta: perché bisogna camminare se si fa prima in macchina? Molti adulti con cui mi sono trovato a parlare si chiedevano la stessa cosa: qual è il senso di muoversi lentamente da un posto a un altro?

Seppure io e te camminassimo a fianco, avremmo due esperienze diverse. Finora mi sono sempre limitato a fornire la spiegazione semplificata, quella a cui si ricorre perché è immediata ma, in quanto tale, contraria all’essenza stessa del camminare: ho risposto che chi cammina vive più a lungo. E ha una memoria migliore. La pressione sanguigna più bassa. Si ammala più raramente. Ogni volta che mi sono trovato a raccontare queste cose, però, ero cosciente di dire solo metà della verità. Camminare, infatti, è molto di più che una lista di benefici per la salute degna di una pubblicità sulle vitamine. E allora, in cosa consiste l’altra metà della verità?
Perché camminiamo? Perché cammino?
Da dove mi sto allontanando a piedi e verso cosa mi sto dirigendo?

Siccome le risposte sono piuttosto misteriose, alla fine ho sentito il desiderio di districare un po’ la matassa. Mi sono messo le scarpe, ho lasciato vagare un po’ i pensieri e ora di una cosa sono sicuro: mettere un piede davanti all'altro è tra le azioni più importanti che compiamo.
E allora andiamo.

Due

Camminare dà un senso di libertà. È contrario a tutto quel che spinge «pili veloce, più in alto, più forte». Quando cammino tutto si muove più lentamente, il mondo sembra ammorbidirsi, e per un breve momento non inseguo i miei impegni quotidiani: i lavori di casa, le riunioni, la lettura di manoscritti in ufficio. Camminare è una zona franca. Per trenta minuti, o qualche ora, le opinioni, le aspettative e gli umori di famiglia, colleghi e conoscenti paiono irrilevanti. Riesco a sentirmi il centro della mia vita e, poco dopo, a dimenticare completamente me stesso.

C'è un consenso diffuso sul fatto che andare da un posto a un altro in due ore invece che in quattro o in otto sia un risparmio di tempo. Si, certo, da un punto di vista matematico sembra corretto, ma l’esperienza mi dice il contrario: quando aumento il ritmo, il tempo scorre più veloce. La mia velocità e il tempo accelerano parallelamente. È come se un’ora durasse meno di sessanta minuti. Quando mi sbrigo, non riesco a cogliere quasi niente.
Se vai verso una montagna in macchina e lasci che i laghetti, le colline, le pietre, il muschio e gli alberi ti sfreccino accanto, la vita si fa più corta. Non puoi sentire il vento, gli odori, il tempo atmosferico o i cambiamenti di luce. I piedi non ti fanno male. Tutto si amalgama.

Quando aumenti il ritmo, non è solo il tempo a ridursi, ma anche la percezione dello spazio. A un tratto sei alle pendici della montagna. Viene meno l’esperienza della distanza. Una volta arrivato, la sensazione può essere quella di aver colto molte cose. Ma io ne dubito.

Se quello stesso tratto lo percorri a piedi e ci metti un giorno invece di mezz’ora, allora respiri con più calma, ascolti, senti il terreno sotto i piedi e la giornata diventa tutt’altra cosa. La montagna cresce gradualmente e l’ambiente circostante sembra diventare più grande.

Fare conoscenza con le cose che ti circondano richiede tempo. È come costruire un’amicizia. La montagna giù in fondo, che si trasforma via via che ti avvicini, diventa una buona compagna ancor prima che tu l’abbia raggiunta. Gli occhi, le orecchie, il naso, le spalle, la pancia e le gambe le parlano e la montagna risponde. Il tempo si dilata, indipendentemente dai minuti e dalle ore.
Ecco un segreto che condividono tutti i camminatori: la vita dura di più quando cammini. Camminare dilata ogni attimo.

Tra due o più alternative scelgo sempre la più semplice: quella che prende il minor tempo possibile. La più comoda. La più calda. Anche quando so che l’altra via sarebbe la più saggia. Certi giorni scelgo il percorso con meno ostacoli da quando mi sveglio a quando vado a dormire. Si, a volte mi capita di farlo anche per più giorni di fila. È una debolezza che mi infastidisce.

Scegliere liberamente di rendere la mia esistenza meno confortevole mi ha dato tanto in cambio. Da che ho memoria, dentro di me ho sempre avuto un diavoletto a suggerirmi di prendere la via più comoda ogni volta che mi trovavo di fronte a una scelta. Camminare meno di quanto avessi programmato, saltare la visita a un amico ammalato per andarmene al bar, non alzarmi dal letto quando invece avrei dovuto. Nei periodi in cui mi abituo a spostarmi in macchina, poi è difficile rinunciarci. Di fatto è troppo comodo.
Seguire sempre e regolarmente questa voce può portare a una specie di fuga dal mondo e a sprecare le opportunità che abbiamo nella vita. Il filosofo Martin Heidegger osservava che è molto facile diventare schiavi di questa voce interiore. Può indurci ad affondare e a rimanere del tutto intrappolati in una palude che ci risucchia. Heidegger distingue tra un’esistenza vissuta cosi e il guidare la propria vita. Essere non significa solo stare al mondo, come fanno le pietre, ma porsi la questione del come si sta al mondo. Secondo Heidegger gli uomini, per essere liberi, dovrebbero desiderare di caricarsi di fardelli. Scegliendo la via con meno ostacoli, si dà sempre la priorità all’opzione che comporta meno preoccupazioni. In questo modo le nostre decisioni sono stabilite a priori e viviamo non solo una vita non libera, ma anche noiosa.
Tante cose nel nostro quotidiano sono legate ai ritmi veloci. Camminare invece è un’azione lenta. E in questo senso una delle più radicali che si possano compiere.

Può sembrare esagerato suggerire a qualcuno di prendere la strada sbagliata, o di perdersi, ma può essere anche un buon consiglio. Quelle camminate me le ricordo bene. Nell’autunno del 1987 percorrevo con la mia ragazza il versante destro dello Jotunheimen e, lungo la strada, decidemmo di scalare lo Store Skagastolstind, la terza cima più alta della Norvegia. Lei era una scalatrice esperta e avrebbe guidato entrambi alla vetta. Arrivati quasi in cima, però, fummo sorpresi da nebbia e nevischio. C’erano dirupi scoscesi su ogni lato. Fare anche solo un altro passo nella nebbia era pericoloso e fummo costretti a pernottare li, senza tenda né sacchi a pelo. Saltellammo, tirammo pugni contro il vento, ci stringemmo le braccia intorno al torace per l'intera notte, e nonostante tutto ci congelammo completamente. Guardando indietro, oggi penso sia stata l’esperienza più bella che abbiamo vissuto insieme. Quella notte trascorsa in condizioni drammatiche si distinse da tutta la serie delle notti confortevoli. Al sorgere del sole, quando ci aiutammo a vicenda a ridiscendere in sicurezza, le ore di buio ci avevano avvicinati.

Ho sbagliato strada cosi tante volte da domandarmi se in fondo in fondo io non cerchi quella piccola insicurezza. Come disse mio fratello Gunnar -dovevamo avere otto e undici anni- una volta che ci perdemmo nell’Ostmarka: «Qui mi ci sono già perso una volta, perciò so dove siamo».

Ogni giorno passo accanto a una quercia che si trova a circa settantacinque passi dal portone di casa mia. Ricordo bene i cambiamenti che subisce nell’arco di un anno. D'inverno, nella luce fosca prima che sorga il sole, capita che l'albero spoglio assomigli a un mostro. Qualche ora più avanti, con la luce del giorno, ha un’aria pili amichevole. Nella chioma, nella corteccia e all’interno del legno ci sono innumerevoli piccole tane in cui centinaia di minuscoli insetti, funghi, muschi e licheni vivono le loro vite.
Con la primavera arrivano le foglie e i colori. La quercia - un albero che secondo la leggenda impiega cinquecento anni per vivere e cinquecento per morire - sembra raddrizzarsi un po’ e a ogni raffica di vento si cosparge di polline. Non posso vederlo, ma so che in quel momento la linfa sta salendo.

Di solito non faccio caso a molti dettagli quando vado in città in macchina. Superata Pilestredet il traffico rallenta, un automobilista non si accorge che è scattato il verde e un pedone mi attraversa davanti mentre scrive un sms. Non si colgono le espressioni dei visi. Nel traffico dell’ora di punta, poi, al massimo mi metto a guardare gli altri e penso male di loro perché - come me - buttano via il loro tempo seduti e in coda. Fino a oggi non mi è mai capitato di vedere un automobilista felice all'ora di punta.

Erling Kagge, Camminare, Un gesto sovversivo
Traduzione di Sara Culeddu
Giulio Einaudi editore

domenica 28 luglio 2019

Federico da Montefeltro: il naso più famoso d’Italia e la prima rinoplastica.

Il naso d’Italia.
Probabilmente è famoso, molto famoso, per il suo naso. 
Più precisamente, per il pezzetto che manca. La punta non ha nulla di strano. 
Non sporge in modo aristocratico ed effimero verso il mondo, né s’ingrossa come un bulbo. 
Sta nel giusto mezzo, nella mediocritas. Il dorso del naso rivela persino un tratto nobile tendendo dritto alla fronte. Qui però, dove altri nasi si perdono dolcemente senza rialzo, non c’è transizione, non c’è radice, ma soltanto il vuoto. Un taglio netto, un gradino, un’intaccatura interrompe bruscamente l’architettura facciale, crea spazio letteralmente per il nulla. Un nulla che però – è innegabile – rende consapevoli dell’esistenza del resto. Nessun altro ha mai avuto un naso simile e questo è diventato il naso d’Italia. [...] Il pittore non nasconde le quattro piccole verruche sulla guancia del modello, tracce di una malattia della pelle che ha colpito Federico da giovane [...]. Piero vuole essere preciso. Vuole entrare nei particolari, per così dire penetrare nei pori della pelle, con la stessa maestria dei pittori fiamminghi a lui contemporanei. Ha sfidato il loro realismo. L’attenzione ai dettagli dei fiamminghi, la loro arte nel mostrare uomini e cose come se fossero reali suscitavano molta ammirazione anche in Italia. L’arte dei fratelli Van Eyck o di Hans Memling deve avere colpito gli uomini dell’epoca, che non sapevano nulla di fotografia né di cinema.

Tuttavia Piero della Francesca non era una specie di fiammingo toscano.
Se la sua rappresentazione del duca di Urbino è ben informata dell’arte nordica, possiede anche tratti peculiari e molto italiani: il colore luminoso ad esempio, lo scarlatto appena sfumato del mantello e del cappello. Di fronte all’azzurro del cielo è il profilo rigoroso, tutto angoli e curve, a dare pregnanza alla testa e persino a mettere in risalto la rientranza del naso.  [...]

Giovanni Santi narra l’incidente nella sua cronaca in rima.
Il racconto svela tra l’altro le tracce di una cultura cavalleresca tardiva, le cui forme non si addicono all’immagine corrente che si ha del Rinascimento. [...]
Il torneo durante il quale Federico da Montefeltro perse l’occhio si svolse nel 1451.
Il signore di Urbino lo aveva organizzato in onore di Francesco Sforza, da poco diventato duca di Milano. Federico montò in sella, noncurante – pare – dei segni che indicavano la sciagura. Come avversario scelse Guidangelo de’ Ranieri, un distinto giovanotto di Urbino, noto nei tornei e che aveva già vinto un premio a Firenze. A mo’ di saluto, Federico gli fece dono di una catena d’oro.
Non ci furono danni nella prima cavalcata. Nel secondo combattimento però la lancia di Guidangelo rimbalzò contro l’armatura del conte e scivolò attraverso la visiera dell’elmetto; il Montefeltro fu colpito tra le sopracciglia. Il colpo spaventoso tranciò l’osso nasale e penetrò nell’occhio destro. Allora ventottenne, Federico deve aver dimostrato un bel coraggio. Disse che si sarebbe ripreso in fretta, appena superato lo shock. Con l’occhio rimanente avrebbe visto meglio che con altri cento. Ora poteva consolarsi condividendo il destino di Annibale, uno tra i piú grandi generali dell’antichità; anche lui aveva perso un occhio durante una campagna nell’Italia centrale.

Per noi, Federico sarà uno dei condottieri piú valenti dei suoi tempi e un uomo di stato dallo sguardo
acuto anche in senso figurato.

Secondo papa Pio II, il duca ci vedeva meglio con un solo occhio di cento principi con due.



https://www.einaudi.it/content/uploads/estratti/978880619713PCA.pdf



E’ un dipinto a olio in colori brillanti e mostra i volti di un uomo e una donna di profilo, rivolti uno verso l’altro.

A destra Federico da Montefeltro, con cappello e veste rossa, difronte a lui sua moglie Battista Sforza, pallida, con una acconciatura complicata, ricche vesti e gioielli.

[...] Federico, di carnagione più scura, capelli crespi nerissimi, ha un profilo molto strano: la parte del naso all’altezza dell’occhio (il ponte nasale) è schiacciata e rientra in modo innaturale con una forma a L rovesciata.

Non può certo essere un errore del pittore: Piero della Francesca fu uno degli artisti più dotati della sua epoca, e in aggiunta amico personale di Federico.







Lo stesso Piero della Francesca ritrasse un’altra volta Federico di Montefeltro, come donatore, nella Pala d’altare oggi a Brera: lo vediamo inginocchiato ai piedi della Madonna e dei Santi, con addosso l’armatura ma senza l’elmo (e mezzo calvo), a mani giunte. Sempre preso da destra, sempre con il suo profilo sagomato.

Stesso particolare in altri dipinti: in uno Federico è con il figlio Guidobaldo, e sembra forse un po’ più vecchio, con i capelli meno neri, la pelle meno fresca, ma lo stesso inquietante naso.

Sotto, Federico di Montefeltro con alle spalle il Palazzo di Urbino (opera di pittore ignoto, allievo di Pedro Berruguete):

Pedro Berruguete, Federico da Montefeltro con il figlio Guidobaldo, Galleria Nazionale delle Marche, Urbino:


Ma qual è il motivo di questo particolare anatomico? 
E perché Federico venne ritratto sempre nella stessa posizione?

La spiegazione è che Federico non poteva essere ritratto né di fronte né da sinistra: in un incidente durante un torneo una lancia gli era penetrata nell’elmo e gli aveva perforato l’occhio. Da alcune descrizioni sappiamo che la palpebra gli era rimasta pendente e che si vedeva solo il bianco del bulbo oculare.

Federico avrebbe potuto rimanere ucciso, invece aveva solo perso l’occhio sinistro. 

Secondo le teorie più antiche, pur essendo rimasto sfregiato, non voleva che questa menomazione lo limitasse troppo, soprattutto in battaglia: per avere un campo visivo più ampio, si era fatto rimodellare il naso in modo che opponesse meno ostacolo all’occhio che gli era rimasto.

Queste supposizioni sono state però screditate durante gli studi degli anni ’70 e ’80, che hanno identificato in un unico colpo di lancia il responsabile sia della perdita dell’occhio sia della rottura del naso.

(Ringraziamo per la correzione sopra il Prof. Francesco M. Galassi, che ha allegato anche un interessante lavoro sui suoi studi sulla Gotta del Duca Federico da Montefeltro).

Nonostante la praticità dell’avere un naso modificato, un interrogativo è intrigante:

Perché i pittori di corte invece di dissimulare questo difetto lo dipingono in modo così riconoscibile?

Invece di nascondere il difetto fisico, Federico da Montefeltro lo accentuò e ne fece il suo marchio distintivo.

I suoi contemporanei, che erano al corrente della vicenda, quando vedevano il suo ritratto non solo conoscevano il motivo del naso tagliato, ma richiamavano alla mente (o immaginavano facilmente) il suo intero volto deturpato e non potevano fare a meno di ammirare il suo coraggio.

Anche Federico, però, doveva avere le sue paure: ce lo rivela una lettera scritta al suo medico personale durante una campagna militare. Il duca era tormentato dalla gotta, il dolore a un piede non lo lasciava dormire di notte, era preoccupato, pentito di non avere rispettato la dieta rigida che il medico gli aveva prescritto, deciso a seguirla pur di liberarsi dal tormento.

Fragilità private che non potevano essere mostrate in pubblico, in un’epoca in cui la politica era gestita in modo spregiudicato, in cui un uomo di potere doveva apparire sprezzante di ogni fatica e di ogni pericolo, e doveva essere disposto a fare della ferocia il suo riferimento estetico.



Anche per questo motivo il torneo del 1450, organizzato nella “sua” Urbino e a cui partecipò, gli fu certo molto indigesto. Nella foga della contesa, un avversario penetrò con la punta della lancia la celata dell’elmo di Federico, che perse in questo modo l’uso dell’occhio destro. Dopo aver lottato con la morte per mesi, ecco la stoica decisione, indice del coraggio e dell’incapacità a rassegnarsi: egli si fece tagliare la parte superiore del naso – già ferita, in parte, dallo stesso colpo di lancia -, in modo da poter vedere bene anche a destra e, quindi, combattere come se nulla fosse accaduto. Il duca morirà nel 1482, trentadue anni dopo il torneo, e dopo aver superato indenne numerose battaglie.



Potrebbe essere vera la frase leggendaria che molti gli attribuirono poco dopo l’incidente: 
“Pazienza, ci vedrò meglio con un occhio che con cento”. Il taglio del naso è riscontrabile, insieme ad altri segni quali le cicatrici sulla pelle, conseguenze di una vita militare intensa, nel celebre Ritratto di Federico da Montefeltro di Piero della Francesca. Nell’opera, la posizione del volto deriva dalla tradizione medaglistica ma probabilmente anche dall’imperativo del duca, che volle essere effigiato dal lato sinistro in modo da nascondere, in parte, la menomazione all’occhio.

https://www.vanillamagazine.it/federico-da-montefeltro-la-storia-dei-ritratti-del-duca-sfregiato/




Federico da Montefeltro: il naso più famoso d’Italia e la prima rinoplastica.


Al di là del valore artistico del lavoro di della Francesca, il quadro è molto noto perché mette in risalto il profilo, davvero particolare, di Federico e in particolare il suo naso, al quale manca una parte! Che cosa accadde al Montefeltro?

Intorno al 1450 – durante un torneo – venne ferito con una lancia e perse l’occhio destro. Nel XV secolo, una tale ferita poteva portare anche alla morte, ma Federico non si perse d’animo: la leggenda narra che affermò «Pazienza, ci vedrò meglio con un occhio che con cento!». Prese così la decisione di farsi tagliare la parte superiore del naso, per non ostacolare la vista dell’occhio sinistro.

Il vuoto che notiamo nel profilo dipinto da Piero lo ha reso probabilmente uno dei nasi più famosi della storia. Forse è il primo caso di rinoplastica conosciuto, e possiamo solo immaginare il dolore patito da Federico. 

L’incidente e l’operazione non fermarono la sua carriera, che lo portò a diventare Duca di Urbino. Federico, infatti, rimane uno dei personaggi più significativi del Rinascimento italiano: il suo amore per l’arte fa sì che ancora oggi Urbino sia la “sua” città, ricca di bellezza grazie al suo mecenate. 

Piero, Double portrait of the Dukes of Urbino 02 480

Uffizi Firenze
https://www.uffizifirenze.it/federico-da-montefeltro%3A-il-naso-più-famoso-d’italia-e-la-prima-rinoplastica.html




Io sapevo di un " incidente" di guerra; francamente, non so se credere al fatto che si sia fatto tagliare apposta la sommità dell'osso nasale... visto che non esisteva all'epoca nessuna forma di anestesia che gli potesse evitare l' insopportabile dolore dovuto ad una tale " operazione".... 😯😯😯



[...] il volto dai lineamenti marcati e dal piglio volitivo di Federico, è sormontato da un naso non solo voluminoso e sporgente, ma anche di forma bizzarra, che in corrispondenza dell’attaccatura sembra quasi “tagliato”; ebbene, pare che ciò fosse il risultato di un’operazione di chirurgia plastica ante litteram tramite la quale il naso del duca fu sapientemente “limato”, come da espressa richiesta dell’interessato.
Non per ragioni estetiche però, bensì pratiche: grazie all’intervento infatti, Federico poteva godere di una visione più ampia, quasi come avesse avuto ancora l’uso dell’altro occhio [...]

www.pilloledistoria.it/8870/storia-moderna/naso-rifatto-federico-ii-montefeltro




7 GIUGNO 1422: NASCE FEDERICO DA MONTEFELTRO. DIECI CURIOSITÀ SUL DUCA DAL NASO ADUNCO


Il suo profilo è divenuto icona pop grazie al ritratto di Piero della Francesca. Ma cosa c’è da sapere di Federico da Montefeltro, Duca di Urbino, nato il 7 giugno 1422? Ecco dieci curiosità:

1. Federico nacque da una relazione extraconiugale del conte Guidantonio con una giovane rimasta senza nome. Fu ugualmente avviato alla successione, nonostante la moglie di Guidantonio – che nel frattempo aveva avuto un figlio – facesse di tutto per sbarazzarsi del “piccolo bastardo”.

2. Il naso sconciato si deve a un incidente occorso durante un addestramento: la lancia del contendente perforò la visiera dell’elmo, colpendo la sommità nasale e l’occhio destro. Da allora fu guercio e i ritrattisti dovettero sempre ricorrere al profilo sinistro.

3. Come se non bastasse, alcuni anni dopo divenne zoppo a causa di un altro incidente: il pavimento di un palazzo di San Marino nel quale era ospite crollò, facendolo precipitare “per 8 o 9 braccia”. Non morì, ma fu per sempre zoppo e non poté più cavalcare.

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7. A Federico si deve la fondazione di una delle più ricche biblioteche del suo tempo, con oltre 1760 codici manoscritti. Dopo la morte del figlio Guidobaldo, la biblioteca cadde in stato d’abbandono e venne acquistata nel 1657 per soli dieci mila scudi da papa Alessandro VII: da allora costituisce il nucleo più importante della Biblioteca Apostolica Vaticana.

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9. Nel 1475 investì più di trenta mila ducati (sufficienti per costruire una cattedrale) per far miniare “il libro più bello del mondo”. Dopo due anni l’impresa fu compiuta: una bibbia in due volumi, le dimensioni imponenti, realizzata con le pelli di cinquecento pecore e miniata da artisti come Domenico Ghirlandaio. Il manoscritto passò alla storia come “La Bibbia di Federico da Montefeltro“.

[...]

Fonte: Ambrogio Piazzoni (a cura di), “La Bibbia di Federico da Montefeltro”, Franco Cosimo Panini Editore.

https://www.foliamagazine.it/7-giugno-1422-nasce-federico-da-montefeltro-dieci-curiosita-sul-duca-dal-naso-adunco/

venerdì 26 luglio 2019

Rumer Godden. C’è un proverbio indiano che dice che ognuno di noi è una casa con quattro stanze: una fisica, una mentale, una emotiva e una spirituale. La maggior parte di noi tende a vivere in una stanza la maggior parte del tempo, ma finché non andremo in ogni stanza ogni giorno, anche solo per arieggiarla, noi non saremo persone complete.

C’è un proverbio indiano che dice che ognuno di noi è una casa con quattro stanze: una fisica, una mentale, una emotiva e una spirituale. La maggior parte di noi tende a vivere in una stanza la maggior parte del tempo, ma finché non andremo in ogni stanza ogni giorno, anche solo per arieggiarla, noi non saremo persone complete.                                                    
Rumer Godden


Quando inizi a fare il coraggioso, poi devi andare avanti.
Rumer Godden, Bambole giapponesi

giovedì 25 luglio 2019

André Aciman, Chiamami col tuo nome. Come vivi la tua vita sono affari tuoi. Ma ricordati, cuore e corpo ci vengono dati una volta sola. La maggior parte di noi non riesce a fare a meno di vivere come se avesse a disposizione due vite, la versione temporanea e quella definitiva, più tutte quelle che stanno in mezzo. Invece di vita ce n’è una sola, e prima che tu te ne accorga ti ritrovi col cuore esausto e arriva un momento in cui nessuno lo guarda più, il tuo corpo, e tantomeno vuole avvicinarglisi. Adesso soffri. Non invidio il dolore in sé. Ma te lo invidio, questo dolore.

Come vivi la tua vita sono affari tuoi. 
Ma ricordati, cuore e corpo ci vengono dati una volta sola. 
La maggior parte di noi non riesce a fare a meno di vivere come se avesse a disposizione due vite, la versione temporanea e quella definitiva, più tutte quelle che stanno in mezzo. Invece di vita ce n’è una sola, e prima che tu te ne accorga ti ritrovi col cuore esausto e arriva un momento in cui nessuno lo guarda più, il tuo corpo, e tantomeno vuole avvicinarglisi. Adesso soffri. Non invidio il dolore in sé. Ma te lo invidio, questo dolore.
André Aciman, Chiamami col tuo nome



“Questo significa che fra dieci giorni, quando guarderò qui, tu non ci sarai. 
Non so cosa farò. Almeno tu sarai da un'altra parte, dove non ci sono i ricordi.”
Mi strinse la spalla, avvicinandomi a sé. “A volte fai certi ragionamenti…Starai bene, vedrai.
André Aciman, Chiamami col tuo nome


Altro che saggio. Te l'ho detto, io non so niente. Conosco i libri e so come mettere insieme le parole, ma questo non vuol dire che sappia parlare delle cose che più contano per me.
André Aciman, Chiamami col tuo nome


Volevo che quella passeggiata non finisse mai. 
La via silenziosa e deserta aveva un'aria tetra, e gli antichi ciottoli bucherellati luccicavano per l'umidità. […] Se ne erano andati tutti da Roma. E la città, che ne aveva viste di tutti i colori, adesso apparteneva solo a noi e al poeta che l'aveva plasmata a sua immagine, fosse anche per una notte sola. […] Ci incamminammo lungo la via via buia, proprio come due ombre dantesche, il giovane e il vecchio. Faceva ancora molto caldo e sulla fronte di Oliver colsi lo scintillio della luce di un lampione. Ci inoltrammo in un’altra via estremamente silenziosa, poi in un’altra, come attirati in quei vicoli irreali e appiccicosi, popolati di spiriti maligni, che sembravano condurre in una dimensione diversa, sotterranea, in cui entravi in uno stato di stupore e meraviglia.[…] Potevano essere le tre del mattino, magari anche più tardi. Fatta eccezione per qualche macchina, in città regnava un silenzio di tomba. Quando, per errore, capitammo in piazza della Rotonda, quella del Pantheon, la trovammo stranamente vuota. C’erano qualche turista con zaini enormi, degli ubriachi e i soliti spacciatori. […] A distanza di anni ormai, mi sembra ancora di sentire le voci di due giovani che cantano […] senza rendersi conto, mentre si abbracciano e si baciano nei vicoli bui di Roma, che sarebbe stata l’ultima notte in cui avrebbero fatto l’amore.” 
André Aciman, Chiamami col tuo nome


“Io mi ricorderò di te 
Tra le luci di Roma, ogni abbraccio per strada 
Mi riporterà da te 
Perché in fondo sai stavamo bene”
André Aciman, Chiamami col tuo nome


Rimase sbalordito nell'apprendere che, tra tutti i luoghi possibili al mondo, cresceva un albicocco proprio nel nostro frutteto. Nel tardo pomeriggio, quando a casa non c'era nulla da fare, Mafalda gli chiedeva di arrampicarsi sulla scala con un cestino e di raccogliere i frutti che quasi arrossivano di vergogna, come diceva lei.
Oliver allora si metteva a scherzare in italiano, ne sceglieva uno e le chiedeva: Questo qui è rosso di vergogna? No, risponeva lei, quello è ancora troppo giovane, da giovani si è senza vergogna, la vergogna arriva col passare degli anni.
André Aciman, Chiamami col tuo nome


Rinunciamo a tanto di noi per guarire più in fretta del dovuto, che finiamo in bancarotta a trent'anni, e ogni volta che ricominciamo con una persona nuova abbiamo meno da offrire. Ma non provare niente per non rischiare di provare qualcosa…che spreco. 
André Aciman, Chiamami col tuo nome


Dimmi qualcosa, toccami, non chiedo altro. 
Se mi guardi abbastanza a lungo vedrai che ho le lacrime agli occhi. 
André Aciman, Chiamami col tuo nome


Mi strinsi nelle spalle come per dire: Fa’ pure, non me ne potrebbe fregare di meno. Ma appena se ne furono andati, salii in camera mia e mi misi a singhiozzare con la faccia contro il cuscino.
André Aciman, Chiamami col tuo nome



Ma questa cosa che quasi non fu mai, ancora ci tenta.
André Aciman, Chiamami col tuo nome

Sapevo che quella sensazione non sarebbe durata a lungo e che, come fanno i drogati, era facile negare la propria dipendenza subito dopo essersi sparati una dose.
André Aciman, Chiamami col tuo nome


Con delicatezza, dolcemente, con la gentilezza che si usa tra ebrei, si insinuava nel mio corpo, con delicatezza, dolcemente, dopo aver ascoltato le parole che ormai provavo da giorni: Ti prego, non farmi male, che in realtà volevano dire: Fammi tutto il male che vuoi.
André Aciman, Chiamami col tuo nome


Sono come te” ha detto. “Mi ricordo tutto.”
Mi sono fermato un secondo. Se ti ricordi tutto, volevo dirgli, e se sei davvero come me, allora domani prima di partire o quando sei pronto per chiudere la portiera del taxi e hai già salutato gli altri e non c'è più nulla da dire in questa vita, allora, una volta soltanto, girati verso di me, anche per scherzo, o perché ci hai ripensato, e, come avevi già fatto allora, guardami negli occhi, trattieni il mio sguardo, e chiamami col tuo nome.
André Aciman, Chiamami col tuo nome


Quei due non possono disfarla, né riscriverla, né far finta di non averla vissuta, nemmeno riviverla; è lì, bloccata, come un'apparizione di lucciole in un campo d'estate verso sera, e continua a ripetere a ognuno di loro: Avresti potuto avere questo, invece. Ma tornare indietro è falso. Andare avanti è falso. Far finta di niente è falso. Cercare di rimediare a tutte queste falsità è a sua volta falso.
La loro vita è come un'eco distorta sepolta per sempre in un santuario di Mitra.
Silenzio.
André Aciman, Chiamami col tuo nome

«Oliver era Oliver» dissi, come se questo riassumesse tutto. «Parce que c’était lui, parce que c’était moi» aggiunse mio padre, citando la spiegazione onnicomprensiva data da Montaigne della sua amicizia con Etienne de la Boétie. Io, invece, stavo pensando alle parole di Emily Brontë: perché «lui è me più di me stessa» […] alla fine capivamo entrambi che lui era più me di quanto non fossi mai stato io, perché tanti anni prima, quando a letto lui diventava me e io diventavo lui, Oliver era e sarebbe rimasto per sempre, anche molto dopo che ogni strada imboccata nella vita ci aveva cambiato, mio fratello, mio amico, mio padre, mio figlio, mio marito, il mio amante, me stesso.
André Aciman, Chiamami col tuo nome


André Aciman, Chiamami col tuo nome


Facevamo finta di niente. Parlavamo di tutto fuorché di quello. Ma l'abbiamo sempre saputo, e che adesso non dicessimo nulla era un'ulteriore conferma. Avevamo trovato le stelle, tu e io. E questo capita una volta sola nella vita.
André Aciman, Chiamami col tuo nome


Non un fuoco di passione, non un fuoco che ti devasta, ma che ti lascia paralizzato, come il fuoco delle bombe a grappolo che succhia l'ossigeno tutt'intorno e ti lascia lì senza fiato, […]. Fuoco che è paura, che è panico, un altro minuto così e morirò se non bussa alla mia porta, ma piuttosto che bussi adesso è meglio che non bussi mai. Fuoco che è una supplica, ti prego, ti prego, dimmi che mi sbaglio, dimmi che mi sono immaginato tutto, perché non può essere vero anche per te, e se invece è vero anche per te, allora sei l'uomo più crudele del mondo.
André Aciman, Chiamami col tuo nome


È la cosa peggiore è che, con tutta la tua esperienza, la tua ironia e la tua capacità di vincere la timidezza ogni volta che minaccia di presentarsi, ti senti totalmente bloccato. Non parlavo la loro lingua, non parlavo la lingua del loro cuore, nemmeno del mio. Vedevo veli ovunque: quello che volevo, quello che non volevo sapere di volere, quello che avevo sempre saputo di volere. O è un miracolo oppure è l’inferno.
André Aciman, Chiamami col tuo nome




Perché è il desiderio a renderci ciò che siamo, ci rende migliori di ciò che siamo, perché il desiderio riempie il cuore. Riempie il cuore. 
Così come l’assenza e il dolore e il lutto riempiono il cuore.
André Aciman, Notti bianche


Ogni cosa mi dice che tu mi vuoi bene. Eppure da te mai un segnale.
André Aciman,  Variazioni su un tema originale


Era mai stato amore? E se non era mai stato amore, allora cos'era? Era davvero amore un amore spezzato, malmenato, rovinato, sprecato, che tremava in un gelido vicolo come un animale ferito che ha perso il padrone e per miracolo è sopravvissuto a una lotta con un cagnaccio? Senza cuore, senza gentilezza, senza carità, addirittura senza amore. Il nostro amore era come acqua stagnante dietro una chiusa bloccata. Dentro non ci viveva nulla.
André Aciman,  Variazioni su un tema originale


Sarei sopravvissuto senza troppi problemi, certo, e alla fine non me ne sarebbe importato più nulla e presto avrei imparato a soffocare gli attacchi di rimpianto. Perché è abbastanza facile superare lo struggimento del cuore, come pure l'amore, la febbriciattola, il desiderio di allungare la mano sul tavolo per toccare quella di un altro. Ci sarebbero state altre email e altri “carissimo” -questo lo sapevo- e ogni volta il mio cuore avrebbe sussultato e si sarebbe ritrovato a sperare che sullo schermo fluttuasse il nome di lei, e questo significava che sarei stato ancora vulnerabile, e questo significava a sua volta che sarei riuscito ancora a provare quei sentimenti, e questo era un bene -perfino la perdita e la sofferenza erano un bene.
André Aciman,  Variazioni su un tema originale



Adesso, al buio, col ricordo del suo corpo appoggiato al mio, non dovevo fare altro che pronunciare il suo nome e sarebbe stata sotto le coperte, muovermi di un centimetro e avrei trovato una spalla, un ginocchio, sussurrare ancora il suo nome e ancora e ancora, finché non avrei giurato stesse facendo altrettanto con il mio, al buio le nostre voci unite come quelle di due amanti in una favola antica.
André Aciman


Questo mai-amore che ha cambiato tutto, ma non è andato da nessuna parte.
André Aciman

mercoledì 24 luglio 2019

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