giovedì 17 maggio 2018

Truman Capote, Colazione da Tiffany. Non amate mai una creatura selvatica, signor Bell. Non si può dare il proprio cuore a una creatura selvatica; più le si vuole bene più forte diventa. Finché diventa abbastanza forte da scappare nei boschi. O da volare su un albero. Poi su un albero più alto. Poi in cielo. E sarà questa la vostra fine, signor Bell, se vi concederete il lusso di amare una creatura selvatica. Finirete per guardare il cielo

Truman Capote (nato a New Orleans il 30 ottobre 1924)

«Ogni volta che cambiamo marca di sigarette, traslochiamo in una nuova casa, ci abboniamo a un altro giornale, ci innamoriamo e ci disinnamoriamo, in realtà non facciamo che protestare in modo più o meno frivolo contro l’insormontabile noia della vita quotidiana. Purtroppo però tutti gli specchi sono bugiardi, e a un certo punto, ci rimandano la solita faccia vuota e insoddisfatta: perciò mentre si domandava cosa aveva fatto, in realtà Grady si domandava cosa stava facendo, come al solito».
Truman Capote, “Incontro d’estate”



"Mi sento sempre attratto dai posti dove sono vissuto, le case e i loro dintorni. 
Per esempio, nella Settantesima Est c'è un edificio di pietra grigia dove, al principio della guerra, ho avuto il mio primo appartamento newyorchese.
Era una stanza sola affollata di mobili di scarto, un divano e alcune poltrone paffute, ricoperte di quel particolare velluto rosso e pruriginoso che ricolleghiamo alle giornate d'afa in treno. Le pareti erano a stucco, di un colore che ricordava uno sputo tabaccoso. Dappertutto, perfino in bagno, c'erano stampe di rovine romane, molto vecchie e tempestate di puntolini scuri.
L'unica finestra dava sulla scala di sicurezza. Ma, anche così, mi si rialzava il morale ogni volta che mi sentivo in tasca la chiave del mio appartamento; per triste che fosse, era un posto mio, il primo, e lì c'erano i miei libri, i barattoli pieni di matite da temperare, tutto quello che mi occorreva (o così almeno pensavo) per diventare lo scrittore che volevo diventare."
[Incipit di 'Colazione da Tiffany' di Truman Capote, nato il 30 settembre 1924]


Abitavo nella casa da circa una settimana quando notai che la casella dell’appartamento numero due era contrassegnata da un bigliettino perlomeno strano. Stampato con una certa eleganza formale, il biglietto diceva: Signorina Holiday Golightly, e sotto, in un angolo: in transito. 
Cominciò a perseguitarmi come una canzonetta: Signorina Holiday Golightly, in transito.
La signorina aveva un gatto, e suonava la chitarra. Nei giorni in cui il sole picchiava forte si lavava i capelli, poi, assieme al gatto, un maschio rosso tigrato, si metteva a sedere sulla scala di soccorso a pizzicare la chitarra mentre i capelli asciugavano. Ogni volta che sentivo la musica, andavo a mettermi in silenzio accanto alla finestra. Suonava molto bene, e qualche volta cantava. Cantava con il timbro rauco, incerto di un adolescente. Conosceva tutti i grandi successi, Cole Porter e Kurt Weill; le piacevano soprattutto le arie di Oklahoma! che erano nuove quell’estate e che si sentivano dappertutto. Ma c’erano momenti in cui cantava cose che vi facevano domandare dove poteva averle imparate, o da dove mai potevano venire. Strane arie dolci-amare con parole che sapevano di pini e di prateria. Una diceva: Don’t wanna sleep, Don’t wanna die, Just wanna go atravelin’ trough the pastures of the sky; e questa sembrava piacerle più delle altre, perché continuava a ripeterla anche quando i capelli erano già asciutti, anche quando il sole era tramontato e le finestre si illuminavano nel crepuscolo.
Truman Capote, Colazione da Tiffany (1958) 


Osservando il cestino dei rifiuti davanti alla sua porta, scoprii che le sue normali letture consistevano in giornali scandalistici, volantini di viaggio e oroscopi, che fumava strane sigarette di nome Picayune, che si nutriva a base di ricotta e melba toast; che i suoi capelli multicolori avevano, in un certo senso, un'origine volontaria. La stessa fonte m'informò che la signorina riceveva lettere di militari a sacchi. Erano sempre strappate a strisce, come segnalibri. Qualche volta, mentre passavo, prelevavo un segnalibro. Ricordo, la tua mancanza, pioggia, ti prego di scrivere, accidenti e maledizione erano le parole che ricorrevano più di frequente, insieme a solitario e amore.
Truman Capote, Colazione da Tiffany (1958) 

“Lui è buono, vero, Gatto? 
Su, vieni qua, povero amore, povero amore senza nome… 
ma io penso che non ho il diritto di dargli un nome… 
perché in fondo noi due non ci apparteniamo, è stato un incontro casuale. 
E poi non voglio possedere niente, finché non avrò trovato un posto che mi vada a genio… 
non so ancora dove sarà, ma so com'è”
Colazione da Tiffany


Sono una randagia che non appartiene a nessuno e a cui nessuno appartiene… 
[...] Non lo so chi sono. Io e il mio gatto siamo due randagi senza nome, 
che non appartengono a nessuno e a cui nessuno appartiene: 
ecco qual è la verità.
Audrey Hepburn, Colazione da Tiffany


-Non graffia?
-Macchè! Lui è buono, vero, Gatto? 
Su, vieni qua, povero amore, povero amore senza nome… 
ma io penso che non ho il diritto di dargli un nome… 
perché in fondo noi due non ci apparteniamo, è stato un incontro casuale. 
E poi non voglio possedere niente, finché non avrò trovato un posto che mi vada a genio… 
non so ancora dove sarà, ma so com’è. È come Tiffany!
-Tiffany? Tiffany il gioielliere?
-Appunto. Io vado pazza per Tiffany… 
specie in quei giorni in cui mi prendono le paturnie.
-Vuol dire quando è triste?
No, uno è triste perché si accorge che sta ingrassando o perché piove, ma è diverso. No, le paturnie sono orribili, è come un’ improvvisa paura di non si sa che. È mai capitato a lei? 
-Beh, certo.
-In questi casi mi resta solo una cosa da fare: prendere un taxi e correre da Tiffany. È un posto che mi calma subito. Quel silenzio e quell’aria solenne. 
Li non può accaderti niente di brutto. Se io trovassi un posto a questo mondo che mi facesse sentire come da Tiffany… comprerei i mobili e darei al gatto un nome!
Audrey Hepburn - Colazione da Tiffany


« (…) Non voglio possedere niente finché non avrò trovato un posto dove io e le cose faremo un tutto unico. Non so ancora precisamente dove sarà. Ma so com’è.» 
Sorrise e lasciò cadere il gatto sul pavimento. 
«È come da Tiffany,» disse. «Non che me ne freghi niente dei gioielli. I brillanti, sì. 
Ma è cafone portare brillanti prima dei quaranta, ed è anche pericoloso. (…) 
Ma non è per questo che vado pazza per Tiffany. 
Sapete quei giorni, quando vi prendono le paturnie?» (…)
« (…) le paturnie sono orribili. Si ha paura, si suda maledettamente, ma non si sa di cosa si ha paura. (…) Mi sono accorta che per sentirmi meglio mi basta prendere un taxi e farmi portare da Tiffany. 
È una cosa che mi calma subito, quel silenzio e quell’aria superba: non ci può capitare niente di brutto là dentro, non con quei cortesi signori vestiti così bene, con quel simpatico odore d’argento e di portafogli di coccodrillo. Se riuscissi a trovare un posto vero e concreto dove abitare che mi desse le medesime sensazioni di Tiffany, allora comprerei un po’ di mobili e darei un nome al gatto.»
Truman Capote, Colazione da Tiffany

-Io vado pazza per Tiffany: 
specie in quei giorni in cui mi prendono le paturnie.
-Vuoi dire quando è triste?
-No… Uno è triste perché si accorge che sta ingrassando, 
o perché piove. Ma è diverso. No, le paturnie sono orribili: 
è come un'improvvisa paura di non si sa che. 
È mai capitato a Lei?
Truman Capote, Colazione da Tiffany


In qualunque parte del mondo tu cerchi di fuggire, 
finirai sempre per imbatterti in te stesso.
Truman Capote, Colazione da Tiffany

Non sono capace di leggere un messaggio triste senza prima mettermi il rossetto.
Truman Capote, Colazione da Tiffany


“Ecco perché mi piace venire da Tiffany per l'atmosfera tranquilla e serena che si respira non per i gioielli, sinceramente a me non piacciono i gioielli, ma solo i diamanti!”
Truman Capote, Colazione da Tiffany





Non si può dare il proprio cuore a una creatura selvatica: più le si vuole bene, più diventa ribelle.
Colazione da Tiffany

«Non amate mai una creatura selvatica, signor Bell. Non si può dare il proprio cuore a una creatura selvatica; più le si vuole bene più forte diventa. Finché diventa abbastanza forte da scappare nei boschi. O da volare su un albero. Poi su un albero più alto. Poi in cielo. E sarà questa la vostra fine, signor Bell, se vi concederete il lusso di amare una creatura selvatica. Finirete per guardare il cielo».
Truman Capote, Colazione da Tiffany (1958)  


Vuoi sapere qual è la verità sul tuo conto? 
Sei una fifona, non hai un briciolo di coraggio, neanche quello semplice e istintivo di riconoscere che a questo mondo ci si innamora, che si deve appartenere a qualcuno, perché questa è la sola maniera di poter essere felici. Tu ti consideri uno spirito libero, un essere selvaggio e temi che qualcuno voglia rinchiuderti in una gabbia. E sai che ti dico? Che la gabbia te la sei già costruita con le tue mani ed è una gabbia dalla quale non uscirai, in qualunque parte del mondo tu cerchi di fuggire, perché non importa dove tu corra, finirai sempre per imbatterti in te stessa!
Truman Capote, Colazione da Tiffany (1958)  


− Non permetterò a nessuno di mettermi in gabbia.
− Non voglio metterti in gabbia, io voglio amarti.
− È la stessa cosa.
Colazione da Tiffany, 1961 (Audrey Hepburn e George Peppard)


— Io ti amo e tu mi appartieni.
— Oh no, nessuno appartiene a un altro.
Truman Capote, Colazione da Tiffany (1958)  

«E, a un tratto, accadde. 
Mentre guardavo i colori sfumati dei capelli di Holly 
balenare nella luce rosso-gialla delle foglie, 
l’amai abbastanza da dimenticare me stesso, 
le mie disperazioni egoistiche e da essere contento 
perché stava per succedere qualcosa 
che lei pensava felice»
Truman Capote, Colazione da Tiffany (1958)  


«Oh, ci si abitua a tutto,» risposi, irritato con me stesso, 
perché in realtà ero orgoglioso della mia sistemazione».
«Io no. Non mi abituo mai a niente, io. 
Chi si abitua a tutto tanto vale che muoia».
Truman Capote, Colazione da Tiffany (1958)  

Non può continuare così per sempre, 
a non sapere che cos'è tuo finché non lo butti via.
Truman Capote, Colazione da Tiffany (1958)  





Prima di iniziare le riprese di SABRINA, 1954, il regista Billy Wilder, che sta ancora ultimando la sceneggiatura, chiede alla Hepburn, in partenza per una breve vacanza a Parigi, di cercare nella capitale europea della moda qualche abito da far copiare alle sarte dello studio.
Audrey si reca nei principali atellier, allora l’ultimo grido era Dior, ma trova lo stile troppo sofisticato e non adatto alla sua figura minuta.
Su suggerimento di qualche amica si reca da uno stilista esordiente Hubert de Givenchy. Anche Givenchy è giovane e alle prime armi e quando gli dicono che la diva del cinema, Miss Hepburn, si sta recando da lui, pensa di dover incontrare la più nota Katharine Hepburn. Audrey è infatti all’inizio della sua folgorante carriera, solo l’anno prima ha girato Vacanze Romane, il primo film a darle il successo, e non è ancora un volto noto. In realtà proprio per Vacanze romane vincerà l’oscar che ritirerà indossando un abito esclusivo di Givenchy.
A dispetto di tutto e tutti, i due si trovano enormemente simpatici e con lo stesso innato gusto per la moda e lo stile.
Audrey gira indisturbata per l’atellier e sceglie alcuni modelli che si porta in patria.
In realtà non permette di copiarli, indossa, in tutto il film gli originali.
La storia, per altro si presta, perché Sabrina è un brutto anatroccolo, figlia dell’autista di una ricca famiglia di industriali americani, che si innamora del figlio minore del padrone. Per allontanarla dal ragazzo, donnaiolo e poco serio, il padre la manda a studiare cucina a Parigi. Qui si trasforma in uno splendido cigno, che indossa solo abiti sofisticati ed esclusivi. Tornata a casa farà innamorare di sé il giovane, preferendogli però il più serio fratello maggiore.
Givenchy non viene neppure citato nei titoli di coda del film e la maternità dei costumi viene data ad Edith Head, responsabile del settore costumi della società di produzione. Per assurdo la Head vincerà anche l’oscar per i migliori costumi con il film Sabrina, non battendo un ciglio sul fatto che quei meravigliosi abiti venissero da Parigi.
In realtà grazie a Audrey Hepburn, Hubert de Givenchy, diventa uno dei nomi più importanti del panorama internazionale. Da allora in poi Audrey Hepburn, indossa i suoi abiti in ogni film in cui sia richiesta una presenza elegante e sofisticata (il massimo è raggiunto con il meraviglioso tubino nero indossato in “Colazione da Tiffany” - 1961) e non accadrà mai più che lo stilista non venga accreditato nei titoli di coda.




Truman Capote a Katherine Warner
Luglio, 1945

Gentile Miss Warren;
la ringrazio per la sua lettera alquanto angosciante, ma davvero divertente. Francamente, la natura della sua richiesta mi sconcerta un po’.

Penso che lei non abbia capito nulla della relazione tra Miriam e Mrs. Miller. 
Bene, Miriam è Mrs. Miller, o meglio, l’elemento malvagio che è in lei (come c’è sempre una quota di malvagità in ogni uomo), che non ha mai avuto modo di esplodere, o di fiorire, per così dire. In altre parole, Miriam è una proiezione. Ricorda la storia fantastica dei folletti che hanno fabbricato uno specchio maligno, lo hanno conficcato in cielo e distrutto, finché una piccola scheggia non finisce nell’occhio di un ragazzino distorcendo tutto quello che vede? Qualcosa di simile è all’opera in Mrs. Miller. Insomma, quando Mrs. Miller pensa di essersi sbarazzata di quella figlia demone una volta per sempre, Miriam ritorna… e il lettore dovrebbe capire che sarà per sempre la compagna di Mrs. Miller. Ovviamente, esiste una terminologia clinica che definisce la malattia mentale di Mrs. Miller: Disturbo della personalità, Schizofrenia etc. Ma la mia storia è un documento immaginario, e non è sempre possibile mostrare ‘il perché e il percome’ di cose che un uomo sperimenta nella sua mente.

Non penso di avere ricevuto sei rose bianche, ma la ringrazio lo stesso. Spero di non averla definitivamente confusa. Mi scusi, ad ogni modo.

Truman Capote.
Nel 1945 un ragazzo di vent’anni era all’alba della fama. Si chiamava Truman Capote e da un paio d’anni aveva preso a scrivere racconti, la formula più facile per fare successo. 
In quell’estate pubblica sulla rivista femminile Mademoiselle – nata dieci anni prima, e con una certa attenzione verso la letteratura contemporanea: vi troviamo William Faulkner, Tennessee Williams, Flannery O’Connor, Sylvia Plath… – il racconto “Miriam”.

Forse è la prima prova convincente di Truman, la prima a cui resta affezionato. 
La storia, inizialmente del tutto normale, in realtà racconta il delirio dell’anziana con il demone di se stessa, che ha le sembianze della giovane Miriam, ventenne. 
La storia convince anche gli esperti: 
nel 1946 “Miriam” è premiato come miglior inedito dell’anno con l’O. Henry Adward, a cui seguiranno i suoi capolavori.

In merito a questo racconto The New York Times giorni fa ha pubblicato una lettera inedita nella quale Capote risponde a una lettrice – tale “Miss Warren” – piuttosto piccato perché costei dimostra di “non aver capito nulla” del racconto.

La storia nella storia è fascinosa. 
Quando Susan Akers scoprì una lettera irritata di Truman Capote tra i documenti che stava consultando, ciò che la sorprese fu l’identità del lettore tanto idiota che aveva mandato a Capote una nota sul suo primo racconto pubblicato su Mademoiselle.

Quel lettore così cretino era sua madre, all’epoca una studentessa”. La mamma di Susan si chiamava Katherine. Katherine Warner – non Warren come scrive Capote. 
E conservò gelosamente la lettera del grande scrittore fino alla morte, accaduta a 91 anni, nel 2014. Soltanto ora la figlia ha trovato questo prezioso documento e ha deciso di renderlo pubblico. Un dono per noi lettori, per i quali anche un tratto semplice come una lettera è significativo per conoscere meglio un grande scrittore.


mercoledì 16 maggio 2018

i genitori possono regalare ai figli solo due cose: le radici e le ali. (proverbio del Québec - Canada)

I figli non ci appartengono
di Anna Fusina

I vostri figli non sono figli vostri... sono i figli e le figlie della forza stessa della Vita.
Nascono per mezzo di voi, ma non da voi.
Dimorano con voi, tuttavia non vi appartengono.
Potete dar loro il vostro amore, ma non le vostre idee.
Potete dare una casa al loro corpo, ma non alla loro anima, perchè la loro anima abita la casa dell'avvenire che voi non potete visitare nemmeno nei vostri sogni.
Potete sforzarvi di tenere il loro passo, ma non pretendere di renderli simili a voi, perchè la vita non torna indietro, né può fermarsi a ieri.
Voi siete l'arco dal quale, come frecce vive, i vostri figli sono lanciati in avanti.
L'Arciere mira al bersaglio sul sentiero dell'infinito e vi tiene tesi con tutto il suoi vigore affinché le sue frecce possano andare veloci e lontane.
Lasciatevi tendere con gioia nelle mani dell'Arciere, poiché egli ama in egual misura e le frecce che volano e l'arco che rimane saldo. 
K. Gibran

Françoise Dolto, nota psicanalista francese, sosteneva che i figli non ci appartengono. 
Diceva che i genitori dovrebbero 'adottare' i propri figli, ma purtroppo spesso non lo fanno: 
“non si ha mai un figlio come lo si è sognato, si ha un certo tipo di bambino e bisogna lasciare che cresca secondo la sua verità: spesso, invece, facciamo il contrario.”1

Secondo Andrea Canevaro, professore di Pedagogia all'Università di Bologna “un bambino deve essere accettato per quello che è, e nello stesso tempo deve essere desiderato per quello che lui sarà, al di là di quello che noi vorremmo che lui diventi.”2

Il bambino è una persona 'originale', cioè una persona che potrà acquisire uno sviluppo pieno esclusivamente se gli sarà consentita l'acquisizione di un'identità propria, che lo porterà a diventare qualcuno “mai esistito prima (nemmeno nell'immaginazione di chi lo ama o lo ha messo al mondo o lo sogna conforme a modelli ideali percepiti come assoluti). Un buon genitore rispetta il 'progetto' misterioso nascosto nel seme originario di ogni figlio, non lo considera figlio di sua proprietà, ma 'figlio della vita' stessa, di quella vita in cui dovrà, un giorno, inserirsi autonomamente e da protagonista, abbandonando la matrice psicologica genitoriale in cui è cresciuto.”3

“La genitorialità – afferma la Prof. Vanna Jori, docente di Pedagogia alla Cattolica di Milano – è il primo progetto pedagogico: progetto per sé dei singoli attraverso le relazioni familiari; progetto di coppia nella relazione col partner per compiere un percorso comune; progetto per il figlio, che poi diviene progetto con il figlio attraverso una perenne mediazione tra le aspettative nei suoi confronti e ciò che il figlio quotidianamente, con margini sempre crescenti di autonomia, sceglie per sé.”4

Un proverbio del Québec (Canada) recita che “i genitori possono regalare ai figli solo due cose: le radici e le ali.”5

Essere padre e madre è 'stare accanto' al figlio in tutte le fasi del suo sviluppo: nella primissima età essendo di protezione, guida e stimolo al bambino per la conoscenza di se stesso e del mondo in cui si trova a vivere, utilizzando le superiori capacità fisiche e psichiche di cui si è dotati in quanto adulti; successivamente, fungendo da supporto per il distacco psicologico dalla famiglia e per le esperienze di graduale inserimento nell'ambiente extrafamiliare e l'acquisizione dell'autonomia personale.

Secondo Gloria Soavi, psicologa e psicoterapeuta, 
“il bambino ha un bisogno fondamentale per poter crescere in maniera armonica e sviluppare le sue potenzialità, e al di là di ogni categoria sociale, psicologica e pedagogica, si può sintetizzare in un unico bisogno primario (…): quello di essere amato. Questo bisogno di amore si articola in diverse azioni; l'essere accettato, accolto, accudito, seguito, riconosciuto nei suoi bisogni e nelle sue necessità, rinforzato nelle sue aspettative e capacità, tutto quello che gli dà la possibilità di creare un legame, che sarà il legame primario su cui poi costruirà tutti i legami successivi e con cui si confronterà emotivamente per tutta la vita.
Chi è genitore sa di quante attenzioni costanti e coerenti nel tempo hanno bisogno i piccoli per crescere e per diventare degli adulti equilibrati e sufficientemente felici. L'essere figlio si sostanzia quindi fondamentalmente nella relazione con i genitori attraverso la costruzione di questo legame così unico e complesso che si sviluppa nell'arco della vita e che muta continuamente, ma rimane come essenza, come radice e se è positivo come risorsa”.6

E' assolutamente necessario dunque che la relazione genitori-figlio si basi sull'amore incondizionato per il bambino.
L'amore è però un sentimento soggetto ad alcuni rischi: può diventare possesso, egoismo, ricatto, proiezione di se stessi sull'altro. Anche l'amore generoso, infinito, disinteressato di un padre e di una madre verso il figlio, può, in alcuni casi, trasformarsi in possesso egoistico del bambino, può sfociare in atteggiamenti autoritari, in controlli ossessivi nei suoi confronti.

Il Cardinale Angelo Scola rileva come “la tentazione del possesso, quella di non permettere al figlio di essere fino in fondo 'altro', cioè veramente libero, minaccia continuamente l'amore paterno e materno. Accettare il rischio della libertà dei figli, in effetti, costituisce la prova più radicale nella vita dei genitori: al figlio si vorrebbe risparmiare qualunque dolore, qualunque male. Questa drammaticità, presente in ogni rapporto umano, si fa particolarmente acuta nel rapporto padre/madre-figlio. Il legame è, qui, a tal punto potente da dare la percezione che, se l'altro – il figlio – si perde, mi perdo anch'io – madre o padre -. Allora diventa forte la tentazione di ridurre il figlio a sé, facendone una sorta di prolungamento della propria persona.”7

Come osserva Guido Cattabeni, medico specialista in psicologia clinica, “per progredire nelle sue relazioni interpersonali, al bambino necessita l'esperienza, iniziale e successivamente confermata, di essere amato per se stesso, sempre, qualsiasi cosa gli succeda o comunque si comporti. Solo da questa esperienza fortemente valorizzante può nascere nel bambino la fiducia in se stesso e negli altri, il desiderio e la capacità di amare l'altro come 'se stesso', la disponibilità a far proprie le regole della convivenza sociale e a contribuire a migliorarle (acquisizione di un ruolo sociale creativo).”8

Il figlio dunque deve essere accolto ed amato per se stesso e non per le sue qualità, dal momento in cui vi è la sua presenza in famiglia.

I genitori, nel donarsi al figlio, devono a volte saper 'rinunciare a se stessi'.

La fecondità è un'esperienza di dono e di distacco da sé.”Essa insegna che perdere per ritrovare (Mc 8,35) è il segreto della vita, senza la quale essa perde di senso. (…) Il segreto della vita non risiede della vita stessa, da trattenere gelosamente: occorre rinunciare a sé per dedicarsi a qualcuno. Se la vita vuole essere ritrovata deve essere perduta nell'atto della libertà che acconsente ad essa come ad una grazia e a una promessa”.9

Fonte: vitanascente.blogspot.it


1L. ALLOERO, M. PAVONE, A. ROSATI, Siamo tutti figli adottivi. Otto unità didattiche per parlarne a scuola, Rosenberg & Sellier, Torino 1991, p. 128
2A. CANEVARO, prefazione all'edizione italiana di J. Cartry, “Genitori simbolici”, Edizioni Dehoniane, Bologna 1989
3L. ALLOERO, M. PAVONE, A. ROSATI, cit., p. 174
4http: // iis.comune.re.it/osservatorio-famiglie/strumenti/strumenti 3/012_9.htm
5L. ALLOERO, M. PAVONE, A. ROSATI, cit., p. 123
6G. SOAVI, Quando il bambino impara ad essere figlio in “La famiglia per il bambino” (a cura di Associazione F.I.A.B.A. di Vicenza e A.N.F.A.A. di Torino), Atti del Convegno, Vicenza 8/11/2003, p. 1
7A. SCOLA, Genealogia della persona del figlio in “I figli: famiglia e società nel nuovo millennio”, Congresso Internazionale Teologico-Pastorale – Atti (11-13/10/2000). Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2001, p. 103
8L. ALLOERO, M. PAVONE, A. ROSATI, cit., p. 174
9W. NANNI (a cura di), Adozione, adozione internazionale, affidamento, Piemme, Casale Monferrato 1997, p. 95

http://vitanascente.blogspot.it/2014/06/i-figli-non-ci-appartengono.html




giovedì 10 maggio 2018

Il concetto di libertà e di mondo secondo la verità dell’esistenzialismo.

Corso di Laurea magistrale in Scienze filosofiche
ordinamento ex D.M. 270/2004

 Tesi di Laurea;
Il concetto di libertà e di mondo secondo la verità dell’esistenzialismo.

http://dspace.unive.it/bitstream/handle/10579/9806/813880-1201784.pdf?sequence=2

Relatore
Ch.ma Prof.ssa Isabella Adinolfi

Correlatore
Ch.mo Prof. Davide Spanio

Laureanda
Lucia Conte Matricola 813880

Anno Accademico
2015 / 2016

INDICE
INTRODUZIONE ....................................................................................................................... 5
Cos’è l’esistenzialismo? ............................................................................................................ 5

PARTE PRIMA: LA LIBERTA’ SECONDO L’ESISTENZIALISMO ................................ 7

Capitolo I. La libertà in S. Kierkegaard ................................................................................... 7
La libertà nella trattazione esistenziale dell’amartiologia……………… ............................. 7
La libertà pertiene all’uomo ................................................................................................ 10
La negazione della libertà: la disperazione ......................................................................... 11
Ciò che imbriglia la libertà: l’angoscia ............................................................................... 17
La fede come preservazione della libertà ............................................................................ 21

Capitolo II. La libertà in M. Heidegger .................................................................................. 22
Un’introduzione di Franco Volpi e alcune chiarificazioni preliminari ............................... 22
Necessità dell’interrogativo sull’essere, struttura dell’esserci e suo primato sugli enti ...... 26
La scelta di diventare esserci autentici ................................................................................ 31
La scelta dell’autenticità in rapporto al tempo: la libera accettazione della morte ............. 34

Capitolo III. La libertà in J.P. Sartre ...................................................................................... 38
Riflessioni preliminari sull’esistenza umana ....................................................................... 38
Un nuovo tipo di essere ....................................................................................................... 39
L’essere-per-sé .................................................................................................................... 42
La libertà del pour-soi ......................................................................................................... 45
L’angoscia di Sartre ............................................................................................................ 46
La malafede ......................................................................................................................... 50

PARTE SECONDA: IL MONDO SECONDO L’ESISTENZIALISMO ............................. 52
Capitolo II. Il mondo in S. Kierkegaard .................................................................................. 52
Il concetto di mondo............................................................................................................ 52
Il mondo come luogo del fraintendimento ermeneutico: il caso della disperazione ........... 53
Il mondo come luogo del fraintendimento religioso: il caso di Abramo ............................. 54

Capitolo II. Il mondo in M. Heidegger .................................................................................... 57
Il mondo come campo d’azione dell’esserci ....................................................................... 57
Il mondo come totalità in quanto tale: la mondità ............................................................... 59
La cura come struttura fondamentale dell’esistenza ........................................................... 63
Il mondo come prossimità: l’altro ....................................................................................... 64
L’orizzonte temporale ......................................................................................................... 67

Capitolo III. Il mondo in J.P. Sartre ....................................................................................... 70
Il mondo come en soi: il concetto di totalità ....................................................................... 70
Il problema dell’altro come distruzione del mondo ............................................................ 71
Contatto trascendentale tra ego e mondo-altro: il corpo ..................................................... 76
Le relazioni concrete con l’altro ......................................................................................... 82
 Assimilazione .................................................................................................... 83
Oggettivazione ................................................................................................... 87
Storia dell’uomo e della sua libertà 92

BIBLIOGRAFIA ....................................................................................................................... 96

 IL CONCETTO DI LIBERTÀ E DI MONDO SECONDO LA VERITA’ DELL’ESISTENZIALISMO INTRODUZIONE 

1. Cos’è l’esistenzialismo? 
Leggendo su un qualunque dizionario della lingua italiana, troveremo sub voce esistenzialismo, la seguente definizione (o similari): 

“Movimento filosofico contemporaneo, che intende riproporre il problema dell’essere non in astratto, ma vivente nell’atto di esistere dell’uomo. E’ nell’esistenza dell’uomo che l’essere diviene problema a se stesso ed è questo il tema centrale dell’esistenzialismo”.1 

Ciò che l’esistenzialismo, in quanto filosofia certamente non-unitaria ed omogenea, ma continuativamente presente nella storia del pensiero occidentale, pone al centro della sua attenzione è, in ogni caso, la vita umana. Una vita che è tale, in quanto è scelta. 

Certo, lo vedremo nel proseguo della trattazione, nessuno ci ha consultati quando siamo stati gettati in questo mondo ma, dal momento che questa deiezione è avvenuta, è inutile negare che ci troviamo immersi in una realtà ove è necessario poter esercitare la nostra umanità, ovvero scegliere: cosa non ha importanza, ma comunque scegliere. 

L’esistenzialismo, forse prima tra tutte le correnti filosofiche dell’Occidente, non ha posto dunque l’accento precipuo su cosa sia meglio, più giusto, o più eticamente corretto scegliere: 
ci invita semplicemente a far fruttare la nostra volontà attraverso l’atto volontario libero. 
È forse dunque, l’esistenzialismo, una filosofia immorale? 
A nostra opinione è più corretto affermare che essa è a-morale, nel senso che analizza l’uomo prima del suo calarsi all’interno di schemi socio-culturali indirizzanti: in altre parole, l’esistenzialismo vero e proprio prescinde dalla morale, ma non la esclude. 

Nella realtà di studio etico della persona, infatti, l’analisi delle scelte particolari dell’uomo-immerso (nel-contesto), è certamente fondamentale per la formulazione di un’etica delle azioni; ma in generale, è secondaria (o successiva, se preferiamo) rispetto allo studio basato sull’osservazione delle caratteristiche delle scelte individuali e personali.

In altre parole, non possiamo parlare di etica se non abbiamo dimostrato che l’uomo è in grado di fare scelte, di farle liberamente, e di farle volontariamente, con lo scopo di realizzare il proprio ideale di individuo morale.

Di nuovo qui ci viene spontaneo sottolineare che, in una realtà totalitaria, ove la libertà e la volontà (che agisce di conseguenza) sono negate, è impossibile tanto porre al centro l’esistenza dell’uomo come fa l’esistenzialismo, quanto provare ad occuparsi delle forme di comportamento umano come vorrebbe l’etica.

In questo caso, possiamo parlare di immoralità, perché neghiamo l’etica.

Nello stato totalitario le intimidazioni, il terrore e la propaganda negano all’uomo la possibilità di opporsi alla massa, di risultare qualcosa di nuovo, d’essere quel sé che egli, sin da subito, sin da sempre, è con-vocato a essere.

Ciò che più preoccupa, è che molto spesso questi metodi non sono sufficienti a soggiogare l’individuo ed ecco: è qui lo stato totalitario va ad insediarsi silenziosamente, e in modo impercettibile, all’interno di associazioni collettive, scolastiche e ricreative, trasferendo i suoi intenti nelle menti delle persone plagiandole e non dicendo loro la totalità della realtà dei fatti, cosicché ne scaturisca una patologica fiducia reciproca; una menzogna che nulla ha di reale.

E non è forse lo stesso principio attraverso il quale oggi siamo imbrogliati dai mass media, i quotidiani e le forme di comunicazioni come i social?

Accorgendosi delle ristrettezze alle quali è vincolata appunto la libertà umana l’uomo deve cominciare a rispondere ad alcune domande:

cosa significa essere liberi? 
Cosa comporta questa libertà, quali stati d’animo, quali emozioni? 
Ma soprattutto: noi possiamo dirci veramente liberi? 

Per rispondere, dovremmo anzitutto ricondurre la questione in termini più semplici:
nella prima parte di questo nostro scritto, analizzeremo la libertà umana nel modo più generale possibile, ovvero attraverso l’occhio a-morale (ma non immorale) dell’esistenzialismo: e, per fare ciò, ci faremo guidare da Kierkegaard, padre dell’esistenzialismo, e dai suoi nipoti ed epigoni Heidegger e Sartre.

Il secondo punto su cui cercheremo di gettare luce è: dove si esercita il nostro essere liberi? 
Lo anticipiamo già: nel mondo. Ma cos’è il mondo?

Anche qui, seguendo le indicazioni degli stessi maestri, cercheremo di trovare una risposta.

Concluderemo cercando di indicare una via (la migliore delle possibili, posto che ce ne siano molte, posto che ve ne sia almeno una) attraverso cui ognuno di noi può – o potrà – essere libero-nel-mondo.



                                                              

1 AAVV, Nuova Enciclopedia Internazionale, Grolier International, Istituto Italiano d’Arti Grafiche, 1976, s.v. Esistenzialismo.



venerdì 27 aprile 2018

età antonina

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

La cosiddetta età antonina rappresentò, nell'ambito dell'intera storia romana, uno dei momenti migliori, forse l'ultimo, dei due “secoli d'oro” dell'Impero romano. Ecco come la descrive il grande storico Edward Gibbon:

« [Dal 98. al 180.] tutta la potenza esecutiva del Governo. 
Nel felice corso di più d'ottant'anni, la pubblica amministrazione fu regolata dalla virtù e dalla abilità di Nerva, di Traiano, di Adriano, e dei due Antonini. In questo e nei due seguenti capitoli, descriveremo il prospero stato del loro Impero, ed esporremo le più importanti circostanze della sua decadenza e rovina, dopo la morte di Marco Antonino; rivoluzione che sarà rammentata mai sempre, e della quale le nazioni della terra tuttor si risentono. »

(Edward Gibbon, Storia della decadenza e rovina dell'Impero romano, cap. 1; traduzione di Nicolò Bettoni (1820 - 1824))


[...] il venir meno ai patti da parte dei barbari (molti dei quali erano stati "clienti" fin dall'epoca di Tiberio), portò una massa mai vista prima d'allora, a riversarsi in modo devastante nell'Italia settentrionale fin sotto le mura di Aquileia, il cuore della Venetia. Enorme fu l'impressione provocata: era dai tempi di Mario che una popolazione barbarica non assediava dei centri del nord Italia. [...] 

La Historia Augusta racconta che Marco Aurelio avrebbe desiderato fare dei territori degli ex-popoli "clienti" di Quadi e Marcomanni la provincia di Marcomannia e degli Iazigi, quella di Sarmatia, e ci sarebbe riuscito se Avidio Cassio non si fosse ribellato. [...]

Questi avvenimenti costrinsero lo stesso imperatore a risiedere per numerosi anni lungo il fronte pannonico, senza mai far ritorno a Roma. La tregua apparentemente sottoscritta con queste popolazioni, in particolare Marcomanni, Quadi e Iazigi, durò però solo un paio d'anni. 

Alla fine del 178 l'imperatore Marco Aurelio fu costretto a fare ritorno nel castrum di Brigetio da dove, nella successiva primavera del 179, fu condotta l'ultima campagna. La morte dell'imperatore romano nel 180 pose presto fine ai piani espansionistici romani e determinò l'abbandono dei territori occupati della Marcomannia e la stipula di nuovi trattati con le popolazioni "clienti" a nord-est del medio Danubio.



http://www.wikiwand.com/it/Et%C3%A0_antonina


Alto Impero romano - Localizzazione


domenica 15 aprile 2018

La Dacia fu l'ultima provincia annessa all'Impero romano e la prima ad essere evacuata.

Conquista della Dacia.

“Mi ritrovai faccia a faccia con il nemico, quel nemico che per anni ci tenne testa, roso da un’ambizione illimitata, combattendo valorosamente e con grande astuzia. I miei uomini lo avevano completamente accerchiato. Li avevamo seguiti, attraversando le montagne,fino a Ranistroum. 
Lo guardavo dritto negli occhi, mentre l’altro con occhi espressivi, mi lasciò intendere che il suo orgoglio non gli avrebbe mai permesso di consegnarsi a noi Romani. I suoi compagni, rimasti fedeli a lui, gli erano a fianco. Prese la lama e con rapido movimento, senza battere ciglio, si taglio la gola prima che venisse catturato. Gli altri seguirono la dura sorte del primo. Siamo rimasti tutti in silenzio, dopo aver assistito ad una dimostrazione di grande onore, una morte nobile, una morte da veri soldati. Mi avvicinai al corpo sanguinante e finii il lavoro tagliandoli la testa e il braccio destro. Questo evento segnò la fine di cinque lunghi anni di guerra, cinque anni di guerra contro i Daci. Io, Tiberio Claudio Massimo, portai la testa del re Decebalo a Traiano. I confini di Roma erano di nuovo sicuri, e io ritornai finalmente a casa, circondato dal mio popolo che cantava vittoria”



La conquista della Dacia da parte dell'Impero romano si realizzò negli anni compresi tra il 101 ed il 106, attraverso lo scontro tra l'esercito romano, guidato dall'imperatore Traiano, e i Daci di re Decebalo. L'esito finale della guerra fu la sottomissione della Dacia, l'annessione all'Impero romano e la sua trasformazione in provincia. [...]

Questa annessione, però, generò negli anni un problema strategico di non facile soluzione.
L'essere stata costretta, Roma, a costituire un "saliente" oltre il Danubio, difficilmente difendibile in quell'enorme e mutevole "mare di barbari" (tra Germani e Sarmati), rese necessario il dispiegamento nell'area di mezzi militari crescenti (fino a 50.000 armati) con il conseguente lievitare degli esborsi finanziari.  [...]

L'occupazione delle montagne della Dacia, come dimostrarono gli eventi al termine della difficile conquista, avrebbe tenuto a bada le popolazioni di tutto il bacino carpatico, consentendo un tranquillo sviluppo del retroterra della Tracia e della Mesia [...].

Si narra che la conquista della Dacia fruttò a Traiano un enorme bottino, stimato in cinque milioni di libbre d'oro (pari a 163,6 t) e nel doppio d'argento,ed una straordinaria quantità di altro bottino, oltre a mezzo milione di prigionieri di guerra con le loro armi. Si trattava del favoloso tesoro di Decebalo, che lo stesso re avrebbe nascosto nell'alveo di un piccolo fiume (il Sargetia) nei pressi della sua capitale, Sarmizegetusa Regia. [...]

La colonizzazione in massa della Dacia con cittadini romani, fatti giungere da gran parte delle province danubiane, permise all'impero di creare un saliente strategico all'interno del "mare barbarico" che si stendeva tra la piana ungherese del Tibisco ed i territori di Valacchia e Moldavia. Traiano era riuscito ad occupare questi ultimi territori ad est della Dacia che, però, alla sua morte furono abbandonati dal suo successore Adriano, un errore strategico a cui non fu mai posto rimedio. Ciò avrebbe permesso di ridurre i confini imperiali, avanzando le unità militari sul basso Danubio fino al fiume Siret, con grande risparmio sulle economie militari dell'area.

La permanenza romana in Dacia, sebbene storicamente limitata a meno di due secoli (la provincia sarebbe stata infatti completamente abbandonata nel 271), lasciò un'impronta duratura sull'area, tanto che la lingua romena, che si sarebbe sviluppata nei secoli successivi, è rimasta una lingua romanza, nonostante l'isolamento entro una regione europea successivamente slavizzata. E, non da ultimo, il moderno Stato che occupa il territorio dell'antica provincia, si chiama, non a caso, Romania.


https://it.wikipedia.org/wiki/Conquista_della_Dacia







post-39026-0-27353700-1393517142_thumb.j
La Dacia fu l'ultima provincia annessa all'Impero romano e la prima ad essere evacuata. 

Tralasciando la storia della Dacia prima dei contatti con i Romani, che ci porterebbe troppo lontano nel tempo e allungando troppo di pari passo il tema del post, ci limitiamo a rievocare brevemente i primi contatti avvenuti tra i due popoli. 

Nell'anno 48 a.C. avvenne il primo contatto tra Romani e Daci, fu un contatto di alleanza e di non belligeranza tra Burebista con Pompeo e Cesare, in seguito a questa alleanza, il Daco Burebista stava iniziando la conquista di tutta la Dacia, ma nel 44, lo stesso anno in cui fu ucciso Cesare, anche Burebista fu assassinato e la conquista si arresto'. 

Nell' arco di tempo tra il 43 e il 30 a.C. capi Daci presero parte, come alleati dell' uno o dell'altro, alla guerra civile tra Ottaviano ed Antonio; quando Ottaviano Augusto divento' unico Cesare concluse con i Daci trattati politici vantaggiosi per Roma. Questa situazione rimase abbastanza stabile, tranne brevi intervalli di scaramucce piu' o meno gravi avvenute sotto Nerone, fino all'epoca di Vespasiano quando si decise di fortificare la linea del Danubio antistante la Dacia per evitare sconfinamenti militari dei Daci in Mesia. 

Comunque la Dacia era ormai diventata uno stato unitario con capitale Sarmizegetusa, un grosso oppidum arroccato nelle montagne della Transilvania. Quando a Roma sali' al potere Domiziano della dinastia Flavia, la Dacia era diventata ormai un potente stato unitario e una minaccia per gli interessi romani nel basso Danubio e nei Balcani. Con Domiziano ebbero inizio vere e proprie guerre, sfavorevoli ai Romani, prima l'esercito provinciale comandato da Oppio Sabino fu sconfitto e Sabino perse la vita, successivamente quando il Prefetto del Pretorio, Cornelio Fusco entro' con il suo esercito in Dacia per vendicare la precedente sconfitta subita da Oppio Sabino, venne anch'esso sconfitto dal famoso Decebalo, che combattera' poi contro Traiano, perdendo Fusco due legioni, la V Alaudae e la XXI Rapax, che scompaiono dall'elenco delle Legioni; solo l'anno dopo i Romani con Tettio Giuliano ottengono una prima, ma sanguinosa, vittoria a Tapae, localita' poco dopo nell'entroterra passate le Porte di Ferro sul Danubio, ma una difficile guerra scoppiata contro i Marcomanni, forse sobillata da Decebalo, costrinse Domiziano, ingiustamente accusato dalla storia, a concludere con Decebalo una pace sconveniente per gli interessi romani, cosi' la Dacia rimase fino a Traiano una spina nel fianco nei Balcani dei Romani. 

Con Traiano inizia la conquista definitiva della Dacia a provincia romana a seguito due lunghe e difficili guerre, durate dal 101 al 102 e la seconda conclusiva dal 105 al 106; cosa spinse Traiano a risolvere definitivamente il problema daco? 
sicuramente il primo motivo fu strategico, occorreva risolvere il problema delle continue incursioni dei Daci all'interno del confine del Danubio, secondo, Roma aveva bisogno delle ricchezze dei Daci, in particolare delle miniere di oro e argento che erano famose in Dacia per ricchezza e numero, terzo , Traiano era un Imperatore che amava la gloria e la guerra di conquista, conquiste territoriali ormai ferme dall'epoca di Augusto.

Concludendo questo prologo, dal 106 la Dacia divenne una provincia romana e fu presidiata inizialmente da due Legioni, la XIII Gemina con sede ad Apulum e la IV Flavia con sede a Berzobis, successivamente vi giunse una terza legione, la I Adiutrix , seguite poi da civili Italici che vi portarono usi, costumi e soprattutto la lingua latina in questo estremo confine nord orientale dell'Impero romano; responsabile della provincia, era un Governatore consolare. 

Dall'epoca di Traiano la Dacia ebbe un grande incremento economico, demografico, culturale, vi fiori' la civiltà latina e gli antichi Daci ormai romanizzati per cultura e per matrimoni misti, furono poi orgogliosi dell' appartenenza all'Impero romano, tanto che quando Roma abbandono' la Dacia, questa rimase sempre un'isola di romanita' dentro un mondo barbaro. 

Saltiamo ora all'epoca di Aureliano; specifichiamo che la Dacia romana non era tutta la odierna Romania, il territorio occupato da Roma ne era circa la meta', circoscritto tra i Monti della Transilvania e i Monti Carpazi nord orientali, lasciando fuori le grandi pianure europee; perché Roma o forse fu una decisione di Aureliano , ad un certo punto decise di abbandonare la Dacia? fu un errore strategico? sembra da brevi allusioni delle fonti storiche che la decisione o l'effettivo abbandono avvenne gia' all'epoca di Gallieno, comunque fino al 260 la Dacia era in mano all'Impero, Claudio II e lo stesso Aureliano tentarono in tutti modi di tenere la provincia ma per motivi storici poco noti Aureliano ritiro' tutte le truppe esistenti in Dacia, si data approssimativamente questa data di abbandono militare al 271; sicuramente molta della popolazione di Italici e dacoitalici , ormai li residenti da oltre 160 anni, non segui' le truppe in ritirata, ma rimase e tramite loro si mantenne in territorio ormai barbarizzato quell'isola di latinita' che sussiste ancora oggi nella lingua rumena. 

Non sapremo mai probabilmente il motivo o i motivi che indussero Aureliano ad abbandonare la Dacia , si puo' ipotizzare che le due legioni li residenti al suo tempo, la antica XIII Gemina e la V Macedonica, servissero per la guerra contro Zenobia regina di Palmira o contro gli Alemanni che nella loro invasione dell' Impero giunsero in Italia fino a Fano, oppure per la guerra contro Tetrico che reggeva la parte occidentale dell' Impero, probabilmente capi' che una volta ritirate le Legioni dalla Dacia, non era piu' possibile ricondurle in zona; certamente fu una decisione sofferta ma che porto' due gravi conseguenze per l' impero, una militare e strategica, era sparita per sempre una spina nei fianchi delle popolazioni barbariche europee, nord orientali e nord occidentali, che tenevano in soggezione eventuali sconfinamenti dei barbari, ed inoltre avrebbero potuto difendere meglio i confini del basso ed alto Danubio, rimandando forse di molto o addirittura impedendo il futuro sfondamento del confine romano danubiano; l'altro fu un motivo economico, Roma perse per sempre un forte reddito economico dovuto al mancato sfruttamento delle ricche miniere d'oro e di argento della Dacia, che provoco' una crisi economica dovuta alla penuria dei due metalli. 

E' facile per noi moderni analizzare e criticare particolari eventi storici della storia romana, certamente in queste analisi non conosciamo i particolari che indussero a certe decisioni, forse non poterono prevederne le conseguenze, e se le previdero, non poterono per fatti o situazioni che non conosciamo completamente, evitarle.

https://www.lamoneta.it/topic/119931-l-abbandono-della-dacia-un-errore-strategico/

martedì 10 aprile 2018

Ken Follet. Le gazze ladre. La guerra permette alla gente di essere veramente se stessa: i sadici diventano torturatori, gli psicopatici sono ottimi soldati da mandare in prima linea; sia i prepotenti che le vittime hanno la possibilità di giocare il proprio ruolo fino in fondo, e le puttane sono sempre occupate.

La guerra permette alla gente di essere veramente se stessa: i sadici diventano torturatori, gli psicopatici sono ottimi soldati da mandare in prima linea; sia i prepotenti che le vittime hanno la possibilità di giocare il proprio ruolo fino in fondo, e le puttane sono sempre occupate.
Ken Follet - "Le gazze ladre"

domenica 18 marzo 2018

Charles Bukowski. Solo Tu. Nessuno può salvarti se non tu stesso.





La gente si aggrappava ciecamente a tutto quello che trovava: comunismo, macrobiotica, zen, surf, ballo, ipnotismo, terapie di gruppo, orge, ciclismo, erbe aromatiche, cattolicesimo, sollevamento pesi, viaggi, solitudine, dieta vegetariana, India, pittura, scultura, composizione, direzione d’orchestra, campeggio, yoga, copula, gioco d’azzardo, alcool, ozio, gelato allo yoghurt, Beethoven, Bach, Budda, Cristo, meditazione trascendentale, succo di carota, suicidio, vestiti fatti a mano, viaggi aerei, New York City, e poi tutte queste cose sfumavano e non restava niente. La gente doveva trovare qualcosa da fare mentre aspettava di morire. Era bello avere una scelta: Io l’avevo fatta da un pezzo la mia scelta. Alzai la bottiglia di vodka e la bevvi liscia. I russi sapevano i fatti loro.
Charles Bukowski, “Pulp. Una storia del XX secolo”


Invece dovrei imparare a sparire, a un certo punto, perché tanto alle persone piace sentire la mancanza di qualcuno, più della sua presenza. Fanno così: dicono che vorrebbero qualcuno che non se ne vada mai, poi lo trovano e sai a chi pensano? A chi non c’è.
Charles Bukowski


Non mi fido molto delle statistiche, perché un uomo con la testa nel forno acceso e i piedi nel congelatore statisticamente ha una temperatura media.
Charles Bukowski



Ti ho dato tante di quelle occasioni che avresti dovuto portarmi via parecchio tempo fa.
Charles Bukowski



Questa è la debolezza che mi ha procurato più guai: 
cercando di essere gentile con gli altri 
spesso mi ritrovo con l'anima a fettucce.
Charles Bukowski


Mi hanno piantato dentro così tanti coltelli 
che quando mi regalano un fiore 
all’inizio non capisco neanche cos’è. 
Ci vuole tempo.
Charles Bukowski




Ben venga il caos
perché l'ordine non ha funzionato.
Charles Bukowski


Stai diventando quello che hai sempre odiato?
Charles Bukowski


Passai accanto a duecento persone e non riuscii a vedere un solo essere umano.
Charles Bukowski


Quando tutti si è uguali, tutti si è nessuno.
Charles Bukowski

Le persone mi spaventano, le folle di persone. Sono tutti così sani di mente.
Sanno tutti cosa fare, cosa dire. Quei coglioni mi terrorizzano.
Charles Bukowski

Attenti a quelli che cercano continuamente la folla, da soli non sono nessuno.
Charles Bukowski

Finchè ti preoccupi di ciò che pensano gli altri, appartieni a loro.
Charles Bukowski



Prima di distruggere qualcosa assicuratevi di avere qualcosa di meglio per sostituirlo.
Charles Bukowski


La gente è il più grande spettacolo del mondo. 
E non si paga il biglietto.
Charles Bukowski

A volte mi sento come fossimo tutti prigionieri di un film. 
Sappiamo le battute,sappiamo dove metterci,come recitare, 
manca solo la macchina da presa. 
Però non possiamo uscire dal film. Ed è un brutto film.
Charles Bukowski


Non voglio molto, ma non riesco ad avere nemmeno quel poco che voglio.
Charles Bukowski


La vita era davvero insopportabile, solo che alla gente era stato insegnato a fingere che non lo fosse. Ogni tanto c'era un suicidio o qualcuno entrava in manicomio, ma per la maggior parte le masse continuavano a vivere fingendo che tutto fosse normalmente piacevole.
Charles Bukowski


Sento il dolore che mi si arrampica addosso. 
È come una seconda pelle. Vorrei potermela sfilare come fanno i serpenti.
Charles Bukowski


“Caddi in uno dei miei patetici periodi di chiusura. Spesso,con gli esseri umani, buoni e cattivi, i miei sensi semplicemente si staccano, si stancano: lascio perdere. Sono educato. Faccio segno di si. Fingo di capire, perché non voglio ferire nessuno. Questa è la debolezza che mi ha procurato più guai. Cercando di essere gentile con gli altri spesso mi ritrovo con l'anima a fettucce, ridotta ad una specie di piatto di tagliatelle spirituali. Non importa… Il mio cervello si chiude. Ascolto. Rispondo. E sono troppo ottusi per rendersi conto che io non ci sono…”
Charles Bukowski


Solo Tu.
Nessuno può salvarti se non tu stesso.
Sarai continuamente messo in situazioni praticamente impossibili.
Ti metteranno continuamente alla prova con sotterfugi, inganni e sforzi per farti capitolare, arrendere e/o morire silenziosamente dentro.
Nessuno può salvarti se non tu stesso e sarà abbastanza facile fallire davvero facilissimo ma non farlo, non farlo, non farlo.
Guardali e basta.
Ascoltali.
Vuoi diventare così?
Un essere senza volto, senza cervello, senza cuore?
Vuoi provare la morte prima della morte?
Nessuno può salvarti se non tu stesso e vale la pena di salvarti.
È una guerra non facile da vincere ma se c’è qualcosa che vale la pena vincere è questa. Pensaci su.
Pensa al fatto di salvare il tuo io.
Il tuo io spirituale.
Il tuo io viscerale.
Il tuo io magico che canta e il tuo io bellissimo.
Salvalo.
Non unirti ai morti-di-spirito.
Mantieni il tuo io con umorismo e benevolenza e alla fine se necessario scommetti sulla tua vita mentre combatti, fottitene del prezzo.
Fallo!fallo!
Allora saprai esattamente di cosa sto parlando.
Charles Bukowski


Cresciamo con i danni,
non con gli anni.
Charles Bukowski


Ma forse un giorno tu busserai ancora alla mia porta ed io, mi amerò così tanto da non aprire.
Charles Bukowski



C’è abbastanza perfidia, odio, violenza, assurdità nell’essere umano medio
per rifornire qualsiasi esercito in qualsiasi giorno

E i migliori assassini sono quelli che predicano la vita
E i migliori a odiare sono quelli che predicano l’amore
E i migliori in guerra – in definitiva – sono quelli che predicano la pace

Quelli che predicano Dio hanno bisogno di Dio
Quelli che predicano la pace non hanno pace
Quelli che predicano amore non hanno amore

Attenti ai predicatori
Attenti ai sapienti
Attenti a quelli che leggono sempre libri
Attenti a quelli che o detestano la povertà
o ne sono orgogliosi
Attenti a quelli che sono sempre pronti ad elogiare
poiché hanno loro bisogno di elogi in cambio
Attenti a quelli pronti a censurare
hanno paura di quello che non sanno
Attenti a quelli che cercano continuamente
la folla; da soli non sono nessuno
Attenti agli uomini comuni alle donne comuni
attenti al loro amore,
Il loro è un amore comune
che mira alla mediocrità

Ma c’è il genio nel loro odio
c’è abbastanza genio nel loro odio per ucciderti
per uccidere chiunque.
Non volendo la solitudine
non concependo la solitudine
cercheranno di distruggere tutto ciò
che si differenzia da loro stessi.
Non essendo capaci di creare arte
non capiranno l’arte.
Considereranno il loro fallimento, come creatori,
solo come un fallimento del mondo intero.
Non essendo in grado di amare pienamente
considereranno il tuo amore incompleto
e poi odieranno te
e il loro odio sarà perfetto.

Come un diamante splendente
Come un coltello
Come una montagna
Come una tigre
Come cicuta

La loro arte più raffinata.

 Bukowski





Charles Bukowski, Giorni come rasoi, notti piene di ratti.
Quando ero molto giovane
dividevo equamente il mio tempo tra bar e biblioteche;
come poi riuscissi a provvedere agli
altri miei normali bisogni resta un mistero;
boh, semplicemente non me ne preoccupavo più di tanto -
se avevo un libro o qualcosa da bere allora non pensavo troppo
e tutto il resto – gli scemi riescono a crearsi un paradiso
tutto loro.
Quando stavo al bar, pensavo di essere un duro, spaccavo le cose, facevo a botte con gli altri, ecc.
Nelle biblioteche era un’altra storia: me ne stavo zitto, giravo
da una sala all’altra, i libri non li leggevo tanto per intero
ma a pezzetti: medicina, geologia, letteratura e
filosofia, psicologia, matematica, storia,
e quelle cose lì mi davano la nausea.
E per la musica ero più interessato alla musica vera e propria
e alle vite dei compositori che agli aspetti tecnici…
Comunque, era con i filosofi che sentivo un senso di fratellanza:
Schopenhauer e Nietzsche e, anche se era difficile da leggere, pure il vecchio Kant;
trovavo che Santayana, che al tempo era parecchio famoso, fosse
fiacco e noioso, con Hegel invece ti dovevi fare un vero mazzo, soprattutto
se la sera prima avevi bevuto; c’è tanta gente che ho letto e che mi sono scordato,
e probabilmente non mi sono perso niente, ma mi ricordo di un tizio che ha scritto un
libro intero nel quale dimostrava che la luna non c’è
e ci riusciva così bene che alla fine tu pensavi, quest’uomo
ha assolutamente ragione, la luna non c’è.
Come poteva un ragazzo degnarsi di andare a lavorare
otto ore al giorno quando non c’era più nemmeno la luna?
Cos’altro ti potevano togliere?
E non mi piaceva tanto la letteratura quanto piuttosto i critici
letterari; erano dei veri cazzoni, quei tizi; usavano
un linguaggio raffinato, a suo modo splendido, per dire agli altri
critici, agli scrittori, che erano dei rottinculo.
Mi rincuoravano.
ma erano i filosofi che soddisfacevano
quel bisogno
che si celava da qualche parte nella mia testa confusa: immergendomi
nei loro eccessi e nel loro
farraginoso vocabolario,
spesso mi
incantavano
saltavano fuori
con affermazioni azzardate infiammate che mi sembravano
verità assoluta o maledettamente vicine
alla verità assoluta,
e questo tipo di sicurezza era quello che cercavo per la vita
di ogni giorno, che assomigliava molto di più
a un pezzo di cartone.
Quei tizi erano dei grandi, mi hanno fatto sopportare
giorni come rasoi e notti piene di ratti; mentre le donne
tiravano sul prezzo come banditrici venute dall’Inferno.
I miei fratelli, i filosofi, loro mi parlavano come
nessun altro per strada o in giro aveva fatto mai; riempivano
un vuoto immenso.
Che bravi ragazzi, oh, davvero dei bravi ragazzi!
Eh sì, le biblioteche sono state utili; ma nel mio altro tempio, nei
bar, era un’altra storia, più semplificata, le parole
e i comportamenti erano diversi…
i giorni in biblioteca, le notti al bar.
Le notti erano simili,
hai qualcuno seduto vicino, e magari non è
neanche un tipo cattivo, ma a me non ispira per niente,
c’è un’orribile aria di morte lì dentro – penso a mio padre,
ai miei professori, alle facce che stanno sulle monete e le banconote,
ai sogni popolati da assassini con occhi spenti; be’,
in un modo o nell’altro io e questo tizio prendiamo a scambiarci delle occhiate,
una rabbia violenta inizia lentamente a montare: siamo nemici, cane e
gatto, prete e ateo, acqua e fuoco; la tensione cresce,
mattone su mattone, in attesa del crollo; le mani
giunte e poi sciolte, beviamo, adesso, finalmente abbiamo uno scopo:
si gira verso di me:
“Amico, c’è qualcosa che non va?”
“Come no, sei tu”.
“E ci vogliamo fare qualche cosa?”
“Sicuro”.
finiamo di bere, ci alziamo, e usciamo sul retro del
bar, fuori nel vicolo; ci giriamo
e siamo uno di fronte all’altro.
io gli dico: “Tra noi due non c’è altro che questa distanza: a te
ti va di eliminarla?”
lui mi si getta addosso e in qualche modo è soltanto una parte della parte della parte.

Da “Le poesie dell’ultima notte della Terra”




Elenco blog personale