domenica 11 marzo 2018

Tutti promossi, la Scuola finta che sforna analfabeti futuri operai.

Tutti promossi, la Scuola finta che sforna analfabeti futuri operai.
Bisogna che finalmente qualcuno abbia il coraggio di dirlo: 
in Italia oggi in ogni ordine d’istruzione un bel voto si prende molto più facilmente di un tempo; anche perché, se così non fosse, il numero dei “non ammessi” all’anno successivo dovrebbe essere forse doppio (o triplo) rispetto a quello attuale. Da almeno tre decenni il Ministero della Pubblica Istruzione (che oggi non si chiama nemmeno più così) profonde sommi sforzi per far comprendere agli insegnanti che le bocciature non sono gradite 
“colà dove si puote”.

Gli insegnanti, troppo spesso lontani dal possedere un cuor di leone, si adeguano. 
E le promozioni fioccano, aumentando di anno in anno, proporzionalmente al diminuire del livello culturale degli alunni. 
Tanto l’importante è superare i quiz Invalsi. 
Una realtà che supera di molto la fantasia di Carlo Collodi, che nel “Paese di Acchiappacitrulli” rappresentò un mondo alla rovescia, dove, per uscire di galera, Pinocchio deve dichiarare di essere un malandrino: mondo sinistramente simile all’Italia di oggi, purtroppo.

Ma se la Scuola diventa sempre più un Paese dei Balocchi, nel quale l’importante è far divertire gli alunni coi “progetti” e superare gli indovinelli del Ministero della Verità, il compito degli insegnanti, sottopagati, proletarizzati, vituperati, disprezzati, si fa sempre più arduo. E tutto ciò dimostra che degli insegnanti e della loro libertà (d’insegnamento e di valutazione secondo coscienza) la nostra classe politica e dirigenziale ha deciso di voler fare a meno.

Lo dimostra il D.lgs 62/2017, che all’articolo 3 decreta: 
«Le alunne e gli alunni della scuola primaria sono ammessi alla classe successiva e alla prima classe di scuola secondaria di primo grado anche in presenza di livelli di apprendimento parzialmente raggiunti o in via di prima acquisizione». Si può, sì, negare l’ammissione alla classe successiva, ma 
«solo in casi eccezionali e comprovati da specifica motivazione», e per di più con decisione presa all’unanimità.

Per le Scuole Medie la Circolare Ministeriale 1865/2017 ha precisato: 
«Solo in casi eccezionali e comprovati da specifica motivazione, sulla base dei criteri definiti dal collegio dei docenti, i docenti della classe, in sede di scrutinio finale presieduto dal dirigente scolastico o da suo delegato, possono non ammettere l’alunna o l’alunno alla classe successiva. 
La decisione è assunta all’unanimità». Paletti chiari, precisi e non derogabili.

Obbedir tacendo e tacendo promuovere.
I collegi della Penisola si sono rapidamente adeguati al rigorismo ministeriale antibocciatura, ed hanno scritto nei “PTOF” criteri estremamente rigidi e particolareggiati. Così ora capita, ad esempio, che un allievo di terza media con quattro insufficienze gravi, magari in matematica e inglese (le quali prevedono prove scritte all’esame finale), ma non in italiano, e che abbia una risicata sufficienza in tutte le altre materie deve essere ammesso, comunque, all’esame di licenza media (e, ovviamente, affrontare con successo l’esame).

Promozione certa per quasi tutti. 
Altro che la meritocrazia di cui blaterava Renzi: quella vale (?) solo per i Docenti destinatari del bonus premiale assegnato dal Dirigente a piacer suo; che sono poi quelli più ubbidienti all’andazzo imposto dal Ministero e dall’Invalsi. 
Per chi lo contesta in nome della Costituzione, per i Docenti che lavorano in classe per diffondere la cultura vera, neanche una lira bucata. Così imparano.

Passo dopo passo, l’Italia sta diventando il Paese del diploma assicurato; così i posti di lavoro saranno sempre più riservati ai non meritevoli ben raccomandati, mentre i meritevoli veri resteranno disoccupati. E si moltiplicheranno i casi, già frequentissimi nelle scuole più disagiate, di Docenti picchiati dai genitori e dagli alunni per un voto insufficiente, e di ragazzi “furbi” che, ben sapendo di esser diventati intoccabili per legge, non porteranno a scuola nemmeno più la penna.

Sia chiaro: noi non siamo per una Scuola selettiva, di classe, che bocci la maggior parte degli alunni. Noi (gli insegnanti che contestano questo andazzo) ci battiamo, al contrario, per una Scuola inclusiva, democratica, con classi di massimo diciannove o venti alunni, che aiuti davvero quelli in difficoltà, che li motivi, che li segua, che li valuti in base alla buona volontà ed agli sforzi, non solo ai risultati.

Non siamo, però, per una Scuola finta, che rinneghi i propri principi ispiratori, che premi i furbi e gli analfabeti determinati a restare tali, che insegni ad essere corrotti e disonesti fin da bambini: i vizi italioti che tutto il mondo disprezza! Purtroppo non siamo maggioranza nel Paese. La scuola così come’è conciata sta bene al potere politico, ai potentati economici e a gran parte delle famiglie italiane: quelle culturalmente più deprivate, e quindi più incapaci di desiderare una Scuola seria e di comprenderne l’importanza.

Peccati di Gola.
Il 26 gennaio 2018 sul sito web di Confindustria Cuneo è stata messa in bella mostra una lettera aperta del presidente Mauro Gola “alle famiglie cuneesi che si trovano a scegliere l’indirizzo delle scuole superiori per i propri figli”. Secondo il presidente di Confindustria Cuneo è perfettamente inutile che gli studenti si ostinino a conseguire a scuola una preparazione culturale elevata, per poi iscriversi a filosofia o a fisica nucleare. Lavorare bisogna!

«Nel 2017», sostiene Gola, «le aziende cuneesi nel loro complesso, presi in considerazione industria, artigianato, commercio, agricoltura e servizi, hanno dichiarato di assumere circa 40.000 nuovi lavoratori. Di questi, il 38% sono operai specializzati, il 36% tecnici specializzati nei servizi alle aziende, il 30% addetti agli impianti e ai macchinari». Cifre in libertà, perché la loro somma è superiore a 100. Ma poco importa: “Il resto, marginale, sono gli altri ruoli aziendali, che sebbene fondamentali ed irrinunciabili, occuperanno poche unità. Il nostro dovere è quello di evidenziarvi questa realtà. Perché queste sono le persone che troveranno subito lavoro una volta terminato il periodo di studi“.

Il messaggio è molto esplicito: ciò che fa gola a Mauro Gola ed a Confindustria Cuneo non sono lavoratori colti e capaci di pensare criticamente in base al proprio bagaglio culturale, ma “addetti agli impianti e ai macchinari”, “operai specializzati”, “tecnici specializzati nei servizi alle aziende”. Che poi sappiano leggere un contratto o distinguere i fatti dalle opinioni, poco importa agli industriali. Anzi, se non sanno ben parlare, ascoltare, leggere e scrivere, meglio pure: saranno più docili e meno riottosi.

È, insomma, la solita vecchia storia di sempre: 
l’operaio non deve volere il figlio dottore. E il figlio dell’operaio deve introiettare questo dogma. Dogma sposato anche da quella sinistra che è erede diretta dei partiti stalinisti del dopoguerra, e che, senza cambiare affatto i quadri dirigenti, dopo il 1989 si è innamorata del neoliberismo, gareggiando con le Destre per dimostrare a chi controlla i capitali che la dittatura sul proletariato (e sulla classe media) si esercita meglio con la “Sinistra” al Governo che con le Destre. Anche perché la “Sinistra” non si troverà mai di fronte, se non a parole, l’ostilità di mamma Cgil (come invece può capitare ai Governi di Destra).

Fuoco a volontà.
E allora tutto è chiaro. La Scuola, da trent’anni, si trova sotto il fuoco incrociato di vecchi nemici e amici falsi. Sopravvive, ed è ancora comunque efficace, solo grazie al suo pilastro fondamentale, che sono gli insegnanti. E infatti il fuoco è concentrato soprattutto contro questi ultimi, sempre più immiseriti, disprezzati, oberati di scartoffie, calunniati, sbeffeggiati, dominati, e premiati (poco) solo se ubbidiscono. È dunque fondamentale, per salvare la Scuola, che gli insegnanti comprendano l’importanza di cambiare la legge vigente sulla rappresentanza sindacale. Solo così potranno sperare di esautorare i maggiori responsabili di questa situazione, ovverosia quei sindacati “maggiormente rappresentativi” che alla realizzazione di tutto ciò hanno dedicato la propria fattiva complicità.

L’Italia può ancora salvarsi dal declino cui è avviata. 
Può salvarsi, però, solo a patto che si salvi la Scuola. 
Perché la Scuola è il fondamento di ogni futuro. Se avremo una Scuola pessima, ridotta ad un carnevale senza senso, il futuro sarà pessimo. Se invece saremo capaci di recuperare il senso del suo esistere e del mandato costituzionale che l’ha istituita, il futuro tornerà a farsi pieno di speranza per tutti: ivi compresi quegli straricchi che si illudono di costruire la propria felicità in un Paese distrutto.

sabato 10 marzo 2018

Policleto, il Diadumeno. Affermando che il bello si realizza "attraverso molti numeri", Policleto si ricollega alla teoria pitagorica dalla quale deriva anche il concetto di symmetria, cioè quel rapporto armonico tra le singole parti che lo scultore tende a raggiungere attraverso l'equilibrio delle membra e lo studio delle proporzioni.




Policleto, il Diadumeno. 
Affermando che il bello si realizza "attraverso molti numeri", Policleto si ricollega alla teoria pitagorica dalla quale deriva anche il concetto di symmetria, cioè quel rapporto armonico tra le singole parti che lo scultore tende a raggiungere attraverso l'equilibrio delle membra e lo studio delle proporzioni.




Quindi poichè tali cose sono state stabilite non così, ma come ha voluto la natura delle cose, non si deduce, come gli uomini possano, una volta dominate le facoltà dell’intelletto dai sentimenti, giudicare la perizia profondamente insita nelle arti, di qualunque genere esse siano. Lo possiamo invece soprattutto capire dagli antichi scultori e pittori, poiché da costoro, che ebbero segni di dignità e grazia di pregio, si perpetuano ai posteri in eterna memoria, come Mirone, Policleto, Fidia, Lisippo ed altri, che dall’arte trassero la nobiltà.
Vitruvio

igitur quoniam haec non ita, sed uti natura rerum voluit, sunt constituta, non efficitur, ut possint homines obscuratis sub pectoribus ingeniis scientias artificiorum penitus latentes, quemadmodum sint, iudicare. maxime autem id animadvertere possumus ab antiquis statuariis et pictoribus, quod ex his, qui dignitatis notas et commendationis gratiam habuerunt, aeterna memoria ad posteritatem sunt permanentes, uti Myron, Polycletus, Phidias, Lysippus ceterique, qui nobilitatem ex arte sunt consecuti.


Rosaria Clerico
Cercavano la perfezione e ci sono riusciti.


Carla Armati
L'uomo con la fascia. Letteralmente il fasciato. Bellissimo
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Elezioni 2018. Il Pd ha mancato di empatia verso gli ultimi.

Il Pd ha mancato di empatia verso gli ultimi. 
Ora si riparta da un'opposizione umile.
Abbiamo subito una sconfitta storica. 
Goffredo Bettini Dirigente nazionale Pd.

Infatti, se ragioniamo su un arco temporale ampio, balza agli occhi il rovesciamento di una anomalia italiana. Negli anni '70 l'anomalia consisteva nella forza elettorale di una sinistra comunista e socialista in grado di raggiungere quasi il 50% dei voti. 
In Europa nessun paese presentava una situazione simile. 
Oggi si è verificata una anomalia diversa e contraria. 
In Italia è quasi scomparsa la rappresentanza politica della sinistra. 

LeU ha ottenuto un risultato insignificante. 
Il Pd è sprofondato al 18%, raggiunto anche con un elettorato, democratico, ma non di sinistra.

Al di là delle considerazioni contingenti, comunque utili, si impone, per noi, un tema strategico. La ricostruzione di un campo largo e solido progressista: del tutto nuovo nella lettura della realtà, nella cornice dei suoi valori e negli strumenti di rapporto con gli iscritti e i cittadini.

Molti affermano che ciò è del tutto inutile; perché la sinistra è un ferro vecchio, un residuo ostacolante l'innovazione e l'apertura alla società. 
Ai tradizionali sostenitori di questa tesi si sono aggiunti, nell'ultimo periodo, anche i "macronisti" in salsa italiana.

Tale tesi è del tutto priva di fondamento. 
La sinistra attuale, in tutte le sue forme, ha dimostrato di essere al capolinea. Ma la sinistra, in quanto desiderio insopprimibile nell'animo umano di un riequilibrio tra i forti e i deboli, è in natura, nelle cose. 

Almeno, fin dalla rivolta di Spartacus, che non a caso ha dato il suo nome al movimento rivoluzionario più colto e coraggioso che l'Europa abbia mai avuto; quello tedesco: 
gli "spartachisti" di Rosa Luxembourg.

Se si perde questo sentimento che spinge in varie forme ad accorciare le distanze tra chi sta sotto e chi sta sopra, non esiste più la sinistra. 

Tale sentimento può essere declinato in modi diversi: 
il moto rivoluzionario che tenta di conquistare il potere con la forza; 
il riformismo gradualista; il compromesso socialdemocratico; 
la collaborazione per il bene del proprio paese anche con gli avversari. 

La questione, tuttavia, non riguarda la strada che si intende perseguire. Qualsiasi strada si scelga l'importanza è che essa sia vivamente alimentata da quella pressione interiore che non sopporta l'ingiustizia, l'offesa e la prevaricazione.

Mantenendo, sempre, uno sguardo storico, possiamo ben dire che negli ultimi 30 anni, nelle nostre file, questo sentimento si è drammaticamente affievolito. 

Ci sono ragioni oggettive, esterne, di carattere mondiale. 
Non c'è tempo per analizzarle qui, come si dovrebbe. 
Basta constatare, tuttavia, che l'89, e il crollo del comunismo, non hanno lasciato sul campo una inedita ricerca di un punto di vista critico sul mondo. [...]

Gli anni che ci stanno alle spalle, rimarranno, infatti, segnati dallo sfondamento di Berlusconi sul piano del costume, del modo di pensare, della qualità dei rapporti tra le persone, della mancanza di ogni senso di comunità e istituzionale. La Repubblica è così cambiata in peggio alla radice. Il senso comune è degradato.

Ci siamo salvati, noi, da questa tempesta? 
Penso di no. Al di là del fatto che per molto tempo siamo rimasti diversi e, secondo me, migliori rispetto all'andazzo corrente, progressivamente anche noi abbiamo subito una mutazione antropologica. 

L'ansia per il mantenimento della propria posizione elettiva, la scomparsa diffusa di un impegno disinteressato nei gruppi dirigenti, lo stile di vita che essi prediligono, la volgarità di un certo nostro dibattito interno, persino il modo di vestire o di vivere la quotidianità, hanno perduto la sobrietà, la dedizione, la predisposizione ad accettare un sacrificio personale, tipici di una classe dirigente che vorrebbe e dovrebbe cambiare il mondo.

Così, rispetto agli "ultimi", a chi sta male, a chi, in modo anche transitorio, vive una difficoltà, a chi sperimenta la solitudine e la fragilità nell'affrontare la nostra modernità, noi siamo apparsi estranei. 

Vale a dire, anche quando abbiamo professato programmi volti al miglioramento delle condizioni della parte più debole della società, è come se avessimo agito dall'esterno: senza vera empatia e condivisione; senza conquistare, dall'interno e sinceramente, lo sguardo di chi sta alla base della piramide. Tant'è che progressivamente nel nostro elettorato si sono drasticamente ridotti i consensi nelle borgate e tra gli operai, mentre si è consolidato quello dei ceti medi e dei garantiti.

Si è consolidata una lontananza. 
Una incomunicabilità nelle pratiche sociali e nel linguaggio. 
E tale lontananza si è aggiunta a quella lontananza tra gli esseri umani, di cui parlava già Heidegger, quando affermava che la velocità del progresso tecnico, (allora dei treni) pur accorciando le distanze fisiche non creava più vicinanza. Anzi gettava le persone, nel caos della vita, nello spaesamento e nella solitudine. Oggi dove tutto è velocissimo e le persone possono nello stesso tempo sapere tutto ed essere ovunque, tale lontananza disperdente si è fatta drammatica e se ad essa si aggiunge l'afasia della politica, il risultato è quello che abbiamo sotto gli occhi. Una rabbia distruttiva e autodistruttiva di una parte amplissima di cittadini italiani.

In questa condizione noi abbiamo svolto una campagna elettorale basata su un racconto positivo e ottimistico delle condizioni del paese. 
Ci sono, è vero, punte di avanzata, di ripresa, di eccellenza. 
Vanno valorizzate. 

Ma contrapporre in modo radicale la rabbia alla speranza, è stato un errore di sostanza. La speranza per essere credibile, deve saper includere la rabbia; che c'è. La rabbia, come è nella tradizione della sinistra, rappresenta il carburante del cambiamento. Il tema è come saperla interpretare, volgere al positivo, trasformare in politica. 

La sinistra italiana, durante il fascismo numericamente piccola cosa, è diventata grande innalzando i ceti popolari dal plebeismo alla strategia politica, alla consapevolezza civile, all'azione concreta di inveramento della costituzione in una Repubblica in continuo rinnovamento e in rapporto con l'azione delle masse.

Il massimo della lontananza si è raggiunto durante il lungo "termidoro" dei governi tecnici. Inevitabilmente, in quanto tecnici, concentrati nel rispetto delle compatibilità piuttosto che nell'affrontare l'effetto che la crisi del 2008 aveva avuto sui ceti deboli e del ceto medio italiani. 

Con la beffa, per altro, del dover assistere alla moltiplicazione dei profitti dei ricchi e al peggioramento costante dei redditi del lavoro dipendente e operaio. Così la crisi ha messo insieme disagio materiale, mancanza di rappresentanza e solitudine esistenziale e sociale. E' il terreno, questo, più propizio per la demagogia, il pensiero violento, i rigurgiti xenofobi, razzisti e fascistoidi e per la crisi democratica.

[...] La rottamazione abbandonando l'ambizione di un generale rinnovamento repubblicano, è via via diventata un fatto domestico. 
Nel Pd: via i vecchi che li sostituisco io! 
Questa sensazione di resa dei conti interna, di fronte alle inevitabili prime difficoltà nel rapporto col paese dopo lo straordinario risultato delle europee, ha portato Renzi ad un solipsismo autoritario. 
Ad una sordità rispetto ai conflitti e ai problemi reali. 
Lo ha imprigionato in una corazza difensiva, impermeabile ad ogni confronto, dubbio, suggerimento. 
E' venuto fuori, così, un modo sciatto e sbrigativo di gestire il potere e di rapportarsi con gli altri. Erroneamente il segretario ha pensato che fosse un'opposizione troppo pregiudiziale ad indebolire il Pd. C'è stato anche questo. Ma il dato fondamentale è che la sua stessa leadership andava via via assumendo un carattere scostante, malamente scanzonato, protetto da fedelissimi non di rado volgari e opportunisti. La vicenda così grave e allo stesso tempo capricciosa, della formazione delle liste per molti è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Come è stato evidente nella posizione critica e giusta assunta su questo tema da Andrea Orlando.

La soluzione è genericamente andare più a sinistra? 
In che senso andare più a sinistra? Programmi più di "classe"? 
Più radicali? Con un ritorno alle antiche parole di un tempo? 
Se bastasse questo LeU non avrebbe preso solo il 3,5%. 

Ho la sensazione che invocare un conflitto più duro sia persino controproducente quando non si sa bene dove sia il vero conflitto contemporaneo tra i deboli e i forti, dove sia la sofferenza delle persone.

Dobbiamo accettare il giudizio dell'elettorato. 
L'elettorato che non ci piace perché non ci vota non possiamo abrogarlo. Dobbiamo saperlo riconquistare. La strada è lunga. 
E per me si fonda su un processo complesso che intreccia nuovi luoghi della politica, con una pratica sociale che ci aiuti a capire le contraddizioni in mezzo al popolo, con forme della politica pazientemente reimmerse nella vita reale delle persone. 

Crollate le ideologie, esauriti i partiti di massa, annebbiati i valori di fondo la risposta non può essere l'ansiosa e solitaria ricerca di ognuno di salvare il suo fazzoletto di potere. Che Pd hanno visto i nostri elettori? 

[...] La nostra ricerca non può che svolgersi dall'opposizione. Opposizione intelligente, non fanatica; umile nel comprendere che il voto operaio e popolare è andato ai 5 Stelle e alla Lega e che per recuperarlo non servono le offese, gli anatemi, il rifiuto di qualsiasi confronto. [...] 

Goffredo Bettini Dirigente nazionale Pd.

http://huffp.st/hdYvEqf

venerdì 2 marzo 2018

Tullio De Mauro. Ricordo che nel 1976 il linguista Tullio De Mauro, di recente scomparso, aveva fatto una ricerca per vedere quante parole conosceva un ginnasiale: il risultato fu circa 1.600. Ripetuto il sondaggio venti anni dopo, il risultato fu che i ginnasiali del 1996 conoscevano dalle 600 alle 700 parole. Oggi io penso che se la cavino con 300 parole, se non di meno. È un problema? SI, è un grosso problema, perché, come ha evidenziato Heidegger, riusciamo a pensare limitatamente alle parole di cui disponiamo, perché non riusciamo ad avere pensieri a cui non corrisponde una parola. Le parole non sono strumenti per esprimere il pensiero, al contrario sono condizioni per poter pensare.

Ricordo che nel 1976 il linguista Tullio De Mauro, di recente scomparso, aveva fatto una ricerca per vedere quante parole conosceva un ginnasiale: il risultato fu circa 1.600. Ripetuto il sondaggio venti anni dopo, il risultato fu che i ginnasiali del 1996 conoscevano dalle 600 alle 700 parole. 
Oggi io penso che se la cavino con 300 parole, se non di meno. 
È un problema? SI, è un grosso problema, perché, come ha evidenziato Heidegger, riusciamo a pensare limitatamente alle parole di cui disponiamo, perché non riusciamo ad avere pensieri a cui non corrisponde una parola. Le parole non sono strumenti per esprimere il pensiero, al contrario sono condizioni per poter pensare.
Dal libro: "La parola ai giovani: dialogo con la generazione del nichilismo attivo" di Umberto Galimberti
https://books.google.it/books?id=FSFFDwAAQBAJ&printsec=frontcover&hl=it

Copertina anteriore

U.G. [Umberto Galimberti] La sua lettera distribuisce le colpe dell'incompetenza linguistica dei nostri giovani ai genitori che non hanno mai letto un libro, un racconto, una storia ai loro figli, ai professori che senza passioni si ritengono soddisfatti quando riescono a ottenere in classe un po' di disciplina, e ai politici che al ministero che presiede l'istruzione non hanno mai messo qualcuno che conoscesse davvero la scuola. Il risultato è che i nostri giovani possiedono un vocabolario cosi ridotto da ricorrere a una sola parola, neppure troppo elegante, per esprimere la gamma di lutti i loro sentimenti: dalla gioia al dolore, dalla depressione all'euforia, dall'entusiasmo alla nota. Una sola parola che si incarica di dire lutto.
Ricordo che nel 1976 il linguista Tullio De Mauro, di recente scomparso, aveva fatto una ricerca per vedere quante parole conosceva un ginnasiale: il risultato fu circa 1600. Ripetuto il sondaggio vent'anni dopo, il risultato fu che i ginnasiali del 1996 conoscevano dalle 600 alle 700 parole. Oggi io penso che se la cavino con 300 parole, se non di meno. È un problema? Sì, è un grosso problema perché, come ben ha evidenzialo Heidegger, noi riusciamo a pensare limitatamente alle parole di cui disponiamo, perché non riusciamo ad avere pensieri ai quali non corrisponde una parola. Le parole non sono strumenti per esprimere il pensiero, al contrario sono le condizioni per poter pensare.
Tutto ciò forse è dovuto al fatto che negli ultimi trentanni siamo passati a una fase in cui le cose che sappiamo, dalle più elementari alle più complesse, non le dobbiamo necessariamente al fatto di averle lette da qualche parte, ma semplicemente di averle viste in televisione, al cinema, sullo schermo di un computer, oppure sentite dalla viva voce di qualcuno, dalla radio o da un paio di cuffie applicate alle orecchie e collegate a un iPad. A questo punto sorgono spontanee le domande: come la trasformazione della strumentazione tecnica modifica il nostro modo di pensare? E ancora: quali forme di sapere stiamo perdendo per effetto di questo cambiamento?
Dal libro: "La parola ai giovani: dialogo con la generazione del nichilismo attivo" di Umberto Galimberti
https://books.google.it/books/content?id=FSFFDwAAQBAJ&printsec=frontcover&img=1&zoom=5&edge=curl&imgtk=AFLRE73EE3wh-vxoz6LUywREzXgJU58goh1IzQ2HvWZ1A4P7rfiPavsT3zm30zLcfgN4i3uV7Ys17eGM9-bb6EBCO82F7b5unoRDN_h5reLhGZMawB86lspFIaeYTGgz1WmkFTJart5l

https://books.google.it/books?id=FSFFDwAAQBAJ&printsec=frontcover&hl=it
LA RICERCA SUL LESSICO DEI GINNASIALI NEL 1976 e 1996 E' UNA BOIATA - 
QUESTO E' QUELLO CHE *DAVVERO* DICEVA DE MAURO NEL 2016*:
Le 7500 parole del lessico di base dell’italiano.
Tullio De Mauro ha pubblicato il Nuovo vocabolario di base della lingua italiana, un aggiornamento all’opera del 1980. È un elenco di circa 7500 parole selezionate per uso, frequenza e disponibilità e suddivise in tre categorie:

Vocabolario di base De Mauro 2016
1 – lessico fondamentale 
(FO, circa 2000 parole ad altissima frequenza usate nell’86% dei discorsi e dei testi; 
nell’elenco sono formattate in grassetto);

2 – lessico di alto uso 
(AU, circa 3000 parole di uso frequente che coprono il 6% delle occorrenze; 
sono formattate come testo normale);

3 – lessico di alta disponibilità 
(AD, circa 2000 parole usate solo in alcuni contesti ma comprensibili da tutti i parlanti e percepite come aventi una disponibilità pari o perfino superiore alle parole di maggior uso; 
sono formattate in corsivo).
http://blog.terminologiaetc.it/2016/12/29/vocabolario-base-italiano-demauro/




De Mauro non ha mai detto una simile sciocchezza.




Verissima la tesi di Heidegger e purtroppo anche triste se riportata alla realtà dell'istruzione italiana 
(e non solo). Se pensiamo a quante persone leggono solo sporadicamente, si comprende il dilagare della superficialità a svantaggio delle capacità di analisi e di valutazione differenziata. Ciò che non posso assolutamente condividere sono i 300 vocaboli. Corrispondono a meno dei 400 vocaboli previsti in un corso d'italiano per stranieri di livello A1. Ossia il livello di "sopravvivenza" in un paese straniero. I conti non tornano.


 il "problema" di non prendere per oro colato qualunque cosa si legga.
mi piacerebbe leggere la ricerca di De Mauro, soprattutto per capire come è stata condotta, ma in rete non trovo nessuna traccia, lei per caso saprebbe indicarmi una fonte dove reperire ulteriori informazioni?


700 parole sono da terza elementare c'è qualcosa che non quadra


700 parole sono da asilo nido :) E' una bufala.
Se conti solo le parole davvero base che conoscono anche gli analfabeti 
("cane", "perché", "arrivederci", "camminare" ecc.) arrivi a ben più di 700
Nulla di scientifico, l'idea che "il pensiero è determinato dalla lingua" è un luogo comune abbastanza screditato.

il vocabolario di base della lingua italiana comprende 2000 parole. 
Si alza a 7000 il bagaglio di un parlante colto.


300 si possono conoscere già dai 18 mesi



Premettendo che sono d'accordo con la preoccupazione per il diffuso impoverimento linguistico-espressivo dei giovani, confermo che il repertorio minimo per parlare una lingua è di almeno 2000 parole, e il lessico "passivo" anche di più.



"La lingua strumento del pensiero". Più il linguaggio in nostro possesso è complesso e articolato, maggiore è la capacità di elaborazione delle idee e di risoluzione dei problemi. Apprendere la lingua nei suoi diversi aspetti (morfologia, ortografia, sintassi, lessico) significa diventare persone libere, dotate di spirito critico e creatività.



Come insegnante lo sperimento tutti i giorni: gli studenti della scuola secondaria non conoscono il significato del 50% delle parole che utilizzano. È vero che ci sono vari livelli di conoscenza di una lingua, ma è anche vero che la perdita dei significati comporta la mancata comprensione di ciò che si ascolta e si legge.





Bellissimo articolo.... 
Quando ero all'università di sociologia, il professore ci stava raccontando che in Norvegia, i bambini della classe medio bassa, venivano iscritti negli stessi asili dei bambini di classe più alta. Questo faceva sì che poi i bambini acquisivano lo stesso numero di vocaboli di chi viveva in famiglie più istruite. Ti faccio poi un altro esempio di paesi scandinavi. In queste nazioni non esistono le periferie con degrado sociale... Non esistono i ghetti perché sono concentrati nel centro delle città, sono inglobati nel sistema 😀
Io parto dal presupposto che tutti debbano avere le stesse opportunità. 
È logico che un bambino svantaggiato ha meno strumenti di altri onde per cui, è qui che bisognerebbe agire. Uno svantaggiato al quale vengano dati strumenti adeguati potrebbe avere più successo di chi, al contrario viaggia già con una riserva piena e non fa nulla per potenziarla perché vive di rendita.



Aggiungerei anche l'indispensabile esperienza del mondo che abbiamo intorno e la cultura del "saper fare"... e avremmo l'uomo quasi perfetto 🙂



Fare è una parola non amata nei Licei. Sono convinti che si debba costruire una classe dirigente che non si sia mai sporcata le mani. Al contrario del pensiero anglosassone dove, fra l'altro, il numero dei vocaboli è molto limitato rispetto all'italiano.


L'inglese è, notoriamente, una lingua con un lessico molto più ricco della media, perché ha una doppia origine (germanica e neolatina, attraverso il francese).

Ogni essere ha bisogno di comunicare con i suoi simili, pertanto ha avuto bisogno di avere un codice comune, anche se estremante primitivo. Il bisogno di comunicare è aumentato via via, così sono aumentate le "parole "e la possibilità di pensare.



Il linguaggio è il veicolo attraverso il quale diamo forma ai nostri pensieri e attraverso il quale codifichiamo i pensieri altrui. L'impoverimento lessicale corrisponde dunque, oltre che ad un impoverimento culturale d'insieme, ad una perdita della nostra capacita' di comprendere noi stessi e gli altri. Se non riusciamo ad esprimere le nostre idee, i nostri principi, i nostri sentimenti e a capire quelli altrui, è come se non esistessimo, o comunque non esistiamo nel modo in cui siamo veramente. Le parole, quindi, non sono solo condizioni per poter pensare ma diventano la base per poter ESSERE. "Cogito ergo sum" non è abbastanza. 
Si è o si diventa solo attraverso il dialogo con se stessi e con gli altri.



Religione e Meditazione.





L'immagine può contenere: sMS


Troverei molto più utile insegnare ai ragazzi la meditazione.




Io sono costretta a far frequentare le due ore settimanali di religione a mia figlia perché non ci sono alternative! L'unica sarebbe sballottarla in un altra classe, e sinceramente non mi piace questa idea. 😡


Ivano Paolo Todde 
Eh, si, Domenica, capisco benissimo quel che dici... in uno stato laico, bisognerebbe consentire una libera scelta, non solo teorica ma pratica... a quanto pare non sempre - o quasi mai, questo si fa.... inoltre i costi non dovrebbero ricadere su tutta la collettività bensì dovrebbero pagare tali stipendi unicamente i Cattolici e non chi non è interessato a tale dottrina.



Ivano, l'insegnamento della religione cattolica non è catechismo: 
se qualcuno fa catechismo sbaglia. L'italia è uno dei pochi paesi europei che ancora non ha una facoltà teologica di stato, e questo per puro pregiudizio, nonché grave danno per la cultura, come dimostrano tutte le altre facoltà teologiche europee




La meditazione è una pratica, come il catechismo .... Non è cultura



Meditazione di gran lunga più utile, anzi, io non vedo utilità alcuna nel catechismo. Io la pratico regolarmente.


La meditazione ti dà gli strumenti per pensare con la tua testa e distinguere la vera cultura dall’indottrinamento. Per i dati c’è il computer il vero valore aggiunto è la capacità di discernimento.




Lina Rossi, mi pare che quello che intendi per meditazione sia, invece, riflessione. 
Sul fatto che bisogna favorire la riflessione come strumento per discernere i contenuti perché non siano un mero deposito cristallizzato mi trovi d'accordo: ma la meditazione è altra cosa.... onestà intellettuale vuole che si chiamino le cose con il loro nome. Il discernimento non è una cosa innata, contrariamente al pensare comune: il discernimento è un qualcosa che si opera, a vari livelli, all'interno della persona ma in riferimento a qualcosa che sta fuori di essa. Per quanto riguarda la scuola pubblica, laica e democratica, oggettivamente è sufficiente insegnare a riflettere bene (per questo c'è la filosofia con i suoi vari indirizzi specifici). La meditazione attiene alla sfera più personale e privata di un individuo, sulla quale nessuna autorità esterna ha diritto di intervenire e di ingerire, o peggio, di plagiare.

Anna Lisa Urzì 
Io penso che tra i tanti fallimenti di un sistema scolastico arcaico c'è anche quello dell'ora di religione





Lina Rossi, cosa sia la meditazione è un discorso comprensibilissimo a tutti, basta informarsi (oltre che praticare) cosa sia la differenza tra riflessione e meditazione. .... un bambino non praticherà mai la meditazione, a meno che non sia dotato innatamente di questo dono (il che è piuttosto raro), che è pedagogicamente improponibile.


Scusate ma non riesco a trovare il nesso tra religione, cultura e meditazione. 
Certamente la meditazione non ha niente a che vedere con religione e neanche con la cultura, anzi direi che meditare serva a rimuovere proprio tutte le convinzioni religiose e tutti gli stereotipi culturali. Così come non ha niente a che fare con la ragione ma con il sentire, che sono due cose completamente differenti, uno segue la ragione l'altro l'Anima ❤



Ho rispetto per chi crede ma la fede è una questione privata. La scuola pubblica in uno Stato laico dovrebbe insegnare educazione civica ed etica guardando ai grandi pensatori e filosofi più' che ai dettami religiosi. Fare Storia delle religioni? In Italia non si fa questo, si fa insegnamento della religione cattolica. Sarebbe bello se venissero studiate le religioni ma di certo non alla scuola dell'infanzia o nella scuola primaria. A quell'età si può' fare solo catechismo, e in effetti, salvo rare eccezioni, è ciò che viene fatto. Al di là del rispetto per le diverse posizioni, credo sia ingiusto che quest'attività' trovi spazio nel curricolo scolastico e che venga finanziata con soldi pubblici.



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