La contraddizione venne ora risolta grazie all'atto di nominare il fenomeno, grazie al potere che ha la parola di rendere l'inosservato visibile.
Chesil Beach (p. 60)
Certe volte è imbarazzante scoprire che il corpo non vuole, o non sa mentire a proposito delle emozioni. Chi è mai riuscito, per ragioni di decoro, a rallentare un cuore che batte forte, o a ricacciare indietro un rossore?
Ian McEwan, Chesil Beach (p. 72)
In passato, Florence aveva conosciuto soltanto il brodo rassicurante di emozioni tiepide, la calda trapunta invernale di cortesia e fiducia reciproca. E ora, finalmente, ecco l'inizio di un desiderio, inconfondibile e ignoto, ma senz'altro suo, e su tutto, come sospeso al di sopra e alle spalle di lei, appena invisibile, il sollievo di scoprirsi esattamente come tutti gli altri
Ian McEwan, Chesil Beach (p.74)
Una libertà oscena, gioiosa, nuda, che nella sua fantasia si ergeva come un'immensa cattedrale spaziosa, magari in rovina, magari scoperchiata, spalancata verso la volta del cielo, nella quale lui e lei sarebbero ascesi in assenza di peso verso un poderoso abbraccio per perdersi, per annegare in ondate di purissima estasi dimentiche di tutto. Era talmente semplice! Come mai non vi si trovavano già, e invece stavano ancora seduti lì, intrappolati da tutte le cose che non sapevano dire, o che non osavano fare?
E in che consisteva l'ostacolo? Nelle rispettive personalità unite al passato, a ignoranza e paura, timidezza, pruderie, mancanza di fiducia in se stessi, esperienza e disinvoltura, più qualche strascico di divieto religioso, l'educazione britannica e l'appartenenza di classe, la Storia insomma. Cosette di poco conto.
Ian McEwan, Chesil Beach (pp. 80-81)
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martedì 20 febbraio 2018
Ian McEwan, Nel guscio. Oddio, potrei anche essere confinato in un guscio di noce e sentirmi il re di uno spazio infinito - se non fosse la compagnia di brutti sogni. William Shakespeare, Amleto, atto II, scena II.
Mi ha sempre colpito pensare che qualcosa di molto piccolo, come non dire la parola giusta o non fare il gesto opportuno, può far prendere alle nostre esistenze una strada diversa.
È una cosa che accade innumerevoli volte, ma ce ne accorgiamo appena.
Ian McEwan
Il genere è innato. Parola del feto di Ian McEwan.
L'ultimo romanzo dello scrittore inglese segna la rivincita dei teorici della presenza di idee compiute nell'uomo già alla nascita. Alla faccia degli pseudo-empiristi.
di Antonio Gurrado
Bentornati, innatisti. I teorici della presenza di idee compiute nell'uomo già alla nascita – contrapposti agli empiristi, secondo i quali le idee derivano esclusivamente dall'acquisizione di esperienza crescendo – hanno trovato un campione insperato: Ian McEwan. Com'è noto, il suo nuovo romanzo “Nel guscio” (Einaudi) ha per voce narrante un feto, che dal pancione materno ascolta tutto e non vede nulla (e dice: “Sento, dunque sono”). Ora, già dalla prima pagina, questo feto dichiara che sentendo la parola “azzurro” si figura un evento mentale non troppo dissimile da “verde”, per quanto non abbia mai visto nessuno dei due colori né sappia cos'è un colore. Questo feto ciarliero e sveglissimo è in grado di riconoscere come cigola un letto quando qualcuno ci si siede, di ricostruire legami di parentela, di individuare un complotto senza avere mai esperito né letti né famiglie né tragedie, e solo un talentuoso come McEwan poteva trarne un capolavoro anziché un'inverosimile ciofeca. Ma quando il feto si ritrova una specie di gamberetto fra le gambe e capisce di essere maschio e non femmina, senza avere mai avuto contezza di studi biologici né di teorie sul genere, è lì che si verifica la decisiva rivalsa dell'innatista: quando una pagina di memorabile sarcasmo sceglie l'inevitabile concepirsi nel modo in cui si è determinati a priori, contrapponendolo al comodo pseudo-empirismo di chi si percepisce maschio o femmina, abile o disabile, bianco o nero a seconda di come le esperienze hanno forgiato la sua identità a posteriori.
https://www.ilfoglio.it/bandiera-bianca/2017/05/19/news/il-genere-e-innato-parola-del-feto-di-ian-mcewan-135552/
«Nutshell», nel guscio (nella traduzione di Susanna Basso).
Un bambino non ancora nato è il testimone di un omicidio premeditato.
La madre, via via che la gravidanza avanza, pianifica con l’amante l’assassinio del marito.
«Dunque eccomi qui, a testa in giù in una donna. Braccia pazientemente conserte ad aspettare, aspettare e chiedermi dentro chi sono, dentro che guaio mi sto per cacciare».
Nel ventre di Trudy, il feto - a proposito di eminenti antenati - chiaramente intende il verso montaliano «Nascere fu un refuso». Giorno dopo giorno, ad apparirgli, è il teatro dell’umana abiezione. Come evitare di entrarvi? Mettendo in scena un gioco di prestigio: suicidarsi prima ancora di essere. Se non che ogni tentativo fallisce («il fedele cordone, la cima di salvataggio che non ha voluto uccidermi»), essere sarà dunque inevitabile.
John, il padre, morirà avvelenato, in autostrada, lontano dalla efferata coppia. Ma il sospetto avvolgerà comunque i due amanti, Trudy e Claude. Saranno scoperti? E quale ruolo, eventualmente, il nascituro avrà nel determinare la loro sorte? Lui, dalla madre così stregato:
«Bellissima. Amorevole. Assassina».
Con «Nel guscio», ormai vicino ai settant’anni, Ian McEwan, da tempo fra i candidati al Nobel, rinnova la convinzione di sempre: «Scrivere non è un’attività che si semplifica con l’andare del tempo; non è possibile “buttare giù” un romanzo solo perché fai questo mestiere da qualche decennio. Certe volte mi pare che la questione si riduca a un problema di forma fisica: scrivere richiede un’enorme quantità di energia. Invecchiare non aiuta. È fondamentale convincersi di avere tra le mani qualcosa di nuovo, di fresco, qualcosa che sia decisamente diverso da tutto ciò che l’ha preceduto, anche se può trattarsi solo di un’illusione...».
http://www.lastampa.it/2017/03/20/torinosette/primapagina/il-lo-scrittore-ian-mcewan-alla-cavallerizza-NpTDpyS7bNgdc3SPdWCZmM/pagina.html
Nel guscio.
È una cosa che accade innumerevoli volte, ma ce ne accorgiamo appena.
Ian McEwan
Il genere è innato. Parola del feto di Ian McEwan.
L'ultimo romanzo dello scrittore inglese segna la rivincita dei teorici della presenza di idee compiute nell'uomo già alla nascita. Alla faccia degli pseudo-empiristi.
di Antonio Gurrado
Bentornati, innatisti. I teorici della presenza di idee compiute nell'uomo già alla nascita – contrapposti agli empiristi, secondo i quali le idee derivano esclusivamente dall'acquisizione di esperienza crescendo – hanno trovato un campione insperato: Ian McEwan. Com'è noto, il suo nuovo romanzo “Nel guscio” (Einaudi) ha per voce narrante un feto, che dal pancione materno ascolta tutto e non vede nulla (e dice: “Sento, dunque sono”). Ora, già dalla prima pagina, questo feto dichiara che sentendo la parola “azzurro” si figura un evento mentale non troppo dissimile da “verde”, per quanto non abbia mai visto nessuno dei due colori né sappia cos'è un colore. Questo feto ciarliero e sveglissimo è in grado di riconoscere come cigola un letto quando qualcuno ci si siede, di ricostruire legami di parentela, di individuare un complotto senza avere mai esperito né letti né famiglie né tragedie, e solo un talentuoso come McEwan poteva trarne un capolavoro anziché un'inverosimile ciofeca. Ma quando il feto si ritrova una specie di gamberetto fra le gambe e capisce di essere maschio e non femmina, senza avere mai avuto contezza di studi biologici né di teorie sul genere, è lì che si verifica la decisiva rivalsa dell'innatista: quando una pagina di memorabile sarcasmo sceglie l'inevitabile concepirsi nel modo in cui si è determinati a priori, contrapponendolo al comodo pseudo-empirismo di chi si percepisce maschio o femmina, abile o disabile, bianco o nero a seconda di come le esperienze hanno forgiato la sua identità a posteriori.
https://www.ilfoglio.it/bandiera-bianca/2017/05/19/news/il-genere-e-innato-parola-del-feto-di-ian-mcewan-135552/
«Nutshell», nel guscio (nella traduzione di Susanna Basso).
Un bambino non ancora nato è il testimone di un omicidio premeditato.
La madre, via via che la gravidanza avanza, pianifica con l’amante l’assassinio del marito.
«Dunque eccomi qui, a testa in giù in una donna. Braccia pazientemente conserte ad aspettare, aspettare e chiedermi dentro chi sono, dentro che guaio mi sto per cacciare».
Nel ventre di Trudy, il feto - a proposito di eminenti antenati - chiaramente intende il verso montaliano «Nascere fu un refuso». Giorno dopo giorno, ad apparirgli, è il teatro dell’umana abiezione. Come evitare di entrarvi? Mettendo in scena un gioco di prestigio: suicidarsi prima ancora di essere. Se non che ogni tentativo fallisce («il fedele cordone, la cima di salvataggio che non ha voluto uccidermi»), essere sarà dunque inevitabile.
John, il padre, morirà avvelenato, in autostrada, lontano dalla efferata coppia. Ma il sospetto avvolgerà comunque i due amanti, Trudy e Claude. Saranno scoperti? E quale ruolo, eventualmente, il nascituro avrà nel determinare la loro sorte? Lui, dalla madre così stregato:
«Bellissima. Amorevole. Assassina».
Con «Nel guscio», ormai vicino ai settant’anni, Ian McEwan, da tempo fra i candidati al Nobel, rinnova la convinzione di sempre: «Scrivere non è un’attività che si semplifica con l’andare del tempo; non è possibile “buttare giù” un romanzo solo perché fai questo mestiere da qualche decennio. Certe volte mi pare che la questione si riduca a un problema di forma fisica: scrivere richiede un’enorme quantità di energia. Invecchiare non aiuta. È fondamentale convincersi di avere tra le mani qualcosa di nuovo, di fresco, qualcosa che sia decisamente diverso da tutto ciò che l’ha preceduto, anche se può trattarsi solo di un’illusione...».
http://www.lastampa.it/2017/03/20/torinosette/primapagina/il-lo-scrittore-ian-mcewan-alla-cavallerizza-NpTDpyS7bNgdc3SPdWCZmM/pagina.html
Ian McEwan, "Il guscio" e il suo amletico protagonista.
Lo scrittore ha lasciato il realismo per un romanzo folle e irreale: «Mi serviva una vacanza».
Intervista nel salotto di casa sua, che ha visto nascere una storia decisamente shakespeariana.
STRAUD (Inghilterra).
Da cinque anni Ian McEwan si è trasferito nella campagna del Gloucestershire e per arrivare a casa sua tocca fare un’ora di treno da Londra, dove ha abbandonato senza nostalgie il villino di Fitzrovia che nel 2005 era diventato, con poche modifiche, la casa del protagonista di Sabato. Poi, una ventina di minuti in taxi dalla stazione più vicina. Campi sconfinati. Alte siepi. Pecore solitarie. Cavalli e pony altolocati che pascolano col cappottino. Non si vede un bipede, a parte i corvi. La vecchia casa di pietra sembra una piccola abbazia. Nel giardino aperto sulla campagna è stato scavato un laghetto che però ha troppe alghe per farci il bagno. Dentro: sobrietà, camini, pochi mobili, una cucina accogliente con la stufa in ghisa e la ciotola per il cane. Qui si indulge nei dettagli perché non è da tutti entrare nel buen retiro di McEwan, che non invita mai a casa un giornalista inglese:
«Se uscissi da questa stanza mi frugherebbe tra i libri o nei cassetti».
La stanza dove è vivamente sconsigliato frugare è il soggiorno; l’idea di Nel guscio, il suo ultimo, sorprendente, romanzo, è nata proprio qui.
«Due anni fa chiacchieravo con mia nuora Rosie, una matematica molto brillante: era all’ottavo mese di gravidanza del primo figlio e naturalmente l’argomento era il bambino o la bambina che stava per arrivare. Ho avuto la netta percezione che eravamo già tre persone, sul divano. Un paio di mesi dopo ho cominciato a scrivere».
Cosa piuttosto insolita nelle cronache letterarie, dedicare un romanzo alle nuore.
Mc Ewan l’ha fatto: «A Rosie e Sophie». Perché reputa una grande fortuna che i suoi figli abbiano sposato due ragazze «così belle, intelligenti, dolci, affascinanti; e, soprattutto, innamorate».
Dopo la dedica, una citazione dall’Amleto, che aleggia sulla trama molto più delle nuore: Oddio, potrei anche essere confinato in un guscio di noce e sentirmi il re di uno spazio infinito – se non fosse per la compagnia dei brutti sogni.
E infine l’incipit, folgorante:
«Dunque eccomi qui, a testa in giù in una donna».
Un feto prossimo alla nascita, molto consapevole e dotato di un ottimo eloquio, è il narratore.
E già prima di venire al mondo assiste ai piani della madre e dello zio suo amante di uccidere il padre. (Oltre alle terrificanti performace sessuali dei due fedifraghi).
Uno scarto vertiginoso, e vigoroso, nella carriera di McEwan che, abbandonate le meravigliose cupezze-stranezze degli esordi, aveva adottato un realismo corroborato da meticolose ricerche. Ed era finito nei programmi delle scuole superiori britanniche con Espiazione, del 2001.
«Mi serviva una vacanza, un jeu d’ésprit.
Il romanzo precedente, La ballata di Adam Henry, aveva richiesto molto lavoro di documentazione, ore e ore in tribunale a parlare con magistrati e avvocati. Avevo bisogno di uno spazio di libertà».
I romanzieri possono essere di due tipi:
quelli che si fanno le ricerche da soli e quelli che delegano ai negri e perfino alle agenzie.
Lui appartiene alla prima specie e non sa dire esattamente quando è diventato abbastanza famoso o autorevole perché un magistrato gli concedesse un po’ del suo tempo. «Il fatto è che ho un amico giudice, un giudice importante, che mi ha raccontato molti dei suoi casi. Con le rispettive mogli andiamo a sentire concerti di musica da camera e una volta, alla Wigmore Hall, mi ha parlato di un testimone di Geova minorenne che rifiutava le trasfusioni, come prevede la sua religione. Lui lo andò a trovare, rimase lì una quarantina di minuti, discutendo di calcio. Poi decise di imporgli il trattamento. Già questo mi fece effetto, ma il punto è che otto anni dopo, il mio amico giudice trovò negli atti di un altro caso una nota in calce su quello stesso ragazzo: si era riammalato e aveva rifiutato la trasfusione. Alla base della Ballata di Adam Henry c’è questa vicenda con pochi elementi cambiati. Adesso ci fanno un film».
Anche per Nel guscio gli hanno chiesto l’opzione:
«E pensare che quando ho finito il libro pensavo che per una volta non mi sarei dovuto preoccupare della riduzione cinematografica, mi sembrava irrealizzabile. Invece un simpatico produttore americano si è fatto avanti, gli ho chiesto come pensa di cavarsela e ha risposto che non ne ha la minima idea. Mentre la scrivevo mi sembrava una storia così folle che ho proposto a mia moglie di andarcene un po’ all’estero, alla vigilia dell’uscita. Se hai la premessa di un narratore che è un feto, il romanzo si scrive da solo perché ci sono un bel po’ di situazioni limite, anche se ho mantenuto un profilo di lievissima plausibilità. C’è la sua cultura vasta ma raccogliticcia, visto che se l’è formata ascoltando le trasmissioni radio della Bbc, i podcast o gli audiolibri che sente sua madre; c’è il fatto che può riflettere su quando era più piccolo, che può sentire e immaginare, ma non vedere, e descrive quel che avviene intorno e lo rende credibile come una sorta di eco».
McEwan dice che è un gioco in cui chiedi al lettore di attraversare una linea:
«L’istante dell’attraversamento è quello buono per mollare: se hai problemi con l’antirealismo o l’irrealismo, lascia perdere. Uno dei momenti di irrealtà che amo di più nella letteratura europea è La metamorfosi di Kafka. Un uomo si sveglia dopo un incubo e si ritrova trasformato in un insetto gigantesco: lì c’è la linea da attraversare. Ma cosa pensa Gregor Samsa? Che farà tardi al lavoro. Sono molto attratto dalla possibilità di avere il reale, il banale, e il fantastico che scorrono assieme. E, se accetti che un feto intelligente possa riflettere e preoccuparsi come me per i destini del mondo che sta per raggiungere, sei libero».
McEwan pensava sinceramente che un feto narrante in letteratura non si fosse mai visto, ma non aveva fatto i conti con le accuse di plagio che la stampa gli scaglia a ripetizione, praticamente un vezzo. («In Inghilterra non ti perdonano il successo». Peggio che in Italia? «Non so come vada da voi, comunque vorrei un passaporto italiano per rimanere cittadino europeo, dopo la Brexit»). Comunque anche la stampa americana si è data da fare, pur apprezzando molto il libro. Sulla New York Review of Books Siddhartha Mukherje ha tirato fuori dal cappello Abhimanyu, personaggio del Mahabharata che nel ventre della madre aveva ascoltato il padre raccontare una famosa strategia di battaglia, ma si era perso l’ultima mossa perché mammà s’era addormentata. Sul NYT, invece, la solita Michiko Kakutani ha volato più basso: ha attribuito a Nel guscio una qualche parentela con il filmetto Senti chi parla. Per non dire della scatenata caccia allo scoppiazzamento o, più nobilmente, all’influenza in molte altre recensioni, che I.ME. evita accuratamente di leggere, come molti suoi amici colleghi della stessa generazione.
[...] Quando si legge qualcosa su McEwan, i suoi romanzi più citati sono quello d’esordio, Il giardino di cemento o quelli della maturità: L’amore fatale, Espiazione, Sabato. E sono finiti nel dimenticatoio i titoli che hanno segnato il passaggio da uno stile all’altro:
«Quello che un critico ha definito il mio periodo di mezzo, di cui fa parte Bambini nel tempo. [...]
di Paola Zanuttini (17 marzo 2017)
http://www.repubblica.it/venerdi/interviste/2017/03/20/news/il_feto_parlante_nel_guscio_di_ian_mciwan-160967259/
Nel guscio.
Oddio, potrei anche essere confinato in un guscio di noce
e sentirmi il re di uno spazio infinito -
se non fosse la compagnia di brutti sogni.
William Shakespeare, Amleto, atto II, scena II.
Ian McEwan, Nel guscio.
Uno.
Oddio, potrei anche essere confinato in un guscio di noce
e sentirmi il re di uno spazio infinito -
se non fosse la compagnia di brutti sogni.
William Shakespeare, Amleto, atto II, scena II.
"Dunque eccomi qui, a testa in giù in una donna. Braccia pazientemente conserte ad aspettare, aspettare e chiedermi dentro chi sono, dentro che guaio mi sto per cacciare. Mi si chiudono gli occhi di nostalgia al ricordo di quando fluttuavo libero nel mio sacco opalescente, a spasso dentro la bolla sognante dei miei pensieri, tra capriole al ralenti in un oceano privato, e delicate carambole contro i confini trasparenti della mia prigione, quella membrana sicura che, pur attutendole, vibrava insieme alle voci di cospiratori intenti a una macchinazione odiosa. Succedeva nella spensierata stagione della mia giovinezza. A questo punto, ormai completamente capovolto, con le ginocchia schiacciate al petto e senza alcun margine di movimento, non ho soltanto la testa impegnata ma anche tutti i pensieri. Non ho più scelta, un orecchio è premuto giorno e notte contro le pareti irrorate di sangue. Ascolto, prendo appunti mentali, e mi preoccupo. Tra le lenzuola sento discorsi efferati e mi agghiaccia il terrore di quel che mi aspetta, di quel che potrebbe compromettermi.
Immerso nelle astrazioni, posso contare solo sui loro proliferanti legami a catena per crearmi l'illusione di un mondo noto. Sento dire «azzurro», che non ho mai visto, e immagino un evento mentale non molto lontano da «verde», che a sua volta non ho mai visto. Mi reputo un innocente, dispensato da obblighi di lealtà e doveri, uno spirito libero, a dispetto dell'esiguità del mio spazio vitale. Nessuno che mi contraddica o rimproveri, nessun nome, nessun precedente indirizzo, niente fede religiosa, niente debiti, nessun nemico. Sulla mia agenda, se ne avessi una, sarebbe segnata unicamente la data della mia incipiente nascita. Sono, o ero, checché ne dica la genetica contemporanea, una tabula rasa, una lavagna intatta. Ma di pietra troppo liscia, o troppo porosa, inadatta a qualunque aula scolastica, a qualsiasi tetto di campagna, una tabula che, crescendo, si scrive da sé, facendosi, giorno dopo giorno, un po' meno rasa. Mi reputo un innocente, ma a quanto pare sono parte di un complotto. Mia madre, che il cielo benedica il suo rumoroso cuore instancabile e pompante, sembra sia coinvolta.
Ho detto sembra, madre? No, è. Sei. Sei coinvolta. Lo so, fin dal principio.
A proposito, lascia che lo richiami alla memoria, quel momento di creazione sopraggiunto in concomitanza con il mio pensiero primigenio. Tanto tempo fa, ormai molte settimane orsono, il mio solco neurale si chiuse su se stesso per dare origine al sistema nervoso, e miliardi di giovani neuroni alacri come bachi da seta presero a filare e tessere le proprie diramazioni assoniche nella formidabile tela aurea della mia prima idea, un concetto di tale semplicità che ora in parte mi sfugge. Sarà stato me? Troppo egocentrico. Adesso, forse? No, eccessivamente teatrale. Allora, qualcosa che preceda entrambi i concetti, comprendendoli, una sola parola mediata da un sospiro della mente, un deliquio di accettazione, di pura essenza, qualcosa come... questo? Troppo sofisticato. Dunque, più probabilmente, la mia idea fu Essere. O, in alternativa, la sua variante grammaticale: è. Eccola, la mia primigenia nozione, ed ecco il punto: è. Tutto qui. In uno spirito analogo a quello dell'Es muss sein. Il principio della vita cosciente coincise con la fine dell'illusione, l'illusione del non-essere, e l'esplosione del reale. Il trionfo del realismo sul magico, di ciò che è su ciò che pare. Mia madre è coinvolta in un complotto e di conseguenza lo sono anch'io, anche se il mio ruolo potrebbe essere quello di sventarlo. Oppure, se dovessi giungere al dunque in ritardo, da quell'allocco esitante che sono, almeno di fare vendetta.
Ma non intendo lagnarmi della mia buona sorte. Ho saputo sin dall'inizio, da quando ho scartato il dono della coscienza dal dorato involucro in cui era avvolta, che sarei potuto venire al mondo in un luogo peggiore e in tempi di gran lunga più tetri di questi. Lo stato generale delle cose mi è più che chiaro, e rende, o dovrebbe rendere trascurabili i miei problemi privati. C'è non poco di cui essere lieti. Sto per ereditare una condizione di modernità (igiene, vacanze, anestetici, lampade da tavolo, arance in pieno inverno) e per abitare un angolo privilegiato del pianeta: la ben nutrita, bonificata, occidentale Europa. L'antica leggendaria Europa, decrepita, relativamente garbata, infestata dai propri fantasmi, vulnerabile ai prepotenti, poco sicura di sé, traguardo di milioni di sventurati. La mia residenza prossima ventura non sarà l'opulenta Norvegia, cui era andata la mia prima scelta in considerazione del gigantesco fondo sovrano e di una munifica assistenza pubblica, e nemmeno la seconda opzione, cioè l'Italia, in virtù della cucina regionale e delle rovine baciate dal sole, ma neppure la terza, la Francia, per il suo Pinot Noir e la sua spavalda autostima. Erediterò invece il regno tutt'altro che unito di una stimata anziana regina, un posto nel quale un principe-imprenditore, noto per le sue opere buone, i suoi elisir (olio essenziale di cavolfiore per depurare il sangue) e le sue ingerenze incostituzionali, attende irrequieto il trono. Casa mia sarà questa, e mi andrà bene cosi. Poteva toccarmi di venire al mondo in Corea del Nord, un altro posto dove la successione non si contesta ma la libertà e il cibo scarseggiano.
Come è possibile che io, neppure giovane, neppure nato ieri, sappia già quanto basta per sbagliarmi su tante cose? Beh, ho le mie fonti, io ascolto. Mia madre Trudy, quando non sta insieme al suo amico Claude, ama la radio e predilige i dibattiti alla musica. Chi mai, agli albori della rete, avrebbe potuto presagire l'inarrestabile rinascita della radio, o il recuperato impiego di un termine arcaico come «wireless»? Oltre il chiassoso sciaguattare di stomaco e intestino, sento i notiziari, scaturigine di qualsiasi brutto sogno. Guidato da un autolesionismo implacabile, non mi perdo una sillaba di qualunque indagine e qualunque polemica. Le repliche orarie e i sommari ogni trenta minuti non mi annoiano mai. Sopporto perfino le notizie dal mondo della Bbc, con quei puerili squilli di tromba e trilli di xilofono sintetici fra un servizio e l'altro. A metà di una lunga nottata tranquilla, a volte assesto a mia madre un calcione violento. Lei si sveglia, non riesce più a prendere sonno, e allora accende la radio. Uno scherzo crudele, lo so, ma la mattina siamo tutti e due più informati.
A lei piace anche ascoltare qualche lezione in podcast, qualche istruttivo audiolibro: Conoscere i vini, in quindici capitoli, biografie di drammaturghi secenteschi, vari classici da tutto il mondo. L'Ulisse di Joyce la insonnolisce, e in compenso elettrizza me. Quando, agli albori del tutto, si infilava le cuffie, io sentivo benissimo, grazie al perfetto e rapido propagarsi delle onde sonore attraverso Tosso mandibolare e la clavicola, giù per la struttura ossea, fino al mio nutriente liquido amniotico. Perfino la televisione propaga per via sonora quel poco di buono che può offrire. Inoltre, quando Claude e mia madre s'incontrano, succede che parlino dello stato in cui versa il mondo, di norma per lamentarsene pur complottando per peggiorarlo. Dalla mia postazione, senza altro impegno che quello di far crescere il corpo e la mente, io assorbo tutto, banalità comprese, e non sono poche.
Già, perché Claude è il tipo che adora ripetersi. Un tipo da riff.
Presentandosi a uno sconosciuto, l'ho sentito non una ma due volte dire: «Claude, come Debussy». Quanto si sbaglia. Qui parliamo di Claude, come Claude, l'agente immobiliare che non compone e non inventa niente. Si innamora di un pensiero, lo esterna ad alta voce, più tardi gli torna in mente e lui - perché no? - lo dice di nuovo. Far vibrare l'aria una seconda volta con quello stesso pensiero è parte integrante del suo piacere. Lui sa che tu sai che si sta ripetendo. Quello che non può sapere è che, a differenza di lui, tu non godi.
L'ho imparato ascoltando una Reith Lecture su Radio 4: si tratta di un problema di riferimento.
Ecco un esempio sia di come comunica Claude, sia di come io incamero informazioni. Lui e mia madre avevano programmato al telefono (mi è dato di sentire entrambi) un incontro serale. Una cena a lume di candela per due, al netto di me, come tendono a fare. Come so delle candele? Perché quando arriva il momento e qualcuno li accompagna a sedere, sento mia madre che si lamenta. Hanno acceso le candele su tutti i tavoli, tranne il nostro.
Seguono, nell'ordine, il sussulto irritato di Claude, un secco, imperativo schiocco delle dita, il mormorio garbato e ossequioso di un cameriere semiprostrato, il raschio di un accendino. Fatto, cena a lume di candela. Manca giusto da mangiare. Ma hanno già in grembo il ponderoso menu, sento il bordo di quello di Trudy poggiarmi sul fondoschiena. Ora mi tocca riascoltare il repertorio di Claude sul frasario da menu, come se fosse il primo individuo al mondo a notare tali insignificanti assurdità. Si sofferma su «saltato in olio d'oliva». Che cosa si vuole promettere con quel «saltato», se non l'ingannevole endorsement del più grossolano e malsano «fritto»? Come si pensa di far saltare delle scaloppe al lime e peperoncino? A tempo di musica? Prima di proseguire, declina nuovamente il concetto variando l'accento dell'enfasi. Poi, ecco, procede al suo argomento secondo in classifica, un prestito americano, «macinatura a mano». Recito in silenzio la sua tirata senza neanche aspettare che incominci, quando una lieve inclinazione della verticalità del mio stato mi dice che mia madre si è piegata in avanti per posargli sul polso con censoria dolcezza un dito e distrarlo dicendo: - Scegli il vino, amore. Qualcosa di ottimo.
Mi piace godermi un bicchiere insieme a mia madre. Può darsi che non vi sia mai successo, o magari avete dimenticato l'esperienza di un buon borgogna (un suo favorito) o un buon Sancerre (altro favorito) decantato da una placenta in buona salute. Prima ancora che il vino arrivi - stasera, un Sancerre Jean-Max Roger -, al solo rumore del tappo sturato mi sento in faccia come una carezza, il soffio di una brezza estiva. So che l'alcol mi abbasserà il quoziente di intelligenza. Lo fa a tutti. Ma, oh, un verecondo Pinot Noir allegro, o un sauvignon profumato d'uva spina hanno il potere di farmi piroettare e ruzzolare nel mio mare segreto, mulinando dalle pareti elastiche della fortezza che è casa mia. O perlomeno ci riuscivano quando avevo più spazio. Attualmente consumo i miei piaceri da fermo e, in capo al secondo bicchiere, le riflessioni mi sbocciano in testa con quella licenza che chiamiamo poetica. I pensieri mi si srotolano in pentametri originali che alternano gradevolmente versi di senso compiuto a enjambement. Lei però un terzo bicchiere non se lo concede mai, e questo mi fa male.
- Devo pensare al bambino, - la sento dire mentre la sua mano morigerata si allunga a coprire il bicchiere. Sono i momenti in cui mi verrebbe voglia di afferrare il cordone oleoso, come una di quelle funi di velluto che si trovano nelle case di campagna piene di domestici, e di tirare forte per chiamare la servitù. Allora! Su, un altro giro per i nostri amici!
E d'altra parte, no, se si contiene lo fa per amor di me. E amarla, l'amo anch'io, come potrei non farlo? La madre che ancora non conosco, o che conosco solo dall'interno. Non mi basta! Che voglia della sua persona esterna. Le superfici sono tutto. So che ha capelli «biondo grano» che «si inanellano in riccioli lucenti» fino alle «spalle bianche come la polpa delle mele»; lo so perché mio padre le ha letto in mia presenza la poesia che le aveva dedicato. Anche Claude ha fatto cenno ai suoi capelli, in termini decisamente meno fantasiosi. Quando è in vena, si fa le trecce strette da incrociare sul capo, nello stile, a detta di mio padre, di Julija Tymosenko. So anche che mia madre ha gli occhi verdi, e che ha un naso piccolo come «un bottone di perla», che lei vorrebbe fosse più importante ma che in separata sede entrambi gli uomini adorano cosi com'è ed entrambi glielo dicono per rassicurarla. Le è stato ripetuto molte volte che è bellissima, ma lei resta scettica, il che le conferisce un potere disarmante sugli uomini, come mio padre le disse un pomeriggio in biblioteca. Lei rispose che se fosse stato vero, si trattava di un potere che non aveva cercato e che non voleva. Un discorso insolito, tra loro, perciò ascoltai attentamente. Mio padre, che fa John di nome, disse che se lui avesse avuto quel potere su di lei o sulle donne in generale, non avrebbe mai saputo rinunciarvi. Sull'onda della motricità empatica che, per un istante, mi allontanò l'orecchio dalla parete, immaginai che mia madre avesse dato una veemente alzata di spalle, come a dire, Gli uomini infatti sono diversi. Che importanza ha? Senza contare, aggiunse a voce alta, che il suo presunto potere le era conferito esclusivamente dalle fantasie maschili. Poi squillò il telefono, mio padre si avviò a rispondere e quella conversazione tanto interessante e insolita sulla distribuzione del potere non fu mai ripresa.
Ma torniamo a mia madre, alla mia truce Trudy, di cui bramo le braccia e i seni bianchi come polpa di mele e il verde ciglio, il cui inspiegabile bisogno di Claude precede la mia prima consapevolezza, il mio primigenio essere, colei che spesso gli parla, e lui a lei, in bisbigliati sussurri a letto, al ristorante, in cucina, quasi entrambi sospettassero che l'utero abbia orecchie.
Un tempo attribuivo la loro discrezione a nient'altro che ordinaria intimità amorosa. Ora invece ho una certezza. Evitano automaticamente l'uso delle corde vocali perché tramano un atto terribile. Se dovesse fallire, li ho sentiti dichiarare, manderebbe a monte le loro stesse vite. Sono convinti che, se stabiliranno di procedere, dovranno agire presto e in fretta. Si ripetono a vicenda che occorre essere calmi, pazienti, ricordano l'uno all'altra il prezzo di un eventuale fiasco del loro piano, l'esistenza di una serie di elementi che devono incastrarsi alla perfezione, la necessità, in caso un unico tassello venga meno, di interrompere l'intera procedura, «come succedeva con le lucine di Natale di una volta», secondo l'enigmatica similitudine di Claude, il quale di rado esprime concetti oscuri. Quanto hanno in mente li atterrisce e spaventa e non riescono a parlarne esplicitamente. Pertanto, avvolti in quei sussurri, sono ellissi, eufemismi, mugugnate aporie seguite da schiarimenti di gola e brusche variazioni di discorso.
Durante una calda notte inquieta, la scorsa settimana, mentre li pensavo entrambi addormentati, un paio d'ore prima dell'alba secondo l'orologio da basso, nello studio di mio padre, mia madre all'improvviso ruppe il buio dicendo: - Non lo possiamo fare.
Senza indugio, Claude rispose pacato: - Possiamo, invece -. E, dopo un attimo di riflessione: - Certo che possiamo.
Due.
E veniamo a mio padre, John Cairncross, un uomo grande e grosso, l'altra metà del mio genoma, la cui sequenza di coppie elicoidali voluta dal caso incide enormemente su di me. E in me e in me soltanto che i miei genitori si mescolano una volta per tutte, dolcemente, acidamente, a partire da zuccheri e fosfati di colonne vertebrali separate, secondo la ricetta base che fa di me, me stesso. Miscelo John e Trudy anche nei miei sogni a occhi aperti: come ogni figlio di genitori separati, vorrei tanto ricongiungere questa coppia di basi, al fine di riconciliare la mia condizione al mio genoma.
Mio padre passa da casa di quando in quando e io impazzisco di gioia. A volte arriva con un frullato fresco che le ha preso in Judd Street, nel suo posto preferito. Ha un debole per queste squisitezze viscose che dovrebbero avere il potere di allungargli la vita. Non so perché venga a trovarci, considerato che se ne va sempre in preda a caligini di tristezza. Svariate mie ipotesi in passato si sono rivelate false, ma ho prestato ascolto con attenzione e, per il momento, sono giunto a quanto segue: che non sa nulla di Claude, che rimane follemente innamorato di mia madre, che continua a credere alla storia che gli ha rifilato lei, secondo la quale la separazione dovrebbe dare a entrambi «spazio e tempo per crescere» cosi da rinnovare il loro reciproco impegno. Che lui è un poeta misconosciuto, e tuttavia deciso a non mollare. Che possiede e dirige una casa editrice in miseria che tuttavìa ha dato alle stampe raccolte di grandi poeti esordienti, di glorie nazionali e perfino di un Nobel. Appena però si fanno un nome, costoro traslocano, come figli adulti, in case più spaziose. Che accetta la slealtà degli autori come un fatto della vita e, santamente, si gode il plauso generale come il riscatto della Cairncross Press. Che il fallimento dei suoi propri versi lo rattrista più che amareggiarlo. Una volta lesse a voce alta a me e a Trudy una stroncatura delle sue poesie. Definiva il suo lavoro anacronistico, irrigidito nel formalismo di una «eccessiva bellezza». Eppure mio padre vive di poesia, si ostina a recitarla a mia madre, la insegna, la recensisce, collabora alla promozione di giovani autori, partecipa alla giuria di vari premi, propaganda lo studio della poesia nelle scuole, scrive articoli sulla poesia per piccole riviste, ne ha parlato anche alla radio. Trudy e io l'abbiamo ascoltato una volta, nel cuore della notte. Ha meno soldi di Trudy e molti meno di Claude. Conosce a memoria un migliaio di liriche.
Ecco la mia collezione di fatti e teoremi. Chino su di essi, come un paziente filatelico, ho di recente incrementato la raccolta di alcuni elementi. Soffre di un disturbo cutaneo, psoriasi, che gli arrossa, desquama e inaridisce le mani. Trudy non sopporta di vederle né di toccarle e gli ripete che dovrebbe portare i guanti. Lui si rifiuta. Ha un contratto d'affitto di sei mesi per tre misere stanze a Shoreditch, ha accumulato qualche debito, è sovrappeso e dovrebbe fare una vita meno sedentaria. Giusto ieri ho scovato un Penny Black - per proseguire con la metafora dei francobolli: la casa in cui abita mia madre, e io in lei, quella in cui ogni sera Claude viene in visita, è un edificio georgiano sulla immodesta Hamilton Terrace ed è stata la casa d'infanzia di mio padre. Alla soglia dei trent'anni, mentre si lasciava crescere per la prima volta la barba e aveva da poco sposato mia madre, mio padre ereditò la villa di famiglia. La sua amata madre era già morta da un pezzo. Le fonti unanimi concordano che l'edificio è un rudere. Lo definisce correttamente solo il frasario dei luoghi comuni: un cumulo di macerie, un ammasso cadente e decrepito. Il gelo qualche volta ha candito le tendine contro i vetri in inverno; se piove molto, gli scarichi, come istituti bancari affidabili, restituiscono il deposito con gli interessi; d'estate invece, come banche ladre, esalano fetore. Ma un momento, guardate, ho qui tra le pinzette il mio pezzo più raro, il mio One cent magenta; nonostante le condizioni in cui versano, questi circa cinquecento penosi metri quadri di casa frutteranno qualcosa come sette milioni di sterline.
La grande maggioranza degli uomini, delle persone anzi, non permetterebbe mai a un coniuge di spodestarla dalle grondaie della propria infanzia - John Cairncross è diverso. Queste, le mie deduzioni logiche. Venuto al mondo sotto una stella accomodante, troppo servizievole, sollecito e cortese, John Cairncross non ha nulla della serena cupidigia del poeta ambizioso. E davvero convinto che scrivere un blasone in versi in omaggio a mia madre (ai suoi occhi, le labbra, i capelli) e presentarsi a leggerglielo la addolcirà, e renderà lui bene accolto nella sua stessa casa. Lei tuttavia sa che i suoi occhi non hanno alcuna somiglianza con i «prati di Galway», una immagine con la quale l'autore intendeva «molto verdi», e non scorrendole sangue irlandese nelle vene, il verso le risulta anemico. Ogni volta che lei e io ascoltiamo, percepisco nel rallentamento del suo battito cardiaco un'incrostazione di noia a livello retinico che la rende cieca alla commozione della scena: un omone tutto cuore che tenta invano di perorare la propria causa nella formula anacronistica di un sonetto.
Forse un migliaio è un'iperbole. Molte delle poesie che mio padre sa a memoria sono lunghe, come le composizioni dei due celebri impiegati di banca: La cremazione di Sam McGee e La terra desolata. Trudy non ha smesso di ascoltarlo recitare di quando in quando. Per lei, un monologo è comunque preferibile a uno scambio, o all'ennesima passeggiata nel giardino incolto del loro matrimonio. Forse accondiscende per senso di colpa, quel poco che ne rimane. A quanto sembra, mio padre che le recita dei versi un tempo era un rituale del loro amore. Strano, che non le riesca di dirgli quello che lui deve comunque sospettare e che prima o poi dovrà confessargli. Che non è più lui che ama. Che ha un amante.
Oggi in radio una donna raccontava di aver investito un cane, un golden retriever, di notte, su una strada fuori mano. Gli si è accovacciata accanto, nella luce dei fari, stringendo la zampa della creatura moribonda, scossa da tremendi spasmi di dolore. Per tutto il tempo due grandi occhi marroni la perdonavano, fissi dentro ai suoi. Ha preso nella mano libera un sasso e l'ha abbattuto più volte sul cranio della povera bestia. Per liquidare John Cairncross basterebbe un colpo, un solo coup de vérìté. E invece, quando attacca a recitare, Trudy assume la sua espressione di soave ascolto. Io, in compenso, partecipo intensamente.
Di solito andiamo al primo piano nella sua biblioteca di poesia. Il bilanciere poco silenzioso dell'orologio da tavolo produce l'unico rumore, mentre lui prende posto nella consueta poltrona. Qui, al cospetto di un poeta, posso dar libero corso alle mie congetture. Se mio padre alzerà gli occhi al soffitto raccogliendo i pensieri, noterà il deteriorarsi degli stucchi in stile Adam. I punti danneggiati sfarinano polvere di gesso come zucchero a velo sulle coste dei classici. Mia madre pulisce con la mano la poltrona, prima di sedersi. Sobriamente, mio padre prende fiato e poi comincia. Recita senza pause, con sentimento. Gran parte delle liriche moderne non mi sa commuovere. Troppo ripiegate su se stesse, troppo sdegnose, vitree a proposito dell'altro, troppe lagne in versi troppo brevi. Calde invece come l'abbraccio di un fratello sono le poesie di Wilfred Owen, di John Keats. Me li sento respirare accanto, a fior di labbra. Sfiorarmi di baci. Chi non vorrebbe aver scritto di mele, e cotogne e zucca e susine candite oppure loro sudario le bianche fronti delle giovinette?
Immagino lei al fondo della biblioteca, dalla prospettiva adorante di lui. È sprofondata nella grande poltrona in cuoio che risale alla Vienna di Freud. Tiene le belle gambe nude graziosamente ripiegate sotto il corpo. Un gomito poggia sul bracciolo, a sostenere il capo ciondolante, mentre le dita della mano libera tamburellano leggere sopra una caviglia. Il tardo pomeriggio è torrido, dalle finestre aperte arriva il ronzio rasserenante del traffico di St John's Wood. L'espressione è pensosa, il labbro inferiore sembra socchiuso per il proprio peso. Lo inumidisce con la lingua immacolata. Qualche ricciolo biondo le si incolla di sudore al collo. Il vestito di cotone dal taglio ampio per potermi contenere è verde chiaro, più chiaro ancora degli occhi. Il lavoro costante della gravidanza procede imperterrito, rendendola piacevolmente stanca. John Cairncross vede il rossore estivo sulle sue guance, la bella linea di collo, spalle e seni turgidi, il poggio fiducioso che coincide con me, il pallore dei polpacci mai esposti al sole, la pianta liscia dell'unico piede visibile, con la batteria discendente di dita inconsapevoli, come bambini in scala in una foto di famiglia. Ogni dettaglio di lei, a suo giudizio, approda alla perfezione in virtù del suo stato.
Non riesce a rendersi conto di come lei aspetti solo di vederlo andare via. Di quanto crudele sia insistere affinché lui si trasferisca altrove, ora che siamo ormai entrati nel terzo trimestre. Possibile che il processo del suo stesso annientamento lo veda complice fino a questo punto? Che quest'uomo grande e grosso, più di un metro e novanta a quanto pare, questo gigante dalle braccia robuste e irsute, sia un buffone di tali proporzioni da credere saggio concedere alla moglie lo «spazio» di cui sostiene aver bisogno? Spazio! Vorrei vederla al posto mio qua dentro, dove ultimamente riesco a fatica a piegare un dito. L'accezione di spazio di mia madre, il suo rivendicato bisogno di spazio, non è che una brutta metafora, se non un sinonimo. Sta per essere egoista, subdola, perfida. Ehi, un momento, ma io la adoro, è la mia dea e di lei non posso fare a meno. Mi rimangio tutto! Parlavo sull'onda dell'angoscia. Non sono meno illuso di mio padre. E comunque è vero. In lei bellezza, indifferenza e determinazione sono una cosa sola.
Sopra mia madre, per come la vedo, il soffitto in desquamazione rilascia un'improvvisa nube di vorticose particelle che brillano attraversando alla cieca una sbarra di luce. E quanto è luminosa lei, sullo sfondo in cuoio screpolato della poltrona su cui si sarebbero potuti sedere Hitler, Trockij, Stalin nel dispiegarsi dei loro giorni viennesi, quando non erano che gli embrioni degli individui che sarebbero stati in futuro. Lo ammetto, sono tutto suo. Se cosi ordinasse, ripiegherei anch'io a Shoreditch a cavarmela in esilio, in balia di me stesso. E pace per il cordone ombelicale. Mio padre e il sottoscritto condividiamo lo stesso amore disperato.
A dispetto di ogni indizio - le sue risposte brusche, gli sbadigli, la generica disattenzione - lui si trattiene fino a inizio sera, illudendosi, forse, di essere imitato a cena. Ma mia madre sta aspettando Claude. Infine caccia fuori il marito dicendo che ha bisogno di riposo. Lo accompagna alla porta. Chi potrebbe ignorare la pena che gli vibra nella voce mentre pronuncia i suoi incerti saluti di commiato? Mi fa male pensare che sopporterebbe qualunque umiliazione in cambio di qualche minuto in più in presenza di lei. Niente, a parte l'indole, gli impedirebbe di fare quel che un altro potrebbe concedere a se stesso: precederla nella camera matrimoniale, la stessa nella quale io fui concepito, sdraiarsi sul letto o nella vasca, tra fitte nubi di vapore, e poi imitare gli amici, offrire del vino, comportarsi da padrone di casa. Lui invece spera di vincere con la dolcezza e una premurosa sensibilità ai suoi bisogni. Sarei felice di sbagliarmi, ma credo che fallirà due volte, perché lei continuerà a disprezzarlo per la debolezza mostrata, e lui a soffrire ancora più del dovuto. Le visite di John non finiscono, si spengono a poco a poco. Si lascia alle spalle in biblioteca un vuoto risonante di tristezza, una forma immaginaria, un ologramma avvilito, che ancora occupa la sua poltrona.
Siamo ormai vicini alla porta d'ingresso: sta per metterlo fuori. Le numerose devastazioni presenti sono state oggetto di lunghi confronti. So che un cardine di questa stessa porta si è separato dalla carpenteria. La carie del legno ha ridotto l'architrave una struttura di polvere compatta. Sono saltate alcune mattonelle, altre sono rotte: piastrelle georgiane che un tempo formavano un variopinto motivo a rombi, insostituibili. A nascondere le crepe come i vuoti, sacchi di plastica pieni di bottiglie e cibo che marcisce. Quel che rovesciano e che ti ritrovi sotto i piedi è l'emblema assoluto dello squallore domestico: detriti di posacenere, piatti di carta sfregiati da schifose piaghe di ketchup, flosce bustine di tè, come minuscoli sacchi di granaglie buoni per un magazzino da elfi o topolini. La signora delle pulizie se ne è andata in preda allo sconforto ben prima del mio arrivo. Trudy sa che non toccherebbe a una donna gravida issare spazzatura sopra i cassonetti a ruote, sollevare quei coperchi altissimi. Potrebbe facilmente chiedere a mio padre di sgomberarle l'ingresso, ma non lo fa. I lavori domestici conferiscono diritti domestici. Senza contare che forse si sta allestendo uno scenario che accompagni un'ingegnosa storia di abbandono del tetto coniugale. In questo senso Claude resta per ora un ospite, un forestiero, ma l'ho sentito dire che riordinare un angolo della casa metterebbe solo più in risalto il caos imperante ovunque. Nonostante l'ondata di caldo sono ben protetto dal fetore. Mia madre se ne lamenta un giorno su due, ma senza convinzione. E solo un altro aspetto del degrado di casa.
Può darsi si illuda che un fiocco di formaggio molle su una scarpa, o la vista di un'arancia coperta di lanugine blu cobalto nei pressi del battiscopa possa accelerare il commiato di mio padre. Si sbaglia. La porta è aperta, lui sta a metà della soglia e noi due appena al di qua, nell'ingresso. Claude deve arrivare in capo a un quarto d'ora. Capita che anticipi. Perciò Trudy è nervosa e decide di fingersi assonnata. Sta sulle spine. Un pezzo di carta che un tempo avvolgeva un panetto di burro le si è impigliato nel sandalo ungendole le dita. Il fatto sarà presto oggetto del racconto scherzoso che ne farà a Claude.
Mio padre dice: - Senti, noi due dobbiamo parlare.
- Si, ma non adesso.
- Continuiamo a rimandare.
- Non so come spiegarti quanto sono stanca. Tu non hai idea. Devo assolutamente coricarmi.
- Ma certo. È per questo che pensavo di tornare a casa, cosi potrei...
- Ti prego, John, non adesso. Ne abbiamo già parlato. Mi serve un po' di tempo. Cerca di ragionare. Sono incinta di tuo figlio. Non è il momento di pensare a te stesso.
- Non mi piace che tu sia qui da sola, quando potrei...
- John!
Sento il suo sospiro mentre la abbraccia stretta quanto lei gli concede. Subito dopo, registro il movimento del braccio di mia madre che si allunga e afferra il polso di lui evitando con cura, mi viene da credere, le sue mani psoriasiche, per girarlo infine e sospingerlo con dolcezza verso la strada.
- Ti prego, caro, adesso va'...
Più tardi, mentre mia madre si sdraia, un po' per la rabbia e un po' per lo sfinimento, io ripiego su fantasie primarie. Che tipo di essere umano è mai questo? Il corpulento John Cairncross sarà il nostro emissario nel futuro, il genere di uomo che metterà fine a guerre, rapine, schiavitù per marciare, amorevole e imparziale, accanto alle donne del pianeta? O sarà invece trascinato dai bruti? Si vedrà.
Tre
E chi è mai questo Claude, questo impostore che come un verme si è insinuato strisciando tra la mia famiglia e le mie speranze? L'ho sentito definire una volta e ho preso nota: è lo zotico duro di mente. Le mie ambiziose prospettive si sono indebolite. La sua esistenza ostacola il mio diritto a una vita felice affidata alle cure di entrambi i genitori. A meno che non escogiti un piano. Claude ha incontrato mia madre e bandito mio padre. I suoi interessi non possono essere i miei. Mi annienterà, è sicuro. A meno che, a meno che, a meno che: questo ciuffo di sillabe, diafano contrassegno di un destino diverso, piagnisteo di speranza composto da un pirrichio e un giambo, mi vaga nei pensieri come un corpo mobile, mera speranza nell'umor vitreo dell'occhio.
"
Ian McEwan, "Il guscio" [e il suo amletico protagonista.]
Lo scrittore ha lasciato il realismo per un romanzo folle e irreale:
«Mi serviva una vacanza».
Intervista nel salotto di casa sua, che ha visto nascere una storia decisamente shakespeariana.
lunedì 19 febbraio 2018
Hermann Hesse. Alberi. Gli alberi sono sempre stati per me i più persuasivi predicatori. Io li adoro quando stanno in popolazioni e famiglie, nei boschi e nei boschetti. E ancora di più li adoro quando stanno isolati. Sono come uomini solitari. Non come eremiti che se la sono svignata per qualche debolezza, ma come grandi uomini soli, come Beethoven e Nietzsche. Tra le loro fronde stormisce il vento, le loro radici riposano nell'infinito; ma essi non vi si smarriscono, bensì mirano, con tutte le loro forze vitali, a un'unica cosa: realizzare la legge che in loro stessi è insita, costruire la propria forma, rappresentare se stessi. Nulla è più sacro, nulla è più esemplare di un albero bello e robusto.
Gli alberi (Hermann Hesse).
“Gli alberi sono sempre stati per me i più persuasivi predicatori.
Io li adoro quando stanno in popolazioni e famiglie, nei boschi e nei boschetti.
E ancora di più li adoro quando stanno isolati. Sono come uomini solitari.
Non come eremiti che se la sono svignata per qualche debolezza, ma come grandi uomini soli, come Beethoven e Nietzsche. Tra le loro fronde stormisce il vento, le loro radici riposano nell'infinito; ma essi non vi si smarriscono, bensì mirano, con tutte le loro forze vitali, a un'unica cosa: realizzare la legge che in loro stessi è insita, costruire la propria forma, rappresentare se stessi. Nulla è più sacro, nulla è più esemplare di un albero bello e robusto. […]
Gli alberi sono santuari. Chi sa parlare con loro, chi sa ascoltarli, conosce la verità. Essi non predicano dottrine o ricette, predicano, incuranti del singolo, la legge primordiale della vita. […]
Quando siamo tristi, e non possiamo più sopportare la vita, un albero può dirci: sta calmo! Sta calmo! guardami! Vivere non è facile, vivere non è difficile. Questi sono pensieri puerili. Lascia parlare Dio in te e questi pensieri taceranno. Tu sei angosciato perché il tuo cammino ti porta via dalla madre e dalla casa. Ma ogni passo e ogni giorno ti portano nuovamente incontro alla madre. La tua casa non è in questo o quel posto. La tua casa è dentro di te o in nessun luogo.
La nostalgia del peregrinare mi spezza il cuore quando ascolto gli alberi che a sera mormorano al vento.
Se si ascoltano con raccoglimento e a lungo, anche la nostalgia del peregrinare rivela la sua quintessenza e il suo senso. Non è, come sembra, un voler fuggire al dolore, è desiderio della propria casa, del ricordo della madre, di nuovi simboli di vita. Conduce a casa. Ogni strada porta a casa, ogni passo è nascita, ogni passo è morte, ogni tomba è madre.
Così mormora il vento a sera, quando siamo angosciati dai nostri stessi pensieri puerili.
Gli alberi hanno pensieri di lunga durata, di lungo respiro e tranquilli, come hanno una vita più lunga di noi. Sono più saggi di noi, finché non li ascoltiamo. Ma quando abbiamo imparato ad ascoltare gli alberi, allora proprio la brevità, rapidità e fretta puerile dei nostri pensieri acquista una letizia senza pari. Chi ha imparato ad ascoltare gli alberi non brama più di essere un albero. Brama di essere quello che è. Questa è la propria casa. Questa è la felicità”.
sabato 10 febbraio 2018
Arthur Schopenhauer. Considerato spesso il “filosofo del pessimismo”, è uno dei più importanti esponenti della dottrina metafisica della volontà, concepita come essenza profonda del mondo, in contrapposizione alla sua rappresentazione, intesa come il complesso dei fenomeni.

Che la natura sia cieca è stato confermato dalla scienza, e che l'amore sia un inganno della natura per perpetuare la specie anche, dall'origine della specie agli odierni studi sui geni
Uno dei pochi che hanno avuto il coraggio di guardare con disincanto la natura, l'umanità e i limiti...
Considerato spesso il “filosofo del pessimismo”, è uno dei più importanti esponenti della dottrina metafisica della volontà, concepita come essenza profonda del mondo, in contrapposizione alla sua rappresentazione, intesa come il complesso dei fenomeni.
I suoi scritti influenzeranno la filosofia successiva, in particolare l’opera di Nietzsche e Freud, e porranno le basi per l’esistenzialismo, da Heidegger a Sartre.
Sue opere:
Il mondo come volontà e rappresentazione, L’arte di ottenere ragione, L’arte di trattare le donne, Aforismi sulla saggezza del vivere, Parerga e Paralipomena, Sulla quadruplice radice del principio di ragion sufficiente, Sulla volontà nella natura.
Il mondo come volontà e rappresentazione.
Nel primo libro, Schopenhauer recupera il pensiero kantiano e la sua riflessione sulle categorie, ma di queste salva solo il rapporto di causa/effetto come principio della razionalità (e di “ragion sufficiente”) che governa il mondo. Nel secondo libro, il filosofo spiega che è possibile accedere al mondo noumenico, oltrepassando il celebre “velo di Maya” e con esso le connotazioni dello spaziotempo e la causalità (nonché la razionalità e il principium individuationis).
La cosa in sé è quindi priva di dimensione spaziotemporale, è incausata, irrazionale ed unica:
il noumeno è allora la volontà, cui vanno ricondotte anche le forze naturali e che è conoscibile attraverso il corpo, che rappresenterebbe la sua oggettivizzazione primaria. Questa forza cieca, che mira solo al proprio perpetuarsi, è il motivo principale della tragicità dell’esistenza umana:
bisogni, desideri, ideali che ci muovono non sono che maschere con cui la volontà ci nasconde il suo vero volto.
La sofferenza e il dolore umano dipendono allora dai nostri impulsi insoddisfatti, e il mondo in cui viviamo non è “il migliore tra quelli possibili” (come sostenuto a suo tempo da Leibniz) perché la Storia non è progresso ma ripetizione ciclica del nostro disagio esistenziale, come ben sa anche Giacomo Leopardi.
E secondo Schopenhauer, che si richiama alla filosofia platonica, la volontà si oggettiva nel mondo attraverso le “idee”, di cui l’arte, che ci permette di liberarsi dalle costrizioni della volontà, è “diretta contemplazione”. Ma la liberazione estetica - anche nella forma più elevata della musica - è transitoria, poiché occorre arrivare alla negazione della volontà: la noluntas (o “negazione”) e l’ascesi sono quindi passi definitivi dell’etica schopenhaueriana, e la base da cui prenderanno spunto sia Nietzsche che Freud.
J.Nacci
Incipit del suo testo”Aforismi sulla saggezza del vivere..”
Aristotele ha diviso i beni della vita umana in tre classi:
beni esteriori, dell'anima e del corpo.
Non conservando che la divisione in tre io dico che ciò che distingue le sorti dei mortali può essere ridotto a tre condizioni fondamentali.
Esse sono:
1.° Ciò che si è:
dunque la personalità nel suo senso più lato. Per conseguenza qui si comprende la salute, la forza, la bellezza, il temperamento, il carattere morale, l'intelligenza ed il suo sviluppo.
2.° Ciò che si ha:
dunque proprietà e ricchezza d'ogni natura.
3.° Ciò che si rappresenta:
è noto che con questa espressione s'intende la maniera colla quale altri si figura un individuo, quindi ciò che questi è nell'altrui rappresentazione. Tutto ciò consiste dunque nell'opinione altrui a suo riguardo, e si divide in onore, grado e gloria.
Alcune citazioni:
Come si porta il peso del proprio corpo senza sentirlo, mentre invece si sente quello di ogni corpo estraneo che si voglia muovere, così non si notano i propri difetti, ma solo quelli degli altri. Chi si attende che nel mondo i diavoli vadano in giro con le corna e i buffoni con i campanelli, ne diventerà sempre preda e lo zimbello.
Chi vede tutto nero e teme sempre il peggio e prende le sue misure in questo senso, non si sarà sbagliato tanto spesso quanto colui che dà alle cose un colore e una previsione serena.
Quasi la metà di tutte le nostre angosce e le nostre ansie derivano dalla nostra preoccupazione per l’opinione altrui.
Ogni verità passa attraverso tre fasi: all’inizio è ridicolizzata, poi è violentemente contrastata, infine la si accetta come evidente.
È certo che un uomo può fare ciò che vuole, ma non può volere che ciò che vuole
Più intelligenza avrai più soffrirai.
Nessun animale si stupisce di esistere, eccetto l’uomo.
La salute non è tutto, ma senza salute tutto è niente.
Senza libri lo sviluppo della civiltà sarebbe stato impossibile. Essi sono il motore del cambiamento, finestre sul mondo, “Fari, – come disse il poeta – eretti nel mare del tempo”. Essi sono compagni, insegnanti, maghi, banchieri dei tesori del mondo, i Libri sono l’umanità stampata.
Essere consapevoli di ciò che si prova dentro di sé, senza sentirsi sbagliati, è il passo fondamentale per essere padroni di se stessi.
Ecco un riassunto del suo pensiero filosofico di A.Gargano
Il pensiero filosofico alla morte di Hegel (1831) è caratterizzato da un’impronta irrazionalistica, da un abbandono della centralità della ragione, che si manifesta in vari modi.
Alla coincidenza di reale e razionale affermata da Hegel fanno seguito posizioni in cui la realtà non è caratterizzata dalla razionalità, bensí da altro. La più tipica è quella di Schopenhauer.
Per Schopenhauer il cuore della realtà è volontà, volontà cieca, volontà che non ha nessun senso, nessuna direzione, che non mira a niente. Il cuore della realtà non è logos, ragione, bensí volontà.
Come giunge Schopenhauer a questo nocciolo della sua filosofia?
La sua opera principale è Il mondo come volontà e come rappresentazione (1818).
Per quanto riguarda il mondo come rappresentazione, il pensiero di Schopenhauer presenta un’ampia coincidenza con il criticismo kantiano. Si può anzi dire che la dottrina della conoscenza di Schopenhauer consiste in un kantismo semplificato.
La parte dell'opera che riguarda il mondo come volontà è quella più originale.
Circa il mondo come rappresentazione, riguardo cioè alla conoscenza, Schopenhauer sostiene che l'idealismo è una filosofia sbagliata in quanto presuppone l'influenza del soggetto sull'oggetto. Egli liquida l'idealismo per la pretesa che questo avrebbe di identificare un rapporto causale tra soggetto e oggetto: l'oggetto, il mondo, la realtà, sarebbero per l’idealismo generati dall'idea, dall'io.
Respinto l'idealismo, Schopenhauer si ricollega a Kant, che vede come il grande punto di riferimento della filosofia. Kant ha capito il fatto decisivo: noi non conosciamo la realtà quale essa è in se stessa, e ci dobbiamo accontentare della realtà fenomenica, di una realtà quale appare a noi.
Il filtraggio della realtà, per cui questa non è colta in se stessa, ma è sempre in relazione col soggetto, viene visto da Schopenhauer in termini piú semplici di quelli kantiani, piú semplici in quanto egli elabora una teoria della sensibilità in cui è presente anche la sensibilità animale.
Per lui il soggetto che filtra le conoscenze è in generale un soggetto conoscente che può essere anche un soggetto animale. Anche sulla base di questa tendenza ad allargare il discorso dal soggetto umano un soggetto più generico, egli giunge a una semplificazione: gli sembra che le dodici categorie kantiane siano arbitrarie, siano un sistema artificioso, che è riducibile semplicemente al principio di causa ed effetto. Le forme trascendentali a priori di Kant, che comprendevano spazio e tempo per l'intuizione propriamente detta, le dodici categorie per l'intelletto, e le tre idee per la ragione, si riducono a tre sole forme a priori: lo spazio, il tempo e l'unica categoria di causalità.
Il mondo viene inquadrato in spazio, tempo e causalità.
In conseguenza di questa sorta di filtraggio il mondo, che è uno, si frammenta in una quantità di fenomeni. Il mondo è uno, ma la griglia che il soggetto impone alla realtà, le strutture del soggetto che filtrano la luce che viene dal mondo, lo fanno rifrangere in tanti fenomeni, per cui abbiamo l'impressione di trovarci di fronte a tantissimi individui, a un'infinità di esseri, mentre invece la realtà è unitaria. Schopenhauer chiama questo “l'effetto del velo di Maja”.
Egli è il primo filosofo occidentale a utilizzare termini del pensiero indiano: riprende dalla mitologia indiana il concetto che la natura è un velo di Maja. La natura è una, ma è coperta da questo velo sgargiante, pieno di colori che danno l'impressione di tanti esseri, di tante piante, tanti animali, tanti individui. Non cogliamo la natura nella sua unità in quanto abbiamo davanti agli occhi il velo di Maya (in termini meno fantasiosi spazio, tempo e causalità), che ci creano un filtro.
È come se vedessimo il sole da dietro le grate di una prigione: nella prigione della soggettività in cui siamo rinchiusi il sole si frammenta in tanti riquadri, o, per usare un'immagine meno tetra, è come se ci fosse un prisma tra noi e la luce del sole, la luce è una ma si rifrange nei colori dell'arcobaleno.
In proposito Schopenhauer, partecipe dell’entusiasmo romantico per la cultura orientale, affermava che «Maya, il velo dell’illusione, ottenebra le pupille dei mortali e fa loro vedere un mondo di cui non si può dire né che esista né che non esista, perché è simile al sogno, allo scintillio della luce solare sulla sabbia, che il viaggiatore scambia da lontano per acqua, oppure a una corda buttata per terra che egli prende per un serpente».
Il mondo, che è unitario, ci appare invece differenziato, variopinto, molteplice, ci appare -dice Schopenahauer- sotto l'egida del principium individuationis: le cose sembrano frammentate, individualizzate. Lo spazio, il tempo e la causalità costituiscono il principium individuationis, il fattore di frammentazione dell'unica realtà in tante cose individuali distinte. Più precisamente la forma decisiva che porta all'individuazione, cioè alla differenziazione, è lo spazio, ma esso, secondo Schopenhauer -come già secondo Kant- non esiste realmente, bensí è una proiezione dell'uomo.
Nel proiettare la propria forma trascendentale di spazio sulle cose, l'uomo rompe l'unità della realtà e vede le cose ognuna come occupante uno spazio proprio. Lo spazio è il principio della molteplicità: in ogni luogo dello spazio ci può essere soltanto una cosa. Lo spazio, il tempo e la causalità -ma in primo luogo lo spazio- danno luogo all'individuazione: l'unità del mondo si spezzetta in tante cose occupanti ciascuna un proprio spazio. Viviamo in una realtà illusoria, ingannati dalla cortina del velo di Maya che ci da l'impressione di un mondo molteplice, fatto di differenze, di cose diverse.
A parte il linguaggio più colorito, influenzato dalla filosofia indiana, nella sostanza ci troviamo di fronte a una concezione del mondo come fenomeno simile a quella di Kant. Schopenhauer ribadisce con forza il fatto che il soggetto e l'oggetto nella conoscenza sono inestricabilmente uniti:
l'oggetto non viene mai colto da solo nella sua essenza, ma è sempre “deformato” dal soggetto.
Ripercorriamo questa prima parte della filosofia di Schopenhauer con le sue stesse parole, tratte da
Il mondo come volontà e come rappresentazione:
«”Il mondo è mia rappresentazione”: questa è una verità che vale in rapporto a ciascun essere vivente e conoscente, sebbene l'uomo soltanto sia capace d'accoglierla nella riflessa, astratta coscienza [solo l'uomo se ne rende conto, ma essa è propria di tutto il mondo animale]: e s'egli veramente fa questo, con ciò è penetrata in lui la meditazione filosofica [la filosofia nasce quando l'uomo si rende conto di filtrare il mondo, di non cogliere il mondo quale è in se stesso]. Per lui diventa allora chiaro e ben certo, ch’egli non conosce né il sole, né la terra, ma appena un occhio il quale vede un sole, una mano la quale sente una terra; che il mondo da cui è circondato non esiste se non come rappresentazione, vale a dire sempre e dappertutto in rapporto ad un altro, a colui che rappresenta, il quale è lui stesso. Tutto ciò che esiste per la conoscenza, adunque questo mondo intero, è solamente oggetto in rapporto al soggetto, intuizione di chi intuisce; in una parola, rappresentazione. Il mondo come rappresentazione, adunque, ha due metà essenziali, necessarie e inseparabili. L'una è l'oggetto, di cui sono forma spazio e tempo, mediante i quali si ha la pluralità. Ma l'altra metà, il soggetto, non sta nello spazio e nel tempo: perché essa è intera e indivisa in ogni essere rappresentante; perciò anche uno solo di questi esseri, con l'oggetto, integra il mondo come rappresentazione, sí appieno quanto i milioni d'esseri esistenti».
In questo Schopenhauer si avicina a Berkeley, il filosofo empirista inglese che era pervenuto all’immaterialismo, il quale sosteneva che l'essere consiste nell'essere percepito.
Riprendendo Berkeley, Schopenhauer afferma:
«Basta che ci sia un solo soggetto che guarda il mondo, perché il mondo sia». Perché le cose siano ci vuole qualcuno che le percepisce. L'esse est percipi in Berkeley si risolveva nell'essere percepito dall'occhio di Dio: Dio fa essere tutto perché vede tutto continuamente. «Ma, se anche solo quell'unico svanisse, cesserebbe d'esistere pure il mondo come rappresentazione. Queste metà sono perciò inseparabili, anche per il pensiero; perché ciascuna di esse consegue solo mediante e per l'altra significazione ed esistenza, ciascuna esiste con l'altra e con lei dilegua. Esse si limitano a vicenda direttamente: dove l'oggetto comincia, finisce il soggetto. La comunanza di questi limiti si mostra appunto in ciò, che le forme essenziali e perciò universali d'ogni oggetto, le quali sono tempo, spazio e causalità, possono, movendo dal soggetto, venir trovate e pienamente conosciute anche senza la conoscenza stessa dell'oggetto; il che val quanto dire, nel linguaggio di Kant, che esse stanno a priori nella nostra coscienza. L'aver ciò scoperto è un capitale merito di Kant, un immenso merito».
Kant ha scoperto che spazio, tempo e causalità non sono proprietà del mondo, bensí, secondo la sua “rivoluzione copernicana”, proiezioni del soggetto sul mondo.
Questa è la grande conquista di Kant e da qui si parte. Ora però si procede oltre Kant.
Egli infatti aveva affermato che conosciamo il mondo quale appare a noi, ma esiste un mondo in se stesso, la cosa in sé, il noumeno, che a noi sfugge irrimediabilmente. Kant aveva sostenuto: «Conosciamo il mondo fenomenico, ma esiste anche la realtà in sé. La realtà in sé per definizione è inconoscibile».
La novità di Schopenhauer consiste nel sostenere che esiste un “filo di Arianna” per raggiungere la cosa in sé. Qual è questo filo di Arianna che permette di raggiungere la cosa in sé, il noumeno, che per Kant era assolutamente fuori dalla portata dell'uomo?
Il filo di Arianna è dato dal nostro corpo.
Schopenhauer afferma che Kant ha considerato l'uomo come una testa d'angelo senza corpo.
L'io di Kant è l'intelletto, o, meglio, è la ragione che si divide in intuizione, intelletto e ragione propriamente detta: l'uomo di Kant è l'insieme delle strutture conoscitive trascendentali, è l'io puro. Quando Kant parla dell'uomo, si rifersice esclusivamente alla ragione, a “una testa d'angelo senza corpo”.
Invece, secondo Schopenhauer, per conoscere l'essenza del mondo, la cosa in sé, bisogna proprio riferirsi al proprio corpo. Questo può essere considerato quale un oggetto fra gli altri oggetti, e in effetti cosí lo considerava Kant: come colloco la finestra a destra, la porta a sinistra, il soffitto in alto, il pavimento in basso, cosí colloco le mie membra, il mio corpo, in alto, o in basso, a destra o a sinistra rispetto agli altri oggetti. Per Kant il corpo è un oggetto fra gli altri oggetti, una cosa esteriore tra le altre cose esteriori.
Sostiene invece Schopenhauer:
«Se considero il mio corpo non come un'esteriorità, come fa Kant, come oggetto fra gli altri oggetti, ma sprofondo in una sorta di abisso interiore, di concentrazione interiore, avvertirò che il mio corpo è un insieme di bisogni, di esigenze, di tensioni, cioè è semplicemente volontà».
Ma volontà di che cosa?
Volontà di rimanere in vita grazie alla soddisfazione dei bisogni:
se mi immergo nell'abisso della corporeità, trovo che il mio corpo non è altro che un fascio di bisogni che si riduce alla volontà di vivere, alla volontà di perpetuare l'esistenza del corpo stesso. Diventa chiaro perché questa volontà è cieca: essa non ha alcuno scopo tranne che appunto quello di mantenersi in vita. Grazie a quest'intuizione interiore vengo a sapere che la mia essenza è volontà di vivere.
A questo punto Schopenhauer applica quello che chiama “principio di analogia”:
tutti gli altri esseri sono anch'essi parti della natura, presenteranno perciò un'analogia con me stesso, e se il cuore della mia esistenza consiste nella volontà di vivere, tutti gli altri esseri, dallo stelo d'erba fino agli animali piú vicini all'uomo, saranno anch’essi animati dalla volontà di vivere.
Schopenhauer si riferisce anzi anche alla natura inorganica, alle forze magnetiche, elettriche: per analogia con l'uomo tutta la natura gli sembra animata dalla volontà di vivere.
È volontà - afferma Schopenhauer - ciò che vediamo «nella forza che fa crescere e vegetare la pianta, in quella che dà forma al cristallo, in quella che dirige l’ago calamitato al nord».
All'applicazione del principio di analogia Schopenhauer aggiunge questo ragionamento:
il mondo è diviso in due, fenomeno e noumeno. Se la volontà di vivere che ho scoperto non è appartenente al fenomeno, in quanto la la volontà di vivere non la vedo, non la tocco, non la inquadro in nessuno spazio e in nessun tempo, ma la colgo per un atto di introspezione, ciò vorrà dire che essa non fa parte del mondo fenomenico, bensí dell’altra metà, per cosí dire, della realtà, cioè del mondo noumenico.
Riepiloghiamo: per arrivare al nocciolo della volontà di vivere Schopenhauer ricorre prima di tutto a un principio analogico:
«Se è vero che scopro che al fondo di me stesso c'è la volontà di vivere, negli altri esseri della natura ci sarà la stessa entità».
Questo ragionamento è di stampo romantico:
i romantici, che Schopenhauer aveva molto studiato, scorgevano simbolismi, analogie, simpatie tra le cose della natura. Ma per avvalorare la sua tesi Schopenhauer avanza anche quest'altro ragionamento:
il mondo si presenta o come fenomeno o come noumeno, la volontà che ho scoperto in me stesso non è fenomeno, in quanto non è inquadrata in spazio, tempo e causalità, allora evidentemente è noumeno. Il noumeno quindi è volontà di vivere. Attraverso il mio corpo ho trovato un filo di Arianna che mi ha condotto al fondo della realtà, mi ha fatto capire che cos'è la cosa in sé: essa è cieca volontà di vivere. Seguiamo il ragionamento con le parole di Schopenhauer:
«In verità, il senso tanto cercato di questo mondo, che mi sta davanti come mia rappresentazione, oppure il passaggio da esso, in quanto pura rappresentazione del soggetto conoscente, a quel che ancora può essere oltre di ciò, non si potrebbe assolutamente mai raggiungere, se l'indagatore medesimo non fosse nient'altro che il puro soggetto conoscente (alata testa d'angelo senza corpo)».
Se fossimo un'alata testa d'angelo, se fossimo solo una mente, solo io puro, come afferma Kant, ci dovremmo arrendere e dovremmo accontentatrci della rappresentazione, ma siamo anche corpo, quindi oltre alla via conoscitiva c'è un'altra strada per giungere alla realtà. È chiaro che da questa prospettiva ci avviamo verso un deciso irrazionalismo, in quanto il mondo della conoscenza è quello della rappresentazione, mentre il mondo come volontà invece non rientra nella sfera della conoscenza razionale.
Continuiamo nella lettura:
«Ma egli ha in quel mondo le proprie radici, vi si trova come individuo: ossia il suo conoscere, che è condizione dell'esistenza del mondo intero in quanto rappresentazione, avviene in tutto e per tutto mediante un corpo; le cui affezioni sono per l'intelletto il punto di partenza dell'intuizione di quel mondo. Codesto corpo è per il puro soggetto conoscente, in quanto tale, una rappresentazione come tutte le altre, un oggetto fra oggetti [questo è il punto di vista kantiano, il corpo è un'esteriorità fra altre esteriorità, inquadrabile nelle forme conoscitive]: i suoi movimenti, le sue azioni non sono da lui, sotto questo rispetto, conosciute altrimenti che le modificazioni di tutti gli altri oggetti intuitivi; e gli sarebbero egualmente estranee ed incomprensibili, se il loro senso non gli fosse per avventura svelato in qualche modo affatto diverso. Ma le cose non stanno cosí: al soggetto conoscente, che appare come individuo, è data la parola dell'enigma; e questa parola è volontà. Questa, e questa sola, gli dà la chiave per spiegare il suo proprio fenomeno, gli manifesta il senso, gli mostra l'intimo congegno del suo essere, del suo agire, dei suoi movimenti. Al soggetto della conoscenza, il quale per la sua identità col proprio corpo ci si presenta come individuo, questo corpo è dato in due modi affatto diversi: è dato come rappresentazione nell'intuizione dell'intelletto, come oggetto fra oggetti, e sottomesso alle leggi di questi; ma è dato contemporaneamente anche in tutt'altro modo, ossia come quell'alcunchè direttamente conosciuto da ciascuno, che la parola volontà esprime».
Il corpo è rappresentazione e oggetto, ma anche volontà.
Sembra che sia possibile una doppia conoscenza, ma è improprio parlare di doppia conoscenza: la conoscenza vera è quella rappresentativa, cui si aggiunge l'intuizione corporea.
«La doppia conoscenza, oramai assurta a chiarezza, e raggiunta in due modi affatto eterogenei, che noi abbiamo dell'essenza e dell'attività del nostro corpo, ci servirà d'ora innanzi come una chiave per aprirci l'essenza d'ogni fenomeno della natura; e sull'analogia del nostro corpo giudicar tutti gli oggetti, che non come quel corpo, ossia non in duplice modo, ma soltanto come rappresentazioni sono dati alla nostra coscienza. E quindi ammettere, che com'essi da un lato, a mo' del corpo, sono rappresentazioni, e perciò della stessa sua natura, cosí d'altra parte quel che rimane, quando si metta in disparte il loro essere in quanto rappresentazioni del soggetto, sia nella sua intima essenza identico a ciò che noi stessi chiamiamo volontà. Invero, quale altra specie d'esistenza o di realtà dovremmo attribuire al rimanente mondo corporeo? Donde prendere gli elementi coi quali metterlo insieme? All'infuori di volontà e rappresentazione, nient'altro conosciamo, né possiamo pensare. Se al mondo reale, che esiste immediatamente sol nella nostra rappresentazione, vogliamo attribuire la massima realtà a noi nota, gli diamo la realtà, che per ciascuno di noi ha il suo proprio corpo: poiché questo è per ciascuno quanto v'è di più reale. La volontà considerata in se stessa è incosciente: è un cieco, irresistibile impeto, qual noi già vediamo apparire nella natura inorganica e vegetale, com'anche nella parte vegetativa della nostra propria vita. Sopravvenendo il mondo della rappresentazione, sviluppato in servizio di essa, ella acquista conoscenza del proprio volere e di ciò ch'ella vuole, che altro non è se non il mondo, la vita, cosí come si presenta. Perciò il mondo fenomenico l'abbiamo chiamato specchio della volontà, e sua oggettivià: e ciò che la volontà sempre vuole è la vita, appunto perchè questa non è altro che il manifestarsi di quel volere per la rappresentazione; perciò è tutt'uno, e semplice pleonasmo, quando invece di “volontà” senz'altro, diciamo “volontà di vivere”».
Risulta a questo punto evidente la vicinanza di Schopenhauer a Leopardi.
Francesco De Sanctis, il grande storico della letteratura, ha scritto un brillante saggio in forma di dialogo su Schopenhauer e Leopardi, mettendo in rilievo per primo queste affinità. Come rileva De Sanctis, Giacomo Leopardi non ha mai letto Schopenhauer, al contrario Schopenhauer non soltanto ha letto a fondo Leopardi, ma ne è stato un deciso ammiratore. Proprio Francesco De Sanctis ha attirato l'attenzione sul Dialogo della natura e di un Islandese di Leopardi.
In quest'operetta morale, l'Islandese, che vive nel freddo clima polare, fa un lungo viaggio travagliato, domandandosi come mai a tutte le latitudini egli osserva uomini che o soffrono per il troppo caldo, o per il troppo freddo, o per malattie, o per la fame: dappertutto trova che i suoi simili sono oppressi da qualche sofferenza. Alla fine del suo viaggio si imbatte nella natura sotto la forma di una grande figura femminile appoggiata ad una montagna e le pone il problema di a che cosa serva tutto questo affannarsi degli uomini alle varie latitudini. L'operetta si conclude in maniera brusca e ironica: la natura non dà risposta, e Leopardi conclude laconicamente dicendo che non si sa se l'Islandese fu sbranato da due leoni che comparvero all'improvviso oppure sopraggiunse un gran vento ed egli fu sommerso dalla sabbia. Che cosa vuole dire questa conclusione? Alla natura non interessa dare una risposta, non le interessa il destino dei singoli uomini: non si sa se l'Islandese sia morto sbranato o sepolto dalla sabbia in quanto alla natura è indifferente il destino dei singoli individui, al massimo le può interessare il fatto che gli individui procreino e vadano avanti le specie. La natura è cieca per Leopardi, e questo corrisponde alla cieca volontà di vivere di Schopenhauer, il quale afferma che l’intero mondo animale ci mostra come:
«[...] ottenuto dall’individuo quanto desiderava, la natura rimanga glacialmente indifferente di fronte alla possibile distruzione dell’individuo».
La volontà di vivere genera il pendolo dell'esistenza tra dolore e noia.
Infatti essa è tendenza a mantenersi in vita estinguendo bisogni, soddisfacendo esigenze.
Ora, nel momento in cui si presenta un bisogno, un'esigenza, vuol dire che si manca di qualche cosa, e quindi si avverte sofferenza, dolore. Quando il bisogno è soddisfatto, giunge un momento di stasi che dà luogo alla noia: la tensione vitale si è scaricata, si è ottenuto ciò che si voleva ottenere, si è sazi, annoiati, fino a quando non riemerge di nuovo il bisogno, e con esso il dolore, quindi, afferma Schopenhauer: «La vita è un pendolo di dolore e noia».
A questo proposito De Sanctis ha attirato l'attenzione sul canto A se stesso di Leopardi, in cui il poeta esclama: «Amaro e noia la vita!». Continuiamo a leggere Schopenhauer:
«Certo non l'individuo, ma la specie solo importa alla natura, la quale per la conservazione della specie si affatica con ogni sforzo, a quella provvedendo con sí larga prodigalità, mediante la smisurata sovrabbondanza dei germi e la gran forza della fecondità. Invece l'individuo non ha per lei valore alcuno, perché tempo infinito, infinito spazio, e , in tempo e spazio, infinito numero di possibili individui, sono il regno della natura; quindi ella è ognor pronta a lasciar cadere l'individuo, il quale non solo in mille modi, per i più piccoli accidenti, è esposto alla rovina, ma alla rovina è fin da principio destinato e dalla natura stessa condotto, a partir dall'istante, in cui esso è servito alla conservazione della specie. Venendo l'uomo a mancare degli oggetti del desiderio, quando questo è tolto via da un troppo facile appagamento, tremendo vuoto e noia l'opprimono: cioè la sua natura e il suo essere medesimo gli diventano intollerabile peso. La sua vita oscilla quindi come un pendolo, di qua e di là, tra il dolore e la noia, che sono in realtà i suoi veri elementi costitutivi».
Questa è l'essenza della vita. Leggiamo ora A sé stesso di Leopardi, uno dei canti più risolutivi, più disperati, in cui tutte le illusioni sono cadute
«Or poserai per sempre, stanco mio cor./
Perí l'inganno estremo, ch'eterno io mi credei./
Perí. Ben sento, in noi di cari inganni, non che la speme, il desiderio è spento. /
Posa per sempre./
Assai palpitasti./
Non val cosa nessuna i moti tuoi, né di sospiri è degna la terra./
Amaro e noia la vita, altro mai nulla: e fango è il mondo./
T'acqueta omai./
Dispera l'ultima volta./
Al gener nostro il fato non donò che il morire./
Omai disprezza te, la natura, il brutto poter che, ascoso, a comun danno impera, e l'infinita vanità del tutto».
Le analogie con Schopenhauer sono evidenti:
«Amaro e noia la vita, altro mai nulla»,
“amaro” è termine poetico per “dolore”.
L'altro elemento di forte analogia sta negli ultimi versi:
«Omai disprezza te, la natura, il brutto, poter che, ascoso, - cioè nascosto- a comun danno impera»: c'è un potere nascosto sotto le apparenze, che impera, cioè comanda, ci fa vivere come marionette per un comune danno, solo per farci soffrire, e c'è «l'infinita vanità del tutto»: il tutto è assolutamente privo di significato, è cieco.
Passiamo ora alla parte propositiva del pensiero di Schopenhauer:
l'uomo si dovrà porre l'obbiettivo di liberarsi dalla schiavitú del continuo passare senza senso da un polo all'altro.
La prima via che si potrebbe immaginare è quella del suicidio:
da tutto questo discorso sembrerebbe emergere che la soluzione migliore sia quella di sottrarsi al gioco di marionette della natura privandosi della vita. Per Schopenhauer il suicidio invece non costituisce una negazione, bensí un'affermazione della volontà di vivere. Se la volontà di vivere ci usa come burattini e ci fa continuamente oscillare tra dolore e noia, ci dovremo sottrarre a questo inganno, alla volontà di vivere. Sarà questo l'obbiettivo che ci dovremo prefiggere. Il suicidio però non implica un sottrarsi alla volontà di vivere, anzi è una affermazione della volontà di vivere, in quanto chi giunge al suicidio in fondo ci arriva perchè ama la vita e si vede insoddisfatto, non la sente colma di quelle gioie, di quegli affetti, di quelle affermazioni che si aspetterebbe, quindi afferma la volontà di vivere, disilluso desideroso di vivere; è deluso dalla vita ma è desideroso di contenuti di vita, e quindi non ha estinto il desiderio, non ha smascherato il gioco della volontà di vivere, che è quello di crearci continuamente bisogni:
«Il suicidio - scrive Schopenhauer - vorrebbe la vita; soltanto, non è soddisfatto dalle condizioni in cui gli si offre [...]. Il suicidio non rinunzia al voler vivere, ma unicamente al vivere [...] il suicidio cessa di vivere, appunto perché non può cessare di volere».
Semmai egli ha esigenze non soddisfatte e inconsapevolmente le riafferma con un gesto disperato, ma non è colui che ha superato la fase del bisogno, che si è sottratto alle illusioni.
Per sottrarsi alle illusioni della volontà bisognerà cercare altre strade.
Come si potrà estinguere la volontà?
Si dovranno trovare mezzi per rompere l'illusione di essere individui separati, ognuno a sé stante, ognuno alla ricerca del soddisfacimento dei propri bisogni e delle proprie esigenze.
Il superare la volontà di vivere coinciderà quindi con il negare il principium individuationis.
Viviamo convinti che la natura sia presenti come in una pluralità di esseri, tra cui ci siamo noi come individui separati, che cerchiamo disperatamente di soddisfare i nostri bisogni, di affermarci.
Per giungere a negare la volontà di vivere bisognerà smascherare l'illusione per cui siamo qualche cosa di separato e di a sé stante, dovremo superare il principium individuationis, dovremo negare la nostra individualità smascherando l’inganno che ci siano tanti esseri separati. Tutte le esperienze che unificano, che ci portano a superare i limiti dell'egoismo, ci avvicinano a questa vittoria.
La prima esperienza che ci può aiutare è quella dell'arte, soprattutto quella della musica:
l'arte ci aiuta a dimenticarci di noi stessi, ci spinge a fare tutt'uno con l'opera d'arte; una sinfonia travolgente per esempio ci fa dimenticare di noi stessi. Si tratta di osservazioni simili a quelle che fa Schelling nel fondare il suo idealismo estetico: nella sfera della contemplazione artistica il soggetto e l'oggetto si uniscono: chi sta ascoltando una sinfonia immedesimandosi in essa si scioglie nella musica, non si ritrova piú un'individualità che si oppone alla musica.
Per Schopenhauer nell'ambito dell'arte l'esperienza suprema è quella della musica.
Egli pone una gerarchia tra le arti: le arti che hanno a che fare con la materia sono più in basso in questa scala, la musica, che è l'arte più disincarnata e dematerializzata è la più alta. Le arti ci aiutano tanto più a liberarci quanto più sono lontane dalla materia, la musica è la più lontana dalla materia perchè è impalpabile, è intangibile, è puro suono. Nel contemplare un'opera d'arte, non veniamo colti dal rapimento estetico per quella cosa precisa, ma per un'idea che traluce in essa. Proprio in quanto ci fa cogliere un'idea, l'arte ci allontana dalla molteplicità e dall'individuo e ci avvicina all'unica realtà esistente, ci fa dimenticare l'individualità delle cose finite, ci mette in contatto con qualche cosa di superiore, che trascende l'individualità. Schopenhauer riprende il termine idea, di derivazione platonica, ma usandolo a modo suo. Sostiene che la volontà di vivere è unica, indivisibile e a causa dell’illusione la vediamo frantumata in una miriade di esseri, ma c'è una manifestazione intermedia della volontà di vivere, che sono le idee.
Le idee di Schopenhauer non sono idee platoniche.
Tra di esse si trovano per esempio il magnetismo, l'elettricità, proprietà chimiche, specie vegetali e animali che secondo lui alla base di vari fenomeni naturali in quanto gradi intermedi di oggettivazione della volontà. È come se la realtà partisse tutta dalla volontà di vivere, ma prima di giungere all'estrema manifestazione che sono gli esseri finiti, individuali, ci fosse grado intermedio, in cui si oggettivizza la volontà di vivere: questo livello intermedio sono le idee.
L'arte ci mette in contatto con le idee, e quindi ci fa compiere una prima parte di cammino verso il superamento dell'individualità, ci fa sciogliere nell'oggetto, nell'opera che ci incanta.
Diventiamo tutt'uno con l'opera d'arte, iniziamo a dimenticare noi stessi. Ma qual è il difetto dell'arte? Il difetto dell'arte sta nella sua rapsodicità: il rapimento estetico dura per un momento, poi si ricade di nuovo nel principium individuationis, si ritorna alla bruta materialità. L'arte è dunque soltanto una tappa nel cammino della liberazione della volontà. La contemplazione estetica è solo una «consolazione provvisoria nella vita». C'è un'altro gradino da salire, quello della giustizia.
Nella giustizia riconosco che gli altri sono portatori degli stessi diritti di cui sono portatore io: nella giustizia si supera l'individualismo, si vince l'egoismo. La giustizia ha per Schopenhauer un valore pedagogico in quanto abitua a ragionare nei termini della nostra uguaglianza con gli altri.
A un livello superiore c'è la compassione. Questa non è solo passiva come la giustizia, che implica il non fare del male agli altri, il riconoscere che gli altri sono uguali a noi, ma è il provare sofferenza per le sofferenze altrui, il riconoscere che c'è un'affinità profonda tra tutti gli esseri della natura per cui la sofferenza di un altro è anche sofferenza mia, quindi compassione nel senso letterale, di patire insieme con gli altri. La giustizia e la compassione ci aiutano a capire che non siamo esseri individuali, isolati, ma che abbiamo profonde affinità con qualche cosa che vive anche oltre di noi, negli altri.
Il cammino di superamento della volontà di vivere riescono a compierlo soltanto personalità molto sensibili, personalità sante. La via della salvezza non è per tutti. Questo aspetto è molto esasperato in Schopenhauer, che in sostanza afferma:
"Io personalmente, tutto questo cammino non mi sento di intraprenderlo. Il filosofo e il santo sono due cose distinte e separate. Indico la via della liberazione, però non mi sento di percorrerla fino in fondo, non mi sento di rinunciare al mondo».
Schopenhauer era figlio di un banchiere, e non ha mai dovuto lavorare, ha avuto la libera docenza all'università, ma per lui l’insegnamento era solo un fatto di prestigio, in quanto ha vissuto sempre di rendita.
Kierkegaard era figlio di un ricco mercante.
Se si volesse ricorrere al metodo marxista per cui l'essere sociale determina la coscienza, il loro essere sociale era di essere dei rentier persone che vivevano di rendita. Manca completamente in lui quell'afflato che c'è in Hegel per l'universale e in Marx per l'emancipazione della classe del proletariato e attraverso di essa dell'intera umanità: in Schopenhauer la via della salvezza è spiccatamente individuale.
A questo proposito è da rilevare un'ulteriore differenza con Leopardi:
in Leopardi, nella Ginestra soprattutto, c'è un momento in cui sembra che per lenire, per addolcire il dolore universale si possa contare sull'affratellamento fra gli uomini. È il momento in cui Leopardi sembra avere ancora un barlume di illusione: nella Ginestra c'è la solidarietà umana, c'è la possibilità dell'affratellamento.
In Schopenhauer invece la via della salvezza è del tutto individuale:
si passa per la compassione, ma lo stadio supremo è quello dell'ascesi, l'ascesi è lo stadio definitivo, è il distacco completo dal mondo, dal prossimo, da tutti i beni terreni, da tutto, per approdare alla noluntas. L'ascesi è un completo distacco da tutte le cose, e da noi stessi, che ci fa giungere alla negazione della volontà di vivere, ma si tratta di un'esperienza spiccatamente individuale.
Non si può spiegare bene in che cosa consiste, si tratta un'esperienza di tipo molto affine a quella mistica. La noluntas, è stato detto, equivale al nirvana della religione indiana.
In Schopenhauer arrivare alla noluntas significa giungere alla negazione di tutto, sentirsi una sola cosa con il nulla, aver estinto ogni pretesa di esistenza, individuale. Non possiamo però capire e spiegare che cos'è la noluntas, infatti Schopenhauer non a caso la chiama proprio cosí, noluntas, cioè negazione della volontà, in quanto può accennare solo a ciò che essa non è, ma non può spiegare in positivo in che cosa essa consista. Il santo, l'asceta, arriva a quest'esperienza suprema in cui si scioglie dalla propria individualità e si fonde con il tutto, supera il pendolo dolore-noia, diviene una cosa sola con il tutto.
Seguiamo le varie fasi del superamento della volontà di vivere con le parole di Schopenhauer: «Si supponga che tutta la forza dello spirito nostro diamo all'intuizione, in questa ci sprofondiamo, e la conoscenza intera lasciamo riempire dalla tranquilla contemplazione dell'oggetto naturale che ci sta innanzi, sia esso un paesaggio, un albero, una roccia, un edifizio o quel che si voglia; e che, secondo un'espressiva locuzione tedesca, ci si perda appieno in quell'oggetto, ossia si dimentichi il proprio individuo, la propria volontà, e si rimanga nient'altro che soggetto puro, chiaro specchio dell'oggetto, come se l'oggetto solo esistesse, senza che alcuno fosse là a percepirlo, nè più sia possibile separare colui che intuisce dall'intuizione stessa, poichè sono diventati tutt'uno, essendo l'intera coscienza riempita e presa da una sola immagine d'intuizione». Se ci abbandoniamo alla contemplazione dell'oggetto bello diventiamo una cosa con esso, la nostra intuizione ci porta a immedesimarci con l'oggetto, superiamo il principio di individuazione. «Se dunque in siffatto modo l'oggetto s'è disciolto da ogni relazione con altri oggetti fuor di se stesso, e il soggetto s'è disciolto da ogni relazione con la volontà, allora quel che viene cosí conosciuto non è più la singola cosa come tale, ma è l'idea, l'eterna forma, la diretta oggettità della volontà in quel grado. E perciò appunto non è più individuo quegli che è assorto in tale intuizione, imperocché proprio l'individualità vi s'è perduta. Egli invece è puro soggetto della conoscenza, fuori della volontà del dolore, del tempo». Il principio di individuazione, lo spazio e il tempo, sono cancellati. Quando veramente mi sono immerso in un'opera d'arte vivo un momento estatico, mi trovo fuori del tempo e dello spazio, non mi riconosco in un tempo ed in uno spazio limitato, mi ritrovo in una sorta di eternità.
«Per l'uomo giusto, il principium individuationis non è già piú, come per il malvagio, un'immobile parete divisoria». Il cattivo è sempre egoista, per lui il principium individuationis è una parete divisoria permanente con gli altri, invece per l'uomo giusto questa parete divisoria cade. «Vediamo ch'egli non afferma, come il malvagio, solamente il suo proprio fenomeno di volontà, e tutti gli altri nega; [vuole affermare solo sé stesso] che gli altri uomini non sono per lui semplici larve la cui essenza sia affatto diversa dalla sua. Viceversa con la sua maniera d'agire dimostra ch'egli la sua propria essenza, ossia la volontà di vivere, in quanto cosa in sé, riconosce anche nel fenomeno estraneo, dato a lui esclusivamente come rappresentazione; -cioè si immedesima negli altri- ritrova in quello -cioè nell'altro- se stesso, fino a un certo grado, il grado del non commettere ingiustizia, del non ferire. In questo grado appunto egli penetra di là dal principium individuationis, dal velo di Maya: considera l'essenza ch'è fuori di lui, pari, fino a questo segno, alla propria: non fa ingiuria. In codesta giustizia, quando la si guardi nel suo intimo, già si trova il proposito di non andar nell'affermazione della volontà propria tant'oltre, ch'essa neghi gli estranei fenomeni di volontà, obbligandoli a servirci. -[non useremo gli altri come strumenti, come servi, come schiavi, riconosceremo che hanno pari dignità con noi]. Si vorrà dunque agli altri tanto concedere, quanto da loro si riceve. Un uomo, il quale riconosca in tutti gli esseri il suo intimo e più vero io, anche gl'infiniti mali d'ogni vivente tiene come suoi, e cosí fa suo il dolore del mondo intero. Nessun dolore gli è più straniero. Tutti gli affanni altrui, ch'egli vede e può sí raramente lenire; tutti gli affanni, di cui ha notizia indiretta, o che semplicemente conosce come possibili, agiscono sullo spirito di lui come i suoi proprii. Non è più l'alterno bene e male della sua persona, quel ch'egli ha in vista, com'è il caso degli uomini ancora prigionieri dell'egoismo; invece, guardando egli di là dal principium individuationis, tutto gli è ugualmente vicino». Schopenhauer fa proprio il momento della compassione, che è un sentimento profondamente radicato nella civiltà cristiana: si soffre non semplicemente perché si ha una sofferenza diretta sul proprio corpo, ma si soffre perchè soffre un qualsiasi altro essere umano. Questo è il punto di massimo avvicinamento alla comunità che Schopenhauer tocca, poi sprofonda nella noluntas raggiunta invece in maniera individuale, il culmine del superamento lo riporta al solipsismo, all’esperienza incomunicabile, personale, del santo, dell'asceta, che è la noluntas. «La sua volontà muta indirizzo, non afferma più la sua propria essenza, rispecchiandosi nel fenomeno, bensí la rinnega. Il processo, con cui ciò si manifesta, è il passaggio dalla virtù all'ascesi. Non basta più a quell'uomo amare altri come se stesso e far per essi quanto fa per sè; ma sorge in lui orrore per l'esssere, di cui è espressione il suo proprio fenomeno, per la volontà di vivere, per il nocciolo e l'essenza di quel mondo riconosciuto pieno di dolore». L'uomo che è pervenuto alla noluntas si distacca completamente dal mondo, che è un mondo di dolore e si ricongiunge alla volontà di vivere nel suo complesso, cioè perde i propri confini individuali: «[...] per coloro in cui la volontà si è convertita e soppressa, questo mondo così reale, con tutti i suoi soli e le sue vie lattee, questo, propriamente questo, è il nulla».
Ci troviamo pur sempre di fronte ad un grande filosofo, nei cui scritti troviamo tantissimi pensieri di cui far tesoro, però siamo oramai in un'atmosfera di isolamento reciproco degli individui, che possono trovare una via di salvezza solo personale, ogni speranza di emancipazione collettiva dell'umanità è finita, il mondo è qualche cosa che non è dominabile. Vorrei concludere ricordando un fatto, che mi pare significativo: Thomas Mann, uno dei più grandi romanzieri del Novecento, ha ricordato Schopenhauer ne I Buddenbrook, romanzo che è l'epopea di una grande famiglia borghese. I Buddenbrook è il romanzo in cui Thomas Mann dipinge lo svilupparsi di una famiglia borghese potente, ne descrive in maniera mirabile tutti i rapporti affettivi, personali ecc. Ora, questa famiglia dedita ai commerci, passa per tante traversie, vede nella prima e nella seconda generazione ampliare sempre di più il proprio potere, il primo Buddenbrook è un grande commerciante, il secondo diventa anche sindaco, poi c'è una bellissima pagina in cui il terzo Buddenbrook, quindi il nipote del fondatore della potenza economica, che è già un giovane più gracile in quanto non si è dovuto confrontare come il padre e il nonno con gli affari e con la lotta politica un giorno trova in un cassetto dimenticato Il mondo come volontà e come rappresentazione di Schopenhauer, comincia a leggere Schopenhauer Thomas Mann che fa capire che da quel giorno quel giovane, che era già molto riflessivo, era poco sanguigno rispetto al padre e al nonno, già era molto introverso, rimane catafratto sotto le teorie del pessimismo e quindi con il Buddenbroock della terza generazione la dinasta si dissolve, questa potente famiglia borghese arriva alla decadenza. È significativo che Thomas Mann abbia messo in connessione la decadenza di questa famiglia borghese con il pessimismo di Schopenhauer: questo testimonia di un momento della vita culturale dell'Europa, della vita culturale della borghesia europea in cui essa ha perso ogni fiducia nella possibilità di emancipare l'uomo, di dominare i fenomeni storici mediante la ragione: le è rimasto solo il ripiegamento individuale e solo pochi eletti possono giungere a negare la volontà di vivere, a sottrarsi al pendolo di dolore e noia. Siamo in presenza di una filosofia della sconfitta, del ripiegamento, da cui c'è tanto da imparare, ma che è molto distante dalle filosofie del dominio razionale del mondo che la borghesia era riuscita ad esprimere nel periodo rivoluzionario fino ad Hegel. La conclusione ancora più irrazionalistica di questa parabola si raggiunge con Nietzsche, teorico di un irrazionalismo che pone al centro non ha volontà di vivere, ma la volontà di potenza, con le inquietanti ambiguità che tale concetto può comportare.
I porcospini di Schopenhauer.
“In una fredda giornata d’inverno un gruppo di porcospini si rifugia in una grotta e per proteggersi dal freddo si stringono vicini.
Ben presto però sentono le spine reciproche e il dolore li costringe ad allontanarsi l’uno dall’altro.
Quando poi il bisogno di riscaldarsi li porta di nuovo ad avvicinarsi si pungono di nuovo.
Ripetono più volte questi tentativi, sballottati avanti e indietro tra due mali, finché non trovano quella moderata distanza reciproca che rappresenta la migliore posizione, quella giusta distanza che consente loro di scaldarsi e nello stesso tempo di non farsi del male reciprocamente.”
Il dilemma del porcospino afferma che tanto più due esseri si avvicinano tra loro, molto più probabilmente si feriranno uno con l’altro. Ciò viene dall’idea che i porcospini possiedono aculei sulla propria schiena. Se si avvicinassero tra loro, i propri aculei finirebbero col ferire entrambi. Questo è in analogia con le relazioni tra due esseri umani. Se due persone iniziassero a prendersi cura e a fidarsi l’uno dell’altro, qualsiasi cosa spiacevole che accadesse ad uno di loro ferirebbe anche l’altro, e le incomprensioni tra i due potrebbero causare problemi ancora più grandi. Eppure i porcospini hanno bisogno di stare vicini per scaldarsi a vicenda. Da questa contraddizione nasce il dilemma.
Arthur Schopenhauer
Alcuni porcospini, in una fredda giornata d'inverno, si strinsero vicini, vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l'uno dall'altro. Quando poi il bisogno di riscaldarsi li portò nuovamente a stare insieme, si ripeté quell'altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro fra due mali. Finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione.
Così il bisogno di società, che scaturisce dal vuoto e dalla monotonia della propria interiorità, spinge gli uomini l'uno verso l'altro; le loro molteplici repellenti qualità e i loro difetti insopportabili, però, li respingono di nuovo l'uno lontano dall'altro. La distanza media, che essi riescono finalmente a trovare e grazie alla quale è possibile una coesistenza, si trova nella cortesia e nelle buone maniere. A colui che non mantiene quella distanza, si dice in Inghilterra: keep your distance! − Con essa il bisogno del calore reciproco è soddisfatto in modo incompleto, in compenso però non si soffre delle spine altrui. − Colui, però, che possiede molto calore interno preferisce rinunciare alla società, per non dare né ricevere sensazioni sgradevoli.
Arthur Schopenhauer, Il dilemma del porcospino.
Il bisogno di società, che scaturisce dal vuoto e dalla monotonia della propria interiorità, spinge gli uomini l’uno verso l’altro; le loro molteplici repellenti qualità e i loro difetti insopportabili, però, li respingono di nuovo l’uno lontano dall’altro. La distanza media, che essi riescono finalmente a trovare e grazie alla quale è possibile una coesistenza, si trova nella cortesia e nelle buone maniere.
Arthur Schopenhauer, “Similitudini, parabole e favole”, Parerga e paralipomena
La vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente tra il dolore e la noia, passando per l'intervallo fugace, e per di più illusorio, del piacere e della gioia.
Arthur Schopenhauer
La vita è come una stoffa ricamata della quale ciascuno nella propria metà dell'esistenza può osservare il diritto, nella seconda invece il rovescio: quest'ultimo non è così bello, ma più istruttivo, perché ci fa vedere l'intreccio dei fili.
Arthur Schopenhauer
La lontananza rimpicciolisce gli oggetti all'occhio, ma li ingrandisce al pensiero.
Arthur Schopenhauer
Tutte le verità passano attraverso tre stadi;
primo: vengono ridicolizzate,
secondo: vengono violentemente contestate,
terzo: vengono accettate dandole come evidenti.
Arthur Schopenhauer
Mentre cerchiamo di afferrare noi stessi, non stringiamo, con raccapriccio, che uno spettro inconsistente.
Arthur Schopenhauer
Nella vita umana, come in ogni cattiva mercanzia, il lato esterno è mascherato con falso splendore: sempre si cela ciò che soffre; mentre ciascuno […] quanto più interna contentezza gli manca, tanto più desidera nell’opinione altrui passare per felice.
Arthur Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione
Arthur Schopenhauer
Nella vita umana, come in ogni cattiva mercanzia, il lato esterno è mascherato con falso splendore: sempre si cela ciò che soffre; mentre ciascuno […] quanto più interna contentezza gli manca, tanto più desidera nell’opinione altrui passare per felice.
Arthur Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione
Di fatto, il valore che attribuiamo all'opinione altrui e la costante preoccupazione riguardo a essa superano, generalmente, quasi tutte le motivazioni veramente ragionevoli, sicché quel pensiero si può considerare una specie di fissazione universalmente diffusa o, piuttosto, congenita. In tutto ciò che facciamo l'opinione altrui viene presa in considerazione prima, quasi,di ogni altra cosa; e, se ci riflettiamo attentamente, vedremo che quasi la metà di tutte le ansie e di tutti i timori che ci hanno turbati in tutto il nostro passato nascevano da quella preoccupazione: essa è alla base del nostro orgoglio, così spesso offeso perché così morbosamente suscettibile, della nostra vanità e delle nostre ambizioni, dell'ostentazione del lusso e dell'esibizionismo.
Arthur Schopenhauer, L'arte di ignorare il giudizio degli altri
Un eterno divenire, una corsa senza fine, ecco la caratteristica con cui si manifesta l'essenza della volontà. Di tal natura sono infine gli sforzi e i desideri umani, che ci fanno brillare innanzi la loro realizzazione come fosse il fine ultimo della volontà; ma non appena soddisfatti, cambiano fisionomia; dimenticati, o relegati tra le anticaglie, vengono sempre, lo si confessi o no, messi da parte come illusioni svanite.
Arthur Schopenhauer
Tutta la filosofia, e tutto il conforto che essa procura, deriva dal fatto che c'è un mondo spirituale e che in esso noi, separati da tutte le apparenze del mondo esteriore, possiamo guardare dall'alto a queste ultime con la più grande tranquillità, senza prendervi parte, anche quando la parte di noi che appartiene al mondo corporeo è ancora coinvolta in esso.
Arthur Schopenhauer
L'uomo è soggiogato dal dolore, dal piacere e dalla noia. Questi tre “sentimenti” sono inscindibilmente legati tra loro, in quanto il dolore è la parte maggiormente costitutiva dell'essere umano, quindi sempre presente, impossibile da sedare; il piacere, invece, è un momento di scarsa durata, senza intensità, vanamente perseguibile poiché pura illusione; e la noia non è altro che una conseguenza della falsa cessazione del dolore che il piacere provoca, che fa cadere l'uomo in un baratro di impossibilità, creando in lui nostalgia per quello che non c'è mai stato.
Arthur Schopenhauer
L'uomo è soggiogato dal dolore, dal piacere e dalla noia. Questi tre “sentimenti” sono inscindibilmente legati tra loro, in quanto il dolore è la parte maggiormente costitutiva dell'essere umano, quindi sempre presente, impossibile da sedare; il piacere, invece, è un momento di scarsa durata, senza intensità, vanamente perseguibile poiché pura illusione; e la noia non è altro che una conseguenza della falsa cessazione del dolore che il piacere provoca, che fa cadere l'uomo in un baratro di impossibilità, creando in lui nostalgia per quello che non c'è mai stato.
Arthur Schopenhauer
A lezione di felicità dal maestro del pessimismo.
Ebbene si, pochi lo sanno, tanti non ci crederebbero, Schopenhauer ha scritto un'opera che riguarda la ricerca della felicità: “L'arte di essere felici”. Difficile scegliere come maestro di felicità Schopenhauer? No, non bisogna farsi ingannare dalle apparenze. Intanto dobbiamo definire cosa è per noi la felicità, conosco persone che risponderebbero in molti modi diversi, provate a pensarci. C'è chi la associa al piacere estremo, quello che ti scioglie il cervello per intenderci, chi alla serenità, un po’ come faceva Orazio che mentre i suoi colleghi erano a Roma a divertirsi alla grande, lui preferiva starsene nella sua villetta fuori città tranquillo. Eccetera, eccetera. (Non dico cos'è per me la felicità, ho una vita troppo incasinata per dare qualsivoglia consiglio o opinione in questo ambito.)
In ogni caso la felicità di cui parla Schopenhauer è una felicità “relativa”, che consiste nella realizzazione di una vita in cui il dolore, le pene non esistono. Una cosa che farebbe comodo a tutti.
Lascio qui alcune delle sue massime, buona lettura:)
Massima n. 7:
Riflettere ponderatamente su una cosa prima di metterla in opera, ma quando lo si è fatto e sia attendono gli esiti, non angustiarsi rimurginando sui possibili pericoli, ma sbarazzarsi della cosa, tenendo chiuso il cassetto dei pensieri che la riguardano e tranquillizzandosi con la convinzione che a suo tempo tutto è stato soppesato a dovere.
Massima n. 27:
Osservare spesso quelli che stanno peggio di noi, poi quelli che sembrano stare meglio.
La consolazione più efficace nei confronti dei nostri mali reali ci è data in primo luogo dalla considerazione delle sofferenze molto maggiori degli altri, in secondo luogo dalla compagnia dei socii malorum che si trovano nella nostra stessa situazione.
Massima n. 31:
Come guida delle proprie aspirazioni non si dovrebbero prendere immagini di fantasia, ma concetti. […]
Massima n. 44:
Dato che i grandi nemici della felicità umana sono due, il dolore e la noia, la natura ha dotato anche la personalità di un mezzo di difesa contro ciascuno di essi: contro il dolore le ha dato la serenità, contro la noia l'ingegno. […]
http://coloreddrawers-blog-blog.tumblr.com/post/63771482019/a-lezione-di-felicit%C3%A0-dal-maestro-del-pessimismo
Ebbene si, pochi lo sanno, tanti non ci crederebbero, Schopenhauer ha scritto un'opera che riguarda la ricerca della felicità: “L'arte di essere felici”. Difficile scegliere come maestro di felicità Schopenhauer? No, non bisogna farsi ingannare dalle apparenze. Intanto dobbiamo definire cosa è per noi la felicità, conosco persone che risponderebbero in molti modi diversi, provate a pensarci. C'è chi la associa al piacere estremo, quello che ti scioglie il cervello per intenderci, chi alla serenità, un po’ come faceva Orazio che mentre i suoi colleghi erano a Roma a divertirsi alla grande, lui preferiva starsene nella sua villetta fuori città tranquillo. Eccetera, eccetera. (Non dico cos'è per me la felicità, ho una vita troppo incasinata per dare qualsivoglia consiglio o opinione in questo ambito.)
In ogni caso la felicità di cui parla Schopenhauer è una felicità “relativa”, che consiste nella realizzazione di una vita in cui il dolore, le pene non esistono. Una cosa che farebbe comodo a tutti.
Lascio qui alcune delle sue massime, buona lettura:)
Massima n. 7:
Riflettere ponderatamente su una cosa prima di metterla in opera, ma quando lo si è fatto e sia attendono gli esiti, non angustiarsi rimurginando sui possibili pericoli, ma sbarazzarsi della cosa, tenendo chiuso il cassetto dei pensieri che la riguardano e tranquillizzandosi con la convinzione che a suo tempo tutto è stato soppesato a dovere.
Massima n. 27:
Osservare spesso quelli che stanno peggio di noi, poi quelli che sembrano stare meglio.
La consolazione più efficace nei confronti dei nostri mali reali ci è data in primo luogo dalla considerazione delle sofferenze molto maggiori degli altri, in secondo luogo dalla compagnia dei socii malorum che si trovano nella nostra stessa situazione.
Massima n. 31:
Come guida delle proprie aspirazioni non si dovrebbero prendere immagini di fantasia, ma concetti. […]
Massima n. 44:
Dato che i grandi nemici della felicità umana sono due, il dolore e la noia, la natura ha dotato anche la personalità di un mezzo di difesa contro ciascuno di essi: contro il dolore le ha dato la serenità, contro la noia l'ingegno. […]
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