martedì 24 ottobre 2017

Jean Baptiste de Lamarck. l'evoluzione si basa su un'interazione "istruttiva" e cooperativa tra gli organismi e il loro ambiente, interazione che consente alle forme viventi di sopravvivere e di evolvere in modo dinamico, poiché gli organismi acquisiscono e trasmettono gli adattamenti necessari alla sopravvivenza in un ambiente in continua mutazione, e che gli organismi assumono determinati caratteri solo se servono alla sopravvivenza

ben 50 anni prima di Darwin, il biologo francese Jean Baptiste de Lamarck, afferma:

"l'evoluzione si basa su un'interazione "istruttiva" e cooperativa tra gli organismi e il loro ambiente, interazione che consente alle forme viventi di sopravvivere e di evolvere in modo dinamico, poiché gli organismi acquisiscono e trasmettono gli adattamenti necessari alla sopravvivenza in un ambiente in continua mutazione, e che gli organismi assumono determinati caratteri solo se servono alla sopravvivenza" ...

Teoria subito bollata come eretica dalla Chiesa, in quanto l'essere umano non poteva essersi evoluto da forme di vita inferiori.
Lamarck venne così deriso e dimenticato.

La moderna biologia, superata anche la successiva teoria Darwiniana, che celebra zanne e artigli insanguinati, osserva la cooperazione tra diversi, come ad esempio i batteri presenti nell'essere umano, ma anche la condivisione dei geni tra specie diverse, che è il metodo della natura per aumentare la sopravvivenza nella biosfera. 

Bruce H. Lipton

lunedì 23 ottobre 2017

L’Albero degli Amici. Esistono persone nelle nostre vite che ci rendono felici per il semplice caso di avere incrociato il nostro cammino. Alcuni percorrono il cammino al nostro fianco, vedendo molte lune passare, gli altri li vediamo appena tra un passo e l’altro. Tutti li chiamiamo amici e ce sono di molti tipi. Talvolta ciascuna foglia di un albero rappresenta uno dei nostri amici.

L’Albero degli Amici.  
Esistono persone nelle nostre vite che ci rendono felici 
per il semplice caso di avere incrociato il nostro cammino. 
Alcuni percorrono il cammino al nostro fianco, 
vedendo molte lune passare, 
gli altri li vediamo appena tra un passo e l’altro. 
Tutti li chiamiamo amici e ce sono di molti tipi. 
Talvolta ciascuna foglia di un albero rappresenta uno dei nostri amici. 
Il primo che nasce è il nostro amico Papà e la nostra amica Mamma, 
che ci mostrano cosa è la vita. 
Dopo vengono gli amici Fratelli, 
con i quali dividiamo il nostro spazio 
affinché possano fiorire come noi. 
Conosciamo tutta la famiglia delle foglie 
che rispettiamo e a cui auguriamo ogni bene. 
Ma il destino ci presenta ad altri amici 
che non sapevamo avrebbero incrociato il nostro cammino. 
Molti di loro li chiamiamo amici dell’anima, del cuore. 
Sono sinceri, sono veri. 
Sanno quando non stiamo bene, sanno cosa ci fa felici. 
E alle volte uno di questi amici dell’anima si infila nel nostro cuore 
e allora lo chiamiamo innamorato. 
Egli da luce ai nostri occhi, musica alle nostre labbra, salti ai nostri piedi. 
Ma ci sono anche quegli amici di passaggio, 
talvolta una vacanza o un giorno o un’ora. 
Essi collocano un sorriso nel nostro viso per tutto il tempo che stiamo con loro. 
Non possiamo dimenticare gli amici distanti, 
quelli che stanno nelle punte dei rami e che quando il vento soffia 
appaiono sempre tra una foglia e l’altra. 
Il tempo passa, l’estate se ne va, l’autunno si avvicina 
e perdiamo alcune delle nostre foglie, 
alcune nascono l’estate dopo, 
e altre permangono per molte stagioni. 
Ma quello che ci lascia felici 
è che le foglie che sono cadute continuano a vivere con noi, 
alimentando le nostre radici con allegria. 
Sono ricordi di momenti meravigliosi di quando incrociarono il nostro cammino. 
Ti auguro, foglia del mio albero, pace amore, fortuna e prosperità. 
Oggi e sempre… semplicemente perché ogni persona che passa nella nostra vita è unica. 
Sempre lascia un poco di se e prende un poco di noi. 
Ci saranno quelli che prendono molto, 
ma non ci sarà chi non lascia niente. 
Questa è la maggior responsabilità della nostra vita 
e la prova evidente che due anime non si incontrano per caso. 
Jorge Luis Borges Acevedo; Paul Montes - Missionario Sud-Americano

venerdì 20 ottobre 2017

Colonie Portoghesi in Africa: Esplorazioni e Scoperte (1415-1446). Annone il Navigatore, ottenute dal governo cartaginese 60 navi e forse 20.000 coloni, iniziò una missione di colonizzazione che ebbe successo solo parzialmente, ma stabilì degli scambi commerciali “stabili” con le popolazioni poste sulla riva atlantica dell’Africa. Le difficoltà di comunicazione e il carattere primitivo delle tribù africane costrinse i Cartaginesi a trovare un ingegnoso metodo di commercio. Una volta giunti sulla spiaggia, ponevano le loro merci in piccoli mucchi e si ritiravano; appena andati via i Cartaginesi, i nativi si recavano sulla spiaggia e piazzavano le loro merci di fronte a quelle che gli interessavano, poi si ritiravano anche loro. A questo punto, i Cartaginesi ritiravano le merci locali di cui avevano bisogno e lasciavano il loro mucchio corrispondente, mentre ritiravano la loro stessa merce quando la controproposta non era sufficiente.

Colonie Portoghesi in Africa: Esplorazioni e Scoperte (1415-1446).
La storia delle Colonie Portoghesi in Africa inizia nel XV secolo, con le grandi spedizioni esplorative lungo la costa africana occidentale. La scoperta delle Americhe, avvenuta poche decadi dopo, ha portato a non dare la giusta attenzione a chi ha permesso di avventurarsi nell’Atlantico con buone possibilità di sopravvivenza.

Molto prima delle esplorazioni e delle colonie portoghesi, la linea costiera che scende dallo stretto di Gibilterra al Golfo di Guinea fu certamente esplorata dai navigatori fenici e romani, ma non ci è dato sapere quale sia stata l’effettiva magnitudine delle loro attività. 

Annone il Navigatore, ottenute dal governo cartaginese 60 navi e forse 20.000 coloni, iniziò una missione di colonizzazione che ebbe successo solo parzialmente, ma stabilì degli scambi commerciali “stabili” con le popolazioni poste sulla riva atlantica dell’Africa.

Le difficoltà di comunicazione e il carattere primitivo delle tribù africane costrinse i Cartaginesi a trovare un ingegnoso metodo di commercio.  Una volta giunti sulla spiaggia, ponevano le loro merci in piccoli mucchi e si ritiravano; appena andati via i Cartaginesi, i nativi si recavano sulla spiaggia e piazzavano le loro merci di fronte a quelle che gli interessavano, poi si ritiravano anche loro. A questo punto, i Cartaginesi ritiravano le merci locali di cui avevano bisogno e lasciavano il loro mucchio corrispondente, mentre ritiravano la loro stessa merce quando la controproposta non era sufficiente.

Ma i Cartaginesi furono anche in grado, stando a Erodoto, di circumnavigare l’Africa, mentre nell’impresa fallì Sataspes, incaricato di compiere l’impresa da re Serse.

colonie portoghesi in africa
La costa africana occidentale nell’Atlante Catalano del 1375.

I Romani, pur conoscendo l’esistenza di grandi territori a sud del Sahara, ebbero più contatti con il Corno d’Africa, importante per il commercio con il subcontinente indiano.

Ad ogni modo, la netta cesura operata dalle conquiste arabe in nordafrica portò a un totale abbandono della navigazione europea verso l’occidente africano.

La ripresa di contatti continui con i territori al di là dello Stretto di Gibilterra ricominciò nel XIV secolo, quando diverse spedizioni genovesi, spagnole e portoghesi toccarono (e certe volte saccheggiarono) le Isole Canarie. Poiché la riscoperta delle Canarie e la loro conquista rappresentano un fatto molto interessante e meritevole di adeguata trattazione, cercherò di limitarmi alla questione africana.

L’Assedio di Ceuta.
I Portoghesi presero Ceuta nel 1415. 
La città era un importante centro dei pirati barbareschi e il punto di partenza di numerose aggressioni alle città costiere portoghesi. Lì il Principe di Portogallo Enrico (detto “Il Navigatore”) venne a sapere dai locali che, al di là del Sahara, esisteva un regno ricco d’oro e avorio, fertile e popoloso.

Alla conquista di Ceuta presero parte 45.000 soldati e le perdite portoghesi furono ridicole (si dice solo 8 uomini). Dal 1415, Ceuta è sempre stata amministrata da governi europei. I marocchini cercarono più volte di riconquistarla senza successo, e la città passò nelle mani del Re di Spagna, definitivamente, nel 1668.

Non avendo preso moglie, né avendo mai avuto figli, Enrico di Portogallo si dedicò in modo appassionato alla sua missione di scopritore e colonizzatore. Furono i suoi esperti di ingegneria nautica a ideare le famose caravelle ed egli cercò anche di riunire intorno a sé i migliori cartografi e marinai del tempo.

Nel 1418 inviò una spedizione per raggiungere Capo Bojador, di fronte alla isole Canarie, ma questa fu portata a largo da una tempesta e giunse all’isola di Porto Santo; un evento sfortunato che diede però il coraggio, alle successive spedizioni, di non limitarsi a una timida navigazione costiera, ma di provare a dirigersi anche verso il mare aperto.

Nonostante la spinta di Enrico, il Re di Portogallo Giovanni I (di cui Enrico era il quinto figlio) era indeciso se continuare il conflitto contro il Marocco o, invece, allearsi con il Re di Castiglia per attaccare Granada e gettare in mare gli ultimi musulmani della penisola. Ceuta, dal canto suo, era stata definita dal secondogenito di Giovanni I, Pietro, come “un pozzo senza fondo di uomini, armi e denaro” poiché aveva anche perso il suo ruolo di centro commerciale; le carovane beduine preferivano infatti il porto islamico di Tangeri. La morte di Giovanni I, nel 1433, portò però sul trono Edoardo che, assieme al fratello Enrico, era un fautore delle esplorazioni e della creazione di colonie portoghesi nell’Africa Occidentale.

L’ossessione di Enrico per questo argomento è bene evidenziata da Gomes Eanes de Zurara (conosciuto anche come Eannes o Azurara), che nel 1453 completò l’opera Chronica do Descobrimento e Conquista da Guiné. Il capitolo VII ha un titolo molto esplicativo: 

Le cinque ragioni che hanno portato l’Infante Enrico ha ordinare la ricerca delle terre di Guinea. Cinque ragioni che possono essere riassunte così:

  • Chiarire quando di vero ci fosse nelle leggende che volevano un mare impraticabile e terre infertili dopo Capo Bojador;
  • vedere se ci fossero Cristiani, a sud del Marocco, con i quali poter instaurare prolifici traffici commerciali;
  • conoscere a fondo la reale entità dei possedimenti islamici, poiché è sempre bene avere presente la forza complessiva del nemico;
  • trovare aiuto militare, da parte di eventuali regnanti cristiani del subsahara, contro i musulmani nordafricani;
  • aumentare il numero di fedeli del Cristianesimo.

L’ostacolo più grande all’esplorazione della costa africana era dunque ancora rappresentato da Capo Bojador, oltre il quale, dicevano decine di leggende marinare, la navigazione non era più possibile per la presenza di correnti terribili e di mostri marini. 
Alla fine, dopo decine di tentativi, il primo a doppiare Capo Bojador fu Gil Eanes.

Tornato in patria, il navigatore affermò che il mare era perfettamente navigabile anche oltre quel limite. Sebbene le condizioni della terraferma, perlopiù desertica, non fossero particolarmente gradite agli esploratori europei, Enrico continuò a organizzare spedizioni.

Nel 1441, Enrico inviò Antonio Gonsalvo, un giovanissimo capitano, a riempire una nave cargo di olio e pelle di foca. Ma Antonio era tremendamente ambizioso, ed ebbe l’idea di spingersi oltre Capo Bojador per catturare degli abitanti locali (i primi due schiavi mai catturati più a sud di Bojador) e portarli a Enrico. Lo raggiunse Nuno Tristao, cui Enrico aveva dato l’ordine di “arrivare il più lontano possibile“, che lo aiutò a catturare una decina di sub-sahariani e poi proseguì fino a Capo Branco, a oltre trecento miglia da Capo Bojador.

colonie portoghesi africa
Collocazione geografica di Capo Branco e dell’Isola di Argum


Nello scontro per catturare i dieci prigionieri, i Portoghesi combatterono con spade e picche, mentre i locali utilizzarono giavellotti, archi e frecce avvelenate con la punta di ferro (che causarono diverse perdite). Come strumento difensivo, questi ultimi avevano uno scudo rotondo, abbastanza grande, che Azurara sosteneva fosse “fatto con un orecchio di elefante”.

Dopo aver portato i primi locali a Enrico, Antonio Gonsalvo tornò nei luoghi della cattura per ottenere un riscatto per la liberazione di Adahu, uno prigioniero che si era rivelato essere un nobile locale. Per Adahu e altri due, Gonsalvo ottenne una decina di schiavi negri e un certo quantitativo di polvere aurea. Per questo motivo, Gonsalvo chiamò Rio d’Oro l’insenatura dove aveva attraccato.

Le narrazioni fantastiche e, soprattutto, l’oro e gli schiavi ricondotti in Portogallo, diedero altro vigore alle mire di Enrico.

Due anni dopo, nel 1443, Nuno Tristao portò le sue imbarcazioni fino all’isola di Arguin, dove catturò quattordici africani che si erano avvicinati a bordo di alcune canoe.

La produzione di Bolle Papali relative all’esplorazione, colonizzazione e riduzione in schiavitù degli abitanti dei nuovi territori fu rilevante. 

Nel 1434, la Creator Omnium di Eugenio IV prevede la scomunica per chiunque riduca in schiavitù i convertiti al cristianesimo delle Canarie;
 nel 1435, la Sicut Dudum chiede, sempre a pena di scomunica, di cessare immediatamente i raid schiavisti nelle Canarie e di rilasciare immediatamente (senza riscatto), tutti i prigionieri. 

Pochi anni dopo, il 19 dicembre 1442, sempre Eugenio IV riconosce, con la Illius qui se pro divini il diritto di continuare la sua crociata contro i saraceni marocchini. La Bolla incontra le critiche dei rivali del Regno di Portogallo, i regnanti di Castiglia, e quindi, tre settimane dopo, Eugenio IV ritorna sulle questioni portoghesi con la Rex Regum, in cui assume una posizione più neutrale nelle contese fra i regni iberici.

Grazie a una carta regia dell’ottobre 1443, Enrico ottenne un diritto di esclusiva sul commercio e le esplorazioni relative alla costa africana; le continue scoperte lo portarono anche a ordinare la redazione di nuove carte nautiche e geografiche, che purtroppo però non sono giunte fino a noi.

Non passò molto prima che avventurieri e navigatori lusitani si rendessero conto delle potenzialità dei traffici africani e di eventuali colonie portoghesi. Il primo a chiedere a Enrico una “licenza” per catturare schiavi africani fu tal Lanzarote, agente del fisco reale a Lagos. La sua prima spedizione, che lo portò a numerose incursioni nei dintorni di Capo Branco, gli fruttò 235 schiavi (e probabilmente un numero doppio o triplo di africani morti negli scontri). 
Ad accompagnarlo, fra gli altri, c’era anche il veterano Gil Eanes.

Secondo gli accordi, a Enrico sarebbe spettato 1/5 degli schiavi catturati (la stessa percentuale prevista dal Corano per il bottino spettante a Maometto, poi traslata anche ai rapporti fra governanti locali e corsari): 46 anime. Azurara narra il loro arrivo con parole che, ancora oggi, sono capaci di suscitare grande compassione:

Quale cuore potrebbe essere così duro da non provare pietà di fronte a questa compagnia 
[di schiavi]? Mentre alcuni rimanevano a testa bassa, scambiandosi sguardi fra di loro, altri piangevano con enorme dolore, guardando verso il cielo e urlando a pieni polmoni, come a supplicare Dio; altri ancora si gettavano in terra con la mani sul viso; alcuni poi si lamentavano con cadenza musicale in base al loro costume. Sebbene non potessimo comprendere le loro parole, la misura della loro disperazione era molto chiara.
Per quanto colpiti dai lamenti degli africani, Lanzarote e i suoi uomini non ebbero problemi a iniziare la spartizione degli schiavi, il tutto alla presenza di Enrico, in sella al suo destriero. Ancora una volta, dagli schiavi arrivarono urla e lamenti; i padri venivano separati dai figli, i mariti dalle moglie, i fratelli dalle sorelle.

Azurara ci informa poi che gli schiavi, divenuti quasi tutti cristiani, erano trattati con grande umanità, alla pari dei servitori nati in Portogallo. Ai giovani veniva insegnato un mestiere e veniva loro permesso di sposarsi, e i più efficienti nel gestire le cose agricole erano liberati e forniti di un pezzo di terra padronale da mettere a frutto. Non mancavano inoltre i casi di vedove portoghesi che, dopo aver comprato delle schiave africane, le adottavano e lasciavano loro porzioni di eredità da portare in dote ai mariti:

Non mi è mai capitato di vedere uno di questi schiavi in catene come gli altri prigionieri, e praticamente nessuno che non sia divenuto cristiano o che sia stato trattato male.

Proprio nel 1444, mentre Lanzarote era sulla via del ritorno, Enrico inviò Gonzalo de Sintra verso la Guinea. Gonzalo era un guerriero, un uomo fisicamente imponente e coraggioso, che dopo la partenza maturò l’idea di cercare bottino nelle isole a largo di Capo Branco. Durante una sortita notturna con dodici dei suoi, rimase bloccato dalla marea in territorio nemico (molti di loro non sapevano nuotare e preferirono aspettare che la marea si ritirasse). Gli indigeni li attaccarono in duecento, arrivando anche dalle isole limitrofe grazie agli ottimi collegamenti via canoa di cui disponevano. In questo occasione, l’acciaio portoghese non poté nulla. Sette morirono, Gonzalo compreso, mentre cinque riuscirono a tornare indietro e fare rotta verso il Portogallo.

Sempre nel 1444 partirono di nuovo Antonio Gonsalvo, accompagnato da Gomez Pirez e Diego Alfonso, e Nuno Tristao. La spedizione guidata dal primo fu un buco nell’acqua, portando indietro solo un africano e un anziano arabo che voleva vedere di persona un regno tanto lontano come il Portogallo; quella guidata da Nuno non andò molto meglio, arrivato all’altezza del fiume Senegal (considerato un affluente occidentale del Nilo) le condizioni metereologiche avverse lo costrinsero a fare ritorno con solo una ventina di schiavi.
le esplorazioni e colonie portoghesi
Progressi portoghesi nel trentennio 1416-1446


L’anno successivo, Dinis Dias si spinse ancora più lontano, fino a Capo Verde, prima di tornare indietro con il solito carico di schiavi.

Sempre nel 1445, ottenne la licenza per inviare tre caravelle anche Gonzalo Pacheco di Lisbona; queste si spinsero forse 300 miglia a sud di Capo Verde. Lì non riuscirono a sbarcare a causa della (motivata) ostilità delle tribù locali, così i portoghesi tornarono verso l’isola di Arguin per fare bottino. Lo scontro per catturare altri schiavi fu molto violento e molti portoghesi morirono sul campo. Secondo le testimonianze dell’epoca, i loro cadaveri vennero divorati dagli indigeni.

Ancora nel 1445, la citata isola di Arguin venne dotata di un avamposto stabile per smistare il traffico di schiavi e di gomma arabica, forse il primo passo nella creazione delle colonie portoghesi in Africa.

Dopo altre spedizioni, spintesi sempre più lontano, nel 1445 o 1446, Nuno Tristao arrivò fino al Rio Grande e tentò di risalirlo con una sola imbarcazione. Ben presto però, Tristan e i suoi furono circondati dalle canoe dei nativi e bersagliati da un fitto tiro di frecce.  Tutti i Portoghesi morirono o furono feriti, compreso lo stesso Tristan. I quattro superstiti, feriti, riuscirono a rientrare in patria dopo due mesi.

Ma le spedizioni portoghesi più importanti del 1445 e 1446 furono portate a termine da Alvaro Fernandes. Nipote di Joao Gonsalvo Zarco, conquistatore e governatore di Madera (colonizzata dal Portogallo a partire dal 1419), Alvaro Fernandes raggiunse Cabo dos Mastos, oggi Cape Naze (sotto l’attuale Dakar) nel 1445. Tornò solo con due schiavi, barili d’acqua del fiume Senegal e qualche arma dei cacciatori locali. Ma si era spinto più lontano di qualunque altro europeo.

Nel 1446 superò di nuovo Cabo dos Mastos, e sbarcò nei pressi di un insediamento diverse miglia più a sud. Gli africani attaccarono i portoghesi con grande foga, ma Fernandes riuscì a uccidere il loro capo e a disperderli. Continuò poi la navigazione verso sud, arrivando fino a un fiume definito Rio Tabite.

Come Nuno Tristao, di cui conosceva la triste fine, anche Fernandes aveva intenzione di risalire il fiume. La lancia messa in acqua per lo scopo fu però aggredita dai locali, e Fernandes fu colpito a una gamba da una freccia avvelenata. Nonostante la febbre alta e le convulsioni, Fernandes riuscì a sopravvivere, ma dopo altri giorni di navigazione verso sud, decise di tornare in Portogallo (anche perché non riusciva a capire se i nativi che seguivano la caravella dalla spiaggia, armati di tutto punto, fossero pacifici o ostili).

Enrico lo ricompensò per essersi spinto più lontano di qualsiasi altro europeo. 
Dopo la spedizione del 1446, per circa dieci anni il Portogallo preferì consolidare i suoi domini. 

Fu solo nel 1455-56, con l’opera del veneziano Alvise Da Mosto, che le esplorazioni ripresero vigore, raggiungendo l’apice nei decenni successivi.

L’opera di Enrico il Navigatore, dei suoi esploratori, ingegneri navali e cartografi, rappresentò comunque un vero punto di svolta nella storia della navigazione e della formazione dei grandi imperi coloniali.

Il Portogallo stesso, che all’inizio del XV secolo non aveva una tradizione marinara qualitativamente paragonabile a Venezia, in meno di tre decenni divenne il punto di riferimento per tutti i navigatori europei.

Bibliografia:
Davide Bertolotti (cur.) Storia di Portogallo dai primi tempi sino ai di nostri, Tomo II, 1824;
Gomes Eanes de Zurara, Chronica do Descobrimento e Conquista da Guiné, 1453, stamp. 1841;
Brodie Cruickshank, Eighteen Years on the Gold Coast of Africa: Including an Account of the Native Tribes, and Their Intercourse with Europeans, Volume 1, 1853;
A. B. Ellis, A History of the Gold Coast of Western Africa, 1893;
Bailey Wallys Diffie, Foundations of the Portuguese Empire 1415-1580, 1977;
John Vogt, Portuguese Rule on the Gold Coast 1469-1682, 1979;
Trevor P. Hall, Before Middle Passage: Translated Portuguese Manuscripts of Atlantic Slave Trading from West Africa to Iberian Territories 1513-26, 2015.

http://zweilawyer.com/2016/02/19/colonie-portoghesi-in-africa-esplorazioni-e-scoperte-1415-1446/


Asburgo e Borbone di Spagna: Due Epoche, un Solo Impero. Asburgo e Borbone di Spagna: due modi di regnare.

Asburgo e Borbone di Spagna: Due Epoche, un Solo Impero.
Asburgo e Borbone di Spagna: due modi di regnare. 
Avrebbe potuto essere anche questo il titolo dell’articolo, poiché fronteggiarono in modo diverso le esigenze di governo dei territori europei e, soprattutto, delle lontanissime colonie americane. 


In questo articolo, Riccardo Mardegan prova a comparare il modus operandi delle due dinastie e il rapporto delle due dinastie con i possedimenti nel Nuovo Mondo.

"Avendo ormai portato a termine il compito per il quale sono partito, ora so che sarebbe gradito a Voi essere informati su tutto ciò che ho scoperto durante il mio viaggio.
Al trentatreesimo giorno dopo essere salpato da Cadice, ho raggiunto l’Oceano Indiano, dove trovai molte grandi isole, popolate da innumerevoli abitanti, che furono occupate senza resistenza nel nome del più illustre Re, con proclamazione pubblica ed esposizione delle nostre bandiere. 
Alla prima di queste isole diedi il nome del Divino Salvatore, confidando che grazie alla sua protezione io fossi arrivato in questo luogo.
Il suo nome indiano, comunque, è Guana-hanyx."
Questo testo, estrapolato da un breve report inviato ai sovrani di Spagna da Colombo in persona a seguito del suo primo viaggio in America nel 1492 e intitolato Le isole dell’India oltre il Gange, non è solo uno dei più grandi abbagli presi dall’uomo nella sua storia (visto che, di fatto, non erano isole indiane quelle terre, ma un intero nuovo continente) ma segna anche l’inizio di una nuova epoca geografica, culturale e, naturalmente, politica.

La scoperta di così vasti e distanti territori, infatti, mette alla prova (primi tra tutti) i sovrani iberici che, alla stregua dei portoghesi (vedi l’articolo Esplorazioni Portoghesi 1415-1446), cercavano unicamente una via alternativa per raggiungere i ricchi mercati di spezie orientali.
La questione dell’appropriazione di queste terre, abitate peraltro da regni e imperi plurisecolari, arriva come un fulmine a ciel sereno e spiazza completamente i metodi di gestione del territorio che erano stati in uso in Europa sino ad allora.

La spinta espansionistica degli Inca era partita dalla città-stato di Cuzco nel 1438 sotto Sapa Inca. 
Al culmine del sua espansione, l’Impero Inca si estendeva dal confine meridionale dell’odierno Cile fino al Perù, all’Ecuador e a parte della Colombia (verso l’interno, arrivava a comprendere la porzione nord-occidentale dell’Argentina e quella occidentale della Bolivia). Francisco Pizarro entrò in territorio inca nel 1526 e lo conquistò in una decina d’anni (prendendo come riferimento il fallito assedio di Cuzco del 1537). Il Vicereame del Perù fu istituito nel 1542, ma ebbe una sua struttura solo nel 1572 sotto il primo vicerè Francisco de Toledo, che nello stesso anno distrusse anche le ultime vestigia del neo-impero inca. 
(Sull’argomento, vedi anche Pizarro e Atahualpa: la Fine dell’Impero Inca)

Il modello principale di regolazione tra monarchia ispanica (che non ha assolutamente intenzione di cedere la totale giurisdizione sulle nuove terre ai conquistadores) e avventurieri che salpano per il Nuovo Mondo (che a loro volta cercano il massimo del profitto da tale impresa) diviene ben presto quello delle Capitulaciones, accordo che prevede vari titoli onorifici al conquistador e la decima parte di tutti i profitti ottenuti dalla terra colonizzata.

È importante notare come in questa fase le capitulaciones svolgano un ruolo chiave nei rapporti tra sovrano e piccola nobiltà specialmente dopo il 1492, ovvero quando viene a mancare la valvola di sfogo che aveva caratterizzato da secoli la penisola iberica: la Reconquista.

Se precedentemente i rapporti tra piccola nobiltà guerriera e monarchia spagnola erano stati regolati e continuamente rinegoziati in funzione della lotta agli arabi stanziati a sud della penisola iberica (non a caso infatti le Capitulaciones de Santa Fe, stipulate tra Isabella di Castiglia e Cristoforo Colombo prima della sua partenza,vengono firmate proprio nell’accampamento spagnolo durante l’Assedio di Granada); ora tali tensioni interne provocano da un lato un desiderio di ricomposizione razionale dei sovrani, dall’altro una volontà di ascesa sociale degli hidalgos, i figli cadetti dell’aristocrazia iberica che possono affidarsi unicamente all’uso della spada per accrescere la loro posizione sociale.


Nel complesso dunque cos’è la scoperta dell’America per i delicati equilibri della penisola?

Per quanto sarebbe preferibile, credo non si possa dare una risposta univoca. 

Da un lato i sovrani si rendono conto dell’immenso potenziale di queste nuove terre e tentano quindi (con successo) di farle rientrare dentro i possedimenti effettivi della corona, in quel processo conosciuto in tutta Europa di costituzione di Stati moderni che avrebbe portato al superamento del modello feudale; dall’altro però la vastità e la distanza del territorio, uniti alle ristrette finanze disponibili in quel momento, impone prudenza al sovrani Cattolicissimi, i quali sfruttano a questo punto l’irrequietezza sociale degli hidalgos, orfani di una battaglia nella quale combattere per 
“ir a valer màs”.

Lungi dall’essere burattini nelle mani dei propri sovrani però, anche i futuri conquistadores sono attori attivi del loro tempo e la rivolta dei fondachi che si trova a fronteggiare Cristoforo Colombo durante il suo terzo viaggio ne è la prova lampante.

La rivolta dei fondachi è un episodio chiave che darà inizio a quella colonizzazione per gemmazione (M. Carmagnani, L’altro Occidente. L’America Latina dall’invasione europea al nuovo millennio, 2003) che caratterizzerà tutto il primo periodo coloniale, quello dominato dalla dinastia Asburgo.

Nel primo accordo con la monarchia spagnola, Colombo aveva infatti ottenuto il completo monopolio di ogni attività commerciale che si sarebbe intrapresa sull’isola.

Al terzo viaggio, complici la distanza con la madrepatria, la scarsa leadership esercitata dal navigatore genovese ma, soprattutto, l’intraprendenza degli uomini al suo seguito, un ammutinamento porta alla sua incarcerazione e all’emendamento di alcune clausole delle Capitulaciones de Santa Fe che sanziona la revoca del monopolio colombino.

A questo punto inizia quella che Carmagnani ha definito, con un’immagine molto evocativa, colonizzazione per gemmazione; d’ora in avanti qualsiasi conquistador avrebbe potuto negoziare personalmente con la monarchia spagnola ottenendo i diritti sopracitati.

Le missioni dunque si moltiplicano e la corona spagnola, al prezzo della cessione della riscossione del tributo ai conquistadores, guadagna moltissimi territori in pochi decenni, come dimostra la fondazione delle principali audiencias spagnole (assimilabili a province) in suolo americano: 
San Domingo (1511), Messico (1527), Panama (1538), Guatemala (1543), Lima (1543), Santa Fé de Bogotá (1548), Guadalajara (1548), La Plata de los Charcas (1559) e Quito (1563) 
(vedi N. Watchel, La visione dei vinti. Gli indios del Perù di fronte alla conquista spagnola, 1977)

Ma, ora che abbiamo parlato della situazione globale, torniamo allo specifico: 
la dinastia regnante spagnola, i Trastamara.

Il matrimonio tra Isabella di Castiglia e Ferdinando di Aragona, che sarà al contempo l’atto di unificazione delle corone di Castiglia e Aragona, non dà un erede maschio, pertanto attraverso la figlia Giovanna (detta “la Pazza”) che sposerà Filippo il bello, figlio dell’imperatore asburgico Massimiliano I, il potere arriverà al figlio di questi ultimi: Carlo V.

Incoronato Rey de las Españas y de Indias nel 1516, è lui a dover gestire la questione coloniale mentre muove i suoi primi passi e va sicuramente menzionato anche all’interno della diatriba in merito alla natura degli indigeni scaturita proprio durante il suo regno 
(Gli Indios: Uomini o Animali?).

Carlo V (e tutti gli Asburgo dopo di lui) sceglie una politica di potere decentrato e divide i possedimenti americani in due grandi vicereami: quello di Nueva España, che sorge sul territorio del vecchio impero azteco e quello del Perù, comprendente i territori dell’impero incaico.

L’Impero azteco cadde nelle mani degli spagnoli qualche anno prima di quello incaico. L’espansionismo degli aztechi era esploso nel XV secolo e li aveva portati ad occupare buona parte dell’America Centrale, ma nel 1519 era apparso nel loro territorio uno straniero coperto d’acciaio, Hernàn Cortès, con circa 500 uomini e 13 cavalli al seguito. 
Nel 1521, non c’era più nessun Impero Azteco.

Il potere da parte dei conquistadores è mantenuto attraverso un fragile equilibro tra nuovo sistema di potere europeo, incarnato dai cabildos, città fondate da coloni spagnoli e dotate di alcune autonomie, e l’antica tradizione azteca/maya e inca, basata su una gerarchia piramidale formata da capi etnici genericamente chiamati cacicchi che costituiscono l’elemento di raccordo tra l’enorme popolazione indigena e i nuovi governanti spagnoli.

Tale sistema è quello più congeniale sia per i conquistadores, che hanno in questo modo ampio spazio di manovra e il monopolio degli incarichi amministrativi e giudiziari locali, sia per gli indigeni, visto che resta quasi intatta l’intera struttura gerarchica che aveva guidato i rispettivi popoli da secoli, sia per il sovrano che, lungi da ogni idea di assolutismo, ha la necessità di appoggiarsi a dei “privati” per portare avanti l’impresa americana.


Territori Carlo V Asburgo e Borbone
Territori Carlo V Asburgo e Borbone

Ma le caratteristiche stesse di Carlo V sembrano riassumere le modalità da lui utilizzate per gestire il potere regio: cresciuto nelle Fiandre egli è, dopo il 1530, contemporaneamente Re di Spagna, Re di Sicilia, Re di Sardegna (come Carlo I), Imperatore del Sacro Romano Impero (come Carlo V), Re di Napoli (come Carlo IV) e Duca di Borgogna (come Carlo II).
Egli quindi, molto più che essere il re di una nazione è il re di varie nazioni alle quali riconosce differenze, storie e metodi di gestione dell’autorità differenti.
In un impero così marcatamente multiculturale, pensare di regnare attraverso leggi generali e un forte impianto centralista è semplicemente impossibile.

Il potere di Carlo sui suoi sudditi, come sarà per suo figlio Filippo II e per tutti i successivi sovrani asburgici, è fondato su un patto di mutuo appoggio: il sovrano, riconoscendo alle elitès locali un ruolo fondamentale nella gestione di così vasti e diversi territori, garantisce il completo adempimento dei suoi doveri di regnante cristiano, ottenendo in cambio la collaborazione e la fedeltà da parte dei notabili.

Incoronato a deo per populum, il sovrano asburgico esercita la sua attività legislativa e fiscale negoziandola continuamente con le elitès locali che, essendo partecipi delle decisione regie, saranno inclini a rispettarle ma, soprattutto, a farle rispettare.

In un mondo sprovvisto di efficaci mezzi di trasporto e comunicazione, il patto tra sovrano e notabili locali è l’unica strada percorribile per garantire l’autorità del re.

Se possiamo dire che questo sistema resta in piedi per tutti i successivi sovrani asburgici (con un innegabile successo pratico, vista la quasi totale assenza di rivolte coloniali fino a quella di Tupac Amaru II che, per l’appunto, avviene in pieno periodo borbonico), non si può non notare una marcata inversione di tendenza con l’avvento della nuova dinastia sul trono spagnolo nel 1713.

Dopo la dipartita dell’ultimo sovrano asburgico Carlo II (morto nel 1700) e la guerra di successione che sconvolgerà l’Europa dal 1700 al 1713-14, si instaura in Spagna la dinastia dei Borbone che porta in dote al paese un’idea e un’esperienza del potere totalmente agli antipodi da quanto era stato attuato in passato.

Il punto focale in questo periodo (perché anche la narrazione storica ha bisogno di alcuni capisaldi) sono le leggi emanate da Carlo III a partire dagli anni ’70 del XVIII sec.

Tra le principali:
  • Riforme contro i privilegi della Chiesa (tra le quali l’espulsione della Compagnia di Gesù da ogni parte dell’impero.
  • Riforma dell’esercito, che d’ora in avanti sarà composto attraverso coscrizione obbligatoria e non più da manipoli di professionisti armati dall’alta aristocrazia.
  • Riforme contro i privilegi politici dell’aristocrazia, attraverso la creazione delle secreterias che vanno a scalzare i vecchi consigli nobiliari.
  • Creazione di intendentes, una sorta di prefetti imperiali stipendiati dal sovrano con funzione di controllo nelle aree periferiche dell’impero (specialmente in area americana).
  • Riforme economiche di stampo fisiocratico e liberista.
Le riforme, prese nella loro totalità, rientrano chiaramente nella cornice assolutistica che i Borbone di Francia avevano iniziato a curare sin da Luigi XIV, tutt’ora celebre per la frase
“L’état, c’est moi”, lo Stato, sono io.

Europa 1700 Asburgo e Borbone
Europa 1700 Asburgo e Borbone
L’Europa all’inizio del 1700 (fonte: wikipedia)

Le riforme borboniche sono dunque volte a rendere la Spagna un paese moderno (bisogna ricordare che nell’Europa del XVIII sec. la modernità coincideva con l’assolutismo), burocraticamente solido e unificato sotto un’unica legge generale, quella del sovrano che siede sul trono di Madrid.

Il piano, di per sé encomiabile, intopperà non poche volte: 
i creoli di Spagna, che fino ad ora avevano goduto di ampia autonomia e avevano goduto della connivenza del sovrano nella gestione del potere, si vedono improvvisamente estromessi e sono sul piede di guerra (non a caso l’indipendenza arriverà qualche decennio dopo); lo scoppio della rivoluzione nella vicina Francia nel 1789 e le successive imprese napoleoniche, che interesseranno direttamente la penisola iberica nel 1807-1808, non fanno che aggravare il precario assetto assolutista, mentre l’abdicazione di Bayona e la scomposizione del potere nelle giunte dà definitivamente il colpo di grazia all’esperimento spagnolo e, più in generale, all’intero impero coloniale.

Si può dunque dire che l’intera operazione promossa in prima battuta da Carlo III fallì per motivi unicamente estrinseci?
Credo di no, e anzi ritengo che il piano di riforme naufragò soprattutto per motivi intrinseci: semplicemente la Spagna era in una fase troppo arretrata della sua storia per potere compiere un passo così gravido di conseguenze senza strappi dolorosi. E quando dico che “la Spagna” non era pronta, mi riferisco ad ogni aspetto del paese: uomini politici, economia e, non ultima, mentalità.

L’idea economica fisiocratica, che andava di moda presso i circoli economici spagnoli dell’ultimo quarto del XVIII sec., si fondava sulla forte convinzione che il settore da incentivare e potenziare fosse fondamentalmente quello agricolo; tale teoria, che alle porte della rivoluzione industriale era ormai stata abbandonata dalle principali potenze europee creò una paradossale situazione secondo cui non vi era uno spazio metropolitano con un’incipiente industrializzazione che sfruttasse le colonie per le materie prime ma “a colonial economy dependent upon an underdeveloped metropolis.” (J. Lynch, The Cambridge History of Latin America Vol. 3, 2008).
Ma se la teoria economica adottata era, ormai possiamo dirlo, totalmente errata per il periodo storico, anche gli uomini politici non erano di meno.

Citiamo l’esperimento di Cadice.
Dopo le abdicazioni di Bayona (1808), gli spagnoli che resistono all’occupazione napoleonica e al nuovo sovrano Giuseppe Bonaparte, si organizzano in un “Junta general extraordinaria” che avrebbe dovuto mantenere intatto il potere fino al ritorno di Ferdinando VII (che sarà soprannominato in questo periodo “el deseado“, il desiderato).
Di fatto però, la litigiosità interna alla Junta e le tensioni proveninti dagli altalenanti scontri con le forze di occupazione napoleoniche portano a una scomposizione estrema del potere con un proliferare di Juntas regionali in Spagna, America e Filippine.

Inutile dire che il potere non verrà mai più ricompattato nella sua interezza visto che al ritorno de “el deseado” nel 1814, le Juntas di Rio de la Plata (Argentina) e di Caracas avevano già intrapreso la strada insurrezionalista per l’indipendenza.


Nicholas ha detto:
Molto interessante, mi ricordo una frase celebre della colonizzazione “conquistar es poblar” e di come la Spagna avesse anche problemi di tipo demografico, le altre nazioni erano piene di gente la Spagna no.
Mi chiedo come mai i circoli di potere spagnoli sbagliarono così tanto nelle scelte economiche rispetto a quelli europei, di norma le elite si allineavano abbastanza sulle idee economiche, in linea di massima.

Riccardo Mardegan ha detto:
Intanto grazie Nicholas, la domanda è molto interessante e, a dire il vero, richiederebbe non un articolo ma diversi libri per essere avvicinata seriamente.
Posso però provare a suggerire alcuni spunti: il primo che mi viene in mente, quello di memoria weberiana è che tra i fattori culturali che abbiano sfavorito un’innovazione nella teoria economica vi sia il cattolicesimo. E’ forse solamente un caso che le nazioni internazionalmente rilevanti durante l’età del protocapitalismo (XVI-XVII sec.), e mi riferisco a Inghilterra e Olanda nello specifico, fossero protestanti?

Il secondo, che lega i fattori culturali a cause economiche (quindi è diametralmente opposta alla prima) tende a sottolineare come la presenza di ampi giacimenti di materiali preziosi nelle Americhe (almeno all’inizio) abbia portato a considerare questi nuovi possedimenti come una fonte inesauribile di risorse convertibili al fine di intraprendere una politica di potenza. 
Stiamo parlando anche in questo caso, di fatto, di una spiegazione culturale: 
l’eccessivo self confidence, unito alla totale assenza di teoria economica (l’inflazione fu “riscoperta” solo allora dopo essersi verificata l’ultima volta durante il tardo impero romano) portò a un non impiego delle suddette risorse di tipo “imprenditoriale”, cosa che invece fecero inglesi e olandesi.

Il risultato? 
Un’età dove i grandi imperi ispanici sembravano prossimi alla dominazione globale, succeduta però da un rapido declino dei suddetti che (proprio in virtù dei successi ottenuti nei secoli precedenti) non avevano modificato né modernizzato le proprie strutture istituzionali, economiche e sociali.


Nicholas ha detto:
Avevo letto anche io qualcosa su come la religione avesse in qualche modo bloccato lo sviluppo capitalistico (tesi che si ritrova anche per quanto riguarda i paesi musulmani dove l’islam è fortemente anticapitalistico) ma mi erano sembrate motivazioni un po’ deboli (però parlo da economista e non da storico)
Mentre riguardo ai giacimenti aurei mi trovo molto d’accordo, ci fu anche una bolla di inflazione con l’arrivo in madrepatria e in Europa di un sacco di oro.
Quindi la colpa degli spagnoli è non essere riusciti a capitalizzare il loro successo.
Bhe sono in buona compagnia (tipo gli olandesi) 🙂

Riccardo Mardegan ha detto:
Esattamente, anche se credo sia difficile parlare di “colpa”. 
Dobbiamo sempre contestualizzare le decisioni prese dagli uomini del passato: 
mettiti tu nei panni del re del più grande impero mai visto nella storia moderna, con un costante 
(e forse inesauribile) flusso di oro proveniente da occidente, sprovvisto di qualsiasi nozione di teoria economica, come comunque tutti gli altri sovrani del periodo; difficile resistere alla tentazione di procedere vero l’egemonia europea manu militari.

Ishamael ha detto:
Argomento molto interessante, mi permetto di evidenziare alcuni punti:

1. Se possiamo dire che questo sistema resta in piedi per tutti i successivi sovrani asburgici (con un innegabile successo pratico, vista la quasi totale assenza di rivolte coloniali fino a quella di Tupac Amaru II che, per l’appunto, avviene in pieno periodo borbonico), non si può non notare una marcata inversione di tendenza con l’avvento della nuova dinastia sul trono spagnolo nel 1713.
E’ vero ma non dimentichiamo che l’amministrazione imperiale asburgica cominciò a sfilacciarsi già all’epoca di Filippo IV, vale a dire almeno mezzo secolo prima l’ascesa dei Borboni. La vendita di cariche pubbliche (per accaparrare più denaro e oliare così la macchina militare) che iniziò in quel periodo, di fatto permise sia il dilagare della corruzione che la formazione di oligarchie creole alquanto tenaci (per usare un eufemismo).

2. Il punto focale in questo periodo (perché anche la narrazione storica ha bisogno di alcuni capisaldi) sono le leggi emanate da Carlo III a partire dagli anni ’70 del XVIII sec. […] Le riforme, prese nella loro totalità, rientrano chiaramente nella cornice assolutistica che i Borbone di Francia avevano iniziato a curare sin da Luigi XIV, tutt’ora celebre per la frase “L’état, c’est moi”, lo Stato, sono io.
Ora, senza nulla togliere alla volontà assolutistica dei Borboni e in particolare di Carlo III, sarebbe opportuno specificare che quel programma di riforme non sarebbe MAI esistito senza il disastro del 1762 nella Guerra dei Sette anni.
L’occupazione dei due principali centri strategici dell’impero coloniale spagnolo, quali erano l’Avana e Manila, da parte degli inglesi fu uno shock gigantesco per la corte di Madrid. Per la prima volta dal 1492 fu drammaticamente chiaro a tutti come le fossero colonie vulnerabili e le strutture imperiali inadeguate per i tempi correnti.

3. Torniamo alle riforme.
Una trattazione efficace delle riforme di Carlo III richiederebbe non meno di qualche centinaio di pagine, per cui non mi meraviglio che l’autore si sia limitato a citarle. 
Ma c’ è un punto che non mi torna:

[…]Riforme economiche di stampo fisiocratico e liberista.
Riforme fisiocratiche? Carlo III? 
Non mi risulta affatto quindi le sarei grato di chiarire meglio il punto. 🙂
Da quanto ho letto (testi di John H. Elliott, James Mahoney, Timothy R. Walton), Carlo III viene ricordato per aver creato un strano ibrido tra il tipico mercantilismo iberico (fatto di monopoli e iper-regolamentato) e politiche liberiste.
Due esempi.
-L’abbattimento del monopolio di Cadice e l’ordinanza del Comercio libre del 1778 triplicò il commercio coloniale nei 10 anni successivi,
-I pesanti investimenti che Madrid fece nel settore minerario della Nuova Spagna provocarono nientemeno che il 2° boom dell’argento (con un incremento di produzione stimato dal 10 al 30%), con grande gioia delle finanze reali.

4. Si può dunque dire che l’intera operazione promossa in prima battuta da Carlo III fallì per motivi unicamente estrinseci?
Sì.
Le considerazioni da fare sono di due ordini:
-Da un lato non bisogna sottovalutare il peso che ha avuto lo stato di guerra costante per tutti il periodo tra il 1789-1812. 25 anni di conflitti quasi incessanti e i 6 drammatici anni di anarchia, vissuti tra il 1808 e il 1814, sono stati decisivi per far naufragare le riforme e l’impero.
Il drenaggio di risorse che l’apparato militare spagnolo risucchiava non era un peso irrilevante per le colonie. Tutt’altro. E basta osservare proprio la famosa rivolta di Tupac Amaru. 
Non si scatenò forse in reazione all’ennesimo aumento dei tributi e in particolare per l’odioso reparto.? E perché mai la Spagna esigeva più denaro? Non era forse coinvolta proprio in quegli anni nell’ennesimo scontro con la Gran Bretagna? 
Figuriamoci quindi il malcontento scatenatosi nel periodo napoleonico!
-La seconda considerazione che scagiona il programma riformatore di Carlo III sta nella nascita degli USA. Paradossalmente nelle Americhe, subito dopo la Guerra dei 7 anni, entrambi gli imperi (spagnolo e inglese) attuarono delle riforme volte all’interventismo statale. Solo che in un caso, la potenza coloniale viene sconfitta e cacciata dal continente nel giro di neanche 20 anni, nell’altro invece bisognerà aspettare un altro mezzo secolo.
Il fatto che le rivolte di Tupac Amaru e dei creoli furono sedate senza neanche troppi problemi è la testimonianza che l’impero spagnolo era sì in affanno ma comunque più saldo e unito di quanto non fosse la controparte inglese.
Ergo. Senza fattori esterni a perturbare il clima tra colonie e madrapatria, l’impero sarebbe durato molto di più e chissà…ma con i se e con i ma, la storia non si fa.

5. Citiamo l’esperimento di Cadice […].
Quello che dici è giustissimo a proposito di Cadice ma parziale, perché la Junta -con tutti i limiti da te descritti- ottenne comunque un risultato straordinario: la convocazione delle Cortes e la stesura della Costituzione del 1812.
Quella Costituzione era epocale per due ragioni:
1. Perché venne realizzata pacificamente tra le parti dell’impero.
2. Perché grazie ad essa la Spagna e i suoi possedimenti si trasformavano di fatto in uno stato-nazione davvero moderno basato su un suffragio molto più ampio del mondo anglo-americano dell’epoca (considerando che non richiedeva né requisiti di proprietà né di alfabetizzazione): nelle elezioni del 1813, (tenute in tutto il continente americano tra mille difficoltà) il 93% della popolazione adulta maschile di Città del Messico era iscritta nelle liste elettorali.
Giusto per chiarire, per avere un risultato simile dovremo aspettare l’avvento del XX° secolo….
Ovviamente non è tutto oro quel che luccica. C’era una VALANGA di problemi da risolvere e i creoli non erano granché soddisfatti dei risultati di Cadice ma certamente era un inizio e un esperimento coraggioso.

Un saluto.



Riccardo Mardegan ha detto:
Ciao, prima di tutto ti ringrazio per il tempo impiegato a scrivere una così dettagliata e approfondita antitesi al mio articolo, il fatto che il mio articoli susciti un così vivace dibattito mi rende contento visto che, siamo tutti d’accordo, il confronto è l’anima di ogni disciplina che aspiri ad essere scientifica.

Premesso ciò provo a rispondere alle obiezioni punto punto:

1. Se ho capito bene tu consideri la venalità delle cariche (che giustamente hai fatto rientrare come tendenza di età asburgica) come un fattore di disgregazione dell’apparato burocratico e amministrativo. Tutto al contrario, secondo me erano un importante fattore di stabilità, in quanto permettevano la formazione di quelle oligarchie creole che garantivano il patto tra colonie e sovrano.
La cessazione della venalità delle cariche, giustissima per noi contemporanei, attuata dai Borbone sarà anche un atto di forte ostilità nei confronti delle elites creole (o avvertito come tale) e pertanto porterà a un indebolimento dell’autorità regia.

2. Niente da eccepire su questo punto, forse sarei un po’ più morbido e non metterei il MAI in caps, visto che riforme simili sono state intraprese in Portogallo dal marchese di Pombal, senza che il paese fosse “sconvolto” nella guerra dei Sette anni come invece ne fu la Spagna.

3. Sempre nel poco spazio concesso agli articoli sul web cerco di rispondere alle tue osservazioni, invero correttissime, in merito alla politica economica borbonica.
La teoria economica spagnola dell’epoca è davvero molto complessa e anomala e quasi mi sento di sposare questa definizione di “ibrido tra politica mercantilistica e liberismo”.
Io ho adottato invece “riforme economiche di stampo fisiocratico e liberista” rifacendomi principalmente al lavoro di M. Rodríguez, El experimento de Cadiz en Centroamérica, 1808-1826, 1984, nel quale, citando il famoso elogio dell’avvocato Gaspar Melchor de Jovellanos verso Carlo III ne elenca le riforme, mettendo in primo piano quelle agricole, cito dal testo:

“Puesto que España y sus colonias eran productoras de materias primas, los planificadores de los Borbones fijaron su atención en la agricultura. Jovellanos había mencionado por primera vez las reformas agrícolas en su elogio del rey. Esto no era una coincidencia; creía firmamente que éstas debían tener prioridad en la economía española, convicción que compartía con la mayoría de los miembros de la Sociedad Económica de Madrid. […] Y sin embargo, se lamentaba Jovellanos, los Estados modernos parecen haber perdido de vista la importancia de la agricultura. Desarrolando políticas de engradecimiento nacional, han favorecido las “artes mercantiles” (comercio, industria, navegación) a expensas de la agricultura.”

TRAD. “Posto che la Spagna e le sue colonie erano produttrici di materie prime, i pianificatori dei Borbone fissarono la propria attenzione sull’agricoltura. Jovellanos scelse di citare per prime le riforme agrarie nel suo elogio al re. Questo fatto non era una coincidenza, egli credeva fermamente che esse dovessero avere la priorità nell’economia spagnola, convinzione condivisa dalla maggior parte dei membri della Società Economica di Madrid. […] E tuttavia, si lamentava Jovellanos, gli Stati moderni sembrano aver perso di vista l’importanza dell’agricoltura. Sviluppando politiche di potenza nazionale, hanno favorito le “arti mercantili” (commercio, industria e navigazione) a spese dell’agricoltura.”

Credo di aver giustificato abbastanza perché mi sono permesso di utilizzare il termine fisiocratico anche solo con questo breve estratto; ad ogni modo non è della sostanza che stiamo dibattendo ma della nomenclatura, visto che le osservazioni da te fatte sono assolutamente corrette.

4. L’occupazione militare fu una causa principale, è vero, ma anche il Portogallo la subì eppure non perse l’impero. La scelta di Bayonna (che è la più intrinseca a cui possa pensare) invece influenzò davvero pesantemente il corso degli eventi. L’aumento della tassazione, come sostieni anche tu, non credo possa essere annoverata come causa diretta del naufragio delle riforme, o meglio, in parte vi contribuì, ma tenderei piuttosto a far vedere come la limitata estensione delle rivolte antifiscali sia invece una prova della ancora solida fedeltà alla corona (quest argomentazione, che ho fatto mia, fu un’argomentazione forte dei centroamericani all’assemblea di Cadice). In effetti non so nemmeno io decidermi se siano stati più preponderanti le cause esterne o interne, ma al fine della narrazione storiografica non è nemmeno così importante.

5. Tutto quello detto su Cadice, compresi i suoi limiti è infatti davvero straordinario. 
Ma la citazione di questo evento nel mio articolo è dovuta unicamente all’aspetto disgregatore che essa ebbe nell’impero spagnolo. Senza nulla togliere all’evento epocale che rappresentò la stesura della Costituzione del 1812, ci sentiamo di dire che non ebbe effetti concretamente disgregatori per l’impero spagnolo? Io credo di no, e per questo l’ho inserita en passant come ulteriore ostacolo al processo di centralizzazione.


Ishamael ha detto:
Eccomi qui, scusa per il ritardo.

1. Se ho capito bene tu consideri la venalità delle cariche (che giustamente hai fatto rientrare come tendenza di età asburgica) come un fattore di disgregazione dell’apparato burocratico e amministrativo. Tutto al contrario, secondo me erano un importante fattore di stabilità, in quanto permettevano la formazione di quelle oligarchie creole che garantivano il patto tra colonie e sovrano.
La cessazione della venalità delle cariche, giustissima per noi contemporanei, attuata dai Borbone sarà anche un atto di forte ostilità nei confronti delle elites creole (o avvertito come tale) e pertanto porterà a un indebolimento dell’autorità regia.
Questa è una prospettiva molto interessante.
Quindi nell’America ispanica possiamo dire che lo Stato misto assunse una forma del tutto particolare: non era fondato sulla relazione tra Re e corpi rappresentativi (Cortes, Diete, Camera dei Comuni etc) ma sulla relazione tra Re e funzionari pubblici creoli. Ovvero non una rappresentanza di tipo camerale ma una di tipo burocratico-amministrativa, il cui fondamento era la venalità delle cariche.
Dico bene?

2. Niente da eccepire su questo punto, forse sarei un po’ più morbido e non metterei il MAI in caps, visto che riforme simili sono state intraprese in Portogallo dal marchese di Pombal, senza che il paese fosse “sconvolto” nella guerra dei Sette anni come invece ne fu la Spagna.
Eh eh eh diciamo allora che dotò la Spagna della necessaria volontà politica.
Amo citare questo passaggio da America Hispanica (pag 324):
“I ministri stanno lavorando fino all’abbruttimento. Stanno facendo in una settimana più di quanto in precedenza abbiano fatto in 6 mesi”

Che rende perfettamente idea del clima di emergenza che si viveva a Madrid! 😀

3. Sempre nel poco spazio concesso agli articoli sul web cerco di rispondere alle tue osservazioni, invero correttisime, in merito alla politica economica borbonica. […]
Credo di aver giustificato abbastanza perché mi sono permesso di utilizzare il termine fisiocratico anche solo con questo breve estratto; ad ogni modo non è della sostanza che stiamo dibattendo ma della nomenclatura, visto che le osservazioni da te fatte sono assolutamente corrette.
Non potevo chiedere di meglio. Ero solo curioso di sapere da dove fosse uscito fuori quel termine. 
Ti ringrazio per la citazione.


4. L’occupazione militare fu una causa principale, è vero, ma anche il Portogallo la subì eppure non perse l’impero.
Per quanto riguarda il Portogallo ci sono due differenze sostanziali:
a. Manca lo stato di guerra quasi costante a cui invece fu sottoposta la Spagna nel medesimo periodo
b. Manca l’acefalia che caratterizzò la Spagna durante l’occupazione napoleonica. Il “trasferimento” (per non dire fuga) di Giovanni VI e della sua corte a Rio de Janeiro ebbe paradossalmente un effetto rivitalizzante per le colonie.

La scelta di Bayonna (che è la più intrinseca a cui possa pensare) invece influenzò davvero pesantemente il corso degli eventi.
Sono d’accordo con te.
La vacatio regis e la vacatio legis che seguirono all’abdicazione dei Borboni (che evento per l’Europa delle monarchie!) furono devastanti per la società spagnola ma non sarei così sicuro a definirlo come fattore intrinseco. Siamo proprio sicuri che se dall’equazione togliessimo le ingerenze di Napoleone di Giuseppe, il risultato sarebbe stato lo stesso? 
Io non credo. L’interferenza esterna fu decisiva per arrivare a quella situazione.

[…] In effetti non so nemmeno io decidermi se siano stati più preponderanti le cause esterne o interne, ma al fine della narrazione storiografica non è nemmeno così importante.
Probabilmente la verità è nel mezzo, come sempre.

5. Senza nulla togliere all’evento epocale che rappresentò la stesura della Costituzione del 1812, ci sentiamo di dire che non ebbe effetti concretamente disgregatori per l’impero spagnolo? Io credo di no, e per questo l’ho inserita en passant come ulteriore ostacolo al processo di centralizzazione.
Il problema della Costituzione del 1812 è legato al ritorno di Ferdinando VII sul trono.
I creoli speravano che il ritorno del Re fosse il preludio per accogliere le loro richieste. 
E invece Ferdinando non solo respinge di nuovo tutte le istanze autonomiste ma addirittura cancella con un colpo di spugna tutto il lavoro compiuto a Cadice.
Per i creoli fu davvero l’ultima goccia: non solo venivano di nuovo ignorati ma perfino quell’accordo al ribasso che era stata la Costituzione del 1812 veniva stralciata. Le sollevazioni furono inevitabili e Ferdinando VI, a questo punto, compie il suo ultimo mortale errore: anziché negoziare o provare a ricomporre la frattura, nel 1815, spedisce un corpo di spedizione per schiacciare i rivoltosi.
Il fantasma di Giorgio III è ancora lì a ridere.

In sostanza vedo il ritorno di Ferdinando VI, con le speranze tradite e la cancellazione della costituzione del 1812, come il detonatore per le guerre d’indipendenza. 
L’atto finale di un luuuungo percorso storico.


Riccardo Mardegan ha detto:
1. Assolutamente si, c’è da ricordare che, nonostante retoricamente le colonie siano sempre state definite come “regni della corona” essi, a differenza di quelli iberici non ebbero mai cortes né consigli ma furono gestiti direttamente attraverso le audiencias.
Insomma “no taxation without representation” non fu una peculiarità britannica.
Inoltre la cosa che assicurava la fedeltà di terre distantissime dalla madrepatria era proprio la garanzia da parte della corona alle elites locali (tramite la venalità delle cariche) di un’influenza e un potere di tutto rispetto sulle loro terre.

4. E’ proprio qui il punto: due paesi con due storie così simili (l’occupazione napoleonica) prendono due strade così diverse: la corte portoghese fugge potenziando le proprie colonie, quella spagnola abdica decapitando con un atto l’intero sistema di potere imperiale.

5. Sono d’accordissimo, ma la questione resta: 
così come è stata attuata, la svolta di Cadice fu una svolta centrifuga e disgregatrice 
(al di là delle migliori intenzioni dei suoi protagonisti).

 Riccardo Mardegan

http://zweilawyer.com/2016/09/13/asburgo-borbone-spagna-due-epoche-un-solo-impero/

Maria Teresa D'Asburgo. Persona dotata di incredibile la vitalità sedeva per molte ore al tavolo di lavoro, spesso dall’alba al tramonto, facendovi anche colazione, impegnata in udienze, conferenze con i ministri. La sua efficienza divenne proverbiale, specie in Lombardia, trasformata in una specie di laboratorio sperimentale per le riforme politiche e amministrative, ispirate ai principi dell’ illuminismo, che intendeva poi introdurre nel resto dell’impero. A Milano grazie a lei, fu creato il catasto dei terreni e delle case, si introdussero riforme amministrative e giuridiche secondo le indicazioni del Beccaria, si riformò l’istruzione elementare, non più monopolio della Chiesa. Si diffuse la cultura, abolendo i privilegi feudali, creando le corporazioni e le camere di commercio, abolendo ventitré diocesi, fra conventi, monasteri ed ospedali, confiscandone i beni che poi usava per finanziare le scuole pubbliche e gli istituti assistenziali, le scuole superiori e l’università, dimostrando tolleranza verso gli ebrei, ai quali costruì la sinagoga.



20 OTTOBRE 1740: 
AUSTRIA, IL TRONO A MARIA TERESA D’ASBURGO.

Figlia di Carlo VI e di Cristina di Brunswick-Wolfenhuttel quando nacque, il 13 maggio 1717, nessuno immaginava che potesse essere la futura erede al trono; Carlo VI era ancora relativamente giovane e quindi non sarebbero certo mancati eredi maschi. 

A venti anni, nel febbraio del 1736, sposò Francesco Stefano, duca di Lorena, con il quale ebbe ben sedici figli, dando così inizio alla Casa d’Asburgo-Lorena. Tra i figli più famosi si contano la regina Maria Antonietta di Francia (moglie di Luigi XVI), l'imperatore Giuseppe II d'Austria e il granduca di Toscana Leopoldo (imperatore d'Austria alla morte di Giuseppe II).

Quando il padre Carlo VI morì improvvisamente a 55 anni il 20 ottobre 1740, in base alla “Prammatica sanzione“ emanata dallo stesso imperatore il 19 aprile 1713, prese il suo posto, pur contestata da vari principi che accampavano diritti al trono. 
Si creò così un vasto movimento che aveva lo scopo di impedirne la successione.

Scoppiò così la "guerra per la successione austriaca" che si concluderà con la Pace di Aquisgrana nel 1748: Maria Teresa venne riconosciuta imperatrice pur con qualche concessione territoriale. 
Fu dopo la guerra dei Sette anni, conclusa nel 1763, che Maria Teresa si dedicò alla trasformazione e modernizzazione dello stato austriaco che divenne una monarchia governata da amministratori capaci e di provata onestà.

Comprese l’importanza di avere un apparato statale bene funzionante e dedicò tutte le sue forze per creare una burocrazia centralizzata fedele all’imperatore, eliminando tutti gli organi di governo locali in mano ai nobili, demolendo le barriere doganali, creando il porto franco di Trieste, abolendo soprattutto i privilegi nobiliari.

Persona dotata di incredibile la vitalità sedeva per molte ore al tavolo di lavoro, spesso dall’alba al tramonto, facendovi anche colazione, impegnata in udienze, conferenze con i ministri. La sua efficienza divenne proverbiale, specie in Lombardia, trasformata in una specie di laboratorio sperimentale per le riforme politiche e amministrative, ispirate ai principi dell’ illuminismo, che intendeva poi introdurre nel resto dell’impero.
A Milano grazie a lei, fu creato il catasto dei terreni e delle case, si introdussero riforme amministrative e giuridiche secondo le indicazioni del Beccaria, si riformò l’istruzione elementare, non più monopolio della Chiesa. Si diffuse la cultura, abolendo i privilegi feudali, creando le corporazioni e le camere di commercio, abolendo ventitré diocesi, fra conventi, monasteri ed ospedali, confiscandone i beni che poi usava per finanziare le scuole pubbliche e gli istituti assistenziali, le scuole superiori e l’università, dimostrando tolleranza verso gli ebrei, ai quali costruì la sinagoga.

Profondamente provata dalla morte del marito nel 1765 manifestò la volontà di ritirarsi in convento, ma era troppo dinamica per farlo. Rimarrà al servizio dell’impero fino al sopraggiungere della morte il 29 novembre del 1780.

Antonio A.


Amanti della storia

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