lunedì 27 marzo 2017

La fine della Cavalleria e la rivoluzione della polvere da sparo. Dopo Crecy, Nicopolis e Azincourt l’epoca della cavalleria pesante, regina delle battaglie, giunge definitivamente alla fine. La rivoluzione è innescata dalla polvere da sparo

LA RIVOLUZIONE MILITARE NELL’EPOCA MODERNA (1560-1660)
di Massimo Iacopi - 1 maggio 2016

Dopo Crecy, Nicopolis e Azincourt l’epoca della cavalleria pesante, regina delle battaglie, giunge definitivamente alla fine. La rivoluzione è innescata dalla polvere da sparo, ma non solo…

Nel 1956, nel corso di una conferenza per l’inaugurazione dell’anno accademico all’Università di Belfast, lo storico inglese Michael Roberts coniò l’espressione “rivoluzione militare” per il periodo compreso tra il 1560 e il 1660.


[...] La “rivoluzione militare” è il risultato dell’azione combinata di diversi elementi. 
Inizialmente, il mutamento in profondità dell’arte della guerra, 
che Geoffrey Parker circoscrive a quattro innovazioni successive:

- l’evoluzione sul mare del tiro del cannone dalla fiancata della nave;
- la comparsa sul terreno del moschetto sostenuto dal fuoco dell’artiglieria;
- la progressione degli effettivi militari impegnati in battaglia;
- l’apparizione della “fortezza d’artiglieria”, ovvero delle cittadelle e delle piazze fortificate. [...]


Tutto ha inizio verso la metà del Medioevo. 
La guerra, ancora feudale in Occidente, non è più quella di Roma conquistatrice del mondo mediterraneo né quella dei popoli barbari che hanno sommerso l’Occidente al galoppo dei loro cavalli dal V al XI secolo. 

La guerra feudale, di ridotte dimensioni geografiche e senza significative combinazioni strategiche, si riduce a uno scontro fisico di due pesanti cavallerie, armate di ferro, coraggio e onore. 

Fino ad Azincourt (1415) si tratta del periodo delle armature e degli scudi, degli elmi, della spade e dell’ascia, quindi degli archi scozzesi o gallesi o delle picche svizzere o fiamminghe, che introducono il fante nella battaglia con una funzione diversa da quella di “sgozzare” il nemico caduto dopo il combattimento. 

Questo è anche il periodo della comparsa delle prime monarchie, il cui potenziale statale costituisce il preliminare decisivo della crescita della potenza militare e la condizione essenziale del cambiamento dell’arte della guerra alla fine del XV secolo.

È a questo punto che si produce una rivoluzione nelle armi con l’utilizzazione della polvere da sparo giunta dall’Oriente. Le prime bocche da fuoco vengono presentate nel 1320 in Occidente e nel 1346, a Crecy, operano nel contesto di una grande battaglia campale. 

Occorrerà attendere ancora un secolo per vedere comparire le colubrine a mano, quindi gli archibugi, che diventeranno armamento comune nelle guerre d’Italia della fine del XV secolo e agli inizi del XVI secolo. 

Le armi da fuoco diventano l’armamento principale degli eserciti del XVI secolo con la comparsa del moschetto, al punto da innescare una riflessione teorica sulla composizione degli eserciti e sul ruolo rispettivo della cavalleria e della fanteria e di determinare, più tardi, il passaggio dalle formazioni a “quadrato” a quelle in “linea”.

La cavalleria del Medioevo fa corpo con il suo destriero, in una massa abbastanza confusa di uomini e di cavalli che sono la sola formazione di combattimento, in un periodo in cui i combattenti a piedi erano fortemente negletti. 

Il cavaliere del XVI secolo deve cooperare con il fante. 
Picchieri e archibugieri sono mescolati nella formazione; i primi, mobili, proteggono i secondi immobilizzati dall’impiego della forcella (elemento d’appoggio per il tiro dei moschetti e dei grossi archibugi), schierati secondo le ordinanze, al centro o alle ali del grosso quadrato di uomini a piedi. 

Gli uomini armati con le armi da fuoco finiscono per imporsi come strumento principale di un esercito in operazioni, nel cui ambito la cavalleria e la fanteria devono mutuamente sostenersi.

Il doppio momento irreversibile di questa evoluzione fu il passaggio dall’arma a forcella all’arma da anca o da spalla e quello del passaggio dalla miccia alla pietra focaia come procedimento di messa a fuoco, elementi che produrranno il fucile della seconda metà del XVII secolo. 

Nello stesso tempo, la fanteria diventa la regina del campo di battaglia mentre la cavalleria, che domina ancora nel XVI secolo, fino alle cariche delle guerre di religione di Arques (1589) e d’Ivry (1590), diventa un’arma di manovra alle ali nel XVII secolo, come nel caso della battaglia di Rocroi, nel 1643. Nel 1703 il fucile diviene l’arma unica della fanteria, perlomeno in Francia, nel momento in cui una ordinanza decide la soppressione della picca.

Questo passaggio dal ferro al fuoco viene accompagnato da un aumento degli effettivi degli eserciti – secondo aspetto della rivoluzione militare -, conseguenza della rivoluzione demografica del Rinascimento, prolungatasi in maniera regolare fino al XVIII secolo, e del consolidamento dello Stato in tutte le monarchie europee moderne. Gli effettivi disponibili dipendono dalle capacità di mantenimento e di equipaggiamento degli uomini (e dei cavalli) e quindi dalle strutture politico amministrative ed economiche degli Stati, coniugati allo stesso tempo ai fattori tecnici dell’arte della guerra.

L’aumento degli effettivi.
Sembra opportuno ricordare a questo punto qualche ordine di grandezza: 
gli eserciti medievali (cavalleria e uomini a piedi) superano raramente qualche migliaio di uomini. Essi arrivano alle tremila unità in occasione delle Crociate, fino a più di 12- 15 mila nelle battaglie del XIV e del XV secolo. 

A Fornovo, nel 1495, Carlo VIII di Valois dispone di un esercito di 1600 lance e di 12 mila fanti con settanta pezzi di artiglieria leggera ma a Marignano, nel 1515, Francesco I Valois Angouleme dispone di 40 mila uomini e Carlo V d’Asburgo, nel 1552, pone l’assedio a Metz con 55 mila uomini. 

La soglia dei 100 mila uomini, probabilmente raggiunta in Spagna dall’insieme delle forze di Filippo II, sarà conseguita in Francia un secolo più tardi con Luigi XIV e superata ai tempi della guerra di Successione di Spagna. 

Sul campo della battaglia di Malplaquet, John Churchill I duca di Marlborough dispone di 86 mila uomini, il maresciallo francese Claude Hector de Villars di 75 mila uomini. Occorrerà aspettare l’inizio del secolo seguente per ritrovare e superare tali cifre.

Il fatto che tali effettivi cambino le campagne e le battaglie non costituisce una sorpresa. 
Non costituisce altresì una novità il fatto che esse costituiranno una delle ragioni e uno degli argomenti di riflessione della grande generazione dei “capitani”, autori militari del XVI secolo, fino al condottiero bretone Enrico II de Rohan nel XVII secolo e, più tardi, dei teorici del XVIII secolo.

In tale contesto, l’ordine profondo su sedici righe, ricalcolato inizialmente da Maurizio di Sassonia (1696-1750), diventa una specie di rettangolo su dodici righe, quindi otto, sei, fino a raggiungere le quattro righe e l’ordine “lineare”, con la conseguenza, nel XVIII secolo, di presentare dei fronti di combattimento estesi fino a due leghe. L’artiglieria, disposta in linea sul fronte dell’esercito, interviene a quel punto come un’Arma sul campo di battaglia, con caratteristiche di mobilità e leggerezza (per l’epoca…). 
Gli eccessi del XV secolo, simbolizzati dal pezzo mostruoso realizzato dall’ingegnere ungherese Orban per il sultano turco Maometto II all’assedio di Costantinopoli – pezzo capace comunque di aprire brecce nelle muraglie con una cadenza di sette tiri al giorno – vengono abbandonati per passare a una serie di bocche da fuoco più piccole, decisamente più leggere e maneggevoli, che possano battere (da cui il termine di “batteria”) gli stessi obiettivi con un’alta cadenza di tiro.


La fine della fortezza medievale.
Questo costituisce il terzo aspetto tecnico della rivoluzione medievale. 
Il vecchio castello medievale, con  mura elevate viene irrevocabilmente condannato dalla comparsa delle palle metalliche che rimpiazzano le palle di pietra. Il tiro, concentrato su un punto della muraglia, arriva comunque ad abbatterla e provoca la breccia attraverso la quale si lanciano le truppe d’assedio. Alla fine del XV secolo Machiavelli osserva che non esistono muraglie, per quanto spesse, che l’artiglieria non possa abbattere nel giro di qualche giorno.

L’evoluzione della fortificazione che segue nel corso del XVI secolo, scoperta in Italia da Francesco I, porta all’edificazione di “fortezze d’artiglieria”: ovvero piazzeforti o cittadelle i cui muri vengono ispessiti e rafforzati da terrapieni di contenimento, quindi abbassati e infine quasi interrati e rinforzati da bastioni ad angolo, allo scopo di disporre della necessaria copertura di fuoco sulla fronte e sulle cortine. 

Nel XVII secolo gli ingegneri francesi Antoine de Ville, Louis Nicolas cavaliere di Clerville e Sebastien Le Preste de Vauban perfezioneranno le teorie degli ingegneri italiani e pianificheranno la costruzione di piazze forti in un sistema generale di difesa, successivamente denominato “pre-carré”. Questo sistema contribuisce a fissare la guerra in spazi limitati e di frontiera e allo stesso tempo a concentrare la guerra sulle tracce dell’antico “camino espanol”, che, in maniera discontinua, andava da Gand a Milano, e sulle tracce dell’antica Lotaringia fra la Francia e l’Impero, di cui Carlo il Temerario di Borgogna era stato l’ultimo campione. 

Il cannone, arma d’attacco della piazza forte, una guarnigione di diverse migliaia di uomini, costituisce anche la sua arma di difesa, con più di mille pezzi d’artiglieria per cittadella.

Il cannone è diventato allo stesso tempo l’arma per eccellenza della marina, di cui si conoscono gli altri fattori decisivi di evoluzione; il sistema di governo del timone e la bussola consentono alle navi di affrontare gli oceani, invece di navigare a vista nei pressi delle coste. Lo sviluppo militare della marina costituisce l’ultimo aspetto della rivoluzione militare, aspetto che per Parker viene considerato primario. 

È pur vero che bocche da fuoco vengono impiegate sulle galere del Mediterraneo a partire dalla metà del XV secolo. Anna di Bretagna aveva compreso l’importanza di questa evoluzione militare, facendo costruire a Morlaix nel 1498 la Cordeliere, una mostruosa nave armata da 200 cannoni, di cui 16 di grosso calibro e 14 bombarde a ruote. Essa opererà nel Mediterraneo fra il 1501 ed il 1504 ma scomparirà nelle fiamme nella rada di Brest nel 1512.

Nel 1571 la Battaglia di Lepanto costituisce l’ultima grande battaglia della marina a remi e quella di due flotte senza “marinai”: i ponti delle galere costituiscono altrettanti piccoli campi di battaglia per furiosi corpo a corpo fra le fanterie: quelle dei Tercios, armati di moschetto e di spadoni contro quelle di Giannizzeri, armati di archi e di yatagan. Essa rappresenta anche la prima battaglia sul mare dove il cannone gioca un ruolo decisivo, con quattro grosse galeazze veneziane davanti allo schieramento cristiano, il cui tiro laterale contribuirà fortemente a disorganizzare la linea d’attacco delle galee turche.

A partire dal XVII secolo le flotte – specialmente olandesi e inglesi, in minor misura francesi e spagnole – costituiranno lo strumento di un’egemonia occidentale finalmente capace di uscire dal Mediterraneo.

Come le fortezze sulla terra, le flotte da guerra portano migliaia di cannoni nel momento in cui gli eserciti più grandi ne dispongono appena di un centinaio.


L’espansione europea.
Il concetto di “rivoluzione militare” come motore di espansione nel mondo non si esaurisce in una descrizione tecnica sul progresso delle armi. Occorre aggiungere un approccio politico sullo Stato che costituisce, amministra e impiega la forza armata, un approccio strategico sulle campagne o anche un approccio tattico sul passaggio dalla formazione a quadrato a quella in linea.

Se la rivoluzione militare rappresenta la chiave dell’espansione europea nel mondo, questo é vero perché le innovazioni, adottate dagli Stati europei in guerra nel XVI secolo, dal moschetto al vascello da 110 cannoni, non sono stati adottati anche da quelli che avrebbero potuto contestare l’egemonia occidentale. Non sarebbe stato concepibile immaginare in Africa o nel Nuovo Mondo il loro sviluppo specifico, non essendo tali regioni a un livello di sviluppo paragonabile. L’Asia risulta troppo lontana e,né la Cina, né il Giappone, né il Siam hanno avuto nelle loro storia prospettive espansionistiche al di fuori dei loro spazi naturali. Per contro, ci si può domandare perché, se l’Occidente ha adottato la rivoluzione della polvere da sparo, il mondo islamico, fra Asia, Africa ed Europa, non lo ha fatto.

Più che per ragioni di carattere politico, gli storici sono d’accordo nell’osservare che gli Stati mussulmani e in particolare l’Impero ottomano, risultano carenti di istituzioni amministrative, tecniche e finanziarie e di strutture e infrastrutture economiche e sociali necessarie alla creazione e al mantenimento di una forza militare permanente sia sul mare che sulla terra. La routine e il mimetismo non consentono di mascherare l’insufficienza dell’apparato di mobilitazione delle risorse necessario a una guerra all’occidentale.

Conviene comunque osservare anche che i turchi, ottomani e mussulmani, posseggono una lunga tradizione di perfezionamento militare che ha assicurato loro ben quattro secoli di conquiste: essi non hanno sentito alcun bisogno di sviluppare o adottare un sistema militare diverso da quello in vigore. 

La conquista ottomana non si è arrestata sulla terraferma dopo il 1453, né sul mare dopo il 1571. 
Nel XVI secolo l’impero mediterraneo dei sultani si estende fino ad Algeri; l’isola di Creta viene conquistata nel 1688. Il loro impero continentale si estende a quel tempo fino in Ungheria; saranno i Turchi che vinceranno a Mohacs nel 1526, e ancora i Turchi che arriveranno fino a Vienna nel 1683. 

Ma quando i sultani, nel XVIII secolo, pensano di recuperare il tempo perduto, sarà troppo tardi. 
Nel XIX secolo l’Europa assume dimensioni mondiali, ma a partire dal Novecento il mondo si svincola dal controllo europeo. Le armi della seconda rivoluzione militare – il fuoco nucleare, la guerra aerea e la militarizzazione dello spazio, le nuove fortezze marittime, rappresentate dalle portaerei e dalle loro flotte d’accompagnamento, le armi sottomarine – sembrano poco adatte alle nuove forme della guerra di questo nostro secolo.

Per saperne di più
Black Jeremy, War: An Illustrated World History. Sutton. 2003;
Black Jeremy, A Military Revolution? Military Change and European Society 1550-1800. Macmillan Education, 1991;
Bois Jean Pierre, La Pace, storia politica e militare. Perrin, 2012;
Corvisier André, La Guerre. Essais Historiques. Parigi, 1995;
Parker Geoffrey, The Military Revolution: Military Innovation and the Rise of the West, 1500-1800. Press Syndicate of University. of Cambridge, 1996;
Parker Geoffrey, Europe in Crisis, 1598-1648. Cornell University Press, 1979;
Charles Tilly, L’oro e la spada. Capitale, guerra e potere nella formazione degli Stati europei, 990-1990. Ponte alle Grazie, 1991;
Pietro Del Negro, Guerra ed eserciti da Machiavelli a Napoleone. Laterza, 2001.

Danton. incarnò l’amore, la generosità, la moderazione e la tolleranza, soprattutto negli anni del Terrore che. a differenza del suo quasi coetaneo Robespierre. egli considerò sempre e soltanto come un’emergenza provvisoria.

IL GIOVANE DANTON, BOHÉMIEN E RIVOLUZIONARIO
di Giancarlo Ferraris - 1 giugno 2016 

Personaggio irruento e sbrigativo, la sua formazione giovanile è ispirata tuttavia a principi squisitamente illuministici: cambiare la società senza fare piazza pulita del passato, rispettando la natura umana e soprattutto la libertà di coscienza. [...]


La vita a Parigi.
[...] Nella Francia del XVIII secolo il matrimonio era uno dei modi migliori per sistemarsi, ma l’operazione, se così la si può definire, non era affatto agevole dal momento che essa, perlomeno dalla parte maschile, presupponeva o nobiltà di nascita o influenza sociale o il possesso di una carica pubblica da proporre alla parte femminile, per la quale la cosa era, comunque, più agevole, essendo limitata al possesso di una dote più o meno sostanziosa.
Jérôme-François Charpentier non aveva pregiudizi nei confronti del corteggiatore di sua figlia anzi si preoccupò che il suo futuro genero non andasse alla ricerca di cause da discutere, ma trovasse una sistemazione stabile attraverso l’acquisto – la prassi era perfettamente legale nella Francia dell’ancien régime – di una carica pubblica, utilizzando il denaro della dote di Antoinette-Gabrielle e le poche risorse finanziarie di cui lo stesso Georges Jacques, pur magari chiedendole ai parenti di Arcis-sur-Aube, aveva comunque disponibilità. Fu così che il 29 marzo 1787 Georges Jacques comperò la carica di avvocato del Consiglio del Re dall’avvocato Huet de Paisy pagandola settantottomila lire, somma ottenuta mettendo insieme parte del denaro della dote di Antoinette-Gabrielle, i soldi chiesti in prestito ai parenti e quelli datagli da mademoiselle Duhauttoir originaria di Troyes e amante dello stesso avvocato Huet. Nel giugno Georges Jacques e Antoinette-Gabrielle si sposarono nella Chiesa di Saint-Germain-l’Auxerrois. Fu, da quello che sappiamo, un matrimonio d’amore allietato dalla nascita di tre figli: François (1788-1789), Antoine (1790-1858) e François Georges (1792-1848).

Gli avvocati del Consiglio del Re erano una corporazione di professionisti della legge che presentavano le cause direttamente al sovrano, oltre a consigliarlo nelle sue decisioni, oppure ad organismi delegati. L’appartenenza ad esso, che presupponeva anche una buona conoscenza dei meccanismi che regolavano l’amministrazione del Regno di Francia, era di per sé un prestigio considerando gli stretti rapporti che lo legavano alla Corte di Versailles. I colleghi di Georges Jacques rifiutavano quasi tutti le nuove idee che si andavano sempre più diffondendo e che lo stesso Georges Jacques sentiva invece come proprie. Il Consiglio decise di metterlo alla prova, chiedendogli di tenere un discorso in latino su un tema ben preciso: La situazione politica e morale della Francia nei sui rapporti con la giustizia. Il giovane provinciale, consapevole che la richiesta celava un inganno, si mantenne cauto, impressionando i colleghi per la sua padronanza della lingua latina, ma segnalando nello stesso tempo la necessità di tassare la nobiltà e il clero per far fronte alla gravissima situazione finanziaria e contenere il malcontento popolare. Il discorso rivela, oltre all’innata tempra rivoluzionaria di Georges Jacques, anche il fatto che egli avesse compreso il bisogno, per la salvezza della Francia, di ministri riformatori capaci di accostarsi al popolo e di aggirare, al tempo stesso, l’opposizione della nobiltà e del clero.

Dopo aver aperto un nuovo studio legale nella Cour du Commerce-Saint-André nel quartiere parigino de la Monnaie, Georges Jacques, in considerazione dell’estrazione aristocratica della sua clientela, iniziò a firmarsi D’Anton, come se fosse anch’egli un nobile, mantenendo questo vezzo fino a quando la Rivoluzione non iniziò a radicalizzarsi fortemente. 

In coincidenza con l’apertura del nuovo studio Georges Jacques, insieme alla novella sposa Antoinette-Gabrielle, andò ad abitare in Rue des Cordelieres affittando, nonostante la non leggera situazione debitoria, un appartamento composto da sala da pranzo, due salotti e tre camere da letto, convinto che la sua nuova situazione professionale richiedesse una dimora adeguata. [...]

I prodromi della Rivoluzione.
[...] Nei mesi precedenti la presa della Bastiglia (14 luglio 1789) una grande folla di parigini si recava ogni giorno al Palais-Royal, dove chiunque poteva salire su un tavolo e tenere un discorso pubblico. Georges Jacques comprese subito che aveva la possibilità di sfruttare appieno il suo fisico caratteristico ed imponente, la sua voce profonda e stentorea, il suo stesso spirito da bohémien che lo avvicinava, almeno in parte, alle condizioni della gente a cui si rivolgeva: i suoi frequenti sermoni suscitarono, infatti, sempre applausi scroscianti. Alla vigilia dell’evento che doveva trasformare la Francia, Georges Jacques fu però colpito da un lutto dolorosissimo: la morte del figlio François. Il piccolo fu seppellito ad Arcis-sur-Aube, dove lo stesso Georges Jacques si trattenne per alcune settimane. Ritornò poi a Parigi, per buttarsi a capofitto nella Rivoluzione durante la quale, nonostante la sua grande albagia e la sua immensa venalità, incarnò l’amore, la generosità, la moderazione e la tolleranza, soprattutto negli anni del Terrore che. a differenza del suo quasi coetaneo Robespierre. egli considerò sempre e soltanto come un’emergenza provvisoria. E il suo carattere ardente e spavaldo emerse anche il 5 aprile 1794 sul palco della ghigliottina, quando rivolgendosi al boia disse: “Non dimenticare di mostrare la mia testa al popolo: ne vale la pena”.



Per saperne di più

O. Blanc, Portraits de femmes, Paris, 2006
F. Furet – D. Richet, La Rivoluzione francese, trad. it., Bari, 1974
N. Hampson, Danton, il tribuno del popolo, trad. it., Milano, 1983
La Reveu des Deux Mondes, 1° settembre 1962
D. Lawday, Danton, Paris, 2012
L. Madelin, Danton, trad. it., Milano, 1934
A. Mathiez, Autour de Danton, Paris, 1926
J. Michelet, Histoire de la Révolution française, Paris, 1979, vol. I
J. F. E. Robinet, Danton, mémorie sur sa vie privée, Paris, 1865
A. Roussellin de Saint-Albin, Fragments Historiques, Paris, 1873
A. Soboul, “Danton” in I Protagonisti della Storia Universale. La Rivoluzione francese e il periodo napoleonico, trad. it., Milano, 1968, vol. VIII
G. Walter, “Table Analytique – Personnages” in J. Michelet, Histoire de la Révolution française, Paris, 1952, vol. II
H. Wendel, Danton, trad. it. Milano, 1931
C. Wolikow, “Danton Georges Jacques” in Dictionnaire Historique de la Révolution française, Paris, 2005, vol. II


http://www.storiain.net/storia/il-giovane-danton-bohemien-e-rivoluzionario/

La schiavitù era considerata normale come la nascita, il matrimonio, la morte. Il cambiamento della coscienza collettiva iniziò a piccoli passi, impiegando non poco tempo a maturare. I quaccheri furono la prima comunità cristiana a contrastare la schiavitù. In Pennsylvania si erano pronunciati chiaramente in tal senso fin dagli anni Ottanta del XVII secolo, sostenendo che lo schiavismo violava il comandamento evangelico “fate agli altri quello che vorreste fosse fatto a voi” (Matteo 7,12).

INGHILTERRA 1807: L’ABOLIZIONE DELLA TRATTA DEGLI SCHIAVI
di Massimo Ragazzini - 9 luglio 2016


Tra le principali nazioni schiaviste del mondo, l’Inghilterra si trasforma nella principale nazione emancipatrice grazie a un profondo cambiamento collettivo delle coscienze. Per abolire il traffico degli schiavi, residuo di un ancien régime agonizzante ma duro a morire, furono  necessari anche pragmatismo, pressioni politiche e l’impiego della forza militare.

Il 23 febbraio 1807 il Parlamento inglese approvò a larga maggioranza l’abolizione della tratta  degli schiavi: cento voti contro trentasei alla camera dei Lord e duecentottantatré contro sei a quella dei Comuni. Successivamente, a partire dal 1811, la tratta fu considerata un reato e i condannati per commercio di schiavi rischiarono la deportazione nella colonia penale britannica in Australia. 

L’Inghilterra, che probabilmente era stata la principale nazione schiavista del mondo, si era così trasformata nella principale nazione emancipatrice grazie a un profondo cambiamento collettivo delle coscienze [1]. 

L’abolizionismo francese, infatti, fu più debole e incerto di quello inglese. 
Nella Francia rivoluzionaria un decreto per l’abolizione della schiavitù nelle colonie era stato approvato all’unanimità dalla Convenzione già il 4 febbraio 1794, ma la sua applicazione fu fortemente osteggiata e, nel 1802, il primo console Napoleone Bonaparte ripristinò la tratta e la schiavitù [2].

Il ruolo preminente dell’Inghilterra del XVIII secolo non deve però farci trascurare che le lontane radici del movimento abolizionista, come ha documentato la storiografia, vanno cercate in un insieme di dati culturali propri di buona parte dell’Occidente. 

Lo storico americano David Eltis ci ricorda che la schiavitù è presente in gran parte della storia umana, anche se con notevoli differenze a seconda delle epoche e delle zone geografiche; e si possono tra l’altro distinguere società schiavistiche in senso proprio da altre nelle quali la schiavitù ha rivestito un ruolo marginale [3]. 

L’abolizionismo, scrive un altro storico americano, David Brion Davis, può essere collocato nella lunga storia delle idee dall’antichità classica in poi [4]. Già Ulpiano aveva definito la schiavitù una creazione dello jus gentium contraria allo jus naturalis (Digesto, 1. L., 17,32) [5].

La ricerca delle origini del movimento abolizionista conduce, come afferma lo storico francese Olivier Pétré-Grenouilleau, al concetto di umanesimo, un’idea che, sotto forme e gradi diversi, può essere trovata in numerose società e in differenti epoche [6]. 

Nel mondo occidentale essa ha rapporti sia con il corpo d’idee derivate dalla tradizione cristiana, sia con l’affermazione di una concezione laica della libertà individuale nel quadro degli stati nazione. 

Dall’antichità al Rinascimento, passando per il Medioevo, ogni epoca ha dato un suo contributo alla costruzione delle lontane origini ideologiche del movimento abolizionista. Non erano, tuttavia, basi definitive e con forti radici e, a partire dal XVII secolo, furono in pratica negate. Il peggioramento della congiuntura economica in Europa con il manifestarsi di fasi di depressione, e la guerra dei Trent’anni (1618- 1648), sintomo di quella che lo storico francese Paul Hazard chiama “la crisi della coscienza europea” [7], testimoniano di un tempo di grandi cambiamenti, ma anche di grandi disorientamenti e deviazioni. 

Così, in America, si svilupparono le colonie e con esse il sistema schiavistico e la tratta degli africani. Se il mondo antico vacillava, quello destinato a sostituirlo faticava a trovare la propria strada. L’umanesimo, dunque, lasciò il passo a questi importanti mutamenti culturali. 

“La schiavitù era considerata normale come la nascita, il matrimonio, la morte”, sottolinea lo scrittore americano Eric Metaxas, “e la stessa idea di civilizzazione senza la schiavitù era inimmaginabile”[8]. Nella letteratura occidentale l’immagine dell’uomo di colore iniziò a deteriorarsi e, in parallelo con lo sviluppo della tratta, furono progressivamente poste le basi di un vero e proprio razzismo nei confronti degli africani.

L’ora del risveglio suonò con l’illuminismo. 
Nell’epoca dei Lumi apparvero nuovi concetti, fra cui spiccava quello di libertà universale, che sostituì poco alla volta una concezione plurale di libertà che si realizzava nei privilegi concessi ai singoli, generalmente in deroga alla legge comune. L’uomo ‘illuminato’, tuttavia, non era esattamente un abolizionista. Era sì un critico del sistema schiavistico, ma ondeggiava fra la volontà di riformarlo per accrescerne l’efficienza, la compassione che poteva nutrire per la figura dello schiavo, la speranza che questi potesse migliorare la propria condizione e l’auspicio che, progressivamente, la schiavitù potesse essere abbandonata. Si era ancora all’interno di un modo di pensare nel quale convivevano la tolleranza del sistema e l’idea di una sua riforma: “il progetto grandioso e radicalmente nuovo chiamato ‘abolizionismo’ non esisteva affatto prima del 1770-1780” [9].

Il cambiamento della coscienza collettiva iniziò a piccoli passi, impiegando non poco tempo a maturare. I quaccheri furono la prima comunità cristiana a contrastare la schiavitù. In Pennsylvania si erano pronunciati chiaramente in tal senso fin dagli anni Ottanta del XVII secolo, sostenendo che lo schiavismo violava il comandamento evangelico “fate agli altri quello che vorreste fosse fatto a voi” (Matteo 7,12). 

Negli anni Quaranta e Cinquanta del Settecento il cosiddetto Grande Risveglio in America e l’ascesa del metodismo in Inghilterra contribuirono alla promozione di una nuova sensibilità morale. 
Nel 1770 il puritano Samuel Seward, giudice della Corte suprema del Massachusetts, sostenne, avvalendosi di citazioni bibliche, che la schiavitù era contro natura. La Costituzione federale degli Stati Uniti, adottata nel 1787, riconobbe implicitamente l’esistenza della servitù perpetua ed ereditaria sul territorio nazionale, ma ciò non impedì ad alcuni stati – Connecticut, New York, Massachusetts, Pennsylvania e Delaware – di legiferare contro la tratta negli anni immediatamente successivi. I quaccheri erano presenti sia nell’America del nord che in Inghilterra e le loro idee si diffusero anche in altre chiese protestanti. Si sviluppò così in Inghilterra un movimento di opinione sempre più consistente e in grado di coinvolgere la maggior parte degli strati sociali. Esso attingeva dall’illuminismo, ma s’ispirava anche all’evangelismo egualitario delle chiese protestanti non conformiste. Alcuni dei pensatori illuministi (Adam Smith, [10] Adam Ferguson [11]) erano giunti a considerare la schiavitù moralmente riprovevole ed economicamente inefficace, eredità di un barbaro passato. I pastori evangelici, e in particolare i metodisti, proclamavano nei loro sermoni che la tratta era orrenda e sostenevano che l’Inghilterra doveva essere la prima nazione ad abolirla e doveva anche operare per estinguerla nel mondo.

Negli anni Ottanta del Settecento la campagna contro lo schiavismo assunse un peso tale da acquistare vasti consensi e influire sulle decisioni dei legislatori. I suoi promotori fecero nascere un movimento di opinione pubblica come mai prima si era visto. Lo storico inglese Niall Ferguson evidenzia che venne realizzata “una politica di nuovo tipo, la politica dei gruppi di pressione” ad opera di “zelanti attivisti armati soltanto di carta, penna e sdegno morale”[12]. 

Il movimento abolizionista non intendeva dichiarare fuori legge solo la tratta, ma la stessa istituzione della schiavitù nelle colonie inglesi. L’idea pragmatica e vincente dei promotori di questa grande battaglia fu quella di non mirare direttamente all’abolizione della schiavitù, un obbiettivo che avrebbe causato la forte reazione dei proprietari delle piantagioni nelle colonie inglesi e della “potente consorteria delle Indie occidentali” [13], ma di procedere gradualmente e cioè di ottenere prima l’abolizione della tratta e successivamente quella della stessa schiavitù. Essi erano convinti che, se avessero tentato di ottenere subito entrambi gli obbiettivi, sarebbero andati incontro a una sicura sconfitta [14]. L’eliminazione della tratta avrebbe comunque contrastato indirettamente il funzionamento del sistema schiavistico, poiché l’esaurirsi dell’approvvigionamento di nuovi schiavi avrebbe avuto l’effetto di aumentare i problemi e i costi dell’economia di piantagione e, quindi, reso economicamente meno vantaggiosa la schiavitù.

La leadership del movimento abolizionista venne definita la ‘Setta di Clapham’, dal nome di una zona di Londra nella quale si trovava la Holy Trinity Church. I principali animatori del movimento erano infatti parrocchiani di quella chiesa. Fra questi c’erano Zachary Macaulay, già direttore di una piantagione schiavista in Giamaica, che a un certo punto non aveva più potuto conciliare quel ruolo con la fede cristiana; Henry Thornton, banchiere e membro del Parlamento; William Wilberforce, anch’egli membro del Parlamento; Granville Sharp, studioso di diritto, che nel 1772 era riuscito ad ottenere un importantissimo principio giurisprudenziale riguardante gli schiavi fuggiaschi [15]; Thomas Clarkson, autore di numerosi saggi contro la schiavitù. Essi fondarono la Society for the Abolition of the Slave Trade, alla cui guida vi erano anglicani come Sharp e Clarkson, mentre i soci erano in maggioranza quaccheri.

La società si allargò ben oltre la zona di Clapham. 
Vi aderirono anche i parlamentari Edmond Burke ed William Pitt il giovane, il poeta Samuel Taylor Coleridge e l’imprenditore della ceramica Josiah Wedgwood, della chiesa unitariana. Intellettuali e religiosi appartenenti a chiese diverse si batterono quindi concordemente, con passione e con abilità comunicativa, per conquistare il consenso dell’opinione pubblica all’abolizione della tratta. 

Wedgwood produsse migliaia di medaglioni antischiavisti che ritraevano la figura di un nero genuflesso in catene su uno sfondo bianco con la scritta: “Non sono anch’io un uomo e un fratello?”. I medaglioni ebbero una diffusione capillare. Macaulay aveva fatto una full immersion per apprendere il funzionamento di quel commercio che voleva eliminare e non esitò ad attraversare l’Atlantico su di una nave negriera per osservare personalmente le sofferenze degli schiavi a bordo. Quando tornò in Inghilterra egli era ormai diventato l’esperto per eccellenza del commercio degli schiavi [16]. 

Grazie a Macaulay gli abolizionisti poterono prendere di mira i modi inumani con i quali veniva realizzato il trasporto, mostrando in pubblico i disegni delle sovraffollate navi negriere. Fra il 1787 e il 1792 il movimento ottenne un ampio consenso anche nei ceti popolari e riuscì a darsi una struttura organizzativa articolata territorialmente e finanziata dagli aderenti. La stampa dette spazio al dibattito che si era sviluppato nel paese e, gradualmente, i risultati arrivarono. 

Nel 1788 venne applicato il Dolben Act, in base al quale veniva aumentato lo spazio a disposizione di ciascun prigioniero a bordo delle navi negriere. 

Nel 1791 una proposta di abolizione della tratta fu respinta da centosessantatré voti contro ottantotto. 

Nel 1792 una proposta di abolizione graduale, sull’esempio di quanto in quell’anno aveva deciso la Danimarca, fu approvata dalla Camera dei Comuni, ma fu respinta dai Lord. Nei medesimi anni fu promossa una petizione per la fine del commercio degli schiavi che raccolse 400.000 firme, delle quali 11.000 nella sola Manchester, due terzi della popolazione maschile della città. 

Il Parlamento non poté non ascoltare un appello con tale consenso popolare. 
Nel 1805 venne proibita l’introduzione di schiavi nei territori recentemente acquisiti della Guyana britannica e di Trinidad e nel 1806 fu interdetta ai cittadini inglesi la possibilità di tratta con le colonie straniere. Nel 1807 il commercio degli schiavi venne abolito e, dal 1811, sanzionato penalmente. I riformatori non si fermarono a questa prima vittoria e nel 1814 almeno 750.00 firme vennero apposte a petizioni che chiedevano l’abolizione dello schiavismo in quanto tale. L’obbiettivo venne raggiunto nel 1833, quando le ultime resistenze furono vinte e lo schiavismo diventò illegale in tutti i territori britannici. Gli schiavi delle colonie dei Caraibi vennero emancipati e i loro ex proprietari indennizzati.

Quanto avvenuto in Inghilterra non pose fine al commercio degli schiavi sull’Atlantico e allo schiavismo nelle Americhe, che continuò nel Sud degli Stati Uniti e in Brasile. Dai primi decenni dell’Ottocento Londra divenne tuttavia la più decisa oppositrice del traffico che, con la successiva cooperazione della Francia, fu perseguito attraverso operazioni internazionali di polizia oceanica. 

Anche i governi spagnolo, portoghese, svedese e olandese, e quelli delle nuove nazioni sudamericane in cambio del riconoscimento ufficiale della loro sovranità, accettarono gradualmente la proibizione del commercio, permettendo alla marina da guerra britannica di procedere contro i loro cittadini e accettando l’istituzione di corti internazionali di arbitrato. 

Nonostante ciò, i trasporti di schiavi si protrassero a lungo, spesso in condizioni crudeli, principalmente verso Brasile, Cuba e Stati Uniti. L’abolizione della tratta non cambiava radicalmente la domanda di schiavi finché la schiavitù continuava a essere legale. 

Dopo l’abolizione da parte dell’Inghilterra, alla quale fece seguito quella da parte della Francia nel 1848, la schiavitù venne abolita nelle colonie olandesi nel 1860. Negli Stati Uniti il presidente Lincoln emanò, nel corso della guerra di Secessione, il decreto di emancipazione degli schiavi, entrato in vigore nel 1863 e ribadito nel 1865, alla fine del conflitto, nel XIII emendamento della Costituzione. La Spagna vietò la schiavitù a Porto Rico nel 1872 e a Cuba nel 1885. Il Brasile l’abolì solo nel 1888 [17]. La tratta attraverso l’oceano atlantico cessò quindi definitivamente negli anni Ottanta dell’Ottocento.

L’abolizionismo fu una tappa fondamentale nella progressiva affermazione dei diritti universali dell’uomo. L’obbiettivo fu raggiunto grazie alla pressione di movimenti a forte componente morale e idealista che si trovarono ad agire in una situazione di evoluzione dei costumi e di cambiamenti economici e sociali. Per abolire il traffico degli schiavi, residuo di un ancien regime agonizzante ma duro a morire, furono anche necessari, come si è visto, il pragmatismo, le pressioni politiche e l’impiego della forza militare.


Per saperne di più
[1] Niall Ferguson, Impero, come la Gran Bretagna ha fatto il mondo moderno, Mondadori, Milano, 2008.
[2] Carminella Biondi, Ces esclaves sont des hommes. Lotta abolizionista e letteratura negrofila nella Francia del Settecento, La Goliardica, Pisa, 1979.
[3] David Eltis, The Rise of African Slavery in the Americas, Cambridge University Press, 2000.
[4] David Brion Davis, Il problema della schiavitù nella cultura occidentale, SEI, Torino, 1971.
[5] Toni Honoré, Ulpian pioneer of human rights, Oxford University Press, 2002.
[6] Olivier Pétré-Grenouilleau, La tratta degli schiavi, Il Mulino, Bologna, 2006.
[7] Paul Hazard, La crisi della coscienza europea, Il Saggiatore, Milano, 1983.
[8] Eric Metaxas, Amazing grace: William Wilberforce and the heroic campaign to end slavery, Harper, San Francisco, 2007.
[9] Olivier Pétré-Grenouilleau, cit.
[10] Adam Smith, Ricerche sulla natura e le cagioni della ricchezza delle nazioni, Libro aperto, Ravenna, 2006.
[11] Adam Ferguson, Saggio sulla storia della società civile, Laterza, Bari, 1999.
[12] Niall Ferguson, cit.
[13] Olivier Pétré-Grenouilleau, cit.
[14] Renato Mazzolini, Darwin: schiavismo e razze umane, Scienza & Politica, vol. 21, n. 40, 2009.
[15] Nel caso dello schiavo fuggiasco James Somersett, il magistrato Lord Mansfield così decise: “Lo stato di schiavitù è tanto odioso che solo una legge positiva potrebbe sostenerlo; in assenza di tale legge in Inghilterra gli schiavi fuggiaschi, sul suolo dell’isola, non possono più ritornare schiavi del loro padrone”.
[16] Niall Ferguson, cit.
[17] Olivier Pétré-Grenouilleau, cit.

http://www.storiain.net/storia/inghilterra-1807-labolizione-della-tratta-degli-schiavi/



Quando gli schiavi eravamo noi.
Per secoli i cacciatori di schiavi nordafricani hanno seminato terrore in Italia. Ecco la loro storia.

Il mercato degli schiavi ad Algeri in un disegno europeo del 1700. 
I prigionieri europei vengono portati in catene, spogliati, esaminati con cura, talvolta picchiati e poi comprati da mercanti che li rivendevano, da privati, o presi come rematori.

Due navi slanciate si avvicinano da poppa alla Francis. 
Emergono dai flutti con una virata ardita. Gli uomini a bordo della Francis, una piccola nave da carico che nel 1716 è sulla via del ritorno da Genova verso l’Inghilterra, sono impietriti dalla paura: quelle navi sono sciabecchi, le navi dei cacciatori di uomini nordafricani. E i marinai sanno fin troppo bene quale destino incomba su di loro: la schiavitù.

ARREMBAGGIO. 
Perderanno la libertà e molti anche la vita. Verranno stipati in segrete putride, saranno torturati e umiliati, maltrattati fino alla morte. Solo pochi di loro rivedranno la patria.
Ma ecco accadere il miracolo: un’altra nave inglese, la Southwark, li incrocia. 
È più grande delle 4 imbarcazioni e fornita di 16 bocche da fuoco. Ma con abili manovre, gli agili sciabecchi raggiungono la fiancata della Southwark, fuori dal tiro dei cannoni sulla murata. I nordafricani gettano i rampini d’arrembaggio e, con grida infernali, saltano a bordo. I corsari trionfano e fanno bottino di 2 navi e tonnellate di carico: tessuti e vino, coralli e porcellane. Ma il vero tesoro sono i 52 uomini caduti nelle loro mani: merce fresca per i mercati di schiavi del Nord Africa.

ORO BIANCO. 
Schiavi europei, padroni africani: una situazione insolita, che solo di recente è diventata oggetto d’indagine. Il quadro che abbiamo di quell’epoca, nella quale i cristiani erano “oro bianco” sui mercati del Maghreb, è ancora ricoperto da una patina di descrizioni folkloristiche.

Nel XIX secolo, il bisogno di esotismo orientale (e di erotismo: “la donna bianca rapita e portata negli harem” era un filone venduto in molte varianti fantasiose) trovò risposta in un genere letterario. Gli storici invece non hanno mai preso sul serio il fenomeno. Oggi però un libro dello storico statunitense Robert Davis  traccia un quadro radicalmente diverso.

Secondo Davis ci sono stati non meno di un milione di schiavi europei asserviti a padroni africani. Tra il 1580 e il 1680 ad Algeri, Tunisi, Tripoli e in una manciata di località affacciate sulle coste maghrebine, vivevano stabilmente ben 35.000 schiavi. 

FINO IN ISLANDA. 
Cercando di calcolare quanti uomini dovessero essere catturati per mantenere stabile questo numero, tenendo conto di fughe (meno dell’1%), riscatti (4%), morti per la peste che in Africa dilagava con spaventosa regolarità, Davis ha stimato che ogni anno bisognasse catturare almeno 8.500 persone, cioè 850.000 nel periodo compreso tra il 1580 del 1680.

Per tutta l’epoca della schiavitù, dal 1500 fino al 1800, Davis stima così «con buona approssimazione» 1,25 milioni di europei ridotti in schiavitù. E si riferisce soltanto alle roccaforti dei cacciatori di schiavi nel Mediterraneo occidentale: Algeri, Tunisi e Tripoli. Ma anche in Marocco o in Egitto decine di migliaia di europei vivevano in schiavitù, e anche nell’Impero ottomano: a Costantinopoli, tra il 1500 e il 1800, c’era una presenza stabile di 30.000 schiavi.

1, 25 MILIONI Gli europei deportati in Nord Africa tra il 1500 e il 1800.
Gli africani deportati in America dagli europei tra il 1451 e il 1870 furono
12 MILIONI

I cacciatori di schiavi del Nord Africa arrivavano fino in Gran Bretagna, dove facevano irruzione nelle taverne e nelle chiese, vestendo abiti lunghi e con la testa completamente rasata, sguainando le scimitarre e portando via avventori al bancone o fedeli che assistevano alla Messa. Nel 1627 un gruppo algerino di cacciatori di uomini arrivò fino in Islanda, dove rapì centinaia di uomini, donne e bambini.

TERRORE IN ITALIA. 
Ma soprattutto i corsari imperversavano nel Sud Italia. Nel 1543 sbarcarono sulla penisola circa 12.000 corsari, un esercito che si spinse nell’entroterra anche per 30 km. Un’altra volta arrivarono a 20 chilometri dal Vaticano. Le milizie locali non osavano attaccare gli invasori, nettamente superiori. E il potere centrale era distante oppure, come nel caso dei piccoli Stati in cui era frammentata l’Italia, non esisteva affatto. 

Nel 1544, i cacciatori di uomini fecero prigioniere 7.000 persone nel golfo di Napoli, nel 1554 deportarono 6.000 persone da Vieste, in Puglia. Quando le navi tornavano a casa dopo queste scorrerie, nei mercati del Maghreb i testimoni dell’epoca raccontavano che “un europeo vale solo una cipolla”.

Qualche volta le spedizioni avevano un tale successo che le navi corsare non riuscivano a trasportare tutti i prigionieri. Allora questi erano rivenduti sul posto ai loro congiunti a prezzo scontato. In questi casi comparivano immediatamente usurai locali che facevano prestiti a chi non era in grado di pagare il riscatto dei parenti schiavi e, come avvoltoi, traevano profitto dalla sventura dei loro conterranei. I parenti del prigioniero davano loro in pegno la casa e il podere; nel giro di un paio d’ore, potevano riabbracciare i loro cari, ma non avevano più di che vivere.

La schiavitù fu usata ovunque nel mondo fin dalle prime grandi civiltà: 
Egitto e Grecia. A Roma gli schiavi erano così disperati che, guidati da Spartaco, osarono la rivolta. Con il cristianesimo ai cristiani fu proibito di comprare altri cristiani. E la schiavitù in Europa ebbe una battuta di arresto. Ma in epoca coloniale furono deportati 12 milioni di africani in America.

TRAVESTITI. 
Solo a partire dal 1600 circa, la portata di questo fenomeno si ridimensionò. 
La sorveglianza delle coste migliorò grazie alle torri di avvistamento e di difesa, le unità di cavalleria sbarravano la strada ai corsari mentre tornavano alle loro navi. Piccole, innumerevoli scorrerie presero il posto delle grandi battute di caccia. Il numero delle vittime di questi cosiddetti “furti di cristiani” si sommava a quello di persone catturate nel corso di grandi operazioni spettacolari. 

Le popolazioni cercarono riparo nell’entroterra, in paesi fortificati cinti da mura, sulle colline. Le zone costiere si spopolarono, le isole furono abbandonate. 
Poi iniziarono gli attacchi alle navi mercantili. Spesso i corsari si avvicinavano alle loro vittime a bordo di navi già conquistate, sotto falsa bandiera e travestiti con le uniformi di nazioni amiche. Tra il 1613 e il 1621 furono sequestrate e portate in Algeria 1.000 navi provenienti dall’Inghilterra e dalla Francia, dai Paesi Bassi e dalla Spagna. 

Gli europei catturati erano portati nelle città del Nord Africa, trascinati per le strade come appestati, percossi e coperti di sputi da una folla urlante. 
Quindi condotti nelle carceri sotterranee. Lì, ammassati in grandi celle sovrappopolate, vivevano in mezzo a escrementi e parassiti. 
La luce penetrava da una grata sul soffitto. Per abbandonare la prigione, gli schiavi dovevano arrampicarsi su una scala di corda che veniva calata dall’alto. 

IL MERCATO. 
Questo fino al giorno dell’asta al mercato degli schiavi. 
Qui i prigionieri erano tirati di qua e di là, dovevano saltellare e muoversi ballando: i clienti volevano essere sicuri che la merce fosse in buono stato. 
I potenziali acquirenti valutavano la muscolatura, esaminavano le mani, osservavano scrupolosi i denti. Al mercato si decideva la partita tra la vita o la morte. L’acquirente aveva bisogno di un animale da lavoro o puntava a una speculazione? Soltanto se il nuovo padrone poteva sperare di ricavare un compenso elevato dal riscatto del proprio prigioniero, avrebbe evitato di maltrattarlo fino alla morte. 

Varie torture fatte agli schiavi: 
impalati, squartati da 2 navi, bruciati vivi, crocefissi, bruciati con candele, murati vivi, fatti a pezzi, trascinati da cavalli.

VESCOVI “JACKPOT”. 
Per questo i ricchi passeggeri a bordo delle navi catturate erano un bottino di cui i corsari andavano sempre a caccia: commercianti, con familiari disposti a pagare somme elevate per il loro riscatto, o, ancor meglio, vescovi, che in questo gioco valevano un jackpot: si era sparsa la voce che, per i suoi dignitari, la Chiesa pagasse velocemente, senza fare chiasso e profumatamente. 

Il destino più benevolo toccava di solito a chi entrava in servizio in case private: svuotare le latrine, condurre cammelli, magari solo fare musica in giardino e servire il caffè. Agli schiavi da lavoro di Stato, invece, era riservato un trattamento duro e spietato. Ad Algeri dovevano trascinare per chilometri blocchi di pietra di 20-40 tonnellate, dalla cava di estrazione al cantiere del molo al porto. E poteva andar peggio: la forma più brutale di sfruttamento toccava ai rematori di galea.

NEL FETORE. 
A bordo di una galea  l’acqua da bere era centellinata. 
Chi non resisteva, veniva buttato in mare. Gli uomini erano incatenati ai remi. Non potevano né spostarsi né alzarsi in piedi e dovevano dormire seduti in file di 3-4 persone. Per fare i loro bisogni, si arrampicavano sui vicini e li scavalcavano fino ad arrivare alla murata. Molti di loro, esausti, rinunciavano persino a spostarsi; non a caso, le galee erano circondate da un fetore bestiale. 
Sulle galee da guerra ottomane, i rematori rimanevano incatenati anche quando la nave restava in porto durante l’inverno. 
E quando la nave affondava in battaglia.

Molti finivano per convertirsi all’Islam. 
Per i padroni, la conversione degli schiavi era un evento contraddittorio: 
utile per compiacere Allah, ma negativo per gli affari. I convertiti, infatti, non potevano più essere sfruttati in modo disumano. Per chi invece si allontanava dal cristianesimo, il passaggio all’Islam era un patto con il diavolo: per il governo inglese diveniva un traditore e non poteva più sperare nel riscatto. Spesso gli ex cristiani si distinguevano per il particolare zelo come collaboratori del regime: «Superano anche i barbari per crudeltà e picchiano i loro fratelli senza pietà» racconta un testimone oculare. 

Per l’harem. 
SCHIAVO NEL LUSSO. 
Ma si poteva anche fare carriera. 
Il veneziano Giacomo Colombin, catturato in mare nel 1602, fu corteggiato dal capitano dei corsari per la sua arte ingegneristica, che gli portò grandi ricchezze: era uno schiavo, ma abitava in un villa di lusso sulle colline di Algeri. Dopo 30 anni, usando una delle navi da lui stesso progettate, fuggì insieme ad altri 22 prigionieri.

Già esempi di questo tipo mostrano che le società schiavistiche del Nord Africa erano molto più complesse di quanto si sia immaginato finora. Nuove fonti permettono anche di gettare uno sguardo alla vita sociale che si svolgeva nei cosiddetti “bagni” di Algeri. Già dal 1700, questi labirintici quartieri-prigione, dove vivevano molti schiavi, furono dotati di una cappella per il culto cattolico, gestita da monaci accreditati nelle metropoli dei corsari. I musulmani ne apprezzavano l’aiuto in campo pastorale e medico. I religiosi, nel frattempo, acquistarono un ruolo sempre più importante come agenti nelle trattative per il riscatto che, con il passare del tempo, si trasformarono da “vendite al dettaglio” a commercio all’ingrosso di uomini-merce.

ARMATI DAI DANESI. 
Il riscatto era costoso: nel 1646 un emissario inglese pagò 38 sterline per schiavo, il guadagno annuale di un commerciante inglese benestante. 
La politica europea nei confronti dei pirati, in particolare quella francese, rimase a lungo caratterizzata da titubanze e tatticismi: era più importante un accordo commerciale del destino degli schiavi. 

Alla fine del XVIII secolo, il re di Danimarca inviava ogni anno ai cacciatori di uomini un tributo di armi purché lasciassero in pace le sue navi. Ma con la fine delle guerre napoleoniche i rapporti cambiarono. Durante il congresso di Vienna nel 1814-1815, su pressioni del governo inglese, fu messo al bando il commercio transatlantico di schiavi. Contemporaneamente, l’ammiraglio inglese Sir Sidney Smith lanciò con la sua “Società dei Cavalieri Liberatori degli uomini Bianchi che gemono schiavi in Africa” un intervento umanitario in Nord Africa.

ASSALTO FINALE. 
Nel­l’agosto del 1816 una flotta composta da 18 navi da guerra inglesi, alcune delle quali dotate di oltre 100 cannoni, e con l’appoggio di navi olandesi, si ancorò nella baia di Algeri. Scaduto un ultimatum, tutte le navi aprirono il fuoco. Le bordate si conficcarono una dopo l’altra nei bastioni fino a quando, verso sera, su Algeri piovvero 50.000 palle di cannone. La flotta dei corsari, con le navi ormeggiate nel porto, bruciò. Il fuoco si propagò alle strutture del porto e all’arsenale e in poco tempo si estese alla città. Il comandante in capo dei corsari si arrese e rimise in libertà tutti gli schiavi. Anche Tunisi, Tripoli e il Marocco si affrettarono a dichiarare che la schiavitù era abolita. 

18 AGOSTO 2017
http://www.focus.it/cultura/storia/quando-gli-schiavi-eravamo-noi

domenica 26 marzo 2017

ALLENDE E LA VIA AL SOCIALISMO DEMOCRATICO IN CILE

ALLENDE E LA VIA AL SOCIALISMO DEMOCRATICO IN CILE

Renzo Paternoster -

Dal 1970, e per mille giorni, il presidente Salvador Allende cerca di far imboccare al Cile la “via del socialismo democratico”. L’affascinante esperimento ha un tragico epilogo, non solo per opera dei “poteri forti” internazionali, ma anche per gli errori del governo, per i contrasti e le contraddizioni dei partiti che formano la coalizione politica di Allende, per le resistenze di una società liberal-borghese.
11 settembre 1973, bombardamento del palazzo de la Moneda
11 settembre 1973, bombardamento del palazzo de la Moneda
«Compagni in ascolto: La situazione è critica, siamo in presenza di un colpo di Stato che vede coinvolta la maggioranza delle Forze Armate. In questo momento infausto voglio ricordarvi alcune delle mie parole pronunciate nell’anno 1971, ve lo dico con calma, con assoluta tranquillità, io non ho la stoffa dell’apostolo né del messia. Non mi sento un martire, sono un lottatore sociale che tiene fede al compito che il popolo gli ha dato. Ma stiano sicuri coloro che vogliono far regredire la storia e disconoscere la volontà maggioritaria del Cile; pur non essendo un martire, non retrocederò di un passo. Che lo sappiano, che lo sentano, che se lo mettano in testa: lascerò La Moneda nel momento in cui porterò a termine il mandato che il popolo mi ha dato, difenderò questa rivoluzione cilena e difenderò il Governo perché è il mandato che il popolo mi ha affidato. Non ho alternative. Solo crivellandomi di colpi potranno fermare la volontà volta a portare a termine il programma del popolo».
Così il presidente Salvador Allende, alle 8.45 dell’11 settembre 1973, si rivolge al popolo cileno nel corso di un sanguinoso colpo di Stato. Alle due del pomeriggio dello stesso giorno tutto è finito: l’esperimento cileno del socialismo democratico termina nel sangue e il Cile passa nelle mani di un generale golpista. Salvador Allende, il presidente socialista democraticamente eletto, giace morto nel suo studio del Palacio de La Moneda a Santiago. Il suo cadavere è anche quello della democrazia cilena, latitante per i quindici anni a venire per volere del dittatore Augusto Pinochet.
Salvador Allende
Salvador Allende
Salvador Guillermo Allende Gossens nasce a Valparaíso il 26 giugno 1908 da una famiglia benestante. Laureatosi in medicina all’Universidad de Chile, diventa medico per vocazione professionale. Impegnato in politica, diventa segretario del Partito socialista nel 1943. Nel 1938 è eletto deputato del Parlamento e nel 1942 riceve l’incarico di ministro della Sanità. Nel 1945 diventa senatore e poi presidente del Senato. È candidato alla presidenza del Cile senza successo nel 1952, 1958 e 1964. Nelle elezioni presidenziali del 1970 si presenta come leader-candidato della coalizione Unidad Popular, alleanza di centro-sinistra formata dal Partido Socialista, Partido Comunista, Partido Radical, Movimiento de Acción Popular, Partido de Izquierda Radical e l’Acción Popular Independiente. La sua candidatura è appoggiata anche dalla Federazione dei Sindacati Nazionali (Federacion Nacional de Sindicatos), dalla confederazione sindacale CUT (Central Única de Trabajadores), dagli studenti e operai cileni, dalla borghesia progressista, dal mondo intellettuale (tra cui il poeta Pablo Neruda) e da molti artisti (tra cui gli Inti-Illimani, che popolarizzano “Venceremos”, l’inno della coalizione Unidad Popular). Nella competizione Allende, pur essendo il maggior suffragato, non riesce a ottenere la maggioranza assoluta, raggiungendo solo il 36% dei voti con 1.070.334 preferenze. Per cui, in base alla Costituzione cilena, il Congresso assume il compito di nominare il presidente tra quest’ultimo e Jorge Alessandri, il leader della Destra arrivato secondo nella competizione elettorale.
L’establishment politico statunitense aveva già posto il veto su Allende, ma in vista della decisione del Parlamento cileno i consiglieri di Nixon tentano di impedirne l’elezione con un massiccio finanziamento ai partiti politici avversari. Gli USA non possono permettersi un presidente comunista nel “cortile” di casa, per di più se eletto democraticamente dal popolo.
A spianare la strada presidenziale ad Allende è un evento tragico: il 22 ottobre, poco prima del voto del Congresso, il generale René Schneider Chereau, comandante in capo dell’esercito cileno di tendenze progressiste, è vittima di un tentato sequestro da parte di uomini legati al generale Roberto Viaux, ufficiale vicino al candidato Alessandri. L’azione terroristica non riesce, ma il generale Schneider è ferito e muore tre giorni dopo in ospedale. L’evento si rivela un vero e proprio boomerang contro il concorrente conservatore: a seguito dell’indignazione nazionale, il 25 ottobre la Democracia Cristiana di Radomiro Tomic Romero decide di appoggiare Allende, previa sottoscrizione di quest’ultimo di uno “Statuto delle garanzie democratiche”, un documento che impegna Allende al rispetto del pluralismo politico e delle garanzie costituzionali, in pratica a non trasformare lo Stato in un regime comunista [Cfr. O. Agnic, Allende, el hombre y el político. Memorias de un secretario privado, RIL Editores, Santiago de Chile 2007, p. 193]. Il 3 novembre Allende diventa Presidente del Cile, insediandosi nel palazzo de La Moneda a Santiago.
Eletto presidente, Allende dichiara la sua intenzione di promuovere la cosiddetta “via cilena al socialismo democratico”, un tentativo visionario e allo stesso tempo incerto di riformare lo Stato cileno attraverso mutamenti radicali nel campo sociale, economico e di politica internazionale. I primi interventi del governo sono volti alla ridistribuzione della ricchezza nazionale e a migliorare le condizioni dei ceti meno abbienti (ad esempio con la distribuzione di mezzo litro di latte al giorno a ogni bambino di età inferiore ai quattordici anni) e dei lavoratori (ad esempio con l’aumento dei salari e con l’attribuzione di un miglior ruolo dei lavoratori nelle imprese pubbliche o a partecipazione pubblica). Seguono così l’avvio della nazionalizzazione delle banche, il rinnovo del sistema sanitario e dell’istruzione. Con la riforma agraria iniziano i procedimenti di espropriazione miranti alla sparizione del latifondo, assieme alla creazione di una tassa sulle plusvalenze. Poi arriva il programma di recupero delle ricchezze fondamentali che sono in mano al capitale straniero, attraverso la nazionalizzazione delle principali industrie private, fra cui le produttive miniere di rame fino ad allora sotto il controllo delle aziende nordamericane Kennecott e Anaconda. Contemporaneamente Allende sospende il pagamento del debito estero e dei crediti da versare ai potentati economici stranieri. Nonostante Allende cerchi di realizzare il progetto della via cilena al socialismo democratico nel pieno rispetto della Costituzione, si mette contro, oltre le grandi multinazionali straniere (tra cui le già citate Anaconda e Kennecott, ma anche la Ford, la Bank of America e così via), anche quella parte di società cilena che da troppi anni è abituata a godere di favoritismi e privilegi, in primis i grandi latifondisti.
Le “cattive” frequentazioni di Allende sul fronte internazionale preoccupano non poco gli USA e tutta la parte conservatrice del Cile. Allende, infatti, a seguito di una visita ufficiale del presidente cubano Fidel Castro nel 1971, stringe rapporti diplomatici con Cuba. Questo, nonostante l’adesione del Cile alla “Organizzazione degli Stati Americani”, che aveva stabilito che nessun Stato aderente avrebbe concesso aperture verso Cuba. Allende ha anche stretti contatti con il presidente argentino Héctor José Cámpora, peronista di Sinistra. Secondo l’archivio Mitrokhin Allende mantiene contatti anche con l’URSS, attraverso il funzionario del KBG Svyatoslav Kuznetsov, ricevendo finanziamenti. Il timore che la “via cilena al socialismo” porti a una dittatura comunista, o peggio a uno Stato socialista modello, agita il sonno del presidente statunitense. Ecco allora l’amministrazione Nixon attivarsi attraverso molti canali, illegali (finanziamento degli oppositori politici e del sindacato dei camionisti) e legali (embargo economico contro il Cile e blocco dei crediti da parte della Export Import Bank). Il blocco dei crediti da parte statunitense provoca una sospensione a catena dei crediti da parte di quasi tutte le grandi banche pubbliche e private, non solo quelle americane. Ad esempio il Banco Interamericano di Sviluppo nega aiuti al Cile, rigettando le richieste di finanziamento di qualsiasi progetto industriale di sviluppo, e concede soltanto piccoli prestiti. [L. Corvalán, El gobierno de Salvador Allende, cit., p. 204].
Allende durante la campagna elettorale2
Comizio di Allende in campagna elettorale
Nonostante il boicottaggio internazionale e la forte contrapposizione, fra la fine del 1970 e il 1971 le scelte riformiste di Allende e del suo ministro dell’economia, Pedro Vuskovic, sono eccellenti, con effetti più che positivi: la crescita industriale sale al 12%, il PIL al 8,6%, seguito da un declino dell’inflazione (che passa dal 34.9% al 22.1%) e del tasso di disoccupazione (che scende al 3,8%). Anche la mortalità infantile diminuisce, mentre aumenta la scolarizzazione [Cfr. J.R. Adams, Liberators, Patriots and Leaders of Latin America, McFarland, Jefferson 2010, pp. 216-217]. Tuttavia i miglioramenti nella sfera economico-sociale entrano quasi subito in contrasto con le variabili finanziare: l’aumento della spesa pubblica, dal 26% del 1970 al 31,1% dell’inizio 1972, l’enorme declino dell’esportazioni causate dal boicottaggio statunitense e il vertiginoso aumento delle importazioni, specialmente delle derrate alimentari, determinano un collasso dello Stato. La morsa interna dell’opposizione e quella esterna del boicottaggio degli Stati Uniti e del taglio degli aiuti e dei prestiti internazionali portano a una iper-inflazione del 163% [L. Corvalán, El gobierno de Salvador Allende, LOM, Santiago 2003, p. 175].
A ottobre, i ventiquattro giorni di paro (lo sciopero) dei camionisti, a cui si aggiungono i lavoratori dell’industria del rame e i piccoli commercianti, sono il colpo finale al socialismo di Allende. Nel novembre del 1972, per risolvere la crisi, Allende apre il suo governo alla presenza dei militari, assegnando al generale Carlos Prats il ruolo di ministro degli interni e capo di stato maggiore dell’Ejército de Chile. A dicembre il presidente cileno si reca a New York, dove denuncia in un discorso alle Nazioni Unite l’aggressione delle multinazionali contro il suo governo.
L’anno 1973 si apre con un pessimo andamento dell’economia dovuto all’altissimo tasso di inflazione e alla mancanza di materie prime, che fanno piombare il Paese nel caos totale. Gli scioperi divengono prassi per contestare il governo. Nell’aria si respira “puzza di golpe”. Infatti, un primo tentativo è realizzato il 29 giugno, quando il colonnello Roberto Souper circonda con il suo reggimento il palazzo presidenziale de La Moneda con l’intento di deporre il governo di Allende. Questo tentativo di golpe, passato alla storia come Tanquetazo o golpe dei carri armati, è organizzato dal gruppo paramilitare Patria y Libertad, ma fallisce per il tempestivo intervento del generale Carlos Prats che ordina all’esercito di bloccare i golpisti. Proprio il generale Prats, a seguito di contrasti interni all’esercito, nell’agosto è sostituto da Augusto Pinochet.
La sostituzione di Prats nasce da un pretesto. Due giorni prima del tentato golpe, intorno alle ore 15, il generale Prats si trova nella sua auto ufficiale, quando una Renault rossa si affianca e da dentro due persone cominciano a insultarlo. Il generale intima ai passeggeri di scendere dall’auto, ma entrambi rifiutano. Allora Prats spara con la sua pistola d’ordinanza sul parafango anteriore della macchina, costringendo l’autista a scendere. Una volta sceso, Prats scopre che alla guida della Renault rossa c’è una donna, un’aristocratica di nome Alejandrina Cox, scambiata per un uomo dal generale per via dei suoi capelli corti. L’incidente mette in ridicolo il generale, che è accusato dall’opposizione di codardia, per aver sparato a una donna disarmata, e di non essere adatto ai suoi incarichi, per aver reagito d’impeto e in maniera sproporzionata. Il 22 agosto le mogli degli ufficiali inscenano una marcia di protesta verso l’abitazione di Prats chiedendone le dimissioni. Il giorno successivo, Prats lascia l’incarico e al suo posto è nominato il generale Augusto Pinochet.
Nell’agosto 1973 si verifica una crisi costituzionale: la Corte Suprema lamenta pubblicamente l’incapacità del governo di Allende di applicare la legge, la Camera dei deputati lo accusa di atti incostituzionali e di inadeguatezza nel risolvere la crisi che attanaglia il Paese. Anche la crisi interna a Unitad Popular porta a una vera esasperazione dell’atmosfera nella maggioranza di governo. La Destra cilena coglie la palla al balzo per sottolineare pubblicamente l’incapacità del governo di Allende a governare democraticamente. Da più parti si teme una deriva autorità del governo. Tuttavia, Allende, fedele alla Costituzione e ai principi democratici, il 10 settembre convoca una riunione straordinaria del Consiglio dei ministri e comunica che avrebbe indetto un referendum sulla politica del suo governo. Allende, con la sua decisione di indire una consultazione diretta del popolo cileno fa capire che avrebbe lasciato il potere solo per via democratica, così come era salito alla presidenza.
Alle prime luci dell’alba del giorno dopo la Marina militare da Valparaiso dà il via a un golpe. A mezzogiorno il palazzo presidenziale è circondato dai blindati dell’esercito e bombardato dall’aviazione. Il fedele generale Augusto José Ramón Pinochet Ugarte guida assieme ad altri ufficiali un golpe militare, dimostrandosi un traditore nei confronti del suo Presidente e dei principi democratici che hanno guidato, seppur con errori, Allende nella presidenza del Cile. Nelle ore concitate del golpe, Allende rifiuta la proposta di salvacondotto offerta dai militari e si rifugia con i suoi fedelissimi all’interno de La Moneda. Da qui informa con dei radiomessaggi il popolo cileno che avrebbe difeso la democrazia sino al martirio. Nel suo ultimo messaggio Allende ringrazia il popolo cileno per la fiducia accordatagli, infondendo speranza.
Allende durante l'attacco al alla Moneda
Allende durante l’attacco alla Moneda
«Pagherò con la mia vita la difesa dei principi che sono cari a questa patria. Cadrà la vergogna su coloro che hanno disatteso i propri impegni, venendo meno alla propria parola, rotto la disciplina delle Forze Armate. […]. Compatrioti: è possibile che facciano tacere la radio, e mi accomiato da voi. In questo momento stanno passando gli aerei. È possibile che sparino su di noi. Ma sappiate che siamo qui, per lo meno con questo esempio, per mostrare che in questo Paese ci sono uomini che compiono la loro funzione fino in fondo. Io lo farò per mandato del popolo e con la volontà cosciente di un presidente consapevole della dignità dell’incarico. Forse questa sarà l’ultima opportunità che avrò per rivolgermi a voi. […] Le mie parole non sono amare ma deluse; esse saranno il castigo morale per quelli che hanno tradito il giuramento che fecero. […]. Di fronte a questi eventi posso solo dire ai lavoratori: io non rinuncerò. Collocato in un passaggio storico pagherò con la mia vita la lealtà del popolo. E vi dico che ho la certezza che il seme che consegnammo alla coscienza degna di migliaia e migliaia di cileni non potrà essere distrutto definitivamente. Hanno la forza, potranno asservirci, ma non si arrestano i processi sociali, né con il crimine, né con la forza.
[…] Lavoratori della mia Patria, voglio ringraziarvi per la lealtà che sempre avete avuto, la fiducia che avete riposto in un uomo che è stato soltanto interprete di grande desiderio di giustizia, che giurò che avrebbe rispettato la Costituzione e la Legge, così come in realtà ha fatto. In questo momento finale, l’ultimo nel quale io possa rivolgermi a voi, spero che sia chiara la lezione. Il capitale straniero, l’imperialismo, insieme alla reazione ha creato il clima perché le Forze Armate rompessero la loro tradizione […]. Mi rivolgo, soprattutto, alla semplice donna della nostra terra: alla contadina che ha creduto in noi; all’operaia che ha lavorato di più, alla madre che ha sempre curato i propri figli. Mi rivolgo ai professionisti della patria, ai professionisti patrioti, a coloro che da giorni stanno lavorando contro la rivolta auspicata dagli ordini professionali, ordini di classe che solo vogliono difendere i vantaggi di una società capitalista. Mi rivolgo alla gioventù, a quelli che hanno cantato la loro allegria ed il loro spirito di lotta. Mi rivolgo all’uomo del Cile, all’operaio, al contadino, all’intellettuale, a quelli che saranno perseguitati, perché nel nostro Paese il fascismo è già presente da tempo negli attentati terroristici […]. Sicuramente radio Magallanes sarà fatta tacere ed il suono tranquillo della mia voce non vi giungerà. Non importa, continuerete ad ascoltarmi. Sarò sempre vicino a voi, per lo meno il ricordo che avrete di me sarà quello di un uomo degno che fu leale con la Patria. […] Lavoratori della mia patria: ho fiducia nel Cile e nel suo destino. Altri uomini supereranno il momento grigio ed amaro in cui il tradimento vuole imporsi. Andate avanti sapendo che, molto presto, si apriranno grandi viali attraverso cui passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore. Viva il Cile, viva il popolo, viva i lavoratori! Queste sono le mie ultime parole, ho la certezza che il sacrificio non sarà vano. Ho la certezza che, per lo meno, ci sarà una punizione morale che castigherà la vigliaccheria, la codardia e il tradimento».
Alle 14 tutto si conclude, i militari espugnano il palazzo presidenziale. Allende è trovato cadavere all’interno de La Moneda. I golpisti annunciano che il presidente si è suicidato con un fucile automatico, lo stesso donato da Fidel Castro. Nessuna autopsia forense è fatta per stabilire le reali cause della morte. Non volendo creare il mito del Presidente-martire, i golpisti inventano la farsa del suicidio, legando la morte di Allende al regalo che Castro aveva fatto pochi mesi prima. Due giorni dopo, la giunta militare scioglie il Congresso, dichiara fuorilegge tutti i partiti dell’Unidad Popular e nomina Augusto Pinochet nuovo presidente del Cile. Per i cileni inizia una lunga stagione di terrore di Stato.

Per saperne di più
AA. VV., Cile 1970-1973. Industria, agricoltura, quartieri, scuola, organismi di zona, sindacati, partiti, esercito, sotto il governo di Unidad popular, Dedalo, Bari 1976.
Adams J.R., Liberators, Patriots and Leaders of Latin America, McFarland, Jefferson 2010.
Agnic O., Allende, el hombre y el político. Memorias de un secretario privado, RIL Editores, Santiago de Chile 2007.
Andrew C., Mitrokhin V., L’archivio Mitrokhin. Una storia globale della guerra fredda da Cuba al Medio Oriente, Rizzoli, Milano 2005.
Corvalán L., El gobierno de Salvador Allende, LOM, Santiago 2003.
Kornbluh P., Chile and the United States: Declassified Documents Relating to the Military Coup, September 11, 1973, «The Nacional Security Archive. The George Washington University», http://nsarchive.gwu.edu/NSAEBB/NSAEBB8/nsaebb8.htm
Martinez J.M., Salvador Allende, Ediciones Nobel, Oviedo 2009, trad. it., Salvador Allende. L’uomo, il politico, Castelvecchi, Roma 2013.
Ravanal Zepeda L., Castro F.M., Allende. “Yo no me rendiré”. La investigación histórica y forense que descarta el suicidio, Ceibo, Santiago de Chile 2013.

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