giovedì 22 dicembre 2016

Il PENSIERO può farvi ammalare o guarire.


Dr. Soresi: Vi racconto come il PENSIERO può farvi ammalare o guarire
Riccardo Lautizi


C’era già arrivato per intuizione il filosofo ateniese Antifonte, avversario di Socrate, nel V secolo avanti Cristo: 
«In tutti gli uomini è la MENTE che dirige il corpo verso la salute o verso la malattia, come verso TUTTO il resto»


Dopo una vita passata a dissezionare cadaveri, a curare tumori polmonari, a combattere tubercolosi, bronchiti croniche, asme, danni da fumo, il professor Enzo Soresi, 70 anni, tisiologo, anatomopatologo e oncologo, primario emerito di pneumologia al Niguarda di Milano, ha finalmente individuato con certezza l’epicentro di tutte le malattie: il cervello. [...]

Soresi c’è arrivato dopo aver visto gente ammalarsi o guarire con la sola forza del pensiero. 

Primo caso: 
«Ho in cura una signora di Milano il cui marito, integerrimo commercialista, la sera andava a bucare le gomme delle auto. Per il dispiacere s’è ammalata di tubercolosi. Io lo chiamo danno biologico primario». 

Secondo caso: 
«Un agricoltore sessantenne con melanoma metastatico incontrò Madre Teresa di Calcutta, ricevette in dono un’immaginetta sacra e guarì. Io lo chiamo shock carismatico». 

Il professore ha dato una spiegazione scientifica al miracolo: 
«Il melanoma è un tumore che viene identificato dagli anticorpi dell’organismo, 
tant’è vero che si sta studiando da 30 anni un vaccino specifico.


Non riusciamo a controllarlo solo perché l’antigene tumorale è talmente aggressivo da paralizzare il sistema immunitario. 

Nel caso del contadino ha funzionato una combinazione di fattori: 
aspettativa fideistica, strutture cerebrali arcaiche, Madre Teresa, consegna del santino. 
Risultato: il suo organismo ha sprigionato fiumi di interferoni e interleuchine che hanno attivato gli anticorpi e fatto fuori il cancro».

Come Soresi illustra nel libro Il cervello anarchico (Utet), già ristampato quattro volte, la nostra salute dipende da un network formato da sistema endocrino, sistema immunitario e sistema nervoso centrale. «Il secondo ci difende e ci organizza la vita. Di più: ci tollera. L’organo-mito è il linfocita, un particolare tipo di globulo bianco che risponde agli attacchi dei virus creando anticorpi. Abbiamo 40 miliardi di linfociti. Quando si attivano, producono ormoni cerebrali.

Questa si chiama Pnei, psiconeuroendocrinoimmunologia, una nuova grande scienza, trascurata dalla medicina perché nessuno è in grado di quantificare quanti neurotrasmettitori vengano liberati da un’emozione. Io e lei siamo due esperimenti biologici che datano 4 miliardi di anni. Io sono più riuscito di lei. Perciò nego la vecchiaia. Non c’è limite alla plasticità cerebrale, non c’è limite alla neurogenesi. Esiste un flusso continuo di cellule staminali prodotte dal cervello: chi non le utilizza, le perde. Le premesse della longevità sono due: camminare 40 minuti tre volte la settimana – altrimenti si blocca il ricambio delle cellule e non si libera un fattore di accrescimento, il Bdnf, che nutre il cervello – e studiare».

Secondo il medico-scrittore, è questa la strada per allungare la vita di 10 anni. 
«Quando ci impegniamo a leggere o a compilare le parole crociate, le staminali vengono catturate dalla zona dell’encefalo interessata a queste attività. Se io oggi sottopongo la sua testa a una scintigrafia e poi lei si mette a studiare il cinese, fra tre anni in un’altra scintigrafia vedrò le nuove mappe cerebrali che si sono create per immagazzinare questa lingua. Prenda i tassisti di Londra: hanno un ippocampo più grande perché mettono in memoria la carta topografica di una città che si estende per 6 miglia».


Il professor Soresi è cresciuto in mezzo alle lastre: suo padre Gino, tisiologo, combatteva la Tbc nel sanatorio Vialba di Milano, oggi ospedale Sacco. Si considera un tuttologo, al massimo un buon internista, che ha scoperto l’importanza della neurobiologia studiando il microcitoma. «È un tumore polmonare che ha la caratteristica di esordire con sindromi paraneoplastiche, cioè con malattie che non c’entrano nulla col cancro: artrite reumatoide, tiroidite autoimmune, sclerodermia, reumatismo articolare. È una neoplasia che nel 100% dei casi scompare con quattro cicli di chemioterapia. Eppure uccide lo stesso nel giro di sei mesi. Era diventato la mia ossessione: non riuscire a guarire una cosa che sparisce».

Com’è possibile?
«Ci ho scritto 100 lavori scientifici e ci ho messo 30 anni a capirlo: perché il microcitoma ha una struttura neuroendocrina. La massa nel polmone scompare, ma si espande con metastasi ovunque. Ne ho concluso che la medicina non è una vera scienza. Tuttalpiù una scienza in progress».

Diciamo una scienza inesatta.
«L’ho provato sulla mia pelle nel 1950. 
Ero basso di statura, come adesso, e mio padre si preoccupava. 
Eppure le premesse genetiche c’erano tutte: lui piccolo, mia madre piccola. 
Mi portò dal mitico professor Nicola Pende, endocrinologo che aveva pubblicato sei volumi sul timo come organo chiave dell’accrescimento. Pende mi visitò, mi palpò i testicoli e concluse: 
“Questo bambino ha il timo iperplastico, troppo grosso. Bisogna irradiarlo”. 
Se mio padre avesse seguito quel consiglio, sarei morto. 
Questa è la medicina, ragazzi, non illudiamoci».


Torniamo al cervello.
«Sto aspettando di diventare nonno. Il tubo neurale della mia nipotina ha cominciato a svilupparsi dal secondo mese di gravidanza. Alla nascita il cervello non sarà ancora programmato, bensì in fase evolutiva. L’interazione con l’ambiente lo strutturerà. Ora facciamo l’ipotesi che un neonato abbia la cataratta: se non viene operato entro tre mesi, i neuroni specifici della vista non si attivano e quel bimbo non vedrà bene per il resto della vita. Oppure poniamo che la madre sia ansiosa e stressata, il padre ubriacone e manesco: lei capisce bene che i segnali ricevuti dal neonato sono ben diversi da quelli che sarebbero auspicabili. E questo vale fino al terzo anno di vita, quando nasce il linguaggio, che attiva la coscienza del sé, e la persona assume una sua identità. Di questi primi tre anni d’inconsapevolezza non sappiamo nulla, è una memoria implicita, un mondo sommerso al quale nessuno ha accesso, neanche l’interessato, neppure con la psicoanalisi. Ma sono i tre anni che ci fanno muovere».

Allora non è vero che si può «entrare» nel cervello.
«Ai tempi in cui facevo le autopsie, aprivo il cranio e manco sapevo a che cosa servissero i lobi frontali. Li chiamavamo lobi silenti, proprio perché ne ignoravamo la funzione. Molti anni dopo s’è scoperto che sono la sede dell’etica, i direttori d’orchestra di ogni nostra azione».

E graziaddio avete smesso con le lobotomie.
«A quel punto sono addirittura arrivato a fare le diagnosi a distanza. Se mi telefonavano dalla clinica dicendo che un paziente con un tumore polmonare s’era messo d’improvviso a urlare frasi sconce o aveva tentato di violentare la caposala, capivo, dalla perdita del senso etico, che era subentrata una metastasi al lobo frontale destro».

Ippocrate aveva definito il cervello come una ghiandola mammaria.
«Aveva còlto la funzione secretiva di un organo endocrino che non produce solo i neurotrasmettitori cerebrali – la serotonina, la dopamina, le endorfine – ma anche le citochine, cioè la chiave di volta dei tre sistemi che formano il network della vita. Lei sa che cosa sono le citochine?».
Sì e no.
«Sono 4 interferoni, che aiutano le cellule a resistere agli attacchi di virus, batteri, tumori e parassiti, e 39 interleuchine, ognuna con una funzione specifica. Se sono allegro e creativo libero citochine che mi fanno bene, se sono arrabbiato e abulico mi bombardo di citochine flogogene, che producono processi infiammatori. Ecco perché il futuro della medicina è tutto nel cervello. Le faccio un esempio di come il cervello da solo può curare una patologia?».

La ascolto.
«Avevo un paziente affetto da asma, ossessivo nel riferire i sintomi. 
Più gli davo terapie, più peggiorava. Torna dopo tre mesi: “Sono guarito”. Gli dico: senta, non abbassi la guardia, perché dall’asma non si guarisce. “No, no”, risponde lui, “avevo il malocchio e una fattucchiera del mio paese me l’ha tolto infilandomi gli spilloni nel materasso”. La manderei da un esperto in malocchi, replico io. E riesco a spedirlo dallo psichiatra Tullio Gasperoni. Il quale accerta che il paziente era in delirio psicotico. Conclusione: da delirante stava bene, da presunto normale gli tornava l’asma».

Effetto placebo degli spilloni.
«Paragonabile a quello dei finti farmaci. L’effetto placebo arriva a rispondere fino al 60% nel far scomparire un sintomo. Noi medici non possiamo sfruttarlo, altrimenti diventerebbe un inganno. Ma esiste anche l’effetto nocebo».

Esemplifichi.
«Donna di altissimo livello culturale, fumatrice accanita. Il marito, un imprenditore fratello di un noto politico, la tradiva sfrontatamente con una giovane amante. Quando la informai che aveva un tumore polmonare, mi raggelò: “Non m’interessa. L’importante è che lo dica a mio marito”. Cosa che feci, anche in maniera piuttosto teatrale. Lui scoppiò a piangere, lei sfoderò un sorriso trionfale. È evidente che due anni di stress violento avevano provocato nella donna un abbassamento delle difese immunitarie. Almeno morì contenta, sei mesi dopo. Vuole un altro esempio? Una cara amica con bronchiettasie bilaterali. Antibiotici su antibiotici. Qual era il movente? Non andava più d’accordo col marito. Per due anni non la vedo. La cerco al telefono: “Enzo, mi sono separata, vado in chiesa tutte le mattine, sto bene”. L’assetto psichico stabilizzato le ha consentito di ritrovare la salute. Continuo?».

Prego.
«Colf di 55 anni, origine salernitana, tradizionalista. Mai un giorno di malattia. La figlia le dice: “Vado in Inghilterra a fare la cameriera”. Stress di 10 giorni, ginocchio gonfio così. La lastra evidenzia un’artrosi della tibia: non s’era mai attivata, ma al momento del disagio mentale è esplosa. C’è voluto un intervento chirurgico».

Nel libro Il cervello anarchico lei riferisce di sogni premonitori.
«Sì. Viene da me uno psichiatra milanese, forte fumatore, con dolori scheletrici bestiali. Mi racconta d’aver sognato la sua tomba con la data della morte sulla lapide. Lastra e Tac negative. Era un tumore polmonare occulto, con metastasi ossee diffuse. Morì esattamente nel giorno che aveva sognato. Del resto lo psicoanalista Carl Gustav Jung mentre dormiva avvertì un forte colpo alla nuca, dopodiché gli apparve in sogno un amico che gli disse: “Mi sono sparato. Ho lasciato il testamento nel secondo scaffale della libreria”. L’indomani andò a casa dell’amico: s’era suicidato e la busta era nel posto indicato».

I miracoli secondo lei che cosa sono? Eventi soprannaturali o costruzioni del cervello?
«Io sono per un pensiero laico. Credo nella forza della parola. Se noi due ci parliamo, piano piano modifichiamo il nostro assetto biologico, perché la parola è un farmaco, la relazione è un farmaco. Di sicuro credere fa bene. Un gioielliere milanese mi portò la madre, colpita da metastasi epatiche. Potei prescriverle soltanto la morfina per attenuare il dolore. La compagna brasiliana di quest’uomo si chiama Maria di Lourdes e ha una sorella monaca in una congregazione religiosa che nella foresta amazzonica prega a distanza per le guarigioni. Maria di Lourdes telefonò al suo uomo dal Brasile: “Di’ alla mamma che le suore pregheranno per lei all’ora X del giorno X”. Da quel preciso istante la paziente oncologica, che prima urlava per il dolore, non soffrì più».

Come si mantiene in buona salute il cervello?
«Ho un cugino architetto, mio coetaneo, che sembrava un rottame. S’è iscritto all’università della terza età, ha preso passione per la lingua egiziana, tutti i giorni sta cinque ore davanti al computer, ha già tradotto quattro libri in italiano dall’egiziano. È ringiovanito, ha cambiato faccia».
Sappiamo tutto del cervello?
«Nooo! Sul piano anatomico e biologico sappiamo intorno al 70%. Ma sulla coscienza? Qui si apre il mondo. Lei calcoli che ogni anno vengono pubblicati 25.000 lavori scientifici di neurobiologia».
Allora come fa una legge dello Stato a dichiarare morto un organo che per il 30% ci è ignoto e della cui coscienza sappiamo poco, forse nulla?
«Siccome si muove per stimoli elettrici, nel momento in cui l’elettroencefalogramma risulta muto significa che il cervello non è più attivo».

Ma lei che cosa pensa della morte cerebrale?
«Mi fermo… Però ha ragione, ha ragione lei a essere così attento alla dichiarazione di morte. Nello stesso tempo c’è un momento in cui comunque bisogna dichiarare la morte di un individuo dal punto di vista biologico».

Prima del 1975 dichiaravate la morte quando il cuore si fermava, l’alito non appannava più lo specchio, il corpo s’irrigidiva.
«Eh, lo so… La morte cerebrale consente di recuperare gli organi per i trapianti».
Ha mai sperimentato su di sé disagi psichici che hanno influenzato il suo stato di salute?
«Nel 1971 ho sofferto moltissimo per la morte di mia moglie Marisa, uccisa da un linfogranuloma a 33 anni. Devo tutto a lei. Era una pittrice figurativa che andò a studiare negli Stati Uniti appena sedicenne e indossava i jeans quando a Milano non si sapeva manco che esistessero. La malattia cambiò la sua arte. Cominciò a dipingere corpi sfilacciati, cuori gettati sopra le montagne. Fu irradiata in maniera scorretta da un grande radioterapista dell’epoca, per cui nell’ultimo anno di vita rimase paralizzata. Nostro figlio Nicolò, nato nel 1968, l’ho cresciuto io. Marisa mi ha lasciato un modello perfetto: un bambino che riesce a sopportare persino la perdita più straziante solo perché la mamma ha saputo far sviluppare armonicamente il suo cervello nei primi tre anni di vita».

di Stefano Lorenzetto – ILGIORNALE

Enzo Soresi, tisiologo, anatomopatologo, oncologo, già primario di pneumologia al Niguarda di Milano. Nel libro “Il cervello anarchico” racconta casi di persone uccise dallo stress o salvate dallo choc carismatico della fede.

https://www.dionidream.com/dr-soresi-vi-racconto-come-pensiero-puo-farvi-ammalare-guarire/

mercoledì 21 dicembre 2016

Perché è scoppiata la prima guerra mondiale.

Perché è scoppiata la prima guerra mondiale

La Grande Guerra fu un conflitto suicida; portò all’indebolimento dell’Europa e all’ascesa di nuove potenze extra-europee. Quali furono i motivi che portarono il vecchio continente a tornare sul campo di battaglia?

A dirla con le parole del sociologo Gustave Le Bon:

“gli esseri umani sono mossi da forze inconsce più che da decisioni consapevoli, 
come fino a quel momento si era creduto” [1]

Centinaia di migliaia di uomini spediti come carne da macello sui diversi fronti europei tra il 1914 e il 1918. Una guerra che diventò presto mondiale, grazie alla partecipazione di potenze emergenti quali Giappone e Stati Uniti.

Per quali motivi scoppiò la prima guerra mondiale? 
Come annotava Stefan Zweig nel suo libro “il mondo di ieri” la situazione generale non lasciava presumere la guerra generale, sebbene negli arti vertici militari si respirasse un clima di sospetto ed ostilità, tuttavia:

"non si temevano ricadute barbariche come le guerre tra i popoli europei, così come non si credeva più alle streghe ed ai fantasmi; i nostri padri erano tenacemente compenetrati dalla fede nella inarrestabili forza conciliatrice della tolleranza" [2]


La corsa alla colonizzazione e le rivalità tra le nazioni europee
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Prima della “Grande guerra” l’Europa aveva vissuto, generalmente, in un lungo periodo di pace e prosperità. Le potenze europee invece che battersi in Europa erano corse a spartirsi l’Africa. Se all’inizio dell’800 l’Europa controllava il 35% dell’Africa, nel 1914 tale percentuale era salita all’84% [3]
Una corsa che in realtà non aveva generato una grandissima ricchezza e c’era già chi allora si lamentava dell’inutilità di quelle conquiste. Così Sir Evelyn Baring scrisse al proconsole d’Egitto:
“non si lasci ingannare da quello che sente dire dai militari sull’importanza strategica di quelle zone; se lasciassimo fare a loro insisterebbero per costruire un avamposto sulla Luna contro possibili minacce da Marte” [4]
Una guerra a distanza che aveva però finito col gettare i semi delle future coalizioni; l’Entente cordiale firmato nel 1904 da Inghilterra e Francia in riconoscimento delle rispettive colonie, stabiliva un nuovo legame di amicizia tra due nazioni che fino a poco tempo prima continuavano a guardarsi reciprocamente con diffidenza. Ben presto l’Inghilterra si accordò anche con la Russia, sancendo definitivamente la sua entrata nell’orbita della futura Triplice Intesa.

I Balcani

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La situazione nei Balcani alla vigilia della Grande Guerra
Nei Balcani l’Impero Ottomano era sempre più marginale, sconvolto al suo interno da correnti nazionaliste e riformatrici. Approfittando anche della guerra italo-turca in Libia diverse nazioni si erano liberate definitivamente dalla Sublime porta e miravano a cacciare “il malato d’Europa” dalla penisola balcanica. L’Austria-Ungheria e la Russia guardavano con ambizione verso una futura espansione nell’area, in special modo la prima, la quale già aveva proceduto ad annettere i precedenza territori come la Bosnia. Proprio in questo contesto si sviluppò la miccia che fece deflagrare la prima guerra mondiale. Un conflitto che però senza il sistema di alleanze internazionali avrebbe potuto limitarsi ad una guerra locale.

I rapporti anglo-tedeschi

Secondo la storica Margaret Macmillan la causa principale dello scoppio della guerra mondiale fu l’inversione del tradizionale asse anglo-tedesco [5]. Gli inglesi avevano da sempre sostenuto la Prussia, poi divenuta Germania in seguito all’unificazione tedesca, in funzione anti-francese. Germania e Francia erano in effetti ai ferri corti, così come “tradizione” a causa anche della tremenda sconfitta impartita nel 1870 a Napoleone III e la conquista tedesca delle regioni dell’Alsazia e della Lorena,  sulla quale i nazionalisti francesi avanzavano le proprie rivendicazioni; Per il primo ministro Balfour il problema principale non era la Germania ma quell’Intesa tra Francia e Russia, tanto che come confidò Chamberlain, per un certo periodo la diplomazia inglese valutò la possibilità di entrare nella Triplice Alleanza composta da Germania, impero austro-ungarico ed Italia. Paradossalmente si temeva di più un’improbabile invasione francese sull’isola che la potenza tedesca.
Non è un’idea casuale quella della storica. Invece che porre l’accento sul casus belli provocato dall’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando, che determinò la reazione a catena degli ultimatum e lo scenario balcanico, la Macmillan sostiene come fu un piccolo episodio molto precedente a ridurre nel tempo quel ventaglio di opzioni che presto si sarebbero tramutate in un’unica scelta possibile, ovvero la guerra.
Nel 1896 il Kaiser Guglielmo II mandò un dispaccio di congratulazioni al presidente del piccolo stato del Trasvaal che si era difeso vittoriosamente dall’aggressione britannica. Tutti i paesi europei fecero il tifo per quel piccolo paese, generando una solidarietà contro “le vittime degli inglesi”. Come si permetteva il nipote della regina inglese Vittoria di insultare impunemente gli inglesi?
In sé tale fatto non poteva che limitarsi ad un errore diplomatico di percorso facilmente risolvibile. Tuttavia una nuova forza aveva fatto il suo ingresso nel mondo politico ovvero l’opinione pubblica. L’operato di Ministri e sovrani non rispondeva più solamente all’esigenza del contesto diplomatico, ma doveva ora piegarsi alla volontà del popolo (o almeno di una sua parte). Così ben presto un banale incidente finì col generare un’enorme caduta nei rapporti. Nel 1902, ammiraglio della marina britannica arrivò a sostenere che la nuova marina militare tedesca sembrasse progettata su misura per “muoverci guerra”. Sui giornali incominciarono a comparire notizie inventate o palesemente false, come quando fu sequestrata una nave tedesca a bordo della quale si sospettava fossero trasportate armi in aiuto ai nemici dell’Inghilterra. In realtà come ebbe a rispondere un cancelliere tedesco: “la cosa più pericolosa che trasportava quella nave era un partita di formaggio svizzero”
Guglielmo II, lamentandosi con la nonna per la piega che stavano prendendo le cose e del primo ministro inglese Lord Salisbury, ottenne per tutta risposta un rimprovero dalla mamma di sua mamma.
Nel tempo fu un susseguirsi di incidenti diplomatici che portarono entrambe le opinioni pubbliche ad un atteggiamento sempre più ostile e cosa più importante erano gli stessi vertici militari ad insospettirsi della controparte. Nel 1910 un romanziere inglese arrivò a scrivere un libro ambientato nel futuro in cui l’Inghilterra veniva invasa da elmetti a punta ed uniformi blu (questo l’equipaggiamento dell’esercito tedesco). A volte come si suol dire le profezie finiscono con l’auto-avverarsi

L’attentato di Sarajevo

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Non è un mistero che l’omicidio da parte di un anarchico dell’erede al trono d’Austria sia stato solo un punto di arrivo. Un casus belli dunque che fornì solamente un pretesto ad un Europa già sul piede di guerra, almeno negli ambienti militari, convinti di poter sconfiggere il nemico con una guerra lampo, dalla breve durata. Un conflitto sanguinoso e disastroso le cui conseguenze non si spensero che dopo la fine della seconda guerra mondiale e la cui origine risale probabilmente in episodi probabilmente banali, si potrebbe dire “tutto in famiglia”. Altro che grandi interessi economici. Allora la politica internazionale poteva essere guidata da incidenti o questioni d’onore e dinastia.
Non va dimenticato in effetti che coloro che presero la decisione fatale erano tra loro cugini o parenti. Guglielmo II, Giorgio V (monarca inglese) e Nicola II erano infatti cugini (l’inglese regina Vittoria discendeva a sua volta da due dinastie tedesche). Se prima della guerra Guglielmo II era stato anche troppo amorevole nel corso della guerra le famiglie si allontanarono tanto che la dinastia dei Gota-Coburgo assunse la denominazione attuale di Windsor, così da rispondere all’opinione pubblica che richiedeva una rottura totale col passato.
Certamente non ci si può illudere di poter trovare un unico motivo per quale scoppiò la prima guerra mondiale. Ci si può chiedere invece quali furono le decisioni che portarono in seguito  le diplomazie ad un binario morto, in cui le relazioni di pace non erano più possibili; ed è qui che la ricerca storica dovrebbe concentrarsi, sia per amore del sapere che poter conoscere, almeno in parte, quei meccanismi sociali che possono portare il mondo alla catastrofe

Articolo di Stefano Borroni

bibliografia
Stefan Zweig, il mondo di ieri [1]
Margaret Macmillan, 1914, come la luce si spense sul mondo di ieri [5]
Paolo Mieli, in guerra con il passato [1] [3] [4]





Amanti della storia
«Rompere le scatole» e altri modi di dire della Grande guerra.
La prima guerra mondiale ha avuto conseguenze fondamentali sulle istituzioni politiche, sulle società contemporanee, sulla mentalità delle persone e, anche, su un elemento che probabilmente non viene spesso preso in considerazione: i modi di dire.

La Grande guerra coinvolse il Regno d’Italia dal maggio 1915 fino al novembre 1918, anno in cui fu firmato l’armistizio di Villa Giusti che pose fine ai combattimenti al fronte. 

Per tutta la durata del conflitto molte espressioni e “neologismi” furono utilizzati dai soldati in trincea, per poi diffondersi in tutta Italia nel linguaggio comune.

Gli esempi sono davvero numerosi: il termine «cecchino», il quale indica generalmente un tiratore scelto, trova la sua origine etimologica nel nome dell’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe, mentre «Caporetto» evocherebbe la disfatta subita dall’esercito italiano nell’autunno del 1917 a vantaggio delle forze austro-tedesche.

La parola «crucco», generalmente utilizzata per definire in modo negativo un soldato tedesco, proviene dalla lingua slovena: Kruh significa pane ed infatti era proprio questo che i soldati sloveni delle armate nemiche supplicavano, una volta catturati dagli italiani.

Altrettanto drammatica è l’origine dell’espressione «rompere le scatole». Si riferisce al comando che veniva impartito ai soldati quando, pochi istanti prima dell’assalto, dovevano sfasciare gli involucri di cartone contenenti i pacchetti di cartucce di munizioni per i fucili. Rompere le scatole equivaleva quindi ad una morte praticamente certa.

In relazione al munizionamento delle armi, nacque anche l’espressione «avere le palle girate»: la pratica di sfilare le pallottole dai bossoli e reinserirle capovolte era molto comune negli eserciti italiano e austro-ungarico. Si trattava di un metodo sbrigativo (e vietato) che aveva come obbiettivo quello di rendere più letale l’attacco.
La pallottola girata, infatti, esponendo il fondello di piombo nudo, non incamiciato dal rame, si espandeva «a fungo» al momento dell’impatto determinando gravi ferite. Produceva un effetto paragonabile a quello delle pallottole «dum dum», inventate alla fine dell’800 dagli inglesi in india e messe fuori legge dalla Convenzione dell’Aia del 1889.

Guglielmo Motta 

M. D’Andrea, Palle girate e altre storie: cose curiose della Grande guerra, Azzurra, 2015.



Cesare Lombroso. Lombroso fu medico antropologo, criminologo e psichiatra italiano, ma soprattutto il fondatore dell’ antropologia criminale. Considerato da molti un genio e da molti, al contrario, un “ciarlatano”. Lombroso mostrava interesse anche oltre la scienza: per i fenomeni medianici e la frequentazione di sedute spiritiche nella Torino post unitaria agitata da conflitti e grandi mutamenti storici e culturali.

LE TEORIE DI CESARE LOMBROSO.
Marco Ezechia (Cesare) Lombroso fu medico antropologo, criminologo e psichiatra italiano, ma soprattutto il fondatore dell’ antropologia criminale. Considerato da molti un genio e da molti, al contrario, un “ciarlatano”. Lombroso mostrava interesse anche oltre la scienza: per i fenomeni medianici e la frequentazione di sedute spiritiche nella Torino post unitaria agitata da conflitti e grandi mutamenti storici e culturali.

Era nato a Verona da famiglia ebrea nel 1835 e negli anni cambierà nome in “Cesare”. Dopo studi umanistici nel 1859 diventò chirurgo dell'esercito.
Mostrò particolare interesse per le malattie mentali e studiò la pellagra e il cretinismo. Fu nominato direttore a Pesaro del locale manicomio e ordinario di medicina legale a Torino, insegnò in diverse università psichiatria e medicina legale. Solo a fine carriera, nel 1906, riuscì a diventare docente del primo corso di antropologia criminale, sempre a Torino.

Sostenne per tutta la sua carriera l'origine biologica del comportamento criminale con teorie basate sulla frenologia e sulla fisiognomica, dottrine dell'Ottocento secondo le quali vi sarebbe una correlazione tra caratteristiche psichiche, tratti del volto e forma del cranio. Grandi mandibole, canini forti, incisivi mediani molto sviluppati, zigomi sporgenti, arcate sopraccigliari prominenti, naso schiacciato e prognatismo erano sintomo, a suo dire, di una qualche devianza. In pratcia il delinquente portava in faccia i segni della sua. Oggi le sue teorie sono definitivamente considerate non corrette.

Tuttavia gli viene riconosciuto il merito di aver aperto la strada a una nuova disciplina scientifica: l'antropologia criminale. Contribuì anche allo studio di diverse patologie mentali. Un museo di antropologia criminale intitolato a Cesare Lombroso è stato aperto a Torino nel 2009, a cent’anni dalla sua morte ed al centro di polemiche circa l'opportunità di esibire dei resti umani.

In immagine: Particolari del Museo Lombroso a Torino.

Antonio A. – Fonte: La Stampa / Corriere della Sera

giovedì 15 dicembre 2016

"La democrazia non è bella”, parola di Socrate.

“La democrazia non è bella”, parola di Socrate.
Chi disprezza il voto del popolo irragionevole e imprevisto ha una buona compagnia di predecessori. Il primo è il filosofo greco che, proprio con un voto popolare, venne condannato a morte. Preferiva una repubblica di saggi, senza però spiegare dove andare a pescarli.

Non c’è niente di più bello della democrazia, pur con tutti i difetti che presenta. Questa convinzione, nonostante la parola sia antica e la tradizione venga fatta risalire al V secolo a. C., è piuttosto recente. Anzi: è molto recente.

Gli stessi Padri Fondatori americani, negli ultimi decenni del XVIII secolo non amavano parlare di democrazia, quanto di “repubblica”. Lo stesso facevano i loro omologhi francesi qualche anno dopo. La democrazia non piaceva, era troppo vicina al “potere della folla”, che terrorizzava un po’ tutti i legislatori dell’epoca. 
Votano tutti? Per carità, no.

La verità è che questa convinzione non consiste in una distorsione del pensiero originario: come può notare chiunque abbia voglia di leggersi i dialoghi di Socrate scritti da Platone, si noterà – con tutte le complicazioni date dalla sovrapposizione delle idee del discepolo su quelle del maestro – che la democrazia ateniese, che oggi piace a tutti, in realtà non era sempre apprezzata. In particolare dal ceto aristocratico. Socrate frequentava quelle compagnie (Platone ne faceva parte) e, dal suo punto di vista, la democrazia era, nella sostanza, “il governo dei demagoghi”.

Che la folla sia inaffidabile è un concetto che si ripresenta di continuo, una lettura carsica che, lungo le epoche, si sostanzia nella volontà di porre limiti al diritto di voto (che poi votare è solo una parte della democrazia, anche se a livello simbolico la riassume tutta). Anche negli ultimi mesi. Ma tutti costoro avevano un precedente molto illustre: Socrate. Del resto, il filosofo, ne aveva anche motivo: fu con un voto di maggioranza che venne decisa la sua condanna a morte. Naturale che non ne fosse molto contento.

Ma, in ogni caso, continuava a porre il quesito: quando si naviga, ci si affida a marinai esperti o a dilettanti che non hanno mai preso un remo? La risposta è scontata, la domanda è retorica. E allora, perché gli affari dello Stato (all'epoca era la polis) devono essere affidati a persone a caso, senza preparazione, che venivano addirittura sorteggiate?

Un punto che da secoli tormenta i filosofi politici. 
Che fare? Per Platone/Socrate occorre selezionare una classe di persone sagge e razionali in grado di guidare lo Stato. Bene, ma come le si individua? E poi: come si è sicuri che siano razionali sempre? E – come dimostra la neuroscienza – molte decisioni sono inconsce, prese di pancia, secondo preferenze che non seguono la logica. E allora, perché le loro pance sono meglio di quelle degli altri? È un punto che si illustra bene qui:

Certo, ci si dimentica nel video di ricordare un passaggio: i governanti, secondo Socrate/Platone, devono essere pronti a mentire al popolo. Il pericolo sono i demagoghi? Certo. Allora bisogna convincere con una favola – una leggenda, un mito – tutta la popolazione ad accettare l’ordine costituito e non lasciarsi tentare dalle voglie del potere, che poi non sarebbe in grado di esercitare. È la Repubblica ideale, quella dei filosofi. Ma si tratta di un progetto irrealizzabile, in realtà. Perché i saggi veri non esistono. E, a ben guardare, nemmeno le folle vere.

http://www.linkiesta.it/it/article/2016/12/12/la-democrazia-non-e-bella-parola-di-socrate/32606/

La ferrovia transiberiana. IL LAGO BAIKAL. Uno dei punti più suggestivi toccati dalla Transiberiana è il lago Baikal, un'immensa distesa d'acqua dolce situata nella Siberia meridionale che di inverno ghiaccia completamente e che in primavera, allo scioglimento dei ghiacci, offre questo spettacolo. Il passaggio sulle rive del lago è stato uno sforzo ingegneristico notevole: sono stati costruiti 262 km di tunnel e numerosi ponti. Prima del completamento del tratto, nel 1916, d'estate i treni venivano caricati su appositi traghetti costruiti appositamente in Inghilterra; d'inverno i binari venivano posti sul lago ghiacciato.

La storia della ferrovia transiberiana e il suo completamento 100 anni fa.

La ferrovia transiberiana è la più lunga del mondo (9.198  km da Mosca a Vladivostok, sul Pacifico) e il suo completamento fu un'opera titanica, durata 26 anni e terminata 100 anni fa. 
Ecco la sua storia e le sue mille curiosità.


CHE COS’È LA FERROVIA TRANSIBERIANA. 
Distesa lungo tutta la Siberia, da cui prende il nome, la ferrovia transiberiana è la linea ferroviaria più suggestiva della storia. Unisce Mosca con Vladivostok, sull’Oceano Pacifico, e con una lunghezza di 9.198 km è la più lunga del mondo. Venne costruita con un impegno titanico in 26 anni, dal 1890 al 1916. 

Oggi Google celebra il completamento della ferrovia transiberiana, orgoglio dell’Impero russo, che ne aveva fatto un simbolo di unità nazionale. 

Segui in questa gallery la storia della Transiberiana e le mille curiosità che accompagnano questa linea ferroviaria che attraversa una miriade di culture, etnie, paesaggi, architetture e abitudini di vita.


COSTRUITA A PEZZI (E CON I CARCERATI). 
Il 31 marzo 1891, vicino a Vladivostok, il futuro zar Nicola II simbolicamente trasportò la prima carriola di sabbia, dando ufficialmente il via ai lavori. In realtà l’immane opera ingegneristica era già stata progettata a metà Ottocento e la sua costruzione iniziata anni prima, in varie zone della Russia. 
La linea fu realizzata, spesso in condizioni faticose e disumane, anche grazie all’impiego dei carcerati, condannati ai lavori forzati. Questi furono la stragrande maggioranza della forza lavoro che - nei momenti di maggiore impegno - arrivò a essere di circa 90.000 uomini.


PRIMA C'ERANO SOLO GLI ANIMALI. 
La linea Mosca Vladivostok venne completata nel 1904 e prevedeva il passaggio in territorio cinese, attraverso la Manciuria, giù fino a Pechino. Nel 1916, invece, venne completata la ferrovia che attraversava soltanto i territori russi: la ferrovia transiberiana si poteva dire completa. 
Prima del suo completamento tutti i trasporti attraverso la Russia, avvenivano con veicoli a trazione animale.


COME ANDARE SULLA LUNA.
I numeri della ferrovia transiberiana sono impressionanti: due continenti attraversati, ottantasette città, migliaia di ponti di cui sedici su alcuni dei fiumi tra i più grandi del mondo. Come scrive Danilo Elia nel capitolo “La storia della transiberiana” del libro “La bizzarra impresa” «Alla fine del diciannovesimo secolo era quella un’impresa paragonabile forse alla conquista della Luna: i binari correvano per territori impervi e spopolati, le città che toccavano erano poco più di paesetti con qualche migliaio di abitanti, l’Estremo Oriente russo era una terra di frontiera rude e inospitale».

La sua realizzazione richiese l'uso delle migliori tecniche costruttive dell’epoca e richiamò manodopera dai due continenti; partirono per la Transbajkalja anche una cinquantina di operai friulani specializzati nella costruzione di ponti e massicciate.


IL PERCORSO DALLO SPAZIO. 
Oggi la ferrovia transiberiana non segue più il percorso originale e prosegue anche oltre Vladivostok, fino al porto di Nakhodka, raggiungendo la cifra totale di 9.441 km di lunghezza. La sua costruzione ebbe un'importanza fondamentale nello sviluppo economico e militare della Russia e dell'Unione Sovietica. Ancora oggi, circa il 30% delle esportazioni russe passano su questa linea.


LENTA.  
Quando venne inaugurate la linea era a binario singolo per la maggior parte del suo sviluppo e questo comportava dei tempi di percorrenza lunghissimi, fino anche a 30 giorni. L'elettrificazione dell’intera linea ebbe inizio negli anni 60 ed è stata completata solo nel 2002; il raddoppio dei binari non è ancora terminato ed esistono ancora diversi colli di bottiglia a binario singolo. Però oggi il viaggio da Mosca a Vladivostok dura 7 giorni (soltanto).


 ORARI E FUSI. 
Curiosamente gli orari della ferrovia rispettano il fuso orario di Mosca, sia sul treno – che nel suo viaggio attraversa ben 7 fusi orari – sia nelle stazioni, dove gli orologi segnano l’ora di Mosca. Se una persona prende un treno da Vladivostok nel tabellone degli orari dovrà considerare il treno che parte sette ore prima rispetto all'orario preventivato. 
Nella foto, la stazione di Novosibirsk, in Siberia.


CLASSI. 
I treni della transiberiana hanno tre classi, 
la prima (con cuccette personali), 
la seconda ("kupe", con scompartimenti da 4 persone, assolutamente dignitosi) 
e la terza (platskartny", si viaggia in un unico scompartimento condiviso con una cinquantina di persone). Per i turisti sono in vendita pacchetti lusso che prevedono servizi extra sul treno ed escursioni lungo le città attraversate dalla ferrovia.


IL LAGO BAIKAL. 
Uno dei punti più suggestivi toccati dalla Transiberiana è il lago Baikal, un'immensa distesa d'acqua dolce situata nella Siberia meridionale che di inverno ghiaccia completamente e che in primavera, allo scioglimento dei ghiacci, offre questo spettacolo.
Il passaggio sulle rive del lago è stato uno sforzo ingegneristico notevole: sono stati costruiti 262 km di tunnel e numerosi ponti. Prima del completamento del tratto, nel 1916, d'estate i treni venivano caricati su appositi traghetti costruiti appositamente in Inghilterra; d'inverno i binari venivano posti sul lago ghiacciato.


 NIENTE ALTA VELOCITÀ. E TANTO FREDDO. 
Un tempo definita il “gioiello più bello degli zar”, la transiberiana resta un’esperienza di viaggio memorabile. Rappresenta il trionfo dell’uomo sulla natura perché attraversa alcune delle regioni russe geograficamente più impegnative (d'inverno le temperature scendono anche a - 60 °C) e meno popolate del mondo, ma anche più ricche di risorse e di paesaggi bellissimi. Con una velocità media di 60 km/h, i treni transiberiani e anche quelli della Transmongolica e Transmaciurana che si diramano da essa per arrivare nelle vicine Mongolia e Cina, non sono fatti per chi ama correre.


PENDOLARI. 
Oggi la Transiberiana viene utilizzata da milioni di russi per spostarsi dalle varie città attraversate dalla linea. Sono molto meno i passeggeri che prendono il treno per arrivare da Mosca a Vladivostok, Pechino (con la deviazione della Transmanciuriana) o Ulan Bator (con la deviazione della Transmongolica).

http://www.focus.it/cultura/storia/completamento-ferrovia-transiberiana-g

Roberto Ruga. TECNICHE IN PSICOANALISI. Le associazioni libere danno voce all’inconscio, a patto che la persona non ragioni troppo su ciò che dice, cavalcando il flusso di coscienza senza censurarsi o giudicarsi. E' allora che l'inconscio partorisce simboli. Questo è l’uomo ideale di FREUD e di JUNG: uno che parla, che esprime se stesso senza difese, senza restrizioni, che non è costretto a resistere al flusso della sua autenticità e delle sue visioni. Insomma, uno che non si nasconde, ma parla e immagina se stesso liberamente. Ecco l’etica implicita alla tecnica: per non essere parlati e agiti dagli altri, per non essere delle tristi marionette, bisogna parlare e parlare come si deve, cioè “ad arte”, non parlare solo razionalmente.


TECNICHE IN PSICOANALISI
Le associazioni libere danno voce all’inconscio, a patto che la persona non ragioni troppo su ciò che dice, cavalcando il flusso di coscienza senza censurarsi o giudicarsi. 
E' allora che l'inconscio partorisce simboli. 
Questo è l’uomo ideale di FREUD e di JUNG: 
uno che parla, che esprime se stesso senza difese, senza restrizioni, che non è costretto a resistere al flusso della sua autenticità e delle sue visioni. Insomma, uno che non si nasconde, ma parla e immagina se stesso liberamente. 
Ecco l’etica implicita alla tecnica: per non essere parlati e agiti dagli altri, per non essere delle tristi marionette, bisogna parlare e parlare come si deve, cioè “ad arte”, non parlare solo razionalmente.
Roberto Ruga

venerdì 9 dicembre 2016

L'albero della filosofia, dalle origini a oggi.

L'albero della filosofia, dalle origini a oggi.
Tutta la filosofia è come un albero", scandiva nel Seicento il buon Cartesio. 
E a questa massima devono essersi attenuti i curatori dell'"Albero della filosofia", 
un manifesto d'artista disegnato da Emiliano Maggi e curato da Marco Filoni e Antonio Gnoli (entrambi giornalisti culturali con formazione filosofica: il primo al settimanale pagina99, il secondo da sempre firma di Repubblica). 

Pubblicato dall'editore Atlantide (come anche i due "alberi" precedenti, dedicati alla letteratura italiana e quella americana), si presenta come manifesto dalle dimensioni 70 cm per 100 e sarà presentato in anteprima a Roma sabato 10 dicembre durante la Fiera "Più libri più liberi", alle ore 13, insieme al filosofo Giacomo Marramao.

Si tratta in definitiva di una sorta di "canone" che raccoglie quasi 250 opere della filosofia occidentale, dalle sue origini al 1999. E ritroviamo ovviamente i padri nobili di questa disciplina, dal pensiero greco delle origini che compare nelle radici (l'albero è composto da opere e, soltanto nelle sue radici, vi sono indicati i soli autori poiché questi non hanno lasciato scritti - allora come noto l'oralità era alla base della trasmissione dei saperi), sino agli autori che oggi andiamo ad ascoltare ai vari festival.

Come ogni selezione l'albero è frutto di una scelta, della decisione dei curatori di quali siano state le opere decisive e più importanti della storia. Naturalmente in questa scelta ha giocato un ruolo il gusto personale in equilibro con l'oggettività storiografia. Ecco allora che per il grande Aristotele i curatori hanno deciso di far figurare la Metafisica e non la sua Politica o l'Etica; andando verso l'alto spuntano poi i nomi poco noti di Al-Ghazali o quello di Al-Farabi con le loro opere. 

E più ci si avvicina al presente più ovviamente vien voglia di invocare il gioco delle assenze e delle presenze. Da opere ormai che nessuno legge più (per esempio Aden Arabia del francese Paul Nizan) sino ai cinici aforismi dello scrittore colombiano Nicolás Gómez Dávila; dal neuroscienziato Antonio Damasio col suo L'errore di Cartesio (un'opera che qualcuno potrebbe obiettare che compaia fra la "filosofia") allo psicologo Julian Jaynes con il suo libro Il crollo bicamerale e l'origine della coscienza. Insomma, non mancheranno le sorprese.



Disegnato da Emiliano Maggi e curato da Marco Filoni e Antonio Gnoli, un "canone" che raccoglie quasi 250 opere della filosofia occidentale

a cura di MARCO FILONI e ANTONIO GNOLI






http://www.repubblica.it/cultura/2016/12/06/news/albero_filosofico-153489231/




Passa sopra l'immagine per scoprire i dettagli dell'illustrazione 

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