giovedì 24 novembre 2016

Piergiorgio Odifreddi, “Dizionario della stupidità”.

Piergiorgio Odifreddi,  “Dizionario della stupidità”.

In sintesi
Siamo sicuri che il nostro modo di vivere segua una logica ben precisa? 
Secondo Piergiorgio Odifreddi no e ce lo dimostra con Abbecedario della stupidità. 
Imparare a leggere la più comune e pericolosa caratteristica umana. 
Lo scienziato scrittore smaschera la nostra quotidianità e la decompone, dimostrandoci come la nostra vita sia pervasa dalla stupidità che poi è l’accanirsi in cose senza senso. Anche Einstein, a cui Odifreddi si ispira sempre, era convinto della dimostrazione scientifica della stupidità dell’uomo che da quando ha imparato a leggere si è convinto della possibilità di poter trasformare le cose. 
Ma perché ostinarsi in questa lotta contro la natura? 
Il più lampante degli esempi è quello che ci vede in estate e in inverno, con condizionatore e riscaldamento, voler rovesciare l’andamento naturale di caldo e freddo e volerli trasformare. 

Con una serie di simili e divertenti esempi Piergiorgio Odifreddi ci porta a riflettere su una serie di comportamenti che quotidianamente teniamo e che sono invece frutto del non pensare sul serio, di voler trasformare il mondo a nostra immagine e somiglianza perché da quando abbiamo imparato a leggere pensiamo di essere padroni degli eventi. Non è così e a lungo andare sarà controproducente. La lampante evidenza scientifica della realtà ci viene così messa sotto gli occhi in Abbecedario della stupidità, un divertente trattato sull’umanità che fa riflettere. 

http://www.libreriauniversitaria.it/dizionario-stupidita-fenomenologia-non-senso/libro/9788817075763


Mentre Oltralpe l’etnologo Marc Augé,
ne "Le tre parole che cambiarono il mondo" immagina che il papa annunci:
«Dio non esiste» causando il crollo di molti Stati teocratici,
da quest’altra parte delle Alpi, il matematico Piergiorgio Odifreddi stila un caustico
"Dizionario della stupidità" dove la religione è additata come la prima causa.
Insieme all’ideologia politica e alla filosofia metafisica.
«Perché anch’essa è basata su un’idea di trascendenza
e ci impedisce di vedere la realtà per quella che è». [...]
Left (5/11/16)


Dizionario della stupidità.
"Il matematico Piergiorgio Odifreddi stila un caustico Dizionario della stupidità (Rizzoli) dove la religione è additata come la prima causa. Insieme all’ideologia politica e alla filosofia metafisica.
«Perché anch’essa è basata su un’idea di trascendenza e ci impedisce di vedere la realtà per quella che è».

In queste quasi quattrocento pagine lo scienziato torinese passa in rassegna molte “voci” che ci intontiscono.

Sfilano così abitudini, borsa, capitalismo, facebook, grande fratello, Tv e molto altro.

Ma mette a segno i suoi colpi migliori, gli aforismi più graffianti, quando parla di: al di là, apparizioni, Benedetto XVI, Bellarmino, ciarlatani, crocifisso, Dio, dittatura, dogmi, papa Francesco…

Per arrivare, in finale, a lasciare il segno di Zorro sulla veste accademica di Antonino Zichichi che il 19 gennaio del 1983 all’università de L’Aquila inscenò «la pantomima “Gesù di Nazareth e la ricerca scientifica”»..."



Ma che cos’è uno stupido?
Secondo Carlo Maria Cipolla, che ha scritto un famoso libretto intitolato Le leggi fondamentali della stupidità umana, lo stupido è chi causa un danno ad un’altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita. 
Cipolla identificava però altre tre categorie, disponendole assieme allo Stupido su un diagramma: 
lo Sprovveduto, l’Intelligente e il Bandito. 

L’idea era che non esistano né uomini perfettamente stupidi, sprovveduti o intelligenti né dei perfetti banditi, ma che le categorie siano fluide e la realtà sia più complessa. 

Ciò non toglie che ciascuno di noi tende ad assomigliare più all’una che all’altra categoria. 

Se Odifreddi non è uno stupido, non è neanche uno Sprovveduto, che per Cipolla è chi compie un’azione e ne ricava una perdita mentre nello stesso tempo procura un vantaggio a qualcun altro. 

Restano l’Intelligente e il Bandito. 
Il primo è chi compie un’azione dalla quale ottiene un vantaggio 
e nello stesso tempo procura un vantaggio anche a qualcun altro. 
Odifreddi vende e Rizzoli ne trae vantaggio: se tutto finisse lì, potremmo classificarlo tra gli intelligenti. Ma il fatto è che Odifreddi, oltre a creare un vantaggio per sé e per il suo editore (e forse si possono far coincidere questi due interessi), allo stesso tempo danneggia qualcun altro. Questo qualcun altro sono tutti quelli che in varie sedi – a scuola, all’università, in televisione, sui giornali – cercano di parlare di cose serie come Dante, Galileo e Darwin in modo semplice ed esatto, ma sono soprattutto i lettori di Odifreddi, i quali credendo di trovare nel Dizionario della stupidità un elenco di cose stupide delle quali ridere, trovano un catalogo di stupidaggini nelle quali rischiano di credere. E questa (chi compie un’azione dalla quale trae vantaggio causando una perdita a qualcun altro) è la definizione del Bandito.
http://www.leparoleelecose.it/?p=24626



Piergiorgio Odifreddi, Dizionario della stupidità,
per proteggersi dalle "scemenze della vita quotidiana".
Laico fervente, ha studiato prima dalle suore, poi dai preti: 
"Non erano niente male".

Se deve immaginare uno scenario politico peggiore di quello odierno, torna con la memoria alla stagione della Democrazia cristiana: "Anche se Giulio Andreotti – racconta – mi salvò da un pericoloso fermo in Unione Sovietica". Con l'Huffington Post, parla di banchieri da "mandare all'infermo", di politicamente corretto e Islam, della "superiorità" di Benedetto XVI sulla "banalità" di Papà Francesco, e di politica.

Odifreddi, nel suo dizionario c'è anche la voce: Matteo Renzi. Perché?
Se vogliono conquistare voti, 
i politici devono dire alle persone 
ciò che si vogliono sentir dire. 
Tendenzialmente, delle stupidaggini. 
E Matteo Renzi è l'erede perfetto di Berlusconi: 
il Cavaliere ha imparato a farlo cantando sulle navi, 
lui esordendo alla Ruota della fortuna.

Ma politicamente?
Renzi ha realizzato il programma berlusconiano,
andando addirittura oltre con il Jobs act,
che ha dissolto le tutele dello statuto dei lavoratori.


Dedica un lemma anche a Grillo.
Grillo ha iniziato a dire scemenze prima di cominciare a fare politica.
Per dire: sosteneva che l'AIDS era una bufala, che l'OGM ammazza, che le radiazioni dei cellulari cuociono le uova. Ma lui ci crede. È questa la grande differenza tra Grillo e un politico di professione: che il politico deve dire delle cretinate per racimolare voti, lui le dice per convinzione.

Eppure ha un gran consenso.
Non voglio dire che il suo pubblico sia fatto di deficienti. È una parola brutta.
Dico: ingenui. Ma rimane il fatto che sono persone che credono alle scie chimiche e fanno battaglie contro i detersivi. È la parte della società con meno mezzi culturali per giudicare.

Possibile che siano tutti così?
Bertrand Russell diceva che i politici hanno nei confronti degli elettori un vantaggio: che gli elettori sono più stupidi di loro. E giudicare Grillo, per me, è troppo difficile: mi è così distante che lo considero un minus habens. Quando lo sento, mi viene la pelle d'oca. Dicono che i suoi siano argomenti di pancia. Io fatico a considerarli proprio argomenti.

A Palermo, però, molte persone sono andate per ascoltarlo alla Festa nazionale dei 5 stelle.
Il novanta per cento delle persone è stupido. Quindi, considerato che siamo 60 milioni, in Italia ci sono almeno 54 milioni di stupidi: non credo ve ne siano di più a quella festa.

E gli altri dove vanno?
Vanno anche alle feste dell'Unità. Come si fa a pensare che dopo due anni di governo Renzi quella festa abbia un senso? Almeno, per decenza, cambiassero nome.

Non le sembra di sottovalutare? Il partito democratico governa il Paese, i Cinque stelle hanno conquistato due grandi città alle ultime elezioni.

C'è una differenza enorme tra le due città: a Torino, Chiara Appendino è il prodotto di ciò che i 5 stelle stessi chiamano poteri forti; a Roma, invece i poteri forti li hanno contro.

Può essere più esplicito?
Dietro Appendino c'è la Fiat. Appena aletta, John Elkan è subito corso a incontrarla. 
Viceversa, Virginia Raggi è dovuta recarsi in visita dal Papa.

C'è solo questa differenza tra le due?
No, Appendino ha le qualità per governare, Raggi le ha solo per vincere le elezioni.

Scrive: "E' venuto il momento di tornare a considerare i banchieri paria della società e reietti da Dio".

Nel Medio Evo, era considerato usuraio chiunque prestasse denaro, a qualsiasi tasso.
Oggi il fastidio per i banchieri è tornato a essere forte. Quando la gente vede i posti di lavoro che evaporano, le tutele che si dissolvono, e dall'altra gli aiuti di stato per tenere in vita istituti che hanno fallito, s'incazza.

Però è difficile vivere in un mondo senza banche.
Certo che si può vivere in un mondo senza banche.
Per metà del secolo scorso, l'Unione Sovietica ne ha fatto a meno.

Non è andata benissimo, però.
Non per quel motivo. Mi domando perché non si possano nazionalizzare le banche che vengono salvate. Perché è diventata una bestemmia?

In Europa, nazionalizzare è contrario alle regole dell'Unione.
È per questo che l'UE suscita l'astio dei suoi cittadini: perché è solo un'unione economica.

Nel suo libro, mostra di preferire Ratzinger a Papa Francesco. Perché?
Da ateo, con Benedetto XVI ho avuto un dialogo. 
Mi è interessato leggere le cose che scriveva, Ratzinger aveva una profondità di pensiero. 
La statura intellettuale Papa Francesco lascia perplessi. Quando parla, mi cadono le braccia. 
La misericordia, il vogliamoci bene, l'amore: sono cose talmente banali. 
Chi può essere contrario?

È facile criticare l'Islam allo stesso modo in cui lei, ora, ha fatto con il Cattolicesimo?
Penso che, in realtà, sia molto più facile criticare l'islam che il Cristianesimo.
Farlo, è politicamente corretto. Ci sono partiti politici che fanno propaganda sull'equazione musulmano uguale terrorista. E l'opinione pubblica è sempre sul chi va là.

Dimentica quello che è successo in Francia per le vignette di Charlie Hebdo su Maometto?

La diversità è che i cristiani non vengono sotto casa ad aspettarti se li prendi di mira con la satira.
Ma ricorda la parodia di Ratzinger fatta da Crozza? A un certo punto ha dovuto smettere di farla.
E potrei fare altri esempi. Nei risultati, non è molto diverso da quello che accade con l'Islam.

Lei è stato compagno di classe di Flavio Briatore.
Ha letto della polemica sul turismo al sud, secondo lui poco sensibile ai bisogni dei ricchi?

Non saprei dire se è così. So che con Briatore studiavo al geometra.
Lui fu bocciato al secondo anno, poi lasciò e fece una scuola privata per recuperare tutti gli anni in uno. Credo sia la dimostrazione che il detto popolare – "ultimi a scuola, primi nella vita" – è vero.

www.huffingtonpost.it/2016/09/25/odifreddi-dizionario-stupidita_n_12180056.html


Dizionario  della  stupidità





venerdì 18 novembre 2016

Mito di Krishna (Cristo). “Siamo o Sono?” Corrado Malanga e la Grande Egregora della Separazione

“Siamo o Sono?” 
Corrado Malanga e la Grande Egregora della Separazione.

[...] Separazione, 
Malanga ne fa un racconto meraviglioso, 
utilizzando il modello caratteristico della cultura Indu:


“Nell’istante in cui la coscienza decide di creare la virtualità per fare l’esperienza, crea cioè fa, e nel fare si manifesta, diviene evidente appunto, con la creazione, dal nulla, di un fotone e di un anti fotone, ripetendo lo stesso atto infinite volte. I due oggetti si riuniranno assieme in molti modi creando il tutto dal nulla. 

Ma nell’istante in cui la prima separazione accade, nell’istante in cui si crea la dualità, necessaria per esperienziarsi, la coscienza si chiede se ha fatto la cosa da farsi. [...]

La Creazione procede con Shiva e Vishnu quali simboli del primo duale virtuale. 

La Coscienza vede che i due creatori creati sono perplessi poiché sanno che il loro percorso ha una scadenza e, tale situazione, all’interno della virtualità in cui essi sono calati, li rattrista.  [...]

Essi non sono eterni ma immortali e, terminato il loro percorso, dopo aver acquisito la consapevolezza, si spegneranno per ritornare nell’Uno. [...]

In poche parole, la Coscienza fa la stessa cosa che fa ora, quando entra nei nostri contenitori per capire cosa sta accadendo nella dimensione materiale delle cose.  [...]

E’ nel mito raccontato che il dio si fa uomo e “scende” nel nostro mondo, per fare l’esperienza dell’uomo stesso. Poi il mito verrà stravolto nella sua originale interpretazione e diverrà non un atto di acquisizione di consapevolezza, da parte di tutti noi, che abbiamo deciso di fare l’esperienza della vita in 3 dimensioni, ma si trasformerà in un atto di finto eroismo divino, apparentemente teso a salvare un uomo che non aveva minimamente chiesto di essere salvato, nel tentativo di riportarlo a forza in cielo.  [...]

L’ultima beffa è rappresentata dunque dal mito di Krishna (Cristo);  [...] I due creatori Shiva e Vishnu, nell’istante in cui la Coscienza, per fare l’esperienza della separazione cioè per viverla, si mette a loro disposizione, hanno la possibilità di manipolare essi stessi, la Creazione. 
Dividono così la Coscienza in 3 parti, creando la triade di anima, mente e spirito. 
In quell’istante, le 3 parti divise provano l’idea della separazione dal Sé ed acquisiscono la netta sensazione di una esperienza dolorosa. 
E’ in questo momento che anima, divenuta duale, comprende che separare significa creare barriere, vede le altre parti di Sé allontanarsi da sé e ne ha paura e smarrimento. 

In questo istante viene descritto il mito dell’idea che esistano 2 tipologie divine: il dio vero e mai nato che crea dal nulla che, nel nostro racconto, viene recitato dalla Coscienza e gli dei di seconda generazione, creati dal primo che invece, per creare ulteriormente, usano qualcosa di già esistente e lo modificano solamente. Questi 2 dei sono Shiva e Vishnu e, a scendere, tutti coloro che hanno operato divisioni più marcate all’interno della originaria virtualità. 

Brahma Vishnu Shiva.
Tutto il percorso simbolico del CAMMINO DELLA TRIADE sarà impiegato nel ritrovare le parti separate del Sé originale e comprendere che ciò significa sconfiggere la dualità nel virtuale. 

La separazione da origine alla barriera che è la rappresentazione dell’inganno, dietro la quale si cela. 
Non è dunque vero che dio punisce l’uomo per le sue malefatte e poi lo ri perdona ma è vero che è l’uomo che decide di staccarsi da Lui poiché non solo non ha commesso nessuna colpa, in quanto le colpe non esistono, essendo la rappresentazione di un concetto duale ma non ha, di conseguenza, nemmeno il bisogno di essere perdonato per qualcosa di mai commesso. 

I patti che sono stati fatti non sono validi perché in primis ottenuti con l’inganno, tenendo all’oscuro parti della coscienza umana, della loro vera identità ma in secondo luogo perché il patto, per definizione, è una specie di contratto e nel contratto ci devono essere 2 firmatari in accordo tra loro. 

Il patto che gli dei fanno con l’uomo è voluto solo dagli dei, in quanto unilaterale e, nel mito, non esiste traccia di un accordo bilaterale. La vecchia e la nuova alleanza appaiono, anche nel mito, che rappresenta la reale fotografia della virtualità atemporale, solo un atto di imposizione unilaterale.  

[...] la Coscienza [...] scopre che la sofferenza della solitudine è propria della parte che è stata separata dal Tutto, mentre il Tutto non sente separazione. 

[...] Ora, la Triade può riunirsi in una Coscienza Consapevole, abbattendo le barriere interne all’essere umano, la parte femminile del Sè può unirsi a quella maschile, rendendo il rapporto tra maschio e femmina, fonte di amore trascendentale, fonte dell’energia necessaria per ottenere il processo di fusione e divenire Uno. 

Per evitare mis-interpretazioni della parola “amore” dobbiamo soffermarci sul fatto che questa parola non ha nulla a che vedere con l’amore tra parenti o con il coniuge o per una pianta od un animale od una altra qualsiasi forma di esistenza. 

Non ha altresì nulla a che vedere con la sessualità: 
nulla che possa far ricordare l’Heros o l’Agape dei miti greci cioè amore erotico di un uomo per una donna o l’amore che gli dei avrebbero per l’uomo. 

I due tipi di amore sono legati infatti ad una idealizzazione inesistente di una necessità. 

Heros è la necessita che un uomo ha di essere amato da un altro essere essendone, per definizione, ricambiato. 

Agape è l’amore che, sempre per definizione, dio rivolge alle sue creature, senza volere niente in cambio. 

[...] Il secondo tipo di amore è una colossale fregatura da parte degli dei che fanno finta di amarti, facendoti credere che stiano colmando il tuo bisogno di non essere solo ma, quella solitudine, l’hanno creata loro stessi quando hanno staccato dalla coscienza, anima, mente e spirito. Hanno dunque creato un bisogno inesistente e lo hanno poi fintamente colmato, creando anche in questo caso, un rapporto di dipendenza e di sudditanza. [...] 

Nell’istante in cui la parte femminile dell’universo si unisce a quella maschile, non solo si abbatte la penultima barriera del duale primordiale ma la realtà virtuale e quella reale divengono Uno, azzerando la distanza tra mappa e territorio, arrivando ad ottenere la totale comprensione del Sé Cosmico. 

Al di fuori di spazio e tempo, che non esistono più, la Coscienza Consapevole, rinasce da se stessa a nuova vita: IL MATRIMONIO alchemico fra creatore e creato, fra realtà reale e virtuale [...]
 http://allediecidellamattina.altervista.org/corrado-malanga-la-grande-egregora-della-separazione/


mercoledì 16 novembre 2016

Aldo Carotenuto, Identità e ipseità. Il principium individuationis. Carl Gustav Jung - Principio di Individuazione.

Aldo Carotenuto, Identità e ipseità. Il principium individuationis
BY GABRIELLA

Aldo Carotenuto, Trattato di psicologia della personalità, 
Milano, Raffaello Cortina Editore, 1991, pp. 242-251.

[O]gni lavoro psico­logico [è] un compito interminabile. 
In questo secondo me si cela il fascino della psicologia del profondo: la psiche non è mai statica ma è un elemento continuamente cangiante, come la vita stessa, del resto. Infatti, solo la rigidità, psichica e fisica, è morte. È per questo moti­vo che utilizziamo la felice espressione di psicologia dinamica, una definizione assai più pregnante rispetto al termine psicoanalisi o psicologia analitica, perché corrisponde alla realtà della psiche, che è dynamis, movimento. Rimanda quindi a una concezione del­l’uomo come essere in continua evoluzione: il che rappresenta la nostra più grande libertà al confronto di un’esistenza legata al destino, il passato o a un’immodificabile eredità genetica.
[…]

Principium individuationis: una teleologia dell’esistenza


Carl Gustav Jung
È spontaneo a questo punto chiedersi quale possa essere la via per conquistare un certo margine di libero arbitrio rispetto ai condi­zionamenti interni ed esterni. 

Il tema costituisce il punto cardine della teoria di Jung: 
nel suo concetto di inconscio è insita l’idea di una pulsione alla realizzazione della personalità individuale, per cui l’uomo è naturalmente proteso a emanciparsi dai valori collettivi e quindi a conquistare una sua soggettività. A tale processo Jung dà il nome di individuazione. 

Sono parte integrante di questo modello tutti gli altri concetti junghiani che abbiamo già avuto modo di trat­tate, anzi possiamo affermare che l’individuazione è il contenitore teorico che racchiude, organizza, e dirige in una dinamica finalistica le dìverse parti del sistema junghiano.

Il termine risale a Gerard Dorn, un alchimista del sedicesimo secolo. 
Ma Jung lo mutuò da Schopenhauer, che parlava appunto di un principium individuationis. 

Nella prima definizione che Jung ne diede in Tipi psicologici (1921) 
sono evidenziati i seguenti aspetti: 
l’individuazione ha come meta lo sviluppo della personalità; 
comporta un certo grado, di opposizione alle norme sociali ma non im­plica per questo l’isolamento sociale o il disadattamento rispetto ai valori collettivi. 

Scrive Jung a tale proposito:
Per evitare equivoci bisogna distinguere tra individualismo e indivi­duazione. 

L’individualismo è un mettere intenzionalmente in rilievo le proprie presunte caratteristiche in contrasto coi riguardi e gli obblighi collettivi. 

L’individuazione, invece, è un migliore e più completo adempimento delle finalità collettive dell’uomo, in quanto il tener sufficientemente conto delle caratteristiche dell’individuo lascia sperare una funzione sociale migliore che se le caratteristiche vengono trascurate o represse […]. 

"Ogni volto umano ha un naso, due oc­chi ecc. ma questi fattori universali sono variabili, ed è questa varia­bilità che rende possibili le caratteristiche individuali. Il termine individuazione può quindi indicare soltanto un processo psicologico che adempie finalità individuali date, 
ossia che fa  dell’uomo quel determinato essere singolo che è. Individuandosi, l’uomo non diventa “egoista” nel senso usuale della parola, ma si conforma unicamen­te a una sua peculiarità: il che, come ho detto, è ben diverso dall’egoismo o dall’individualismo" 
[Jung, 1928, p. 173].


La personalità si modella sulla base di un patrimonio genetico ereditato e attraverso l’influenza di potenti condizionamenti am­bientali. Per Jung la realizzazione della personalità non è solo un processo di sviluppo, ma anche un processo di decondizionamento da tutto ciò che rende ben adattati e integrati in una collettivi, è un tendere all’unicità dell’essere.

La sua petizione di principio è che l’uomo conserva in sé una ma­trice originaria di forza, di originalità e creatività, ed è proprio il di­spiegamento di questo nucleo originario à realizzare la nostra indivi­dualità. 

L’individuazione è pertanto un lavoro psicologico di recu­pero e di sviluppo della propria matrice individuale. Se non esistes­se questa tendenza la vita non sarebbe altro che un’esistenza brutale, indifferenziata, del tutto animale, come lo è purtroppo per la maggior parte delle persone, che non sospettano neppure che dietro a loro maschera evoluta si compie il tradimento di un autentico Sé, soffocato dagli atteggiamenti e dai valori della coscienza collettiva.

Come scrive Jung:
"L’individuazione non ha altro scopo che di liberare il Sé, per un lato dai falsi involucri della Persona, per l’altro dal potere suggestivo delle immagini inconsce [Jung, 1928, p. 174].

Il termine individuo significa “non diviso”, pertanto l’individuazione indica il processo per cui la persona diventa se stessa, un essere umano intero, inscindibile e differenziato dalla psiche collettiva conscia e inconscia.

La psichiatria dinamica del Settecento e dell’Ottocento, alle prese ton la vasta e straordinaria fenomenologia di personalità multiple e alternanti, aveva rilevato il carattere conflittuale della personalità umana, attraversata da una fondamentale scissione, quella appunto tra coscienza e inconscio. 

Fu il concetto di difesa introdotto da Freud 
a giustificare sul piano teorico i fenomeni della scissione. 

In nessun momento, nemmeno quando sembra che stia agendo un’istanza co­sciente e razionale, si può misconoscere l’influenza dell’inconscio sul nostro comportamento. Prendere coscienza di questa forza occulta è il primo passo per depotenziare l’aspetto distruttivo dell’inconscio, e in tal modo contenere quei meccanismi che ci dominano, inibendo la personalità e boicottando i nostri progetti.

Fin tanto che perdura la rimozione, la personalità è identificata in maniera unilaterale con l’Io cosciente, che arroccato in una posizione egocentrica gode di una falsa autonomia, essendo in realtà agito dalle immagini, dalle pulsioni, dai complessi della psiche inconscia. 

Nel momento in cui si avvia il processo di evoluzione della personalità individuale la coscienza entra in rapporto con il mondo inconscio, relativizzando quindi tutti gli orientamenti, le identificazioni, gli atteggiamenti dell’Io rispetto a una dimensione di alterità che si fa strada dalla psiche profonda. 

La personalità sposta quindi il  suo centro: 
l’Io è pur sempre il mediatore tra mondo interno e mondo esterno, ma è sostenuto da difese meno primitive della scissione e della negazione ed è ora orientato al raggiungimento della totalità psichica, ovvero all’integrazione delle varie componenti del­la psiche conscia e inconscia, ciò che in termini junghiani si definisce attivazione dell’archetipo del Sé. 

Scrive Galimberti:
Occorre non confondere l’identità con l’ipseità, l’idem con l’ipse, l’Io col Sé. 

Per sottile che sia, la traccia linguistica, che ancora conserva la memoria della grande differenza, va approfondita. La sua debolezza non deve trarci in inganno, perché sotto l’apparente sino­nimia di due parole si cela la più grande delle differenze, quella tra l’uomo e Dio. […] 

Il termine Sé è stato impiegato di frequente nelle teorie della personalità. […] 
Il significato che gli attribuisce Jung è originale e va nettamente diversificato dal senso del termine che si può riscontrare negli autori postfreudiani. […]

Per Jung il Sé è un concetto empirico, non una convinzione filosofìca o religiosa, il principio creativo e unificante della personalità umana, l’archetipo a cui si attribuisce il massimo potenziale espressi­vo dell’individuo e il raggiungimento della totalità psichica.

Il Sé non è soltanto il punto centrale – scrive Jung – ma anche l’estensione che comprende la coscienza e l’inconscio; è il centro di questa tota­lità come l’Io è il centro della coscienza 
[Jung, 1944].

Dal momento che il Sé è l’immagine della totalità, l’Io non potrà mai integrarlo completamente nei confini limitati della sua coscienza. È chiaro dunque che la realizzazione del Sé è un’idea utopica, si tratta co­munque di una linea di tendenza verso una meta ideale, un proces­so inesauribile che impegna l’intera esistenza umana. Pertanto, l’in­dividuazione non è altro che questa interminabile interazione tra l’Io e il Sé, all’interno della quale si esprime il significato individuale di ogni esistenza.

In quanto totalità il Sé non è soltanto portatore del bene ma an­che del male, ovvero dell’Ombra archetipica; è una forza determi­nante priva di coscienza; le decisioni etiche vengono lasciate all’uomo” [Samuels et al., 1986, p. 155].

Questa proposizione è di fondamentale importanza, perché in es­sa viene ribadito il ruolo attivo e decisionale dell’Io cosciente; quin­di non bisogna confondere una creativa adesione con la sottomissio­ne all’archetipo del Sé. 

“I simboli del Sé spesso possiedono una qua­lità numinosa e trasmettono un senso di necessità che dà loro una priorità trascendente nell’ambito della vita psichica. Essi sono porta­tori dell’autorevolezza di un’immagine di Dio” (ibidem).

[…] Le polarità di be­ne e di male, di umano e divino, di libertà e relazione, di solitudine e comunione, di femminile e maschile, e così via, sono le coppie archetipiche con cui ogni esistenza deve confrontarsi coscientemente, a meno di non aderire pienamente ai valori collettivi, il che costitui­sce per Jung il vero fallimento dell’esistenza umana, intesa come compimento dell’individualità.

Considerazioni conclusive
[…] l’i­dea di un centro della personalità è universale e ha origini antichis­sime, come si può verificare dalla sterminata fenomenologia mitolo­gica e religiosa di tutte le culture. 

[…] Non si può capire fino in fondo il significato dell’Om­bra se non si patisce la potenza della sua distruttività, come non si può accederò al concetto di Anima senza averne fatto dolorosa esperienza nelle nostre relazioni amorose. Allo stesso modo, si ri­marrà scettici e distaccati quando parliamo del rapporto Io-Sé come metafora del rapporto uomo-Dio. 

[…]  La storia di un rapporto con l’inconscio non inizia soltanto attra­verso l’analisi personale ma anche tenendo un semplice diario, op­pure con la sistematica trascrizione dei sogni. 

Le persone che si as­sumono questo impegno sono più frequenti di quanto si creda, e la loro raccolta dura spesso per moltissimi anni, dopo essere iniziata in seguito a un evento particolare. Questo può essere un primo modo di accogliere il mondo interiore: leggendo i sogni in progressione si individuano già alcuni aspetti salienti della personalità inconscia. 

Nell’ottica junghiana è, infatti, molto importante inserire i sogni nella totalità del loro libero fluire nel tempo, poiché ciò permette di ve­dere un’evoluzione nelle immagini interne dell’Ombra, dell’Anima ecc.  […].

http://gabriellagiudici.it/aldo-carotenuto-psicologia-dinamica-e-principium-individuationis/

Il termine moralità si presenta come un vocabolo piuttosto generico all’orecchio comune, indicando soltanto il fatto che la condotta di un individuo possa conformarsi o meno a determinati canoni o standard. La moralità gode, quindi, di una duplice natura: Da un lato si caratterizza come dimensione universale per la priorità che esercita nel giudizio sociale, ma dall’altro, proprio per l’autonomia data al singolo individuo nella “conoscenza del bene e del male,” si connota per la sua specificità individuale.

Che Cosa Significa “Moralità”? 
Differenze individuali legate all’ideologia politica.

Una peculiarità degli esseri umani sembra essere la dimensione morale, caratteristica di primaria importanza anche nel giudizio sociale. Tuttavia, il termine moralità si presenta come un vocabolo piuttosto generico all’orecchio comune, indicando soltanto il fatto che la condotta di un individuo possa conformarsi o meno a determinati canoni o standard. La moralità gode, quindi, di una duplice natura: Da un lato si caratterizza come dimensione universale per la priorità che esercita nel giudizio sociale, ma dall’altro, proprio per l’autonomia data al singolo individuo nella “conoscenza del bene e del male,” si connota per la sua specificità individuale. 

Rappresentativa del secolare dibattitto filosofico sul tema è senz’altro la lapidaria affermazione del filosofo Kant “Il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me” 
Kant, 2012.


Scritto da Luciana Carraro, Paolo Negri & Andrea Bobbio

http://it.in-mind.org/article/che-cosa-significa-moralita-differenze-individuali-legate-allideologia-politica

martedì 15 novembre 2016

Nietzsche. E che? l'uomo è soltanto un errore di Dio? Oppure Dio è soltanto un errore dell'uomo?

E che? l'uomo è soltanto un errore di Dio?
Oppure Dio è soltanto un errore dell'uomo?
Nietzsche, Il crepuscolo degli dei


La Chiesa é esattamente ciò contro cui Gesù predicò
e contro cui insegnò ai suoi discepoli a combattere.
Nietzsche , La volontà di potenza







La decisione cristiana di trovare il mondo brutto e cattivo, 
ha reso brutto e cattivo il mondo. 
Nietzsche , La gaia scienza 


Dio è morto; a causa della sua compassione per gli uomini è defunto Iddio.
Nietzsche , Così parlò Zarathustra




E' già da molto tempo che gli antichi dei finirono:
e, invero, ebbero una buona e lieta fine da dei!
Essi non trovarono la morte nel crepuscolo,
questa è la menzogna che si dice!
Piuttosto: essi risero una volta da morire,
fino a uccidere se stessi!
Questo accadde,
quando la più empia delle frasi fu pronunciata
da un dio stesso, questa:
Vi è un solo dio!
Non avrai altro dio accanto a me !
Un vecchio dio barbuto e burbero,
un dio geloso trascese a questo modo:
e allora tutti gli dei risero
e barcollarono sui loro seggi e gridarono:
Ma non è proprio questa la divinità,
che vi siano dei ma non un dio ?
Chi ha orecchi intenda.
Nietzsche , Così parlò Zarathustra 


In me l'ateismo non é nè una conseguenza, 
nè tanto meno un fatto nuovo: esso esiste in me per istinto. 
Sono troppo curioso, troppo incredulo, 
troppo insolente per accontentarmi di una risposta così grossolana. 
Dio é una risposta grossolana, un'indelicatezza contro noi pensatori: 
anzi, addirittura, non é altro che un grossolano divieto contro di noi: 
non dovete pensare! 
Nietzsche, Ecce homo


Potrei credere solo a un dio che sapesse danzare.
E quando ho visto il mio demonio,
l' ho sempre trovato serio, radicale, profondo, solenne:
era lo spirito di gravità, grazie a lui tutte le cose cadono.
Non con la collera, col riso si uccide.
Orsù, uccidiamo lo spirito di gravità.
Ho imparato ad andare: da quel momento mi lascio correre.
Ho imparato a volare:
da quel momento non voglio più essere urtato per smuovermi.
Adesso sono lieve, adesso io volo,
adesso vedo al di sotto di me,
adesso è un dio a danzare,
se io danzo.
Nietzsche, Così parlò Zarathustra



https://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=13&cad=rja&uact=8&ved=0ahUKEwipxtyF1KvQAhXpDsAKHZUrCSI4ChAWCCQwAg&url=http%3A%2F%2Fwww.filosofico.net%2Fnie2.htm&usg=AFQjCNGwzJRRBGhEHmyIsKlFWudUSYpRag&sig2=NT4g_sFGxDV-vRcci5Q5Pw&bvm=bv.138493631,d.d24

lunedì 14 novembre 2016

Eugenio Montale. Auto da fé. Tutto fa pensare che l'uomo d'oggi sia più che mai estraneo vivente tra estranei, e che l'apparente comunicazione della vita odierna − una comunicazione che non ha precedenti − avvenga non tra uomini veri ma tra i loro duplicati.





Auto da fè è una dichiarata polemica contro gli aspetti involutivi della modernità, contro la nuova barbarie del consumismo; 
  • della massificazione culturale; 
  • della mercificazione dell'arte; 
  • della meccanizzazione della vita 
  • e della reficazione dell'uomo. 
  • Montale denuncia la fine dell'antropocentrismo; 
  • l'alienazione; 
  • il trionfo dell'immagine sulla parola scritta. 

Chiama incapacità di volere e di sentire quel vuoto interiore generato dal "mercato del nulla", dalla mancanza di ideali e di valori. Montale profeticamente annuncia la fine della libertà in un mondo dominato e controllato dai mass media dove la teologia del progresso scientifico e tecnico ha garantito la vittoria dell'homo faber sull'homo sapiens.




« Un auto da fé (atto di fede o meglio «della fede») è per me la presente raccolta di scritti pubblicati in due tempi diversi e separati da un lungo intervallo. Naturalmente, il tempo cronologico non sempre coincide col tempo psicologico. E così è potuto accadere che un saggio del ’56 sia entrato nella prima parte; mentre restano in una collocazione intermedia, e hanno funzione di cerniera, pochi brani del ’46--’47. E quanto al titolo: se il lettore volesse intenderlo nell’accezione più nota, sappia che io sono d’accordo con lui perché licenziando queste cronache ho l’impressione di buttarle nel fuoco e di liberarmene per sempre. »
Eugenio Montale, Auto da fé - 1ª ed. originale, giugno 1966


Tutto fa pensare che l'uomo d'oggi sia più che mai estraneo vivente tra estranei, e che l'apparente comunicazione della vita odierna − una comunicazione che non ha precedenti − avvenga non tra uomini veri ma tra i loro duplicati.
Eugenio Montale, Auto da fé, 1966


La vita deve essere vissuta, non pensata, 
perché la vita pensata nega se stessa e si mostra come un guscio vuoto. 
Bisogna mettere qualche cosa dentro questo guscio, non importa che cosa.
Eugenio Montale, Auto da fé, 1966


“Gente che si chiede sempre come impiegare il tempo, 
gente eternamente in lotta con la noia. 
Dolore autentico, nel senso antico, 
e non il moderno spleen dev'essere la loro noia; 
incapacità di sopportarsi, 
non perché si trovino di fronte 
a un loro odioso alter ego, 
ma perché posti in faccia al nulla assoluto.”
 Eugenio Montale, Auto da fé, 1966


L'uomo dell'avvenire dovrà nascere fornito di un cervello 
e di un sistema nervoso del tutto diversi da quelli di cui disponiamo noi, 
esseri ancora tradizionali, copernicani, classici.
 Eugenio Montale, Auto da fé, 1966




traccia della prima prova dell'esame di Stato del 2012, 
che riguardava un brano in prosa di Eugenio Montale, 
corredato da una serie di domande di comprensione, 
analisi ed interpretazione personale. Questo è il testo su cui lavoreremo: 
Ammazzare il tempo di Eugenio Montale, da Auto da Fé. 
Cronache in due tempi, Il Saggiatore, Milano 1966.

Il problema più grave del nostro tempo non è tra quelli che si vedono denunziati a carattere di scatola nelle prime pagine dei giornali; e non ha nulla in comune, per esempio, con il futuro status di Berlino o con l'eventualità di una guerra atomica distruggitrice di una metà del mondo. 
Problemi simili sono d'ordine storico e prima o poi giungono a una soluzione, sia pure con risultati spaventosi. Nessuna guerra impedirà l'umanità futura di vantare ulteriori magnifiche sorti nel quadro di una sempre più perfetta ed ecumenica civiltà industriale. Un mondo semi distrutto che risorgesse domani dalle ceneri, in pochi decenni assumerebbe un volto non troppo diverso dal nostro mondo d'oggi. Anzi, oggi è lo spirito di conservazione che rallenta il progresso. Qualora non ci fosse più nulla da conservare il progresso tecnico si farebbe molto più veloce. Anche l'uccisione su larga scala di uomini e di cose può rappresentare, a lunga scadenza, un buon investimento del capitale umano. Fin qui si resta nella storia. Ma c'è un'uccisione, quella del tempo, che non sembra possa dare frutto. Ammazzare il tempo è il problema sempre più preoccupante che si presenta all'uomo d'oggi e di domani.
Non penso all'automazione, che ridurrà sempre più le ore dedicate al lavoro. 
Può darsi che quando la settimana lavorativa sarà scesa da cinque a quattro o a tre si finisca per dare il bando alle macchine attualmente impiegate per sostituire l'uomo. Può darsi che allora si inventino nuovi tipi di lavoro inutile per non lasciare sul lastrico milioni o miliardi di disoccupati; ma si tratterà pur sempre di un lavoro che lascerà un ampio margine di ore libere, di ore in cui non si potrà eludere lo spettro del tempo.
Perché si lavora? 
Certo per produrre cose e servizi utili alla società umana, ma anche, e soprattutto, per accrescere i bisogni dell'uomo, cioè per ridurre al minimo le ore in cui è più facile che si presenti a noi questo odiato fantasma del tempo. Accrescendo i bisogni inutili, si tiene l'uomo occupato anche quando egli suppone di essere libero.
“Passare il tempo” dinanzi al video o assistendo a una partita di calcio non è veramente un ozio, è uno svago, ossia un modo di divagare dal pericoloso mostro, di allontanarsene. Ammazzare il tempo non si può senza riempirlo di occupazioni che colmino quel vuoto. E poiché pochi sono gli uomini capaci di guardare con fermo ciglio in quel vuoto, ecco la necessità sociale di fare qualcosa, anche se questo qualcosa serve appena ad anestetizzare la vaga apprensione che quel vuoto si ripresenti in noi.

Eugenio Montale (Genova, 1896 – Milano, 1981) è noto soprattutto come poeta. 
Merita però di essere ricordato anche come prosatore. 
Lo stesso Montale raccolse in Farfalla di Dinard (prima ed. 1956) e Auto da fé (prima ed. 1966) scritti in prosa apparsi in precedenza su giornali e riviste. Il brano che si propone è tratto da un testo pubblicato originariamente nel “Corriere della Sera” del 7 novembre 1961.
Dopo averci fornito delle minime informazione bio-bibliografiche sul nostro autore, 
la consegna della prova d'analisi letteraraia ci chiede quanto segue:
1. Comprensione del testo
Riassumi tesi e argomenti principali del testo.
2. Analisi del testo
2.1 Quali sono i problemi risolvibili secondo Montale?
2.2 Spiega il significato che Montale attribuisce all'espressione “ammazzare il tempo”.
2.3 Perché si accrescono i “bisogni inutili” e si inventeranno “nuovi tipi di lavoro inutile”?
2.4 Noti nel testo la presenza dell'ironia? Argomenta la tua risposta.
2.5 Esponi le tue osservazioni personali in un commento di sufficiente ampiezza. 
3. Interpretazione complessiva e approfondimenti

Sulla base dell'analisi condotta, ricerca la “visione del mondo” espressa nel testo e approfondisci la ricerca con opportuni collegamenti ad altri testi di Montale. Alternativamente, soffermati sul grado di attualità/inattualità dei ragionamenti di Montale sul lavoro e sul tempo.

Il testo è già in prosa, quindi per fortuna non c'è bisogno di farne la parafrasi. 
Passiamo direttamente al riassunto della tesi e degli argomenti principali: 
per prima cosa cerchiamo nel brano i concetti chiave. 
Eccone alcuni (in grassetto nel testo sopra riportato):

1) “Il problema più grave del nostro tempo non è tra quelli che si vedono denunziati a carattere di scatola nelle prime pagine dei giornali”;
2) “Nessuna guerra impedirà l'umanità futura di vantare ulteriori magnifiche sorti nel quadro di una sempre più perfetta ed ecumenica civiltà industriale”;
3) “Ma c'è un'uccisione, quella del tempo, che non sembra possa dare frutto. Ammazzare il tempo è il problema sempre più preoccupante che si presenta all'uomo d'oggi e di domani”;
4) “Si tratterà pur sempre di un lavoro che lascerà un ampio margine di ore libere, di ore in cui non si potrà eludere lo spettro del tempo”;
5) “Perché si lavora? [...] Soprattutto, per accrescere i bisogni dell'uomo, cioè per ridurre al minimo le ore in cui è più facile che si presenti a noi questo odiato fantasma del tempo”;
6) “Passare il tempo [...] è un modo di divagare dal pericoloso mostro, di allontanarsene. [...] E poiché pochi sono gli uomini capaci di guardare con fermo ciglio in quel vuoto, ecco la necessità sociale di fare qualcosa”.
Fatto questo, possiamo riscriverli in forma diversa, indicando che si tratta del pensiero dell'autore. Ecco come potremmo procedere: 
1) Nel brano analizzato, Eugenio Montale spiega che i principali problemi della società moderna non sono quelli indicati nei giornali, e neppure il rischio di una guerra nucleare. Ciascuno di essi, afferma l'autore, non potrà in alcun modo impedire il destino della civiltà industriale, che è quello di un progresso sempre più perfetto. Civiltà che Montale descrive addirittura come “ecumenica”. Al contrario, un problema per cui non sembra esserci soluzione è quello del tempo, o più esattamente dell'”ammazzare il tempo”. Con questo concetto Montale intende [...]
In questa domanda ci converrà anche spendere qualche parola per descrivere lo stile del brano:
Lo stile utilizzato dall'autore è funzionale al mezzo di comunicazione utilizzato. Il brano è un articolo di giornale, e per questo Montale ha utilizzato un registro – appunto – giornalistico: secco e ricco di frasi brevi. Va anche sottolineata la natura fortemente ironica del testo, che riduce persino l'eventualità di una guerra nucleare a un problema tutto sommato trascurabile; è piuttosto la difficoltà di ammazzare il tempo [...]
La seconda parte costituisce l'analisi del testo vera e propria, e consiste nel rispondere a cinque domande. Per farlo andiamo a cercare nel brano di Montale le parti che ci interessano. Un punto importante da ricordare è che verremo valutati per la nostra capacità di fornire in maniera esatta le informazioni che ci vengono chieste. Attenzione infatti: scopo delle domande non è certo mostrare che sappiamo tutto di Montale o riempire il foglio di dettagli fuori tema. Rispondere alle domande è poi più facile se abbiamo già riassunto il contenuto del brano, in cui (anche se molto in breve) c'è già tutto ciò di cui parleremo più avanti. Ecco come potrebbero iniziare le risposte ad ogni singolo quesito:
2.1) Nel brano viene spiegato che ad essere risolvibili sono i problemi che ogni giorno vengono denunciati a caratteri cubitali sui quotidiani, fra cui anche il pericolo di una guerra nucleare. Questo perché, secondo Montale [...]
2.2) L'autore assegna all'espressione “ammazzare il tempo” un significato specifico: egli intende cioè il modo in cui impiegare le ore libere della propria giornata che, a causa dell'industrializzazione, diventano sempre di più e [...]
2.3) I bisogni inutili vengono accresciuti perché con essi aumenta, di pari passo, il tempo a disposizione dell'uomo. Più tempo libero, dunque, che come scrive Montale è necessario riempire “dinanzi al video o assistendo a una partita di calcio” [...]
2.4) L'ironia è senza dubbio presente nel testo dell'autore, anche se in forma implicita, sottile. Essa non viene mai dichiarata, ma emerge nel momento in cui si legge che “anche l'uccisione su larga scala di uomini e di cose può rappresentare, a lunga scadenza, un buon investimento del capitale umano”. Con questo Montale intende dire che [...]
L'ultima domanda ci chiede di proporre delle nostre osservazioni personali. È un punto più delicato, in cui possiamo scrivere se siamo o meno d'accordo con quello che dice l'autore e perché:
2.5) I problemi sottolineati da Montale possono essere affrontati da due punti diversi. Da un lato non c'è nessun dubbio che il tempo libero a disposizione delle persone è andato via via aumentando, insieme allo sviluppo delle civiltà industriali moderne. In questo senso l'autore coglie un punto essenziale. D'altra parte il valore attribuito al tempo libero - e dunque la necessità di riempirlo - può anche non essere considerato un problema quanto piuttosto la liberazione dalla fatica del lavoro e [...]
Non restano che l'interpretazione complessiva e gli approfondimenti. La difficoltà principale non consiste tanto nel lavoro da fare al momento della prova d'esame, quanto nel fatto che entrambi richiedono già una conoscenza pregressa degli argomenti trattati. In questo caso, per esempio, è importante aver studiato le altre opere di Montale, così da sottolineare il modo in cui il testo proposto si inserisce nel suo percorso letterario:
3) Il brano pubblicato sul Corriere della Sera affronta uno degli aspetti classici della produzione letteraria di Montale: il concetto di modernità e il ruolo dell'uomo rispetto a essa. In questo senso il testo prosegue un cammino già cominciato con [...]
Se invece pensiamo di non conoscere poi così bene le opere precedenti dell'autore, possiamo  scegliere la seconda parte del quesito. In essa ci viene chiesto di porre il testo all'interno di una cornice contemporanea, così da stabilire se le idee dell'autore sono o meno rilevanti rispetto ai temi di cui si discute oggi; ad esempio, in questo modo:
3) La questione del tempo e del modo in cui esso viene occupato, soprattutto rispetto al tema del lavoro, è ancora oggi di estrema attualità. Vi è però una differenza sostanziale rispetto al periodo storico in cui scriveva Montale: nel 1961 l'Italia era al culmine del boom economico e le condizioni di vita delle persone stavano migliorando in maniera sostanziale, offrendo a tutti più opportunità fra cui – appunto – la capacità di disporre di una maggiore quantità di tempo libero. Oggi tuttavia la situazione è molto diversa, e anzi [...]
http://www.oilproject.org/lezione/maturita-come-si-fa-analisi-del-testo-poetico-narrativo-7229.html

domenica 13 novembre 2016

Monica Vitti. Io cammino a piedi, non so guidare l'automobile, vesto semplicemente, non ho camerieri in livrea e al posto dei gioielli preferisco comprare quadri d'autore. Fuori dal mio lavoro faccio cose normali, anzi banali. Se i miei atteggiamenti possono sembrare sconcertanti non vi sono pose ne’ tantomeno calcoli precisi. Forse sono così perché ho la pressione bassa. A causa della pressione la mattina spesso sono disperata e potrei anche suicidarmi. La sera sono invece in forma effervescente. Diverto e faccio ridere tutti. La gente che non mi conosce resta stupita.

“Io cammino a piedi, non so guidare l'automobile, vesto semplicemente, non ho camerieri in livrea e al posto dei gioielli preferisco comprare quadri d'autore. Fuori dal mio lavoro faccio cose normali, anzi banali. Se i miei atteggiamenti possono sembrare sconcertanti non vi sono pose ne’ tantomeno calcoli precisi. Forse sono così perché ho la pressione bassa. A causa della pressione la mattina spesso sono disperata e potrei anche suicidarmi. La sera sono invece in forma effervescente. Diverto e faccio ridere tutti. La gente che non mi conosce resta stupita.”
Monica Vitti

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