sabato 21 novembre 2015

Scuola. Dobbiamo approntare piani didattici personalizzati per tutti all'interno delle solite classi pollaio e senza più uno straccio di aiuto....poco o niente sostegno....sempre più soli mentre le richieste, anzi le pretese, aumentano esponenzialmente da genitori, dirigenti, psicologi, ministri e sapientoni vari che, senza aver mai messo piede in una classe, si arrogano il diritto di criticare, giudicare, infamare e, sempre più spesso, denunciare.




La nostra professione ormai è diventata solo una sterile lista di doveri senza più alcun diritto.....
nello stesso contesto (pessimo), con le stesse risorse (nulla) con la stessa retribuzione (misera) di prima dobbiamo improvvisarci psicologi, assistenti sociali, neuropsichiatri, logopedisti e guai a sbagliare...quindi anche infallibili e onniscienti. Senza adeguata formazione dobbiamo essere in grado di fare diagnosi, di somministrare farmaci, di redigere pile di documenti pieni di sigle mediche. Dobbiamo approntare piani didattici personalizzati per tutti all'interno delle solite classi pollaio e senza più uno straccio di aiuto....poco o niente sostegno....sempre più soli mentre le richieste, anzi le pretese, aumentano esponenzialmente da genitori, dirigenti, psicologi, ministri e sapientoni vari che, senza aver mai messo piede in una classe, si arrogano il diritto di criticare, giudicare, infamare e, sempre più spesso, denunciare. Dobbiamo seguire protocolli più rigidi di un chirurgo e passiamo ore preziose a crocettare fogli zeppi di strumenti compensativi e dispensativi che nessuno ci aiuterà a mettere in atto, per cui a volte si ritorceranno contro di noi, usati come armi per pretendere una sufficienza o una promozione e ci renderanno schiavi e ricattabili. Non è così che si creano i bravi insegnanti, sottoponendoci a tutte queste pressioni ci fate concentrare più sulla forma che sulla sostanza, sottraete tempo prezioso al nostro vero lavoro che è da sempre quello di insegnare, contribuire al successo formativo di tutti i ragazzi, aiutando i più deboli con tutti i mezzi possibili. Dovete formarci efficacemente per saper riconoscere e affrontare la varie criticità ma poi dovete darci i mezzi, il supporto, gli strumenti necessari per farvi fronte.....dovete investire nella scuola se è vero che ci tenete e non sommergerci di obblighi burocratici per scaricarvi le responsabilità e la coscienza! Nessun pdp può far di me un buon insegnante se non lo ero già prima e non sarò complice del giro di soldi che si è sviluppato intorno alle difficoltà di alunni e famiglie...io ho avuto solo gli oneri e molti altri gli onori.

Martina Fuga, madre di Emma, ci scrive da Istanbul dove si è trasferita da pochi mesi con la sua famiglia.

Istanbul, Martina e l’inclusione intelligente degli alunni disabili.
19 NOVEMBRE 2015 | di Simonetta Morelli

Abbiamo rivolto ai lettori l’invito a condividere sul blog le loro esperienze sulla disabilità all’estero, un modo per conoscersi e confrontarsi sul piano della stretta quotidianità e, se possibile, di ridefinire i contorni della condizione in Italia.


Martina Fuga, madre di Emma, ci scrive da Istanbul dove si è trasferita da pochi mesi con la sua famiglia. Un atto di coraggio che ha determinato molte preoccupazioni per Emma che la sindrome di Down ha reso molto speciale e amata nella scuola in cui è cresciuta, a Milano.
L’esperienza di Martina ci dice come la scelta della scuola per i figli con disabilità non può prescindere da molto lavoro di ricerca, di confronto e di verifica. In Italia e all’estero.

testo di Martina Fuga *

Emma ha vissuto 10 anni a Milano e da quando ne aveva 1 ha frequentato un istituto privato di Milano insieme ai suoi fratelli. Ha iniziato il nido quando ancora non camminava, nonostante fosse un prerequisito per frequentarlo grazie alla disponibilità della direttrice e del corpo insegnanti che si sono assunti l’impegno e la responsabilità di questo. E’ stata accolta dal primo giorno con affetto ma soprattutto con fiducia ed è iniziato un percorso straordinario dal punto di vista scolastico e umano che l’ha accompagnata fino in quarta elementare. Dieci anni nella stessa scuola con le stesse persone intorno. Sei anni con la stessa insegnante di sostegno. Compagni di scuola che sono diventati compagni di classe, compagni di classe che sono diventati amici e punti di riferimento insostituibili. Non sono mancate le difficoltà, ma quando le abbiamo incontrate famiglia e scuola hanno lavorato insieme nel rispetto dei diritti e delle condivisione delle responsabilità e li abbiamo superati insieme.

A fine giugno di quest’anno la famiglia ha deciso di seguire papà Paolo a Istanbul dove lo aspettava una nuova avventura professionale. Non ci sono stati molti dubbi in merito a questa decisione, ma certo Emma e il suo percorso scolastico sono stati la nostra più grande preoccupazione.

Il sistema scolastico in Turchia è di tipo misto e prevede sia le scuole inclusive sia le scuole speciali, pubbliche o private che siano, sotto l’occhio vigile del Ministero dell’Istruzione. Ma la scuola turca non era un’opzione per ragioni di lingua e perché la nostra permanenza qui dovrebbe essere di un paio d’anni, abbiamo quindi scelto di iscrivere i nostri figli in una scuola internazionale. A Istanbul ci sono scuole internazionali, scuole americane, scuole inglesi, oltre alla scuola italiana. Il mio approccio è stato molto scientifico e ho affrontato la questione studiando piani di studi, siti internet, leggendo nei blog i commenti dei genitori che avevano frequentato le scuole e in seguito ho visitato e incontrato i presidi di tutte le scuole che mi interessava valutare. Una su tutte aveva attirato la mia attenzione sulla carta: la British School in quanto parlava esplicitamente di alunni con bisogni speciali. E anche dopo la visita rimaneva la mia prima scelta insieme alla scuola internazionale con curriculum americano che mi aveva colpito per la sua filosofia incentrata sul benessere della persona e sulle peculiarità dell’individuo.

Nel portare avanti il dialogo con le due scuole ho capito chiaramente che mia figlia non era la benvenuta alla British International School e che il dipartimento di special need era solo una formalità oppure i bisogni speciali riguardavano solo i disturbi di apprendimento. Dopo lunghe trattative più per capire come la pensavano veramente che per iscrivere davvero lì mia figlia ho ricevuto dalla scuola la disponibilità di accogliere mia figlia a condizione di pagare un insegnate di sostegno per l’intera giornata che seguisse Emma in un’educazione esclusiva. Il punto critico non era solo il costo dell’insegnante oltre alla già straordinaria retta da affrontare, ma quanto la dolorosa certezza che mia figlia non sarebbe mai stata inclusa nella sua classe nè tantomeno nella scuola, ma sarebbe stata totalmente gestita ed educata da una singola persona. Probabilmente visto l’alto potenziale di Emma sarebbe stato molto efficace e Emma avrebbe probabilmente imparato molto dal punto di vista accademico, ma che ne sarebbe stato di lei dal punto di vista sociale ed emotivo?

Con queste domande nel cuore sono andata a incontrare per la seconda volta la Keystone International School con la quale avevo continuato un dialogo molto intenso con la coordinatrice scolastica fatto di contenuti e non di forma. La Keystone a differenza della British dimostrava un’innata attitudine inclusiva e sebbene avesse meno mezzi e risorse della scuola inglese aveva certamente le persone giuste.
In quel mese in cui dovevo prendere una decisione cruciale ho rimpianto molto l’Italia e la sua fama mondiale di essere la prima al mondo ad aver chiuso le scuole speciali, di avere la legge più tutelante in materia scolastica per gli alunni con disabilità, ma poi la scuola è iniziata e l’eco delle polemiche che si rinnovano ogni anni è arrivato fino a Istanbul. In Italia abbiamo sì la situazione migliore sulla carta, ma abbiamo grandi problemi di applicazione e il problema non sono solo i fondi che vengono tagliati anni dopo anno, ma soprattutto le risorse umane. Il punto centrale sono le persone: dirigenti scolastici, insegnanti curriculari, insegnati di sostegno per non parlare poi dei genitori dei compagni di scuola dei nostri figli perché tutti devono fare la loro parte nel processo di inclusione.

I genitori sono pieni di rabbia e pretendono il rispetto della legge, come è giusto che sia, ma temo che così non arriveremo da nessuna parte, finiremo solo con il lamentarci, i più determinati intenteranno cause, i più fragili o solo quelli più stanchi di lottare si rassegneranno e accumuleremo rabbia e senso di ingiustizia. Conosco genitori che invece lavorano sulla cultura dell’inclusione, insistono con i dirigenti scolastici per avere un GLI o un GLHI, pretendono un PEI, contrattano sulle giuste ore di sostegno, condividono con gli insegnanti strategie e progetti, via mail o di persona, supportano il loro lavoro con altrettanta energia a casa, intessono relazioni con i genitori dei loro figli e creano un ambiente più accogliente e più consapevole.
Cambiano le condizioni di base e le leggi, ma in fondo tutto il mondo è paese come si suol dire e io sto facendo la stessa cosa qui a Istanbul.

L’inclusione non la fa la legge o le risorse, meglio averle certo, ma la differenza la fanno soprattutto le persone, la buona volontà, le grandi idee e quel senso di corresponsabilità che fa sentire tutti impegnati e non consente a nessuno il privilegio della delega.


*Martina Fuga è autrice del blog Imprevisti, della pagina Facebook Emma’s Friends e del libro Lo zaino di Emma . Molto attiva nel mondo dell’associazionismo è anche un’appassionata maratoneta.

http://invisibili.corriere.it/2015/11/19/istanbul-martina-e-linclusione-intelligente-degli-alunni-disabili/




Il blog InVisibili si presenta dal nome: 
denuncia una condizione nella quale troppo spesso vive chi ha a che fare con una disabilità. L’obiettivo del blog è cambiare questa situazione: innanzitutto parlandone, nel modo più chiaro e sereno possibile. Discutendo idee, proposte, progetti per mettere i disabili in condizione di vivere e confrontarsi alla pari. E nello stesso tempo per offrire alla società le risorse dei disabili. Non vorremmo che lo spazio venisse occupato dalla compassione o, peggio, dalla pietà. Sono atteggiamenti inutili in un Paese che dovrebbe sforzarsi di eliminare qualsiasi tipo di discriminazione. Vorremmo che insieme si stigmatizzassero i comportamenti sbagliati e si trovassero soluzioni dettate dal rispetto dell’individuo ma anche dal buon senso. Chi non sta abitualmente accanto a persone con handicap, fisico o mentale, non conosce le difficoltà quotidiane che queste devono affrontare. E le enormi fatiche di chi le aiuta e le sostiene. Probabilmente non è insensibilità, è semplicemente ignoranza. Al pari del Canale Disabilità di Corriere Salute, questo blog ha le caratteristiche per “intendersi” con i vari software di cui i disabili possono dotarsi per ovviare alla loro specifica limitazione. Sarà per noi un lavoro in continuo aggiornamento, un impegno tecnologico e non solo. L’accessibilità per i disabili non è necessariamente sinonimo di complicazione: lo dimostreranno Franco Bomprezzi e Simone Fanti che gestiranno il blog a distanza con assoluta facilità, da telelavoratori. E’ tempo di portare allo scoperto quello che è restato per troppo tempo nascosto. O meglio Invisibile.Il blog InVisibili si presenta dal nome: denuncia una condizione nella quale troppo spesso vive chi ha a che fare con una disabilità. L’obiettivo del blog è cambiare questa situazione: innanzitutto parlandone, nel modo più chiaro e sereno possibile. Discutendo idee, proposte, progetti per mettere i disabili in condizione di vivere e confrontarsi alla pari. E nello stesso tempo per offrire alla società le risorse dei disabili. Non vorremmo che lo spazio venisse occupato dalla compassione o, peggio, dalla pietà. Sono atteggiamenti inutili in un Paese che dovrebbe sforzarsi di eliminare qualsiasi tipo di discriminazione. Vorremmo che insieme si stigmatizzassero i comportamenti sbagliati e si trovassero soluzioni dettate dal rispetto dell’individuo ma anche dal buon senso. Chi non sta abitualmente accanto a persone con handicap, fisico o mentale, non conosce le difficoltà quotidiane che queste devono affrontare. E le enormi fatiche di chi le aiuta e le sostiene. Probabilmente non è insensibilità, è semplicemente ignoranza. Al pari del Canale Disabilità di Corriere Salute, questo blog ha le caratteristiche per “intendersi” con i vari software di cui i disabili possono dotarsi per ovviare alla loro specifica limitazione. Sarà per noi un lavoro in continuo aggiornamento, un impegno tecnologico e non solo. L’accessibilità per i disabili non è necessariamente sinonimo di complicazione: lo dimostreranno Franco Bomprezzi e Simone Fanti che gestiranno il blog a distanza con assoluta facilità, da telelavoratori. E’ tempo di portare allo scoperto quello che è restato per troppo tempo nascosto. O meglio Invisibile.
http://invisibili.corriere.it/descrizione/#more_descrizione

Dott.ssa Eleonora Aratain. Perché un apprendimento sia consolidato a lungo termine, è necessario sfruttare tutte le abilità che un alunno può "mettere in campo"!

La didattica per i dsa, una didattica per tutta la classe.
Pubblicato da Dott.ssa Eleonora Aratain DSA - 
Disturbi Specifici dell'Apprendimento · 17/11/2015 18:50:00


Perché un apprendimento sia consolidato a lungo termine, è necessario sfruttare tutte le abilità che un alunno può "mettere in campo"!
 Dott.ssa Eleonora Aratain


Le classi, in media, sono gruppi di circa 20 alunni. 
L'insegnante, spesso, si trova davanti un gruppo classe che ha al suo interno uno o più studenti con varie difficoltà, per cui è necessario intervenire in modo specifico modificando il metodo di insegnamento.

La domanda è: l'utilizzo di una didattica specifica è utile solo a chi ha delle difficoltà certificate o può avere ripercussioni positive su tutto il gruppo classe?

I dubbi e le preoccupazioni degli insegnanti spesso sono creare due programmi paralleli, che rispettino i tempi di apprendimento di ogni componente della classe, oppure (capita anche questo) "sacrificare" alcuni alunni, dovendo rispettare i tempi imposti dai programmi ministeriali.

Sembra esserci quindi un problema di tempo:

Tempo per l'apprendimento ≠ Tempo dei programmi imposti alla scuola!


QUALE METODO?
La didattica tradizionale prevede che venga trattato il tema oggetto della lezione e successivamente si effettuino delle prove di verifica dell'apprendimento, scritte (risposta aperta, risposta multipla, vero/falso) o orali. Questo modo di operare promuove, però, lo sviluppo delle sole capacità applicative.

Perché un apprendimento sia consolidato a lungo termine, è necessario sfruttare tutte le abilità che un alunno può "mettere in campo": il pensiero logico-deduttivo, l'analisi del testo, le abilità di confronto, il giudizio rispetto a ciò che si legge e ciò che già si conosce.  

Un tipo di didattica, adeguata alle difficoltà mostrate da studenti con DSA, in realtà può avere un impatto importante sulla qualità dell'apprendimento di tutta la classe.



LA PROSPETTIVA PROATTIVA.

Questo metodo didattico ha l'obiettivo di costruire capacità, più che di misurarle. 
La valutazione diventa parte integrante della didattica. Stimoliamo lo studente a elaborare informazioni precedentemente apprese, per rispondere a quesiti che non sono ancora stati spiegati. Questo modo di ragionare sarà poi utile ed esportabile in diversi contesti, da quello lavorativo a situazioni che richiedono competenze di problem solving, dove non è previsto un trasferimento di conoscenza precedente all'esecuzione del compito.


Come si procede:

1.   Mostrare alla classe la prova con cui saranno verificate le loro conoscenze, interrogandola su cosa risponderebbero partendo dalle conoscenze di base che possiedono;

2.   Spiegare l'argomento oggetto della lezione tenendo conto delle conoscenze già possedute dalla classe e discusse in precedenza (punto 1);

3.   Riproporre la prova di apprendimento discussa inizialmente, dopo che lo studente avrà effettuato lo studio a casa.


Questa prospettiva permette:

-   allo studente di prepararsi ai nuovi apprendimenti, sviluppando le capacità di ragionamento e pensiero;

-   all'insegnante di orientare la didattica, utilizzando il tempo disponibile per fornire alla classe conoscenze e abilità nuove, che gli studenti da soli non potrebbero sviluppare.


Una prospettiva proattiva permette all’insegnante di individuare qual è la zona di sviluppo prossimale della sua classe.


LA ZONA DI SVILUPPO PROSSIMALE.

http://www.arataeleonora.it/blog/index.php?id=lj0m9030




Carson McCullers, La ballata del caffè triste. E ciò che ti sgomenta è questo: tutte le cose utili hanno un prezzo e si comprano solo col denaro, perché così va il mondo. Non hai bisogno di ragionarci, per sapere quanto costa una balla di cotone o un quarto di melassa. Mentre la vita umana non ha valore: ce la danno gratis e ce la tolgono senza bisogno di pagare. Che vale? Poco o nulla ti sembra a volte, a guardarti in giro. E spesso dopo aver sudato e faticato senza migliorare in niente, ti viene giù in fondo all'anima il sentimento di non valere gran cosa.


E ciò che ti sgomenta è questo: tutte le cose utili hanno un prezzo e si comprano solo col denaro, perché così va il mondo. Non hai bisogno di ragionarci, per sapere quanto costa una balla di cotone o un quarto di melassa. Mentre la vita umana non ha valore: ce la danno gratis e ce la tolgono senza bisogno di pagare. Che vale? Poco o nulla ti sembra a volte, a guardarti in giro. E spesso dopo aver sudato e faticato senza migliorare in niente, ti viene giù in fondo all'anima il sentimento di non valere gran cosa.
Carson McCullers, La ballata del caffè triste


Carson McCullers, La ballata del caffè triste
Il paese in sé è squallido: non c'è nulla tranne la filanda del cotone, le case di due stanze dove vivono gli operai, pochi alberi di pesco, una chiesa con due finestre colorate e una misera via principale, lunga appena un centinaio di metri. Il sabato vengono gli affittuari delle fattorie vicine per una giornata di chiacchiere e commerci. Altrimenti il paese è solitario, triste, come un luogo remoto ed estraniato da tutti gli altri nel mondo. La fermata ferroviaria più vicina è Society City e gli autobus della Greyhound e della White si servono della nazionale sulle Forks Falls, a tre miglia di distanza. Qui gli inverni sono brevi e crudi, le estati bianche d'un caldo accecante e feroce.
Se cammini lungo la via principale in un pomeriggio d'agosto, non avrai nulla da fare.
L'edifìcio più grande, proprio nel centro del paese, è tutto chiuso da tavole e talmente sbilenco sulla destra che ha l'aria di poter crollare da un momento all'altro. La casa è vecchissima.
Con un curioso aspetto decrepito che ti rende perplesso finché all'improvviso non ti accorgi che un tempo, molto tempo fa, il lato destro del portico era stato dipinto, e un pezzo del muro; ma la pittura venne lasciata a metà e una parte della casa è più scura e più sudicia dell'altra. Il fabbricato appare completamente deserto. Tuttavia, al secondo piano, c'è una finestra senza tavole; a volte, nel tardo pomeriggio quando il caldo è al culmine, una mano apre adagio l'imposta e un viso si piega a guardare giù, sul paese. E un viso opaco e terribile come se ne vedono in sogno: senza sesso e bianco con due grigi occhi strabici, incrociati tra loro tanto acerbamente che sembra si scambino un lungo e segreto sguardo di dolore. Il riso indugia alla finestra quasi un'ora, poi le imposte tornano a chiudersi ed è probabile che non si veda più altra anima riva nella ria principale. In quei pomeriggi d'agosto - finito il turno non ti resta assolutamente nulla da fare - tanto vale andarsene giù sulla statale delle Forks Falls ad ascoltare la catena dei forzati.

Eppure qui, in questo stesso paese, c'era una volta un caffè e la vecchia casa con le tavole inchiodate era diversa da ogni altra per miglia e miglia. C'erano tavolini con tovaglie e tovaglioli di carta, nastri colorati appesi ai ventilatori elettrici e gran folla le notti di sabato. Proprietaria era Miss Amelia Evans, ma la persona cui andava il merito del successo e dell'allegria del locale era un gobbo chiamato cugino Lymon. Un'altra persona ha parte nella storia di questo caffè: l'ex marito di Amelia, un losco figuro che, tornato in paese dopo una lunga condanna nel penitenziario, portò con sé la rovina e se ne andò poi di nuovo per la sua strada. Da allora, ed è molto tempo, il caffè è rimasto chiuso, ma ancora lo si ricorda.[...]


https://d2t3xdwbh1v8qy.cloudfront.net/content/B00BBN68D8/resources/1707442572

Carson McCullers, La ballata del caffè triste. E ciò che ti sgomenta è questo: tutte le cose utili hanno un prezzo e si comprano solo col denaro, perché così va il mondo. Non hai bisogno di ragionarci, per sapere quanto costa una balla di cotone o un quarto di melassa. Mentre la vita umana non ha valore: ce la danno gratis e ce la tolgono senza bisogno di pagare. Che vale? Poco o nulla ti sembra a volte, a guardarti in giro. E spesso dopo aver sudato e faticato senza migliorare in niente, ti viene giù in fondo all'anima il sentimento di non valere gran cosa.


E ciò che ti sgomenta è questo: tutte le cose utili hanno un prezzo e si comprano solo col denaro, perché così va il mondo. Non hai bisogno di ragionarci, per sapere quanto costa una balla di cotone o un quarto di melassa. Mentre la vita umana non ha valore: ce la danno gratis e ce la tolgono senza bisogno di pagare. Che vale? Poco o nulla ti sembra a volte, a guardarti in giro. E spesso dopo aver sudato e faticato senza migliorare in niente, ti viene giù in fondo all'anima il sentimento di non valere gran cosa.
Carson McCullers, La ballata del caffè triste


giovedì 19 novembre 2015

Montale. Ammazzare il tempo. Accrescendo i bisogni inutili, si tiene l’uomo occupato anche quando egli suppone di essere libero.



Quei bisogni inutili che rendono l’uomo schiavo


Sono ormai passati 50 anni ma il tema continua ad essere attualissimo. Chissà se Montale pensava di essere letto nell’era moderna così con tanta comprensione e attualità… Lo scrisse molto tempo prima che la rivoluzione elettronica arrivasse a colonizzare ogni vuoto, con l’eterna connessione di tutti a tutti, la cancellazione del tempo vuoto che è il solo tempo davvero libero. Un vuoto che non si riesce più a definire perché non si percepisce, perché diventa inesistente. Ammazzare il tempo non è stato mai di certo un mio problema, vorrei che le ore di una giornata si potessero moltiplicare, perché ho una reale difficoltà a conciliare tutto ciò che desidero fare. Ore, giornate, mesi volano senza essere assaporati fino in fondo. E diventa una rincorsa disperata contro il tempo, orari, appuntamenti, persone da vedere, attività da fare.

Come quando scendi dal treno a Milano e sei sommersa dalla corsa inevitabile di chi cerca di arrivare puntuale, tutti con un telefono in mano, un orologio al polso e una valigetta. Tutti che corrono senza prestare attenzione se calpestano i piedi a qualcuno, tutti incentrati su se stessi, evitando qualsiasi contatto con il mondo esterno. E così il nostro febbrile consumo di tempo assume i connotati inquietanti di un’anestesia di massa, di uno stravolgimento degli scopi e del destino della vita umana. Riempiamo le giornate arrivando esausti a sera, impegni, appuntamenti che distolgono l’attenzione da noi stessi e da quell’inevitabile necessità di guardarsi dentro. E scriveva Montale qualche riga dopo “E poiché pochi sono gli uomini capaci di guardare con fermo ciglio in quel vuoto, ecco la necessità sociale di fare qualcosa, anche se questo qualcosa serve appena ad anestetizzare la vaga apprensione che quel vuoto si ripresenti in noi.”
Bisogno. Parola che non ho mai amato, perché trasmette dipendenza. Tangibile e reale è che siamo circondati di soprammobili, di oggetti inutili che riempiono i vuoti. E bisogno è ciò di cui non puoi fare a meno, perciò diventa una malattia non viversi i momenti veri ed essere nascosti dietro ad uno schermo che ti lobotomizza, me compresa. Diventiamo tutti dipendenti e schiavi di un cellulare, della televisione, di Internet. Come una cara amica scriveva qualche tempo fa, di tutte quelle applicazioni che non ti permettono di sbagliare o che non ti fanno assaporare il gusto di cercare una strada, di perdersi, di usare la penna e la carta quella vera invece che una tastiera.
Gabbie come trappole per nuvole (Andrea Bianconi, Traps for Cloud)
Gabbie come trappole per nuvole (Andrea Bianconi, Traps for Cloud)
Ditemi se queste non possono essere definite gabbie. Gabbie costruite da noi stessi, comode e confortevoli nelle quali abbiamo tutto quello che ci serve, delimitato da confini e definizioni che ci fanno sentire meglio e al sicuro. Gabbie attraverso le quali ci sentiamo protetti, dentro le quali troviamo riparo e ci nascondiamo. Appena usciamo pero’ veniamo travolti dal mondo fuori, non più abituati ad una forma di contatto vera.
Così le sigarette, il cibo, un cellulare, una persona possono diventarti essenziali come l’aria che respiri. Tutte forme di dipendenza che considero gabbie. Bisogna solo avere l’onestà intellettuale di riconoscere quella gabbia che ti costruisci giorno dopo giorno e avere il coraggio di distruggerla per poter costruire qualcosa di molto più vero: iniziarsi ad aprire al mondo vivendosi anche quei vuoti di cui Montale era tanto spaventato.

http://www.lundici.it/2013/10/quei-bisogni-inutili-che-rendono-luomo-schiavo/

mercoledì 18 novembre 2015

Sette peccati capitali in cerca d’autore. Superbia - Avarizia - Lussuria - Invidia - Gola - Ira - Accidia -



Sette peccati capitali in cerca d’autore


Ho immaginato di paragonare, come in una sorta di gioco, i sette peccati capitali a grandi personaggi e autori della letteratura. Proprio loro, di cui tanto si è parlato, personaggi che hanno condannato loro stessi e gli altri a vivere una vita dove in fondo il cambiamento e la redenzione non sempre erano contemplati. 
A. Nattini, Dante e i Superbi.
A. Nattini, Dante e i Superbi.
Eccoli qui dunque, i sette vizi più gravi, inclinazioni profonde dell’animo umano che si contrappongono alle tanto edificanti virtù. Superbia, avarizia, lussuria, invidia, gola, ira e accidia, un elenco temuto che probabilmente nemmeno Dio vorrebbe perdonare.
Sembrerà scontato, ma nel “girone” della superbia metterei proprio Dante Alighieri, colui che tanto ha giudicato gli altri nelle “Divina Commedia”, trovando loro addirittura una collocazione eterna. Il superbo è una persona innamorata della propria superiorità, sia essa vera o presunta, per la quale si aspetta un riconoscimento. L’uomo è in fondo sempre teso ad affermare la propria identità, un processo che non avviene dentro se stessi, bensì si palesa nel rapporto con gli altri. Non dimentichiamo che il bisogno del riconoscimento nell’essere umano è fortissimo, direi uno dei bisogni essenziali e Dante, che è addirittura “uscito a riveder le stelle”, sembrerebbe proprio stare nella giusta posizione. Una piccola “rivincita” di noi comuni mortali, tanto per ribadire il proverbio che “chi la fa l’aspetti”.
Paperon de Paperoni
Dollari di qua, dollari di là, o che felicità.

Parlando di avarizia, ovvero la scarsa disponibilità a spendere o donare ciò che si possiede, come non pensare al papero più ricco al mondo, lo zio d’America più famoso dei fumetti, il mitico PAPERON DÈ PAPERONI. Lo zio miliardario di Paperino, nei fumetti e nei cartoni animati della Disney, è anche uno dei personaggi più amati al mondo. Egli possiede un “Deposito” colmo di sacchi e banconote, e soprattutto monete d’oro fra le quali ogni tanto si concede una vera e propria “nuotata”, con tanto di regolare tuffo dal trampolino. Forse questo è uno di quei tipici eroi negativi che invece volgono al positivo e si ergono ad esempio. Paperone infatti detesta i fannulloni, è orgoglioso di essersi creato da sé, e impazzisce letteralmente quando qualcuno vuole derubarlo del suo denaro che per lui rappresenta tutte le fatiche affrontate nella vita. Anche se non lo dimostra mai apertamente, in realtà ha un cuore d’oro e vuole molto bene a Paperino e ai “nipotastri”. Un invito alla riflessione, poiché nella vita a volte il proverbio “non è tutto oro quel che luccica” viene contraddetto.
Gabriele D'Annunzio, Il piacere.
Gabriele D’Annunzio, Il piacere.
La lussuria mi ha fatto pensare a GABRIELE D’ANNUNZIO, e vi prego di non iniziare a sorridere per qualche episodio peculiare passato alla storia e rivelato al mondo. L’istinto non represso alla sessualità potrebbe anche essere un fattore positivo, ma le passioni danneggiano l’essere umano sia quando sono eccessivamente compresse, sia quando sono scatenate e senza limiti. Il termine designa qualcosa di esagerato, anche se nel corso dei secoli sono state date varie interpretazioni al concetto di lussuria. Dato però che stiamo parlando di un peccato capitale, essa viene intesa come una “menomazione” della volontà e discernimento del bene e del male. Nonostante abitudini più o meno discutibili, di cui non voglio entrare nel merito, trovo che tutto questo “sentire” abbia apportato effetti positivi sulla poesia, creando un nuovo tipo di componimento dove sono i sensi a percepire ciò che accade intorno e a comunicare senza freni inibitori. È il caso ad esempio de “La pioggia nel Pineto”. Possiamo affermare quindi che “non tutto il male viene per nuocere”.
Edwin Booth as Iago 1860
Edwin Booth as Iago 1860
L’invidia, da qualunque parte la si guardi, rimane sempre un sentimento negativo, che si prova nei confronti di una o più persone che hanno qualcosa che noi non possediamo. È un indicatore di come la propria autostima si basi sui risultati anziché provenire da “dentro di sé”. Come non citare IAGO in “Otello” di Shakespeare? Il “cattivo” più emblematico della storia del teatro. Il moro Otello è un valoroso generale al servizio della repubblica di Venezia, che sceglie Cassio anziché Iago come suo luogotenente. Geloso del successo di Otello ed invidioso di Cassio, Iago trama la caduta del Moro facendogli credere che Desdemona, la fedele moglie, abbia una tresca con Cassio. Il fatto che sia definita una “tragedia”, la dice lunga sul proseguo. Dietro ad una malvagità innata sicuramente si nasconde un’invidia profonda per l’uomo che si è fatto rispettare nella società. A meno che non si tratti invece di “omosessualità” repressa, come alcuni hanno suggerito. Mai come in questo caso possiamo dire che vige il proverbio: “L’invidia è la vendetta degli incapaci”.
Alessandro Manzoni
Alessandro Manzoni
E veniamo alla gola. Darsi una misura nell’assunzione del cibo può essere molto difficile, perché gusto e olfatto sono i sensi più arcaici che mettono in moto le zone più primitive del nostro cervello. Il rapporto col cibo è un problema serio che investe molti aspetti legati all’esistenza. Infatti i disturbi di alimentazione nascondono sempre un disagio interiore dell’individuo, soprattutto se manifestano gravi forme di malattia, quali l’obesità, la bulimia e l’anoressia. La mia mente avrebbe chiamato in causa ben altri prototipi, ma ho dovuto ricredermi. Si dice che un personaggio molto goloso, passato alla storia, fosse l’insospettabile ed insospettato ALESSANDRO MANZONI. Per sua ammissione pigrissimo, anche se si costringeva a percorreva almeno 15 km a piedi ogni giorno; amava giocare alla roulette e godere del buon cibo. Adorava la testina di vitello glassato e soprattutto i dolci, fra tutti panettone e cioccolata. Gli piaceva tanto il caffè e, aneddoto che la dice lunga, sembra che sia arrivato a farsi realizzare un bicchiere per il vino più grande di quelli in commercio, in modo che se qualcuno lo avesse accusato di aver ecceduto, poteva rispondere di averne bevuto solo due bicchieri. Se questa condotta di vita ha contribuito ad alimentare il suo genio, ben venga, anche perché, come si usa dire, “Chi beve solo acqua ha un segreto da nascondere”.
L'ira di Achille, 1962.
L’ira di Achille, 1962.
L’ira è percepita come qualcosa d’altro da noi, che può impossessarsi della nostra personalità, facendoci perdere la ragione e la capacità di controllo. Servito su un piatto d’argento, ecco ACHILLE. Eroe della mitologia greca, protagonista dell’Iliade e della guerra di Troia. Figlio della nereide Teti e di Peleo, re dei Mirmidoni della Tessaglia, fu immerso da bambino nelle acque dello Stige che lo resero immortale. La madre però lo immerse reggendolo per un tallone, che rimase il suo unico punto vulnerabile. Durante l’assedio di Troia, Achille si distinse in molte battaglie, ma quando il re di Micene, Agamennone, pretese per sé la giovane prigioniera Briseide, Achille vietò ai guerrieri di combattere e si chiuse nella sua tenda. Il principe troiano Ettore, scambiandolo per Achille, uccise il suo compagno di armi ed amico Patroclo, che aveva guidato i mirmidoni in battaglia, nonostante il divieto. L’ira di Achille esplose funesta. Egli riprese le armi e duellò con Ettore, al fine di vendicare il giovane amico Patroclo. Una volta vinto, ne trascinò il cadavere trionfalmente dietro il suo carro, come il più insensibile dei barbari. Il rapporto fra Achille e Patroclo è uno degli elementi chiave dei miti associati alla guerra di Troia. Quale sia stata la sua effettiva natura e fino a che punto si sia spinta questa amicizia è oggetto di controversie. Con lui Achille si dimostra molto tenero, quando invece con tutti gli altri è spietato; tanto che a volte questo rapporto è considerato alla luce della “pederastia pedagogica”, alludendo alla relazione dei due guerrieri basata sul sesso, dove Patroclo è poco più di un ragazzo e Achille il suo protettore. In questo caso, “quel che è fatto è reso”.
Natura natura perchè non rendi poi quel che prometti allor?
Giacomo Leopardi, Canti dai manoscritti autografi della Biblioteca Nazionale di Napoli
E veniamo infine all’accidia. Viene definita il male del nostro tempo. Il disagio di quella generazione di “sdraiati” che manifestano noia, indifferenza, afflizione. Un senso di scoraggiamento che induce a lasciar perdere di fronte alle avversità. L’accidia consiste nella paura di affrontare la vita con le sue frustrazioni e nella fuga di fronte a noi stessi per ciò che percepiamo come “vuoto”. Chi è in preda all’accidia non sa compiere scelte durature, ricerca emozioni sempre diverse, come se proiettasse la propria felicità in un altro luogo. Spesso questo tipo di disagio sfocia in depressione, o in altre malattie di natura psicosomatica. Ad incarnare perfettamente questo concetto di “noia esistenziale” secondo me è GIACOMO LEOPARDI, che tanto si è interrogato e lamentato della sua vita, ma che in sostanza non ha mai agito per cambiarne le sorti. Attraverso il suo pessimismo storico, psicologico e cosmico, la teoria trova convalida da sé. Secondo Leopardi così come è stato anche per Rousseau, l’uomo nasce felice, nell’età primitiva e a contatto con la natura. Ma poi si mette alla ricerca del vero, attraverso la ragione, che lo porta a fare esperienze catastrofiche. La storia non è progresso, bensì decadenza, perché apre gli occhi a tristi verità. L’ossessiva ricerca di un piacere che comunque non verrebbe mai appagato, porta l’infelicità ad essere costante della condizione umana. Il piacere non si può avere, così come la sofferenza non si può evitare. Il dolore è portato dalla natura, che ha creato l’uomo desideroso di felicità, pur sapendo che non l’avrebbe mai raggiunta. Una natura “matrigna”, che trova riscontro nel celebre verso “o natura, natura, perché non rendi poi quel che prometti allor?”. E ancora: “Perché di tanto inganni i figli tuoi?”.
È vero che se Leopardi fosse stato un tipo allegro e sicuro di sé, certe meravigliose liriche non sarebbero mai scaturite dalla sua mente e non sarebbero qui ad allietare i posteri. D’altro canto, mentre corro a collocare me stessa fra i superbi insieme con Dante, per avere tanto osato, bisogna ribadire il concetto che egli non ha minimamente agito per cercare di cambiare la sua sventurata esistenza. È rimasto a piangersi addosso. Si fosse rimboccato le maniche, forse adesso non saremmo qui a parlare di lui, ed in un certo senso a pensare che “chi è causa del suo mal, pianga se stesso”.

http://www.lundici.it/2014/03/sette-peccati-capitali-in-cerca-dautore/

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