lunedì 23 marzo 2015

Lee Kuan Yew. Singapore. l’identità nazionale del piccolo stato venne rifondata sulla cultura cinese, per distinguersi dai malesi e dagli indonesiani che li circondavano. Lee Kuan Yew promosse l’uso del mandarino, insieme a una robusta iniezione di inglese nelle scuole (il premier cinese Zhou Enlai disse nel 1965: «Lee è come una banana, gialla fuori e bianca dentro»).



L’uomo che creò Singapore.
È morto a 91 anni Lee Kuan Yew: fece di un’ex colonia povera uno degli stati più ricchi del mondo
Giovanni Zagni

Morto Lee Kuan Yew, padre della Singapore moderna.

Lunedì 23 marzo 2015 è morto a 91 anni Lee Kuan Yew, primo ministro di Singapore dal 1959 al 1990, poi ministro per altri vent’anni, e padre riconosciuto dello sviluppo moderno del paese. È stato uno dei leader asiatici più noti e riconosciuti a livello internazionale – nella sua residenza ufficiale, Istana, furono ospitati sei presidenti degli Stati Uniti – e allo stesso tempo un controverso critico dei valori democratici occidentali.
Il suo stile di governo, una sorta di tecnocrazia autoritaria, ha reso Singapore una storia di successo economico unica al mondo. Quando pubblicò il secondo volume delle sue memorie, nel 2000, Lee Kuan Yew scelse un titolo che riassumeva bene la rivoluzione di Singapore durante gli oltre trent’anni sotto la sua guida: Dal terzo mondo al primo. Numeri alla mano, la descrizione è appropriata.
Oggi Singapore, con 5,5 milioni di abitanti, ha un Pil pro capite tra i più alti del mondo, maggiore di quello della sua ex potenza coloniale, il Regno Unito. Negli ultimi 40 anni la crescita media dell’economia è stata del 7 per cento. Il livello di corruzione all’interno della classe dirigente è stimato tra i più bassi del mondo, lontano anni luce dai più travagliati vicini del Sudest asiatico.
Ma il modello delle “tigri asiatiche” di cui Singapore è uno dei campioni non è solo il trionfo del puro libero mercato, alla Margaret Thatcher. A fianco dell’apertura ai mercati e agli investimenti stranieri, lo Stato mantiene un ruolo fondamentale, ad esempio nella costruzione di infrastrutture. I progetti maggiori, a Singapore, sono stati nel campo dell’edilizia popolare negli anni Sessanta e nel Mass Rapid Transit, il sistema ferroviario, negli anni ’80.

I primi passi di Singapore.
Lee Kuan Yew, nato nel 1923, veniva da una famiglia che aveva un buon rapporto con i coloni britannici. Suo nonno gli diede il soprannome ‘Harry’, che gli rimase attaccato mentre si distingueva come un brillante studente prima della guerra e poi nei suoi studi alla London School of Economics e a Cambridge. George Brown, ministro degli Esteri britannico negli anni Sessanta, lo chiamò una volta «il dannato miglior inglese a est di Suez». Alla LSE, Lee entrò in contatto con il politologo Harold Laski, importante teorico dell’ala sinistra del Labour, e partecipò alle attività del partito.

Dopo la Seconda guerra mondiale e la brutale occupazione giapponese, Lee Kuan Yew diventò uno dei leader del movimento anti-coloniale fondando il Partito di Azione Popolare (PAP). Nel 1959, ottenuto l’autogoverno dal Regno Unito, il PAP vinse le prime elezioni nella città-stato. Per due anni Singapore fece parte della Malesia – il giorno della piena indipendenza dal Regno Unito, il 16 settembre, era anche il compleanno di Lee – ma nel 1965 si staccò e prese la sua strada.
Non fu una scelta facile e Lee pianse, al momento di annunciarla in televisione. Singapore era un piccolo stato, poco più di una città, povera e priva di risorse naturali. Anche per l’acqua Singapore dipendeva da una condotta che arrivava dalla Malesia. La popolazione, eredità del periodo coloniale, era formata da una moltitudine di etnie diverse: cinesi, indiani, malesi e indonesiani (Lee appartiene al gruppo etnico cinese sudorientale degli Hakka). Non c’era una storia e un’identità comune a tenerli insieme – ma Lee avrebbe pensato anche a quelle.
Molti dubitavano che la sua fragile indipendenza sarebbe durata a lungo, stretta tra l’Indonesia e la Malesia (che si considerava ancora padrona del paese), le basi militari britanniche in via di chiusura (che fornivano gran parte delle entrate), e il dissenso politico all’interno, specialmente dei sindacati.

Il pragmatismo di Lee
Lee Kuan Yew e il ristretto circolo alla guida del PAP decisero che la strada da seguire era abbracciare il capitalismo estero, abbandonando nel frattempo i toni dell’anticolonialismo socialista per un solido anticomunismo. I tempi del Labour britannico e di Laski erano lontani, nello spazio se non nel tempo, e Lee adottò da subito un grande pragmatismo. Se in patria era contro i comunisti, ad esempio, sul fronte diplomatico Lee riuscì sempre a portare avanti una politica su più fronti, facendo affari con Taiwan ma tenendo stretti rapporti con la Cina, senza opporsi mai alla presenza statunitense nel continente asiatico.
Inoltre, l’identità nazionale del piccolo stato venne rifondata sulla cultura cinese, per distinguersi dai malesi e dagli indonesiani che li circondavano. Lee Kuan Yew promosse l’uso del mandarino, insieme a una robusta iniezione di inglese nelle scuole (il premier cinese Zhou Enlai disse nel 1965: «Lee è come una banana, gialla fuori e bianca dentro»).

Nell’arco di pochi anni le scommesse economiche cominciarono a pagare, mentre Singapore si faceva promotore delle organizzazioni regionali per il libero mercato come l’Asean. La posizione strategica sullo Stretto di Malacca venne sfruttata al meglio (si stima che per lo stretto transiti oggi il 40 per cento del commercio mondiale). Libero da eccessivi vincoli ideologici, Lee è stato un grande promotore del talento e delle competenze ai massimi posti di governo, garantendo stipendi altissimi per i ministri – in grado di attirare i talenti migliori anche dal mondo privato.

Una “democrazia” particolare.
Sul fronte politico, il sistema costruito a Singapore da Lee Kuan Yew ha caratteristiche uniche. 
Il parlamento unicamerale è formato da 87 membri eletti, tre seggi riservati ai “migliori sconfitti” alle elezioni e nove membri nominati. I collegi elettorali sono accuratamente disegnati per favorire il PAP – assegnano tipicamente tra i 4 e i 6 parlamentari ciascuno, e il partito che vince anche di un solo voto li ottiene tutti. L’opposizione, fragile e divisa, in molti collegi non si presenta neppure.
Per dare un’idea dei rapporti di forza, il PAP ha ottenuto nel 2011 uno dei peggiori risultati elettorali dagli anni Settanta, ma conta ugualmente su 79 seggi dei 99 nel parlamento. Il risultato portò comunque al ritiro di Lee anche dal ruolo di rango ministeriale che manteneva da quando non era più primo ministro. Il suo posto è stato preso dal figlio Lee Hsien Long, leader del PAP e primo ministro dal 2004.
Riconosciuto da tutti come molto brillante e altrettanto sincero e aperto nella discussione, Lee durante la sua carriera è stato variamente definito “piccolo imperatore”, “re-filosofo” o “imperatore confuciano”. Nelle sue memorie parla con grande candore di quelli che vede come i limiti delle democrazie occidentali e difende a spada tratta le sue scelte antidemocratiche e repressive. A lungo contrario a un culto della personalità centrato su di lui – aveva visitato troppi paesi nel mondo in cui i nomi degli ex leader venivano cancellati, diceva – negli ultimi anni era sembrato più attento agli onori.
Una tipica frase contenuta nelle sue memorie dice: «Dopo il collasso dell’Unione Sovietica, l’America è diventata dogmatica ed evangelica quanto lo erano i comunisti. Vogliono promuovere la democrazia e i diritti umani da tutte le parti, tranne dove farebbe loro danno, come nella Penisola araba piena di petrolio». 

Come ha scritto qualche anno fa Nicholas Kristof del New York Times, «l’intolleranza e l’autoritarismo non hanno mai avuto un portavoce così eloquente e stimolante».
C’è un altro lato della storia di Lee Kuan Yew e di Singapore. Le armi del PAP per combattere il dissenso politico sono andate dal carcere senza processo alle costosissime cause per diffamazione in tribunale. Lee ha stroncato il dissenso sindacale nei primi anni del suo governo, arrestando quindici leader dopo le proteste del 1967. «Avremmo potuto sconfiggerli [i comunisti] se avessimo concesso loro l’habeas corpus e rinunciato ai poteri della detenzione senza processo? Ne dubito». Alcuni oppositori sono rimasti in carcere per anni.

Lee Kuan Yew ha dimostrato un simile disincanto anche per quanto riguarda la libertà di stampa e di opinione, sfruttando le leggi che risalgono al periodo coloniale. I media locali ospitano molto raramente un’aperta critica al sistema di potere. I libri e le ricerche critiche su Singapore vengono regolarmente messi al bando.

La spesa militare di Singapore è sempre stata altissima, per proteggersi dai ben più grandi vicini. Il servizio militare dura quasi due anni e nel 2014 il budget per la difesa ha assorbito oltre il 20 per cento del bilancio pubblico. Singapore spende per l’esercito quasi 250 milioni di dollari, più dell’Indonesia, che ha cinquanta volte più abitanti.

Tra ordine e controllo.
Il luogo comune vuole che Singapore sia una città ordinata, pulita e tranquilla. Persino troppo: la fama di posto in cui non succede nulla è ben radicata, come dimostra la classifica di CNN Travel sulle «dieci cose più noiose da fare a Singapore».
Le gomme da masticare sono fuori legge e, nei primi anni del governo di Lee, chi girava per Singapore con i capelli troppo lunghi rischiava un taglio di capelli forzato. Ancora nel 1994, un ragazzo americano di 19 anni venne fustigato con una canna di rattan (quattro colpi) perché aveva portato via alcuni segnali stradali e vandalizzato automobili con lo spray, finendo sui media di mezzo mondo e provocando quasi una crisi diplomatica con gli Stati Uniti.

Nei sotterranei della metropoli perfettamente funzionante ci sono problemi più profondi: un famoso articolo di copertina di Wired, pubblicato nel 1993, la definì «Disneyland con la pena di morte». Un’altra frase molto famosa di Lee dice: «tra essere amato ed essere temuto, ho sempre creduto che Machiavelli avesse ragione. Se nessuno ha paura di me, vuol dire che non valgo nulla». Oltre alle già citate limitazioni alla libertà di stampa e di espressione, la pena di morte è ancora prevista a Singapore per crimini come l’omicidio o il traffico di droga. L’omosessualità rimane illegale.

La minaccia maggiore allo status quo di Singapore è la demografia. Nel 1965, il governo di Singapore avviò anche una campagna demografica con lo slogan ‘Fermarsi a due’, che portò il tasso di fertilità da una media di cinque figli per donna a poco meno di due, dieci anni più tardi. Ma ai primi anni Ottanta Lee Kuan Yew dovette abbandonare il piano e tentare una inversione di rotta, invitando le famiglie della classe media ad avere più figli. Non ebbe successo e a Singapore il tasso di fertilità resta da decenni – come in molti paesi occidentali – sotto la soglia che evita il progressivo invecchiamento della popolazione.
Per questo motivo, il grande aumento della popolazione di Singapore degli ultimi anni – da circa 2 milioni al momento dell’indipendenza ai 5,5 milioni di oggi – si basa sull’immigrazione straniera. Questo ha portato a uno strisciante problema di intolleranza e razzismo, oggetto anche di alcuni studi (prontamente banditi a Singapore).

L’eredità di Lee Kuan Yew promette di durare a lungo. Ha creato un’isola di benessere economico, ordine e stabilità nel Sudest asiatico, al prezzo di restrizioni delle libertà personali e di repressione del dissenso. Il sistema, mentre Lee era in vita, non ha ancora mostrato segni di cedimento; sarà il futuro a dire se i suoi successori sapranno governarlo con altrettanta abilità.

Morto Lee Kuan Yew, padre della Singapore moderna
Lee Kuan Yew nel 1969




Zimbardo. Stanford Prison Experiment. Lucifer Effect. viene descritto il momento in cui una persona normale, attraversa il confine tra il bene e il male.

L’esperimento della prigione di Stanford.

Il 23 marzo di 82 anni fa nasceva Philip G. Zimbardo, noto per il suo controverso esperimento chiamato “Stanford Prison Experiment”.  Da cui più tardi nascerà anche il libro:” Lucifer Effect”, in cui viene descritto il momento in cui una persona normale, attraversa il confine tra il bene e il male. Presenta una trasformazione del carattere umano, che l’autore ritiene più probabile in nuove  “situazioni sociali”, in cui le forze situazionali sociali sono sufficientemente potenti da riuscire a sopraffare, o a sopprimere temporaneamente, attributi personali di moralità, di compassione, o senso di giustizia.

Il male è l’esercizio del potere di nuocere intenzionalmente(psicologicamente), di procurare dolore (fisicamente), o distruggere (mortalmente o spiritualmente) altri .
Nel 1971, lo psicologo Philip Zimbardo e i suoi colleghi hanno cercato in un esperimento di approfondire l’impatto delle variabili situazionali sul comportamento umano.

Cosa succede se si mette della brava gente in un posto “cattivo”? 
Riuscirà il bene a vincere sul male o, piuttosto, trionferà il male?
I ricercatori hanno creato una prigione finta nel seminterrato dell’edificio psicologia della Standford University, e selezionato 24 studenti universitari per svolgere i ruoli di detenuti e guardie. I partecipanti sono stati selezionati da un gruppo più ampio di 70 volontari, tutti i candidati vennero intervistati e sottoposti ad una batteria di test di personalità al fine di eliminare quelli con problemi psicologici, malattie o precedenti criminali e/o di abuso di droghe. I volontari hanno deciso di partecipare per un periodo da uno a due settimane in cambio di 15 dollari al giorno.
Ogni cella ospitava tre prigionieri e comprendeva tre lettini. Altre camere sono state utilizzate per le guardie carcerarie. Uno spazio molto piccolo è stato designato come la camera di isolamento “il buco”, e ancora un’altra piccola stanza serviva da cortile della prigione.
I 24 volontari furono divisi in maniera arbitraria (mediante il lancio di una moneta) in due gruppi: metà guardie e metà prigionieri. E’ importante sottolineare che all’inizio dell’esperimento non c’era alcuna differenza tra loro. I prigionieri dovevano rimanere nel carcere finto 24 ore al giorno per tutta la durata dello studio. Alle guardie, invece, sono stati assegnati turni di otto ore, e lavoravano a gruppi di tre uomini. Dopo ogni turno, le guardie erano autorizzate a tornare alle loro case fino al loro prossimo turno. I ricercatori osservavano il comportamento dei prigionieri e guardie con telecamere nascoste e microfoni.
L’esperimento doveva durare 14 giorni, fu interrotto dopo appena sei. Dopo due giorni i primi episodi di violenza: i detenuti si strapparono le divise di dosso e si barricarono all’interno delle celle inveendo contro le guardie; queste iniziarono a intimidirli e umiliarli, li costrinsero a cantare canzoni oscene, a defecare in secchi che non potevano vuotare. Al quinto giorno i prigionieri mostrarono sintomi evidenti di disgregazione individuale e collettiva: il loro comportamento era docile e passivo, il loro rapporto con la realtà appariva compromesso da seri disturbi emotivi, mentre per contro le guardie continuavano a comportarsi in modo vessatorio e sadico. A questo punto i ricercatori interruppero l’esperimento suscitando da un lato la soddisfazione dei carcerati e dall’altro un certo disappunto da parte delle guardie.
C’erano tre tipologie di guardie. Le prime erano quelle, severe ma corrette, che seguivano scrupolosamente le regole della prigione. Le seconde erano rappresentate dai cosiddetti “bravi ragazzi”, da quelli cioè che concedevano pochi favori ma che al tempo stesso non punivano mai i prigionieri. Infine, un terzo delle guardie era costituito da coloro i quali si mostravano ostili, autoritari e “fantasiosi” nella scelta delle forme di umiliazione da infliggere ai prigionieri. Sembrava che godessero appieno del potere loro concesso, sebbene nessuno dei test di personalità precedentemente somministrati fosse stato in grado di predire un tale atteggiamento. I prigionieri reagirono in vari modi al loro senso di frustrazione e impotenza. All’inizio, alcuni si ribellarono lottando contro le guardie. Quattro prigionieri ebbero delle crisi emotive come modalità di fuga dalla situazione. Un altro sviluppò in tutto il corpo una eruzione cutanea di origine psicosomatica quando seppe che la sua richiesta di rilascio era stata bocciata. Altri ancora provarono a fronteggiare il tutto comportandosi da prigionieri modello, obbedendo sempre alle richieste delle guardie. Uno di loro venne addirittura soprannominato “Sarge” per la sua maniera militare di eseguire gli ordini.
A fine studio, i prigionieri erano a pezzi, sia come gruppo sia a livello individuale. Non c’era più alcuna unità ma solo un mucchio di individui somiglianti a prigionieri di guerra o pazienti di un ospedale psichiatrico. Le guardie avevano il controllo totale della situazione e potevano contare sulla cieca obbedienza di ciascun prigioniero.

“Solo poche persone erano in grado di resistere alla tentazione di cedere al potere e dominio“, Zimbardo scrisse nel suo libro L’effetto Lucifero.
L’esperimento è stato ampiamente criticato, perchè non etico, non riesce a soddisfare gli standard stabiliti da numerosi codici etici, tra cui il Codice Etico di the American Psychological Association, e dunque anche non replicabile. Poco generalizzabile, ad esempio da un punto di vista di genere, manca inoltre di una validità ecologica. Anche se i ricercatori hanno fatto del loro meglio per ricreare un ambiente carcerario, non è possibile imitare perfettamente tutte le variabili ambientali e situazionali della vita carceraria.
Nonostante alcune critiche, rimane un importante studio nella comprensione di come la situazione può influenzare il comportamento umano. Molte persone, tra cui lo stesso Zimbardo, suggeriscono che gli abusi di Abu Ghraib potrebbero essere esempi reali degli stessi risultati osservati nell’esperimento di Zimbardo.

fonti:

http://www.prisonexp.org/

Haney, C., Banks, W. C., & Zimbardo, P. G. (1973) A study of prisoners and guards in a simulated prison. Naval Research Review, 30, 4-17.


http://www.psicologialavoro.it/lesperimento-della-prigione-di-stanford/2015/03/

Mastro Titta, "er boja de Roma". Nella sua carriera dichiarò di aver ucciso 516 condannati, ma in realtà furono solo 514: uno venne impiccato e poi squartato dal suo assistente, l'altro venne fucilato. Quando non uccideva gente in giro per tutto lo Stato Pontificio, come ancora oggi fanno i decapitatori in Arabia Saudita spostandosi in base alla chiamata, aveva un'attività di venditore di ombrelli a Roma.

22 marzo 1796: prende servizio a soli 17 anni come boia pontificio Giovanni Battista Bugatti, detto Mastro Titta, "er boja de Roma". Nella sua carriera dichiarò di aver ucciso 516 condannati, ma in realtà furono solo 514: uno venne impiccato e poi squartato dal suo assistente, l'altro venne fucilato.

Quando non uccideva gente in giro per tutto lo Stato Pontificio, come ancora oggi fanno i decapitatori in Arabia Saudita spostandosi in base alla chiamata, aveva un'attività di venditore di ombrelli a Roma. Pio IX, proclamato beato nel 2000 e famoso per l'efferatezza delle violenze che fece commettere sulla popolazione inerme di Perugia nel 1859, mandò in pensione Mastro Titta nel 1864… per sostituirlo con un altro boia.

Le esecuzioni capitali erano pubbliche e, talvolta, avevano lo scopo di ammonire ed educare la popolazione. Per esempio nel caso di una impiccagione con conseguente squartamento tramite cavalli, al posto di una semplice decapitazione. Non volendo sporcare con l'omicidio il lato buono di Roma, quello "papalino", di solito venivano eseguite sull'altra sponda del Tevere a Piazza del Popolo o a Campo de' Fiori.

Charles Dickens, di passaggio a Roma, assistette nel marzo del 1845 a una decapitazione pubblica di cui poi parlò nelle sue "Pictures from Italy", definendola "Uno spettacolo brutto, sudicio, trascurato, disgustoso; che altro non significava se non un macello, all’infuori del momentaneo interesse per l’unico disgraziato attore".
La pena di morte venne completamente rimossa dal Vaticano solo nel 2001, anche se in teoria era stata abrogata per tutti i reati a partire dal 1969.



"Inizia la storia di Giovanni Battista Bugatti, detto Mastro Titta, in arte er boja de Roma. La fredda biografia ci riporta la nascita in quel di Senigallia nel 1779 e la morte a Roma nel 1869.
Tra l'inizio e la fine della propria vita si rese protagonista della morte di 514 persone: il 17 agosto 1864 il suo datore di lavoro, Pio IX, gli concesse la pensione con un vitalizio mensile di 30 scudi.Calcolando che in vita il suo stipendio si aggirava sui 15 scudi mensili, più alloggio e sussidio mensile di 5 scudi, e che la morte arrivò 5 anni dopo il pensionamento, possiamo affermare con tranquillità che le casse dello stato Pontificio non piansero per le sue prestazioni e il suo vitalizio.
Occorre ricordare che ad ogni esecuzione riceveva un pagamento simbolico determinato in un papetto: si trattava di una moneta d’argento usata nello Stato della Chiesa, del valore di 2 paoli o di 20 baiocchi.
Fu coniata dai regnanti papali nel periodo compreso tra Benedetto XIV e Pio IX. Il termine papetto si riferisce al fatto che sulla moneta vi era l’effigie del pontefice regnante. La sua carriera iniziò in tenera età il 22 marzo del 1796, a quell’epoca Bugatti aveva 17 anni.
La certezza del numero delle esecuzioni si può determinare con precisione, chirurgica direi, dal taccuino nel quale Mastro Titta registrava, con meticolosa precisione, le generalità delle vittime, il luogo e il genere dell’esecuzione. Non scordava di segnare il crimine commesso dal giustiziato per sua mano. La sua meticolosità contiene un piccolo errore: il Bugatti registrò 516, dimenticando che due persone, uno squartato dall’aiutante e l’altro fucilato, non perirono a causa delle sue prestazioni."


Attenti che Mastro Titta passa ponte!
Giovanni Battista Bugatti ( 1779-1869) che venne soprannominato dai romani Mastro Titta era noto anche come "il Boia di Roma" perché fu il più celebre esecutore di sentenze capitali dello Stato Pontificio: fu incaricato delle esecuzioni delle condanne a morte il 22 marzo 1796 e fino al 1864 totalizzò 516 "servizi" tra suppliziati e giustiziati.
Le sue operazioni sono tutte diligentemente descritte nelle "Annotazioni", un elenco autografo che arriva fino al 17 agosto 1864, quando Papa Pio IX gli concesse la pensione con un vitalizio mensile di 30 scudi.
Mastro Titta viveva nel rione Borgo, al numero civico 2 di via del Campanile ed ufficialmente svolgeva il mestiere di venditore di ombrelli: era il mestiere-paravento di quello vero di “maestro di giustizie”, dal quale viene il soprannome di Mastro associato a Titta, diminutivo del suo nome; il soprannome, sfiorato dalla leggenda, diventò per antonomasia per i romani quello ufficiale del boia.
Aveva uno stipendio di 15 scudi al mese, l´alloggio gratuito e un sussidio mensile di 5 scudi, che venne poi convertito in una gratifica di 20 scudi a Natale, Pasqua e Ferragosto.
Naturalmente non era ben visto dai suoi concittadini, tanto che gli era vietato recarsi nel centro della città oltrepassando il fiume, per ragioni legate alla sua sicurezza personale (i romani crearono il detto "Boia nun passa Ponte", ossia "il boia non passa il ponte", cioè "ognuno se ne stia nel suo pezzo di mondo").
Ma poiché a Roma le esecuzioni capitali pubbliche, soprattutto quelle che dovevano essere un monito per il popolo, avvenivano nella parte centrale della città, cioè a Piazza del Popolo o a Campo de' Fiori o nella piazza del Velabro, tutte zone sull'altra sponda del Tevere, in eccezione al divieto il Bugatti doveva in ogni caso attraversare Ponte Sant'Angelo per andare a compiere i suoi servigi.
Questo fatto diede origine all'altro modo di dire romano "Mastro Titta passa ponte", per dire che era in programma per la giornata l'esecuzione di una sentenza di morte: prima di ogni esecuzione il boia si confessava e si comunicava, dopo indossava il suo tristemente famoso mantello rosso e si recava a compiere l'opera; a seconda della condanna mazzolava, impiccava, squartava o decapitava e spesso andava a svolgere la sua attività anche nelle province.
Nella Roma ottocentesca celebri viaggiatori come Lord Byron, Charles Dickens e Massimo D'Azeglio furono testimoni diretti delle esecuzioni effettuate da Mastro Titta e rimasero colpiti dalla crudezza delle scene di esecuzione capitale, alle quali però il popolino accorreva come ad uno spettacolo: spesso le finestre ed i balconi che s'affacciavano sul luogo dell'esecuzione venivano affittati a caro prezzo dai proprietari ai curiosi, e frequenti erano gli svenimenti tra le dame per l'orrore della scena.
Il mantello scarlatto che indossava durante le esecuzioni è tuttora conservato nel Museo Criminologico di Roma a Via del Gonfalone 29 (via Giulia), unitamente ad una forca e due ghigliottine utilizzate da Mastro Titta.

Nella foto, il mantello e gli attrezzi di Mastro Titta esposti al Museo Criminologico di Roma.


Guido Saraceni. Il termine “errare” significa anche “vagabondare”. Non intendo affermare che solo il dolore insegna. Intendo dire che quando le cose vanno male, le persone proprio non possono continuare a vivere come se niente fosse, ma sono costrette, volenti o nolenti, a sedersi per un attimo ad un tavolino, e riflettere. Non a caso, Hegel paragonava il pensiero filosofico ad un uccello che si alza in volo quando il sole tramonta – ovvero: quando scendono le tenebre. Se volessimo banalizzare il concetto, rendendolo tuttavia più incisivo e comprensibile, potremmo ricordare che quando chiesero a Luigi Tenco per quale motivo scrivesse solo canzoni tristi, egli rispose “perché quando sono felice esco”. Ancor di più, nel calcio si usa dire: “chi vince festeggia, chi perde, spiega”.

Pubblicato il 22 marzo 2015 di Guido Saraceni


Ringrazia. Due volte.

0. Introduzione.
Molte persone non capiscono che gli sbagli che hanno commesso in passato rappresentano una benedizione, non una iattura da fuggire come la peste. Molte persone non capiscono che le sconfitte di ieri non rappresentano una giustificazione valida per vivere una vita di insana commiserazione e patetica inerzia. Dovremmo utilizzare i nostri peggiori errori come una motivazione per crescere, non come una scusa per continuare ad affondare, senza nemmeno provare a fare qualcosa per salvare la nostra vita. La verità è che solo coloro i quali non fanno nulla, non sbagliano mai. A riprova di ciò, il termine “errare” significa anche “vagabondare” – come a dire: non è possibile, muoversi, viaggiare, senza rischiare di mettere un piede in fallo. Per questo motivo, le  sconfitte che abbiamo vissuto costituiscono una parte essenziale della nostra crescita personale, della nostra maturazione e del nostro successo.


1. Il dolore è un grande Maestro.
Non intendo dire che la felicità è sempre ebete. 
Non intendo affermare che solo il dolore insegna. 
Intendo dire che quando le cose vanno male, le persone proprio non possono continuare a vivere come se niente fosse, ma sono costrette, volenti o nolenti, a sedersi per un attimo ad un tavolino, e riflettere. Non a caso, Hegel paragonava il pensiero filosofico ad un uccello che si alza in volo quando il sole tramonta – ovvero: quando scendono le tenebre. Se volessimo banalizzare il concetto, rendendolo tuttavia più incisivo e comprensibile, potremmo ricordare che quando chiesero a Luigi Tenco per quale motivo scrivesse solo canzoni tristi, egli rispose “perché quando sono felice esco”.  Ancor di più, nel calcio si usa dire: “chi vince festeggia, chi perde, spiega”.

Di fatto, i nostri errori non sono mai inutili, hanno sempre qualcosa da insegnare, illuminano il presente di una luce nuova, ricordandoci che se vogliamo davvero essere felici, dobbiamo necessariamente cambiare strategia, atteggiamento ed allenamenti. Indubbiamente, fare i conti con una sconfitta può risultare parecchio ostico. Ma la differenza tra il bambino e l’adulto consiste proprio nella capacità di guardare in faccia gli errori commessi. Alcune persone sono letteralmente atterrite dalla sola possibilità di sbagliare, per questo motivo, non rischiano mai, non fanno mai nulla, a meno che non siano assolutamente certe di saperlo fare alla perfezione. Queste persone dimenticano l’insegnamento di un celebre Presidente degli Stati Uniti d’America: “c’è solo una cosa peggiore di non essere riusciti a fare nulla di buono nella propria vita: non averci provato”.

Ovviamente, il passato è stato scritto senza il correttore automatico e noi non possiamo fare nulla per cambiare ciò che è già accaduto. Altrettanto ovviamente, non abbiamo alcuna certezza sul futuro: possiamo solo sperare ed immaginare come potrebbe essere. Al contrario, il presente è nostro, ci appartiene. In questo momento, noi possiamo iniziare a progettare e costruire la vita che verrà. 

La quantità di felicità di cui godremo domani non dipende dagli errori che abbiamo commesso ieri, ma dalle decisioni che prenderemo e dalle azioni che compiremo oggi.

Per questo motivo, si usa dire: “quando la vita è dolce, ringrazia e sii felice. Quando la vita è amara, ringrazia. E cresci”.


http://guidosaraceni.com/2015/03/22/ringrazia-due-volte/



Tyrannosaurus rex. Gli esperti, grazie all'identificazione di una proteina, hanno scoperto che uno dei più mastodontici animali della preistoria (vissuto tra 70 e 65 milioni di anni fa in America settentrionale), a livello molecolare non è l'antenato delle lucertole, come si è sempre ritenuto, ma dei polli e degli struzzi. La struttura molecolare di quella sua proteina, infatti, è analoga in tutto e per tutto a quella di un'identica proteina che è presente nei due pennuti, mentre è totalmente assente dalle contemporanee lucertole. "Ora siamo in grado di stabilire una fortissima relazione dal punto di vista evolutivo tra il dinosauro T.Rex e gli uccelli"

"E' nato prima l'uovo o la gallina? E' nato prima il Tyrannosaurus rex. 
Al vecchio paradosso oggi si dovrebbe rispondere così, almeno stando ad una ricerca condotta presso le università americane di Harvard e della North Carolina e pubblicata oggi su Science. 
Una notizia che mette sotto una luce nuova un pezzo dell'evoluzione (e l'innocuo pollo), ma che alcuni scienziati hanno accolto con scetticismo.

Gli esperti, grazie all'identificazione di una proteina, hanno scoperto che uno dei più mastodontici animali della preistoria (vissuto tra 70 e 65 milioni di anni fa in America settentrionale), a livello molecolare non è l'antenato delle lucertole, come si è sempre ritenuto, ma dei polli e degli struzzi. La struttura molecolare di quella sua proteina, infatti, è analoga in tutto e per tutto a quella di un'identica proteina che è presente nei due pennuti, mentre è totalmente assente dalle contemporanee lucertole.

"Ora siamo in grado di stabilire una fortissima relazione dal punto di vista evolutivo tra il dinosauro T.Rex e gli uccelli", ha spiegato John Asara, della Harvard medical School, precisando che per fare la ricerca è stato scelto un nuovo rispetto a quelli tradizionali. Gli scienziati non sono partiti tanto dalla struttura degli scheletri dei fossili a disposizione, ma dalla struttura molecolare delle proteine contenute in quelle ossa.

Che una proteina così vecchia possa essere trovata intatta nelle ossa di un fossile è elemento controverso, alcuni scienziati americani hanno definito "uno scherzo" questo nuovo approccio scientifico, ma la paleontologa molecolare Mary H. Schweitzer, della North Carolina State University, garantisce che la teoria è corretta. Ha spiegato di aver estratto intatta quella proteina dalle ossa del dinosauro. "Non c'è alcuna traccia di contaminazione possibile - ha detto - e siamo certi che la nostra teoria evolutiva è corretta"."

Schweitzer Mary Higby, Suo Zhiyong, Avci Recep, Asara John M., Allen Mark A., Arce Fernando Teran, Horner John R. 2007. Analyses of Soft Tissue from Tyrannosaurus rex Suggest the Presence of Protein. In "Science", Vol. 316. no. 5822, pp. 277 – 280, 13 aprile 2007, DOI: 10.1126/science.1138709
Tratto da: http://www.repubblica.it/…/pol…/pollo-t-rex/pollo-t-rex.html






domenica 22 marzo 2015

Clientelismo. In molti casi avevano vitto e alloggio nella casa del patrizio. Il cliens non doveva semplicemente adulare qualcuno, ma perorare ogni sua causa, mettendoci la faccia, giusta o sbagliata che fosse. In condizioni estreme doveva anche incaricarsi di corrompere i senatori portandoli dalla parte del proprio padrone e cercando di non far capire da dove venissero i favori. Il rapporto di clientela era ereditario, di padre in figlio, e poteva essere affidato solo a uomini liberi e non schiavi.

Non sono un servo, sono un cliens.

Nella commedia latina uno dei personaggi più affascinanti e utili allo sviluppo della trama è l’adulatore, o parassita.
Nella società romana queste figure avevano lo scopo di elogiare i propri padroni, spesso inventando storie incredibili su di loro, in modo da trarne prestigio e mantenersi per più giorni. Chi riusciva a restare a fianco di un patrizio poteva ottenere in cambio dei suoi servigi pasti assicurati o qualche soldo per sopravvivere.

In molti casi avevano vitto e alloggio nella casa del patrizio. Il cliens non doveva semplicemente adulare qualcuno, ma perorare ogni sua causa, mettendoci la faccia, giusta o sbagliata che fosse. In condizioni estreme doveva anche incaricarsi di corrompere i senatori portandoli dalla parte del proprio padrone e cercando di non far capire da dove venissero i favori. Il rapporto di clientela era ereditario, di padre in figlio, e poteva essere affidato solo a uomini liberi e non schiavi. L’elemento dell’adulazione viene inserito nelle commedie per esasperare il carattere e la figura di questi individui.

Il cliente doveva essere il primo della giornata di fronte alla porta del suo padrone per riceverne le richieste e mostrarsi sempre grato e ammirato. Di conseguenza il padrone doveva essere generoso e comprensivo. Se si fa un controllo sulle dediche delle opere letterarie, si nota che la captatio benevolentiae (un incipit dedicato a qualcuno che potesse mantenerli), è sempre diretta a personaggi illustri, ricchi, potenti o politicamente influenti. Seguiva poi l’invocazione alla musa.

Plinio il Giovane parla della pratica della sportula, un tipo di clientelismo che prevedeva una fornitura periodica di vettovaglie che il patrizio metteva a disposizione. In cambio lo scrittore avrebbe dovuto elogiare le qualità di chi lo manteneva. In realtà si lamenta dal fatto che le altre sportule fossero sempre più piene della sua.

Marziale, invece, sottolinea che più numerosi erano i clientes che al mattino svegliavano il padrone, più prestigio dimostrava agli occhi della popolazione. Se qualche cliens avesse abbandonato il suo ruolo anche il dominus avrebbe perso la reputazione.

Dionigi di Alicarnasso sottolinea la profonda differenza tra gli schiavi greci e i clientes romani. Questi ultimi, secondo l’autore, godevano di maggiore rispettabilità e non erano considerati solo forza lavoro. In realtà, presso la popolazione romana, i clientes erano visti come persone senza ne arte ne parte, in grado solo di servire e assoggettarsi, quindi non dotati della virtus necessaria per essere considerati moralmente dei cittadini.

Per quanto possano sembrare delle figure poco interessanti, la storia ci ha tramandato varie versioni della figura del cliens. Con la nascita dei Mecenate dell’arte, dal 1200 fino al 1800 i clientes sono diventati dei “protetti” che danno prestigio alle corti di re e duchi, circondandoli di opere d’arte e capolavori letterari. Sempre, ovviamente, in cambio di un tozzo di pane.

http://www.lundici.it/2014/05/non-sono-un-servo-sono-un-clientes/


Jonathan Swift, I viaggi di Gulliver. E certe differenze di opinioni costarono milioni di vite: decidere per esempio se la carne sia pane, o il pane sia carne; se il succo di certe bacche sia sangue o vino; se il fischiare sia un vizio o una virtù, se sia meglio baciare un pezzo di legno oppure gettarlo nel fuoco; quale sia il miglior colore per un vestito, se nero, rosso, bianco o grigio, e se debba essere lungo o corto... [...] E nessuna guerra è tanto furiosa e sanguinosa e di tanta durata quanto quelle causate di una diferenza di opinione, specialmente se si tratta di una cosa senza importanza.

"E certe differenze di opinioni costarono milioni di vite: decidere per esempio se la carne sia pane, o il pane sia carne; se il succo di certe bacche sia sangue o vino; se il fischiare sia un vizio o una virtù, se sia meglio baciare un pezzo di legno oppure gettarlo nel fuoco; quale sia il miglior colore per un vestito, se nero, rosso, bianco o grigio, e se debba essere lungo o corto... [...]
E nessuna guerra è tanto furiosa e sanguinosa e di tanta durata quanto quelle causate di una diferenza di opinione, specialmente se si tratta di una cosa senza importanza."
Jonathan Swift, I viaggi di Gulliver



Sarà Jonathan Swift a creare «l’emblema più completo e più inesauribile» di quella che è passata alla storia come la disputa degli Antichi e dei Moderni: i primi – fa dire a Esopo nel suo La battaglia dei libri – sono come l’ape, che trae dalla natura il miele che fabbrica; laddove i secondi, alla maniera del ragno, attingono ai loro stessi escrementi di che filare la propria scienza. Ecco dunque la modernità svelarsi come atrofia della memoria, negazione di ogni retaggio, funesta e narcisistica sterilità. Ma la polemica era cominciata ben prima, nell’Italia dei primi anni del Seicento, e sotto il regno di Luigi XIV aveva improntato di sé la vita della Repubblica delle Lettere per tutto l’ultimo ventennio del secolo – un ventennio al tempo stesso turbolento e fecondo. Di questa polemica Marc Fumaroli, grande storico ma anche arguto chroniqueur, traccia, con un piglio che nulla ha a che vedere con l’astratta aridità della cosiddetta storia delle idee, un’immagine viva e riccamente articolata, dando conto non soltanto del dibattito culturale intorno alla lingua, la poesia, il teatro, la scienza, l’arte, la musica, ma anche dei complessi legami che s’intrecciavano fra i letterati di entrambi i partiti, fra questi e la società mondana del tempo, fra questi e il potere politico (in primo luogo il re, del quale bisognava conquistare il favore con qualunque mezzo). Fumaroli non si limita a registrare il successo clamoroso ed effimero a cui si condannano i Moderni, ma (riconoscendo il suo debito nei confronti di Arnaldo Momigliano e di Leo Strauss) ci mostra come, ben oltre i limiti cronologici che le vengono normalmente assegnati, la questione del rapporto che il Moderno ha con il passato continui a essere, ancora oggi, urgente e aggrovigliata.



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