venerdì 26 dicembre 2014

Severino "La potenza dell'errare. Al riduzionismo compete [tra le altre] una contraddizione, che è l'análogon del riduzionismo teologico. La riduzione della mente al cervello è cioè l'análogon mondano della riduzione teologica del mondo a Dio. Infatti, se il mondo è totalmente riducibile a Dio, non c'è mondo; e se la mente è totalmente riducibile al cervello, non c'è mente. In entrambi i casi, se la riduzione non è totale c'è un residuo irriducibile. Ma se la riduzione è totale, essa nega ciò che essa stessa afferma: nega quella mente e quel mondo che essa riconosce come esistenti proprio per la sua volontà di ridurli, rispettivamente, al cervello e a Dio.


CONTRO IL RIDUZIONISMO
Al riduzionismo compete [tra le altre] una contraddizione, che è l'análogon del riduzionismo teologico. La riduzione della mente al cervello è cioè l'análogon mondano della riduzione teologica del mondo a Dio. Infatti, se il mondo è totalmente riducibile a Dio, non c'è mondo; e se la mente è totalmente riducibile al cervello, non c'è mente. In entrambi i casi, se la riduzione non è totale c'è un residuo irriducibile. Ma se la riduzione è totale, essa nega ciò che essa stessa afferma: nega quella mente e quel mondo che essa riconosce come esistenti proprio per la sua volontà di ridurli, rispettivamente, al cervello e a Dio.
Emanuele Severino "La potenza dell'errare. Sulla storia dell'Occidente" (2013), Rizzoli 2014, p. 341
[Gerhard Richter, Ohne Titel (Abend) l Senza titolo (Sera), 1971]



Il "Dio creatore" va negato (e così l'uomo creatore, o la tecnica creatrice), perché nel concetto di un Dio siffatto si esprime la follia che identifica l'essere e il nulla, ossia perché il contenuto di tale concetto è nullo. Mi sembra che per molti "nichilismo" sia, per definizione, la negazione del Dio della tradizione cristiana. Ma allora è questione di parole; e sarebbe inevitabile essere "nichilisti". Ciò a cui si rivolge il mio discorso non ha però nulla a che vedere con l'ateismo, che riduce la totalità dell'essere al mondo. Anzi Dio è "troppo poco". Già la più umile delle cose, in quanto eterna, sta al di sopra di Dio, che dalla follia del nichilismo viene fatto giocare col nulla. Ma per discutere il fondamento di queste affermazioni bisogna uscire dai luoghi comuni o dal facile appello a quel che la gente pensa comunemente.

Emanuele Severino



Il destino è un padrone (violenza, predominio, prevaricazione) solo se esiste un servo ..
Emanuele Severino


Emanuele Severino, Il disfacimento del corpo non ne è l’annientamento.
“Il pensiero che testimonia la verità dell’essere non può accogliere l’affermazione che con la morte del corpo l’anima continui ad esistere: ma non perché si debba invece affermare che, non esistendo più il corpo, non possa più esistere nemmeno l’anima, bensì perché tanto il corpo quanto l’anima sono eterni. Come ogni essere. L’anima non può esistere senza il corpo, così come non può esistere senza uno qualsiasi degli enti, giacché il destino della totalità dell’ente è di esistere. (‘Aeternus’ è sincope di ‘aeviternus’, e l’‘aevum’ è l’αἰών, l’esser sempre, l’impossibilità di non essere. Ma questa impossibilità si deve riferire alla totalità dell’essere, e non ad un ente privilegiato – onde l’αἰών greco è la stessa espressione del nichilismo metafisico).
Il disfacimento del corpo non ne è l’annientamento, ma è il modo in cui il corpo si porta stabilmente al di fuori dell’apparire dell’essere. La storia è il processo del comparire e dello sparire dell’eterno. La dialettica non è l’essenza dell’essere in quanto è, ma dell’essere in quanto appare. L’essere sopporta inalterato ogni aggressione della tecnica. Non ne resta in alcun modo intaccato, ma lascia apparire gli spettacoli dell’alienazione del senso dell’essere.”

EMANUELE SEVERINO (1929), “Essenza del nichilismo”, Adelphi, Milano 1982 (nuova edizione ampliata, I ed. Paideia, Brescia 1972), Parte seconda ‘La terra e l’essenza dell’uomo’, I, p. 197.






Emanuele Severino.
- Leopardi Nietzsche e la maschera indossata dall’angoscia -
“ In relazione al nulla assoluto, «in mezzo» al quale l’essere si trova (‹Zibaldone›, 85), il «genio» vede, per Leopardi, l’impotenza di ogni rimedio e l’impossibilità di ogni salvezza. Anche la tecnica è impotente di fronte al nulla assoluto. Per questo Leopardi può pensare che dopo il fallimento della potenza della tecnica rimanga, a fronteggiare ancora per un poco l’irruzione del nulla, la potenza del canto del «genio», nella situazione dove «l’anima riceve vita (se non altro passeggera) della stessa forza con cui sente la morte perpetua delle cose, e sua propria» (‹ibid›., 261) – questa forza essendo appunto la potenza del canto del «genio». Ma il superuomo è il genio che vince il nulla assoluto della morte proprio perché conosce l’assoluta precarietà, incertezza e destinazione al nulla di tutte le cose e di se stesso. Gioisce non per la potenza del canto che mostra la vittoria del nulla, ma perché la suprema vittoria ‹del› nulla – cioè del divenire – è la vittoria ‹sul› nulla da cui le cose provengono e in cui ritornano. Tale vittoria, in cui consiste l’eterno ritorno di tutte le cose, è fondata sulla coscienza dell’illusorietà del nulla in quanto origine assoluta e termine assoluto del tutto. Il superuomo non ha bisogno di gioire della potenza del canto, perché gioisce della propria eternità, del proprio eterno far ritorno nell’essere, insieme a tutte le cose. Ma gioisce stando sull’abisso di un’eternità essenzialmente implicata dalla non eternità, ossia che ha ed è in se stessa la propria negazione. La gioia del superuomo è la maschera inevitabilmente indossata dall’angoscia a cui l’Occidente è destinato. Al di là della follia del divenire e ‹cioè› dell’eternità dell’Occidente, la ‹Gioia› del destino della verità non maschera alcuna angoscia.”

EMANULE SEVERINO, “L’anello del ritorno”, Adelphi, Milano 1999, XXII. ‘Nietzsche e l’essenza del nichilismo’, 3. ‘Nietzsche, Leopardi, il destino della verità’, pp. 432 – 433.






Antica saggezza cinese: dove c'è la volontà, c'è una via. «Ora che c'è la pace in tutto il Paese, un tempo favorevole, un raccolto abbondante e tutto sta andando secondo i nostri desideri; quindi perché tutti sono ancora così tristi?», si chiese Zhou. Gli anziani risposero: «Come si fa a essere gioiosi quando ci sono ancora tre terrori da affrontare?» Zhou domandò: «Quali sono i tre terrori?» Gli anziani risposero: «C'è una tigre bianca nelle montagne del Sud che assalta ogni tanto le persone. Il drago nel fiume sotto il Ponte Lungo che spesso ferisce le persone e il bestiame è un altro terrore. Per quanto riguarda il terzo ...» Silenzio. Dopo un momento di esitazione gli anziani ebbero il coraggio di dire: «Temiamo sia tu».


*** Antica saggezza cinese: dove c'è la volontà, c'è una via ***

Rude. Feroce. Senza scrupoli. Queste sono le parole che si potrebbero usare per descrivere il famoso ufficiale cinese Zhou Chu nei giorni della sua giovinezza.

Zhou visse durante la Dinastia Jin (1115 - 1234) a Yixing nella provincia del Jiangsu. In mancanza di una guida corretta dei genitori nella sua giovinezza, Zhou sviluppò un temperamento cattivo, agitato e sfrenato e fu ampiamente riconosciuto come il ‘terrore dei villaggi’.

Rude come era allora, Zhou presto si rese conto che le persone lo evitavano come la peste. Determinato a riabilitare la sua reputazione, Zhou decise che il modo migliore per essere apprezzato dai suoi connazionali era quello di aiutarli a risolvere i loro problemi. Dopotutto aveva notato che la maggior parte degli abitanti dei villaggi sembrava depressa e aveva i volti segnati dalle rughe.

«Ora che c'è la pace in tutto il Paese, un tempo favorevole, un raccolto abbondante e tutto sta andando secondo i nostri desideri; quindi perché tutti sono ancora così tristi?», si chiese Zhou. Gli anziani risposero: «Come si fa a essere gioiosi quando ci sono ancora tre terrori da affrontare?» Zhou domandò: «Quali sono i tre terrori?» Gli anziani risposero: «C'è una tigre bianca nelle montagne del Sud che assalta ogni tanto le persone. Il drago nel fiume sotto il Ponte Lungo che spesso ferisce le persone e il bestiame è un altro terrore. Per quanto riguarda il terzo ...»

Silenzio. Dopo un momento di esitazione gli anziani ebbero il coraggio di dire: «Temiamo sia tu».

Sbalordito, Zhou rifletté tranquillamente a lungo sulla dichiarazione degli anziani. Finalmente annunciò: «Mi sbarazzerò di tutti e tre i terrori!»

Con le armi affilate alla mano, Zhou si recò da solo sulle montagne per cacciare la feroce tigre bianca. Combatté duramente e uccise la bestia. Procedette poi verso il fiume e dopo una lotta vigorosa con il drago per tre giorni e tre notti, Zhou riuscì a decapitarlo.

Nel villaggio gli abitanti avevano notato che Zhou era via da tre giorni e credevano che fosse rimasto ucciso nel tentativo. Felici che i tre terrori erano stati presumibilmente vinti, gli abitanti del villaggio estatici saltavano dalla gioia, si congratulavano a vicenda e fecero festa. In quel preciso momento Zhou tornò. Osservando l'esultanza e la festa, Zhou finalmente comprese quanto fosse profondamente odiato e si sentì pieno di vergogna e rattristato.

LA STRADA PER LA REDENZIONE

Ancora determinato a fare ammenda per il suo passato, Zhou decise di rinascere come uno studioso e un gentiluomo e iniziò a cercare insegnanti eminenti. Ben presto scoprì che i nipoti del grande generale Lu Xun in Wu - Lu Ji e Lu Yun – stavano impartendo degli insegnamenti e partì per pagare loro una visita speciale per chiedere se potevano istruirlo.

Ma Zhou riuscì a trovare solo Lu Yun e subito sollevò la questione più urgente nella sua mente. «Ho veramente voglia di fare ammenda e ricominciare, ma a causa della mia età avanzata, non so se c'è ancora tempo», disse Zhou. «Gli antichi tenevano in grande considerazione le persone che sono disposte a cambiare – rispose Lu Yan in modo incoraggiante - Il vostro futuro, signore, è abbastanza luminoso. Inoltre si dovrebbe essere più preoccupati della propria volontà che della propria reputazione».

Fu allora che Zhou comprese una profonda verità: «Dove c'è volontà, c'è una via». Zhou lavorò duramente e assiduamente per migliorare il suo comportamento e pose grande attenzione alla coltivazione di sé e al perfezionamento del suo carattere morale. Nel corso di un solo anno, la sua reputazione migliorò così drasticamente che tutti i funzionari del governo locale gli raccomandarono di ricoprire una carica.

Nel corso dei trenta anni successivi, Zhou ricoprì diverse posizioni e servì come funzionario diligente ed esperto. Durante i suoi mandati, eseguì il suo dovere con competenza e responsabilità.

Come funzionario Zhou ebbe molte realizzazioni degne di nota come prefetto nello Xinping; lì Zhou stabilì un ottimo rapporto con le tribù in minoranza. Nello Guanghan si dimostrò un magistrato incorruttibile e molto efficiente, risolse molti dei vecchi casi irrisolti da decenni. Quando era in servizio come dirigente amministrativo imperiale, amministrò la legge imparzialmente, senza assecondare le persone importanti e la sua rettitudine lo rese nemico di vari gruppi.

Più tardi quando una tribù guidata da Chi Won Nien si ribellò, alcuni funzionari della corte imperiale che volevano fare del male a Zhou gli consigliarono la missione. Quelli che conoscevano le sinistre intenzioni dei cortigiani reali consigliarono a Zhou di rifiutare la commissione.

Zhou rimase impassibile. «Quale modo migliore c’è per me di mostrare quanto sia leale e doveroso? Ho già detto addio ai miei cari per servire la corte imperiale, così oggi è il giorno per me di dedicarmi al Paese!» Infine Zhou sacrificò la sua vita per il suo Paese, cadde in un’imboscata dei nemici e perì sul campo di battaglia.

Zhou ha dimostrato il coraggio di apportare dei cambiamenti fondamentali nel suo carattere e si trasformò da un terrore malevolo a un fedele e lodevole ufficiale. Se non altro, la storia di Zhou Chu ci ricorda che una persona può commettere errori, ma finché è disposta e determinata a cambiare il proprio comportamento, il suo destino futuro cambierà per il meglio.


Fonte: http://www.epochtimes.it/news/antica-saggenzza-cinese-dove-c-e-volonta-c-e-una-via---125366


giovedì 25 dicembre 2014

Alice Munro. Mobili di famiglia. In casa mia ci si limitava ad aggiungere un asse di legno al tavolo della sala da pranzo due o tre volte l'anno per intrattenere la nonna, le zie - sorelle maggiori di papà - e i loro mariti. Lo facevamo a Natale e per il giorno del Ringraziamento, quando toccava a noi, e anche quando un parente veniva a trovarci da un'altra zona del paese.

«C'è un limite alla quantità di sofferenze e di scombussolamento che si è disposti a sopportare in nome dell'amore, come c'è un limite al disordine che siamo disposti ad accettare in una casa. Non si può conoscere in anticipo, ma quando lo raggiungi, te ne accorgi. Ne sono convinta. Quando cominci veramente a lasciar perdere, succede così. Ti parte dentro una fitta di dolore segreta, inaspettata. E subito dopo, un senso di leggerezza. Vale la pena rifletterci, sulla leggerezza. Non si tratta solo di sollievo. Contiene una forma strana di piacere, niente a che fare con masochismo o vendetta, niente di personale, insomma. E' il piacere spontaneo di quando si constata che il progetto non corrisponde più alla struttura, che l'edificio non può stare su; è il piacere di riconsiderare dal principio tutto ciò che esiste di contraddittorio, persistente e irriducibile nella vita.»
Alice Munro, “Bardon, autobus n. 144” da Le lune di Giove (The Moons of Jupiter), 1982.


In casa mia ci si limitava ad aggiungere un asse di legno al tavolo della sala da pranzo due o tre volte l'anno per intrattenere la nonna, le zie - sorelle maggiori di papà - e i loro mariti. Lo facevamo a Natale e per il giorno del Ringraziamento, quando toccava a noi, e anche quando un parente veniva a trovarci da un'altra zona del paese.
Alice Munro, Mobili di famiglia


«A renderci desiderabili non è qualcosa che facciamo, ma qualcosa che senza saperlo abbiamo dentro di noi».
Alice Munro, “Chi ti credi di essere?”


«Ricordati sempre: quando un uomo esce da una stanza, si lascia alle spalle tutto quel che c’è dentro. Una donna, invece, si porta appresso tutto quel che c’è avvenuto».
Alice Munro, “Troppa felicità”



La gente apre un negozio per vendere, spera che ci sia un tale movimento da dovere ingrandire il negozio per vendere di più e diventare più ricchi. Non è così? Ma probabilmente esistono altre persone che aprono un negozio sperando di trovare un riparo, tra gli oggetti che più apprezzano - lana o tazze da tè o libri - e con la sola idea di affermare qualcosa in tutta tranquillità. Diventeranno parte di un isolato, di una strada, della cartina generale e infine della memoria collettiva. Per queste persone un negozio è ciò che per altre può essere una capanna nel bosco, un rifugio e una giustificazione.
Alice Munro da “Segreti svelati”








Falange. Il muro di scudi Nel mondo classico, la falange spartana operava in modo serrato costituendo un muro impenetrabile per qualsiasi avversario. Non era una semplice architettura militare, ma una vera e propria filosofia basata sul mutuo soccorso e sull’aiuto reciproco, perché ogni oplite, coprendo con la metà del proprio scudo il guerriero al suo fianco, era responsabile della sua incolumità e della perfetta integrità di quel muro che per nulla al mondo doveva essere violata. Era dunque la perfetta trasposizione militare di un concetto sociale molto più ampio: il senso comunitario, dove all’io si sostituisce il noi, e dove il noi diventa un’unica entità. Con il tempo, però, alcuni hanno preferito e preferiscono prendere le distanze da questa virtù che presuppone lealtà, onestà e spirito di sacrificio per concedersi alla molto meno virtuosa e “volgare” locuzione latina “mors tua vita mea”, trasposizione puntuale del più barbaro e misero opportunismo, origine di ogni male. No, non ci sto. Qualcuno disse: “Onorate gli scudi”. E così sia! Ma mentre lo faccio, guardo negli occhi i “guerrieri” che ho al mio fianco perché ognuno di noi è responsabile dell’integrità di quel muro. Ognuno di noi…



Il muro di scudi
Nel mondo classico, la falange spartana operava in modo serrato costituendo un muro impenetrabile per qualsiasi avversario. Non era una semplice architettura militare, ma una vera e propria filosofia basata sul mutuo soccorso e sull’aiuto reciproco, perché ogni oplite, coprendo con la metà del proprio scudo il guerriero al suo fianco, era responsabile della sua incolumità e della perfetta integrità di quel muro che per nulla al mondo doveva essere violata. Era dunque la perfetta trasposizione militare di un concetto sociale molto più ampio: il senso comunitario, dove all’io si sostituisce il noi, e dove il noi diventa un’unica entità.
Con il tempo, però, alcuni hanno preferito e preferiscono prendere le distanze da questa virtù che presuppone lealtà, onestà e spirito di sacrificio per concedersi alla molto meno virtuosa e “volgare” locuzione latina “mors tua vita mea”, trasposizione puntuale del più barbaro e misero opportunismo, origine di ogni male.
No, non ci sto.
Qualcuno disse: “Onorate gli scudi”. E così sia! Ma mentre lo faccio, guardo negli occhi i “guerrieri” che ho al mio fianco perché ognuno di noi è responsabile dell’integrità di quel muro. Ognuno di noi…
Barbara Lezzi




martedì 23 dicembre 2014

Alvaro. L'umo è forte. Noi -proseguì l'Inquisitore- vogliamo che i nostri cittadini siano felici. Devono essere felici per forza - (strinse il pugno e digrignò i denti) -tutto quello che li turba è delittuoso. Essi hanno la verità, la giustizia, la felicità. Essi non hanno misteri. Possono vivere pubblicamente uno di fronte all'altro senza nascondersi nulla. Non devono nascondersi nulla. Il mondo intero deve essere pulito, senza ombre, senza dubbi, senza segreti, senza veleni di desideri e nostalgie. Ora esiste una pianta umana che non siamo riusciti ad estirpare del tutto. È un'intera razza di uomini. Essa deve scomparire. Dopo il mondo sarà felice, soltanto dopo. DEVE essere felice.


"L'uomo è forte" del mio corregionale Alvaro. Dieci anni prima di Orwell:

"Noi -proseguì l'Inquisitore- vogliamo che i nostri cittadini siano felici. Devono essere felici per forza - (strinse il pugno e digrignò i denti) -tutto quello che li turba è delittuoso. Essi hanno la verità, la giustizia, la felicità. Essi non hanno misteri. Possono vivere pubblicamente uno di fronte all'altro senza nascondersi nulla. Non devono nascondersi nulla. Il mondo intero deve essere pulito, senza ombre, senza dubbi, senza segreti, senza veleni di desideri e nostalgie. Ora esiste una pianta umana che non siamo riusciti ad estirpare del tutto. È un'intera razza di uomini. Essa deve scomparire. Dopo il mondo sarà felice, soltanto dopo. DEVE essere felice."
Alvaro, L'umo è forte





Libro rarissimo, di Alvaro si trovano le solite menate sulla vita aspra in Aspromonte. Questo è 1984 ma pensato dieci anni prima, con tutto il rispetto reverenziale che porto al Grande Blair. Me lo trovo, questo prezioso documento contro il fascismo, -le introduzioni lo fanno passare come critica alla URSS- grazie alla lungimiranza di un vecchio, mio padre, che mi costruì una dignitosa biblioteca.
Ah la lettura. Disse Hobbes che bisogna smettere di leggere i libri per leggere l'uomo, ma con tutta la lanterna che mi porto dietro, di uomini non ne vedo, nemmeno allo specchio
Poiché: "Tutta a nostra libertà non è null'altro che teoria!" (A. Ruge)





Polibio. Nel VI libro delle Storie, egli passa in rassegna l’organizzazione statale e militare dell’Impero, cercando di capire come sia riuscito a diventare ciò che è in poco più di cinquant’anni. Polibio inizia dicendo che tutti gli storici e i filosofi, solitamente, identificano tre forme di governo: Monarchia, Aristocrazia e Democrazia. Nulla da ridire sulla loro esistenza, nonostante siano un po’ limitate; manca qualcosa in questo quadro. La Corruzione. La corruzione, secondo lo storico, genera altre tre tipologie di governo, fino ad ottenerne in tutto sei. Secondo Polibio, l’uomo è un animale e, di conseguenza, mantiene gli stessi istinti degli altri animali, affiancati, però, dalla dote del raziocinio. Premesso questo, come i cinghiali e i lupi, ad un certo punto gli uomini hanno bisogno di riunirsi in “branchi/tribù” capeggiate dall’individuo più “forte/dominante”.

“Chi è così stupido o indolente da non voler conoscere in quale modo e grazie a quale sistema politico i Romani siano riusciti in meno di cinquantatré anni a sottomettere gran parte del mondo conosciuto – un fatto che non conosce precedenti?”
Polibio


"Se fosse possibile che lo Stato fosse composto da soli filosofi, questi artifici non sarebbero necessari. Ma dal momento che le masse popolari sono incoerenti, piene di riottosi desideri, passionali e imprevigenti delle conseguenze, devono essere riempiti di paura per tenerle a bada; per questo gli antichi ben fecero ad inventare gli dei e l'idea della punizione dopo la morte". 
Polibio


“Le masse popolari sono incoerenti piene di riottosi desideri passionali e imprevigenti delle conseguenze; devono essere riempite di paura per tenerle a bada. Per questo gli antichi ben fecero ad inventare gli dei e l'idea della punizione dopo la morte.”
Polibio




Negli ultimi tempi ci infervoriamo facilmente al sentire nominare la parola “corruzione”. Soprattutto in questi giorni in cui la nostra attenzione è concentrata sulla “cupola” della Mafia, che ha ricoperto Roma e sembra essere stata scoperta solo ora
Ma qualcuno già lo sapeva!
Sapevano che Roma era corrotta e che, in ogni centro abitato c’è una base di corruzione. Che non sia la Mafia ma abbia un altro nome, altri volti o altre voci, poco importa. La corruzione c’è , esiste, ed è un dato di fatto.
Chi sapeva tutto questo in anticipo?
Ovviamente i grandi del passato. Uno di loro, in particolare: Polibio, storico greco che narra gli avvenimenti di Roma. Affascinato dalla Città
Polibio
Polibio
Eterna e dalle sue vittorie, prosegue gli scritti di Timeo, altro storico romano.
Nel VI libro delle Storie, egli passa in rassegna l’organizzazione statale e militare dell’Impero, cercando di capire come sia riuscito a diventare ciò che è in poco più di cinquant’anni. Polibio inizia dicendo che tutti gli storici e i filosofi, solitamente, identificano tre forme di governo: Monarchia, Aristocrazia e Democrazia. Nulla da ridire sulla loro esistenza, nonostante siano un po’ limitate; manca qualcosa in questo quadro. La Corruzione.
La corruzione, secondo lo storico, genera altre tre tipologie di governo, fino ad ottenerne in tutto sei.
Secondo Polibio, l’uomo è un animale e, di conseguenza, mantiene gli stessi istinti degli altri animali, affiancati, però, dalla dote del raziocinio. Premesso questo, come i cinghiali e i lupi, ad un certo punto gli uomini hanno bisogno di riunirsi in “branchi/tribù” capeggiate dall’individuo più “forte/dominante”.
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Quando queste tribù mostrano segni di familiarità, cioè di affetto tra i propri membri, allora nasce la conoscenza del bene e del male. Da questa  scoperta si arriva alla legittimazione di un re, che viene identificato nella persona che più saggiamente, riesce a discernere i comportamenti dei membri. In seguito, nasce il concetto di “regalità” cioè di capacità sia fisiche che morali rispettabili da parte del popolo. Nel momento in cui queste cariche diventano ereditarie, si pensa che, chi nasce da persona valorosa e saggia, sia per sua natura simile a chi l’ha generato. Quando ciò non avviene si scelgono altri comandanti o capi in grado di sostituirsi ai predecessori. Proprio in questo passaggio arriva la corruzione: un individuo eredita i privilegi del padre e comprende di non doversi sforzare per dimostrare il proprio valore e si adagia nei vantaggi procuratigli dalla successione di sangue. L’animo si corrompe, allontanandosi dai valori di forza, lealtà e saggezza, generando malcontento nel popolo e, di conseguenza, la Monarchia si trasforma in Tirannide.

Per sfuggire a tale ordinamento “i più saggi” si riuniscono e cacciano il re, instaurando un’aristocrazia, il potere di pochi, superiori per qualità, in grado di reggere lo Stato e guidare il popolo. Dopo una prima generazione di “uomini giusti”, subentra il problema dell’ereditarietà, del diritto al potere che, di nuovo, porta con sé il seme della corruzione, traviando i successori che si adagiano nei privilegi e esigono senza anteporre il bene della comunità al proprio interesse. Da qui nasce il governo oligarchico, il governo dei pochi con grandi poteri. Anche in questo caso, il popolo si ribella e sviluppa un senso proprio della politica e decide di amministrare da sé il potere. Nasce la Democrazia.
A questo punto v’è da domandarsi: come è possibile che un intero popolo possa lasciarsi corrompere?
Molto semplice, spiega Polibio: è sempre per via dell’ereditarietà. Un popolo che “conquista” la propria libertà con le battaglie, ne 
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comprende il valore. Tuttavia, la generazione successiva, nasce già nella democrazia, quindi perde la capacità di comprenderne il vero valore, non sa a che prezzo è stata ottenuta la libertà. Di conseguenza, non la protegge ma la accetta come realtà dei fatti, cadendo nel governo dell’Oclocrazia. L’Oclocrazia è la degenerazione della Democrazia: non più il governo “del popolo” ma “della massa” quindi dell’incoerenza e della corruzione dei costumi e dei valori, con un desiderio spasmodico di beni e possedimenti, che rendano alcuni individui più potenti di altri.

Secondo Polibio, Platone e Aristotele, a questo livello di corruzione corrisponde un’unica soluzione: il ritorno al governo di uno solo, saggio, valoroso e “pio” (inteso come fedele alle tradizioni, agli dei, al popolo e allo Stato).
Il circolo vizioso della corruzione è inarrestabile, perché insito nella natura umana, impossibile da evitare, perché difficilmente si potranno avere in successione regnanti degni di tale ruolo per diritto ereditario. Secondo il legislatore Licurgo. è possibile avere un “buon governo” ma, per istinto naturale, questo è destinato a degenerare nella corruzione e nella forma negativa di se stesso: che sia Monarchia, Aristocrazia o Democrazia.

Pensando al presente, ci potremmo chiedere come mai esista ancora la corruzione. I governi vengono eletti, non più tramandati per successione, e dovrebbero rappresentare sempre il “buon governo”. Eppure, la Corruzione si mantiene ben salda, attaccata a tutto ciò che è potere, denaro e privilegi. Seguendo la logica di Polibio e Licurgo le risposte sono due:

  • Le nostre elezioni non vengono dalla rivolta, dal malcontento che porta al colpo di Stato. Vengono dal desiderio di cambiare,affidandoci al male minore. Ci vengono proposti dei candidati e dobbiamo scegliere. Non c’è più la ricerca dell’individuo più saggio e meritevole, perché quello se ne sta ben lungi dalla politica, ben sapendo che il buon governo non sarebbe attuabile in nessun caso. Di conseguenza, i nuovi eletti possono ottenere potere e privilegi automaticamente. In questo passaggio la corruzione è quasi legalizzata attraverso la concessione di vantaggi non guadagnati ma, per diritto di successione elettorale al potere, concessi a priori.
  • Come seconda motivazione, abbiamo la “corruzione naturale”. L’uomo, essendo dotato di raziocinio, tende ad essere corrotto per sua stessa natura, perché il suo istinto lo spinge a desiderare sempre più di ciò che può ottenere. Se in un branco (di lupi o di leoni) il più forte sconfigge e domina gli altri individui, il potere passerà solo al maschio più forte, colui che riuscirà a sconfiggere il predecessore. Tutti gli altri, comunque, resteranno subordinati senza desideri maggiori. Il vantaggio della ragione, nel caso dell’uomo, è anche uno svantaggio, perché porta ogni individuo a voler spiccare rispetto alla massa.
Tirando le somme: non è consigliabile attuare un colpo di Stato perché dovrebbe essere condotto in armi in un periodo dove non è pensabile perché la vera battagli si gioca non in guerra ma in Borsa. Il dominio è affidato all’economia che è una tirannide senza corpo fisico e quasi impossibile da spodestare. Seguendo la logica di Polibio, al momento dovremmo essere nella fase dell’Oclocrazia, il potere alle masse, rappresentate da chi vuole sempre di più, mentre il popolo si disgrega cercando di stare a galla in una politica che ha già decretato il nuovo potere ristretto e corrotto.


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lunedì 22 dicembre 2014

La teoria del Bambino, Adulto, Genitore. Le tre personalità in psicologia.

«Nella vita psichica esiste davvero una coazione a ripetere la quale si afferma anche a prescindere dal principio di piacere.»
Sigmund Freud, Al di là del principio del piacere


Berne individua tre categorie di persone, ognuna delle quali ha il suo copione: 
il vincitore, il non-vincitore e il perdente. 
Il vincitore è quella persona che ottiene sempre tutto, e il suo copione è quello del "sempre", cioè il messaggio del genitore interno è "Tu vincerai sempre". Il non-vincitore è una persona che su dieci obiettivi ne realizza nove. Il suo copione è il "quasi". cioè "tu arriverai quasi in cima, ma poi basta", o "accontentati di ciò che hai vinto finora". Il perdente è quella persona che non ottiene niente, che ha il copione del "mai", cioè "Tu non farai mai niente, non otterrai niente dalla vita" 
 Eric Berne, Fare l'amore



La predestinazione dei figli a pagare le colpe dei padri, tema centrale del teatro greco, la ritroviamo nella psicoanalisi come trasmissione transgenerazionale, cioè lavoro di elaborazione di un trauma non portato a termine da una generazione e dunque trasmesso come compito prioritario attraverso l'inconscio alle generazioni seguenti.







La teoria del Bambino, Adulto, Genitore: 
le tre personalità in psicologia.

December 22nd, 2014 | Posted by Igor Vitale in Psicologia Clinica
bambino-adulto-genitoreBambino, Adulto, Genitore
In breve, possiamo sintetizzare le caratteristiche delle tre personalità in questa maniera:
  • Il bambino è caratterizzato dalla non autosufficienza, da dipendenza, da necessità di protezione ( e quindi spesso sottoposto ad ansia e paura); questo stato soggettivo  conduce la personalità a ricercare continuamente affetto e protezione da parte di figure genitoriali (reali o surrogate). Il bambino è sereno soltanto quando ha la certezza di avere la vicinanza e la protezione (materiale ed affettiva) dei genitori. Se questi mancano, egli va in ansia ed emergono le paure tipicamente infantili (paura di non farcela, di rimanere soli, di essere abbandonati, che qualcuno gli faccia del male). Il tentativo del bambino è quello di evitare di affrontare le sue paure e le sue responsabilità. Egli pretende che lo faccia qualcun altro. La personalità del bambino può presentare aspetti di pretese irrealistiche (ad esempio venire mantenuto, essere continuamente perdonato), ha una comunicazione basata sulla lamentela (il mondo è difficile, gli altri non fanno quello che devono), sulla giustificazione (io non ce la faccio, e voi dovete capirmi), sulla pretesa (fate voi!), sul senso di colpa (è colpa vostra, quindi non contate su di me), sulle accuse, sul possesso. Il bambino non ha autostima e non è in grado di dare (soprattutto è incapace di dare amore): infatti la sua specialità è chiedere. Il suo sistema percettivo reattivo principale è basato sulla paura (di rimanere solo, di essere abbandonato, di non farcela) e sul piacere. Rispetto al piacere, può diventare un abusante, incorrendo in patologie da dipendenza; rispetto alla paura, il bambino tende ad essere dominato da paure immaginarie e sviluppa quelle che in Terapia Breve Strategicavengono chiamate le Tentate Soluzioni Fallimentari, che differenziano la personalità bambina nei vari gruppi patologici (ansioso, fobico, ossessivo, ipocondriaco, depressivo, dipendente etc…). Il bambino che si sviluppa serenamente (le cui cure parentali hanno assolto alla loro funzione) ed evolve ad adulto, conserva anche le qualità positive di questo stadio, che sono la capacità di gioco, la capacità di godere serenamente della vita, l’umorismo, la creatività (capacità tipicamente infantile, che rischia di essere persa col passaggio all’adulto), la capacità di chiedere scusa (umiltà). Il bambino dominato dalla paura, svilupperà invece caratteristiche di sofferenza, poiché pretenderà amore, cure, attenzioni, soddisfazioni, deresponsabilizzazioni anche quando sarà biologicamente adulto.

  • L’adulto è caratterizzato da indipendenza, autostima, autoefficacia. Ha sviluppato la capacità di difendersi (territorialmente ed affettivamente) e di esplorare e cacciare (che nella nostra società corrisponde al trovarsi un lavoro per potersi mantenere, vicino o lontano rispetto alle sue origini). Dotato di una buona dose di certezza e sicurezza in sé stesso, egli può quindi liberamente dedicarsi all’autorealizzazione. Anche lui ha paure, ma sono paure strettamente connesse a situazioni reali e non virtuali, come quelle del bambino. Il rapporto dell’adulto con le sue paure è quello di affrontarle per superarle, oppure schivarle, quando serve. L’adulto sviluppa comportamenti di autostima (ha imparato ad amare sé stesso), autosufficienza, autoefficacia, protezione del territorio, competitività per la sopravvivenza, sopportazione della fatica e delle frustrazioni, sopportazione della rinuncia. E’ un individuo che ha conquistato l’indipendenza e non ha paura di rimanere solo e questo, paradossalmente, gli permette di costruire buone amicizie (magari poche, ma salde), perché non basate sulla pretesa. Al contrario del bambino (che chiede agli altri quello che vuole), l’adulto ha imparato a prendere quello che desidera: è proattivo. Si tratta della personalità più adatta alla realizzazione professionale e personale. Ma l’adulto può diventare coatto, e generare la nevrosi adulta, con tutti i suoi lati negativi. L’adulto nevrotico (cioè dominante nei suoi schemi e non ammorbidito dalla presenza del bambino e del genitore) ha perso la capacità di divertirsi, non sa ridere, non sa giocare, non sa vivere con leggerezza, non sa chiedere scusa, non sa chiedere perdono, non sa proteggere, manca di tenerezza, non sa essere affettuoso, non sa amare. Utilizza in maniera coatta gli schemi della caccia e della sopraffazione dell’Altro. E’ una personalità che funzionerebbe benissimo nell’esercito o in tempi di guerra, ma si trasforma in un disastro nelle relazioni interpersonali.

  • Il genitore si sviluppa dall’adulto nel momento in cui compare qualcuno da accudire. In natura è la prole, ma il comportamento genitoriale può comparire anche quando vi sia la presenza di qualsiasi persona a cui dedicarsi. Di fatto, il gioco delle bambole che spontaneamente è agito dalle bambine (ma anche da alcuni bambini), non è altro che la manifestazione embrionale dello schema genitoriale, che verrà poi utilizzato gradualmente (per esempio prendendosi cura di altri soggetti) fino a svilupparsi completamente nell’accudimento dei propri figli.
Lo stato genitoriale è caratterizzato dalla capacità di darsi e di dare (cure, protezione ed amore, ed è l’unica personalità in grado di farlo), ma anche dedizione e sacrificio, che si manifestano nella capacità assistenziale. Nella razza umana è un comportamento particolarmente sviluppato nel genere femminile, ma l’evoluzione ha progressivamente dotato anche il maschio di questa qualità. La personalità genitoriale  può evolvere solo da quella adulta, poiché solo avendo imparato ad amare sé stessi, si può insegnare ad un altro essere umano ad amarsi; e solo avendo imparato a sopravvivere nel mondo è possibile insegnarlo ai propri figli. Tutto ciò che l’adulto ha imparato in termini di autostima, indipendenza, capacità di sopravvivenza, lo trasmette da genitore ai figli. Esistono numerose situazioni problematiche, tipiche della nostra società assistenziale,  in cui genitori biologici non hanno completato lo sviluppo psicologico/affettivo e sono psicologicamente bambini. Potremmo chiamarli genitori camuffati, poiché tentano di recitare i comportamenti di una personalità (quella genitoriale)  che non ha le basi per essere completa e che non hanno assorbito pienamente. Sinteticamente, i genitori camuffati si riconoscono dall’incapacità di dare amore incondizionato ai loro figli, ma piuttosto considerare i figli come fonte di stima per sé stessi; spesso i figli di questi genitori vengono caricati di aspettative, poichè secondo mamma e papà i figli devono fare contenti i genitori: devono gratificarli. Il genitore camuffato si lamenta continuamente dei propri figli, avanza pretese narcisistiche (es. devi farci fare bella figura), li utilizza per soddisfare bisogni personali e quando la sofferenza personale e l’insoddisfazione superano livelli critici, il genitore camuffato può arrivare ad uccidere i propri figli[1].
La personalità genitoriale salda, al contrario, non ha pretese affettive dai propri figli. Le accetta, se ci sono, ma non le reclama come moneta di scambio per l’accudimento e della fatica sostenute. Questo perché il genitore trova la sua autorealizzazione nel prendersi cura dei propri figli. Egli è già appagato così. Il genitore rispetta l’individualità dei propri figli e la loro libertà individuale. Li educa, preservando la loro originalità, ma soprattutto, non li ricatta. Se incontrate un genitore che sta dicendo al proprio figlio “E’ così che mi ripaghi? Dopo tutto quello che ho fatto per te?”, è sicuro che avete di fronte un bambino camuffato da genitore.
Ogni personalità ha dei bisogni da soddisfare attraverso la propria attività, ed ha reazioni tipiche nel rapporto con sé stessi e con l’ambiente. La normalità psicologica (intesa come qualità del benessere psicologico generale) è data dallo sviluppo integrato e flessibile con cui un individuo biologicamente cresciuto può disporre di queste tre personalità. Le personalità si intercambiano spontaneamente, come se danzassero dentro di noi, a seconda del momento e dell’ambiente. Il disagio e la patologia nascono quando una di queste personalità (ferita, traumatizzata o insoddisfatta) prende il sopravvento sulle altre e domina con i suoi comportamenti, bisogni, modalità di rapporto, la vita della persona in ogni istante. Possiamo quindi avere adulti biologici di quaranta o cinquant’anni, che a livello affettivo ed emotivo mostrano però esigenze, bisogni e comportamenti tipici di un’età psicologica precedente.

Questa è la nevrosi infantile, secondo l’approccio evolutivo.

Bambino, Adulto e Genitore possono essere visti come i tre colori di base dello spettro cromatico: possiamo descriverne staticamente le caratteristiche, come abbiamo fatto sopra, ma saranno poi le loro combinazioni a darci l’unicità, l’originalità e la dinamicità dell’individuo.
Secondo l’approccio evolutivo buona parte, se non tutte le patologie psicologiche e le sofferenze umane croniche, sono dovute  alla persistenza della personalità infantile.
Il paziente è ancora identificato, a livello inconscio, all’autoimmagine di un bambino, incapace di affrontare la vita in uno o più aspetti, e quindi vittima sistematica della paura.
La terapia deve occuparsi quindi dell’evoluzione della personalità allo stadio di adulto nel caso delle nevrosi infantili (la maggioranza dei casi), e da adulto a genitore nel caso delle nevrosi adulte. Le nevrosi genitoriali oggi sono più rare, poiché difficilmente si arriva a strutturare una personalità completa ed equilibrata.
L’evoluzione da bambino ad adulto a genitore costituisce un’evoluzione naturale. Negli animali è un’evoluzione biologica. Negli esseri umani è anche un’evoluzione psicologica. Non si tratta solo di crescere nel corpo, ma anche di fare evolvere la più complessa struttura psicologica attualmente presente nel regno animale: la nostra psiche.
Nel modello evolutivo sosteniamo che effettivamente la personalità multipla possa essere considerata un progresso (e non da poco) dell’evoluzione psicologica umana, che a questo punto non è più solo uno sviluppo biologico o cognitivo, ma di tutta la sua struttura, compresa la dimensione affettivo-relazionale.
La personalità multipla è il risultato dell’evoluzione di un’integrazione fra funzioni superiori della mente e mondo affettivo relazionale.
Nella psicologia evolutiva la compresenza delle tre personalità sufficientemente sviluppate e ben integrate è strettamente legato al benessere della persona, poiché le tre personalità garantiscono il maggior adattamento possibile all’ambiente fisico e relazionale. La dominanza di una personalità sulle altre, di solito quella infantile, impedisce l’esecuzione delle funzioni adattive delle altre personalità, facendo agire un comportamento coatto, frutto del blocco evolutivo, e quindi il manifestarsi di manifestazioni di disagio, disadattamento, fino ad arrivare alla psicopatologia.
Sosteniamo che Bambino, l’Adulto e  Genitore costituiscano delle vere e proprie personalità poiché durante la ricerca abbiamo potuto appurare che esse presentano sistemi cognitivi, affettivi e comportamentali nettamente distinti, bisogni e desideri, modalità di rapportarsi al mondo completamente differenti,  a volte contraddittori, fatto che andrebbe a spiegare la costante contraddittorietà dell’essere umano. Ciascuno di noi è in grado di sentirne la presenza e l’influenza.
Come ben spiega una mia paziente in questa situazione, avvenuta dopo lo sblocco alla personalità adulta: “Mi trovavo al centro commerciale, era tempo dei saldi. Volevo comprarmi un pigiama. Quando entrai nel negozio, mi capitò una cosa incredibile. Alla mia sinistra c’era una bella montagna di pigiami con disegnati dei pinguini. Alla mia destra avevano sistemato pigiami  e camicie da notte più sexy. Normalmente, avrei scelto i pinguini, senza pensarci. Ma questa volta non fu così. Improvvisamente sentii dentro di me una forza che mi tirava verso il lato opposto del negozio, verso l’abbigliamento più femminile! Fu allora che per la prima volta sentii la forza della mia donna, sentivo che esprimeva un suo desiderio. Fu insieme bellissimo e spaventoso, perché la mia bambina, invece, non voleva rinunciare al suo pigiama coi pinguini. Ero contenta, perché avevo scoperto che un’altra parte dentro di me era viva. Alla fine, decisi di accontentarle entrambe.”.
Come è noto, già Eric Berne aveva colto la presenza di queste tre tipologie comportamentali nell’ambito dei rapporti interpersonali. Ma con la psicologia evolutiva noi riconosciamo la presenza sistematica in noi di queste tre diverse personalità, la cui attuazione fa capo all’evoluzione psicologica, indipendentemente dai rapporti interpersonali.[2]
La presenza naturale di diverse personalità in uno stesso individuo umano fu già posta in rilievo da William James nel 1890 [3] e poi ripresa nel secolo successivo da Ro­berto Assagioli [4].
Anche Bandler e Grinder hanno affermato che la personalità multipla è «un nuovo passo nell’evoluzione della specie umana» [5].
La presenza di un’unica personalità costituisce, dal nostro punto di vista, una patologia, in quanto non adattabile ai cambiamenti ambientali.
La psicopatologia non sarebbe altro che la manifestazione della personalità coatta (frequentemente infantile) che tenta di sopravvivere in una situazione nella quale dovrebbe essere un’altra personalità a farvi fronte. Un fobico avrà quindi una personalità infantile che si manifesta tramite l’evitamento e la richiesta di aiuto (tentate soluzioni infantili coatte). Stessa cosa vale per un ossessivo, per un tossicodipendente, per i disturbi alimentari, per il gioco compulsivo e così via. Le psicopatologie sono i modi (e quindi i comportamenti) con cui le personalità infantili tentano di sopravvivere in un mondo che per loro è difficile ed ostile. La cura avviene attraverso lo sblocco all’età psicologica adulta.
Per chiunque voglia avere informazioni sulla psicologia e psicoterapia evolutiva delle personalità, su serate o giornate formative è possibile contattarmi all’indirizzo mail monica.bonsangue@fastwebnet.it  , pagina fb Monica Bonsangue.
Bibliografia

Giacobbe G. C, 2004, Alla ricerca delle coccole perdute, ed. Ponte alle Grazie, Firenze.
Giacobbe G.Cesare, 2010, La paura è una sega mentale, Oscar Mondadori, Milano.
Caprara, Cervone,  2003, Personalità, determinanti, dinamiche, potenzialità, Raffaello Cortina Editore, Milano.
Assagioli R.,1973,  Principii e metodi della psicosintesi terapeutic­a, Astro­labio.
Bandler, Grinder, 1980,  La metamor­fosi terapeutica, Astrolabio.
James William, Principles of Psychology, 1890.
[1] Sottolineo come, da recenti studi che ho condotto in ambito del maltrattamento fra le mura domestiche, la mancata evoluzione a personalità genitoriale è la base da cui si generano tragedie legate a comportamenti criminali di maltrattamento fisico e psicologico, femminicidio, figlicidio.
[2] La confusione fra psicologia evolutiva e psicologia transazionale, a causa dello stesso riferimento ai tre modelli del bambino, dell’adulto e del genitore, è spesso perpetrata non soltanto da non psicologi ma anche da psicologi non aggiornati. Così la meno grave confusione fra psicologia evolutiva e psicologia dell’età evolutiva.
[3] Vedi Principles of Psychology.
[4] Vedi Psychosynthesis. A manual of Principles and Techniques, 1965; trad.it. Principii e metodi della psicosintesi terapeutic­a, Astro­labio, 1973.
[5] Vedi Frogs into Princes. Neuro Linguistic Programming, 1979; trad.it. La metamor­fosi terapeutica, Astrolabio, 1980, pag. 173.


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