venerdì 19 settembre 2014

Mary Poppins. Londra, fine ‘800, la famiglia Banks è nel caos: papà Banks lavora troppo, mamma Banks segue i suoi ideali femminili libertari, i piccoli Banks hanno perso la loro tata. Ma, dal cielo arriva Mary Poppins, una donna buffa con le scarpe grandi, un ombrello che la fa volare e una borsa enorme da cui esce ogni cosa. Mary è davvero incredibile, ha anche un amico che invita lei ed i bambini ad entrare in un disegno e passeggiano sul prato fra conigli, cerbiatti e farfalle. Alle giostre dei cavalli, i bambini si ritrovano ad una vera corsa dove il cavallo di Mary taglia il traguardo. Cantando come un usignolo, Mary ottiene obbedienza dai bambini, gli insegna l’ordine e dolcemente li addormenta la sera. Si ferma una settimana, risolve i problemi della famiglia Banks ed insegna a tutti come vivere sereni.



MARY POPPINS
Londra, fine ‘800, la famiglia Banks è nel caos: papà Banks lavora troppo, mamma Banks segue i suoi ideali femminili libertari, i piccoli Banks hanno perso la loro tata. Ma, dal cielo arriva Mary Poppins, una donna buffa con le scarpe grandi, un ombrello che la fa volare e una borsa enorme da cui esce ogni cosa. Mary è davvero incredibile, ha anche un amico che invita lei ed i bambini ad entrare in un disegno e passeggiano sul prato fra conigli, cerbiatti e farfalle. Alle giostre dei cavalli, i bambini si ritrovano ad una vera corsa dove il cavallo di Mary taglia il traguardo. Cantando come un usignolo, Mary ottiene obbedienza dai bambini, gli insegna l’ordine e dolcemente li addormenta la sera. Si ferma una settimana, risolve i problemi della famiglia Banks ed insegna a tutti come vivere sereni. 
Un grande film Walt Disney, tratto dal romanzo di Pamela Lyndon Travers: scenografie piacevoli, canzoni gradevoli, dialoghi brillanti, una unione efficace di cinema dal vivo e disegno animato, coinvolgente e trascinante per piccini ed adulti. Vinse 5 Premi Oscar.
Prodotto nel 1964, quest’anno compie i suoi 50 anni… trascorsi felici!






Walter Benjamin. Non c'è mai stata un'epoca che non si sia sentita, nel senso eccentrico del termine, «moderna» e non abbia creduto di essere immediatamente davanti ad un abisso. La lucida coscienza disperata di stare nel mezzo di una crisi decisiva è qualcosa di cronico nell'umanità. Ogni epoca si presenta irrimediabilmente moderna. Il «moderno» tuttavia è diverso nel senso in cui sono diverse le varie figure di uno stesso caleidoscopio

"Nel nostro giardino c’era un chiosco decrepito e abbandonato. Lo amavo per le sue vetrate multicolori. Quando all’interno passavo di vetro in vetro, mi trasformavo; mi coloravo come il paesaggio che, ora avvampante ora polveroso, ora sommesso ora lussureggiante, stava nella finestra. .. qualcosa di simile avveniva con le bolle disapone. Attraversavo la stanza dentro di loro e mi mescolavo al gioco di colori della volta sino a quando scoppiava; .....o, durante la caccia alle farfalle: “Quanto più io stesso con tutte le fibre aderivo all’animale, quanto più nell’intimo divenivo farfalla,tanto più l’insetto nel suo agire assumeva il colore dell’umana de-terminazione, e infine era come se la sua cattura fosse il prezzo in virtù del quale unicamente potevo riappropriarmi del mio essere uomo”.
Walter Benjamin, Infanzia berlinese attorno al Millenovecento


"Non c'è mai stata un'epoca che non si sia sentita, nel senso eccentrico del termine, «moderna» e non abbia creduto di essere immediatamente davanti ad un abisso. La lucida coscienza disperata di stare nel mezzo di una crisi decisiva è qualcosa di cronico nell'umanità. Ogni epoca si presenta irrimediabilmente moderna. Il «moderno» tuttavia è diverso nel senso in cui sono diverse le varie figure di uno stesso caleidoscopio".
Walter Benjamin


"La libertà della conversazione si smarrisce. Se prima, tra persone che conversavano, era ovvio interessarsi dell'interlocutore, oggi questo interesse è sostituito dalle domande sul prezzo delle sue scarpe o del suo ombrello. Inevitabilmente si insinua in ogni discorso il tema delle condizioni di vita, dei soldi. E in primo piano non stanno tanto i crucci e i disagi del singolo, dove forse gli interlocutori potrebbero aiutarsi a vicenda, quanto la disamina dell'insieme. È come se si fosse prigionieri in un teatro e si dovesse seguire, volenti o nolenti, lo spettacolo che viene rappresentato, volenti o nolenti se ne dovesse fare l'oggetto di pensieri e parole."
Walter Benjamin, Viaggio attraverso l'inflazione tedesca; p. 17


La struggente malinconia della memoria attraverso le rievocazioni di un brano veramente poetico di Walter Benjamin (1892 /1940) scrittore e critico letterario ebreo tedesco, morto suicida nel 1940.“Non sapersi orientare in una città non vuol dire molto. Ma smarrirsi in una città come ci si smarrisce in una foresta è una cosa tutta da imparare. I nomi delle strade devono suonare, allora, all’orecchio dell’errabondo come lo scricchiolio dei rami secchi, e le viuzze interne gli devono scandire senza incertezze, come le gole montane, le ore del giorno. Tardi ho appreso quest’arte; essa ha coronato il sogno, i primi segni del quale furono i labirinti che arabescavano le carte assorbenti dei miei quaderni. No, non i primi, poiché li precedette quell’altro, che ad essi è sopravvissuto. La strada per questo labirinto, cui non è mancata la sua Arianna, passava sul ponte Blender, il cui dolce arco fu per me la prima curva di collina. Non lontano di lì era la meta: Friedrich Wilhelm e la regina Luise. Sui loro tondi piedistalli si levavano dalle aiuole come se le magiche curve tracciate intorno a loro nella sabbia da un corso d’acqua li avessero imprigionati. Più ancora che i regnanti mi attiravano i piedistalli, perché le scene che vi si trovavano rappresentate, anche se il contesto non era chiaro, erano più facilmente accessibili. Che in questo vagabondare fosse celato qualcosa, lo avvertii sin dal primo momento nell’ampio, banale spiazzo, che per nulla lasciava presagire come lì, solo a pochi passi dal corso delle vetture e delle carrozze, dormisse la parte più particolare del parco. Già molto presto me ne fu dato un segno. Appunto lì, o non lontano, deve aver avuto la sua dimora quell’Arianna alla cui presenza per la prima volta, e per non dimenticarlo mai più, avvertii ciò di cui solo più tardi imparai il nome: amore”. ... e poi c'é un brano sempre tratto dal medesimo testo dove Benjamin dice con accenti sempre poetici qual'é stato il suo vissuto della sua infanzia berlinese rivisitato nei nei suoi ricordi ...“Molto si è già scritto intorno al déjà vu. Ma quest’espressione è proprio indovinata? Non si dovrebbe parlare di circostanze che ci colpiscono come un’eco, il cui suono originario sembri essere stato emesso in qualche oscuro recesso della vita anteriore? Del resto, è un fatto che lo choc con cui un istante si presenta alla nostra coscienza come già vissuto ci colpisce per lo più sotto la specie di un suono. È una parola, un fruscio o una vibrazione
cui è stato conferito il potere di rapirci nel gelido avello del passato, la cui volta sembra rimandarci il presente solo come un’eco. Strano che nessuno si sia soffermato sull’altra faccia di questo rapimento, sullo choc, con cui una parola ci impedisce, al pari di un manicotto dimenticato nella nostra stanza. Come questo ci riconduce ad un’estranea che vi sostò, così vi sono parole o silenzi che rimandano a quell’invisibile estranea: il futuro che essa dimenticò presso di noi”.
Walter Benjamin, Infanzia berlinese intorno al 1900



Di nuovo ci soccorrono le tesi di filosofia della Storia di Benjamin e, in particolare la sua idea dell'ora ( Jezt ) come momento rivelatorio del passato : questo non esiste, ci avverte il grande critico, se non in quanto oggetto di immaginazione di un presente che è svelamento e coscienza dell'evento. Facilmente intuibile quindi che, la ns memoria di quanto è trascorso è, dunque, l'organizzazione compatibile con il ns presente di quanto effettivamente è stato. Studiandolo lo si ama, e sì... (lui riesce... a diminuirci tutti con la sua opera, le sue opere.)

giovedì 18 settembre 2014

William Garrison. Contraddizioni dell'ideologia della Non Violenza. Il caso dell'abolizionista statunitense William Garrison. Sono un non-resistente, un credente nell'inviolabilità della vita umana in ogni circostanza. E dunque, in nome di Dio, io disarmo John Brown e ogni schiavo del Sud. Ma non mi fermo qui; se lo facessi sarei un mostro. Io disarmo altresì, in nome di Dio, ogni proprietario di schiavi e ogni tiranno nel mondo [...] Sono un non-resistente e non solo desidero ma ho lavorato incessantemente per realizzare un'abolizione pacifica della schiavitù, mediante un appello alla ragione e alla coscienza del proprietario di schiavi. E, tuttavia, in quanto uomo di pace e "oltranzista" uomo di pace, sono pronto ad augurare il successo ad ogni insurrezione di schiavi nel Sud e in ogni altro paese schiavistico [...]. Dovunque ci sia una contesa tra oppressi e oppressori ed entrambe le parti siano armate, Dio sa che il mio cuore dev'essere con l'oppresso e sempre contro l'oppressore. Pertanto, una volta che esse siano iniziate, io non posso che augurarmi il successo di tutte le insurrezioni di schiavi. Ringrazio Dio allorchè uomini che credono nel loro diritto e dovere di impugnare armi carnali sono così avanzati da prendere tali armi dal campo del dispotismo per portarle nel campo della libertà. E' un'indicazione di progresso e un segno positivo di crescita morale. E' una via che si innalza verso la sublime piattaforma della non-resistenza; ed è il metodo di Dio per far giungere la sua punizione sulla testa del tiranno. Piuttosto che vedere uomini portare le loro catene con spirito codardo e servile, come uomo di pace preferirei vederli spaccare la testa del tiranno con le loro catene.

CONTRADDIZIONI DELL'IDEOLOGIA DELLA NON-VIOLENZA. 
IL CASO DELL'ABOLIZIONISTA STATUNITENSE WILLIAM GARRISON


William L. Garrison (12 dicembre 1805 – 24 maggio 1879) è conosciuto soprattutto come direttore del giornale abolizionista radicale The Liberator, e come uno dei fondatori dell'American Antislavery Society; promosse l'"immediata emancipazione" degli schiavi negli Stati Uniti. Garrison era anche un'importante voce a favore del suffragio universale e critica nei confronti della diffusa tradizionale ortodossia religiosa che supportava lo schiavismo e si opponeva al suffragio alle donne.
Il suo approccio nei confronti dell'emancipazione poneva l'accento sulla non-violenza e la resistenza passiva, ed attirò un seguito appassionato. Col tempo però si rese conto della contraddizione di portare avanti una lotta non-violenta nel momento in cui due parti in lotta adottano entrambe pratiche violente. [...]

E' celebre un suo discorso proferito dopo che le forze reazionarie degli Stati del Sud ebbero impiccato il militante abolizionista non-violento John Brown nel 1859, in cui arriva alla conclusione che in presenza di un conflitto che vede entrambe le parti in lotta far ricorso alle "armi carnali", si può operare una scelta solo distinguendo tra oppressori e oppressi, augurandosi dunque la vittoria dei secondi. Ecco il discorso:

"Sono un non-resistente, un credente nell'inviolabilità della vita umana in ogni circostanza. E dunque, in nome di Dio, io disarmo John Brown e ogni schiavo del Sud. Ma non mi fermo qui; se lo facessi sarei un mostro. Io disarmo altresì, in nome di Dio, ogni proprietario di schiavi e ogni tiranno nel mondo [...] Sono un non-resistente e non solo desidero ma ho lavorato incessantemente per realizzare un'abolizione pacifica della schiavitù, mediante un appello alla ragione e alla coscienza del proprietario di schiavi. E, tuttavia, in quanto uomo di pace e "oltranzista" uomo di pace, sono pronto ad augurare il successo ad ogni insurrezione di schiavi nel Sud e in ogni altro paese schiavistico [...].

Dovunque ci sia una contesa tra oppressi e oppressori ed entrambe le parti siano armate, Dio sa che il mio cuore dev'essere con l'oppresso e sempre contro l'oppressore. Pertanto, una volta che esse siano iniziate, io non posso che augurarmi il successo di tutte le insurrezioni di schiavi. Ringrazio Dio allorchè uomini che credono nel loro diritto e dovere di impugnare armi carnali sono così avanzati da prendere tali armi dal campo del dispotismo per portarle nel campo della libertà. E' un'indicazione di progresso e un segno positivo di crescita morale. E' una via che si innalza verso la sublime piattaforma della non-resistenza; ed è il metodo di Dio per far giungere la sua punizione sulla testa del tiranno. Piuttosto che vedere uomini portare le loro catene con spirito codardo e servile, come uomo di pace preferirei vederli spaccare la testa del tiranno con le loro catene."

Il testo è interessante perchè testimonia di come anche un noto credente, così appassionato nella fede per la non-violenza, posto di fronte alla situazione storica concreta, abbandoni il rifiuto di principio della violenza, rovesciandolo anzi nella consacrazione teologica, più o meno accentuata, della violenza stessa.

(citazione e commenti rielaborati da D. Losurdo, "La non-violenza. Una storia fuori dal mito", pp. 20-22)



sabato 13 settembre 2014

Giuseppe Pulina, Rigor Cordis. Ogni giorno è il giorno che è e io vorrei gustarne l’unicità facendo mie tutte le primizie di cui è capace. Il primo bacio, la prima lacrima, il primo brivido, il primo sorso d’acqua, la prima ferita, il sapore del sangue, l’odore del sangue, il colore rosso cangiante del sangue, la prima stella cadente, il mare, la linea dell’orizzonte, l’orizzonte, la prima boccata d’aria, il sapore del sale e di tutte le spezie del mondo, la prima neve, la primavera, uno stormo di corvi, il contatto di una mano, la mia, di altra persona, il primo sonno, il primo sogno, il primo risveglio, il frastuono delle onde, la mia faccia, che si fa viso, che si fa sguardo osservato, il primo sorriso, il profumo della pelle, la prima pelle, il primo latte, il primo dente, la prima immagine riflessa allo specchio, ma soprattutto il primo battito del cuore, perché è lì che la prima volta ha avuto la sua prima volta, è lì che tutto cominciò

"Ogni giorno è il giorno che è e io vorrei gustarne l’unicità facendo mie tutte le primizie di cui è capace. Il primo bacio, la prima lacrima, il primo brivido, il primo sorso d’acqua, la prima ferita, il sapore del sangue, l’odore del sangue, il colore rosso cangiante del sangue, la prima stella cadente, il mare, la linea dell’orizzonte, l’orizzonte, la prima boccata d’aria, il sapore del sale e di tutte le spezie del mondo, la prima neve, la primavera, uno stormo di corvi, il contatto di una mano, la mia, di altra persona, il primo sonno, il primo sogno, il primo risveglio, il frastuono delle onde, la mia faccia, che si fa viso, che si fa sguardo osservato, il primo sorriso, il profumo della pelle, la prima pelle, il primo latte, il primo dente, la prima immagine riflessa allo specchio, ma soprattutto il primo battito del cuore, perché è lì che la prima volta ha avuto la sua prima volta, è lì che tutto cominciò". 
(dal testo) 
Giuseppe Pulina, Rigor Cordis. 
Per una filosofia del cuore 
Con sette illustrazioni originali
di Marco Lodola 


Cuore o ragione? Ma siamo proprio sicuri che queste due forze siano necessariamente contrarie e contrapposte? E se piuttosto tra loro s'instaurasse un salutare agonismo? Questo libro è schierato dalla parte del cuore ma non contra rationem, e potrà sorprendervi per le tesi che argomenta. Quante e quali cose sa fare il cuore, chiamato in causa nelle esperienze capitali della vita in cui la ragione non sempre è di conforto e d'aiuto? Eppure il cuore non ridimensiona la ragione, così come quest’ultima, quando sa essere ragionevole (quello che dovrebbe essere per natura), si guarda bene dal mortificare il cuore. Tuttavia, l’uomo cardiaco – come lo definisce Pulina – ha un primato e una possibilità che l’uomo cerebrale non ha: è con il cuore che s’intende e ausculta la vita; è con il cuore che può percepire il suo viscerale attaccamento al mondo. 



Dualismo tra cuore e ragione? La risposta di Giuseppe Pulina

In "Rigorcordis", Pulina s'interroga sulla vera natura del cuore, prendendo in esame anche l'esperienza di trapiantato che il filosofo francese Jean-Luc Nancy ha vissuto e raccontato. Interrogandosi e rivolgendo, nello stesso tempo, la domanda al lettore, Pulina si chiede se siamo proprio sicuri che cuore e ragione siano necessariamente due forze contrarie e contrapposte. L'idea dell'autore è che tra queste due facoltà si debba piuttosto instaurare un salutare agonismo. Uno sterile antagonismo renderebbe difficilmente un buon servizio alla causa della filosofia. L'autore prende però partito per il cuore, schierandosi dalla sua parte, ma, non per questo, andando contra rationem.
Il cuore di cui parla Pulina è, inoltre, organo ben diverso dall'ordigno meccanico di cui, nel '600, parlava lo scienziato inglese William Harvey, che, nel "De motucordis", rese pubblica la straordinaria scoperta della circolazione sanguigna. Sottratto all'angusta funzione di semplice esecutore meccanico di processi puramente ed esclusivamente fisiologici, seguendo una via in parte già battuta dalla filosofa spagnola Maria Zambrano, il cuore diventa metafora ed espressione di un rigenerante modo di vivere e pensare la vita. Vengono così battuti in breccia i tanti luoghi comuni che accompagnano e fondano una certa idea del cuore nell'immaginario collettivo e che rischiano di fare di quest'organo il succedaneo di un'esistenza dotata di un senso sempre più debole e precario. Una prova verrebbe anche dal recente passato. Richiamando e sviluppando una tesi di James Hillman,Pulina ritiene che l'abominevole macchina della morte di Auschwitz può trovare una sua, per quanto insufficiente, spiegazione solo in un cedimento del cuore che, depotenziandosi, avrebbe armato la mano del boia nazista. «L'associazione tra Auschwitz e l'eclissi epocale del cuore - scrive Pulina - può sembrare solo in apparenza il frutto di una forzatura ad effetto».

http://lanuovasardegna.gelocal.it/regione/2013/09/04/news/dualismo-tra-cuore-e-ragione-la-risposta-di-giuseppe-pulina-1.7687656



[...] sono bambino, la mano in quella di mio padre che parla con un amico. Siamo in una festa di campagna, ed è aprile. Uno sconosciuto, forse un po’ alticcio, dà pesantemente fastidio ad una donna palesemente in difficoltà. La mano dell’amico di mio padre, motupròprio, scatta aperta per cadere di schianto sul viso del malcapitato che cade riverso sull’erba, il cuore che batte a mille sotto la camicia leggera. L’amico di mio padre lo guarda freddo, le linee del viso chiuse alla minima emozione. L’uomo si alza e va via, uscendo dal magico, piccolo orizzonte della festa.
“Uomo di cuore forte” dice mio padre a casa, raccontando il fatto alla moglie. “E l’altro?” mi intrometto io. “Uomo maleducato dal cuore vigliacco”.
Parlo di una “cosa”, un muscolo, dandogli gli attributi di una persona intera, spirito compreso: cuore sofferente dalla voce sconnessa; cuore forte, freddo, senza paura; cuore vigliacco, in fuga. Un bel groviglio “cardio-logico”. [...]

Il libro è scandito da una ventina di brevi capitoli raccolti all’interno di altri quattro segnati da titoletti suggestivi, in tono perfetto (dito sul polso attento al battito) con il contenuto: Atrio I – “Cor Cordis”; Ventricolo I - “ Gli Stati del Cuore”; Atrio II - “Gli Atti del Cuore”; Ventricolo II – “Ex Corde”. Tutto questo animato da due brani di eccellente natura poetico-musicale:”Un apocrifo Prometeo (fabula cordis n.1)” e “BattiCuore (fabula cordis n.2)”. [...]

Nelle loro riflessioni - scrive Pulina parlando di Crisippo e di Zenone di Cizio - si concentra una visione del cuore che accomuna tanti altri filosofi dell’antichità, per i quali l’organo cardiaco assolveva una più che significativa gamma di funzioni: centro pulsionale (ardore, thymos), punto di contatto con il divino, luogo di raccolta del Nous e dell’attività spirituale. E per Lucrezio, meccanicista borderline, il “cor” era anche “mens”. Era chiaro che tra l’idea del cuore e l’idea dell’universo si stabiliva in questo modo una contiguità che poteva farsi anche fisica”. [...]

Questo mio è soltanto un semplice saluto di benvenuto ad un libro serio e allo stesso tempo fine e “cordiale”, specchio fedele di chi l’ha pensato e messo su carta. O forse anche un tentativo di dissuadere quanti, fra i lettori, possano considerare il “mestiere” del cuore soltanto il ricupero della “parte perduta di noi stessi” (Emily Giffin, Il luogo del cuore, Piemme, Milano 2013).

Franco Fresi


http://www.ilmessaggerosardo2.com/index.php?option=com_content&view=article&id=2123:%93rigor-cordis%94-di-giuseppe-pulina&Itemid=122


venerdì 12 settembre 2014

Vygotskij. I problemi dell'educazione saranno risolti soltanto quando lo saranno anche quelli della struttura sociale. Ogni tentativo di costruzione degli ideali educativi in uno Stato socialmente contraddittorio è un'utopia poiché,l'unico fattore educativo che stabilisce le nuove reazioni del bambino è l'ambiente sociale e, fino a quando esso nasconderà in sé contrasti insolubili, questi provocheranno delle crepe nell'educazione sorta con i migliori intenti e animata dalle migliori intenzioni.



I problemi dell'educazione saranno risolti soltanto quando lo saranno anche quelli della struttura sociale. Ogni tentativo di costruzione degli ideali educativi in uno Stato socialmente contraddittorio è un'utopia poiché,l'unico fattore educativo che stabilisce le nuove reazioni del bambino è l'ambiente sociale e, fino a quando esso nasconderà in sé contrasti insolubili, questi provocheranno delle crepe nell'educazione sorta con i migliori intenti e animata dalle migliori intenzioni. 
Vygotskij




mercoledì 10 settembre 2014

Will Ferguson, Felicità. May, non so quale sia il senso della vita, ma una cosa la so: le frasi più importanti di tutto il linguaggio umano sono: 'se solo' e 'magari un giorno'. I nostri errori passati sono i desideri inappagati. Ciò che rimpiangiamo è ciò a cui aneliamo. È questo a fare di noi ciò che siamo



"May, non so quale sia il senso della vita, ma una cosa la so: le frasi più importanti di tutto il linguaggio umano sono: 'se solo' e 'magari un giorno'. I nostri errori passati sono i desideri inappagati. Ciò che rimpiangiamo è ciò a cui aneliamo. È questo a fare di noi ciò che siamo". 
Will Ferguson, Felicità






Treccani. "Mi sono sempre chiesto perché si usi l'espressione 'ottuso' per indicare una persona mentalmente chiusa. L'angolo ottuso ha un'ampiezza maggiore di quello acuto, perciò la persona ottusa non dovrebbe essere logicamente più aperta?" La risposta della redazione: Per spiegarsi l'accezione figurata di ottuso 'tardo di comprendonio', 'di scarsa sensibilità', bisogna partire dal significato proprio dell'aggettivo, dietro al quale, non a caso, sta il participio passato del verbo ottundere. È, infatti, dal significato di 'non acuminato, non dotato di punta acuta' e dunque 'smussato, spuntato' che si sviluppa l'accezione figurata di ottuso. Parallelamente, la tecnificazione geometrica del termine riprende per conto proprio il valore originario di ottuso. Il vertice di un angolo, in effetti, forma una punta via via meno acuta, meno acuminata, a mano a mano che l'angolo diventa più ottuso (dai 90° e rotti fino ai 179° gradi e rotti).





"Mi sono sempre chiesto perché si usi l'espressione 'ottuso' per indicare una persona mentalmente chiusa. L'angolo ottuso ha un'ampiezza maggiore di quello acuto, perciò la persona ottusa non dovrebbe essere logicamente più aperta?"

La risposta della redazione:

Per spiegarsi l'accezione figurata di ottuso 'tardo di comprendonio', 'di scarsa sensibilità', bisogna partire dal significato proprio dell'aggettivo, dietro al quale, non a caso, sta il participio passato del verbo ottundere. È, infatti, dal significato di 'non acuminato, non dotato di punta acuta' e dunque 'smussato, spuntato' che si sviluppa l'accezione figurata di ottuso.

Parallelamente, la tecnificazione geometrica del termine riprende per conto proprio il valore originario di ottuso. Il vertice di un angolo, in effetti, forma una punta via via meno acuta, meno acuminata, a mano a mano che l'angolo diventa più ottuso (dai 90° e rotti fino ai 179° gradi e rotti).




Essendo l'angolo ottuso ampio ma non profondo, risulta poco adatto a penetrare (in senso figurato) l'essenza dei concetti, cosa che al contrario riesce bene all'angolo acuto per le ragioni opposte...





Non dimentichiamo che la radice indoeuropea "ak" o "ac" significa "esser puntuto" da cui deriva: acuto, aculeo, acido, aceto, acme, acne, acre, acciaio, ago, agrume; acrobata: 
chi cammina sulle punte “dei piedi”, acropoli...





Io pensavo anche ad un altro aspetto, per quanto potrebbe essere confutato dalla positività che si attribuisce ad una persona capace di assorbire quanto più gli è possibile, del mondo che lo circonda. Da un altro punto di vista però, l'angolo ottuso, così aperto, oserei dire "sbracato", fa poca selezione e come un camion dei rifiuti ... prende di tutto, senza alcuna selezione.
Per quanto sia bello assorbire quanto più ci è possibile, specialmente nella società attuale così illimitatamente piena di informazioni, non tutte di arricchimento, forse è preferibile essere un angolo acuto.
L'angolo acuto deve necessariamente fare selezione ed accogliere ... per qualità, secondo me.

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