lunedì 25 agosto 2014

Luigi Zoja. La televisione, secondo Baudrillar, è misura di tutte le cose: di quelle che sono, in quanto le riproduce; di quelle che non sono, in quanto, rappresentandole, le fa esistere.

"La Terra ha circa 4,5 miliardi di anni. Se rappresentiamo questa sorta di eternità come un anno solare, i mammiferi vi compaiono solo a metà dicembre, un protouomo verso le 9 di sera del 31 dicembre, Homo sapiens una decina di minuti prima della mezzanotte, il sapiens sapiens (che ormai possiede i nostri tratti fisici) tre minuti prima del termine e la civiltà neolitica durante l'ultimo minuto. Socrate, Cristo e chiunque per noi sia antico si accalcano nell'ultima manciata di secondi."
Luigi Zoja, Il gesto di Ettore. Preistoria, storia, attualità e scomparsa del padre, 2000, Bollati Boringhieri pag.27.


"Nell'ultima generazione l'umanità ha bruciato più risorse energetiche di quanto avesse fatto nell'insieme delle generazioni precedenti."
Luigi Zoja, Crescita e colpa - Psicologia e limiti dello sviluppo, 1993 ed. Anabasi pag.235.



La televisione, secondo Baudrillar, è misura di tutte le cose: di quelle che sono, in quanto le riproduce; di quelle che non sono, in quanto, rappresentandole, le fa esistere.
Luigi Zoja, "La morte del prossimo"

"(...) Omero - che fu il più profondo degli psicologi - dice che Zeus manda agli uomini sogni veri e sogni falsi. Intendo dire che non si debbono prendere alla lettera i sogni, gli archetipi, i miti. Dovremmo però essere coscienti della loro influenza su di noi. Prendere sul serio la loro potenza anche se sono irrazionali. Meglio, proprio perché sono irrazionali e sfuggono al nostro controllo, sarebbe bene conoscerli ".(...)"
Luigi Zoja




grazie Ivano, molto interessante e, come viene detto in altri commenti, suscita molte riflessioni sul nostro tempo. Mi è venuto in mente un bel libro di Luigi Zoja, analista junghiano, il cui titolo è "La morte del prossimo"; come si evince dallo stesso titolo parla dell'amore che, complice anche la tecnologia, coltiviamo per il "distante", il non-prossimo. Mi pare che ci sia qualche nesso.



Luigi Zoja, La morte del prossimo. 
Un libro da leggere e rileggere. Un’analisi profonda, intelligente, di uno psicoanalista che sa uscire dalla stanza della terapia (Zoja è stato presidente dell’Associazione Internazionale di Psicologia Analitica) per osservare il mondo con gli occhi allenati di chi sa, per arte e per mestiere, cogliere i movimenti profondi della psiche.

“La morte del prossimo” è un testo che fa riflettere, fa ripensare agli eventi politici, economici, sociali, che abbiamo vissuto negli ultimi decenni, attraverso una chiave di lettura che aiuta a scendere al di sotto della superficie, uscendo da stereotipi e luoghi comuni, per cogliere i nessi tra mente individuale e mente collettiva. 
Un testo dedicato a Umberto Galimberti, che proprio in questi giorni ha pubblicato “I miti del nostro tempo”.

A entrambi gli autori esprimo un sentito ringraziamento. 
Entrambi lavorano per promuovere una consapevolezza risanante, in grado di coniugare mondo interno e mondo esterno.
Sono sicuro che questo libro, come è stato me, può essere di aiuto a molte persone.

Per millenni, un doppio comandamento ha retto la morale ebraico-cristiana: 
ama Dio e ama il prossimo tuo come te stesso.
Alla fine dell'Ottocento, Nietzsche ha annunciato: Dio è morto.
Passato anche il Novecento, non è tempo di dire quel che tutti vediamo? È morto anche il prossimo.

Abbiamo perso anche la seconda parte del comandamento perché sappiamo sempre meno di cosa parla. «Il tuo prossimo» è una cosa molto semplice: la persona che vedi, senti, puoi toccare. La parola ebraica rèa' nel Levitico, e quella greca plesios, nel Vangelo di Luca, vogliono dire proprio questo: l'altro che ti sta vicino. Sia la Bibbia che i Vangeli sinottici non indicano un prossimo astratto, ma il tuo prossimo: quello che ti sta vicino, su cui puoi posare la mano. Tommaso non crede che Gesù sia tornato:-vuole prima vederlo e toccarlo (Giovanni 20.25).

La vicinanza è sempre stata fondamentale. Per questo l'avvicinamento era protetto da riti quasi sacri: il passaggio dal «lei» al «tu», quello dalla stretta di mano all'abbraccio. Spesso gli immigrati ci fanno paura perché, parlando male la nostra lingua, danno subito del tu: sembrano invadenti, vengono troppo vicino.
Col XXI secolo la lontananza e i rapporti mediati dalla tecnica prendono il sopravvento: cosi la ricerca di intimità si riaffaccia in forme contorte. Il bisogno di vicinanza, represso, si traveste di sessualità, o di altri impulsi formalmente permessi.

Cristo non ha modificato il comandamento ebraico: ma ha legato Dio e il prossimo, rendendo assoluto anche l'amore per lui. L'Antico Testamento riguardava i fedeli di Yahweh, non gli altri popoli. La novità del cristianesimo, generosissima ma astratta, è trasformare in prossimo anche l'abitante più lontano della Terra. 

L'amore gli è comunque dovuto: ecco la radice antica di idee moderne come i diritti universali dell'uomo o l'affirmative action. Il Vangelo di Luca sa di non dire una cosa incomprensibile, quando traduce in greco (cioè snazionalizza) la verità ebraica: già da sette-ottocento anni, l'Odissea esprimeva qualcosa di simile (VI, 207-8). «Vengono tutti da Zeus - cioè, per i Greci, dal corrispondente di Dio Padre - gli ospiti e i poveri. E un dono, anche piccolo, è caro» aveva detto Nausicaa, antenata di Maria Maddalena per sensibilità e dolcezza. Nell'Odissea «dono» è dòsis. La radice indoeuropea do- significa dare ma anche prendere: indica sia l'universalità sia l'equilibrio del rapporto tra prossimi. Non è dunque un caso che, nelle lingue europee, «dose» significhi ancor oggi «giusta quantità».
Donando al prossimo, amando il prossimo, noi rendiamo il dovuto anche a Dio. L'uomo giusto porta ogni giorno offerte a Dio e al prossimo. Per millenni il mondo ebraico-cristiano si è retto su questi due pilastri. Questo mondo ha conquistato il resto del mondo con la forza delle sue armi e della sua economia: se il risultato non è stato un genocidio globale ma una globalizzazione, questo si deve anche alla forza - immensa e globale - del doppio comandamento.

Ma la società di oggi è laica. Alla fine dell'Ottocento, il grido sconvolgente di Nietzsche si è sparso sulla Terra: «Dio è morto». Anche chi non ama Nietzsche ha dovuto riconoscerlo come profeta: durante il Novecento, nel mondo ebraico-cristiano le persone religiose da maggioranza sono diventate minoranza. E, anche per questa minoranza, la fede è diventata soprattutto un fatto privato, come la scelta di una filosofia, di una convinzione politica, addirittura di un amore.

La società retta da due pilastri non ha avuto più equilibrio da quando uno è crollato. La morte di Dio ha svuotato il cielo. Ma niente resiste al risucchio del vuoto. Lo spazio celeste è stato riempito con l'assunzione dei miracoli della scienza e dell'economia fra le divinità, con l'elevazione alle stelle del desiderio personale. 

Troppo spesso si dimentica che desiderare significa proprio questo: smettere (de-) di affidarsi agli astri (sidera), farne a meno, sostituirsi al cielo.

Continuiamo ad aver bisogno di adorare qualcuno, ma il posto di Dio è preso dall'uomo e dalle sue opere. 

Insieme, sono elevate a modello e scopo per gli altri uomini. L'uomo ideale è trasfigurato, divinizzato. Di conseguenza, non è più un uomo vicino. Non è più una vista: è una visione. Ecco l'origine del culto delle persone famose, delle celebrities. Naturalmente le persone vicine continuano a esistere, ma la loro banale imperfezione le rende più estranee di un tempo.
Non è un caso se, alla fine dell'Ottocento, Freud inventa la psicoanalisi, che si diffonde prepotentemente nel secolo xx. L'isolamento avanza. Le persone più sensibili sono lacerate da una sofferenza cui si assegna il nome di nevrosi. Attraverso la psicoanalisi ricostruiranno un rapporto umano, non con un prossimo ma con un professionista. Il loro bisogno di vicinanza è così violento che crea un eccesso di intimità con lui: questo è chiamato transfert e considerato a sua volta nevrotico. Freud suggerisce tecniche per contenerlo. Fa stendere il paziente su un divano per allontanare il suo sguardo.
Col volgere del secolo xx in secolo xxi cede in modo irrimediabile anche il secondo pilastro del comandamento: l'uomo metropolitano si sente sempre più circondato da estranei. E dunque tempo di pensare al sequel di Nietzsche, e dirci apertamente che è scomparso anche il prossimo. I tempi seguenti alla «morte di Dio» sono stati a volte detti post-teologici o post-religiosi. Per quelli attuali non si è ancora trovato un nome. Una sgradita possibilità sarebbe «post-umano».
http://www.mauroscardovelli.com/EPC/Economia,_politica_e_cultura/Zoja.html



La morte del prossimo di Luigi Zoja.
"Prima scena. 
La cassiera del supermercato tiene lo sguardo fisso davanti a sé, poi lo abbassa verso la macchina con cui legge i codici a barre dei prodotti. Il cliente le allunga una banconota da 500 euro; la donna fa segno di no con la testa. Aspetta che il cliente le dia un taglio più piccolo. Intanto continua a guardare altrove. 

Seconda scena. 
Lo scompartimento del treno, un tempo una piccola stanza dentro il vagone, retaggio del tempo in cui le carrozze erano trainate da cavalli, è colmo di persone. Molti indossano le cuffie dell’iPod, altri sono chini sul computer oppure stanno telefonando al cellulare. 

Questi sono solo due esempi di quella che lo psicoanalista junghiano Luigi Zoja definisce nel suo nuovo libro La morte del prossimo (Einaudi), un evento che sembra segnare le società occidentali globalizzate. 

La parola greca che indica il «prossimo» è plesíos, letteralmente: «l’altro che ci sta vicino», ovvero la persona che senti, che vedi, che puoi toccare. Il doppio comandamento su cui si è retta per millenni la civiltà ebraico-cristiana, ama Dio e ama il prossimo come te stesso, è diventato difficile rispettare. 

Non solo perché, come ha sanzionato il XIX secolo, Dio è morto - l’annuncio nicciano è diventato regola pratica per milioni di persone nel corso dell’ultimo secolo -, ma anche perché l’ampliarsi delle dimensioni del mondo rende sempre più problematico sapere chi è davvero il nostro «prossimo». Se la capacità di immedesimarsi nell’altro è stata una delle poche certezze degli uomini occidentali, scrive Henning Ritter in Sventura lontana. Saggio sulla compassione (Adelphi), l’empatia appare ora al tramonto mentre proprio i nuovi mezzi tecnologici rendono sempre più stretto il mondo stesso, avvicinandoci le immagini della sofferenza, portandole ogni giorno nelle nostre case. Lo scrittore Witold Gombrowitz racconta in uno dei suoi diari di aver scorto un giorno su una spiaggia francese degli scarabei rovesciati all’insù, che il sole stava arrostendo, e di aver cercato di rimetterli nella giusta posizione: un insetto, poi un altro, e un altro ancora. Ma la spiaggia appare pullulante di animaletti, e Gombrowitz si rende conto dell’impossibilità a salvarli tutti. Che fare? Ritter ricorda un passo di Papà Goriot di Balzac in cui si narra un apologo: cosa faresti se potessi uccidere un mandarino in Cina con la sola forza della volontà, e diventare ricco? Il problema di stabilire un’etica della vicinanza, e insieme di un’etica della lontananza, è diventato decisivo. Secondo Zoja il circolo vizioso a cui assistiamo è quello del saldarsi dell’indifferenza per il vicino, effetto non secondario delle società di massa, e la scomparsa dei valori tradizionali, così che la morale dell’amore - fondamentale nel cristianesimo - diventa di fatto impossibile per mancanza d’oggetto. E tuttavia, con un curioso feed-back, accade che la prevalenza della lontananza e la mediazione della tecnica nei rapporti interpersonali - si pensi a Facebook e a Messenger - faccia rinascere un bisogno di intimità, ma in forme complicate, persino contorte e perverse. 
Il bisogno di vicinanza negli adolescenti, ma anche nei giovani adulti, spesso si traveste, dice Zoja, di sessualità, o di altri impulsi formalmente permessi. L’occhio, a cui era affidato il compito del contatto con il prossimo, è ora divenuto un produttore di distanza sia attraverso il «palco» - vero totem dello spettacolo come della politica - sia attraverso il monitor. Forse non è un caso che l’invidia sia divenuta uno dei motori della vita sociale, esibita e usata come un vero e proprio propellente nelle relazioni pubbliche e private. Come ricordava qualche giorno fa su queste pagine Antonio Scurati, la televisione è fondata proprio sull’invidia. Invidiare è la base stessa del glamour, come ha indicato John Berger in Questione di sguardi (il Saggiatore): «la felicità di essere invidiati è glamour. Essere invidiati è una forma solitaria di rassicurazione». La spettatrice-compratrice «deve invidiare se stessa per ciò che diventerà se compra il prodotto». Negli Stati Uniti, poi, la maggior parte di cause civili ha un solo destinatario: il vicino. Ai bambini si dà sempre meno il permesso di far visita o giocare con chi vive accanto a noi. La presenza umana appare ancora indispensabile, proprio perché ci sia un rito con trionfatori e perdenti; mentre ciò che non è più indispensabile è appunto il prossimo. 

Quanto di questo è attribuibile ai nuovi mezzi di comunicazione? 
Secondo Manuel Castells, il sociologo catalano, teorico dei media, il computer e i sistemi di comunicazione non isolano gli individui, ciascuno davanti al suo visore, ma al contrario accrescono la comunicazione, la cui forma prevalente è la democrazia orizzontale. 

Sarebbe invece la generazione più vecchia, estranea alle nuove tecnologie, cresciuta nella tradizionale cultura umanistica, a tradire un grave imbarazzo di fronte a tutto questo. Zoja appare più scettico, anche se concorda con un fatto con i blog, con la virtualità degli incontri in Internet, si è arrestata l’allontanamento dall’altro che ha caratterizzato il XX secolo. Il prossimo era diventato sempre più una notizia e sempre meno un sentimento, scrive, tuttavia noi soffriamo di una tragica privazione sensoriale del prossimo. Ciò che merita «la nostra compassione, e richiederebbe il nostro amore, è sempre più evidente, ma anche sempre più lontano e sempre più astratto». Da sempre la distanza è stata un ostacolo all’amore, il quale esige la prossimità che lo vivifica. Come si fa ad amare senza conoscere direttamente? L’amore virtuale è ancora amore?" 
(da Marco Belpoliti, Ignora il prossimo tuo, "La Stampa", 21/03/'09)

Pubblicato da Silvana a 9:59 AM  
 
Aldo Palladino
http://bibliogarlasco.blogspot.it/2009/03/la-morte-del-prossimo-di-luigi-zoja.html


Ama il prossimo tuo come te stesso è per noi cristiani
ben più che un comandamento; è il nostro
segno di riconoscimento. O almeno dovrebbe
esserlo. Quando si parla di prossimo ci sentiamo
chiamati sempre in causa, spesso crediamo di
saperne più degli altri e lo diciamo a gran voce.
Ma quante volte nelle poche occasioni che ci sono
concesse per fare un esame attento della nostra
vita, chiediamo, come quel dottore
della Legge nel Vangelo “chi è il mio
prossimo”? E se dovessimo scoprire
che dopo il Dio è morto di Nietzsche, il
Novecento ha ucciso anche il nostro
prossimo?
È proprio questa la domanda che ci
pone Luigi Zoja (psicoanalista di fama
internazionale) con il suo ultimo libro
“La morte del prossimo” (Einaudi
2009). Soltanto una domanda provocatoria?
No, una domanda che l’autore
ci invita a prendere molto sul serio,
perchè riguarda la nostra vita quotidiana
molto più di quanto immaginiamo.
Le 128 pagine del libro cominciano col ricordarci
quali novità l’era tecnologica ha portato nella nostra
vita. Mezzi di trasporto velocissimi, telecomunicazioni,
iPod, megalopoli e tanti altri compagni e scenari
di ogni nostro giorno. Chi scrive ha temuto di
trovarsi di fronte a uno delle decine dei saggi che
planando a mezz’aria tra psicoanalisi e sociologia
affollano le nostre librerie di critiche astratte e ormai
inflazionate sulle ombre della società moderna. Già i primi capitoli però fugano questo pregiudizio,
mantenendo sì un profilo socio-psicologico, ma
analizzando lucidamente e concretamente l’uccisione
della prossimità nella vita dell’uomo del
nostro tempo.
Nessuno può dirsi estraneo a tutto questo. Le centinaia
di persone incontrate ogni giorno sui bus, sui
treni o ai semafori; i compagni di banco nella Messa
domenicale, di cui ci accorgiamo
spesso solo allo scambio della pace.
Anche questi sono il nostro prossimo.
«Il tuo prossimo è una cosa
molto semplice: la persona che vedi,
che senti, puoi toccare».
Quante volte ci capita di sbuffare se
la mattina entriamo nel bus che ci
porta al lavoro e lo troviamo pieno?
Ci infastidisce e innervosisce il contatto
con gli altri, la scomodità, il
chiasso. Quante imprecazioni ci
vengono alla mente nel trovare una
lunga fila al semaforo e nello scoprirci
assediati da decine di automobilisti
infuriati come noi! Eppure esiste
forse per noi più prossimo che questi occasionali
compagni di viaggio? In fondo se dovessimo
adattare la parabola del buon samaritano al nostro
tempo non la collocheremmo forse in una delle
nostre autostrade o nel traffico delle nostre città?
L’autore però non condanna l’uomo del duemila per
questo. Non c’è nessuna malvagità in chi impreca
per il traffico! Ci invita solamente ad aprire gli occhi
su una società che ci promette sempre più prossimità con i lontani e ci allontana sempre più dai
nostri vicini, da coloro che possiamo toccare. Ma
possiamo chiamare “prossimo”, si chiede Zoja, chi
abita a migliaia di chilometri di distanza e che tuttavia
possiamo ascoltare e persino vedere con pochi
click e qualche secondo di attesa? Non è forse una
prossimità troppo comoda, dato che la possiamo
annullare con un solo gesto delle nostre dita? Che
fine ha fatto l’amore del prossimo capitato lì, sulla
nostra strada, “per caso”?
Le pagine del libro saltano continuamente dal presente
al passato, dalla analisi sociologica alla narrazione,
prendendo in prestito Sacre Scritture, storia e
filosofia. Attraverso di esse sono raccontate la solitudine,
la morte morale, l’emarginazione, là dove il
prossimo sbiadisce e muore insieme all’uomo.
L’autore ci conduce per mano a scoprire la continuità
tra le nostre piccole “uccisioni” dei nostri vicini e i
grandi mali della nostra società individualista.
Il Novecento, ci ricorda Zoja, è «stato il secolo dei
“con”». Alla disgregazione dei rapporti umani, specialmente
dopo la Seconda Guerra Mondiale, i cristiani
hanno risposto riscoprendo la comunità, nella
politica si è affermato il comunismo o altrimenti il
conservatorismo. Alla fine tuttavia ha trionfato solo
un “con”, quello del consumismo. Anche le grandi
rivoluzioni annunciate dai movimenti del ‘68 non
hanno lasciato di sè che prodotti commerciali:
musica, film, mode. La si condivida pienamente o
no, l’analisi ha il pregio di dimostrare come anche i
grandi programmi politici, sociali o religiosi volti a
rimettere al centro l’uomo hanno in gran parte fallito.
Le distanze nelle relazioni sono sempre più ampie e la morte del prossimo, sempre più reale.
Quali soluzioni allora? E’ possibile fermare tutto
questo, cercando di “riprenderci” il nostro prossimo?
Se vi sono soluzioni, bisogna scovarle fra le
righe. Ma il fine dell’autore non è dare risposte.
Luigi Zoja ha scritto un bel libro, agile e scorrevole,
che intende solamente invitarci a porci ogni giorno
la irrinunciabile domanda: chi è il mio prossimo?
recensioni di Andrea Iurato*

*Segretario Nazionale della Fuci
http://www.academia.edu/5408301/LUIGI_ZOJA_-_LA_MORTE_DEL_PROSSIMO


Evoluzione. Speciazione simpatrica. Due tipi di formiche brasiliane molto simili tra loro sono in realtà due specie distinte, separatesi circa 37.000 anni fa, pur vivendo sullo stesso albero e nella stessa colonia. La scoperta dimostra l'esistenza del meccanismo di speciazione simpatrica, che si verifica anche quando le due popolazioni non sono separate geograficamente. Due tipi di formiche brasiliane molto simili tra loro sono in realtà due specie distinte, separatesi circa 37.000 anni fa, pur vivendo sullo stesso albero e nella stessa colonia. La scoperta dimostra l'esistenza del meccanismo di speciazione simpatrica, che si verifica anche quando le due popolazioni non sono separate geograficamente.


Due tipi di formiche brasiliane molto simili tra loro sono in realtà due specie distinte, separatesi circa 37.000 anni fa, pur vivendo sullo stesso albero e nella stessa colonia. La scoperta dimostra l'esistenza del meccanismo di speciazione simpatrica, che si verifica anche quando le due popolazioni non sono separate geograficamente. Due tipi di formiche brasiliane molto simili tra loro sono in realtà due specie distinte, separatesi circa 37.000 anni fa, pur vivendo sullo stesso albero e nella stessa colonia. La scoperta dimostra l'esistenza del meccanismo di speciazione simpatrica, che si verifica anche quando le due popolazioni non sono separate geograficamente. 

[...]

La speciazione è il processo evolutivo attraverso cui si formano nuove specie a partire da quelle esistenti, e può verificarsi secondo meccanismi diversi. Quello meglio documentato è la speciazione allopatrica, che si verifica quando un ostacolo fisico, per esempio l'innalzamento del livello del mare o il cambiamento di percorso di un fiume, separa geograficamente due popolazioni di una specie. Le diverse condizioni ambientali possono poi selezionare tratti genetici differenti, e dare cosi inizio a una nuova specie.

Un tipo ancora controverso di speciazione, documentato in pochi casi - per esempio nei ciclidi, una famiglia di pesci d'acqua dolce - è quella definita simpatrica, che si verifica quando la nuova specie emerge a partire da due popolazioni che non sono geograficamente separate.

Rabeling e colleghi hanno studiato le formiche del genere Mycocepurus che vivono in una colonia in un albero di eucalipto nel campus dell'università di San Paolo, in Brasile. Nella colonia vivono due gruppi di formiche, denominati, rispettivamente, Mycocepurus goeldii, e Mycocepurus castrator, che è un parassita della prima.

Le analisi genetiche hanno mostrato che pur essendo molti simili, i due gruppi sono effettivamente due specie distinte, incompatibili dal punto di vista della riproduzione, che si sono separate filogeneticamente circa 37.000 anni fa. In particolare, il confronto tra il DNA nucleare e il DNA mitocondriale ha rivelato che fu M. castrator a diffenziarsi geneticamente da M. goeldii evolvendo nuovi caratteri genetici e acquisendo anche come nuovo comportamento il parassitismo. 

“E dai tempi della pubblicazione dell'Origine delle Specie di Charles Darwin che i biologi evoluzionisti discutono sulla possibilità che due specie evolvano da un comune antenato senza essere geograficamente separate”, ha commentato Ted Schultz, coautore dell'articolo. “Grazie a questo studio, siamo in grado di documentare un caso di evoluzione simpatrica che offrirà nuovi spunti nel dibattito sulla speciazione in queste formiche, negli insetti sociali e in generale nella biologia evoluzionistica”.



Scoperto nelle formiche un tipo alternativo di speciazione
Formica regina della specie M. goeldii 
(Cortesia Christian Rabeling/University of Rochester)

Scoperto nelle formiche un tipo alternativo di speciazione
Formica regina della specie M. castrator 
(Cortesia Christian Rabeling/University of Rochester)





Ma non c'era anche il caso del curculium? 
Il punteruolo della quercia e quello del nocciolo che vivono nello stesso giardino e mi pare anche un tipo di mosca, la pomonella? Una sul melo e una ? Sul biancospino mi sembra. 
A scuola noi li citiamo già come simpatrica.




[...] Si sa da tempo che la speciazione simpatrica è mediata da selezione sessuale.



http://www.lescienze.it/news/2014/08/25/news/formica_speciazione_sintropica-2259986/

Gurdjieff. Incontri con uomini straordinari. Nella gara veniva sorteggiato il cantore che poneva all’avversario un quesito religioso o filosofico, oppure lo invitava a spiegare un mito, una leggenda, oppure a spiegare una credenza molto diffusa: l’altro rispondeva facendo il componimento melodico nella lingua turco-tartara, che era la lingua comune diffusa in quei luoghi che avevano tutti dei diversi dialetti locali. La competizione poteva durare dei giorni, delle settimane e anche dei mesi, e finiva con la vincita di premi come bestiame, tappeti e altri oggetti offerti ai partecipanti da coloro che assistevano.


Il padre di Gurdjieff 
da Incontri con uomini straordinari

"Sforzati sempre e in tutto di ottenere allo stesso tempo, l’utile per gli altri e il dilettevole per te." 
(Hodja Nassr Eddin)

Gurdjieff racconta che, nel corso dei suoi viaggi in Asia e in Africa, spesso veniva creduto “un mago e un esperto in questioni dell’aldilà” perciò, tutti coloro che lo conoscevano con quella fama si ritenevano in diritto di disturbarlo con le loro curiosità sull’aldilà e sui fatti della sua vita personale e sulle sue idee. Anche se era stanco si ritrovava a rispondere perché, altrimenti, si sarebbero offesi per la sua scortesia e lo avrebbero diffamato mettendo in giro delle maldicenze sul suo conto.
Perciò si era deciso a scrivere sia delle sue idee impostate come “materiale preparatorio costruttivo” nel racconto della sua autobiografia ma, per comodità, nel raccontare risponderà alle domande più ricorrenti che gli sono state rivolte dalla gente. Siccome la prima domanda è sempre quella che riguardava gli incontri con delle persone straordinarie aveva deciso di articolare il racconto in modo da poter rispondere a queste domande, ma soprattutto voleva rispondere alla prima domanda riguardo agli uomini straordinari.
In questo modo aveva la possibilità di poter rispondere alle curiosità future facendo il rinvio alla lettura del capitolo relativo al quesito, sebbene andrebbe specificato ciò che si intende per “uomo straordinario,” poiché ognuno ha le sue idee soggettive. Secondo Gurdjieff “può venire chiamato straordinario soltanto l’uomo che si distingua da quelli che lo circondano per le risorse del suo spirito e che sappia contenere le manifestazioni provenienti dalla sua natura, pur mostrandosi giusto e indulgente verso le debolezze altrui. Siccome il primo uomo di questo genere che mi fu dato da conoscere e la cui influenza lasciò una traccia sulla mia vita fu mio padre, è da lui che comincerò…”

Il padre era molto famoso come asowt, cioè poeta-bardo ed era conosciuto con il nome di Adas, nell’ampia zona tra la Transcaucasia e l’Asia Minore. Nella zona gli asowt erano molto rispettati e gli uomini che si consacravano a questa carriera potevano anche essere illetterati, ma dovevano avere una memoria e una vivacità di spirito così straordinarie da ritenersi prodigiose. Essi dovevano ricordare innumerevoli racconti e poemi, e cantare a memoria lunghe melodie, ma erano anche in grado di cantare abbandonandosi alle ispirazioni e improvvisando su temi determinati.

Non era difficile che avvenissero delle dispute accese che già nella sua infanzia erano diventate assai rare, ma aveva potuto sentire quei bardi ed era rimasto colpito dalle loro prodigiose memorie che gli permettevano di cambiare velocemente i temi e le cadenze per ritrovare la rima poetica al momento giusto. Molti venivano dalla Persia, dalla Turchia, dal Caucaso e perfino dal Turkestan e si esibivano davanti a un auditorio considerevole cimentandosi nelle dispute musicali in un torneo poetico organizzato seguendo una sua ritualità.

Nella gara veniva sorteggiato il cantore che poneva all’avversario un quesito religioso o filosofico, oppure lo invitava a spiegare un mito, una leggenda, oppure a spiegare una credenza molto diffusa: l’altro rispondeva facendo il componimento melodico nella lingua turco-tartara, che era la lingua comune diffusa in quei luoghi che avevano tutti dei diversi dialetti locali. La competizione poteva durare dei giorni, delle settimane e anche dei mesi, e finiva con la vincita di premi come bestiame, tappeti e altri oggetti offerti ai partecipanti da coloro che assistevano.

Nell’infanzia ebbe modo di partecipare a tre tornei di cantastorie, perché il padre veniva invitato a quelle serate in cui erano interpretate le leggende che suo padre raccontava anche in famiglia, infatti molte notti venivano trascorse con le storie dei grandi popoli dell’antichità e degli uomini straordinari del passato, con racconti su Dio, sulla natura e su ogni meraviglia, ma tutte finivano con un racconto tratto dalle Mille e una notte. 

Fra le storie sentite dal padre ce n’è una che restò nel tempo e che fu il “fattore spiritualizzante” che gli dischiuse “la comprensione dell’incomprensibile” e riguarda la “Leggenda del diluvio prima del diluvio” che fu al centro della discussione con un suo amico. L’amico era l’arciprete della cattedrale militare, padre Bors, che era venuto per ascoltare il Canto XI della saga di Gilgamesh in cui si narra come la terra di Suruppak fu distrutta dalle acque: nell’occasione suo padre disse che la storia era precedente ai babilonesi, perché risaliva ai sumeri, perciò aveva ispirato il mito del diluvio biblico e dell’arca di Noè. Alla discussione era presente anche lo zio di Gurdjieff, e ben presto la disputa divenne così accesa da far dimenticare al padre di mandarlo a letto, poiché i due contendenti erano troppo impegnati: la controversia durò tutta la notte e produsse delle profonde impressioni per i contenuti che vennero discussi, infatti furono basilari nel suo pensiero futuro.
Dopo molti anni, si lesse sui giornali, che erano state ritrovate delle tavolette provenienti dagli archivi del palazzo di Babilonia, ed erano testi vecchi di 4.000 anni di cui si davano delle traduzioni, tra cui il famoso Canto XI della saga di Gilgamesh di cui aveva detto suo padre. Questa notizia lo colpì con una profonda “emozione interiore” unita al rimpianto di non avere prestato una maggiore attenzione alle antiche leggende sentite raccontare nell’infanzia. Dopo il fatto si ridestò la memoria delle storie di suo padre, ed esse gli produssero quei risultati che erano cristallizzati nel suo essere e che emersero come il “fattore spiritualizzante” che gli infuse la comprensione dell’incomprensibile.

Nelle leggende si narra dei tempi antichi di 70 generazioni prima dell’ultimo diluvio - e ogni generazione è di 100 anni – in cui le terre erano al posto del mare e il mare era nei luoghi in cui sono le terre, in cui visse una grande civiltà il cui centro era nell’isola di Haninn considerata il centro della terra, e corrispondente al luogo in cui è la Grecia. I soli sopravvissuti al diluvio furono i frati “imastown” cioè i membri di una confraternita che si erano riuniti in una casta che era diffusa su tutta la terra, ma il cui centro restava sull’isola: essi furono degli esperti astrologi che studiavano il corso delle stelle, perciò si erano diffusi nel mondo.
Per restare in contatto usavano un mezzo telepatico perciò usavano delle pizie che facevano da apparecchio ricevente, infatti entravano in trance per ricevere i messaggi degli altri imastown e li trascrivevano. A seconda del luogo da cui provenivano i messaggi venivano scritti nel verso che era convenuto, perciò le comunicazioni provenienti dall’est rispetto l’isola venivano trascritte dall’alto in basso, quelle del sud da destra a sinistra, quelle dall’occidente, che era Atlantide e i paesi delle Americhe dal basso all’alto, e da sinistra a destra ciò che proveniva dalle regioni europee.

Parlando del padre non si può tacere dell’amico Padre Bors, l’arciprete che fu suo primo precettore e uno dei due uomini che si assunsero l’onere di preparare un ragazzo incosciente alla vita, perché essi sono le “due facce della divinità del mio Dio interiore” dice Gurdjieff. I due avevano un metodo particolare per disputare che il padre aveva chiamato “kastusilia” traendolo da una parola assira appresa dai miti, e il metodo consisteva in uno che faceva una domanda improvvisa e apparentemente assurda, mentre l’altro doveva dibattere a tono, usando la massima calma e lucidità, perciò fornendo una risposta logica e plausibile.
Ad esempio, una sera Padre Bors entrò nella bottega e chiese a bruciapelo: 
“Dov’è Dio?” 
mentre il padre rispose: “Ora Dio è a Sary-Kamys” perciò Padre Bors gli oppose: 
“E cosa sta facendo?” 
Il padre rispose che ora Dio stava fabbricando delle scale doppie, sulla cui cima metteva la felicità, perché su quelle scale potessero risalire e discendere tutti gli uomini e tutte le nazioni della terra. 

Domande così erano comuni tra quei due uomini straordinari sebbene, al tempo gli sembrassero tanto strane ma, quando si impegnò a risolvere quesiti simili, allora quel ricordo diventò molto prezioso.
Suo padre aveva la sua chiara concezione degli scopi della vita, infatti gliela ripeteva di continuo dicendo che l’uomo deve acquisire la propria libertà interiore e deve avere una buona vecchiaia: questo è l’imperativo primario ma richiede l’osservazione di quattro comandamenti, di cui il primo è amare i genitori, il secondo è conservare la propria purezza sessuale, il terzo è saper dimostrare la massima cortesia verso tutti, ma restare interiormente libero senza far conto su nessuno, e la quarta è amare il lavoro in sé e non solo per guadagno. 

Suo padre lo amava molto essendo anche il suo primogenito tanto che lo sentiva più come un fratello maggiore per tutte le conversazioni e le confidenze.
La famiglia paterna era di origine greca, ma i suoi antenati erano fuggiti da Bisanzio dopo la conquista turca, prima si erano rifugiati in Turchia e poi sulle rive orientali del Mar Nero, infine andarono in Georgia dove c’erano ottimi pascoli per il bestiame che allevavano. Suo padre aveva avuto l’eredità e si era trasferito in Armenia dove il suo cospicuo patrimonio lo rendeva uno dei più ricchi allevatori, finché prese in affitto i capi di bestiame dei vicini più poveri, come si usava fare nel posto, ma un’epidemia di peste decimò tutte le bestie. Il padre volle risarcire tutti del danno avendone la custodia e la responsabilità, perciò da ricco si ritrovò nella miseria più nera con una famiglia di sei persone con moglie, madre anziana e tre figli, di cui il maggiore era Gurdjieff che aveva 9 anni.
La famiglia prima viveva agiatamente, perciò il padre si diede al commercio di legname con annessa falegnameria, ma la scarsa esperienza lo mise in difficoltà, per cui lo zio li aiutò a trasferirsi a Kars. La famiglia si era intanto ampliata di altre tre sorelle minori, per cui non vivevano nell’oro e Gurdjieff aiutava in bottega per racimolare qualche soldo: ben presto divenne esperto di tutte le riparazioni che gli commissionavano. La vita del padre fu una “cornucopia di disgrazie” ma lui conservava sempre la serenità e il distacco dalle sue sciagure osservandole con quella tranquillità che è solo nei poeti, perciò la famiglia risentì di una calda atmosfera di concordia, di amore e dell’aiuto reciproco.

La capacità innata di saper trarre ispirazione dai minimi particolari della vita rendeva suo padre un continuo esempio, infatti era una fonte di coraggio per “la sua libera spensieratezza” ed emanava una felicità di cui potevano godere tutti i suoi familiari. Le sue idee sull’aldilà erano particolari infatti, quando Gurdjieff era adulto gli chiese di spiegare, senza “filosofeggiare” tanto la questione dell’anima, e suo padre negò di credere alla migrazione dell’anima, però affermò di credere che “qualcosa” si possa costruire durante la vita.
Il padre credeva che l’uomo nascesse con una facoltà grazie alla quale alcune esperienze elaborano “una sostanza definita” da cui si forma lentamente un “qualcosa” che acquisterà una vita indipendente dal corpo fisico, perché il “qualcosa” non si altera con il corpo, ma più tardi, seppure sia costituito dai medesimi elementi che costituiscono il corpo fisico. Il “qualcosa” possiede una materia molto più sottile e una sensibilità molto maggiore di quella corporea, ma reagisce a tutte le azioni che sono subite dal corpo, perciò resta assoggettato alla sua influenza prima e dopo la morte del corpo, finché non giunge una completa disintegrazione.

Pur amandolo teneramente il padre lo educò fin dall’infanzia con “persecuzioni sistematiche” per infondergli quegli impulsi che lo avrebbero aiutato nella vita adulta. Uno dei metodi educativi preferiti era quello di addestrarlo con le misure necessarie affinché invece degli impulsi di avversione, disgusto, ripugnanza, vigliaccheria e pusillanimità e simili, nell’animo del figlio fossero sostituiti dal sentimento dell’indifferenza nei riguardi di tutto ciò che desta quei sentimenti. A questo scopo gli nascondeva nel letto una rana, un lombrico, un topo oppure ciò che poteva destare quegli impulsi, oppure lo costringeva a giocare con serpenti non velenosi.
Tra le persecuzioni ve ne era una che destava l’apprensione delle persone di casa, perché lo faceva uscire all’alba e lo spruzzava con l’acqua gelata della fonte, poi lo faceva correre nudo, e malgrado lo amasse molto lo puniva con asprezza se lui si ribellava. Quegli addestramenti furono preziosi nel corso della sua vita futura così piena di viaggi, di avventure e di vicissitudini in cui l’addestramento ad ogni asprezza potrebbe essere testimoniato da coloro che lo videro agire: senza quei momenti non avrebbe mai potuto superare tutto, perciò di questo deve rendere grazie a suo padre.

Nel 1916 suo padre aveva 82 anni, ed era molto anziano, ma era ancor pieno di forza e di vigore e appena qualche filo bianco ornava solo la sua barba. Morì l’anno dopo, ma non per morte naturale, perché fu ucciso quando cercò di proteggere i suoi averi dal saccheggio della casa di famiglia, infatti l’attacco dei turchi contro Aleksandropol fece fuggire tutta la famiglia tranne il padre che non volle abbandonare ciò che aveva. Nella dispersione delle carte di casa vennero distrutti tutti i manoscritti di suo padre, tutti i testi dei canti e delle leggende che erano stati trascritti sotto la sua dettatura, perché furono dispersi dai saccheggi.

La personalità del padre era caratterizzata dall’uso di adoperare sentenze ad ogni occasione, perché sembrava trovare sempre un modo di dire che era il meglio al momento migliore. Questi aforismi sembravano funzionare solo usati da lui, perché se altri li usavano apparivano sempre come sciocchezze e delle stupidità dette a sproposito. Ma, per completare il ritratto del padre va illustrata una sua tendenza naturale che colpiva tanto chi non lo conosceva, infatti molti credevano fosse un uomo privo di senso pratico e mancante d’intelligenza negli affari. Eppure, non aveva alcun tipo di carenza di questo tipo, bensì nella sua più intima natura provava una “repulsione istintiva per l’idea di trarre profitto personale dall’ingenuità e dalla sfortuna degli altri.”
Suo padre era un uomo integro e onesto al massimo grado, perciò non avrebbe mai creato la sua fortuna sulle sventure del suo prossimo, perciò tutti non esitavano a trarre profitto dalla sua specchiata onestà per imbrogliarlo sistematicamente, “cercando inconsciamente di deprezzare così il valore di tale caratteristica, sulla quale poggia l’insieme dei comandamenti del Nostro Comune Padre.” Sebbene fosse vessato dalla sorte e fosse consapevole di essere imbrogliato suo padre non si scoraggiava mai, e non si identificava con nulla, si manteneva sempre libero interiormente perciò restò sempre fedele a se stesso: l’unica cosa che gli dispiaceva era di essere disturbato quando sedeva a guardare le stelle.

L’unica cosa che un figlio può affermare, fin dal più profondo del cuore è il desiderio di poter diventare come suo padre da anziano. Per varie vicissitudini non gli è stato mai possibile vedere la tomba del padre, e pare impossibile che questo possa avvenire nel futuro, perciò non gli resta che ordinare ai suoi figli, carnali e spirituali, di prendersi l’impegno di ritrovare la sua tomba solitaria e abbandonata all’incuria e di erigere una stele che rechi questa iscrizione:
IO SONO TE, TU SEI ME,
EGLI E’ NOSTRO, TUTTI E DUE SIAMO SUOI.
CHE TUTTO SIA PER IL NOSTRO PROSSIMO.


Gisele Freund. Dieci fotografi di fronte allo stesso soggetto producono dieci immagini diverse, perché, se è vero che la fotografia traduce il reale, esso si rivela secondo l’occhio di chi guarda


"Dieci fotografi di fronte allo stesso soggetto producono dieci immagini diverse, perché, se è vero che la fotografia traduce il reale, esso si rivela secondo l’occhio di chi guarda".
Gisele Freund 
Foto: Carl Mydans - Senza titolo, senza data.


Nel post precedente ho percepito che l'immaginazione e lo sguardo personale, permette di evocare altre immagini compatibili con il soggetto fotografico esaminato, per esempio: i lettori comodamente seduti vengono immaginati affollati in edicola prima di salire sul treno. Voglio sostenere: sia l'autore dello scatto sia il fruitore possono aggiungere o sottrarre dall'immagine reale. Questo processo invece è noto agli scrittori che auspicano che i loro lettori riscrivano il loro romanzo....senza pubblicarlo, però! 


I punti di vista sono sempre soggettivi! 
È la nostra posizione che li cambia in oggettivi!


è come la descrizione di un luogo o di un fatto accaduto,,,pur fedeli alla realtà si danno descrizioni diverse a seconda del nostro modo di osservazione e di vissuto..

una metafotografia, gradevole e ben calibrata, un lampo di realtà nelle realtà degli occhi di chi scattava, non priva di di un interessante risvolto enigmatico: e se non ci fosse stato alcun soggetto da riprendere? Se i fotografi avessero avuto davanti un nulla esteriore, l'assenza di un piano euclideo di riferimento?........


sabato 23 agosto 2014

Su quali organi agiscono le cinque camminate? La Forma della Scimmia agisce sul Fegato e le parti del corpo ad esso connesse secondo i Cinque Movimenti. La Forma della Gru agisce sul Cuore e le parti del corpo ad esso connesse secondo i Cinque Movimenti. La Forma dell’Orso agisce sulla Milza e le parti del corpo ad essa connesse secondo i Cinque Movimenti. La Forma della Tigre agisce sul Polmone e le parti del corpo ad esso connesse secondo i Cinque Movimenti. La Forma del Serpente agisce sul Rene e le parti del corpo ad esso connesse secondo i Cinque Movimenti.

PRATICARE QIGONG


Come praticare i Wŭqínxì 

(il Gioco dei Cinque Animali)

Statue rappresentanti l’esecuzione del Gioco dei Cinque animali, metodo risalente a Hua Tuo


La forma preparatoria e di base è la tecnica del Fenshuishi (separare l’acqua). 
Per eseguirla bisogna immaginare di camminare lentamente dentro l’acqua che arriva a livello della vita; mentre si avanza si deve visualizzare la sensazione dell’acqua che si separa, come se ci fosse una leggera  resistenza. Immaginiamo di essere immersi in acqua dalla temperatura gradevole. La mente e il cuore sono tranquilli, l’atteggiamento è gioioso. La distanza tra i piedi sara uguale alla larghezza delle spalle. 
Il ginocchio non supererà la verticale  che passa per le dita dei piedi.

Il movimento delle mani seguirà il ritmo respiratorio, si immaginerà di spostare l’acqua che sta davanti al corpo, inspirando quando si allargano le braccia ed espirando quando si avvicinano. Il movimento delle braccia andrà fatto all’altezza dell’ombelico. Durante la camminata non si dovranno mai alzare i talloni, la velocità del movimento dovrà essere costante seguendo il ritmo della respirazione. Utile in caso di stanchezza o nervosismo.

Hèxíng (Forma della Gru)
La camminata si esegue come quella di Fenshuishi  con la variante che si può sollevare un pò di più il piede da terra, sollevandosi leggermente e flettendo il ginocchio quando si conclude il passo.
Le braccia imiteranno il movimento delle ali di una gru che vola.
La visualizzazione sarà quella di prendere il volo, ci si sentirà un uccello in volo.


Hóuxíng (Forma della scimmia)
Partendo dalla posizione iniziale di base si porta in avanti il piede sinistro appoggiando solo la punta e le dita e, flettendo la gamba destra, si carica tutto il peso su quest’ultima.
La mano destra, con le dita unite, si porta all’altezza della tempia destra, la mano sinistra, nella stessa posizione delle dita, sarà all’altezza del fianco sinistro. Si appoggia il piede sinistro portandolo avanti di qualche centimetro e si avanza di un passo con il destro, si inverte la posizione delle mani e si ruota il tronco verso destra. La lenta rotazione comincerà dai fianchi e proseguirà con il tronco e poi con la testa. Lo sguardo sarà verso l’orizzonte.


Xióngxíng (Forma dell’Orso)
Dalla posizione di partenza si procede con corti passi in linea retta, ruotando rapidamente il tronco verso il lato della gamba avanzata.
Le braccia, con i pugno chiusi e i gomiti semiflessi all’altezza del torace, si muoveranno anch’esse rapidamente, seguendo il tronco e aumentandone la torsione.
Lo sguardo segue il movimento della testa.

Shéxíng (Forma del Serpente)
Si fanno dei passi con i talloni in linea, il piede che avanza è rivolto verso avanti, il piede che rimane indietro è aperto a 45°. Si avanza sempre con lo stesso piede, cominciando con l’avvicinare il piede posteriore all’anteriore senza mai superarlo. Durante il passo la mano omolaterale al piede avanzato si porta verso avanti con il pugno leggermente socchiuso come se volesse dare un pugno, il dorso della mano resta laterale verso l’esterno; il pugno corrispondente al piede arretrato si muove dall’indietro verso avanti come se volesse dare un colpo di gomito, il dorso della mano verso l’alto.
Sguardo rivolto verso avanti.


Hŭxíng (Forma della Tigre)
Si avanza facendo dei passi durante i quali si ruote il busto e con le braccia si compiono dei movimenti dall’alto verso il basso mantenendo le dita della mano aperte come se si volesse graffiare qualcosa. Le mani si muovono all’interno di uno spazio compreso tra le spalle e i fianchi.
Lo sguardo segue il movimento del tronco e guarda all’altezza delle mani.


Su quali organi agiscono le cinque camminate?
La Forma della Scimmia agisce sul Fegato e le parti del corpo ad esso connesse secondo i Cinque Movimenti.
La Forma della Gru agisce sul Cuore e le parti del corpo ad esso connesse secondo i Cinque Movimenti.
La Forma dell’Orso agisce sulla Milza e le parti del corpo ad essa connesse secondo i
Cinque Movimenti.
La Forma della Tigre agisce sul Polmone e le parti del corpo ad esso connesse secondo i Cinque Movimenti.
La Forma del Serpente agisce sul Rene e le parti del corpo ad esso connesse secondo i Cinque Movimenti.


(articolo. del dr. Vito Marino pubblicato sul sito http://www.studioadelasia.it  sez. lavori e articoli )


http://praticareqigong.wordpress.com/2014/07/09/come-praticare-i-wuqinxi-il-gioco-dei-cinque-animali/

venerdì 22 agosto 2014

Prescott cita il testamento di un soldato della conquista, Sierra Lejesema, il quale confessa che: «quando i conquistadores distrussero l'impero degli Incas, il popolo era così ben retto, che non esistevano ladri, nè fannulloni, nè corrotti, nè donne di mal'affare... che i monti e le miniere, i pascoli, le foreste e le cacce, ed i beni di ogni sorta, erano così bene amministrati e distribuiti, che ciascuno sapeva qual parte gli toccasse, e possedeva ciò che gli apparteneva senza timore che gli fosse rubato, nè mai vi erano contese a tal riguardo... e quando videro gli Spagnuoli mettere porte e serratura alle case loro, pensarono che ciò facessero pel timore d'essere uccisi dagli Indiani, non venendo loro in capo che qualcuno potesse aver l'intenzione di prendere ciò che non era suo. Di fatti, quando si accorsero che fra noi v'erano ladri e uomini che corrompevano le donne e le ragazze, ci ebbero in poca stima.»



Prescott cita il testamento di un soldato della conquista, Sierra Lejesema, il quale confessa che: «quando i conquistadores distrussero l'impero degli Incas, il popolo era così ben retto, che non esistevano ladri, nè fannulloni, nè corrotti, nè donne di mal'affare... che i monti e le miniere, i pascoli, le foreste e le cacce, ed i beni di ogni sorta, erano così bene amministrati e distribuiti, che ciascuno sapeva qual parte gli toccasse, e possedeva ciò che gli apparteneva senza timore che gli fosse rubato, nè mai vi erano contese a tal riguardo... e quando videro gli Spagnuoli mettere porte e serratura alle case loro, pensarono che ciò facessero pel timore d'essere uccisi dagli Indiani, non venendo loro in capo che qualcuno potesse aver l'intenzione di prendere ciò che non era suo. Di fatti, quando si accorsero che fra noi v'erano ladri e uomini che corrompevano le donne e le ragazze, ci ebbero in poca stima.»

Gardner. Intelligenze Multiple‬. Grazie a una serie di ricerche empiriche e di letteratura su soggetti affetti da lesioni di interesse neuropsicologico, ‪‎Gardner‬ ha identificato almeno dieci tipologie differenziate di "intelligenza", ognuna deputata a differenti settori dell'attività umana: Intelligenza logico-matematica Intelligenza linguistica Intelligenza spaziale Intelligenza musicale Intelligenza cinestetica o procedurale Intelligenza interpersonale Intelligenza intrapersonale intelligenza naturalistica intelligenza etica intelligenza filosofico-esistenziale In seguito, nel corso degli anni '90, ha proposto l'aggiunta di altri due tipi di intelligenza: quella naturalistica, relativa al riconoscimento e la classificazione di oggetti naturali e quella esistenziale, che riguarderebbe la capacità di riflettere sulle questioni fondamentali concernenti l'esistenza e più in generale nell'attitudine al ragionamento astratto per categorie concettuali universali.

Dovremmo passare meno tempo a classificare i bambini e più tempo ad aiutarli a identificare e coltivare le loro competenze e i loro talenti naturali.
Gardner



Sì è vero non sono tutti uguali gli insegnanti, ma c'è chi a volte dimentica che prima di tutto vengono i bambini... I genitori, anche loro devono prestare attenzione ai loro figli in modo discreto senza essere troppo Permissivi ma neanche lascivi



Diciamolo a chi detta le leggi sulla "Nuova Scuola Buona". 
Fino ad alcuni anni fa si seguivano i Programmi dell'85 nella Scuola Elementare,dove si parlava non di musica, educazione fisica arte_immagine, ma di educazione al suono, educazione motoria, educazione all'immagine. Forse perché quei programmi furono stilati da professionisti di pedagogia, psicologia, sociologia?


Sono d'accordo... ora c'è l'ossessione a definire i bambini con le varie sigle... ADHD.... BES.... DSA.... che orrore



Aggiungerei che non solo sarebbe opportuno coltivare le loro competenze, ma anche accoglierli con le loro potenzialità senza la pretesa di cambiarli.




‪‎approfondimenti‬ ‪‎intelligenze multiple‬

Grazie a una serie di ricerche empiriche e di letteratura su soggetti affetti da lesioni di interesse neuropsicologico, ‪‎Gardner‬ ha identificato almeno dieci tipologie differenziate di "intelligenza", ognuna deputata a differenti settori dell'attività umana:


  • Intelligenza logico-matematica: Qualificare le cose, facendo ipotesi e dimostrandole
  • Intelligenza linguistica: Trovare le giuste parole per esprimere quello che vuoi dire
  • Intelligenza spaziale: Visualizzare il mondo in 3D
  • Intelligenza musicale: Discernere i suoni, il loro passo, il tono, il ritmo e il timbro
  • Intelligenza cinestetica o procedurale: Coordinare la mani con il corpo
  • Intelligenza interpersonale: Sentire i sentimenti e le motivazioni delle persone
  • Intelligenza intrapersonale: Capire se stessi, quello che si sente e ciò che si vuole
  • intelligenza naturalistica: Comprendere gli esseri viventi e leggere la natura, riconoscere e classificare gli oggetti naturali
  • intelligenza etica: 
  • intelligenza filosofico-esistenziale: Monitoraggio delle domande sul perché si vive e perché si muore, riflettere sulle questioni fondamentali concernenti l'esistenza e più in generale l'attitudine al ragionamento astratto per categorie concettuali universali.


In seguito, nel corso degli anni '90, ha proposto l'aggiunta di altri due tipi di intelligenza: quella naturalistica, relativa al riconoscimento e la classificazione di oggetti naturali e quella esistenziale, che riguarderebbe la capacità di riflettere sulle questioni fondamentali concernenti l'esistenza e più in generale nell'attitudine al ragionamento astratto per categorie concettuali universali.



Se tutti noi avessimo esattamente lo stesso tipo di mente e ci fosse solo un tipo di intelligenza allora potremmo insegnare a tutti la stessa cosa, allo stesso modo, e valutarli nello stesso modo, ciò sarebbe giusto. Ma una volta che ci rendiamo conto che le persone hanno menti molto diverse, differenti tipi di capacità: alcune persone sono brave a pensare spazialmente, alcune persone sono brave a pensare in altre lingue, altri sono molto logici, altre persone hanno bisogno di fare con le mani per interagire ed esplorare attivamente, per provare le cose. Allora ci rendiamo conto che l'educazione che tratta tutti allo stesso modo è in realtà la più ingiusta educazione.
Howard Gardner



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