venerdì 30 marzo 2012

Ovidio. Crudelitas in animalia est tirocinium crudelitatis contra homines - La crudeltà verso gli animali è tirocinio della crudeltà contro gli uomini

I buoi che rifiutano il giogo prendono più bastonate di quelli che si adattano subito all'aratro.
Il cavallo ribelle si rovina la bocca sul duro morso, mentre quello che accetta i finimenti, lo sente meno. Così Amore grava molto più acerbamente e crudelmente su chi non si piega che su chi gli si sottomette.
Publio Ovidio Nasone


"Crudelitas in animalia est tirocinium crudelitatis contra homines."
La crudeltà contro gli animali è apprendistato della crudeltà contro gli umani
Publio Ovidio Nasone
(43 a .c.-17/18 d.c.) - poeta latino

Causa latet, vis est notisima
La causa è nascosta, l'effetto notissimo
Ovidio

Tendiamo sempre verso ciò che è proibito,
e desideriamo quello che ci è negato.
Ovidio

La porta della curia rimane chiusa per i poveri
Ovidio

Se si scuote la fiaccola, la fiamma agitata divampa più forte:
invece se nessuno la scuote, la fiamma muore
Ovidio


L'amore è una milizia: via di qui,
o gente fiacca, ché le sue bandiere
non impugni la mano di chi è vile!
La notte, la tempesta, il lungo andare,
il più crudo dolore, ogni fatica,
attendono chi vuol questa battaglia."
Ovidio, L'arte di amare


Ego nec sine te nec tecum vivere possum
Non riesco a vivere nè con te nè senza di te.
Publius Ovidius Naso, Amores 3.11 b
Ovidio, Gli Amori

Lottano tra loro e tirano il mio debole cuore in opposte direzioni
l’amore e l’odio ma (penso) vince l’amore.
Ti odierò se potro; altrimenti, ti amerò controvoglia:
anche il toro non ama il giogo che porta, eppure porta il giogo che che odia.
Fuggo dalla tua infedeltà, ma mi riporta indietro la tua bellezza;
detesto la tua condotta colpevole,ma amo il tuo corpo.
Così non riesco a vivere nè con te nè senza di te,
e mi sembra di non sapere che cosa voglio davvero.
  Vorrei che tu fossi meno bella o meno impudica:
una bellezza così incantevole non si accorda con costumi corrotti.
Le tue azioni meritano l'odio, il tuo bel viso induce all'amore:
o me infelice, esso è più potente delle tue colpe!
Rispàrmiami, te ne prego, per i diritti del letto che ci unisce,
in nome di tutti gli dèi, che spesso si lasciano ingannare da te,
in nome della tua bellezza, che per me ha potere divino,
in nome dei tuoi occhi, che hanno conquistato i miei!
Comunque ti comporterai, sarai sempre mia; tu scegli soltanto
se vuoi che io ti ami perché anch'io lo desidero, oppure perché vi sono costretto!
Piuttosto alzerei le vele e mi affiderei al soffio dei venti
e vorrei una donna che, s'io non volessi, mi costringesse ad amarla.

Luctantur pectusque leve in contraria tendunt hac amor hac odium, sed, puto, vincit amor. odero, si potero; si non, invitus amabo. nec iuga taurus amat; quae tamen odit, habet. nequitiam fugio -- fugientem forma reducit; aversor morum crimina -- corpus amo. sic ego nec sine te nec tecum vivere possum, et videor voti nescius esse mei. aut formosa fores minus, aut minus inproba, vellem; non facit ad mores tam bona forma malos. facta merent odium, facies exorat amorem -- me miserum, vitiis plus valet illa suis! Parce, per o lecti socialia iura, per omnis qui dant fallendos se tibi saepe deos, perque tuam faciem, magni mihi numinis instar, perque tuos oculos, qui rapuere meos! quidquid eris, mea semper eris; tu selige tantum, me quoque velle velis, anne coactus amem! lintea dem potius ventisque ferentibus utar, ut, quam, si nolim, cogar amare, velim.





"Corri più piano, ti prego, rallenta la tua fuga e anch'io t'inseguirò più piano". Senza più forze, vinta dalla fatica di quella corsa allo spasimo, Dafne si rivolge alle correnti del Peneo: «Aiutami, padre», dice.
«Se voi fiumi avete qualche potere,dissolvi, mutandole, queste mie fattezze.
"Allora un torpore profondo pervade le sue membra,il petto morbido si fascia di fibre sottili,
i capelli si allungano in fronde, le braccia in rami;
i piedi, così veloci un tempo, s'inchiodano in pigre radici, il volto svanisce in una chioma.
Ovidio, Le Metamorfosi


L'anno si snoda in quattro stagioni diverse, come se cercasse d'imitare la nostra vita. Tenero, come un bambino che succhi ancora il latte, è l'anno a primavera: allora l'erba fresca e ancora elastica è turgida, morbida, e incanta di speranze i contadini; allora tutto fiorisce e del colore dei fiori sorride la campagna in sboccio, ma nelle fronde ancora non c'è forza. Dopo primavera, l'anno invigorito si trasforma in estate crescendo in baldo giovane: non c'è infatti stagione più robusta, stagione più feconda o ardente dell'estate. E viene l'autunno che, perduto il fervore della giovinezza, è maturo e mite, giusto in equilibrio fra un giovane e un vecchio, con qualche capello bianco sparso sulle tempie. Infine con passo incerto, senile e squallido, giunge l'inverno, spoglio dei suoi capelli o, se qualcuno gliene rimane, canuto. Anche il nostro corpo si modifica senza sosta, continuamente, e domani più non saremo ciò che siamo stati o che siamo.
Publio Ovidio Nasone, Metamorphoseon


Prima del mare e della terra e del cielo che tutto ricopre, unico e indistinto era l'aspetto della natura in tutto l'universo, e lo dissero Caos, mole informe e confusa, nient'altro che peso inerte, ammasso di germi discordi di cose mal combinate. Nessun Titano ancora donava al mondo la luce, né Febe ricolmava crescendo la sua falce, né la terra, creato il proprio equilibrio, stava immersa e sospesa nell'aria, né Anfitrite aveva proteso le braccia a ricingere i lunghi orli della terraferma. E per quanto lì ci fosse la terra, e il mare, e l'aria priva di luce: nulla riusciva a mantenere la sua forma, ogni cosa contrastava le altre, poiché nello stesso corpo il freddo lottava col caldo, l'umido con l'asciutto, il molle col duro, il peso con l'assenza di peso
Ovidio, Le metamorfosi


Presi un pugno di sabbia e glielo porsi, scioccamente chiedendo un anno di vita per ogni granello; mi scordai di chiedere che fossero anni di giovinezza.
Ovidio, Le metamorfosi


Apollo l'ama, e abbraccia la pianta come se fosse il corpo della ninfa; ne bacia i rami, ma l'albero sembra ribellarsi a quei baci. Allora il dio deluso così le dice:
"Poichè tu non puoi essere mia sposa, sarai almeno l'albero mio: 
di te sempre, o lauro, saranno ornati i miei capelli, la mia cetra, la mia faretra"
Ovidio, Le metamorfosi.  I, 555-559

«Astenetevi, o mortali, dal contaminarvi il corpo con pietanze empie! 
Ci sono i cereali, ci sono i frutti che piegano con il loro peso i rami, grappoli d’uva turgidi sulle viti. Ci sono verdure deliziose, ce n’è di quelle che si possono rendere più buone con la cottura. E nessuno vi proibisce il latte, e il miele che profuma di timo. La terra generosa vi fornisce ogni ben di dio e vi offre banchetti senza bisogno di uccisioni e di sangue.
Ah, che delitto enorme è cacciare visceri nei visceri, ingrassare il corpo ingordo stipandovi dentro un altro corpo, vivere della morte di un altro essere vivente!
In mezzo a tutta l’abbondanza di prodotti della Terra, la migliore di tutte le madri, davvero non ti piace altro che masticare con dente crudele povere carni piagate, facendo il verso col muso ai Ciclopi? E solo distruggendo un altro potrai placare lo sfinimento di un ventre vorace e vizioso?»
Ovidio, Le metamorfosi, XV, 75-95

Ermafrodito, come è stato chiamato, che era nato da Ermes e di Afrodite e ha ricevuto un nome che è una combinazione di quelli di entrambi i genitori. Alcuni dicono che questo è un dio e appare in certi momenti tra gli uomini, e che egli è nato con un corpo fisico che è una combinazione di quella di un uomo e quella di una donna, in quanto egli ha un corpo che è bello e delicato come quello di una donna, ma ha la qualità maschile e il vigore di un uomo.
Publio Ovidio Nasone, Metamorfosi libro IV

Figlio di Hermes e Afrodite, Ermafrodito è un bellissimo giovane dai lunghi capelli ("aveva un aspetto così bello che potevano esservi riconosciuti il padre e la madre; persino il nome era tratto dai loro") di cui si innamora follemente la ninfa Salmace ("vide il ragazzo e, alla sua vista, decise di averlo"). Respinta ("un rossore si diffuse in volto al ragazzo -non sa cosa sia l'amore- Smettila! -urlò- altrimenti me ne vado e ti abbandono qui!"), la ninfa gli tende un agguato sulla riva del laghetto in cui il giovane, nudo, si bagna ("e allora, ammirata, s'infiamma di desiderio per quella nuda bellezza! Di fiamma le si accendono gli occhi... ormai smania d'abbracciarlo, ormai fuori di sé non può frenarsi"). Posseduta dal furore della passione erotica, lo assale ("Ho vinto! E' mio!"), ingaggia con lui una lotta corpo a corpo ("afferra l'adolescente che si dibatte e a viva forza gli strappa baci, lo accarezza sotto il ventre, gli palpa il petto"), gli si avvinghia stretta e supplica gli dèi di non venirne mai separata ("Dibattiti, dibattiti, tanto, infame, non mi sfuggirai! Fate che mai venga il giorno, o dèi, che da me lui si stacchi ed io da lui!"). Gli dèi accolgono la sua implorazione e da quel momento Ermafrodito sarà nel corpo e nell'anima un unico essere maschile e femminile ("così, quando le loro membra si fusero in quel tenace abbraccio, non furono più due, ma un essere doppio che femmina non è o giovinetto, che ha l'aspetto di entrambi e di nessuno dei due").
Ovidio, Metamorfosi, IV, 46-47


E, disgustato dai vizi che la natura
diede in così gran numero all’indole femminile, visse a lungo
celibe senza moglie, senza compagna di letto.
Nel frattempo scolpì con arte mirabile
il candido avorio, e gli diede una forma con cui non può nascere
nessuna donna, e s’innamorò della sua opera:
l’aspetto è quello di una ragazza vera, e si crederebbe
che sia viva e voglia muoversi, salvo il pudore;
a tal punto l’arte nasconde l’arte. La guarda
e si consuma d’amore per il corpo finto.
Spesso avvicina le mani per tastare se sia
carne o avorio, e neanche allora si persuade che è avorio.
La bacia e crede di essere a sua volta baciato,
le parla, la tocca e crede che le sue dita
s’imprimano sulle membra, teme che restino lividi.
Ora usa blandizie, ora i regali che piacciono
alle ragazze, conchiglie e pietruzze lisce,
uccellini e fiori di mille colori,
gigli, palline colorate e le lacrime
delle Eliadi cadute dall’albero; veste la statua,
le mette anelli alle dita, lunghi monili al collo,
perle alle orecchie e pendenti sul petto:
tutto le sta bene, ma nuda non è meno bella.
La mette in un letto coperto di porpora,
la chiama sua compagna, le adagia il capo
sulle morbide piume, come potesse sentirle.
Era venuto il giorno della festa di Venere,
celebrata in tutta Cipro, e le giovenche dalle ampie corna dorate
erano cadute, colpite nel candido collo;
fumavano gli incensi e Pigmalione, compiute
le offerte, rimase in piedi e disse con voce esitante:
«Se voi potete tutto, fate che sia mia moglie», e non osò dire
“la ragazza d’avorio”, ma disse «qualcuna che le somigli».
Ma l’aurea Venere, che era presente alla sua festa,
capì il vero senso della preghiera, ed in segno
del suo favore la fiamma si accese tre volte e guizzò la punta nell’aria.
Tornato a casa, andò dalla statua della sua ragazza,
si gettò sul letto a baciarla, e gli parve che si riscaldasse.
Di nuovo la bacia, le tocca il petto,
e l’avorio toccato s’ammorbidisce dalla sua durezza
e cede alle dita come la cera d’Imetto
s’ammorbidisce al sole e, trattata dal pollice,
assume moltissime forme e con l’uso diventa usabile.
Mentre stupisce e gode, ma la sua gioia è dubbiosa, temendo l’inganno,
l’innamorato tocca e ritocca l’oggetto del suo desiderio.
Era davvero un corpo: le vene toccate pulsavano.
Allora l’eroe di Pafo pensò le parole più piene
per rendere grazie alla dea, e intanto con le sue labbra
preme quelle altre labbra finalmente vere, e la ragazza
sentì i baci e arrossì e, sollevando alla luce
gli occhi timidi, vide insieme il cielo e l’amante.
La dea fu presente alle nozze che aveva volute,
e quando la luna fu piena per la nona volta,
partorì Pafo, da cui l’isola ebbe il suo nome.
Ovidio, Metamorfosi X, 243-297



Da chi avete imparato ad amare, ora imparate a guarire.
Ovidio, da Rimedi dell’amore


Giove dall'alto sorride degli spergiuri degli amanti e
lascia che i venti di Eolo se li portino via  senza effetto.
Ovidio, Ars amatoria, I, 633-634


"Lottano fra loro e straziano il mio debole cuore l’amore e l’odio: e so che vincerà l’amore.
Ti odierò se potrò, altrimenti, ti amerò mio malgrado.
Anche il toro non ama il giogo, eppure ne è schiavo.
Fuggo la tua infedeltà, ma mi riporta indietro la tua bellezza;
detesto la tua malizia, ma amo il tuo corpo.
E quindi non riesco a vivere, né con te, né senza di te.
E non capisco cosa voglio davvero.”
Publio Ovidio Nasone,43 a.C./18 d.C, "Amores"


Nella vita ci sono, abbiamo sempre gli opposti;
ciò che ci allontana e avvicina, schiavizza e libera,
ci addolora e guarisce, ci insegue e ci abbandona,
ci vuole liberi e al tempo stesso dimoranti
Publio Ovidio Nasone



.......Un dolce sonno si insinuò di nascosto negli occhi vinti, e la mano, ormai languida, le cadde dal mento. Marte la vede, desidera colei che ha visto e prende colei che ha desiderato, e con divino inganno le cela il furto d'amore. Se ne va nel sonno, lei giace gravida. Ormai nelle sue viscere era il fondatore di Roma.
Ovidio, Fasti III 11-24. Trad. Carandini



ARACNE TRASFORMATA IN RAGNO DA MINERVA
“Aracne, fanciulla d'umili origini nativa della Lidia, tesseva tele mirabilmente e le ricamava con l'ago in modo splendido. Un giorno Aracne, con gran superbia in pubblico s'era paragonata a Minerva, dea delle arti. Allora la dea, saputolo, si recò in Lidia dalla giovinetta in sembianze d'una vecchia e l'ammonì: "Nessuna delle mortali ti supera nell'arte del tessere, ma certamente non sei all'altezza di Minerva!". Ma Aracne rispose arrogantemente a Minerva "Le mie tele sono meravigliose; neppure la dea Minerva supera la mia perizia". Allora la dea adirata cancellò da sè le sembianze senili, si rivelò e disse "Scellerata, quando sperimenterai il castigo per la tua superbia, invano invocherai il mio perdono! Sempre penderai da un filo, trarrai fili in giù e tesserai in eterno!" e subito trasformò in ragno la misera ragazza”.
Ovidio



In quel giorno è anche consuetudine che la Vestale getti dal ponte
di quercia immagini di vecchi uomini fatte di giunchi.
Chi crede che fossero davvero immolati in tal modo uomini
di più di sessant'anni, accusa gli avi di una colpa scellerata.
E' di antica tradizione, quando la terra fu chiamata Saturnia,
che il fatidico Giove abbia detto queste parole:
"Gettate nelle acque del Tosco fiume due del popolo
in qualità di sacrificio al vecchio portatore di falce"
Finché il Tirinzio venne in questi campi, ogni anno
l'atroce rito fu compiuto così, come a Leucade*:
ma egli gettò nel fiume, invece di Quiriti, fantocci di paglia:
seguendo l'esempio di Ercole si gettano corpi finti.
Alcuni ritengono che i giovani precipitassero dai ponti
i vecchi ammalati per essere soli a votare.
Ma tu, o Tevere, rivela la verità…
Ovidio,  Fasti, V, 620 ss.

*Leucade: isola e città omonima sulle coste occidentali della Grecia.






Gian Lorenzo Bernini, Apollo e Dafne, 1622-1625, 
Roma, Galleria Borghese, marmo, cm 243


John Fitzgerald Kennedy. Un uomo fa quello che è suo dovere fare, quali che siano le conseguenze personali, quali che siano gli ostacoli, i pericoli o le pressioni. Questa è la base di tutta la moralità umana

Senza voler togliere nulla a quel genere di coraggio che porta alcuni uomini a morire, non dobbiamo dimenticare quegli atti di coraggio grazie ai quali gli uomini vivono; il coraggio della vita quotidiana è spesso uno spettacolo meno grandioso del coraggio di un atto definitivo, ma resta pur sempre una miscela magnifica di trionfo e di tragedia…
Un uomo fa il suo dovere, a dispetto delle conseguenze personali, nonostante gli ostacoli, i pericoli e le pressioni, e questo è il fondamento della moralità umana; in qualsiasi sfera dell’esistenza un uomo può essere costretto al coraggio, quali che siano i sacrifici che affronta seguendo la proprio coscienza: la perdita dei suoi amici, della sua posizione, delle sue fortune e persino la perdita della stima delle persone che gli sono care. Ogni uomo deve decidere da sé stesso qual è la via giusta da seguire; le storie che si raccontano sul coraggio degli altri ci insegnano molte cose, possono offrirci una speranza, possono farci da modello, ma non possono sostituire il nostro coraggio… per quello ogni uomo deve guardare nella propria anima.
John Fitzgerald Kennedy. Il coraggio di vivere


Un uomo fa quello che è suo dovere fare, quali che siano le conseguenze personali, quali che siano gli ostacoli, i pericoli o le pressioni. Questa è la base di tutta la moralità umana
John Fitzgerald Kennedy


Se una libera società non può aiutare i molti che sono poveri, 
non dovrebbe salvare i pochi che sono ricchi
John Fitzgerald Kennedy


Dobbiamo usare il tempo come uno strumento non come una poltrona
John Fitzgerald Kennedy




Ogni volta che una persona si batte per un’idea, agisce nell’intento di migliorare la situazione degli altri, o si scaglia contro un’ingiustizia, mette in moto sottili rivoli di speranza che vanno a formare una corrente in grado di travolgere il più poderoso muro di oppressione e di resistenza. 
Robert Kennedy 


Ma questi tempi sono troppo difficili e le nostre necessità sono troppo grandi per tali visioni ristrette.
Non vi è niente di liberal nell'espansione continua del governo federale che priva il cittadino del proprio potere pubblico, dal diritto di prendere parte alle questioni del governo.
Non vi è niente di conservatore nel restare inattivi mentre milioni di concittadini perdono le loro vite e le loro speranze, mentre la loro frustrazione si trasforma in una furia che distrugge l'edificio sociale e la libertà.
Robert Kennedy, 21 maggio 1968


Pochi sono grandi abbastanza da poter cambiare il corso della storia. 
Ma ciascuno di noi può cambiare una piccola parte delle cose, 
e con la somma di tutte quelle azioni verrà scritta la storia di questa generazione!
Robert Kennedy 

4 aprile 1968 - discorso improvvisato “a braccio” – appena aver appreso dell'assassinio di Martin Luther King, durante un discorso elettorale a Indianapolis



“Non sono venuto qui a proporre una lista di rimedi specifici, né esiste una simile lista. A grandi linee però sappiamo che cosa si debba fare. Quando insegni a un uomo a odiare e a temere il proprio fratello, quando gli spieghi che è un uomo inferiore a causa del suo colore, delle sue credenze o delle politiche che persegue, quando insegni che chi è diverso da te è una minaccia per la tua libertà o per il tuo lavoro o per la tua famiglia, allora anche tu impari a trattare gli altri non come concittadini ma come nemici, da affrontare non con spirito di cooperazione bensì come spirito di conquista, da soggiogare e da dominare. Impariamo, alla fine, a considerare i nostri fratelli come degli estranei, gente con cui condividiamo una città, ma non una comunità; gente a cui ci lega l’essere vicini di casa, ma nessuna cooperazione. Impariamo a condividere solo una paura comune, solo un comune desiderio di allontanarci gli uni dagli altri, solo un comune impulso a reagire al disaccordo con la forza. Per tutte queste cose non ci sono risposte risolutive. […]. Le nostre vite su questo pianeta sono troppo brevi e il lavoro da compiere è troppo grande per consentire a questo spirito di prosperare ancora sulla nostra terra. Ovviamente non possiamo sconfiggerlo per mezzo di un programma o di una risoluzione. Forse però possiamo ricordare, almeno per una volta, che coloro che vivono insieme a noi sono nostri fratelli, che condividono con noi lo stesso breve periodo dell’esistenza, che non cercano, proprio come noi, niente altro se non la possibilità di vivere la propria vita dandole un senso e un po’ di serenità, cercando la soddisfazione e l’appagamento che potranno ottenere. Certamente questo vincolo di una fede comune, questo vincolo di un fine comune, può cominciare a insegnarci qualcosa. Di sicuro possiamo almeno imparare a guardare a coloro che ci sono intorno come ad altri uomini, e di sicuro possiamo cominciare a sforzarci un po’ di più per curarci reciprocamente le ferite e tornare ad essere nei nostri cuori fratelli e compatrioti."
Robert Kennedy, che morì oggi, 46 anni fa












 

giovedì 29 marzo 2012

Elio Franzini. Cervello e filosofia: la genesi fenomenologica della coscienza

Cervello e filosofia: la genesi fenomenologica della coscienza; BrainFactor intervista Elio Franzini


Cervello e filosofia: la genesi fenomenologica della coscienza; BrainFactor intervista Elio Franzini.Elio Franzini è ordinario di Estetica e preside della Facoltà di Lettere e Filosofia della Statale di Milano. Nella tradizione della “scuola milanese”, le sue ricerche si sono inizialmente orientate alla fenomenologia, alla fondazione dell'estetica fenomenologica, alla fondazione scientifica dell'estetica. Il tema della creatività artistica nella sua genesi all'interno di alcuni importanti momenti della filosofia moderna e contemporanea, ha costituito l'oggetto di ricerche in cui l'analisi degli scritti di Leonardo, Bacone, Vico, Diderot, Batteux, Kant, Banfi, Bachtin, Lyotard, Valèry, ha individuato un percorso di "interpretazione della natura" attraverso la poiesis dell'uomo. In questo contesto, ha messo in luce temi fondamentali fra cui il rapporto fra ragione ed esperienza, arte, tecnica e scienza e il significato del costruire artistico per l'uomo. La sua ricerca attuale riprende le precedenti indagini fenomenologiche: i problemi della sensazione, del sentimento, del senso comune inquadrano il senso gnoseologico dell’estetica, “il ruolo cioè che essa riveste in una teoria generale della conoscenza”.
L’estetica incarna, per Franzini, “un modo specifico, precategoriale, della ragione”, che svela il suo senso manifestando il significato conoscitivo dell’esperienza sensibile: all’origine del sapere, all’origine della scienza, vi è un “sentire comune” in cui doxa ed episteme si incontrano. L’analisi del ruolo della rappresentazione estetico-sensibile nei processi generali della conoscenza, l'ha condotto a indagare il senso dell’immagine e dell’immaginazione e dei processi simbolici loro correlati, che conducono a costruire il percorso costitutivo di una “fenomenologia dell’invisibile”. Ampia la sua produzione scientifica, fra cui: Fenomenologia. Introduzione tematica al pensiero di Husserl (1991), L’estetica del Settecento (1995, 2002), Fenomenologia dell’invisibile. Al di là dell’immagine (2001), La fenomenologia (2002), L’altra ragione. Sensibilità, immaginazione e forma artistica (2007), I simboli e l’invisibile. Figure e forme del pensiero simbolico (2008).
Marco Mozzoni l'ha intervistato sul tema “Cervello e filosofia: la genesi fenomenologica della coscienza”.
Professor Franzini, viviamo in un periodo particolarmente proficuo per le neuroscienze, che riescono ad attirare l'attenzione (finanche rispondere ai gusti...) di un pubblico sempre più vasto di persone, oltre che degli addetti ai lavori e di chi a vario titolo s'occupa dell'umano. D'altro canto, si assiste anche a un movimento in direzione contraria: gli uomini di neuroscienza sembrano (ri)scoprire - a modo loro, metodologicamente parlando - la filosofia, l'arte, le relazioni sociali, l'etica... con l'ambizione febbrile di “rendere visibili”, attraverso le moderne tecniche di neuroimmagine, i presunti fondamenti “materiali” degli innumerevoli aspetti dell'umana esistenza. Secondo Lei, ciò corrisponde a un reale progresso epistemologico o soltanto a una moda fra le altre?
Le relazioni tra la filosofia e le neuroscienze sono state variamente giudicate: se lo studio si riferisce ai rapporti tra mente e cervello, purché non si ceda alle sirene “causalistiche”, in virtù delle quali una spiegazione ingloba tutte le altre, non vi è probabilmente nulla da eccepire. Se invece si cede al potere seduttivo delle parole e delle immagini, si tratta soltanto di una nuova retorica travestita, destinata a sfumare come molte altre del passato. In ogni caso il dibattito torna alla luce ovunque la filosofia della scienza, abbandonando le sue radici logico-matematiche, si rivolge a temi biologici. Lamettrie e Holbach, nel Settecento, per esempio, già studiavano questi temi, collaborando con medici e anatomisti. Su queste basi, intorno alle quali la tradizione è radicata, sta però subentrando quel tarlo che, come insegnava Leopardi, sempre si accompagna alla morte, cioè la moda, capace di rendere fragili, volatili, contingenti ed effimere anche le questioni più serie. Con la moda subentrano i neologismi, che a volte – come nel caso della “neurofilosofia” – sono leciti, ma che altre volte, quando frammentano la base in tanti rami diventando “neurofenomenologia”, “neuroestetica”, “neuroetica” e via dicendo, rischiano di condurci al neurodeliri... I neurologi stessi entreranno in azione con le opportune contromisure farmacologiche quando vedranno nascere la neuro-logica... Non è questione di essere riduzionisti o meno – che è espressione che non significa nulla (ogni scienziato, se vuole ottenere risultati, deve “ridurre”) – né soltanto quella di introiettare e comprendere il detto lombardo “ofelee fa il to mestee” (che, come sa bene chi le fa, è più profondo di quanto non possa apparire: fare ofelle è difficile, ed è difficile soprattutto farle bene) – ma di comprendere che le discipline e i saperi debbono dialogare. Il dialogo tuttavia deve avvenire su piani ben precisi, consapevoli delle differenze metodologiche e delle specificità degli orizzonti fenomenici presi in esame. Molti fenomeni non possono venire “obiettivati” – e ridotti a catene di cause – in quanto la loro genesi è “motivazionale” e si sviluppa su piani dove le scienze matematiche, mediche o biologiche non hanno proprio nulla da dire o da scoprire. Era la conclusione cui era giunto Freud stesso con Leonardo, mettendo in guardia dal trattare l’argomento con un atteggiamento che non fosse quello del gioco o del semplice “caso clinico” da osservare, senza cioè voler trarre dal suo particolare conclusioni universali. Senza dubbio la Gioconda è un oggetto geometrico che un fisico, un chimico, un geometra possono “inquadrare”, ma non spiegare nella stratificazione storica, culturale, motivazionale dei piani che incidono nella sua ricezione.
Veniamo subito all'arte: cosa ne pensa della corrente di ricerca che si riconosce sotto la bandiera della cosiddetta “neuroestetica”?
Ricerche che generano nessi di spiegazione “riducono” e ricerche che portano l’arte sul piano del cervello mi appaiono quanto meno una perdita di tempo per gli uni e per gli altri se non hanno scopi terapeutici. Abbiamo per esempio già passato la moda della relazione tra arte e follia, prima che si dimostrasse che non esiste alcun nesso causale, che vi sono artisti sani e geniali e artisti folli e mediocri. Si è spesso osservato, per limitarsi alla cosiddetta “neuroestetica”, che il problema è antico solo perché la parola “estetica” è legata all’aisthesis o perché la fruizione è connessa a dinamiche corporee. Trarre da questa banale osservazione conclusioni “fondanti” è l’errore, o forse l’equivoco, in cui, a fine Ottocento, sono caduti grandi psicofisiologci – da Fechner a Helmhotz – progenitori di molte attuali ricerche, con l’unica giustificazione che il loro sano positivismo, che esplorava entusiasta orizzonti nuovi, non pretendeva di avere quella densità avvolgente che percorre molte raffinatezze contemporanee, che vogliono trovare la madre di tutti i saperi, mischiando confusamente categoriale e precategoriale, e inconsapevolmente costruendo una metafisica assai meno sofisticata di quelle tradizionali. Non mi soffermo a questo proposito sugli scritti di Semir Zeki, senza dubbio interessanti per un neurologo, ma del tutto inutili per un filosofo: affermare che la funzione dell’arte corrisponde a un’estensione delle funzioni cerebrali tese ad acquisire conoscenza del mondo significa porsi sul piano di un “funzionalismo generalizzato” che può essere applicato a ogni campo dell’umano fare e sapere.
Semir Zeki sostiene che i più grandi artisti in fondo non erano che “neurologi inconsapevoli”, certo non per sminuirne il ruolo, anzi sembra proprio per aggiungere valore alle loro intuizioni estetiche...
Le sue premesse – che le arti visive debbano obbedire alle leggi del cervello visivo, sia nella fruizione sia nella creazione; che le arti visive siano un'estensione del cervello visivo che ha la funzione di acquisire nuove conoscenze; che gli artisti siano in un certo senso dei neurologi che studiano le capacità del cervello visivo con tecniche peculiari – potrebbero essere tutte quante relativizzate o contraddette: sono “vere”, certo, ma non comportano alcun accrescimento cognitivo sul senso complesso del fatto artistico e dei fenomeni fruitivi, pur avendo interesse per il neurologo, in particolare là dove si studiano, come in Maffei, le relazioni fra la neurofisiologia della visione e la nostra esperienza del colore nelle immagini fisse della pittura o in quelle in movimento di cinema e televisione. Lo statuto epistemologico della cosiddetta neuroestetica – e neurofilosofie affini – appare ancora molto indeterminato, incerto nelle finalità, miope nel riconoscere i propri padri, ingrato nel misconoscere i debiti nei confronti di orizzonti psicologici, che appaiono ignoti anche là (come sarebbe per esempio con Arnheim) molto potrebbero insegnare sui medesimi campi di indagine.
Oggi si parla tanto anche di “neuroni specchio”, cui sembra non ci si possa più astenere nelle “spiegazioni in luce scientifica” delle manifestazioni emotive, dell'empatia, della predisposizione alla socialità, dello sviluppo del linguaggio, che sono poi le caratteristiche peculiari dell'umano...
Uguale rispetto e sospetto meritano le interessanti le osservazioni di Rizzolatti sui neuroni a specchio: passare da una descrizione della loro attività a una generalizzazione, che implica spiegazioni empatiche di valore universale, comporta quegli errori metodologici e fenomenologici che poco fa si sottolineavano (ridurre a un neurone l’empatia è esattamente come ridurre l’amore a uno spermatozoo: si può farlo, ma si rischia di dimenticare migliaia di anni di cultura sull’argomento…). Le affermazioni di Vittorio Gallese, in virtù delle quali la risposta della mente al capolavoro artistico è mediata da una sorta di profonda immedesimazione (cognitiva, emotiva e motoria) con l’opera d’arte, un’immedesimazione resa possibile dal meccanismo dei neuroni specchio che ci consentirebbe di vivere, rispecchiandole appunto, le emozioni e le sensazioni corporee vissute dai protagonisti raffigurati nelle opere d’arte, dicono qualcosa che, usando altri termini, è molto antica, e che già Diderot o Lamettrie affermavano. Si tratta, semplicemente, di non portarne i risultati su un piano di universalità quantitativa, incapace di afferrare la specificità qualitativa dei fenomeni artistici e dei processi fruitivi che implicano. Ciò è sostenuto peraltro, in un contributo ancora inedito, e con molta lucidità, da Gallese stesso, il quale ben chiarisce che i neuroni non conoscono l'altro, né esperiscono l'opera d'arte, ma solo qualche sale e qualche altro elemento chimico. Siamo dunque noi ad avere un rapporto col mondo, non i nostri neuroni. Le neuroscienze devono allora semplicemente chiarire come la struttura dell'esperienza messa in luce dalla ricerca fenomenologica si traduce in complessi neuronali dal momento che i neuroni a specchio sparano anche quando non vi è alcuna esperienza dell'altro, per esempio quando un braccio meccanico, che non ha certo percezione dell’alterità, prende una tazzina e ce la porge.
Ritornando per un momento all'arte, se un'opera viene presa in considerazione anche come strumento di indagine scientifica, che male c'è?
Se un’opera d’arte diviene un originale strumento d’indagine scientifica e un eccellente manuale su cui scoprire la bellezza del nostro cervello, nulla da obiettare. Ma se questo induce a ridurre a ciò la complessità simbolica dell’opera, allora bisogna denunciare gli errori di metodo o, meglio, di “stile” della ricerca. La ricerca estetica filosofica, appunto, usa un altro stile, che guarda diversamente gli oggetti della propria indagine, descrivendo e non “spiegando”. Le opere e l’empatia con il loro senso sono processi “simbolici” che vanno analizzati cogliendo il valore complesso di una struttura di rinvio che ha nel cervello un indubbio riferimento – e primario – ma che non può essere spiegata con i meccanismi della neurologia. Il Discorso sul funzionamento meccanico dello spirito di Jonathan Swift, dice ben di più sul senso cognitivo del rapporto tra oggetto culturale e soggetto di molte raffinate indagini che riconducono il fenomeno a un “organo”, sia esso soltanto “materiale” o esclusivamente “spirituale”. Si tratta di speculari integralismi, di cui la filosofia deve sempre sospettare, sospettandone in modo particolare quando la struttura di senso di un fenomeno o di un processo non sembra sposare integralmente alcun “modello”, vagando qua e là tra saperi diversi, e senza mai interrogarsi sulla natura stessa del sapere. E accettando anche, come appunto scrive Swift, che non siamo obbligati a dar conto di ogni fenomeno che si verifica in natura, in particolare, aggiungo, se essi richiedono analisi che hanno la caratteristica di rinnovarsi sempre di nuovo in descrizioni e domande, più che in spiegazioni e risposte.
Che lo si voglia o no, le neuroscenze oggi sono un fiume in piena: tutti ne parlano, tutti ne vogliono sentir parlare. Che fare di fronte alla loro incontenibile “avvolgenza”, come Lei stesso dichiarava in un recente convegno, proprio di fronte a un pubblico di neuroscienziati?
Che fare di fronte all’avvolgenza delle neuroscienze che sembrano invadere ogni campo del sapere... In questo caso, in sintesi e semplicità, non negare a nessuno il diritto di studiare ciò che più aggrada, con l’avvertenza tuttavia che bisognerebbe sempre cercare di comprendere se l’oggetto si adatta al metodo di indagine, se le premesse metodologiche sono state esplorate e se, infine, le finalità della ricerca conducono a qualcosa che comporti un accrescimento cognitivo sulla natura dell’oggetto. E’ senza dubbio vero quel che scrive Roberta De Monticelli, cioè che il fenomenologo si oppone non alla naturalizzazione della mente, bensì a quella della coscienza. Ma questa regola non ha quelle eccezioni che Varela o Andy Clark sottolineano, e De Monticelli rileva, e non perché ci si rifiuti di dare corpo alla mente o non si tenga in considerazione il corpo nei processi di apprensione, ma in quanto è diverso il punto di vista da cui si guarda il fenomeno, il fine cognitivo cui si vuole giungere e la dimensione assiologica in cui si intende inserire sia la ricerca sia la conoscenza del fenomeno. Le implicazioni corporee presenti nell’esperienza non possono infatti venire “obiettivate”: l’oggetto culturale, per esempio un’opera d’arte, non può mai essere afferrato come una serie di cause ed effetti in quanto i processi della sua produzione e ricezione possono venire descritti inserendoli all’interno di un circuito motivazionale, che non mira a “spiegare”, bensì intende cogliere gli atti attraverso i quali si determinano i giudizi di valore così come il senso culturale e teleologico del fenomeno. Infine, si tratta di raggiungere la consapevolezza che ogni fenomeno, anche un’opera d’arte, può venire sottoposto, e con esso i processi che conducono alla sua formazione e ricezione, a tutte le indagini descrittive che aggradano. Ma ciò non significa, senza un’opportuna riflessione, che esse, al di là di un mero esercizio intellettuale, cioè non finalizzato a coglierne il nucleo cognitivo, possano essere analizzate come si preferisce. Si tratta forse di porre alcune premesse: 1. non tutti gli oggetti rivelano la loro essenza andando alle loro radici “mentali” e corporee: essi “resistono” a interpretazioni di tal genere perché rifiutano di essere ricondotti a schemi quantitativi, a immagini definite, a percorsi di spiegazione, a processi cerebrali. I loro motivi, la complessità degli strati di senso che presiedono alla loro ricezione o produzione hanno bisogno di essere interrogati sempre di nuovo su un piano “storico”, da corpi “storici”; rivelano quindi a occhi oggettivi e a corpi solo mentali aspetti cognitivi estrinseci, che finiscono per assimilarli a dimensioni oggettuali da cui essi intendono invece distinguersi; 2. questo esempio induce a credere che il modello metodologico deve mutare a seconda del punto di vista e della finalità metodologica e scientifica: il filosofo non intende “spiegare”, bensì appunto mostrare le differenze, ponendone le premesse metodologiche. E indicando che i punti di vista devono mutare a seconda di ciò che l’oggetto è, cioè della “riducibilità” o meno delle sue qualità a vari punti di vista. Per un’opera d’arte, allora, lo sguardo neuroestetico aiuta a meglio comprendere la mente, non l’oggetto dell’esperienza mentale; 3. ciò comporta la necessità di distinguere sul piano metodologico gli orizzonti della mente e del cervello da quelli degli atti intenzionali della coscienza, che devono afferrare ciò che gli oggetti richiedono loro, a essi adattando le specificità esperienziali.
Quale può / deve essere oggi il compito della ricerca filosofica sulla coscienza umana?
Il compito della ricerca filosofica è quello di comprendere la genesi della coscienza, che in estetica diviene “genesi della coscienza estetica”. Espressioni complesse, che vanno dunque specificate, lasciandone a coloro che studiano attraverso altri metodi il giudizio sulla applicabilità alle loro ricerche. L’interdisciplinarietà è parola antica e fuori moda: si tratta ora di “dialogare”, ma nella consapevolezza che i “logoi” non sempre pretendono la sintesi. E’ chiaro tuttavia che quando si parla di “fenomenologia”, sottolineando la sua attenzione per le dimensioni sensibili dell’esperienza, si individua in essa l’avversario più antico dei riduzionismi, ovvero dell’applicazione indistinta del prefisso “neuro” alla filosofia e alle sue parti. E’ impossibile quindi non ricordare il paragrafo 49 del secondo volume delle Idee per una fenomenologia pura e per una filosofia fenomenologica in cui Husserl, pur ricordando che i generi costitutivi fondamentali dell’apprensione si costruiscono l’uno sull’altro, e che quindi l’esperienza fisica, psichica, corporea sono strati di un medesimo processo, rileva come l’attenzione per la sua “fisicità” naturale non può cogliere quegli strati che conducono all’io come persona e come membro del mondo sociale. Quello che viene chiamato “atteggiamento naturalistico” non può comprendere i sensi che derivano dai nostri atteggiamenti “personalistici”, che sono quelli che si hanno nella vita quotidiana, nei sentimenti, nei dialoghi, nei processi assiologici e simbolici dell’arte. Rilevando che l’atteggiamento scientifico è immancabilmente un atteggiamento naturalistico puntato verso la realtà obiettiva, Husserl invita a togliersi i “paraocchi abituali” per guardare con altro sguardo la complessità del proprio mondo circostante e di oggetti irriducibili al fisico e alle loro variate rappresentazioni. Perché ciò accada è necessario un piccolo passo preliminare, cioè quello di mostrare come la coscienza, alle sue basi, lavori: non per tracotanza, ma solo perché, una volta compreso questo, meglio si possano capire le differenze che abitano il nostro mondo circostante. Husserl stesso ben conosceva i pericoli che avvolgono i positivismi di ogni tempo se è consapevole di avere sottolineato sino alle Ricerche logiche un aspetto soltanto della descrizione fenomenologica, sia pure di grande importanza: quello che chiama, anche a rischio di creare equivoci, “psicologia descrittiva”. Sono cioè esaminati, ricordando il metodo di Brentano, quegli atti soggettivi che hanno un diretto legame empirico con gli oggetti naturali esterni, con il mondo: atti che da qui in avanti Husserl chiama però vissuti, protagonisti della "vita" della coscienza, del suo incessante fluire. Tali vissuti, cioè gli atti di conoscenza, così come erano descritti nelle Ricerche logiche, pur riferendosi necessariamente alla "vita" di un soggetto, a un "io" che ha esperienze "pure", non chiarificano tuttavia mai che cosa si intenda con questo termine, come l'io operi nei processi conoscitivi. Non sono ancora, in altri termini, ben definiti intorno a un centro preciso, a un punto focale che ne spieghi l'irraggiamento. La ricerca di questo punto è ciò che permette il passaggio dalla psicologia descrittiva a un piano in cui si vuole determinare il senso genetico della coscienza, ciò che in termini tecnici si chiama fenomenologia trascendentale, che si realizza in primo luogo nel 1905-1906. Qui comprende che la genesi della coscienza va indagata andando alla radice di quel fenomeno estetico originario che è il “tempo”: la coscienza, infatti, è, molto banalmente, il flusso costante e vivente della (nostra, e non solo nostra) temporalità. Il tempo, come insegna Kant, è il senso interno, la condizione necessaria per ogni intuizione possibile: ogni apprensione d'oggetto avviene "nel" tempo e segna l'incontro conoscitivo tra la dimensione interiore della temporalità, il tempo della mia coscienza, del flusso dei miei atti o vissuti, e il tempo esterno dell'oggetto, un tempo "oggettivo" che trascende quello interiore della mia coscienza. Occuparsi del problema del tempo è una questione preliminare per comprendere la relazione conoscitiva tra io e mondo, per rimeditarne le modalità, per capirne, in primo luogo, la funzione costitutiva. Non esistono oggetti, non esistono pensieri, non c'è riflessione che non siano temporali, che non abbiano nel tempo la loro più intima trama di senso. Trama nel vero e proprio significato del termine, perché comporta fili che si intersecano, strati che si sovrappongono senza annullarsi: l'interiorità è tempo, il fluire dei pensieri è temporale ma, al tempo stesso, sono nel tempo anche gli oggetti, è nel tempo che si costituisce la storicità dell'uomo, del suo mondo, delle sue produzioni spirituali. Tutti problemi che Husserl individua come precisi orizzonti tematici della fenomenologia: il problema dell'intenzionalità; il senso della logica nella conoscenza; la problematica della sintesi a priori vanno dunque inseriti nel contesto, esperienziale e fondativo, della temporalità.
Un “ritorno” dunque della filosofia alle “questioni di principio”, alla “ricerca della verità”...
Non va perduto, certo, il piano etico e ideologico su cui tali riflessioni si innestano, che ancora oggi ha la sua (drammatica) attualità: di fronte al regno delle opinioni soggettive e indimostrate, che hanno ormai invaso la filosofia, o dei vari obiettivismi alla moda che l’attraversano, si impone per la filosofia il ritorno alle questioni di principio. Questo ritorno è connesso a una ben definita idea di verità: verità cui la filosofia deve tendere perché soltanto un atteggiamento filosofico - e fenomenologico - può superare sia i limiti psicologici individuali sia le riflessioni pragmatiche e specialistiche delle scienze particolari. La filosofia deve porsi come una continua riflessione critico-conoscitiva per giungere a una comprensione evidente del senso e dell'essenza delle sue operazioni. Cogliere le essenze non significa ricadere nel platonismo, bensì ritenere che l’apprensione estetica del mondo non debba tradursi in un culto per i fatti o per una presenza “infondata”. Attraverso le operazioni intenzionali - gli atti immanenti – si devono analizzare i modi con cui si danno quei contenuti generali ("cosa", "evento", "effetto", "causa", "spazio", "tempo", ecc.) cui si riferiscono tutte le scienze particolari. La fenomenologia, sin dai suoi primi passi, vuole allora definirsi come lo studio del legame conoscitivo, temporalmente organizzato, tra i contenuti del conoscere e gli atti che verso di essi si dirigono. E' in quest'ambito che Husserl parla di intuizione essenziale: perché l'essenza che si vuole conoscere non è né un dato psicologico né un'immutabile idealità di stampo platonico (o platonizzante), bensì, appunto una "intuizione".
Come possiamo definire oggi l'essenza dell'esperienza?
Si può definire l'essenza come quel quid, quell'elemento che, nei vari campi dell'esperienza, caratterizza il senso degli atti che mirano a conoscerli, le loro strutture permanenti, le qualità specifiche e caratterizzanti (per esempio il colore, la forma, i contorni, ecc.: tutti elementi "essenziali" perché permettono di distinguere tra loro gli oggetti). Husserl vuole giungere a quel nucleo, a quel nesso o a quella serie di nessi che non sono "nel" soggetto, ma che i suoi atti conoscitivi possono cogliere nelle cose stesse, nelle relazioni delle parti tra loro e negli interi che costituiscono. Questa esigenza di intuire i nessi essenziali, dal momento che non è nulla di psicologico o mentale, ha necessità, per essere conosciuta al di là della contingente empiria, di venire fondata. E' per tale motivo che in Husserl l'intuizione delle essenze è radicata in una logica, cioè in una "dottrina dei fondamenti”. Il compito che Husserl si pone, pur nelle difficoltà terminologiche e stilistiche, è ben delineato: la conoscenza non può costituirsi su piani soggettivi o scettici, o obiettivati e realistici, perché è radicata negli oggetti stessi, negli interi e nelle loro qualità essenziali. Il processo che porta a riconoscere questi legami fondativi è un processo intenzionale: alle qualità oggettive delle cose si giunge descrivendo come le cose appaiono, il loro essere fenomenico, il loro darsi alla nostra intuizione. Questa modalità d'essere dei fenomeni è regolata da leggi intrinseche, poste nei fenomeni stessi: la logica non è nulla di astratto perché descrive le fondazioni conoscitive dei vari campi di esperienza possibile. Di conseguenza, non solo incontra l’estetica, ma è in essa fondata.
Mi sembra di capire che in questo periodo storico singolare si renda assolutamente necessario recuperare un “senso razionale” per la filosofia, proprio nel “mondo della vita” di husserliana memoria... Ma che cos'è, alla fine, il mondo della vita?
In questo quadro – e si è giunti così a ribadire il punto decisivo, e il suo radicamento sensibile – la temporalità svolge un ruolo di fondazione estetica di quel processo razionale che è la descrizione del nostro mondo circostante, e delle ontologie regionali che ne caratterizzano l’esperienza: è qui radicata la necessità di recuperare un senso razionale per la filosofia, e di recuperarlo in quel terreno originario che Husserl chiama “mondo della vita”, che è il senso stesso della fondazione originaria della temporalità, del suo “fungere” in ogni nostro atto. Dal momento che di tale mondo non si danno definizioni – e ciò proprio perché esso è il nostro mondo, in cui si realizza il senso di ogni nostra operazione di prassi e di conoscenza – la questione non è “che cosa” esso sia, ma come se ne possano comprendere essenza e fondazione, rispondendo che il suo senso è estetico, implicato nel sensibile, nel precategoriale in cui le cose stesse determinano le loro sintesi, il loro divenire, tramite associazioni descrivibili, interi d’esperienza. Il significato generale di tale processo è il “nodo” della fenomenologia che si vuole sottolineare. Husserl ritiene, in via preliminare, che immanente sia "la conoscenza guardante che si ha della cogitatio", trascendente "la conoscenza che compete alle scienze obiettive”. Vi è dunque una distinzione generale, che sembra quasi un’utile formula riassuntiva: "l'immanente è in me, il trascendente fuori di me”. E' questo il punto nodale dell'intera fenomenologia, vero suo "tema generale" da cui deriva un’argomentazione che è l’asse centrale della maturità husserliana: se del trascendente (non materialmente immanente) non mi è lecito far uso, come afferma, per evitare di credere erroneamente che la conoscenza possa essere limitata a questi fatti "fuori di me", devo "effettuare la riduzione fenomenologica", cioè l'esclusione di ogni posizione trascendente di realtà. Dove con "trascendenti" possono essere qui intese tutte le proposizioni fondamentali delle scienze naturali e obiettive, come anche le forme empiriche, linguistiche o le singolari esperienze vitali, che quindi non sono l'oggetto tematico della ricerca fenomenologica (che, come già si è osservato, è scienza di fondamenti, di essenze e non di meri "fatti").
Come è possibile avviare, concretamente, questa “nuova scienza di fondamenti, di essenze, non di meri fatti”?
La prima operazione fondamentale che va compiuta per dare avvio a questa nuova scienza è la "riduzione" alla "immanenza", in virtù della quale tutto il trascendente "va provvisto di un indice di nullità”. Soltanto dopo questa necessaria operazione si potrà affrontare l'esame della sfera dell'immanenza, meglio distinguendo, come Husserl già ha anticipato, l'immanenza materiale e l'immanenza come datità diretta. Non ci si vuole qui soffermare sulle articolazioni di questa “operazione fondamentale”, ma solo sottolineare che essa “ci offre universalità che permettono di capire, specie, essenze, e con ciò sembra detta la parola risolutiva: dopotutto noi cerchiamo una chiarezza guardante intorno all'essenza della conoscenza". E’ in questo modo che appare il carattere di "assoluta datità diretta" della cogitatio, che è "pura evidenza”. Husserl con questi complessi termini intende in primo luogo sottolineare che il senso della riduzione fenomenologica non è soltanto la messa fuori causa del trascendente, ma l'esclusione di tutto ciò che non sia datità diretta, intesa come l'apparire, l'essere fenomeno dell'apparizione; l'immanenza materiale è invece la "cosa" che appare "nella" coscienza, il contenuto dell'oggetto nella immanenza. Husserl vuole dunque affermare che la fenomenologia è possibile solo sul piano della datità immanente: "è la meravigliosa correlazione tra fenomeno di conoscenza e oggetto di conoscenza", in cui la descrizione fenomenologica deve "approfondire tutte le forme di datità e tutte le correlazioni". In altri termini, ciò significa che l’orizzonte generale della fenomenologia si pone nel quadro della intenzionalità ed è da qui che si aprono i "problemi della costituzione di oggettualità d'ogni specie nella conoscenza". In questo contesto viene eliminato qualsivoglia naturalismo immanentistico, così come qualsiasi tipo di discorso teologico: immanenza è invece il piano originario della conoscenza, il suo indubitabile punto di partenza, la datità diretta di ciò che immediatamente si intuisce come "vissuto". Di conseguenza, operare l'epoche significa mettere fra parentesi, con l'atteggiamento naturale, anche il piano della trascendenza che gli è proprio. Trascendenza che viene intesa da Husserl come tutto ciò che è "fuori" dal flusso della coscienza, dal flusso delle cogitationes, cioè di quei vissuti che sono la trama stessa dell'intenzionalità. Trascendente è ogni conoscenza che, nel suo porre qualcosa di oggettuale, non lo guarda in modo diretto, non ne afferra l'essenza nel divenire dei suoi atti conoscitivi. Con ciò Husserl non esclude dall'indagine fenomenologica l'ambito della trascendenza, del “mondo esterno”: afferma soltanto che deve venire indagato a partire dall'immanenza, dalla indubitabile certezza del flusso dei vissuti. Si è in questo modo chiarificata la triplice funzione dell'epochè: liberarsi dall'atteggiamento naturale, rendere possibile uno sguardo immanente, riproporre su un nuovo piano metodologico il problema della trascendenza, cioè l'antica questione del "mondo esterno".
E come si “costituisce” l'oggetto conoscibile?
L'oggetto si costituisce (si offre ed è conoscibile) solo negli atti della correlazione intenzionale, che è un processo essenzialmente temporale. Un oggetto qualsiasi, per esempio un tavolo, o un’immagine cerebrale, non è concepibile in una isolata astrattezza realista, né può essere considerato come una immagine "dentro" la coscienza (tanto meno, quindi “dentro” il cervello). Possiamo invece soltanto concepirlo negli atti percettivi che ne abbiamo, nel tempo della coscienza che incontra quello del mondo. Una volta stabilito che l'oggetto si costituisce nella conoscenza - nei concreti atti conoscitivi - Husserl osserva anche (e questa affermazione ha per la fenomenologia una rilevante importanza storica) che le figure fondamentali del mondo degli oggetti (forma, causa, effetto, ecc.) che siamo in grado di distinguere sono sempre in correlazione temporale con le figure fondamentali degli atti cognitivi, che sono "atti di conoscenza donatori". Il termine "dono" non deve ingannare: Husserl vuole solo affermare, ancora una volta, che il senso è già nelle cose stesse (che possiedono le loro proprie specifiche qualità), ma che esso è conoscibile solo nel momento in cui tali cose mi appaiono, divengono "per me" negli atti che mi "donano" il senso. Tali atti, inoltre, non sono atomi dispersi e fluttuanti ma, nel flusso della coscienza, si organizzano temporalmente e, in tale organizzarsi, costituiscono l'oggettualità stessa, costruendo una trama di senso oggettivo. La costruzione di questa trama non implica un'intuizione magica e immediata, ma un "processo", una genesi stratificata. Husserl parla dunque della costituzione come di un "processo ascendente", a partire da connessioni temporali di atti immanenti. La costituzione procede infatti per gradi, per successivi sguardi chiarificatori, per sovrapposizione di vissuti. Se infatti il mondo degli oggetti esiste "per" gli atti conoscitivi, le varie "regioni" di questi oggetti andranno indagate in modo progressivo e sistematico, per penetrare nei nessi essenziali che le costituiscono, nei progressivi strati qualitativi. E' su tale via che appare a Husserl il compito generale della fenomenologia: se conoscenza è il "costituirsi" di un oggetto, di esso nel tempo, il campo conoscitivo sarà di conseguenza sterminato come le trame temporali che disegna. Il fenomenologo, invece di perdersi in discorsi vaghi, e prima di affrontare la complessità degli oggetti culturali che, con le loro stratificate dimensioni temporali attraversano il nostro comune mondo della vita, dovrà approfondire tutte le forme di datità e tutte le correlazioni che al suo interno divengono attive, che costituiscono contesti, interi i cui momenti di aggregazione vanno a loro volta indagati e chiarificati.
Qual è l'”orizzonte di verità” che viene dunque a delinearsi?
L'orizzonte di verità che così si delinea, coincidendo con quello dell’esperienza, non ha confini prefissati, scienze particolari su cui concentrarsi, e vive soltanto attraverso un "incremento illimitato": è in questi contesti che si costituisce, non in un sol colpo, ma in un processo ascendente, l'oggettualità, quella che il tempo fonda. Si può in questo modo recuperare, attraverso il lavoro fondativo della ragione, un senso di "oggettività" nuovo, che coincide con quello di "evidenza" e che sfugge agli equivoci trascendenti dell'atteggiamento naturale e dei suoi più o meno retorici succedanei. L'indagine fenomenologica è un "sempre di nuovo", come è giusto sia per una descrizione stratificata, che si avvicina all'oggetto attraverso sguardi progressivi, per “variazioni immaginative”. In questo modo l'oggetto positivo, la natura che si costituisce con la conoscenza intenzionale, non può più essere scambiata per quella cosa trascendente che si è neutralizzata con l'epoché, con l'oggetto come si presenta nell'atteggiamento naturale: proprio perché l'oggetto non si dà in una statica, massiccia, definitiva essenza, ma è all'interno di un processo graduale, che è sempre e comunque intenzione di oggetto, in cui la sua presenza si offre secondo i gradi dell'esperienza, in cui la percezione è supportata dalla memoria e si proietta con l'immaginazione. L'oggetto acquisisce man mano, attraverso le operazioni dei soggetti, le sue qualità e la sua trascendenza divenendo una genesi di senso. Questo processo non è la conseguenza di una "scelta" soggettiva, psicologica, individuale, al limite neppure metodologica: sono gli oggetti stessi a richiedere, nella loro temporalità “passiva”, un tal genere di costituzione, prospettica e graduale, perché questa è l'essenza stessa del loro presentarsi all'esperienza. Il metodo ha la funzione di indirizzare un processo le cui linee generali sono offerte dal modo stesso in cui le cose si danno.
In questo procedere squisitamente fenomenologico, dove ha luogo esattamente la “sintesi conoscitiva”?
Come si sarà notato, non si ha qui alcun intento polemico, ma si cerca solo di mostrare qualche traccia di un disegno che viene “prima” dei colori che le varie scienze possono attribuire ai fenomeni, purché in tale attribuzione non abbiano la pretesa di ridurre la verità ai colori che le loro macchine vedono. Un disegno in virtù del quale la conoscenza non è né un processo formale-categoriale, né dato ontologico o biologico: la sintesi conoscitiva è invece indicata dalla cosa stessa e sono le sue caratteristiche essenziali (forma, colore, profili, ecc.) e i tratti fondamentali della correlata operatività soggettiva e intersoggettiva a mostrarne nel tempo quella complessità costitutiva che è la stessa complessità qualitativa delle cose del mondo. Husserl è dunque un momento di consapevolezza di questo percorso in cui è apparso come la ragione abbia una fondazione estetica, e non sia una Minerva autofaga e autofondata: al di là delle sigle, dei movimenti, dei metodi e delle loro ingenuità, ciò viene compreso da chi ritiene il discorso filosofico un piano di conoscenze fondate che costruisce interi cercando di indagarne sia le parti sia i nessi temporali che le rendono un insieme estetico, sensibile, da guardare in tutti i suoi angoli prospettici. Nella fenomenologia si trova il senso simbolico di questo percorso, che vuole analizzare sia le forme costitutive di ogni ambito di "cose" sia, correlativamente, i fondamenti di una teoria della scienza, ponendosi come scienza che si occupa dei problemi relativi alla costituzione di oggettualità d'ogni specie nella conoscenza. Il campo di indagine di tale scienza non è indistinto: sono i fenomeni, intesi da un lato come atti intenzionali della coscienza, atti che sono "coscienza di oggetto", e, dall'altro, come oggetti che in tali forme si presentano. Per un fenomenologo, infatti, la sintesi conoscitiva è estetica, si effettua nel darsi stesso “materiale” delle cose e va idealmente disgiunta dai modi dell’apprensione di tali cose, che si articolano attraverso operazioni soggettive, atti intenzionali che non guardano al mondo come a un “fatto”, bensì come al correlato sensato di un’altrettanto sensata esperienza sensibile, che vuole avere consapevolezza del mondo non come un insieme di categorie formali o materiali, ma in quanto varietà di sensi e strati che si svolgono di fronte ai nostri corpi sensibili.
Sembra emergere chiaramente il ruolo decisivo della dimensione temporale nell'esperienza umana...
Il tempo da cui si è preso avvio è proprio il tempo dell’esperienza, cioè della relazione precategoriale con il nostro comune mondo della vita, ma è anche il tempo della ragione, cioè quella temporalità che costituisce in forma, in intero costituito, di cui si colgono nessi e prospezioni, i fenomeni percettivi, memorativi, immaginativi. E’ anche, infine, ed è l’ultimo punto, il tempo di una psicologia trascendentale, cioè di quella dimensione intenzionale che Husserl vede all’origine sia delle scienze sia di una riflessione epistemologica: interrogazione del mondo della vita nella sua originarietà precategoriale, che ne vieta un’obiettivizzazione, indicando come la conoscenza si articoli attraverso operazioni soggettive e intersoggettive.
E del "trascendentale"...
“Trascendentale” non è una parola strana: significa solo che la filosofia serve a indagare non campi oggettuali specifici, ma le condizioni di possibilità a partire dalle quali le varie scienze, con le proprie opportune e specifiche operazioni metodologiche, e rispettando quel che gli oggetti sono, debbono poi analizzare. Operazioni che, nel campo dell’arte, risultano irriducibili a piani fisici o rappresentazionali, a esaltazioni acritiche di immagini cerebrali e della loro bellezza, esibendo invece il senso, ossimorico ma produttivo, di una ragione estetica: è un piano filosofico che non cerca di esplorare mode o confini incerti tra scienze che non dialogano, ma intende superarne i dualismi verso un’unificazione tra sensibilità e ragione, tra immanenza e trascendenza, che mantenga un’apertura, che non sia cioè né fisicalistica né dialettica, mostrando di tale ragione, come avrebbe detto Goethe, sia la forza conoscitiva sia l’azione simbolica.
Intervista realizzata da Marco Mozzoni
Venerdì 05 Giugno 2009


mercoledì 28 marzo 2012

Jack London. Dare un osso al cane non è carità. Carità è l’osso diviso con il cane, quando sei affamato quanto lui

A quanto sembra. Jack London, l'autore di Zanna bianca, era figlio illegittimo d'un astrologo, che rifiutò di farsene carico. A 21 anni il futuro romanziere scoprì per caso le sue origini e si mise in contatto con il padre naturale, che però lo trattò con grande distacco. Sconvolto, London decise di lasciare ali studi e di unirsi ai cercatori d'oro del Klondike.



Ho sempre avuto, nel corso della mia intera esistenza, la netta sensazione di aver vissuto in altri tempi e in altri luoghi, di avere addirittura ospitato in me altre persone
Jack London, Il Vagabondo delle Stelle.


Su questa splendida terra io continuerò a muovere i miei passi, sì, e lo farò mille e mille volte, nella piena integrità del mio corpo, come principe e come contadino, come sapiente, e come analfabeta, ora assiso in alto, ora gemente sotto la ruota.
Jack London, Il Vagabondo delle Stelle, pag. 45


Io, infatti, ero superiore a tutti loro, ero a mille miglia di distanza. Non erano che schiavi, mentre io ero uno spirito libero. Non ero io ad essere rinchiuso in gabbia, ma il mio corpo. E mentre la mia povera carne giaceva - senza provare sofferenza, del resto - nella piccola morte della camicia di forza, il mio dominio sul corpo era totale e potevo percorrere lo spazio infinito a mio piacimento.
Jack London, Il Vagabondo delle Stelle.


Fu allora che, fra bagliori di luce, superando di un balzo il tetto della prigione e il cielo della California, fui libero, in mezzo alle stelle. Dico bene, in mezzo alle stelle. Camminavo fra le stelle. Ero un bambino, un bambino coperto di lunghi abiti dai tenui colori, delicati, soffici, luccicanti nel freddo chiarore delle stelle. Erano abiti che si basavano, come è ovvio, su quelli che da bambino avevo visto addosso agli artisti del circo e sull'idea che allora mi ero fatto delle vesti degli angeli..
Jack London, Il Vagabondo delle Stelle, pag. 102


No neanche le stelle rimangono, ma il loro ricordo, la cognizione che ho di loro, quella rimane in me, nella parte spirituale di me che è la memoria,ed è eterna. Solo lo spirito rimane. Tutto il resto, non essendo che materia, passa e deve passare
Jack London, Il Vagabondo delle Stelle.


"Molte volte, nella mia vita, ho provato la straordinaria sensazione che il mio "io" si sdoppiasse, che altri esseri vivessero o fossero vissuti in lui, in altre epoche o in altri luoghi. Non stupirti, mio futuro lettore; ma indaga nella tua stessa coscienza. Ritorna indietro con il tuo pensiero, ai giorni in cui il tuo corpo e il tuo spirito non erano ancora cristallizzati; in cui, materia plasmabile, anima fluttuante come le onde in movimento, avvertivi appena, nel ribollire del tuo essere, il formarsi della tua identità."
Jack London, . Incipit de Il Vagabondo delle Stelle

È la vita a costituire l'unica realtà e il vero mistero.
La vita è molto di più che semplice materia chimica, che nelle sue fluttuazioni assume quelle forme elevate che ci sono note. La vita persiste, passando come un filo di fuoco attraverso tutte le forme prese dalla materia. Lo so. Io sono la vita. Sono passato per diecimila generazioni, ho vissuto per milioni di anni, ho posseduto numerosi corpi. Io, che ho posseduto tali corpi, esisto ancora, sono la vita, sono la favilla mai spenta che tuttora divampa, colmando di meraviglia la faccia del tempo, sempre padrone della mia volontà, sempre sfogando le mie passioni su quei rozzi grumi di materia che chiamiamo corpi e che io ho fuggevolmente abitato.
Jack London, Il Vagabondo delle Stelle, capitolo XII.


Come avviene per qualsiasi essere vivente, anch'io sono il risultato di un processo di crescita.
Non ho avuto inizio quando sono nato o, addirittura, nel momento in cui sono stato concepito.
La mia crescita ed il mio sviluppo sono l'esito di un numero incalcolabile di millenni.
Tutte le esperienze hanno per gradi dato forma a quell'insieme - possiamo chiamarlo anima o spirito - che è il mio io. [...]
Jack London, Il Vagabondo delle Stelle


Sì, presto sarò impiccato.
Siamo alla fine di giugno. Fra non molto cercheranno di farsi gioco di me: secondo il costume carcerario, mi porteranno a fare il bagno settimanale, ma non tornerò più in questa cella. Mi vestiranno di abiti nuovi, vi, poi mi condurranno nella cella della morte. Qui metteranno una guardia a sorvegliarmi, e sarò sorvegliato notte e giorno, nel sonno e nella veglia. Non mi sarà consentito di mettere la testa sotto le coperte, affinché io non abbia a precedere lo Stato soffocandomi da solo.
Su di me resterà sempre accesa una luce accecante; poi un mattino, quando mi avranno consunto a dovere, mi faranno uscire con indosso una camicia senza collo, per poi lasciarmi cadere nella botola. E so che useranno una corda ben tesa. Da mesi il boia di Folsom la sta preparando appendendovi grossi pesi, in modo da privarla di ogni elasticità.
Sì, la caduta sarà lunga. Hanno tabelle di calcoli molto ingegnose, simili a tavole finanziarie, che indicano il rapporto fra il peso del detenuto e la lunghezza della caduta. Ed io sono così emaciato che, se vorranno spezzarmi il collo, dovranno farmi fare un bel salto. Dopo di che gli astanti si toglieranno il cappello e, mentre sarò lì ad oscillare, i dottori ausculteranno i battiti del mio cuore, sempre più fievoli, fino al momento in cui constateranno il decesso.
Un’operazione grottesca, la prova lampante di quanto sia ridicola la sfrontatezza di queste larve umane che pensano di potermi uccidere. Io non posso morire, sono immortale come lo sono loro.
La differenza è che io ne ho coscienza ed essi lo ignorano.
Jack London, Il Vagabondo delle Stelle

'Non uccidere'. Stupidaggini. Domani mattina mi uccideranno. 'Non uccidere'. Stupidaggini. Proprio ora nei cantieri navali di tutte le nazioni civili stanno costruendo le chiglie di corazzate e supercorazzate. Cari amici, io sto per morire vi saluto con questa parola: stupidaggini! 
Jack London, Il Vagabondo delle Stelle, capitolo XXII


"[...] Ho potuto, tornando da precedenti esistenze attraverso la piccola morte, paragonare i cieli antichi e quelli di oggi. Anche le stelle cambiano. Ho visto molte stelle polari, anzi vere e proprie dinastie di stelle polari. Oggi la stella polare si trova nella costellazione dell'Orsa Minore, ma in quei giorni lontani l'ho vista in quella del Dragone, di Ercole, di Vega, in quella del Cigno e in quella di Cefeo. No, neanche le stelle rimangono, ma il loro ricordo, la cognizione che ho di loro, quella rimane in me, nella parte spirituale di me che è la memoria, ed è eterna. Solo lo spirito rimane.
Tutto il resto, essendo materia, passa e deve passare."
Jack London, Il Vagabondo delle Stelle


Ognuno di noi, ogni essere umano che oggi abiti il pianeta, reca effettivamente dentro di sè la storia immarcescibile della vita fin dal momento in cui essa ebbe inizio. E' una storia scritta nei tessuti e nelle ossa, in funzioni e organi, nelle cellule cerebrali e nello spirito... Stretto nella camicia di forza...ho intravisto le vite di migliaia di uomini, che sono la storia stessa dell'essere umano mentre ascende per gradi, faticosamente, un'epoca dopo un'altra.
Jack London, Il Vagabondo delle Stelle, pag. 347

Io ero quell'uomo in tutte le sue nascite, in tutte le sue imprese.
E sono quell'uomo anche oggi mentre attendo la morte"
Jack London, Il Vagabondo delle Stelle, pag. 351

La morte non esiste,la vita è spirito e lo spirito non può morire..
Jack London, Il Vagabondo delle Stelle, pag. pag 383


"[...] Lei, la preservatrice della vita, la Madre Terra, mi ha donato giorni e notti e interi anni straordinari. Ho immaginato ogni mistero a somiglianza di lei, e nel disegnare la mappa delle stelle ne ho collocato nel cielo la figura. A lei sono stati diretti tutti i miei sforzi, tutti i miei progetti, era a lei che infine tendevano le mie visioni."
Jack London, Il Vagabondo delle Stelle



 - Nella loro idiozia, una cosa la capivano bene: che ero diverso da loro e non altrettanto stupido.
- Se gli uomini intelligenti possono essere crudeli, gli imbecilli lo sono ad un livello mostruoso.- Nella definizione inventata da un bambino, ntata da un bambino, secondo cui la memoria è quella cosa con cui si dimentica, c'è un quid in più di quel granello di verità che s'annida anche nelle cose sbagliate.
- capirai così come abbia fatto a raggiungere la morte in vita, a diventare per qualche momento padrone dello spazio e del tempo, balzando oltre le mura del carcere per vagare tra le stelle.
- Appresi allora che esiste una qualche legge di compensazione, nel senso che più ci si indebolisce, più si diventa insensibili al dolore: si viene feriti di meno perchè c'è meno da ferire.
- perchè ora tu non hai più bisogno di crederci, ora tu sai.
- Troppo caparbio per vivere e troppo vile per morire.
- chi si accorge dei fiori quando i fiori ci sono sempre?
- come il ragazzo, nei brevi anni della fanciullezza, ripercorre la storia dell'uomo primitivo compiendo atti crudeli e selvaggi, passando da un desiderio di infliggere dolore a creature inferiori, ad una coscienza tribale, quale si esprime nel desiderio di riunirsi in gruppo con i propri simili.
- Se solo fossi capace di descrivere col debole mezzo delle parole tutto ciò che vedo e so e tengo ben serrato nella coscienza..
- Sono il bipede implume che venne su dal fango, creando l'amore e la legge dell'anarchia...
- Sono un uomo carico d'anni, disfatto nel corpo, prossimo a morire, ma in me parlano anche lo scienziato e il filosofo, e come avveniva per intere generazioni di filosofi venuti prima di me, conosco la natura della donna: ne so le debolezze, le malignità, l'impudicizia, la bassezza, il suo avere i piedi per terra, senza mai levare gli occhi alle stelle,eppure rimane un fatto eterno, inconfutabile: i suoi piedi sono belli e belli sono gli occhi,le braccia e i seni sono celestiali, il fascino che emana da lei non teme ostacoli; e come il polo attira, piaccia o meno, l'ago della bussola, così la donna attira gli uomini a sè.
- ho perduto il favore delle stelle per amore della donna.
- Sono stanco delle lotte continue, del continuo dolore, delle catastrofi che aspettano chi è assiso in alto, chi segue strade di luce, chi vagabonda tra le stelle.
Jack London, Il Vagabondo delle Stelle.


Jack London, Il Vagabondo delle Stelle.
LA CAROVANA VERSO L'OVEST.


Jack London, Il Vagabondo delle Stelle.
Il romanzo narra in prima persona le vicende di un professore universitario, Darrell Standing, detenuto nel carcere di San Quentin (a nord di San Francisco) per l'omicidio del professor Haskel. Darrell Standing, più tardi condannato a morte per l'aggressione di un secondino e non per l'omicidio del professore, scrive negli ultimi tre giorni della sua vita le sue memorie. Più che memorie sono racconti di "viaggi" che fa durante il periodo di permanenza in carcere, soprattutto quando rinchiuso in cella di isolamento.
Standing è sempre stato un detenuto ritenuto "incorreggibile", ossia "un essere temuto da tutti", e fortemente odiato da Atherton, direttore del carcere. Dopo alcune vicende, che coinvolgono un altro detenuto, Cecil Winwood, e una presunta dinamite nascosta all'interno del carcere, in realtà mai esistita, Standing viene rinchiuso in isolamento. Qui subisce anni di torture e di camicia di forza, come punizione da parte del direttore, per non voler rivelare dove si trova la dinamite, della cui esistenza egli non è a conoscenza e che in realtà non è mai entrata all'interno del carcere.
In cella di isolamento fa amicizia con altri due detenuti, Ed Morrell e Jake Openheimer, con i quali comunica attraverso un codice segreto, battendo le nocche delle dita sui muri. Da qui, si alternano capitoli di vicende accadute in carcere, ossia vicende di tortura, e capitoli di storie di reincarnazioni, dove Standing, attraverso la piccola morte, esce dal carcere e si ritrova in epoche "sconosciute". Attraverso la piccola morte, tecnica insegnatagli da Ed Morrell, riesce a far morire il corpo e uscire da esso, e quindi sopportare giorni e giorni di camicia di forza. Uscendo dal corpo, Standing riesce ad uscire dalla cella e quindi dalle mura del carcere, per ritrovarsi in epoche e luoghi a lui sconosciuti, ma che fanno parte di una lunga catena di reincarnazioni che hanno poi portato a lui. Inizia così un viaggio che secondo lui dovrebbe "chiarire il mistero della vita". Passa attraverso la vita del conte Guillaume De Sainte-Maure, gentiluomo francese, poi attraverso quella di Jesse Fancher, bambino di 8 o 9 anni il cui padre era a capo di una carovana di pionieri attaccata da un gruppo di milizie formate da mormoni e indiani, attraverso quella di un sacerdote del Nilo, attraverso quella di Adam Strang, un inglese vissuto tra il 1550 e il 1650, di Ragnar Lodbrog, schiavo che in seguito diventa soldato e amico di Pilato, e per finire quella di Daniel Foss, naufrago su un'isola deserta.
Alla fine del romanzo Darrell Standing, prima di venire impiccato per l'aggressione del secondino Thurston, descrive l'assurdità della pena di morte, il disagio sperimentato dai suoi esecutori e la sua assoluta serenità, alimentata dalla curiosità di vivere la sua prossima vita.
https://it.wikipedia.org/wiki/Il_vagabondo_delle_stelle





L’istinto e la legge richiedevano obbedienza, ma la crescita pretendeva la disobbedienza. La madre e la paura gli imponevano di tenersi alla larga dalla parete bianca, ma la crescita è vita e la vita è destinata a cercare sempre la luce; così non c’era modo di soffocare il flusso di vita che sorgeva in lui, crescendo ad ogni boccone di carne che ingoiava, a ogni respiro del suo petto. Alla fine, un giorno, paura e obbedienza furono spazzate via dall’impeto della vita: e il lupetto strisciò a gambe larghe verso l’entrata.
Jack London, Zanna bianca.


Zanna Bianca imparò rapidamente a conoscere la vita dell'accampamento. Vide l'ingiusta ingordigia dei cani adulti quando veniva distribuito il pasto. Imparò che gli uomini erano più giusti, i fanciulli più crudeli e le donne più gentili e più propense a gettargli un pezzo di carne o un osso.
Jack London, Zanna bianca.

L'ultimo bagliore del tramonto si spegneva sulle deserte solitudini gelate e, contro l'indistinto colore del cielo, più viva spiccava la massa scura degli abeti che premevano e incalzavano il corso gelato del fiume. Il vento che sino allora aveva impazzato, strappando dagli alberi la veste gelata che li aveva ricoperti, ora aveva tregua. Nessun rumore, nessuna voce d'uomo rompeva quel silenzio, e la natura, sempre uguale da che è nato il mondo, dominava incontrastata.
Jack London, Zanna bianca.


Con l'aurora boreale che accendeva di luce fredda il cielo, o con le stelle che si lanciavano nella danza del gelo, e la terra intorpidita e ghiacciata sotto il manto di neve, il canto degli husky avrebbe potuto essere una sfida alla vita. Ma così, in tono minore, composto di lunghi lamenti e di singhiozzi spezzati, esprimeva piuttosto una supplica alla vita, il complicato travaglio dell'esistenza. Era un canto antico, vecchio come la razza stessa, uno dei primi del giovane mondo nel tempo lontano in cui tutti i canti erano tristi.
Jack London, “Il dominio della bestia primordiale”, Il richiamo della foresta.

Non sempre è solo. Quando vengono le lunghi notti invernali e i lupi seguono la selvaggina nelle vallate più basse, lo si vede, alla testa del branco nel pallido chiarore lunare, che balza gigantesco in mezzo ai compagni, mentre dalla sua grande gola spalancata si leva il canto dell’ infanzia del mondo, che è il canto del branco.
Jack London,  “La forza del richiamo”, Il richiamo della foresta.


[…] i tre animali erano giunti a una tensione di vita che era quasi penosa e forse mai era loro capitato di esser più vivi di quando non erano nella loro apparente pietrificazione.
Jack London, Zanna Bianca


Dare un osso al cane non è carità.
Carità è l’osso diviso con il cane,
quando sei affamato quanto lui
Jack London


In me è morto qualcosa, io non ho mai avuto paura della vita, tanto che non mi sarei mai nemmeno sognato che avrei potuto esserne sazio. La vita mi ha talmente saziato, che mi ha svuotato di ogni desiderio per qualsiasi cosa.
Jack London, Martin Eden

Non era della loro tribù, non poteva parlare il loro gergo, non poteva far finta di essere come loro.
La maschera sarebbe stata scoperta e, per altro, le mascherate erano estranee alla sua natura.
In lui non c'era posto per finzioni e artifici. Doveva essere se stesso, qualsiasi cosa accadesse.
Jack London, Martin Eden


Ruth non era in grado di seguire i voli della mente di Martin e quando il cervello di lui superava le possibilità del suo, lei lo giudicava eccentrico. Martin era la prima persona dotata di un cervello le cui capacità fossero superiori a quelle del suo; ma Ruth aveva sempre potuto seguire i pensieri di suo padre e di sua madre, quelli di suo fratello e di Olney, e perciò, quando non le riusciva di seguire i pensieri di Martin, ne concludeva che fosse lui in errore. Era un’antica tragedia, quella dell'insularità che vuole dettare legge all'universo.
Jack London, Martin Eden


“L’ho sentito fare un discorso durante la campagna elettorale. Era così abilmente stupido, così privo di originalità e al tempo stesso così convincente, che i capi non possono non considerarlo un elemento sicuro e utile, mentre le sciocchezze che dice sono così simili alle sciocchezze che dice l’elettore comune che… be’, voi sapete quanto si sente adulato un uomo che veda i suoi pensieri esposti con abilità.”
Jack London, Martin Eden






Jack London, pseudonimo di John Griffith Chaney London (1876 – 1916), è stato uno scrittore statunitense, noto per romanzi quali Il tallone di ferro, Martin Eden, Zanna Bianca e Il richiamo della foresta.
l futuro scrittore nacque a San Francisco in California nel 1876, figlio illegittimo (secondo Clarice Stasz e altri biografi) di un astrologo ambulante irlandese, William Henry Chaney, e di Flora Wellman figlia di un ricco inventore dell'Ohio. Il padre si disinteressò di lui, anche perché otto mesi dopo la sua nascita la madre si risposò con John London, contadino vedovo con due figli. Jack venne cresciuto dalla madre e dal padre adottivo.
Nel 1896 riuscì ad entrare all'Università della California, che lasciò nel 1897 a causa di problemi finanziari. Il 25 luglio di quell'anno partì per unirsi alla corsa all'oro del Klondike: è in quella regione e su di essa che scriverà i suoi primi racconti di successo.
Nel 1898 rientra a San Francisco con un misero sacchetto d'oro, che gli frutterà pochi dollari.
Dopo il successo del suo romanzo più famoso, Il richiamo della foresta, London si dedicò interamente all'attività letteraria;come scrittore riuscì ben presto a diventare uno tra i più prolifici, famosi e meglio retribuiti del suo tempo: in tutta la sua carriera letteraria scrisse oltre 50 volumi.
(*Stella)




 

Elenco blog personale