lunedì 4 agosto 2014

Irène Némirovsky. Non si perdona la propria infanzia. Un’infanzia infelice è come un’anima senza sepoltura, geme in eterno

Non ho paura della vita" pensò. "Sono stati solo anni di apprendistato. Terribilmente duri, è vero, ma che mi hanno temprata, hanno rafforzato il mio coraggio e il mio orgoglio. E questo mi appartiene, è la mia ricchezza inalienabile. Sono sola, ma la mia solitudine è aspra e inebriante."
Ascoltò il rumore del vento, e le parve di sentire nell'infuriare delle sue raffiche un ritmo profondo, solenne e gioioso come quello del mare. I suoni, dapprima acuti, rauchi e stridenti, si confondevano in una sorta di possente armonia. Hélène vi percepiva un ordine ancora confuso, come all'inizio di una sinfonia, quando l'orecchio, colto di sorpresa, afferra la traccia di un motivo, ma subito la perde, deluso la cerca e, all'improvviso, la ritrova, e allora sa, capisce che non gli sfuggirà più, che fa parte di un ordine diverso, più possente e più bello, e ascolta, rassicurato e fiducioso, la tempesta benefica dei suoni che lo investono.
Irène Némirovskiy, Il vino della solitudine



«Non si perdona la propria infanzia.
Un’infanzia infelice è come un’anima senza sepoltura, geme in eterno».
Irène Némirovskiy




Alla fine,
tutte le passioni sono tragiche,
tutti i desideri maledetti,
perchè si ottiene sempre meno
di quel che si è sognato.
Irène Némirovsky


«Amare e non essere amato,
essere a letto e non dormire,
aspettare e non veder arrivare
sono tre cose che fanno morire.»
Così, più o meno, recita il proverbio."
Irène Némirovsky, Il malinteso


«Amare e non essere amato, essere a letto e non dormire, aspettare e non veder arrivare, sono tre cose che fanno morire». Così, più o meno, recita il proverbio.
Irène Némirovsky, “Il malinteso”

Di fronte alla prospettiva di un pomeriggio solitario, Denise fu presa dal panico. Come spesso capita, alla sua ostinata speranza era subentrato, di punto in bianco, lo scoraggiamento: non aspettava più la telefonata promessa, o almeno non voleva più aspettarla. Mille volte aveva avuto la tentazione di scrivere, di andare a trovare Yves, di parlargli; ma una specie di paura irrazionale le impediva di disobbedirgli. Lo conosceva troppo bene.
Vedendo che lei lo assillava nonostante la sua richiesta di essere lasciato solo, era capace, pensava Denise, di troncare definitivamente la loro relazione. Tutto era possibile, con quel carattere ombroso e bizzarro... C'era una sola cosa da fare, Denise lo sapeva: assecondarlo, aspettando con pazienza che smaltisse il suo dispiacere, qualunque esso fosse, come una sbornia. Che differenza tra quel dolore maschile, che si placava con la solitudine, e il suo cuore innamorato!"
Irene Nemirosvky, Il Malinteso

So di essere molto esigente, e quello che pretendo mi rende la vita difficile. Non sono mai soddisfatto né degli altri né di me stesso. L’amore lo concepisco unicamente come qualcosa di assoluto, e deve racchiudere in sè, perfette, la fedeltà, la comprensione, l’amicizia. Non immagino niente di diverso. Né lo accetterei.
Irène Némirovsky


Prova a riflettere. Che genere di uomo lo farai diventare, se lo educhi nella paura? Povera bambina mia, non possiamo vivere al posto dei nostri figli (anche se a volte ci accade di desiderarlo). Ciascuno deve vivere e soffrire per conto proprio. Il più grande favore che possiamo fare loro è tenerli all'oscuro della nostra esperienza.
Irène Némirovsky. Il Calore del Sangue


«Ma perché arrivi (intendo un amore autentico, onesto e sano) la cosa migliore è non pensarci troppo, non invocarlo. Altrimenti ci si inganna. Si mette la maschera dell'amore sul primo e più rozzo dei volti»
Irène Némirovsky,"Il calore del sangue", Adelphi, Milano


«Ma allora, cos’è che ti conforta?»
«La certezza della mia libertà interiore, » disse lui dopo aver riflettuto « questo bene prezioso, inalterabile, e che dipende solo da me perdere o conservare. La convinzione che le passioni spinte al parossismo come capita ora finiscano poi per placarsi. Che tutto ciò che ha un inizio avrà una fine. In poche parole, che le catastrofi passano e che bisogna cercare di non andarsene prima di loro, ecco tutto. Perciò prima di tutto vivere: Primum vivere. Giorno per giorno. Resistere, attendere, sperare».
Irène Némirovsky, “Suite francese”


Ha mai sentito parlare, signora, di quei cicloni che infuriano i mari del Sud? Se ho ben capito quello che ho letto, formano una specie di cerchio costellato di tempeste… tempeste lungo il centro immobile, tanto che un uccello o una farfalla che si trovassero nel cuore dell'uragano non ne soffrirebbero affatto, le loro ali non ne riporterebbero il minimo danno, mentre tutt'intorno si scatenerebbero le peggiori devastazioni. Guardi questa casa! guardi noi stessi mentre gustiamo il vino di Frontignan e biscottini e pensi a quello che sta succedendo nel mondo!
Irène Némirovsky, Suite Francese




Scritto in presa quasi diretta con gli avvenimenti narrati dei primi bombardamenti su Parigi, con la fuga precipitosa degli abitanti atterriti per l’arrivo dei tedeschi nella capitale francese nel giugno del 1940, la narrazione ci porta al centro di una storia tanto straordinaria quanto struggente. Il progetto iniziale della scrittrice era quello di ritmare le sue pagine nella struttura di una sinfonia per cui – apprendiamo dalle sue stesse note che appaiono in Appendice – avrebbe dovuto avere un andamento in cinque movimenti, ma noi possiamo leggerne solo i primi due, rammaricandoci della forzata “mutilazione”, perché la sfortunata autrice ebbe il drammatico destino di essere arrestata e poi deportata a Auschwitz.. [...] Madre di due figlie, conduce un’esistenza piacevole e agiata finché il destino non le riserva il fatale epilogo. Sarà dalle mani del padre, in seguito vittima della stessa fine, che le due piccole figlie riceveranno il manoscritto con le due prime parti del romanzo. Vivranno nascoste, affidate a una affezionatissima tata per tutto il periodo bellico. È stata molto toccante la testimonianza che ha reso per noi Denise, nel corso di una recente trasmissione radiofonica di Rai tre, dove intervistata da Sinibaldi, ha ricordato come lei e la sorellina avevano atteso il ritorno dei genitori, sperando di rivederli tra i sopravvissuti ai campi di sterminio, e come per molti anni non avevano avuto il coraggio di leggere quelle quattrocento pagine di un romanzo in cui verità e finzione si sposano in un inscindibile e commovente connubio.
La carrellata di personaggi parigini in fuga, descritti dall’autrice, spesso corrisponde a figure reali, veramente conosciuti anche dalle due bambine. Vedasi la famiglia borghese dei Péricand, paradigma della buona borghesia francese, squallidamente conformisti, ingessati nei loro pregiudizi, di cui lo sguardo disincantato dell’autrice ci regala ritratti di alta bravura, ridicolizzandone i limiti e le manie e i tic, in maniera indimenticabile. Così, dopo aver letto della parsimoniosa oculatezza della signora Péricand che imballa ogni cosa per la fuga da Parigi e porta scrupolosamente con sé i suoi beni materiali e i suoi figli e i suoi domestici e il suo spirito caritatevole sempre esibito, non possiamo non restare esilarati dalla sua non certo piccola dimenticanza del suocero disabile in carrozzella: 

Guardò ancora una volta tutto quello che era riuscita a portare con sé, ‘tutto quello che aveva salvato!’: i suoi figli la sua valigetta. Toccò i gioielli e il danaro nascosti sul petto. Sì, in quei terribili momenti aveva agito con fermezza, coraggio e sangue freddo, non aveva perso la testa… Non aveva perso… Non aveva … Improvvisamente gettò un grido strozzato (…) Abbiamo dimenticato mio suocero- disse la signora Péricand, scoppiando in lacrime”.

E scene del genere divertirebbero il miglior Dickens. E le pagine della fiumana ribollente dei parigini in fuga piacerebbero a Tolstoj, citato negli appunti dalla stessa scrittrice.
Ritratto indimenticabili anche quello dello scrittore Gabriel Corte, un esteta preoccupato dei suoi manoscritti che ha orrore della povertà, e quello della ballerina Arlette, disposta a qualsiasi compromesso, per la sua sopravvivenza, cinica ad oltranza. E come dimenticare i coniugi Michaud così saggi nella loro modestia e dolcezza, contrapposti all’arido banchiere? E i collezionisti di preziose porcellane, presi solo dal salvataggio dei loro oggetti? Anche l’episodio degli orfani che si rivoltano all’ingenuo prete diventando spietati aguzzini merita una lunga riflessione, proprio perché la “pietas” della Némirovsky spesso è a doppio taglio, colorandosi dell’ossimoro di note crudeli.
La massa di persone in movimento con i personaggi di cui sopra, intenti a porre in salvo soprattutto mobili, suppellettili e argenteria è contenuto nel primo movimento della “Suite française”, intitolato “Temporale di giugno”; in “Dolce” riappaiono di striscio i coniugi Michaud, forse gli unici capaci di mantenere il dignitoso calore della loro umanità. In questa seconda parte del romanzo, protagonista è soprattutto la storia d’amore tra la francese Lucile e il tenente tedesco che ha requisito la sua abitazione. Un rapporto che non ha implicazioni fisiche, fatto di un dolce sentimento, di un’intesa intellettuale e spirituale, un’affinità così coinvolgente da far dimenticare alla donna e a noi stessi che il tedesco è il nemico.
Resta vivo il rammarico dell’opera incompleta, dei tre tempi finali che l’autrice aveva progettato nei suoi appunti, così come aver visto premiato postumo il romanzo in Francia, ci ha riportato – per associazione d’idee – la malinconica immagine delle medaglie d’oro appese al petto degli orfani dei caduti in guerra.

Grazia Giordani
http://www.graziagiordani.it/recensioni/Suite%20francese%20di%20Irene%20N%E9mirovsky.htm


Suite francese è il titolo dei primi due “movimenti” di quello che avrebbe dovuto somigliare a un poema sinfonico, composto di cinque parti, di cui solo le prime due sono state completate. è il romanzo della riscoperta della Némirovsky che, dopo mezzo secolo di oblio, viene poi ripubblicata in oltre quaranta lingue. La figlia maggiore, Denise, aveva conservato il quaderno contenente il manoscritto, assieme ad altri scritti della madre, per cinquant’anni senza guardarlo, pensando che fosse un diario, troppo doloroso da leggere. Con sguardo lucido e persino distruttivo, Némirovsky tratteggia implacabile una grande civiltà in sfacelo. Il primo “movimento” difatti racconta in un grande affresco corale l’esodo di massa dei francesi che, all’arrivo delle truppe naziste, si spostano con tutto quanto, in un trasferimento di dimensioni bibliche. La seconda parte, invece, descrive i primi mesi dell’occupazione in una piccola città della campagna francese. I protagonisti sono due donne, la vedova Angellier e sua nuora, Lucile, e un ufficiale tedesco, Bruno von Frank. Tra il giovane ufficiale e la sconsolata Lucile scocca una scintilla che presto diventa amore: una vicenda emblematica dello stesso paese che finisce per accogliere i soldati tedeschi come uomini, “dimenticando” la loro natura di nemici.


Irène Némirovsky (1903-1942), nata in Ucraina, ha vissuto e lavorato a lungo in Francia. Arrestata dai nazisti in quanto ebrea, fu deportata nel luglio del 1942 ad Auschwitz, dove morì un mese dopo. Conosce va sette lingue. Nel 1921 pubblica il suo primo testo sul bisettimanale “Fantasio”. Nel 1923 la Némirovsky scrive la sua prima novella, l’Enfant genia, poi pubblicata nel 1927. Nel 1926 pubblica il suo primo romanzo Le Malentendu. Irène Nemirovsky diventa celebre nel 1929 con il romanzo David Golder, adattato nel 1930 per il teatro e il cinema. Suite francese ha ricevuto il Prix Renaudot a titolo postumo, facendo eccezione al regolamento del premio che prevede la premiazione di soli scrittori viventi. Feltrinelli ha proposto nei suoi "Classici" (2014) Suite francese.   http://www.feltrinellieditore.it/opera/opera/suite-francese/#descrizione






"David Golder" è un libro che gronda odio, soprattutto verso il denaro e tutto ciò che può essere trasformato in denaro, oggetti e sentimenti, e verso le forme infinite che il denaro può assumere. Oggi, non ci rendiamo conto di cosa sia stato il denaro nel diciannovesimo secolo, o nella prima parte del ventesimo: una fiamma ardentissima, una colata di sangue disseccata, sbarra d'oro sciolte e di nuovo pietrificate.Diventava eros, pensiero, sensazioni, sentimenti, fango, abisso, potere, violenza, furore, come nella Comèdie humaine... David Golder è un libro durissimo e secchissimo, che incide di continuo terribili ritratti, che in parte ricordano la memorialistica e la tradizione aforistica francese.
Irène Nemirovsky, David Golder





ho letto alcuni libri della Nemirovsky, e so anche la sua storia umana, la sofferenza e i rapporti difficili con sua madre. Questo libro, lo confesso, non sono ancora riuscita a prenderlo, proprio per questo odio a cui tu accenni.......lo leggerò........


“Il malinteso” di Irène Némirovsky
a cura: Luciana De Palma
Una donna ama per sedare i suoi tormenti e dolorosamente scopre quanto divergente dalla sua è stata la volontà dell’amante.
Ogni affare d’amore si basa su malintesi: aspettative, rinunce, illusioni, richieste, delusioni, parole, silenzi, bronci, riappacificazioni e poi le infinite attese che rendono la trama amorosa ingarbugliata e imprevedibili come foreste di mangrovie.

La felicità, nelle storie a due, è un finale così tanto bramato che spesso si finisce con il confonderla con l’ostinato desiderio di accaparrarsi tutto quello che ne ha anche solo la parvenza, anche solo un insignificante alone di affinità. Ed allora si mescolano e si tritano nello stesso pentolone la passione sfrenata, il desiderio, il sogno di realizzazione, la ricerca di una bellezza immortale, la frenesia dei gesti, l’ossessione per le risposte, la magia perduta da qualche parte, l’intenzione di selezionare e conservare solo tutto ciò che svetta in una luce di splendido idillio.

La protagonista del romanzo, Denise, è una giovane donna, moglie di un ricco uomo d’affari, che, in vacanza ad Hendaye, conosce Yves, affascinate trentenne, anche lui in villeggiatura. Denise, il cui matrimonio è scivolato sotto la ruota della routine, finendone irrimediabilmente calpestato, prova subito attrazione per Yves che, in quanto cliente dello stesso albergo, è da lei erroneamente ritenuto ricco come il marito. Yves corrisponde nel più meraviglioso dei modi ai suoi palpiti inizialmente sommessi; è attento, vivace, premuroso e appassionato. Denise quindi si concede la libertà di dare ossigeno a tutti i suoi sogni coltivati nella noia del suo matrimonio, può ravvivare la sua anima, facendole toccare quelle dolcezze passionali a cui da sempre aveva aspirato.

Denise ama con una viscerale smania di svelare tutta se stessa, con una fremente voglia di far esplodere tutto l’ardore che ha nutrito a lungo e che a lungo ha dovuto custodire con snervante insofferenza. La pigrizia può essere sostituita dalla frenesia di ardite bugie, la noia è vinta dall’irrefrenabile passione, i giorni sono riempiti di attese che Yves, durante la vacanza, non delude mai. Per Yves lei è come una splendida rivelazione, è l’apoteosi della bellezza e della gioia. I due si amano senza pudori e senza ripensamenti.

Finita la vacanza, si torna a Parigi, afosa, polverosa e banale. La storia clandestina continua, tra l’attrazione e il desiderio consueto. Ma ecco che un primo, velato e quasi insignificante segnale apre una debole crepa su una parete imbiancata troppo in fretta. Yves non è affatto ricco, lo era un tempo, poi le sventure della prima guerra mondiale hanno affossato economicamente la sua famiglia ed ora, per mantenersi, deve lavorare come impiegato. Denise ostinatamente persevera nell’ossessione di voler vedere realizzata la passione a cui tanto ambiva e che aveva fermamente creduto di aver afferrato in questa storia con Yves. La crepa si apre sempre di più, inesorabilmente. Gelosia, vanità, incomprensioni iniziano ad affondare la lama nella fessura che a poco a poco tra i due amanti si allarga a vista.

Denise vorrebbe da Yves ciò che lui non può darle, vorrebbe che fosse ciò che lui non può essere. La certezza di aver trovato un compagno d’anima, uno spirito affine, un amante devoto e sollecito non trova il corrispettivo in Yves che cercava nell’amore niente di più che una pacata tranquillità ed una serena pace. Yves non aveva vuoti da colmare, la sua anima non era lacerata dalla noia, i suoi giorni non sono stati, prima di incontrare Denise, oscurati da solitari vagheggiamenti né da tormentati sospiri. Yves ha le sue preoccupazioni economiche da dover affrontare, le sue paure sono quelle della sopravvivenza, le sue uniche voragini spirituali sono risolte quando, pur di restare accanto a Denise, rinuncia ad un lavoro più remunerativo.

E questo è tutto per ciò che riguarda la sua appassionata vitalità. Denise voleva altro, voleva spingersi verso la felicità e non accontentarsi della pace; voleva l’estasi che perdura a dispetto delle ore che passano, voleva il brio degli impeti mai sopiti. A poco a poco deve affrontare la verità: tutto è stato un malinteso; la comunione di intenti, di volontà, di aspirazioni, di visioni semplicemente non esistono. L’assillante ricerca con cui Denise ha fortemente esplorato tutto il territorio a lei circostante pur di non assistere alla fine della sua vita, alla fine dei suoi ardori, dei suoi slanci appassionati deve ad un certo punto avere termine. Non c’è corrispondenza tra le sue aspirazioni e ciò che Yves può darle. Egli neppure può giurare che ciò che prova per lei sia amore, l’amore che da lei si aspetta di ricevere. I silenzi sono orribili abissi in cui una storia d’amore precipita senza alcuna possibilità di salvezza.

Il linguaggio dell’autrice, forte e diretto, esplicito senza togliere mai le ombre del dolore e del dubbio afferrano il lettore in un vortice di lucidità spietata, mostrando, in ogni pagina, con chiarezza ed equilibrio l’inesauribile mancanza di reciprocità e di condivisione che a null’altro può condurre se non alla fine di un amore. [Denise] come una bambina alle prese con un problema che non capisce, si limitava a ripetere incessantemente: “Ecco, è finita … Io non lo sapevo che era quella, la felicità… Ed ora è finita…”.
http://www.ruvolive.it/rubriche/701/articoloDett.aspx


“Il malinteso” di Irène Némirovsky
…in piena fin de siècle, epoca d’oro in cui a Parigi c’erano ancora persone che potevano permettersi di non far niente, in cui si assecondava il capriccio con applicazione e il vizio con orgoglio, in cui per la maggior parte degli esseri umani la vita scorreva placida e incanalata come un ruscello del quale già alla sorgente è possibile intuire che avrà un corso tranquillo e una lunghezza più o meno prevedibile.
E’ il primo romanzo della Némirovsky, scritto quando la scrittrice era appena ventitreenne. Il giovane Yves è in vacanza a Hendaye, ultimo paese sulla costa basca francese prima del confine con la Spagna. Reduce della Prima guerra mondiale in Belgio, dove era stato ferito, è un modesto impiegato ma con un po’ di economie riesce a permettersi una volta l’anno una vacanza sopra le righe (…..uno stile di vita in cui il superfluo aveva la meglio del necessario), in virtù di un passato benestante, quando era bambino, prima dei rovesci economici della sua famiglia. E’ anche un discreto dongiovanni tanto che cambiava spesso donna – a suo giudizio, infatti, solo il primo bacio valeva qualcosa – e praticava a meraviglia quell’arte prettamente moderna che consiste nel ‘piantare le donne’, delle quali sapeva sbarazzarsi con eleganza.
Nel corso della sua vacanza solitaria si imbatte in spiaggia in Denise, una giovane signora, lasciata spesso sola in albergo con la figlioletta France dal marito, importante uomo d’affari.
Così com’era in quel momento, bruna e rosea, con un costume da bagno la cui stoffa leggera lasciava indovinare ogni curva del suo corpo, quella giovane donna apparteneva un po’ anche a lui, uno sconosciuto, al quale si mostrava nuda come a un amante.
In breve, tra i due sboccia l’amore, che continua al ritorno a casa dopo la vacanza, tanto più dopo che Yves ha scoperto che il marito della signora era suo vicino di letto durante la degenza in ospedale in Belgio, la qual cosa gli permette di frequentare liberamente la loro casa. A Parigi tuttavia la differenza di status sociale tra i due amanti diventa evidente e Yves, sempre in bolletta, ne soffre. Denise, ricca e volubile, assoluta padrona del proprio tempo libero e continuamente alla ricerca della felicità, cerca di supplire con la passione al progressivo e orgoglioso distacco di Yves.
Ma lui non capiva quel bisogno tutto femminile di sicurezza, quel desiderio ossessivo di averlo accanto e quella specie di paura di perderlo, come se, a parte lui, non esistesse nient’altro al mondo.
Niente da fare, Yves si rinchiude ancor più in se stesso, incapace di assaporare a fondo l’amore né di approfittare delle profferte economiche di Madame: “Con lei bisognerebbe essere psicologicamente sempre in smoking. E io, ahimè, non posso permettermelo…
Gli incontri clandestini, alle spalle dell’inconsapevole marito, si fanno sempre più radi e alla scadenza di un anno dall’inizio della storia, grazie ad un malinteso che lascio scoprire al lettore, la relazione ha termine.
Con un lieve rimpianto da parte di Yves: …..Era in momenti come quelli che capiva con chiarezza perché ci si sposa: per avere una presenza accanto, un fruscio di gonne intorno, qualcuno a cui raccontare cose insignificanti, qualcuno con cui prendersela senza motivo quando si è di malumore, qualcuno che c’è anche se si sta in silenzio.
Con la grande disperazione di Denise che non aveva ancora capito dove stava di casa la felicità: …Come una bambina alle prese con un problema che non capisce, si limitava a ripetere incessantemente: “Ecco, è finita…Io non lo sapevo che era quella la felicità, la felicità….E ora è finita….” Lettura per chi apprezza le relazioni tormentate e materiale da farci un film.
….nell’aria percepì di nuovo il profumo di cannella e di aranci in fiore portato dal vento andaluso. …tramonti brevi seguiti da notti spagnole che spingevano verso il mare tutti i profumi dell’Andalusia….Mi domando se è un veniale errore, una piccola licenza letteraria o se effettivamente, per qualche misterioso canale, i profumi dall’Andalusia attraversano la Spagna e giungono ai Paesi Baschi.
Irène Némirovsky è stata un grande personaggio, con un talento naturale per la scrittura. Ha lasciato decine di romanzi e racconti, alcuni dei quali pubblicati postumi. La sua stessa vita, conclusa drammaticamente ad Auschwitz, è stata un grande romanzo.
Riccardo Caldara's blog
http://www.riccardocaldara.net/?p=2101

IL MALINTESO - IRÈNE NÉMIROVSKY

Postato da Annalisa Bizzarri in Recensioni - A pesca di libri

Il malinteso
Irène Némirovsky
Traduzione di Marina Di Leo

Scritto a soli ventitré anni, Il malinteso è il primo libro di Irène Némirovsky, apparso in rivista nel 1926 e in volume solo tre anni dopo.
Tra Hendaye, piccolo centro balneare spagnolo, e Parigi nasce e si sviluppa la storia d’amore di Denise, ragazza aristocratica e viziata, sposata a un ricco uomo d’affari, e Yves, scapolo trentenne un tempo anch’egli ricco ma ora, sull’onda del disastro della Prima Guerra Mondiale, costretto a lavorare come impiegato per sopravvivere. Una storia passionale, travolgente anche se inquieta.

Denise, così coinvolta nella relazione, immobilizzata da continue ansie, non presta attenzione al tormento di Yves, alle sue difficoltà economiche: “Con lei” pensò Yves con insolita irritazione, “bisognerebbe essere sempre psicologicamente in smoking. E io ahimè non posso permettermelo…”. Yves, invece, sempre oppresso dalla sua condizione, spera di trovare nella sua amante la pace, la tranquillità, con cui evadere dalle angosce quotidiane. All’entusiasmo iniziale della vicenda d’amore, ambientata nel paesaggio marino, fresco e pulito di Hendaye, fa riscontro l’appiattimento nella vita quotidiana a Parigi, su cui cala un caldo soffocante. Anche la relazione clandestina dei due amanti sembra effettivamente soffocarli. Essi sperano, si illudono, si pongono domande, cercano risposte, ma alla fine resta l’incomprensione, l’incomunicabilità, la distanza, resa ancora più intollerabile dalla differenza sociale, dalla mancanza di una concreta disponibilità economica. Resta il dubbio su come sarebbe potuto essere, su come sarebbe potuta andare.

La Némirovsky non delude mai. Benchè sia stata scritta in giovane età, in questa prima opera già si riconosce lo stile unico della scrittrice. Essa esibisce una tecnica di scrittura che riapparirà nei suoi romanzi successivi con tema simile (come in Due e in I falò d’autunno), con la descrizione tutta aggettivale di atmosfere eleganti, con l’analisi rigorosa degli aspetti psicologici dei personaggi, calati in ambienti diversi, descritti con meticolosità e così strettamente legati alla loro psicologia.
http://www.librandum.it/il-malinteso-irene-nemirovsky



IRENE NEMIROVSKY
DAVID GOLDER
Traduzione dal francese di MARGHERITA BELARDETTI
Titolo dell’opera originale DAVID GOLDER
©1929 Éditions Bernard Grasset
©2006 Edizioni Adelphi
ISBN 9788845920523
Rovinato, malato, abbandonato da coloro che credeva lo amassero, David Golder non ha ancora detto
la sua ultima parola. Gli si presenta un’occasione di ridiventare ricco. Si lancia così a corpo morto nella
sua ultima avventura. Il vecchio finanziere ebreo parte per la Russia, sua terra d’origine, per affrontare
estenuanti contrattazioni con i sovietici che, siamo negli anni della Nep, aprono cautamente le porte al
capitalismo occidentale. Un grande romanzo a metà strada tra Dostoevskij e Roth. Un tragico apologo
morale e un impietoso affresco del mondo degli affari. Il capolavoro della scrittrice ebrea–russa
precocemente scomparsa nella bufera di un periodo storico di cui era stata acuta narratrice.
Irène Némirovsky nacque a Kiev nel 1903 da una famiglia di banchieri ebrei. Allo scoppio della
rivoluzione russa si rifugiò a Parigi. Scrisse undici romanzi e una raccolta di racconti. Morì ad
Auschwitz nel 1942. E stata riscoperta, con grande successo, negli ultimi anni in Francia.
Feltrinelli ha pubblicato, nel 1989, Le mosche d’autunno.
CAPITOLO 1.
“No,” disse Golder.
Sollevò con mossa repentina il paralume, in modo che tutta la luce della lampada cadesse sul viso di
Simon Marcus, seduto di fronte a lui, dall’altra parte del tavolo. Per un attimo osservò i solchi, le rughe
che, a ogni movimento delle labbra o delle palpebre, correvano per tutto il lungo volto olivastro di
Marcus, come sulla superficie di un’acqua cupa, agitata dal vento. Ma i suoi occhi torpidi, assonnati da
orientale restavano calmi, annoiati, indifferenti. Un viso impenetrabile, come un muro. Golder abbassò
con cautela l’asta metallica flessibile che sorreggeva la lampada.
“Facciamo cento, Golder? Hai fatto bene i tuoi conti? E’ un buon prezzo,“ disse Marcus.
Golder ripeté con un fil di voce: “No”.
E aggiunse: “Non voglio vendere”.
Marcus rise. I suoi lunghi denti brillanti, ricoperti d’oro, scintillavano in modo strano nell’ombra.
“Nel 1920, quando le hai acquistate, quanto valevano le tue famose petrolifere?“ chiese con la sua voce
nasale, ironica, strascicando le parole.
“Ho acquistato a quattrocento. Se quei maledetti sovietici avessero restituito i terreni nazionalizzati ai
petrolieri, sarebbe stato un buon affare. Avevo Lang e il suo gruppo con me. Già nel 1913 la
produzione giornaliera di Tejsk era di duemila tonnellate… e non son storie. Dopo la conferenza di
Genova, ricordo, le mie azioni sono crollate, in un primo tempo, da 400 a 102, poi…“ Abbozzò un
gesto vago con la mano.
“Ma ho tenuto duro… A quei tempi i soldi non mancavano.” “Già. Ma ti rendi conto che oggi, nel
1926, dei terreni petroliferi in Russia sono solo rogne per te? Avanti! Tu non hai né i mezzi né la voglia
di andare a gestirli personalmente, immagino… Tutto quello che si può fare è guadagnare qualche
punto creando dei movimenti in Borsa…. Cento è un buon prezzo.“ Golder si stropicciò a lungo le
palpebre gonfie, infiammate dal fumo che riempiva la stanza.
Tornò a ripetere, a voce ancor più bassa: “No, non voglio vendere. Soltanto quando la Tùbingen
Petroleum avrà concluso quell’accordo per la concessione di Tejsk che tu ben sai, allora venderò“.
Marcus si lasciò sfuggire un “Ah! Sì” soffocato e non aggiunse altro.
Golder, senza fretta, proseguì: “E’ l’affare che stai trattando dall’anno scorso a mia insaputa, Marcus,
proprio quello… Ti offrivano un buon prezzo per le mie azioni, una volta sottoscritto l’accordo?“
Tacque perché, come a ogni vittoria, sentiva il cuore battere in modo quasi doloroso. Marcus schiacciò
lentamente il sigaro nel portacenere ricolmo.
“Se propone di spartirci l’affare,“ pensò d’un tratto Golder, ”è fregato.“ Inclinò il viso di lato per
sentire meglio la voce di Marcus.
Ci fu un breve silenzio, poi Marcus disse: “E se facessimo a metà, Golder?“ Golder serrò le mascelle:
“Come? No”.
Marcus, abbassando gli occhi, mormorò: “Ah, Golder, non devi farti un altro nemico. Ne hai già
abbastanza“.
Le sue mani, contraendosi impercettibilmente, graffia vano il piano del tavolo, con uno stridio d’unghie
rapido e acuto. Rischiarate dalla luce della lampada, le lunghe dita magre, ceree, cariche di pesanti anelli,
brillavano sul mogano dello scrittoio impero, scosse da un lieve tremito.
Golder sorrise.
“Al momento non sei più tanto pericoloso, ragazzo mio…” Marcus tacque un istante, scrutandosi con
aria assorta le unghie laccate.
“David… Facciamo a metà!… Via!… Siamo soci da ventisei anni. Diamo un colpo di spugna e
ricominciamo. Se tu fossi stato qui a dicembre, quando Tùbingen mi ha parlato…“ Golder prese a
tormentare con fare nervoso il filo del telefono, avvolgendoselo intorno ai polsi.
“A dicembre,“ ripeté con una smorfia. ”Sì… Sei proprio generoso… Solo che…“ Tacque. Marcus
sapeva quanto lui che in dicembre era in America a cercar capitali per la “Colmar”, l’affare che li legava
da tanti anni, come le catene ai piedi di un forzato. Ma non disse nulla. Marcus proseguì: “David, siamo
ancora in tempo… E’ meglio, credimi… Trattiamo insieme con i sovietici, vuoi? L’affare è difficile.
Commissioni, utili, si fa a metà di tutto, va bene?… Ti par giusto, spero?… David?… Vero?
Altrimenti, caro mio…“ Attese per un attimo una risposta, un segno d’assenso, un’ingiuria, ma Golder
respirava a fatica e restava in silenzio. Marcus sussurrò: “Senti un po’, non c’è solo la Tübingen al
mondo…” Scosse il braccio inerte di Golder come se volesse svegliarlo… “Ci sono altre società più
giovani, più… più audaci nelle speculazioni,“ disse, cercando le parole, “che non hanno sottoscritto
l’accordo del 1922 sui petroli e che se ne infischiano degli aventi–diritto di più antica data, e quindi di
te… Queste società potrebbero…“ “L’Amrum Oil?” chiese Golder.
Marcus digrignò i denti: “Guarda un po’, anche questa sai? E va bene, ascolta, vecchio mio, mi dispiace,
ma i russi firmeranno con l’Amrum. E adesso, visto che sei irremovibile, puoi tenerti le tue Tejsk fino al
giudizio universale, puoi fartici seppellire, con le tue Tejsk…“ “I russi non firmeranno con l’Amrum.”
“Hanno già firmato,” proruppe Marcus.
Golder abbozzò un gesto con la mano.
“Sì, lo so. Un accordo provvisorio. Doveva essere ratificato da Mosca nel giro di quarantacinque giorni.
Ieri. Ma siccome, una volta di più, non si è concluso nulla, tu ti sei messo in allarme e sei venuto a
ritentare il colpo con me…“ Concluse in tutta fretta, tossendo: “Vedrò di spiegarti. Veniamo a
Tùbingen. L’Amrum gli ha già soffiato dei campi di petrolio in Persia, due anni fa. Bene, questa volta
credo che preferirebbe crepare piuttosto che cedere. D’altronde, fino ad ora, non è stato difficile: al
piccolo ebreo che trattava con te per i sovietici è stata fatta un’offerta più alta. Telefona, vedrai…“
Marcus, tutto d’un tratto, gridò, con una voce singolare, stridula, come quella di una vecchia isterica:
“Stai mentendo, porco!” “Telefona, vedrai.” “E… il vecchio… Tùbingen… lo sa?” “Sì, certo.” “Questa
è opera tua, canaglia, mascalzone!” “Sì. Ma cosa pretendi, tu. Non ti scordare… l’anno scorso, con
l’affare del petrolio messicano, tre anni fa con la nafta, quanti bei milioni sono passati dalle mie tasche
alle tue? Ho detto forse qualcosa?
Niente. E inoltre…“ Sembrò cercare altri argomenti, chiamarli a raccolta mentalmente, ma poi li
scacciò con una scrollata di spalle.
“Affari,” mormorò semplicemente, come se avesse nominato una divinità terribile… Marcus, di botto,
tacque. Prese sul tavolo un pacchetto di sigarette, l’aprì, sfregò il fiammifero con aria assorta. “Perché
fumi queste schifose Gauloises, Golder, ricco come sei?“ Le sue dita erano scosse da un violento
tremito. Golder lo guardava senza proferire parola, come se dagli ultimi sussulti di una bestia ferita
misurasse quanto aveva ancora da vivere.
“Avevo bisogno di soldi, David,” disse Marcus d’un tratto con voce mutata. Una smorfia improvvisa gli
deformò un angolo della bocca. “Io… Io ho un bisogno enorme di soldi, David… Non vuoi farmi
guadagnare un po’? Non credi che…“ Golder scosse con foga la testa in segno di diniego.
“No.” Vide quelle mani pallide intrecciarsi, stringersi una all’altra e le dita contratte affondare le unghie
nella carne.
“Tu mi rovini,” disse infine Marcus con voce cupa e strana.
Golder, gli occhi ostinatamente bassi, non replicava. Marcus ebbe un’esitazione, poi si alzò, spingendo
all’indietro la sedia con delicatezza.
“Addio, David. Hai detto qualcosa?” La sua voce risuonò d’un tratto nel silenzio con vigore
straordinario.
“No. Addio,” disse Golder.
Golder accese una sigaretta, ma già al primo tiro fu colto da un senso di soffocamento e la gettò. Una
tosse nervosa d’asmatico, rauca, sibilante gli scuoteva le spalle, gli riempiva la bocca di un liquido amaro
che gli toglieva il respiro. Il sangue all’improvviso salì a imporporargli i tratti del volto, solitamente
bianco, d’un bianco livido e smorto, cereo, le palpebre segnate da borse viola. Era un uomo di più di
sessantanni, enorme, le membra grasse e flaccide, gli occhi color dell’acqua, chiari e vivaci; folti capelli
bianchi gli incorniciavano il viso devastato, duro, come plasmato da una mano tozza e pesante.
La stanza odorava di fumo e di quel sentore di fuliggine raffreddata caratteristico, in estate, degli
appartamenti parigini disabitati da lungo tempo.
Golder fece ruotare la sedia e socchiuse la finestra. Guardò a lungo la Tour Eiffel illuminata. Un
rossore infuocato, liquido, colava come sangue nel cielo fresco dell’alba… Pensava alla “Colmar”. Sei
lettere d’oro, luminose, scintillanti che giravano anche loro, quella notte, come soli, in quattro grandi
città del mondo. La “Colmar”, due nomi, quello di Marcus e il suo, fusi insieme. Strinse le labbra.
“Colmar”… e ora, David Golder, solo… Prese il bloc–notes che teneva a portata di mano, rilesse
l’intestazione stampata.
GOLDER & MARCUS
COMPRAVENDITA DI TUTTI i PRODOTTI PETROLIFERI BENZINA Avrò, BENZINA
LEGGERA
PESANTE E MEDIA WHITE–SPIRIT. GASOLIO. OLI LUBRIFICANTI.
New York, Londra, Parigi, Berlino Cancellò lentamente la prima riga, scrisse “David Golder” con la sua
scrittura pesante che trapassava la carta. Perché sarebbe rimasto solo.
Pensò con sollievo: “E’ finita, grazie a Dio, se ne andrà, adesso…” Più tardi, una volta accordata la
concessione di Tejsk a Tùbingen, quando si sarebbe trovato, lui, da solo, a far parte dell’impresa
petrolifera più grande del mondo, avrebbe pensato con calma al salvataggio della Colmar.
Da qui ad allora… Ripassò rapidamente una sfilza di cifre. Gli ultimi due anni, specialmente, erano stati
terribili. Il fallimento di Lang, l’accordo del 1922… Almeno non avrebbe più dovuto pagare le donne di
Marcus, i suoi anelli, i suoi debiti… Di spese ne aveva già abbastanza anche senza di lui… E quanto
costava quella vita idiota… Sua moglie, sua figlia, la casa di Biarritz, la casa di Parigi… Soltanto a Parigi
pagava sessantamila franchi di affitto, più le tasse. Il mobilio, all’epoca, era costato più di un milione.
Per chi? Nessuno ci abitava, in quella casa. Imposte chiuse, polvere. Fissò con una sorta di odio alcuni
oggetti che detestava più di altri: quattro vittorie di marmo nero e di bronzo che reggevano una
lampada, un calamaio vuoto, quadrato, enorme, ornato di api d’oro. Tutte cose costose, e i quattrini? In
preda all’ira borbottò: “Imbecille… ‘mi rovini’, e allora?… Ho sessantotto anni, io… Che ricominci lui
daccapo… A me è già capitato, e più d’una volta…“ Girò con mossa brusca la testa verso il grande
specchio sopra il caminetto spoglio, osservò per un istante, a disagio, i suoi lineamenti tirati, lividi,
chiazzati di macchie bluastre, i due solchi ai lati della bocca, incisi profondamente nella carne spessa,
come le guance cascanti di un vecchio cane. Mormorò con rancore: “Si diventa vecchi, altroché, si
diventa vecchi…“ ‘Da due o tre anni si stancava più in fretta. Pensò: “Prima di tutto, domani parto:
otto o dieci giorni di riposo a Biarritz, e che mi lascino tutti in pace, altrimenti schiatto“.
Prese il calendario, lo mise ritto sul tavolo contro la cornice d’oro di un ritratto di ragazza e si mise a
sfogliarlo. Era coperto di cifre e di nomi, la data del 14 settembre sottolineata con un tratto
d’inchiostro.
Quel giorno Tùbingen lo aspettava a Londra. Ciò significava restare a Biarritz solo una settimana… Poi
Londra, Mosca, di nuovo Londra, New York. Si lasciò sfuggire un piccolo gemito di irritazione, fissò il
ritratto della figlia, sospirò, poi distolse lo sguardo e prese a sfregarsi lentamente gli occhi doloranti,
distrutti dalla fatica. Era ritornato da Berlino quel giorno stesso e da tempo, ormai, non riusciva più a
dormire in treno come una volta.
Pure, automaticamente, si alzò per recarsi al circolo, come di consuetudine, ma si accorse che erano
passate le tre. “Vado a dormire,” pensò “domani, di nuovo in treno…” Posata su un angolo dello
scrittoio scorse la pila di lettere da firmare, e tornò a sedersi. Tutte le sere rileggeva la corrispondenza
preparata dai segretari. Erano dei gran somari. Ma era meglio così. Sorrise pensando a quello di Marcus,
Braun, un piccolo ebreo dagli occhi di fuoco, che gli aveva venduto il progetto del contratto con
l’Amrum. Iniziò a leggere, chinando molto in basso, sotto alla lampada, i suoi folti capelli bianchi, un
tempo rossi, che ancora serbavano sulle tempie e sulla nuca un po’ di quel colore ardente, luminoso,
come una fiamma per metà soffocata dalla cenere.
Il telefono, al capezzale di Golder, esplose d’un tratto in un lungo squillo, stridulo, senza fine, ma
Golder dormiva: al mattino aveva un sonno pesante e profondo come la morte. Alla fine aprì gli occhi
e, con un gemito sommesso, afferrò il ricevitore: “Pronto, pronto…” Per qualche istante continuò a
gridare: “Pronto, pronto,” senza riconoscere la voce del suo segretario, poi gli giunse all’orecchio.
“Signor Golder… Morto… Il Signor Marcus è morto”.
Golder taceva. La voce ripeté: “Pronto, non sente? Il signor Marcus è morto.“ “Morto,” ripeté Golder
lentamente, mentre un piccolo brivido strano gli guizzava tra le spalle, “morto… non è possibile…”
“Questa notte, signore, a Rue Chabanais… Sì, in una di quelle case… Si è tirato un colpo di pistola in
mezzo al petto. Si dice che…“ Golder, con gesto fiacco, poggiò il ricevitore sulle lenzuola e lo nascose
con la coperta, quasi volesse soffocare la voce che ancora sentiva ronzare come un moscone
prigioniero.
Alla fine tacque.
Golder suonò.
“Mi prepari un bagno,” ordinò al domestico che stava entrando con la posta e il vassoio della colazione,
“un bagno freddo.” “Devo mettere in valigia lo smoking del signore?” Golder aggrottò nervosamente le
sopracciglia.
“Che valigia? Ah, sì, Biarritz… Non so, forse partirò domani, o più tardi, non so…“ Imprecò tra sé,
mormorò: “Bisognerà rendergli visita domani… Martedì, probabilmente, ci saranno i funerali… Dio
santo…“ Il domestico, nella stanza accanto, faceva scendere l’acqua nella vasca. Golder bevve un sorso
dì tè bollente, aprì qualche lettera a caso, poi gettò tutto in terra e si alzò. Una volta in bagno si sedette,
incrociò sopra le ginocchia i lembi della vestaglia e guardò l’acqua scendere con aria assorta e tetra,
intrecciando sovrappensiero le nappine del cordone di seta.
“Morto… morto…” Lo invadeva, a poco a poco, un senso di collera. Alzò le spalle, borbottò con odio:
“Morto… Ma è il modo di fare? Se io… io…” “Il bagno è pronto, signore,” disse il domestico.
Golder, rimasto solo, si accostò alla vasca, immerse la mano nell’acqua e ve la lasciò; tutti i suoi gesti
erano straordinariamente lenti e vaghi, come sospesi. L’acqua fredda gli gelava le dita, il braccio, le
spalle, ma Golder non si muoveva, la testa china, guardava con aria inebetita il riflesso della lampada
appesa al soffitto, che luccicava e tremolava nell’acqua.
“Se io, io…” ripeteva.
Vecchi ricordi dimenticati riemergevano dal profondo del suo animo, oscuri, bizzarri… Una vita intera
di stenti, di difficoltà, di lotte… Un giorno, la ricchezza, il giorno dopo, più nulla… E ricominciare
daccapo, una volta, due… Ah sì, davvero, se avesse fatto anche lui così, tempo addietro… Si rimise
diritto, scosse con gesto meccanico la mano grondante, andò ad appoggiarsi alla finestra, esponendo al
calore del sole ora l’una ora l’altra mano gelata.
Scrollava il capo e diceva a voce alta: “Sì, davvero, a Mosca, oppure a Chicago…“ e il suo spirito, poco
avvezzo a sognare, ricostruiva il passato in brevi immagini, concise e frammentarie. Mosca… allora era
soltanto un piccolo ebreo smilzo, rosso di capelli, dagli occhi chiari e penetranti, gli stivali alti, le tasche
vuote. Dormiva sulle panchine, ai giardini, nelle notti fosche del primo autunno, cosi fredde… Gli
sembrava ancora, a distanza di cinquantanni, di sentire in fondo alle ossa l’umidità penetrante delle
prime nebbie, fitte, bianche, che si incollano addosso e lasciano sui vestiti una specie di brina dura e
ghiacciata… E, in marzo, le tempeste di neve, il vento… E Chicago… quel piccolo bar, il grammofono
che gracchiava stridulo un vecchio valzer europeo, quella sensazione di fame divorante e l’odore caldo
della cucina che ti alita in faccia. Chiuse gli occhi e rivide con una precisione straordinaria il viso nero e
lucente di un negro, ubriaco o malato, che gridava, sdraiato in un angolo, su una piccola panca, con
degli ululati lamentosi, come un gufo. E poi… A quel punto le sue mani scottavano. Le poggiò con
cautela, di piatto, sul vetro, poi le scostò, mosse le dita, sfregò pian piano le palme una contro l’altra.
“Idiota,“ mormorò, come se il morto potesse sentirlo, ”idiota… perché l’hai fatto?“ Davanti alla porta
di Marcus, Golder cercò a lungo a tentoni il campanello prima di suonare: le sue mani fredde e fiacche
urtavano il muro senza riuscire a trovarlo. Quando entrò si guardò intorno con una sorta di terrore,
come se si aspettasse di vedere il morto lì disteso, pronto per essere portato via. Ma c’erano soltanto
delle passatoie di stoffa nera per terra e, sulle poltrone dell’anticamera, dei fasci di fiori legati da nastri
di moire viola, così larghi e così lunghi da penzolare sul tappeto con le loro scritte a lettere d’oro.
Qualcuno suonò dietro a Golder e il domestico, senza aprire del tutto la porta, prese un’enorme,
sontuosa corona di crisantemi rossi che si infilò al braccio come il manico di un cesto. Golder pensò:
“Bisognava mandare dei fiori…“ Dei fiori a Marcus… rivide il suo viso tozzo, le labbra piegate in una
smorfia… dei fiori, come a una sposa… Il domestico bisbigliò: “Se il signore vuole aspettare un attimo
in salotto… La signora è…“ abbozzò un piccolo gesto vago, impacciato, “con il signore, con la
salma…” Gli porse una sedia e uscì. Nella stanza vicina due voci si intrecciavano in un mormorio
indistinto, misterioso, come un brusio soffocato di preghiere; quando a poco a poco si fecero più
distinte, Golder sentì: “Il carro funebre ornato di cariatidi, con galleria argentata, con imperiale, con
cinque pennacchi, la bara in ebano, a pannelli, con otto impugnature cesellate e argentate e l’interno in
raso capitonné sono compresi nella prima classe extra Abbiamo poi la prima classe del tipo A con bara
di mogano laccato.“ “Quanto?” mormorò una voce di donna.
“Ventimila e duecento con la bara in mogano. La prima classe extra ventinovemila e trecento.“ “No. Più
di cinque o seimila non voglio spendere. Se l’avessi saputo mi sarei rivolta a un’altra impresa. La bara
può essere di quercia comune, se è ricoperta da un drappo sufficientemente largo…“ Golder si alzò di
colpo; la voce, immediatamente, si abbassò, tornò a smorzarsi in un brusio sordo e solenne.
Golder, stringendo convulsamente con ambo le mani il fazzoletto che torceva e rigirava con gesto
meccanico tra le dita, mormorò: “Che idiozia tutto ciò, che idiozia…“ Non trovava altre parole… Non
ce n’erano altre. Era una cosa idiota, idiota… Ieri, di fronte a lui, Marcus gridava, era vivo, e adesso…
Non lo chiamavano neanche più per nome. La salma… Assorto in questi pensieri avvertì con spavento
un odore molle e greve che riempiva la stanza. “Sarà già lui o questi dannati fiori?… Perché l’ha fatto?
Ammazzarsi alla sua età, come una sartina,“ mormorò con una sorta di disgusto, “per i soldi… Quante
volte aveva già perso tutto, eppure faceva come gli altri: ricominciava… E’ la vita. E in quell’affare di
Tejsk c’era una probabilità su cento di riuscita,“ proruppe d’un tratto ad alta voce, con passione, come
se in spirito si mettesse nei panni di Marcus, “con l’Amrum alle spalle, razza di imbecille!” Si immaginò
febbrilmente delle soluzioni diverse. “Negli affari non si hanno mai certezze, bisogna rigirare le cose da
mille parti, arrivare al nocciolo della questione… Ma morire!.. Mi faranno aspettare a lungo?“ pensò
con odio.
La signora Marcus entrò. Il suo viso magro dal naso pronunciato, duro, a forma di becco, era giallo e
opaco come corno, gli occhi brillanti e rotondi sporgevano vistosamente al di sotto di due sopracciglia
rade e scolorite, piazzate in modo strano, asimmetrico, molto in alto.
Avanzò silenziosa, a passetti frettolosi, rapidi, prese la mano di Golder e sembrò attendere. Ma Golder,
un nodo alla gola, non diceva niente. Allora, con un piccolo gemito acuto, bizzarro, simile a un risolino
irritato o a un singhiozzo breve, la signora Marcus mormorò: “Sì. Non se l’aspettava!… Una pazzia del
genere, esporsi così al ridicolo, allo scandalo… Ringrazio Iddio di non averci dato dei figli.
Lei sa come è morto? In una casa chiusa, in rue Chabanais, con delle ragazze. Come se la rovina non
bastasse…“ concluse, portandosi il fazzoletto agli occhi.
Il brusco movimento scoprì, di sotto al velo, una collana di perle enormi, rigirata tre volte intorno al
lungo collo rugoso, scosso da un moto a scatti, simile alle movenze di un vecchio uccello da preda.
“Deve essere molto ricca, vecchia cornacchia,“ pensò Golder, ”capita sempre così, a noi. Ci
ammazziamo di lavoro perché ‘loro’ si arricchiscano…“ Rivide nel ricordo sua moglie che nascondeva
precipitosamente il libretto degli assegni ogni volta che lui entrava, come un pacco di lettere d’amore.
“Vuole vederlo?” chiese la signora Marcus.
Un’ondata di gelo sommerse Golder; chiuse gli occhi e rispose con voce strana, tremante, atona:
“Certo, se…” La signora Marcus attraversò silenziosamente il grande salone, aprì una porta, ma solo
per entrare in un’altra stanza, più piccola, dove due donne cucivano delle stoffe nere. Infine mormorò:
“E’ qui”. Golder scorse delle candele che mandavano una luce fioca. Restò un attimo immobile,
inebetito, poi chiese, a fatica: “Dov’è?” La signora Marcus indicò con una mano il letto, seminascosto
da un grande baldacchino di velluto.
“Qui. Ho dovuto fargli coprire il volto per allontanare le mosche… I funerali si svolgeranno domani.“
Solo allora Golder credette di riconoscere i lineamenti del morto sotto al lenzuolo. Lo guardò a lungo,
in preda a una strana sensazione.
“Come vogliono sbarazzarsi in fretta di lui, Dio mio… Povero vecchio Marcus…- E come si è deboli,
una volta lì,“ pensò confusamente, con una sorta di collera mista a pietà, “che porcheria…” In un
angolo si trovava una grande scrivania americana con la ribalta sollevata; carte e lettere aperte erano
disseminate a terra. Golder pensò: “Devono esserci delle mie lettere lì dentro…” Scorse un coltello
gettato sul tappeto, con la lama d’argento tutta incurvata: i cassetti erano stati forzati, nelle serrature
mancavano le chiavi.
“Ancora non era morto, probabilmente, quando lei si è precipitata a vedere quello che restava, non ha
avuto la pazienza di aspettare, di cercare le chiavi…“ La signora Marcus colse il suo sguardo, ma non
girò nemmeno gli occhi, accontentandosi di mormorare in tono asciutto: “Non ha lasciato niente”. Poi,
a voce più bassa, con espressione mutata, aggiunse: “Sono sola”.
“Se posso essere utile…” fece Golder suo malgrado.
L’altra esitò un attimo, poi disse: “Ad esempio, che cosa mi consiglia di fare di quelle azioni della
Compagnia carbonifera?“ “Gliele riacquisto a prezzo di costo,“ disse Golder, ”e lei sa, vero, che non
varranno mai niente… La Compagnia è fallita. Ma ho bisogno di prendere delle lettere da qui. Lei ci ha
già pensato, credo, “ aggiunse in un tono ostile e ironico che l’altra sembrò ignorare. Chinò solo il capo
e indietreggiò di qualche passo. Golder prese a frugare tra le carte in un cassetto semivuoto, incapace,
così facendo, di vincere un improvviso senso di indifferenza, amara e triste.
“In fondo che cosa conta tutto ciò, Dio mio?” D’un tratto disse: “Perché l’ha fatto?” “Non so,” fece la
signora Marcus.
Golder pensava ad alta voce: “Per i soldi? Soltanto per i soldi? Non è possibile. Non ha detto niente
prima di morire?“ “No, quando l’hanno riportato qui era già privo di conoscenza. La pallottola si era
conficcata nel polmone.“ “Lo so, lo so,” la interruppe Golder con un brivido.
“Più tardi voleva parlare, ma la bava e il sangue gli riempivano la bocca come una poltiglia. Soltanto un
po’ prima della fine… si era abbastanza calmato, gli ho chiesto: ‘Perché, come hai potuto farmi una
cosa simile? Allora ha detto qualcosa. Non ho sentito bene… solo una parola, ripetuta di continuo:
stanco… ero… stanco… E poi è morto.“ “Stanco,” pensò Golder, a cui d’un tratto la propria vecchiaia
apparve alla luce di una stanchezza estrema, “capisco.”
CAPITOLO 2.
Il giorno dei funerali di Marcus un violento temporale infuriava su Parigi: tutti avevano una gran fretta
di calare in profondità il morto nella terra inzuppata e di lasciarvelo.
Golder teneva l’ombrello aperto davanti agli occhi, ma al passaggio della bara, portata a spalle dai
portantini, la guardò fisso: la stoffa nera, ricamata a gocce d’argento, era scivolata, lasciando scoperto il
legno ordinario e le impugnature di metallo opaco. Golder distolse bruscamente lo sguardo. Al suo
fianco due uomini parlavano a voce alta.
Uno di questi indicò la fossa, già quasi ricoperta.
Golder sentì: “E’ venuto da me e mi ha offerto, a titolo di pagamento, un assegno emesso dalla Banca
franco–americana di New York e io sono stato così stupido da accettare. Era giusto il giorno prima
della sua morte. Quando ho saputo che si era ucciso ho mandato un cablogramma: la risposta l’ho avuta
solo questa mattina. Naturalmente, me l’aveva fatta.
Un assegno scoperto. Ma non finirà così, farò causa alla vedova…“ “Era una grossa somma?” chiese
qualcuno.
“Non per lei, signor Weille, non per lei, forse,” rispose con astio la voce, “ma per un poveruomo come
me era una somma molto grossa.” Golder lo guardò. Era un vecchietto, vestito in modo assai misero;
tremava, piegato in due, rabbrividendo e tossendo nella bufera. Visto che nessuno gli rispondeva,
continuò a lamentarsi a voce bassa. Un tale si mise a ridere.
“Fai piuttosto causa alla tenutaria della rue Chabanais, è lì che sono andati a finire i tuoi quattrini.“ Due
giovanotti, dietro a Golder, al riparo di un ombrello aperto, bisbigliavano: “Che buffo… Lo sapeva che
l’hanno trovato con delle ragazzine? Di 13, 14 anni?…“ “Ma sì, eppure…” Abbassò la voce.
“Nessuno gli conosceva gusti simili…” “Bisogna pur soddisfare una passione segreta prima di morire,
no?…” “Sapeva far bene i fatti suoi, piuttosto…” “Lei sa perché si è ucciso?” Golder, come un automa,
avanzò di qualche passo, poi si fermò. Guardava le tombe luccicanti, le corone scosse, sferzate
dall’acquazzone.
Borbottò qualche parola incomprensibile. Il suo vicino si girò.
“Che cosa dice, Golder?” “Che porcheria, eh?” fece Golder d’un tratto, con un’aria di strana sofferenza
e di collera.
“Sì, un funerale a Parigi quando piove non è mai un divertimento. Ma ci passeremo tutti. Bel tipo, quel
Marcus: vedrà che, anche l’ultima volta che abbiamo a che fare con lui in questo mondo, troverà modo
di farci crepar tutti di polmonite. Se adesso può vederci qui a sguazzare nel fango, deve fargli piacere…
Non era un tipo tenero, vero? Dica un po’, lo sa quello che si diceva ieri?“ “No.” “Be’, si dice che la
Società Alleman stia per procedere al salvataggio della Compagnia petrolifera di Mesopotamia. Ne ha
sentito parlare?… La cosa dovrebbe interessarla, no?…“ Si interruppe, indicò soddisfatto gli ombrelli
che cominciavano a oscillare davanti a loro. “Ah! Ci siamo, finalmente, è ora, si va…” Il bavero rialzato,
la gente si spintonava sotto l’acquazzone per andarsene più in fretta. Qualcuno correva sopra le tombe.
Golder, come gli altri, reggeva l’ombrello con ambo le mani e affrettava il passo. Il temporale si
accaniva sugli alberi e sulle tombe, sferzandole con una sorta di vana e selvaggia violenza.
“Che aria soddisfatta hanno tutti,“ pensò d’un tratto Golder, ”uno di meno, un nemico di meno… E
come saranno felici quando sarà il mio turno.“ Furono costretti a sostare un attimo nel viale per lasciar
passare un corteo funebre che procedeva in senso contrario. Braun, il segretario di Marcus, si accostò a
Golder.
“Ho ancora dei documenti riguardanti i russi e l’Amrum che potranno interessarle,“ bisbigliò, ”pare che
in questo affare tutti si siano imbrogliati a vicenda… Faccenda non troppo pulita, signor Golder.“ “Ma
no! Davvero ha questa impressione, giovanotto?” replicò Golder con una smorfia ironica. “Bene, mi
porti il tutto alle sei alla stazione, al treno per Biarritz.“ “Parte, signor Golder?” Golder prese una
sigaretta, la rigirò tra le dita contratte.
“Faremo notte qui, buon Dio?” Le automobili nere continuavano a scorrere, implacabili e lente,
sbarrando la strada.
“Sì, parto.” “Avrà un tempo magnifico. La signorina Joyce sta bene? Si sarà fatta ancora più graziosa,
vero?… E lei potrà riposarsi. Ha un aspetto stanco e nervoso.“ “Nervoso,“ borbottò Golder con furia
improvvisa, ”grazie a Dio, no! Dove le va a pescare queste stupidaggini? Buone per Marcus… Era
nervoso come una donnetta… Ma ha visto che fine ha fatto, no?“ All’improvviso si fece largo con una
spallata tra due becchini dai copricapi lucidi e grondanti di pioggia, che camminavano tranquillamente
in mezzo al viale, e fuggì, tagliando in due il corteo funebre, in direzione delle porte del cimitero.
Solo quando fu in auto si ricordò di non aver salutato la vedova. “Ma sì, che vada al diavolo!“ Tentò
invano di accendere la sigaretta, zuppa di pioggia, la spezzò con i denti e la sputò dal finestrino
abbassato.
Poi, mentre la macchina partiva, si rannicchiò in un angolo e chiuse gli occhi.
Golder cenò in fretta, bevve del corposo Borgogna che tanto amava, fumò per un po’ in corridoio. Una
donna, passando, lo urtò e gli sorrise, ma lui distolse lo sguardo con indifferenza. Era una piccola
avventuriera di Biarritz… La donna si dileguò. Golder rientrò nel suo scompartimento.
“Farò una bella dormita, questa notte,” pensò. D’un tratto si sentiva spossato, le gambe pesanti e
indolenzite. Scostò la tendina, guardò sovrappensiero la pioggia scrosciare lungo il vetro buio. Le gocce,
schiacciate, colavano fondendosi insieme, sferzate dal vento, come lacrime… Golder si svestì, si mise a
letto, sprofondò con forza il viso nel guanciale. Mai aveva provato una tale stanchezza. A fatica allungò
le braccia, irrigidite, pesanti… il letto gli parve stretto… più stretto del solito. Di sfuggita pensò:
“Naturalmente mi hanno trovato un posto scomodo… quegli imbecilli“. Sentiva, sotto al corpo, le
ruote sussultare a ogni colpo con uno stridìo acuto. Faceva un caldo soffocante. Rivoltò un paio di volte
il cuscino: scottava. Stizzito, con un pugno se lo assestò sotto alla testa. Che caldo… Era meglio
abbassare il finestrino. Ma tirava un vento furioso. In un attimo le carte sul tavolino e i giornali si
sollevarono in volo. Golder imprecò, richiuse il vetro, tirò la tendina, spense la luce. L’aria era pesante e
odorava di carbone, un sentore greve e nauseabondo, misto a un tanfo di profumo. Per istinto Golder si
sforzava di respirare più profondamente, come per tentare di lasciar passare quell’aria pesante che i
polmoni rifiutavano, rigettavano, che ristagnava in gola, e la ostruiva, così come si inghiotte a forza un
cibo che lo stomaco malato non accetta più… Tossicchiò. Era una situazione estremamente
snervante… Soprattutto gli era impossibile dormire… “E sono così stanco,” mormorò, come se si
lamentasse con una presenza invisibile.
Si rigirò lentamente, si mise sulla schiena, poi, di nuovo su un fianco, si appoggiò a un gomito. Tossì
ancora una volta, volutamente, più forte, per liberarsi da quella sensazione di fastidio intollerabile nella
parte alta del petto e in gola, che non accennava ad andarsene, al contrario.
Sbadigliò, ma per gli spasmi lo sbadiglio si bloccò a metà, tramutandosi in un rantolo breve e doloroso.
Protese il collo, mosse le labbra. Forse era coricato con il capo troppo in basso? Afferrò il soprabito, lo
arrotolò, lo infilò sotto al cuscino, poi si drizzò, si mise a sedere.
Era ancora peggio. I polmoni sembravano ostruirsi. E… strano… sentiva un dolore… sì… un dolore
nel petto… alla spalla… dalla parte del cuore… Un brivido improvviso dalla nuca gli guizzò per la
schiena. “Che cosa mi capita?” bisbigliò d’un tratto. A mezza voce, per farsi coraggio, disse: “Non è
niente, passerà subito… non è niente…” e si avvide che stava gridando, solo. Inarcò tutto il corpo, nel
vano e furioso tentativo di aspirare aria. No, l’aria non passava. Gli pareva che un peso invisibile gli
schiacciasse il petto. Scostò la coperta, il lenzuolo, sbottonò la camicia, ansimando. “Ma che cosa mi
capita, che cosa ho?“ L’oscurità, fitta e nera, opaca, gli pesava addosso come un coperchio. Sì, era per
questo che soffocava… fece per accendere la luce, ma le mani gli tremavano, tastavano faticosamente la
parete alla vana ricerca della piccola lampada incassata nella paratia, Al suo capezzale. Sospirò irritato e
mandò un gemito. Il dolore alla spalla si faceva sempre più lancinante, sordo, profondo… pareva
ancora torpido, ancora mezzo assopito, strisciava in lui, da qualche parte, nel più profondo
dell’organismo, alle radici stesse dell’essere, il cuore… in attesa soltanto, per esplodere, di uno sforzo, di
un movimento.
Lentamente, quasi suo malgrado, Golder abbassò le braccia. Attendere… non muoversi, soprattutto
non pensare… Respirava sempre più forte e più rapidamente. L’aria penetrava nei suoi polmoni con un
sibilo strano e grottesco, simile al gorgogliare del vapore che scaturisce dal coperchio di una caldaia e,
quando ne usciva, tutto il petto gemeva, si empiva di un soffio roco e inarticolato, di una sorta di
rantolo, di lamento.
Le tenebre spesse gli penetravano nella gola con una pressione molle e tenace, come se gli venisse
premuta della terra nella bocca, come all’altro… al morto… Marcus… E quando ebbe pensato a
Marcus, quando si fu lasciato invadere dall’immagine, dal ricordo della morte, del cimitero, dell’argilla
gialla inzuppata di pioggia, con le lunghe radici, simili a serpenti, aggrovigliate in fondo alla fossa, provò
all’improvviso un tale bisogno, un desiderio così appassionato di luce, di vedere gli oggetti quotidiani,
familiari, che gli stavano intorno… i vestiti appesi che oscillavano sopra alla porta… i giornali sul
tavolino… la bottiglia d’acqua minerale… un desiderio così appassionato da dimenticare tutto. Distese
d’impeto il braccio e un dolore folgorante, insieme acuto e profondo, come una coltellata, come una
pallottola, gli attraversò il petto e parve affondare, penetrare fino al cuore.
Ebbe il tempo di pensare: “Muoio”, di sentire che veniva sospinto, precipitato in una sorta di voragine,
di imbuto, soffocante e angusto come una tomba. Percepiva la propria voce, le proprie grida, come
provenienti da molto lontano, come appartenessero a un altro, separate da lui da un muro d’acqua,
un’acqua cupa e melmosa, profonda, che fluiva sulla sua testa e la trascinava in giù, sempre più in basso,
in quella voragine aperta, spalancata. Il dolore era tremendo. Più tardi la sincope lo cancellò
parzialmente, trasformandolo in una sensazione di pesantezza soffocante, di lotta sfibrante e vana. Di
nuovo sentì molto lontano qualcuno ansimare, gridare, dibattersi. Gli pareva che gli tenessero la testa
sott’acqua e che la cosa durasse da secoli.
Infine tornò in sé.
La sofferenza acuta era cessata. Ma avvertiva per tutto il corpo un tale indolenzimento, come se le sue
ossa fossero spezzate, stritolate da pesanti ruote. E aveva paura di muoversi, di alzare un dito, di
chiamar gente. Al minimo grido, al minimo movimento sarebbe ricominciato tutto, lo sentiva… e quella
volta, sarebbe stata la morte. La morte.
Nel silenzio avvertiva il suo cuore battere con colpi sordi e marcati, che sembravano volergli sfondare il
petto.
“Ho paura,” pensò con disperazione, “ho paura…” La morte. No, no, non era possibile!… Non
avrebbe sentito nessuno, indovinato nessuno che lui era lì, solo come un cane, abbandonato, morente?
… “Se almeno potessi suonare, chiamare gente… Ma no, bisogna aspettare, aspettare… La notte
passerà.“ Doveva essere tardi, già molto tardi… Scrutò avidamente le tenebre che lo circondavano,
sempre ugualmente fitte e profonde, senza quel barlume, quella sorta di alone fioco che irraggia vago
dagli oggetti prima che faccia giorno. Niente.
Forse erano le dieci, le undici? E pensare che l’orologio era lì, e la luce pure, che bastava fare solo un
gesto, sollevare il braccio, così… il campanello, finalmente! Avrebbe pagato quello che c’era da pagare!
… Ma no, no… Aveva paura di tirare il fiato, di respirare. Se il male lo riprendeva un’altra volta, se si
sentiva il cuore mancare… e quel tremendo squasso… quel… Ah! No, questa volta sarebbe stata la
fine. “Ma di che si tratta, mio Dio? Che cos’è? Il cuore. Sì.” Ma aveva mai avuto noie al cuore? Mai.
D’altronde non era mai stato malato… Giusto un po’ d’asma… Soprattutto negli ultimi tempi. Ma alla
sua età tutti avevano qualche malanno. Acciacchi. Non era niente. Dieta, riposo.
Ma una cosa del genere!… Ah! Che differenza fa che sia il cuore o altro? Semplici nomi, ma il
significato resta uno solo: la morte, la morte, la morte. Chi era stato a dire: “Ci passeremo tutti…” Ah!
Sì, oggi… Ai funerali… Tutti. Anche lui. Quei ceffi feroci, quei vecchi ebrei che si fregavano le mani
sogghignando… Quando sarebbe toccata a lui, sarebbe stato ancora peggio! Canaglie, canaglie…
farabutti! E gli altri… Sua moglie… Sua figlia… sì, anche lei, lo sapeva bene. Una macchina per far
soldi… Non era buono ad altro… Paga, paga, e poi, va’, crepa… Signore, possibile che quel treno
maledetto non si fermasse mai? Erano ore e ore che correva così, senza fermarsi!… “A volte, nelle
stazioni, la gente si sbaglia e apre la porta di uno scompartimento occupato… Mio Dio, se capitasse
adesso!…“ Si figurò avidamente il rumore in corridoio, la porta urtata e socchiusa, dei volti…
L’avrebbero trasportato… non importa dove… in un ospedale, in un albergo… Pur che ci fosse un
letto immobile… un suono di passi, voci umane, luce, una finestra aperta… Ma no, nulla. Il treno
correva più veloce. Lunghi fischi laceranti fendevano l’aria e dileguavano… Un fragore di ferro
percosso, nel buio… un ponte… Per un attimo, gli parve che il treno rallentasse… Ansimando tese
l’orecchio. Sì, stavano andando più piano… piano… si erano fermati… Un fischio brusco, e il treno,
bloccatosi un secondo in piena campagna, ripartì.
Golder gemette. Non sperava più in niente. Non pensava più. Non soffriva neanche più. Soltanto: “Ho
paura. Ho paura. Ho paura,” e il cuore che batte al galoppo.
All’improvviso gli parve che, nell’oscurità fitta, qualcosa brillasse debolmente. Di fronte a lui. Guardò.
Appena un barlume. Un grigiore vago, livido… Pure qualcosa di visibile, di distinto, nel buio… Restò in
attesa. Quel lucore si faceva più grande, più bianco, si spandeva, come una pozza d’acqua. Lo specchio,
era lo specchio. La luce del giorno. Le tenebre si dissipavano. Diventavano meno fitte, parevano liquide,
mobili. A Golder parve che gli venisse sollevato dal petto il peso enorme che lo schiacciava. Respirava.
Quell’aria più leggera gli scivolava, gli scorreva nei polmoni. Con infinite precauzioni mosse la testa.
Una sorta di venticello fresco gli passò sulla fronte bagnata di sudore. Ora scorgeva intorno a lui delle
forme, dei contorni. Il cappello, ad esempio, che era rotolato per terra… La bottiglia… Ce l’avrebbe
mai fatta a raggiungere il bicchiere, a bere un po’ d’acqua?… Protese la mano. No, niente, non sentiva
niente. Il cuore che batteva forte, sollevò il polso. Niente. La mano scivolò fino al tavolino, prese il
bicchiere. Grazie a Dio era pieno d’acqua, non sarebbe mai riuscito a sollevare la bottiglia. Raddrizzò
leggermente la nuca, sporse le labbra e bevve. Che delizia… L’acqua fresca, fluendo, gli bagnava
l’interno delle labbra, la lingua secca e rigonfia, la gola.
Con le medesime precauzioni tornò a posare il bicchiere, si sollevò leggermente, attese. Il petto gli
faceva sempre male. Ma di meno, molto di meno. Ogni secondo. Era piuttosto una specie di diffusa
nevralgia in tutte le ossa. Dopo tutto, forse non era così grave… Magari sarebbe riuscito a sollevare del
tutto la tendina… Bastava premere un bottone… Di nuovo tese il braccio, tremando. La tendina, di
botto, si alzò. Faceva giorno. L’aria era bianca, torbida e densa come latte.
Lentamente, con gesti calcolati, metodici, Golder prese il fazzoletto e si asciugò le guance e le labbra.
Poi appoggiò il viso contro il finestrino. Il freddo del vetro si comunicava, con un senso di delizia, a
tutto il corpo. Golder guardò l’erba della scarpata che riprendeva a poco a poco il suo colore… gli
alberi… Scorse in lontananza delle luci che brillavano fioche tra le nebbie dell’alba. Una stazione.
Avrebbe chiamato qualcuno?,.. Sarebbe stato facile. Ma come era strano che tutto si fosse svolto a quel
modo… Era la prova, del resto, che non si trattava di una cosa grave, così grave, almeno, come aveva
temuto. Delle fitte di origine nervosa, probabilmente… Comunque non doveva trascurar la cosa, ma
andare senz’altro da un medico. Però non doveva trattarsi del cuore. Forse l’asma?… No, non avrebbe
chiamato nessuno. Guardò l’ora. Le cinque. Via, un po’ di pazienza. Non bisognava lasciarsi andare
così. Erano i nervi. Aveva ragione quel piccoletto, Braun, quella canaglia di mezza tacca… Si toccò al di
sotto della mammella, con delicatezza, con infinite precauzioni, come fosse una piaga aperta. Niente. I
battiti, tuttavia, erano strani, irregolari.
Mah, sarebbe passata anche quella. Aveva sonno. Se avesse potuto dormire un po’, sarebbe guarito, di
certo. Perdere coscienza. Non pensare più.
Non ricordare più nulla. Era annientato dalla fatica. Chiuse gli occhi.
Era già per metà invaso dal sonno quando, d’un tratto, si sollevò, gridando: “Ecco che cos’è. Adesso
capisco… E’ Marcus. Perché?” In quell’istante gli pareva di vedere dentro a se stesso con una lucidità
straordinaria. Era… una specie di rimorso? “No, non è colpa mia.” A voce più bassa, più rabbiosa,
aggiunse: “Non mi pento di niente”.
Si addormentò.
CAPITOLO 3.
Golder scorse l’autista ritto in piedi davanti alla portiera di una nuova macchina e si ricordò
all’improvviso che sua moglie aveva venduto l’Hispano.
“E’ una Rolls, questa volta… naturalmente,” borbottò osservando con un senso di avversione la vernice
bianca, scintillante, della carrozzeria, “mi chiedo che cos’altro pretenderà poi…” L’autista gli si era fatto
incontro per prendergli di mano il soprabito, ma Golder restava immobile, scrutando la zona d’ombra
all’interno della vettura attraverso il vetro abbassato. Non c’era, Joyce? Mosse qualche passo, quasi a
malincuore, gettò un’ultima occhiata avida e umile in direzione di quell’angolo buio dove si era
immaginato di vedere la figlia nel suo abito chiaro, i capelli d’oro. Ma no, l’auto era vuota.
Salì lentamente, gridò: “Avanti, sant’Iddio, che cosa aspetta?” L’auto partì. Il vecchio Golder sospirò.
Quella ragazza… Ogni volta che rientrava da un viaggio la cercava in mezzo alla folla. Era più forte di
lui. Ma lei non era mai venuta… Eppure non smetteva di aspettarla con la stessa speranza umiliata,
tenace e vana.
“Non mi vede da quattro mesi,” pensò. Quella sensazione profonda di offesa immeritata che sua figlia
risvegliava in lui così spesso gli strinse di colpo il cuore, viva e dolorosa come una sofferenza fisica.
“I figli… tutti uguali… ed è per loro che si vive, per loro che si lavora. Come mio padre, sì, proprio… a
tredici anni: togliti dai piedi, arrangiati… sarebbe quello che si merita…“ Si tolse il cappello, si passò
una mano sulla fronte, tergendosi a lungo la polvere e il sudore, poi, con fare assente, guardò fuori. Ma
c’era troppa gente, grida, sole, vento; la breve rue Mazagran era ingombra di una tale folla che l’auto
non poteva avanzare; un ragazzetto, passando, incollò il viso ai vetri. Golder si rifugiò in un angolo,
rialzò il bavero del soprabito. Joyce… Dov’era, con chi?
“Glielo dirò,“ pensò con amarezza, ”questa volta glielo dirò… quando hai bisogno di soldi, allora: ‘Dad
caro, mio Daddy, darling’, ma mai il seppur minimo segno d’affetto, di…“ Si interruppe da solo, fece un
gesto stanco con la mano. Non avrebbe detto niente, lo sapeva bene… A che scopo? E poi, alla sua età
aveva tutti i diritti di essere sciocca e sventata. Un piccolo sorriso, presto dileguatosi, gli distese gli
angoli della bocca. Aveva solo diciotto anni.
Avevano attraversato Biarritz, passato l’hotel du Palais. Golder contemplò senza emozioni il mare: era
agitato nonostante il bel tempo, con enormi ondate, verdi e bianche. Quei colori violenti gli affaticavano
gli occhi; si mise una mano davanti alle palpebre, distolse lo sguardo. Soltanto dopo un quarto d’ora,
quando ebbero imboccato la stradicciola del golf, si sporse in avanti e guardò la sua casa, ora visibile. Ci
veniva, in una pausa tra due viaggi, a trascorrere otto giorni come un estraneo, ma, di anno in anno, gli
stava sempre più a cuore. “Divento vecchio… Prima… Ah! Di tutto ciò non mi importava un bel
niente… Alberghi, vagoni–letto… Ma ci si stanca… E’ una bella casa…“ Aveva comprato il terreno nel
1916 per un milione e cinquecentomila. Al momento ne valeva quindici. La casa era costruita con pietre
da taglio, pesanti e bianche come marmo. Una bella casa, spaziosa… quando comparve contro il cielo,
imponente e magnifica, con le sue terrazze, i suoi giardini, ancora un po’ spogli, perché il vento di mare
impediva ai giovani alberelli di crescere rapidamente, un’espressione di tenerezza e di orgoglio passò sul
volto di Golder. Mormorò con voce roca: “Soldi ben investiti“.
Poi gridò con impazienza: “Più veloce, più veloce, Alfred…” Dall’alto si scorgevano distintamente gli
archi ricoperti di rose, i tamarindi, il viale dei cedri che scendeva al mare.
“Le palme sono cresciute…” L’auto si fermò davanti alla scalinata, ma i soli domestici uscirono
incontro a Golder. Golder riconobbe la cameriera di Joyce, una donna piccola, che gli sorrideva.
“Non c’è nessuno in casa?” chiese.
“No, signore, la signorina tornerà per pranzo.” Golder non chiese dove fosse. A che scopo? Ordinò
bruscamente: “La posta…” Prese il pacco di lettere e di telegrammi e cominciò a leggerli salendo le
scale. Nella galleria esitò un attimo davanti a due porte simili. Il domestico, che lo seguiva con la valigia,
gli indicò una camera.
“La signora ha lasciato detto di sistemare il signore qui. La sua camera è occupata.“ “Bene,” mormorò
Golder con indifferenza.
Una volta in camera, si sedette su una sedia, con l’espressione stanca e assente di un uomo appena
arrivato in un albergo di una città sconosciuta.
“Il signore vuole riposare?” Golder trasalì, si alzò faticosamente.
“No, non è il caso.” Pensò: “Se mi metto a letto non mi rialzo più…” Pure, lavatosi e rasatosi, si sentì
meglio; soltanto la punta delle dita era ancora in preda a un leggero tremito. Golder le guardò: erano
gonfie e bianche come carne morta.
Chiese, con sforzo: “Ci sono molti ospiti in casa?” “Il signor Fischi, Sua Altezza e il conte Hoyos…” In
silenzio, Golder si morse le labbra.
“Che altra Altezza sono andate a inventarsi? Che il diavolo se le porti, queste donne… Fischi,“ pensò
con irritazione, ”perché Fischi?
Maledizione… Hoyos…“ Ma da Hoyos non c’era scampo.
Lentamente scese al piano terra, si diresse verso la terrazza. Nelle ore calde del giorno venivano tirati
pesanti tendaggi di stoffa color porpora. Golder si distese su una sedia a sdraio e chiuse gli occhi. Ma i
raggi del sole filtravano attraverso la stoffa e inondavano la terrazza di una luce strana, rossa e
tremolante. Golder si agitava febbrilmente.
“Questo rosso… è proprio un’idea idiota di Gloria… che cosa mi ricorda?“ mormorò. ”Qualcosa di
spaventoso… Ah! Sì… Come ha detto quella vecchia strega? La bava e il sangue che gli riempivano la
bocca.“ Ebbe un fremito, sospirò, girò più volte il capo, a fatica, sui cuscini coperti di trine delicate,
sgualciti e bagnati dal suo sudore. Poi, di colpo, si addormentò.
Quando Golder si svegliò erano le due passate, ma la casa sembrava deserta.
“Non è cambiato niente,” pensò.
Si immaginò, con una sorta di tetro umorismo, Gloria come l’aveva“ vista tante volte farglisi incontro,
nel viale, a passi veloci, il corpo in bilico sui tacchi troppo alti, la mano levata a schermo davanti al
vecchio viso coperto di belletto che si scioglieva nella luce abbagliante. Avrebbe detto: “Salve, David,
come vanno gli affari?” e poi: “E tu come stai?” ma solo la prima domanda avrebbe atteso una
risposta… Più tardi la bella gente di Biarritz, in gran folla, avrebbe invaso la casa. Che ceffi… Solo a
pensarci gli si rivoltava lo stomaco… Tutti gli scrocconi, i mantenuti, le vecchie bagasce della terra… E
avrebbero mangiato, bevuto tutta la notte fino a sbronzarsi, a sue spese… Un branco di cani avidi…
Golder alzò le spalle. Che poteva farci? Un tempo la cosa lo aveva divertito, gratificato… “Il duca di…
Il conte… Ieri il maharaja era tra i miei ospiti…“ Gentaglia. E più si faceva vecchio e malato, più si
stancava della gente, del chiasso, della sua famiglia e della vita.
Sospirò, picchiò alla finestra alle sue spalle per chiamare il maggiordomo che stava apparecchiando, gli
fece segno di alzare le tende.
Il sole dardeggiava nel giardino e sul mare. Qualcuno gridò: “Buongiorno, Golder!” Riconobbe la voce
di Fischi e si girò lentamente senza rispondergli. Che bisogno aveva avuto Gloria di invitarlo, quello lì?
Lo considerò con una sorta di odio, come una spietata caricatura. Stava ritto sulla soglia, un piccolo
ebreo grasso, dai capelli rossi e la carnagione rosata, l’aspetto comico, ignobile, un po’ sinistro, gli occhi
sfavillanti d’intelligenza dietro agli occhiali sottili con le stanghette dorate, il gran ventre, le gambette
gracili, corte e arcuate, le mani d’assassino che reggevano tranquillamente un recipiente di porcellana
pieno di caviale fresco, stringendoselo al petto.
“Golder, ti fermi a lungo, vecchio mio?” Si fece avanti, prese una sedia, appoggiò per terra il recipiente
semivuoto.
“Dormi, Golder?” “No,” borbottò Golder.
“Come vanno gli affari?” “Male.” “Io me la passo benissimo,” replicò Fischi allacciando a fatica le mani
sul ventre, “sono molto contento.” “Ah! Sì, la pesca di perle nella rada di Monaco,” sogghignò Golder,
“credevo che ti avessero sbattuto in prigione…” Fischi rise a lungo, di buon umore.
“Ma certo, son finito in Corte d’assise… Ma, come vedi, anche questa volta non è andata peggio del
solito…“ Si mise a contare sulle dita.
“Austria, Russia, Francia. Sono stato in galera in tre paesi, spero che sia finita, che mi lasceranno
tranquillo… Che il diavolo se li porti… Non voglio più far soldi, sono vecchio…“ Accese una sigaretta,
chiese: “Come andava la Borsa, ieri?” “Male.” “Non sai come erano messe le Huanchaca?” “A
milletrecentosessantacinque,” rispose Golder con prontezza fregandosi le mani, “ti sei preso un bel
bidone, vero?” Lui stesso si chiese d’un tratto perché fosse così felice nel vedere Fischi perdere i suoi
soldi. Non gli aveva mai fatto niente. “Non posso vederlo, che strano,“ pensò.
Ma Fischi alzò le spalle. “Iddische Click,” fece. ..“Fortuna da ebrei”.
“Deve essere di nuovo pieno di milioni, ‘sto porco,” pensò Golder, che sapeva riconoscere il piccolo
fremito inimitabile e sincero, quell’accento sordo e spezzato che sottolinea le parole d’indifferenza e
rivela invece l’uomo colpito, con la stessa certezza di un sospiro o di un grido, “se ne frega…”
Borbottò: “Che ci fai qui?” “Mi ha invitato tua moglie. Senti un po’…” Si fece più vicino a Golder e
abbassò automaticamente la voce.
“Vecchio mio, ho un affare che farebbe per te… Non hai mai sentito parlare delle miniere d’argento di
El Paso?“ “Grazie a Dio, no,” lo interruppe Golder.
“E’ un affare di miliardi.” “C’è n’è dappertutto di miliardi, ma bisogna riuscire a metterci le mani.“ “Hai
torto a rifiutarti di fare affari con me. Siamo fatti per intenderci. Tu sei intelligente, ma ti manca
l’audacia, il gusto del rischio, hai paura della gattabuia, eh?“ Scoppiò a ridere compiaciuto.
“Quanto a me, io non amo gli affari banali, vendere, comprare… mi piace prendere l’iniziativa,
costruire qualcosa, creare… Una miniera in Perù, ad esempio: non si sa nemmeno dove sia… Pensa,
due anni fa ho architettato una cosa del genere… Già le azioni erano sottoscritte e ancora non era stato
smosso neanche un metro di terra, naturalmente… Be’, ecco che gli speculatori americani ci si
buttarono a capofitto.
Vecchio mio, che tu mi creda o no, in quindici giorni quei terreni erano decuplicati di valore…
Ho venduto con un profitto enorme… Affari del genere sono una delizia…“ Golder alzò le spalle.
“No.” “Come vuoi… Ma te ne pentirai… Questa volta era un affare pulito…” Fumò un istante in
silenzio.
“Senti un po’…” “Cosa?” Guardò Golder strizzando gli occhi.
“Marcus…” Ma il vecchio volto restò immobile; solo all’angolo della bocca un muscolo guizzò
fulmineo.
“Marcus? E’ morto.” “Lo so,” disse mellifluo Fischi, “ma perché?…” Abbassò ancor più la voce.
“Che cosa gli hai fatto, vecchio Caino?” “Che cosa gli ho fatto?” ripeté Golder.
Distolse leggermente lo sguardo.
“Voleva bidonare il vecchio Golder,” disse con improvvisa violenza, mentre le guance scavate
perdevano il loro colorito cinereo e avvampavano di colpo, “e questo è pericoloso…” Fischi rise.
“Vecchio Caino,“ ripeté con condiscendenza, ”hai ragione. Io, invece, sono troppo buono.“ Si
interruppe, tese l’orecchio.
“C’è tua figlia, Golder.” “Dad, ci sei?” gridò Joyce.
Golder la sentì ridere. Chiuse involontariamente gli occhi, come per ascoltarla più a lungo. Quella
ragazza… Che voce, che risata sonora aveva… Con una sensazione di piacere indefinibile pensò:
“Sembra oro…“ Pure non si mosse, non fece un gesto per andarle incontro, e quando lei, con un balzo,
apparve sulla terrazza con il suo passo brioso e leggero che le scopriva le ginocchia sotto l’abito corto,
Golder si limitò a mormorare ironicamente: “Ci sei dunque! Non ti aspettavo così presto, figlia mia…“
Lei gli saltò addosso, lo abbracciò, poi si lasciò cadere all’indietro su una sedia a sdraio e rimase distesa,
le braccia incrociate dietro la nuca, e lo sogguardava ridendo attraverso le lunghe ciglia abbassate.
Quasi suo malgrado Golder protese con delicatezza una mano e la posò su quei capelli biondi, bagnati,
arruffati dall’acqua di mare. Sembrava guardarla appena, ma i suoi occhi acuti scorgevano la minima
modificazione nei suoi tratti, ogni linea, ogni moto del suo volto. Come era cresciuta… In quattro mesi
si era fatta ancora più bella, più donna… Notò con stizza che si truccava di più. E Dio sapeva quanto
non ne avesse bisogno, a diciotto anni, con quella pelle invidiabile di bionda, le labbra dal taglio
delicato, come un fiore, che lei tingeva di una porpora cupa come sangue. Che peccato… Sospirò,
borbottò: “Sciocca…” poi aggiunse, con un fil di voce: “Ti sei fatta alta…” “E bella, spero!” esclamò
lei.
Si rialzò di slancio, si mise a sedere, le gambe ripiegate e le mani allacciate intorno alle ginocchia: lo
squadrava con i grandi occhi neri, scintillanti, con quello sguardo che Golder detestava, imperioso,
insolente, da donna amata e desiderata fin dall’infanzia. Era straordinario che, ciò nonostante, e
nonostante il trucco e i gioielli, avesse conservato quell’ilarità folle da ragazzina, quei gesti spigolosi,
troppo bruschi, quasi brutali, quella grazia eterea, ardente, allegra della prima giovinezza. “Non durerà,”
pensò Golder.
Mormorò: “Scostati Joyce, mi dai fastidio…” Joyce gli carezzò con tocco leggero la mano. “Sono felice
di vederti, Dad…“ “Hai bisogno di soldi?” Joyce vide che sorrideva e scrollò il capo.
“Sempre… Non so come faccio. Mi sfuggono dalle dita…” Aprì ridendo il pugno: “Come acqua…
Non è colpa mia…” Due uomini risalivano il giardino. Hoyos e un ragazzo di vent’anni, molto bello, il
viso scarno e pallido. Golder non lo conosceva.
“E’ il principe Alexis di…” bisbigliò rapida Joyce al suo orecchio, “bisogna chiamarlo Sua Altezza
Imperiale.” In un attimo fu in piedi, con un balzo leggero saltò a cavallo della balaustra e gridò: “Alee,
vieni… dove sei stato? Ti ho aspettato tutta la mattina, ero furiosa… Questo è Dad, Alee…“ Il ragazzo
si avvicinò a Golder e lo salutò con una specie di timidezza arrogante, poi raggiunse Joyce.
Quando si fu allontanato, Golder chiese: “Da dove salta fuori, quel piccolo gigolò?“ “E’ grazioso,
vero?” mormorò Hoyos con noncuranza.
“Sì,“ mugugnò Golder. Quindi ripeté, stizzito: ”Le ho chiesto: da dove viene?“ “Da una buona
famiglia,” rispose Hoyos, guardandolo con un sorriso, “è il figlio del povero Pierre de Carélu, che è
stato assassinato nel 1918. E’ il nipote del re Alessandro, il figlio di sua sorella.“ “Ha l’aria di un
mantenuto,“ disse Fischi. ”E lo è, probabilmente. Chi le dice il contrario?“ “Ad ogni modo, sta con la
vecchia Lady Rovenna.” “Solo? Un ragazzo così grazioso?… Mi stupisce…” Hoyos si sedette, allungò
le gambe, dispose con cura sul tavolo di vimini il suo pince–nez, il suo fazzoletto di batista, il suo
giornale, i suoi libri.
Le lunghe dita toccavano gli oggetti in quel modo delicato e carezzevole che irritava sordamente Golder
da tanti anni… Con flemma Hoyos si accese una sigaretta. Solo allora Golder si accorse che la pelle sul
dorso delle mani che tenevano l’accendino d’oro era tutta grinzosa, molle e sciupata come un fiore
appassito… Era strano pensare che persino Hoyos, il bell’avventuriero, era diventato vecchio… Doveva
essere vicino alla sessantina… Ma era ancora bello come un tempo, asciutto1 e fine, la piccola testa dai
capelli d’argento ben eretta, la corporatura imponente, il viso puro e quel grande naso ardito, ricurvo,
dalle narici aperte, palpitanti di ardore e di vita.
Fischi accennò ad Alee scrollando con aria disincantata le spalle.
“Si dice che gli piacciano gli uomini, è vero?“ ”Non certo adesso, ad ogni modo,“ mormorò Hoyos.
Osservò con fare ironico Joyce e Alee. ”E’ così giovane, alla sua età i gusti non si sono ancora
formati… Dica un po’, Golder, la sua Joyce si è messa in testa di sposarselo, quel ragazzino, lo sa?“
Golder non rispose. Hoyos si lasciò sfuggire un lieve sogghigno.
“Come dice?” fece Golder di colpo.
“Niente. Mi chiedevo… sì, se permetterebbe a Joyce di sposare quel giovanotto povero in canna…“
Golder mosse le labbra.
“Perché no?” articolò infine.
Hoyos ripeté, alzando le spalle: “Perché no?” Golder, pensoso, aggiunse: “Joyce sarà ricca… E poi li sa
far ballare, gli uomini… La guardi…“ Tacquero entrambi. Joyce, a cavalcioni della balaustra, parlava
fitto fitto con Alee a bassa voce, Di tanto in tanto, con mossa brusca, si passava le mani tra i capelli
corti, tirandoli nervosamente all’indietro. Pareva di cattivo umore.
Hoyos si alzò, si avvicinò senza far rumore, strizzando leggermente, con aria beffarda, i suoi begli occhi
neri, straordinariamente brillanti sotto le folte sopracciglia, qui e là marezzate di argento cupo, come
una pelliccia pregiata. Joyce bisbigliava: “Se vuoi, prenderemo la macchina, andremo in Spagna, ho
voglia di far l’amore laggiù…“ Rise, offrendo le labbra ad Alee: “Vuoi? Parla, di’ qualcosa!” “E Lady
Rovenna?” obiettò Alee con un mezzo sorriso.
Joyce strinse i pugni. “La tua vecchia! La detesto!… No, no, tu verrai con me, hai capito? Non ti
vergogni, guarda…“ Si chinò, mostrandogli con fare misterioso un segno blu nell’incavo delle palpebre.
“Sei stato tu, lo sai?” Poi si avvide che Hoyos le era alle spalle.
“Ascolta, chicca,” mormorò Hoyos.
Le accarezzò con dolcezza i capelli. Mamma, son tutta sconvolta gridò la fanciulla stordita. Ma perché è
la prima volta, mia cara, e l’ebbrezza è più ardita… Joyce, ridendo, si tormentò le belle braccia. “E’ bello
l’amore, vero?” disse.
Quando Gloria rientrò erano quasi le tre. In casa c’erano ospiti: Lady Rovenna, vestita di rosa, un’amica
di Joyce, Daphne Mannering, con sua madre e un tedesco che le intratteneva, il maharaja, sua moglie, la
sua amante e due ragazzine, il figlio di Lady Rovenna e una ballerina argentina, Maria Pia, alta, bruna,
con la pelle giallastra, ruvida e profumata come un’arancia.
Venne servito il pranzo, un pranzo lungo, magnifico, che si concluse alle cinque, quando arrivarono altri
ospiti. Golder, Hoyos, Fischi e un generale giapponese iniziarono una partita di bridge.
Durò fino a sera. Erano le otto quando la cameriera di Gloria venne ad avvertire Golder, da parte di sua
moglie, che erano invitati a cena a Miramar.
Golder ebbe un attimo di esitazione, ma si sentiva meglio; salì in camera sua, si vestì, poi, quando fu
pronto, andò in camera di Gloria.
Ritta davanti all’immenso specchio a tre ante, Gloria finiva di vestirsi; la cameriera, ginocchioni davanti
a lei, le infilava a fatica le scarpe; Gloria girò lentamente verso di lui il vecchio viso imbellettato,
ritoccato, come un piatto dipinto.
“David, non ti ho visto neanche cinque minuti oggi,” mormorò in tono di rimprovero, “sempre quelle
carte… Come mi trovi? Non posso darti un bacio, mi sono appena truccata…“ Gli tese la mano,
piccola e graziosa, carica di diamanti enormi. Poi si accomodò con cautela la corta capigliatura rossa.
Aveva le guance pesanti, come rigonfie dall’interno, segnate dalla couperose, e degli splendidi occhi
azzurri, duri e tersi.
“Sono dimagrita, vero?” disse. Sorrise, e in fondo alla bocca le scintillarono dei denti ricoperti d’oro.
“Vero, David?” ripeté.
Lentamente, perché lui potesse vederla meglio, prese a girare su se stessa, inarcando con orgoglio tutto
il corpo, che era ancora molto bello; le spalle, le braccia, il seno alto e sodo avevano conservato,
nonostante l’età, una freschezza straordinaria, un candore brillante, una grana dura e compatta come il
marmo, ma il collo rugoso, la carne molle e tremolante del viso, quel belletto rosa scuro, che alla luce
prendeva una tinta malva, le conferivano un’aria decrepita, sinistra e comica.
“Lo vedi, David, come sono dimagrita? Ho perso cinque chili in un mese, non è vero, Jenny? Ho un
nuovo massaggiatore, un negro, naturalmente, sono i migliori. Le signore, qui, vanno tutte pazze per lui.
Ha fatto squagliare la ciccia alla vecchia Alphand, quella balena, te la ricordi?
Adesso è snella come una ragazzina. Soltanto, è caro…“ Si interruppe: all’angolo delle labbra le era
sbavato un po’ di rossetto. Afferrò la matita e ridisegnò lentamente, pazientemente, sulla vecchia bocca
tirata, la forma sinuosa, pura e ardita, che gli anni avevano cancellato… “Ammetti che non ho ancora
troppo l’aria di una vecchia, su!” disse con un risolino soddisfatto. Ma Golder la guardava senza vederla.
La cameriera portò un cofanetto. Gloria lo aprì, ne trasse dei braccialetti, tutti aggrovigliati, come
gomitoli di filo gettati alla rinfusa sul fondo di un cestino da lavoro.
“Smettila, David… David,” soggiunse irritata, vedendo che Golder tormentava con fare assente uno
splendido scialle disteso sopra il divano, un’immensa pezza di seta, intessuta d’oro e di porpora scura,
ornata di un ricamo di uccelli scarlatti e di grandi fiori.
“David…” “Cosa?” fece Golder stizzito.
“Come vanno gli affari?” Uno sguardo diverso, penetrante, acuto, brillò come un lampo tra le sue
lunghe ciglia cariche di trucco.
Golder alzò le spalle.
“Così…” finì con il dire.
“Come ‘così’? Male, vero? David, sto parlando con te…” soggiunse spazientita.
“Neanche troppo male, vero? David, sto parlando con te…” soggiunse spazientita.
“Neanche troppo male,” rispose Golder fiaccamente.
“Caro, io ho bisogno di soldi.” “Ancora?” Gloria, esasperata, si strappò di dosso con furia il braccialetto
che chiudeva male, lo scagliò a caso sul tavolo; il braccialetto cadde a terra, lei lo respinse con il piede,
gridando: “Come ‘ancora’? Non puoi immaginarti quanto mi urti i nervi quando parli così. Che cosa
significa ‘ancora’? Eh? Credi che la vita non costi niente? La tua Joyce, tanto per cominciare… Ah!
Quella!… Ha le mani bucate… E sai cosa mi risponde quando mi permetto di farle la minima
osservazione? ‘Dad pagherà.’ E, in effetti, per lei ce n’è sempre! Solo io non conto niente. Devo vivere
d’aria, allora? Che cos’è che non va, questa volta?
La Colmar?“ “Oh! La Colmar, è da tanto… Se non avessimo altro per campare, adesso…“ “Ma hai
qualcosa d’interessante in vista?” “Sì.” “Che cosa?” “Ah! Mi stai seccando!“ proruppe Golder brusco.
”Che mania questa di farmi sempre l’interrogatorio sui miei affari! Non ci capisci niente, lo sai bene!
Che il diavolo se le porti, le donne! Di che cosa ti preoccupi? Sono ancora vivo, no? E tu hai una nuova
collana,“ soggiunse calmandosi a fatica, “fammi vedere…” Gloria prese le perle, le riscaldò un istante
tra le dita come del vino.
“Sono una meraviglia, vero? Vedi, tu mi rimproveri di spendere troppo, ma, con i tempi che corrono, i
gioielli sono il migliore investimento. E sai, era un affare. Indovina quanto le ho pagate? Ottocentomila,
caro.
Niente, vero? Guarda soltanto lo smeraldo del fermaglio, il valore che ha da solo, eh? Guarda che
colore, che taglio!… E le perle?… Alcune sono irregolari, ma le tre sul davanti… Ah! Qui capitano
delle occasioni straordinarie! Tutte ‘ste sgualdrinelle, pur di mettere le mani sul denaro contante
vendono tutto quello che hanno addosso… Ah!
Se tu soltanto mi dessi più soldi…“ Golder strinse le labbra; Gloria proseguì: “C’è una ragazza, qui, il
cui amante ha perso molto al gioco, uno sbarbatello, lei ne era pazza, voleva vendermi la sua pelliccia di
cincillà, bellissima. Io ho mercanteggiato. E venuta fin qui, singhiozzava. Ho rifiutato, pensando che
perdesse ancor più la testa e che mi facesse un prezzo migliore.
Adesso me ne pento, eccome… Il suo amante si è suicidato. Naturalmente lei si tiene la pelliccia. Ah!
David, se tu sapessi che collana si è comprata quella vecchia pazza di Lady Rovenna!… Una
meraviglia… Un filo di diamanti… Quest’anno le perle non vanno più, sai… Si dice che l’abbia pagata
cinque milioni… Io ho fatto accomodare una mia vecchia collana… Bisognerà che compri cinque o sei
grossi diamanti per allungarla… Quando non si hanno i mezzi bisogna arrangiarsi… Ma quella Lady
Rovenna, che gioielli ha! Ed è vecchia, e brutta, e ha almeno sessantacinque anni!…“ “Sei molto più
ricca di me, al momento, Gloria, non è vero?” interloquì Golder.
Gloria serrò le mascelle con uno scatto secco, come lo schiocco delle mandibole di un coccodrillo che
si chiudono di colpo sulla preda.
“Detesto queste battute, lo sai bene!” “Gloria,“ disse Golder con una leggera esitazione, ”lo sai, vero?
Marcus…“ “No,” replicò lei distrattamente, toccandosi con un dito bagnato di profumo il lobo delle
orecchie, dietro le perle. “No… Che cosa, Marcus?“ “Ah! Non lo sai,“ fece Golder con un sospiro,
”ebbene, è morto. Ci son già stati i funerali.“ Gloria rimase immobile, il vaporizzatore in mano davanti
al viso.
“Oh!” mormorò con un’espressione addolcita, afflitta, quasi spaventata, “come è possibile? Non era
mica vecchio. Di che cosa è morto?” “Si è ucciso. Era rovinato.” “Che vigliacco! Non ti pare?“ esclamò
Gloria con veemenza. ”E sua moglie?… Bel piacere le ha fatto! L’hai vista?“ “Sì,” sogghignò Golder,
“aveva al collo delle perle grosse come noci.” “E che cosa avresti voluto?“ replicò Gloria con astio.
”Che gli desse tutto come un’idiota, perché lui si rovinasse di nuovo alla Borsa o da qualche altra parte e
si uccidesse due anni più tardi, lasciandola senza il becco di un quattrino, eh? L’egoismo degli uomini!…
E’ questo che avresti voluto, vero?“ “Io non voglio niente, io me ne frego,“ borbottò Golder. ”Soltanto,
se penso che ci si ammazza di lavoro per voi…“ Tacque con una strana occhiata d’odio.
“Ma, caro mio, gli uomini come te e Marcus non è certo per le loro mogli che lavorano, andiamo! Lo
fanno per se stessi… Ma sì, ma sì,“ insistè, “in fondo gli affari sono una sorta di vizio, come la morfina.
Se tu non avessi i tuoi affari, saresti il più infelice degli uomini, tesoro mio…“ Golder rise
nervosamente.
“Ah! Sai rigirare le cose molto bene, cara,” disse.
La cameriera di Joyce socchiuse delicatamente la porta. “Mi manda la signorina,“ disse a Gloria che la
squadrava con un’espressione di freddo scontento, “la signorina è pronta e prega il signore di andare a
vedere il suo abito.“ Golder, immediatamente, si alzò.
“Che noiosa, quella ragazza,” mormorò Gloria a fior di labbra, in un tono indispettito e ostile, “e tu la
vizi, come un vecchio amante. Sei ridicolo.“ Ma già Golder stava uscendo; Gloria alzò le spalle con fare
sbrigativo.
“Dille almeno di sbrigarsi, in nome del cielo! Quando io sono già in macchina ad aspettarla, lei è ancora
lì a rigirarsi davanti allo specchio. Bella scenetta vedrai, ti avverto… Hai visto come si comporta con gli
uomini? Dille pure che, se non è pronta tra dieci minuti, me ne vado senza di lei. Vedetevela un po’
voi.“ Golder, senza rispondere, uscì. Nella galleria indugiò un’attimo, inspirò sorridendo il profumo di
Joyce, talmente tenace e penetrante da invadere tutto il piano con la sua fragranza, come un fascio di
rose.
Joyce riconobbe quel passo pesante che faceva scricchiolare il parquet sotto il suo peso e chiamò: “Sei
tu? Entra, Dad…” Stava in piedi davanti a un grande specchio, nella camera illuminata, e tormentava
con un piede Jill, il cagnolino pechinese dal pelo dorato.
Sorrise, inclinò il capo grazioso da un lato, chiese: “Dad, ti piace il mio abito?“ Era vestita di bianco e
d’argento. Visto che Golder l’ammirava compiaciuto, accennò con il mento, con una smorfietta, al suo
collo puro e forte, alle sue spalle stupende.
“Non è ampia abbastanza la mia scollatura, non trovi?” “Posso darti un bacio?” chiese Golder.
Joyce si avvicinò, tese una guancia dal trucco delicato, l’angolo della bocca, dipinta.
“Ti trucchi troppo, Joy.” “Ne ho bisogno. Ho le gote pallidissime. Tiro troppo spesso le ore piccole,
fumo troppo, ballo troppo,“ disse con noncuranza.
“Certo… Le donne sono stupide,“ borbottò Golder, ”e tu, tu per giunta sei matta…“ “Mi piace tanto
ballare,” mormorò Joyce socchiudendo le palpebre. Le sue belle labbra fremevano. Stava in piedi di
fronte a lui, le mani abbandonate tra le sue, ma i suoi grandi occhi brillanti non lo guardavano: si
contemplavano ammirati nello specchio alle spalle di Golder. Golder dissimulò a malapena un sorriso.
“Joyce! Sei ancora più civetta di prima, mia povera ragazza! D’altronde, tua madre me l’aveva detto…“
Joyce gridò eccitata: “E’ molto più civetta di me, lei! E non ha scusanti, è vecchia e brutta, mentre io!…
Sono bella, vero, Dad?“ Golder, ridendo, le diede un buffetto su una guancia.
“Ah! Lo spero bene!… Una figlia brutta non la vorrei…” Si interruppe di colpo e impallidì portandosi
una mano al cuore, ansimò un istante, gli occhi dilatati da un improvviso terrore, poi sospirò, lasciò
ricadere il braccio… Il dolore si era dileguato… ma con lentezza, come controvoglia… Golder
allontanò Joyce, prese il fazzoletto e si terse a lungo la fronte e le guance raggelate.
“Dammi da bere, Joyce…” Joyce chiamò la cameriera nella stanza accanto perché portasse un bicchiere
d’acqua; Golder bevve avidamente. Joyce aveva preso uno specchio e si sistemava i capelli
canticchiando.
“Daddy, che cosa mi hai comprato?” Golder non rispose. Lei gli si fece nuovamente vicino e gli saltò
sulle ginocchia.
“Daddy, Daddy, guardami, su, che cos’hai? Rispondi! Non farmi impensierire…“ Con gesto assente
Golder prese il portafoglio e le mise in mano qualche biglietto da mille franchi.
“Tutto qui?” “Sì. Non ti basta?” mormorò Golder sforzandosi di ridere.
“No. Voglio un’auto nuova.” “Cosa? E la tua?” “Mi è venuta a noia, è troppo piccola… Voglio una
Bugatti. Voglio andare a Madrid con…“ S’interruppe di botto.
“Con chi?” “Degli amici…” Golder alzò le spalle.
“Non dire sciocchezze…” “Non è una sciocchezza… Voglio una macchina nuova…” “Be’, ne farai a
meno…” “No, Daddy, Daddy, darling… Regalami un’auto nuova, regalamela, ascolta… Farò la brava…
Daphne Mannering ne ha una così bella che gli ha dato Behring…“ “Gli affari vanno male… L’anno
venturo…” “Sempre così mi si dice!… Ma io me ne infischio, sai, fai attenzione!…“ “Basta! Mi hai
seccato!” proruppe infine Golder spazientito.
Joyce tacque, saltò giù dalle sue ginocchia, poi, dopo aver riflettuto un istante, tornò a fargli le moine.
“Daddy… Ma se tu avessi molti soldi me la compreresti?” “Che cosa?” “L’auto…” “Sì.” “Quando?”
“Subito. Ma non ne ho, di soldi. Lasciami in pace.” Joyce lanciò un gridolino di gioia.
“Allora so io cosa faremo! Questa notte andremo al circolo… Ti farò vincere… Hoyos dice sempre che
io porto fortuna… E domani mi comprerai la macchina!“ Golder scosse la testa.
“No. Subito dopo cena io torno a casa. Ti rendi conto che ho passato la notte in treno?“ “E allora?”
“Oggi non mi sento bene, Joy…” “Tu? Tu stai sempre bene…” “Ah! Credi?” Joyce, all’improvviso,
chiese: “Dad? Ti piace Alee?” “Alee?” ripeté Golder. “Ah, sì, quel ragazzo… E’ carino…” “Ti
piacerebbe vedermi principessa?” “Dipende…” “Mi chiamerebbero Altezza Imperiale…” Si mise sotto
alla luce del lampadario e gettò all’indietro la sua graziosa testa di capelli d’oro.
“Guardami bene, Dad… Sarebbe una parte che fa per me?” “Sì,” mormorò Golder con un segreto
moto d’orgoglio che gli accelerò di colpo, in modo quasi doloroso, i battiti del cuore, “Sì… Farebbe per
te, figlia mia…“ “Saresti disposto a pagare molti soldi per questo, Dad?” “Ce ne vogliono davvero così
tanti?” chiese Golder, sorridendo in quel suo modo stentato e raro che gli torceva leggermente gli
angoli della bocca, “la cosa mi stupirebbe… Al momento di principi ce n’è da vendere…“ “Sì, ma io lo
amo…” Un’espressione appassionata e profonda le sbiancò il volto e le labbra.
“Lo sai che non possiede nulla, neanche un soldo?…” “Lo so. Ma io sono ricca.” “Vedremo.” “Ah!“
esclamò d’impeto Joyce. ”Vedi, il fatto è che io al mondo voglio tutto, altrimenti preferisco morire!
Tutto! Tutto!“ ripeté con il suo sguardo ardente, imperioso. “Non so come fanno le altre!… Daphne va
a letto con il vecchio Behring per i soldi… Io voglio l’amore, la giovinezza, voglio tutto al mondo!…“
Golder sospirò: “I soldi…” Joyce lo interruppe con un gesto impulsivo e gioioso. “I soldi… Anche i
soldi, certo, ma ancor più i bei vestiti, i gioielli!… Tutto, ti dico, povero Dadi… Adoro talmente queste
cose! Desidero così tanto la felicità, se tu sapessi! Altrimenti, te lo giuro, preferirei morire!… Ma posso
star tranquilla! Ho sempre avuto tutto quello che volevo al mondo!…“ Golder chinò il capo, poi
mormorò, sforzandosi di sorridere: “Mia povera Joyce, sei pazza… E’ dall’età di dodici anni, credo, che
ti innamori sempre di qualcuno…“ “Sì, ma questa volta…“ gli lanciò un’occhiata dura e testarda, ”lo
amo… Regalamelo, Dad…“ “Come l’auto?” Golder sorrise senza allegria: “Su, avanti, mettiti il
mantello, scendiamo…” In macchina li aspettavano Hoyos e Gloria, carica di gioielli, impettita e
sfavillante nell’ombra come un idolo barbaro.
Era mezzanotte quando Gloria si chinò d’un tratto verso il marito, seduto di fronte a lei: “Sei pallido
come un morto, David, che cos’hai?” chiese spazientita.
“Sei così stanco? Noi andiamo a Ciboure, ti avviso… Faresti meglio a tornare a casa.“ Joyce, che aveva
sentito, gridò: “E’ un’idea eccellente, Dad… Vieni, ti accompagno io… Vi raggiungo dopo a Ciboure,
d’accordo, Mummy?
Daphne, prendo la tua macchina,“ soggiunse rivolta alla piccola Mannering.
“Non la sfasciare,” si raccomandò Daphne con una strana voce, riarsa e arrochita dall’oppio e
dall’alcool.
Golder fece un cenno al maìtre.
“Il conto!” Aveva parlato per abitudine, poi si ricordò che, secondo Gloria, erano stati invitati a
Miramar. Ma tutti gli uomini presenti avevano distolto in fretta e furia lo sguardo; solo Hoyos lo
osservava con aria ironica, stringendo le labbra senza far parola. Golder alzò le spalle, pagò.
“Vieni, Joy…” La notte era molto bella. Salirono sulla piccola macchina scoperta di Daphne. Joyce mise
in moto, partì come il vento. I pioppi ai lati della strada sembravano sprofondare e scomparire in fondo
a un pozzo.
“Joyce… pazzerella… una notte ti ammazzerai su queste strade…” gridò Golder un po’ pallido.
Joyce non rispose e rallentò leggermente, quasi a malincuore.
Quando furono alle porte della città lo fissò con occhi dilatati, un po’ sconvolti.
“Hai avuto paura, vecchio Dad?” “Ti ammazzerai,” ripeté Golder.
Lei alzò le spalle: “Bah, che importa? E’ una bella morte…” Con gesto tenero, delicato sfiorò con le
labbra una piccola escoriazione sanguinante su una mano e mormorò: “In una bella notte… in abito da
ballo… è questione di un attimo… e tutto è finito…“ “Taci!” gridò Golder orripilato.
Joyce rise: “Poor old Dad…” Poi, in tono brusco: “Be’, scendi adesso, siamo arrivati…” Golder alzò il
capo. “Come? Ma è il Circolo! Ah! Adesso capisco…” “Se vuoi ce ne andiamo subito,” disse Joyce.
Restava immobile, guardandolo con un sorriso. Sapeva bene che, una volta intraviste le finestre
illuminate del circolo, le ombre dei giocatori che passavano e ripassavano dietro ai vetri e quel
balconcino stretto che dava sul mare, non se ne sarebbe andato.
“Via, solo un’ora…” Joyce, senza badare ai camerieri radunati sulla scalinata, ruppe in un grido
selvaggio.
“Dad, Dad, quanto ti amo! Sento che vincerai, vedrai!…” Golder rise, borbottò: “Ad ogni modo tu non
avrai neanche un soldo, ti avverto, figlia mia.“ Entrarono nella sala da gioco; alcune ragazze, che si
aggiravano tra i tavoli, riconobbero Joyce e le sorrisero familiarmente. Joyce sospirò: “Ah! Dad, quand’è
che lasceranno giocare anche me! Lo desidero tanto…” Ma già Golder non l’ascoltava più: fissava le
carte e le sue mani fremevano. Joyce dovette chiamarlo più volte; alla fine si girò di scatto e gridò:
“Come dici? Che cosa vuoi? Mi stai seccando!…” “Mi siedo lì,“ disse Joyce indicando un divanetto
contro una parete, ”va bene?“ “Sì, va’ dove ti pare, ma lasciami in pace!…” Joyce rise, accese una
sigaretta, si sistemò sullo scomodo divanetto ricoperto di velluto, le gambe ripiegate, e prese a
giocherellare con le sue perle. Da quella posizione scorgeva soltanto la folla ammassata intorno ai tavoli:
uomini muti, tremanti, donne che protendevano il collo, tutte insieme, con lo stesso movimento
dall’alto verso il basso, avido e bizzarro, in direzione delle carte, dei soldi. Alcuni sconosciuti si
aggiravano intorno a Joyce e lei, per distrarsi, di tanto in tanto, lasciava trapelare tra le ciglia abbassate
un lungo sguardo femmineo e sornione, civettuolo, pieno di voluttà, che costringeva, quasi loro
malgrado, l’uno o l’altro di quegli uomini a fermarsi. Lei allora scoppiava a ridere, distoglieva lo sguardo,
si disponeva di nuovo all’attesa.
Per un attimo, quando la folla si aprì davanti a dei nuovi giocatori, scorse distintamente Golder;
l’invecchiamento improvviso, singolare, del suo viso flaccido e scavato, reso verdognolo dai riflessi delle
lampade, la riempì di una vaga inquietudine.
“Com’è pallido… che cos’ha? Forse sta perdendo?” pensò.
Si alzò, puntò avidamente lo sguardo, ma già la folla si era richiusa intorno ai tavoli; Joyce fece una
smorfia di nervosismo.
“Accidenti! E se mi avvicinassi?… No, il diretto interessato al gioco porta sfortuna.“ Cercò con gli
occhi nella sala, scorse un giovanotto sconosciuto che passava in compagnia di una bella ragazza
seminuda. Imperiosa fece loro un cenno: “Ehi, dite un po’… il vecchio Golder… sta vincendo?” “No,
vince quell’altro vecchio volpone, Donovan,” rispose la donna, facendo il nome di un giocatore celebre
nelle bische di tutto il mondo.
Joyce gettò con rabbia la sigaretta.
“Oh! Deve, deve vincere,“ mormorò disperata. ”Voglio la macchina! La voglio… Voglio andare in
Spagna con Alee! Soli, liberi… Non ho mai passato un’intera notte con lui, tra le sue braccia… Alee,
mio caro!..
Oh! Deve vincere! Mio Dio, Signore, fa’ che vinca!…“ La notte avanzava. Suo malgrado, Joyce lasciò
cadere il capo sul braccio. Il fumo le divorava gli occhi.
Sentì vagamente, come dal profondo di un sogno, qualcuno ridere indicandola.
“Guarda la piccola Joyce che dorme… Come è bella…” Joyce sorrise, accarezzò il filo di perle con un
dolce movimento del collo, e si addormentò profondamente. Un po’ più tardi socchiuse gli occhi: le
finestre del circolo andavano tingendosi di un pallore rosato.
Alzò a fatica la testa pesante e si guardò intorno. C’era meno gente: Golder giocava sempre. Qualcuno
diceva: “Adesso sta vincendo, aveva perso quasi un milione…“ Sorgeva il sole, Joyce,
inconsapevolmente, voltò il viso verso la luce e continuò a dormire. Era giorno pieno quando si sentì
scuotere; si svegliò, protese le mani, afferrò delle banconote pigiate, spiegazzate, che suo padre, in piedi
di fronte a lei, le faceva scivolare tra le dita. “Oh, Dad,” mormorò con gioia, “allora è proprio vero! Hai
vinto?” Golder non si muoveva; la barba, spuntata durante la notte, gli copriva le guance di una cenere
spessa.
Articolando le parole a fatica, disse: “No. Ho perso più di un milione, credo, poi l’ho riguadagnato,
vincendo in più cinquantamila franchi, che sono per te. Tutto qui. Vieni.“ Si girò, mosse a fatica qualche
passo verso la porta. Joyce, ancora semiaddormentata, lo seguiva trascinando ciondoloni sulle braccia la
sua ampia mantella di velluto bianco che spazzava il suolo, le mani piene di banconote che le
straripavano dalle dita e cadevano a terra. D’un tratto le parve di vedere Golder fermarsi, barcollare.
“Sto sognando… Forse ha bevuto?” pensò. Nel medesimo istante la sua figura massiccia oscillò in
modo strano, spaventoso; Golder alzò le braccia, annaspò nel vuoto, poi crollò, con quello schianto
cupo e profondo, simile a un gemito, che sembra salire dalle radici vive di un albero abbattuto e
montargli fino al cuore.
CAPITOLO 4.
“Si scosti dalla finestra, signora,“ mormorò l’infermiera, ”disturba il professore.“ Gloria, con fare
assente, indietreggiò di qualche passo, gli occhi fissi al letto; quel capo abbandonato, riverso all’indietro,
immobile, scavava un solco profondo nel cuscino. Gloria rabbrividì. “Lo si direbbe morto,” pensò.
Golder non sembrava aver ripreso conoscenza; il medico, chino sul grande corpo inerte, lo auscultava,
lo palpava, senza che questi si muovesse o mandasse un gemito.
Gloria prese a rigirare nervosamente con ambo le mani la sua collana di perle, e distolse lo sguardo.
Stava forse per morire? “E’ tutta colpa sua,“ mormorò irritata, quasi ad alta voce, ”che bisogno aveva di
andare a giocare questa notte? Sei contento, adesso,“ si lasciò sfuggire in un soffio, come se si rivolgesse
a lui, “idiota… Con quello che verrà a costare tutta questa storia… purché guarisca… Purché la cosa
non vada troppo per le lunghe. Diventerei pazza… Che notte ho passato…“ Le tornò in mente di
essere rimasta tutta la notte in quella camera, in attesa del professor Ghédalia, chiedendosi ogni istante
se Golder non stesse per morire, lì, davanti a lei… Era stato orribile… “Povero David… Che occhi…”
Rivide quel suo sguardo smarrito che non la lasciava un istante. Aveva paura di morire. Gloria alzò le
spalle. In ogni caso, non si muore certo a quel modo… “Mi mancava solo questa!” pensò, guardandosi
di sfuggita allo specchio.
Fece un gesto brusco di impotenza e di rabbia, si mise a sedere, dritta, impettita, su una poltrona.
Nel frattempo Ghédalia aveva riaccomodato il lenzuolo sul petto del malato e si stava rialzando. Golder
mandò un gemito indistinto. Gloria, febbrilmente, chiese: “Ebbene? Che cos’ha? E’ grave? Durerà
molto? Sarà malato a lungo? Mi dica la verità, la supplico, non c’è bisogno di tenermi nascosto
niente…“ Il professore si lasciò andare contro lo schienale della seggiola, si passò lentamente una mano
sulla barba nera, sorrise.
“Cara signora, come la vedo in pena,” esordì con voce dolce e musicale, che fluiva densa come miele,
“eppure, se così posso esprimermi, la faccenda è di poco conto… Ma sì, ma sì, questa sincope,
nevvero?, ci ha un po’ spaventato, un po’ impressionato, è normalissimo… Ma dopo otto o dieci giorni
di riposo non ce ne sarà più traccia… è un po’ di fatica, di strapazzo… Ahimè, giorno dopo giorno
invecchiamo tutti, caro il mio signore, le nostre arterie non hanno più vent’anni. Non si può sempre
essere quelli di una volta…“ “Lo vedi!“ esclamò con veemenza Gloria, ”lo sapevo io! Al minimo malore
credi di essere lì lì per morire! Guardatelo un po’!… Ma parla, di’ qualcosa, su!…“ “No, no,“ intervenne
prontamente Ghédalia, ”non deve aprir bocca, niente affatto! Riposo, riposo, e ancora riposo! Gli
faremo una piccola iniezione che calmerà il dolore nervoso che lo opprime, e poi anche noi, signora
cara, lo lasceremo solo…“ “Ma che cosa ti senti? Stai meglio?” ripeté Gloria con impazienza, “David!
…” Golder abbozzò un debole gesto con le mani e mosse le labbra; Gloria, più che sentirle, vide la
forma delle parole sulla sua bocca: “Mi fa male…“ “Venga, signora, lasciamolo,“ ripeté Ghédalia, ”non
può parlare, ma ci sente bene, vero, signore?“ aggiunse in tono brioso, scambiando una rapida occhiata
con l’infermiera.
Uscì; Gloria lo raggiunse nella vicina galleria: “E’ una cosa da nulla, vero?“ attaccò, ”Oh! Mio marito è
così impressionabile, nervoso, è terribile… Se sapesse che notte spaventosa mi ha fatto passare!…“ Il
dottore levò solennemente una mano bianca, piccola e tornita e, con voce mutata, esordì: “Devo
interromperla subito, signora! La mia prima, inde–ro-ga–bi-le regola è quella di non permettere che i
miei malati nutrano il ben che minimo sospetto sulla natura del loro male, nel caso che comporti un
pericolo… certo… Ma, ahimè! Ai loro parenti io sono tenuto a dire la verità, e la mia seconda regola è
proprio quella di non celarla mai ai familiari dei miei malati… Mai!“ ripeté con forza.
“E quindi? Sta per morire?” Il dottore le diede un’occhiata sorpresa, maliziosa, che significava
chiaramente: “E’ inutile negare l’evidenza”, Si mise a sedere, accavallò le gambe, rovesciò leggermente
la testa all’indietro e rispose con noncuranza: “Non subito, cara signora…” “Che cos’ha?” “Angor
pectoris,” scandì sonoramente le sillabe latine con evidente piacere. “In altre parole, una crisi di angina
pectoris.” Gloria non fece commenti. Il dottore proseguì: “Può vivere ancora a lungo, cinque, dieci o
quindici anni, a dieta e con cure appropriate.
Naturalmente bisogna che rinunci agli affari. Niente emozioni, niente strapazzi. Una vita calma,
tranquilla, regolare, senza agitazioni… Riposo completo. Per sempre… Solo a queste condizioni,
signora, risponderò di lui, per quanto è possibile risponderne, perché questa malattia, ahimè, è prodiga
di sorprese folgoranti… Non siamo degli dei…“ Sorrise cordiale: “Naturalmente non si parla
nemmeno di dirglielo fin da ora, lo capisce anche lei, cara signora, sta soffrendo in modo terribile… Ma
c’è motivo di sperare che, tra otto o dieci giorni, la crisi si sarà risolta in senso favorevole… Sarà quello
il momento giusto, allora, per porgli l’ultimatum.“ “Ma,“ mormorò Gloria con voce alterata, ”non è…
non è possibile… Rinunciare agli affari… Non è possibile, andiamo… Ne morrebbe,“ concluse
nervosamente, visto che Ghédalia taceva.
“Oh! Signora,“ fece poi questo sorridendo, ”mi creda: ho avuto a che fare spesso con casi simili… Tra
la mia clientela allignano i potenti di questo mondo, se così posso esprimermi… Ho avuto in cura, a
suo tempo, un celebre finanziere… Tra parentesi, i miei colleghi l’avevano condannato all’unanimità…
Ma non è di questo che volevo parlare.
Comunque sia, quel tale era stato colpito da una malattia simile a quella di cui soffre il signor Golder…
E il mio verdetto era in tutto e per tutto concorde… Chi gli stava intorno temeva che si suicidasse…
Ebbene, quel grande finanziere vive ancora. Sono passati quindici anni… Si è tramutato in un
collezionista colto e appassionato di argenti cesellati rinascimentali. Possiede un gran numero di pezzi
stupendi, tra cui un acquamanile che si pensa essere la prima opera del grande Cellini, un capolavoro…
Oserei dire che, nella contemplazione di cose belle e rare, assapora gioie che mai aveva conosciuto. Stia
certa che, trascorse le prime settimane di inevitabile disagio, anche suo marito scoprirà il suo… come
dire?… il suo hobby… Collezionare smalti, gemme, darsi ai piaceri mondani, che so io? L’uomo è un
gran bambino…“ “Che idiota,” pensò Gloria. Fu colta da un accesso di ilarità amara al pensiero di
David che si occupava di libri rari, di medaglie, di donne… “Signore! Che imbecille! E vivere?
Mangiare? Vestirsi? Crede che i soldi spuntino come l’erba?“ Si alzò bruscamente, chinò il capo da un
lato: “La ringrazio, signor professore, prenderò una decisione…“ “E io mi terrò al corrente dei
progressi del mio malato,” disse Ghédalia con un lieve sorriso, “penso che sarebbe più opportuno
lasciare a me l’incombenza di parlargli più tardi. Occorre molto tatto, molta abilità… Noi altri medici
abbiamo, ahimè, l’abitudine di trattare tanto l’anima che il corpo.“ Le baciò le mani e si eclissò. Gloria
restò sola. Prese a camminare avanti e indietro, senza far rumore, per la galleria deserta. Lo sapeva… Lo
aveva sempre saputo… Non aveva mai messo un soldo da parte per lei… Il denaro andava e veniva da
un affare all’altro… E adesso? “Miliardi sulla carta, sì, ma in mano, niente, un bel niente…” sibilò
rabbiosa a denti stretti. Le diceva sempre: “Di che cosa ti preoccupi? Sono ancora vivo…“ Imbecille!
Forse che, a sessantotto anni, non bisogna aspettarsi tutti i giorni la morte? E il primo dovere non è
quello di assicurare alla propria moglie un patrimonio decoroso e rispondente ai suoi bisogni? Non
possedevano nulla. Se si fosse ritirato dagli affari, non sarebbe restato niente. Gli affari,.. Se quel fiume
di soldi in movimento si fosse inaridito… “Forse resterebbe un milione,” pensò, “forse due, dando
fondo a tutto…” Alzò le spalle furiosa. Un milione durava sei mesi con il loro tenore di vita. Sei mesi…
e, in soprammercato, quell’uomo, quell’inutile moribondo sulle spalle… “Mi manca solo che campi
ancora quindici anni!“ gridò d’un tratto con voce colma d’odio. “Per la felicità che ha saputo darmi…
No, no…” Lo odiava, quell’uomo brutale, vecchio, sciatto, che al mondo amava solo i soldi, quegli
sporchi soldi che non era neanche capace di mettere da parte! Non l’aveva mai amata… Se la copriva di
gioielli era solo per fare figura, per mettersi in mostra, e da quando Joyce era cresciuta, anche queste
attenzioni cominciavano a rivolgersi a lei… Joyce? Lei, sì che l’amava… Eccome… Perché era bella,
giovane, brillante.
Orgoglio! Aveva solo orgoglio e vanità in fondo al cuore! E con lei, invece, per un diamante o un anello
nuovo, sempre scenate, grida.
“Lasciami in pace! Non ho più niente, vuoi farmi crepare?” E gli altri?
Come facevano gli altri? Tutti lavoravano, come lui! Non si credevano né più intelligenti né più forti del
resto del mondo, ma, almeno, quando erano vecchi, quando morivano, non lasciavano le loro mogli
nell’indigenza!… “Ce ne sono di donne felici…” Mentre lei… La verità era che non si era mai preso
cura di lei… Non l’aveva mai amata… Altrimenti non avrebbe potuto vivere neanche un’ora tranquillo
al pensiero che lei non aveva niente… che quei pochi soldi che si era messa da parte, da sola, a prezzo
di tanta pazienza e fatica… “Ma sono soldi miei, miei, miei, se conta di viverci, sta fresco! Grazie tante,
un mantenuto mi basta,“ mormorò, pensando a Hoyos, ”no, no, che si arrangi…“ Dopo tutto, perché
avrebbe dovuto dirgli la verità, in nome di che cosa? Sapeva bene che, con il suo terrore tutto ebreo
della morte, avrebbe abbandonato ogni cosa, non avrebbe pensato a nient’altro che alla sua preziosa
salute, alla sua vita… Egoista, vigliacco… “Ma è colpa mia se in tanti anni non ha saputo fare
abbastanza soldi per morire tranquillo? E proprio adesso, quando gli affari sono in questa situazione
spaventosa, bisognerebbe essere pazzi!… Più tardi… Adesso so come vanno le cose, starò in guardia…
Quell’affare che vuole iniziare… Ha detto: ‘Una faccenda interessante…’ E allora, una volta concluso
l’affare, sarà il momento giusto, addirittura potrebbe tornar utile per impedirgli di lanciarsi in qualche
folle impresa… Sarà proprio il momento giusto…“ Indugiò un attimo, guardò la porta, si diresse verso
un piccolo scrittoio in un angolo: Egregio Professore, divorata dall’inquietudine mi sono risolta, dopo
matura riflessione, a riportare d’urgenza il mio caro malato a Parigi.
Vogliate dunque accettare, con i miei ringraziamenti sentiti… Si interruppe, gettò via la penna,
attraversò d’impeto la galleria ed entrò nella camera di Golder. L’infermiera non c’era. Golder sembrava
dormire, le mani scosse da un fremito impercettibile. Gloria gli gettò un’occhiata distratta, si guardò
intorno un attimo e finì con lo scoprire i suoi vestiti dimenticati su una sedia. Afferrò la giacca, frugò
nella tasca interna, ne sfilò il portafoglio, l’aprì. C’era solo una banconota da mille franchi piegata in
quattro; Gloria la strinse nel pugno.
L’infermiera entrò.
“E’ più calmo,” fece Gloria indicando il malato.
Lievemente imbarazzata si chinò, sfiorò la guancia del marito con le sue labbra dipinte. Golder emise
un gemito acuto, agitò debolmente le mani, come se volesse togliersi di dosso quella collana, quelle
perle fredde che gli scivolavano sul petto. Gloria si raddrizzò, sospirò.
“E’ meglio che lo lasci. Non mi riconosce.” La sera stessa, Ghédalia tornò.
“Non ho voluto,“ disse, ”lasciar partire il signor Golder senza declinare ogni responsabilità nei suoi
confronti. Effettivamente, signora, suo marito, al momento presente, non è trasportabile.
Probabilmente mi sono spiegato male questa mattina…“ “Al contrario,“ mormorò Gloria, ”lei mi ha
messo in allarme in modo… forse esagerato, non è vero?“ Tacque; si guardarono un istante senza far
parola. Ghédalia sembrò esitare.
“Signora, desidera che visiti ancora una volta il malato? Cenerò a Villa des Blues, da Mrs. Mackay… Ma
ho ancora una mezz’ora… Sarei felice, glielo assicuro, di poter mitigare il rigore della mia diagnosi.“ “La
ringrazio,” replicò Gloria a fior di labbra. Lo introdusse nella camera di Golder, e restò sola in salotto,
dietro alla porta chiusa, tendendo l’orecchio; Ghédalia parlava all’infermiera a voce molto bassa.
Gloria si allontanò con un’espressione stizzita e andò ad affacciarsi a una finestra aperta.
Un quarto d’ora dopo Ghédalia entrò, fregandosi le piccole mani bianche.
“E allora?” “E allora, cara signora, il miglioramento è talmente sensibile che comincio a credere che ci
troviamo di fronte a una crisi d’origine puramente nervosa… Vale a dire non dovuta a una lesione
cardiaca… Mi è difficile pronunciarmi in modo definitivo, visto lo stato di sfinimento in cui versa il
malato, ma sono in grado già da ora di affermare che, per quanto concerne l’avvenire, abbiamo buone
ragioni per mostrarci nettamente più ottimisti. Probabilmente il signor Golder non dovrà rinunciare alla
sua attività, per lunghi anni ancora…“ “Davvero?” fece Gloria.
“Sì.” Ghédalia tacque, poi riprese in tono meno grave: “A ogni buon conto torno a ripetere che, nello
stato in cui versa ora, non è trasportabile.
D’altronde lei agirà secondo coscienza. La mia, lo confesso, è sollevata da un gran peso.“ “Oh! non è
più il caso di parlar così, signor professore…” Gli tese la mano sorridendo.
“La ringrazio di tutto cuore… Lei vorrà perdonare, nevvero, un attimo di smarrimento, assai scusabile,
del resto, e continuare a prestare le sue cure al mio povero malato?…“ Ghédalia fece mostra di esitare,
si schernì e, finalmente, promise.
Tutti i giorni la sua macchina rossa e bianca si fermava davanti alla casa dei Golder. La cosa durò quasi
due settimane. Poi, all’improvviso, Ghédalia scomparve. Il primo atto cosciente di Golder, un po’ più
tardi, fu quello di firmare un assegno di ventimila franchi in pagamento degli onorari del professore.
Quel giorno, per la prima volta, avevano messo a sedere il malato, sostenuto dai cuscini. Gloria, un
braccio intorno alle sue spalle, lo sorreggeva, tenendolo leggermente inclinato in avanti. Nella mano
destra aveva il libretto degli assegni, che teneva aperto davanti a lui. Lo osservava di soppiatto, con
durezza. Come era cambiato… Il naso, soprattutto… non aveva mai avuto quella forma, prima, pensò,
enorme, adunco, come quello di un vecchio usuraio ebreo… E quella carne flaccida, tremolante, che
odorava di febbre e di sudore… Raccolse la stilografica che le deboli mani del malato avevano lasciato
cadere sul letto, macchiando d’inchiostro le lenzuola.
“Allora, ti senti meglio, David?” Golder non rispose. Da quasi quindici giorni non aveva pronunciato
altre parole all’infuori di: “Soffoco”… oppure: “Ho male…” farfugliate con voce roca e strana che solo
l’infermiera sembrava capire. Restava disteso, gli occhi chiusi, le braccia strette al corpo, immobile, muto
come un cadavere. Eppure, quando Ghédalia se ne andava e l’infermiera si chinava su di lui, lo
riassestava mormorando: “Il professore è rimasto molto contento…“, da sotto le palpebre socchiuse,
tremanti, trapelava uno sguardo fisso e duro che, profondamente implorante, sgomento, si aggrappava
alle sue labbra, al suo viso… “Capisce tutto,” pensava l’infermiera. Ma, un po’ più tardi, appena Golder
fu in grado di parlare, di dare ordini, non chiese mai, né a lei né ad altri, quale fosse il nome della sua
malattia, quanto tempo sarebbe durata, e neanche quando avrebbe potuto alzarsi, partire… Pareva
accontentarsi delle vaghe affermazioni di Gloria: “Presto andrà meglio… Ti sei strapazzato troppo… e
poi, dovrai smettere di fumare… Il tabacco ti fa male, David… e basta con il gioco… Non hai più
vent’anni…“ Quando Gloria si allontanò, Golder chiese le carte. Per ore intere faceva dei solitari sopra
a un vassoio appoggiato di traverso sulle sue ginocchia. La malattia gli aveva indebolito la vista e ora
non poteva più fare a meno degli occhiali. Erano occhiali spessi, cerchiati d’argento, talmente pesanti
che scivolavano di continuo e cadevano sul letto. Golder li cercava a lungo a tastoni, le mani tremanti
che si perdevano tra le pieghe del lenzuolo. Quando aveva finito un solitario, mescolava le carte e
ricominciava.
Quella sera l’infermiera aveva lasciato la finestra e le imposte socchiuse: faceva molto caldo. Un po’ più
tardi, al calar della notte, fece per mettere sulle spalle a Golder uno scialle. Golder se lo scrollò di dosso
spazientito.
“Via, non se la prenda, signor Golder, comincia a tirar vento dal mare… Non vorrà avere una
ricaduta…“ “Signore,” borbottò Golder con la sua voce esile e affannata, impuntandosi a ogni parola,
“quando mi si lascerà in pace?… Quando mai potrò alzarmi?…“ “Il signor professore ha detto alla fine
della settimana, se farà bello.“ Golder aggrottò le sopracciglia.
“Il professore… Perché non viene più?” “Credo che sia stato chiamato a Madrid per un consulto.”
“Lei… lei lo conosce?…” La donna scorse di nuovo un’espressione ansiosa, avida nei suoi occhi…
“Oh! Sì, signor Golder, certo…” “E’… davvero un buon medico?…” “Molto buono.” Golder si lasciò
cadere all’indietro sui cuscini, chiuse le palpebre, poi bisbigliò: “Sono stato malato a lungo…” “E’
finita, adesso…” “Finita…” Si toccò il petto, alzò il capo, guardò fisso l’infermiera. “Perché mi fa male
qui?“ chiese a bruciapelo, le labbra tremanti.
“Dove?… Oh!…” Lei gli sollevò con dolcezza la mano e la posò nuovamente sul lenzuolo.
“Lo sa anche lei, no? Ha sentito il professore?… Sono dei dolori nervosi… non è niente…“ “Niente?
…” Golder sospirò, con fare assente si rimise seduto e riprese le carte.
“Ma non è il… cuore… vero?….” Aveva parlato in fretta, a bassa voce, senza guardarla, con
un’emozione profonda. L’altra rispose: “Ma no, andiamo…” Ghédalia si era tanto raccomandato di
tacergli la verità… Pure bisognava dirgliela, presto o tardi… Ma non era affar suo… Pover’uomo, come
aveva paura della morte… Accennò al solitario.
“Attento, si è sbagliato… E l’asso di fiori che va messo qui, e non il re… Scopra il nove…“ “Che
giorno è oggi?” domandò lui senza darle ascolto.
“Martedì.” “Di già? Avrei dovuto essere a Londra…” soggiunse a mezza voce.
“Ah! Bisognerà che viaggiate di meno, adesso, signor Golder…” Lo vide all’improvviso impallidire, le
labbra farglisi livide.
“Perché? Perché?“ sussurrò con voce spezzata, ”che cosa dice, Dio mio?
Lei è pazza… Mi è stato proibito di viaggiare… di muovermi?…“ “Ma no, ma no,“ lo rassicurò lei con
sollecitudine, ”che cosa le viene in mente? Non ho detto niente di simile… Soltanto che dovrà fare
attenzione per un po’ di tempo… Tutto qui…“ Si chinò verso di lui, gli passò un panno sul viso; grosse
gocce di sudore gli colavano pesanti sulle guance, come lacrime.
“Sta mentendo… Lo sento dalla sua voce… Che cosa avrò? Mio Dio, che cosa avrò? E perché mi
nascondono la verità? Non sono una donnetta, per Dio…“ La allontanò con gesto fiacco e si girò
dall’altra parte.
“Chiuda la finestra… Ho freddo…” “Vuole dormire?” chiese l’altra attraversando silenziosamente la
stanza.
“Sì, mi lasci solo.” Erano passate da poco le undici, l’infermiera si apprestava a dormire quando udì
all’improvviso la voce di Golder nella stanza accanto. Si precipitò da lui, lo trovò seduto sul letto, il
volto in fiamme, le mani in preda a una vana agitazione.
“Scrivere… Voglio scrivere…” “Ha un attacco di febbre,” pensò la donna. Tentò di farlo coricare di
nuovo, parlandogli come a un bambino.
“No, no, a quest’ora no… Domani, signor Golder, domani… Adesso deve dormire…“ Golder
imprecò, ripeté l’ordine sforzandosi di parlare in tono diverso, più calmo, lucido, come un tempo.
L’infermiera finì con il portargli la sua stilo e un foglio di carta. Ma più di qualche lettera Golder non
riuscì a tracciare: la mano, indolenzita, si muoveva appena, con goffaggine, come trattenuta da un peso.
Golder mandò un gemito, mormorò: “Scriva… lei…” “A chi?” “Al professor Weber. Deve cercare
l’indirizzo nell’elenco di Parigi, in fondo. Si prega di venire immediatamente. Urgente. Il mio indirizzo.
Il mio nome. Intesi?…“ “Sì, signor Golder.” Sembrò tranquillizzarsi, chiese da bere, si lasciò cadere di
nuovo sui cuscini e disse: “Apra le imposte, la finestra, soffoco…” “Vuole che resti qui?” “No. Non è il
caso. Semmai chiamerò… Domani, alle sette, appena la posta sarà aperta, il telegramma…“ “Sì, sì, non
si agiti. Dorma.” Golder si rigirò su un fianco, con estrema fatica: l’ansimare doloroso e profondo non
gli dava tregua. Restò immobile fissando tristemente la finestra. Il vento soffiava, agitava le tende, dei
grandi tendaggi bianchi che si gonfiavano come palloni. Ascoltò a lungo, sovrappensiero, il brusio delle
onde… Uno, due, tre… L’urto sordo contro gli scogli del faro, poi lo sciabordio liquido, musicale,
leggero dell’acqua che scorre tra le pietre… Il silenzio… La casa sembrava deserta.
Una volta ancora pensò: “Di che si tratterà? Che cos’ho? Mio Dio, che cos’ho, dunque? Il cuore? Sarà il
cuore? Non mi dicono la verità. Lo so.
Bisogna saper guardare in faccia…“ Si interruppe, serrò nervosamente le mani. Tremava. Non aveva
coraggio nemmeno di pronunciare, di pensare distintamente alla morte… Guardò con una sorta di
terrore il cielo buio che empiva la finestra. “Non posso. No, no, non ancora… Devo ancora lavorare…
Non posso. Adonai,“ sussurrò disperato, ricordandosi all’improvviso il nome dimenticato del Signore,
“Tu sai bene che non posso… Ma perché, perché non mi dicono la verità?…“ Strano. Durante la
malattia aveva creduto a tutto quello che gli volevano dare a intendere… Quel Ghédalia… E Gloria…
Eppure stava meglio… Era vero. Poteva alzarsi, uscire… Ma quel Ghédalia non gli ispirava nessuna
fiducia… Del resto si ricordava a malapena della sua faccia… Del suo nome, sì… Un nome da
ciarlatano… E da Gloria non poteva venire niente di buono. Perché non aveva pensato lei stessa a far
venire Weber, il medico più celebre di Francia? Quando lei aveva avuto un attacco di fegato, allora sì,
l’aveva chiamato immediatamente, è naturale… Mentre per lui… Golder… Andava bene tutto per lui,
vero?… Rivide il viso di Weber, i suoi occhi profondi e stanchi che sembravano leggere fino in fondo al
cuore. “Gli dirò: ‘Io… devo sapere,’ mormorò, ‘devo lavorare…’ lui capirà…“ Eppure… A che pro,
mio Dio? A che pro sapere prima? Sarebbe stata questione di un attimo, come lo svenimento, lì, al
circolo… Ma, questa volta, per sempre, per sempre… mio Dio… “No, no! Non ci sono malattie
inguaribili!… Andiamo!… Continuo a ripetere ‘il cuore, il cuore’, come un imbecille… Ma anche se
fosse il cuore… Con cure appropriate, una dieta, che ne so io… Forse?… Di certo… Gli affari… Sì, gli
affari… è questa la cosa più terribile… Ma non ci sono solo gli affari, nella vita… Sì, adesso c’è Tejsk…
certo, bisogna concludere Tejsk, prima di tutto… Mi occorreranno sei mesi, un anno,“ pensò, con
l’invincibile ottimismo dell’uomo d’affari, “sì, un anno al massimo. E poi, la farò finita… e potrò vivere
in pace, riposarmi. Sono vecchio… Dovrò ben fermarmi, un giorno o l’altro… Non voglio lavorare
fino al momento in cui tirerò le cuoia… Smetterò di fumare, di bere, di giocare… Se è il cuore, bisogna
starsene tranquilli, calmi, lontani dalle emozioni, da… Soltanto…“ Alzò le spalle, sogghignò. ”Gli
affari… e niente emozioni. Ma prima di concludere con Tejsk sarò morto cento volte, cento volte…“ Si
rigirò a fatica, si mise sulla schiena. All’improvviso si sentiva estremamente debole e stanco. Guardò
l’ora. Era molto tardi. Quasi le quattro. Fece per bere, cercò il bicchiere di limonata preparato per la
notte, lo sbatté involontariamente contro il ripiano del tavolo.
L’infermiera, svegliata di soprassalto, fece capolino dallo spiraglio della porta.
“Ha dormito un po’?” “Sì,” fece Golder meccanicamente.
Bevve con avidità, le restituì il bicchiere, poi, d’un tratto, restò immobile, fece un cenno.
“Ha sentito?… In giardino… Che cos’è?… Guardi…” L’infermiera si sporse dalla finestra.
“E’ la signorina Joyce che rincasa, credo.” “La chiami.” L’infermiera, sospirando, uscì nella galleria; i
tacchi alti e appuntiti di Joyce risuonavano sull’impiantito. Golder sentì che chiedeva: “Che succede? Si
sente peggio?” Entrò di corsa, girò di colpo l’interruttore, inondò la stanza di luce.
“Mi chiedo come tu possa stare così, Dad… E’ proprio lugubre questo lume da notte…“ “Dove sei
stata?” mormorò Golder. “Sono due giorni che non ti vedo…” “Oh! Non lo so nemmeno… avevo da
fare…” “Da dove vieni?” “Da San Sebastiano. Maria Pia ha dato un grande ballo. Guarda il mio abito.
Ti piace?“ Socchiuse l’ampio mantello, si mostrò seminuda, in un abito di tulle rosa, scollato fino
all’attaccatura dei piccoli seni delicati, un filo di perle intorno al collo, i capelli d’oro scompigliati dal
vento.
Golder la contemplò a lungo, in silenzio.
“Dad… Come sei strano… che cos’hai? Perché non mi dici niente? Sei arrabbiato?“ Con un balzo
leggero saltò sul letto, si accoccolò ai suoi piedi: “Dad, ascolta… Stasera ho ballato con il principe di
Galles… Ho sentito che diceva a Maria Pia: ‘It’s the loveliest girl I’ve ever seen…’ Le ha chiesto il mio
nome… Ti fa piacere?“ mormorò con una risata gioiosa che scavò sulle sue guance cariche di trucco
due fossette infantili. Si appoggiava a tal punto sul petto del malato che l’infermiera, in piedi dietro al
letto, le fece segno di scostarsi, di lasciarlo… Ma Golder, al quale il solo contatto del lenzuolo sopra al
cuore dava un senso di soffocamento, sopportava senza dir nulla il peso di quella testa e di quelle
braccia nude.
“Sei contento, vecchio Dad, lo sapevo!” gridò Joyce. Sul volto di Golder un brusco sorriso, simile a una
smorfia, stirava con sforzo doloroso gli angoli delle vecchie labbra serrate… “Ecco, ti sei arrabbiato
perché sono andata al ballo invece di stare con te… vero?… Sono io, però, quella che ti fa sorridere per
la prima volta. Di’ un po’, Dad, lo sai? Ho comprato l’auto… Se tu sapessi come è bella… Va come il
vento… Sei un amore, Dad…“ S’interruppe, sbadigliò all’improvviso, si ravviò, con le punte delle dita, i
biondi capelli scomposti.
“Vado a dormire, ho molto sonno… Già ieri sono rincasata alle sei… Non ne posso più, e questa notte
ho ballato senza sosta…“ Socchiuse gli occhi e prese a canticchiare sommessamente, giocherellando
trasognata con i suoi bracciali.
“Marquita – Marquita – il desiderio – che tu lo voglia o no – fa brillare i tuoi occhi – mentre danzi…
Buona notte, Dad, dormi bene, sogni d’oro…“ Si chinò verso di lui e gli sfiorò la fronte con un bacio.
“Va’,” mormorò Golder, “Vai a riposare, Joy…” Joyce uscì. Golder restò a lungo in ascolto dei suoi
passi, con espressione mutata, più serena, addolcita… Quella ragazza… il suo abito rosa… era una
ventata di gioia, di vita… Ora si sentiva più calmo, più forte… “La morte…“ pensò, ”mi lascio andare,
tutto qui… Storie!… Bisogna lavorare, e ancora lavorare… Tùbingen ha settantasei anni… Solo il
lavoro può tenere in vita degli uomini come noi…“ L’infermiera aveva spento la luce e preparato una
tisana sul fornelletto ad alcool. Golder si girò di colpo verso di lei.
“Il telegramma non ha più importanza. Lo stracci,” mormorò.
“Bene, signore.” Quando la donna fu uscita dalla stanza, Golder sprofondò in un sonno tranquillo.
CAPITOLO 5.
Erano gli ultimi giorni di settembre quando Golder si ristabilì, ma il tempo era più bello che nel cuore
dell’estate: l’aria era inondata di luce, dorata come miele.
Quel giorno, dopo pranzo, invece di salire in camera a riposare come era solito fare, Golder si sedette
sulla terrazza e si fece portare le carte. Gloria non era in casa. Poco dopo comparve Hoyos. Golder gli
lanciò un’occhiata al di sopra degli occhiali, senza far parola. Hoyos abbassò quasi fino a terra lo
schienale mobile di una sedia a sdraio, si sedette, si adagiò come in un letto, il capo riverso all’indietro, le
braccia abbandonate, l’aria beata, sfiorando con la punta delle unghie le lastre fredde di marmo.
“Si sta bene, fa meno caldo,” mormorò, “io detesto il caldo…” “Lei non sa, per caso,” domandò
Golder, “dove ha pranzato mia figlia?” “Joyce? Dai Mannering, suppongo… Perché?” “Niente. Non è
mai a casa.” “Per forza, alla sua età… E poi, perché le ha regalato quella macchina nuova? Ha il diavolo
in corpo, adesso…“ S’interruppe, si sollevò su un gomito e guardò verso il giardino.
“Eccola qui, la vostra Joy!” Si accostò alla balaustra e gridò: “Salve, Joy! Di’ un po’, parti adesso? Sei
pazza, lo sai?“ “Cosa?” borbottò Golder.
Hoyos rideva di gran cuore. “Quanto è buffa… Si porta dietro tutto il suo serraglio, parola mia… Jill…
E le tue bambole, non le prendi?
No? Ma, di’ un po’, e il tuo principino, neanche quello? Eh, bellezza?
La guardi un po’, Golder, quanto è buffa.“ “Cosa? Dad è lì?” gridò Joyce, “lo sto cercando
dappertutto.” Salì di corsa sulla terrazza, in soprabito da viaggio, un berrettino calato fino agli occhi,
tenendo il suo cane sotto al braccio.
“Dove vai?” chiese Golder alzandosi con mossa brusca.
“Indovina!” “Come vuoi che sappia che razza di capricci ti passano per la zucca?” gridò Golder irritato.
“E rispondi quando ti faccio una domanda, intesi?“ Joy si sedette, incrociò le gambe, lo guardò con aria
di sfida e scoppiò in una risata allegra.
“Vado a Madrid.” “Cosa?” “Ah! Non lo sapeva?“ intervenne Hoyos. ”Ma sì, ha deciso di andare a
Madrid in auto, questa ragazza… Da sola… Vero, Joyce? Da sola?“ mormorò sorridendo. “Be’,
probabilmente si romperà la testa strada facendo, con la sua mania di correre come il vento, ma se lo è
messo in testa e non c’è niente da fare… Ah! Lei non lo sapeva?“ Golder pestò violentemente un piede
a terra. “Joyce! Incosciente! Non ne hai altre da inventare?“ “E’ da tanto che dico che sarei andata a
Madrid appena avessi avuto una macchina nuova… Che cosa c’è di strano?“ “Ti proibisco di partire, mi
senti bene?” proferì lentamente Golder.
“Ti sento. E con ciò?” Golder, con uno scatto, le si fece addosso, una mano alzata. Ma Joyce,
leggermente pallida, continuava a ridere: “Dad! Vuoi darmi uno schiaffo, tu! Sapessi quanto me ne
importa. Ma ti costerà cara.“ Golder, senza toccarla, abbassò lentamente il braccio.
“Vattene!” disse, articolando le parole a fatica tra le labbra serrate, “vai dove ti pare…” Tornò a sedersi
e riprese le carte.
Joy, carezzevole, mormorò: “Su, andiamo, Dad, non te la prendere… Pensa che sarei anche potuta
partire senza dirti niente… Ti pare? e poi, che ti importa?“ “Ti romperai il tuo grazioso musetto, Joy
mia,” fece Hoyos carezzandole una mano, “vedrai…” “Son fatti miei. Andiamo, Dad, facciamo la pace,
su…” Gli fece delle moine, gli cinse il collo con le braccia. “Dad…” “Non tocca a te proporre di far la
pace… Lasciami… Che modo di parlare a tuo padre…“ replicò Golder respingendola, mentre Hoyos
sogghignava: “Non trova che è un po’ tardi per cominciare a educare questa bella figliola?“ Golder
picchiò con violenza il pugno sulle carte.
“Mi lasci in pace, lei!“ tuonò. ”E tu, vattene! Credi forse che intenda supplicarti?“ “Dad! Sei il solito
guastafeste! Vuoi sempre rovinare tutto, tutto quello che mi dà gioia, che mi dà piacere!“ gridò Joyce, le
guance rigate di lacrime, in preda a un’improvvisa crisi di nervi. “Lasciami andare! Lasciami! Credi che
sia divertente starsene qui da quando sei malato? Non ne posso più! Camminare piano, parlare a voce
bassa, soffocare il riso, vedere solo vecchie facce tristi e musi lunghi! Io voglio, voglio andarmene…“
“Va’. Chi te lo impedisce? Parti da sola?” “Sì.” Golder abbassò la voce.
“Non penserai però che io ti creda, vero? Te ne andrai a zonzo con quel piccolo mantenuto, vero?
Puttanella. Credi che io sia cieco? Ma che cosa posso farci? Niente,“ proseguì con voce tremante.
”Soltanto non credere di poterti prendere gioco di me, sai? Quello che potrà prendersi gioco del
vecchio Golder, ragazza mia, deve ancora nascere, capito?“ Hoyos ridacchiò schermandosi la bocca con
la mano.
“Quanto siete noiosi… E’ un’impresa talmente vana, mio povero Golder… Lei proprio non conosce le
donne! Non resta che cedere… Vieni qui, abbracciami, piccola Joyce…“ Joyce non gli dava ascolto:
strofinava il viso contro la spalla di Golder.
“Dad, mio caro Dad…” Golder la allontanò: “Lasciami… Mi cavi il fiato… E sbrigati a partire, se no
farai tardi…“ “Non mi dai neanche un bacio?” Golder, con sforzo, posò le labbra sulla guancia che lei
gli tendeva.
“Io? Ma sì… Vai…” Joy lo guardò. Stava posando le carte sul tavolo con dita malsicure che parevano
scivolare sul ripiano di legno. Joyce disse: “Dad… Lo sai che non ho più soldi?“ Golder non rispose.
Lei incalzò: “Via, Dad, mi puoi dare dei soldi, per favore?“ “Che soldi?” chiese Golder con una voce
secca e calma che Joyce non gli conosceva.
Sforzandosi di dissimulare l’impazienza che le faceva torcere nervosamente le mani, replicò: “Che soldi?
I soldi per il viaggio. Come credi che intenda vivere in Spagna? Del mio corpo?“ Golder represse una
brusca smorfia.
“E hai bisogno di molti soldi?” chiese, contando lentamente con il dito le tredici carte che formavano la
prima fila del solitario.
“Ma non lo so, andiamo, quante storie… Naturalmente… di molti… come al solito… dieci, dodici,
ventimila…“ “Ah!…” Joyce infilò la mano nella tasca della giacca di Golder, tentando di estrarre il
portafoglio.
“Oh! non tenermi più sulle spine… Dammeli, su, dammeli!…” “No,” disse Golder.
“Cosa?” gridò Joyce, “che cosa hai detto?” “Ho detto di no.” Golder rovesciò la testa all’indietro, la
sogguardò a lungo sorridendo.
Da molto tempo non aveva più saputo dire di no, in quel modo, con l’accento duro e perentorio di una
volta… Di nuovo mormorò: “No”.
Sembrava gustare la forma della parola in bocca, come un frutto.
Congiunse lentamente le mani davanti al mento, si passò più volte la punta delle unghie sulle labbra.
“La cosa ti stupisce, a quanto pare… Vuoi partire. Parti. Ma hai sentito: neanche un soldo. Arrangiati.
Ah! Tu ancora non mi conosci, figlia mia.“ “Ti detesto!” gridò Joyce.
Golder chinò il capo, ricominciò a contare a mezza voce. Uno, due, tre, quattro… Ma, giunto in fondo
alla fila, si confuse visibilmente, ripeté, con voce sempre più bassa e tremante: “Uno, due, tre,” poi si
fermò, come al limite delle forze e sospirò profondamente. “Neanche tu mi conosci,“ fece Joyce, ”ti ho
detto che volevo partire e partirò. Non ho bisogno dei tuoi sporchi soldi.“ Richiamò il cane con un
fischio e scomparve. Nel giro di un minuto si sentì sulla strada il rombo dell’auto che sfrecciava via.
Golder non si era mosso.
Hoyos alzò le spalle con noncuranza.
“Oh! Caro mio, si arrangerà…” Visto che il vecchio non rispondeva, proseguì sommessamente,
socchiudendo con un sorriso quei suoi occhi sottili e indolenti.
“Lei non ci sa proprio fare con le donne, mio caro… Doveva darle uno schiaffo. Forse la novità del
gesto l’avrebbe trattenuta… Non si sa mai, con queste bestiole…“ Golder aveva preso il portafoglio
dalla tasca e lo girava e lo rigirava tra le mani. Era un vecchio portafoglio di cuoio nero, usurato, come
la maggior parte dei suoi oggetti: la fodera di satin era sfilacciata, uno degli angoli d’oro mancava. Era
gonfio di banconote, tenuto insieme da un elastico. D’un tratto, stringendo i denti, Golder lo afferrò e
prese a sbatterlo con violenza sul tavolo. Le carte schizzarono via. Golder continuava a picchiare sul
ripiano di legno che rimbombava sordamente sotto ai colpi. Infine si fermò, rimise il portafoglio in
tasca, si alzò, passò davanti a Hoyos, urtandolo volutamente con tutto il corpo.
“Son questi i miei schiaffi…” disse.
CAPITOLO 6.
Tutte le mattine Golder scendeva in giardino e passeggiava per un’ora lungo un viale riparato.
Camminava lentamente nella striscia d’ombra dei vecchi cedri, contando con metodo i suoi passi: al
cinquantesimo si fermava, si appoggiava al tronco di un albero, dilatava con uno sforzo doloroso le
narici contratte e respirava profondamente, faticosamente, protendendo con mossa istintiva le labbra
aperte, tremanti, al vento del mare. Poi riprendeva a camminare, a contare i suoi passi, spingendo
sovrappensiero la ghiaia con la punta del bastone. Avviluppato in una palandrana grigia, il collo avvolto
da una sciarpa di lana, un vecchio cappello nero e logoro in testa, assomigliava singolarmente a un
vecchio rigattiere ebreo di un villaggio ucraino. A volte, camminando, alzava una spalla con un
movimento involontario, affaticato, come se si caricasse sulla schiena un pesante fagotto di stoffe o di
ferraglia.
Quel giorno era uscito, per la seconda volta, verso le tre: il tempo era splendido. Si sedette su una panca,
di fronte al mare. Allentò leggermente la sciarpa, aprì i primi bottoni del soprabito, respirò con cautela.
Ma il cuore batteva con ritmo regolare; soltanto il lieve, persistente soffio dell’asma faceva eco al flusso
e al riflusso dell’aria nel suo petto, con un sibilo leggero, lamentoso e acuto. La panca era in pieno sole,
e il giardino macerava tranquillo in una luce gialla e trasparente come olio fine. Il vecchio Golder chiuse
gli occhi; con un sospiro insieme di tristezza e di benessere poggiò sulle ginocchia le mani
perennemente ghiacciate, poi sfregò con delicatezza le dita. Amava il caldo. A Parigi, a Londra,
probabilmente c’era un tempo orrendo… Quel giorno aspettava il direttore della Colmar, che aveva
annunciato il suo arrivo il giorno prima… Era il segnale della partenza… Dio solo sapeva per che
luoghi avrebbe dovuto trascinarsi ancora… Un vero peccato, partire… Il tempo era meraviglioso.
Un passo scricchiolò sulla ghiaia. Golder si girò e scorse Loewe. Un ometto pallido dal viso grigio,
sciupato, pavido, curvo sotto il peso di un’enorme cartella gonfia di carte. Per lungo tempo era stato un
semplice impiegato alla Colmar; ora, da quasi cinque anni, ne era il direttore, ma uno sguardo di Golder
riusciva, oggi come un tempo, a metterlo in uno stato di profonda agitazione. Si stava avvicinando di
gran passo, le spalle curve, ridacchiando nervosamente. Una volta di più Golder si rammentò delle
parole che Marcus soleva ripetere spesso: “Tu, caro mio, ti credi un grand’uomo d’affari, ma non sei che
uno speculatore, non sai scegliere, scovare gli uomini giusti. Sarai solo tutta la vita, attorniato o da
canaglie o da cretini“.
“Perché è venuto qui?” domandò, troncando di netto le lunghe frasi ingarbugliate di Loewe che lo
interrogava rispettosamente sulla sua salute.
Loewe si interruppe di botto, si sedette sul bordo della panca, socchiuse sospirando la cartella.
“Ahimè!… Ora le spiegherò… La prego di ascoltarmi attentamente… Ma forse la cosa la stancherà?
Preferisce aspettare?… Le notizie che reco…“ “Sono cattive,“ lo interruppe Golder irritato. ”E’
naturale. La finisca di menare il can per l’aia, per l’amor di Dio. Dica quello che ha da dire, e in modo
chiaro, se è possibile.“ “Sì, signore,” mormorò precipitosamente Loewe.
L’enorme cartella non stava bene in equilibrio sulle sue ginocchia: se l’appoggiò quindi con entrambe le
mani contro il petto e prese a cavarne dei fasci di lettere e di carte, che man mano disponeva sulla
panca.
Angustiato, mormorò: “Non riesco a trovare quella lettera… Ah, sì, eccola… permette?“ Golder gliela
strappò dalle mani.
“Dia qui…” La lesse senza un commento, ma Loewe, che non lo lasciava un attimo con gli occhi, colse
sulle sue labbra un piccolo fremito involontario.
“Lo vede!” sussurrò, come se si scusasse.
Gli passò delle altre carte.
“Ci son capitati tutti i guai in una volta, come sempre… La Borsa di New York, l’altro ieri, ci ha, per
così dire, assestato l’ultimo colpo.
Ma questo non ha fatto che precipitare le cose… Lei si aspettava, credo?…“ Golder alzò bruscamente il
capo. “Che cosa? Sì,” mormorò con aria assente. “Dov’è il rapporto da New York?” Visto che Loewe
ricominciava a frugare tra le carte, Golder le spazzò via rabbiosamente con un pugno.
“Non poteva mettere tutto a posto prima, buon Dio?” “Sono appena arrivato… e… non ho avuto
neanche il tempo di passare in albergo…“ “Lo spero bene,” borbottò Golder.
“L’ha vista anche lei, nevvero?” insistette Loewe tossicchiando nervosamente, “la lettera della Banca
Britannica? Se entro otto giorni non saranno coperti, procederanno d’ufficio alla vendita dei suoi titoli.“
“E’ quel che vedremo… canaglie… Qui c’è di mezzo Weille… Ma me la pagherà, lo giuro… Il mio
scoperto presso quella banca è di quattro milioni, vero?“ “Sì,” rispose Loewe. Scosse la testa.
“In questo momento tutti sono molto, molto maldisposti verso la Golmar.
In Borsa corrono le voci più pessimistiche, da quando il povero signor Marcus… I suoi nemici sono
arrivati persino al punto di interpretare nella maniera più falsa e più malevola la sua malattia, signor
Golder…“ Golder alzò le spalle. “Bah…” La cosa non lo stupiva. E nemmeno, naturalmente, la
reazione al suicidio di Marcus… “Il pensiero deve averlo consolato prima di morire,” pensò.
“Tutto ciò,“ disse, ”non significa nulla. Parlerò a Weille… quello che soprattutto mi preoccupa è New
York… Bisognerà assolutamente andarci.
Non c’è niente da parte di Tùbingen?“ “Sì, un telegramma, arrivato nel momento in cui partivo.” “Me
lo dia, allora, santo cielo!” Lesse: “Il 28 c. m. sarò a Londra”.
Abbozzò un sorrisetto, simile a una smorfia.
Con l’aiuto del vecchio Tùbingen tutto si sarebbe sistemato facilmente.
“Telegrafi immediatamente a Tübingen che sarò a Londra il 29 mattina.” “Sì, signore. Oh! Le chiedo
scusa… Ma… allora è vero quello che sostengono alcuni?“ “Che cosa?” “Be’, dunque… che lei è
incaricato dalla Tùbingen di negoziare l’accordo con i sovietici in merito alla concessione di Tejsk, e che
Tùbingen riacquisterà le sue azioni e la farà partecipare all’affare?
Oh, è una buona occasione, ottima, e che credito acquisterà quando si saprà…“ “Che giorno è oggi?”
lo interruppe Golder.
Prese a far rapidi calcoli.
“Sono le quattro… Potrei partire oggi stesso… No, è sabato, non ne val la pena… Bisogna
assolutamente che veda Weille a Parigi. Domani.
Lunedì mattina a Parigi: posso ripartire alle quattro. Sarò a Londra martedì… Per New York ho la nave
il primo… Se potessi fare a meno di andarci. No, impossibile… Eppure dovrei essere a Mosca il 15, il
20 al più tardi… Oh! Quante complicazioni…“ Strinse lentamente le mani, come se schiacciasse delle
noci tra le palme congiunte.
“Quante complicazioni… Dovrei farmi in quattro, credo. Be’, vedremo…“ Tacque. Loewe gli porse un
foglio coperto di nomi e di cifre.
“Che cos’è?” “Se volesse dare un’occhiata… Sono gli aumenti degli impiegati… Si ricorda, vero?… Ne
avevamo parlato con lei e il signor Marcus l’aprile scorso.“ Golder, le sopracciglia aggrottate, esaminò la
lista.
“Lambert, Mathias, va bene… La signorina Wieilhomme? Ah! Sì, la dattilografa di Marcus… quella
sinforosa che non è neanche buona di battere una lettera come si deve? No, davvero! L’altra sì, la
gobbetta, come si chiama?…“ “La signorina Gassion.” “Sì, va bene… Chambers? Suo genero? Senta un
po’, non trova che sia già troppo aver dato un impiego a quell’imbecille?… Si degna di venire in ufficio
due volte alla settimana, quando non ha nient’altro da fare, e per quel che lavora… Neanche un soldo,
ha capito, neanche un soldo!…“ “Però in aprile…” “In aprile non ero a corto di soldi. Adesso, sì. Se
dessi l’aumento a tutti i fannulloni, ai figli di papà di cui lei e Marcus mi avete riempito l’ufficio!… Mi
dia la matita.“ Cancellò con foga diversi nomi.
“E Levine che sta per avere il quinto figlio?…” “Per quel che me ne frega!…” “Andiamo, signor
Golder, lei vuol mostrarsi più duro di quanto non sia.” “Non mi piace che si faccia i generosi con i miei
soldi, Loewe, come fa lei. E molto carino far promesse a destra e a sinistra… ma poi… sono io che
devo sbrogliarmela quando non c’è più un soldo nella cassa, vero?“ Tacque di colpo. Passava un treno.
Si sentiva distintamente, nell’aria tranquilla, il rumore farsi più forte, più vicino, Golder chinò il capo, in
ascolto.
Loewe mormorò: “Ci penserà, vero? Levine… Dar da mangiare a cinque figli con duemila franchi al
mese non è facile… Bisogna aver compassione…“ Il treno si allontanava. Un lungo fischio, reso tenue
e lieve dalla distanza, attraversò l’aria come un richiamo, una domanda inquieta.
“Compassione!“ gridò Golder con improvvisa veemenza. ”Perché? Nessuno ha compassione di me,
non è vero? Nessuno ne ha mai avuta…“ “Oh! Signor Golder…” “Sì, sì, pagare, pagare e ancora
pagare… E’ per questo che sono al mondo…“ Respirò a fatica e concluse a voce più bassa, mutata:
“Elimini gli aumenti che ho cancellato… Intesi?… E si occupi delle prenotazioni.
Partiamo domani“.
“Domani parto,” disse d’un tratto Golder alzandosi da tavola.
Gloria trasalì leggermente e mormorò: “Ah! Starai via molto tempo?…” “Sì.” “Sei… sicuro che sia
prudente, David?… Sei ancora malato.” Golder scoppiò a ridere.
“Che importa? Forse che io ho il diritto di essere malato come tutti?” “Oh! Questo tono vittimistico…”
sibilò Gloria tra i denti, rabbiosa.
Golder uscì, sbattendo forte la porta alle sue spalle. Dalle girandole di cristallo sopra al camino, agitate
dalla corrente d’aria, si levò nel silenzio un tintinnio rapido, argentino.
“E’ nervoso,” disse melenso Hoyos.
“Sì. Esci questa sera? Vuoi l’auto?” “No, grazie, cara.” Gloria si girò verso il domestico.
“Questa sera non ho bisogno dell’autista.” “Bene, signora.” Posò sul tavolo il vassoio d’argento con i
liquori, i sigari, e uscì.
Gloria, con gesti nervosi, fece per scacciare le zanzare che sibilavano sommessamente intorno alla
lampada.
“Oh! Che seccatura!… Vuoi il caffè?” “E Joy? Hai notizie?” “No.” Gloria tacque un istante, poi riprese
con una sorta di rabbia: “E’ tutta colpa di David!… La vizia, quella ragazza, come un pazzo, come un
imbecille!… Non le vuole neanche bene!… E lei non fa che lusingare la sua rozza vanità di parvenu!…
C’è di che andar fieri, davvero! Si comporta come una puttanella! Lo sai quanti soldi le ha dato la notte
in cui è stato male, al circolo?… Cinquantamila franchi, bello mio. Carino, vero? Mi hanno descritto la
scena: la piccola, in quella bisca, camminava semiaddormentata, con dei fasci di biglietti di banca tra le
dita, come una ragazza di vita che abbia appena infinocchiato un vecchio!… E, a me, sempre le stesse
scene, la stessa solfa: gli affari vanno male! Ne ha abbastanza di lavorare per mantenermi, eccetera! Ah!
Sono proprio disgraziata! Joyce, invece…“ “Oh! E’ deliziosa…” “Lo so,” tagliò corto Gloria.
Hoyos lasciò cadere bruscamente il discorso, si alzò, andò alla finestra a prendere una boccata d’aria.
“Che profumo… Non vuoi scendere in giardino?” “Se ti fa piacere.” Uscirono insieme. Era una bella
notte senza luna; i grandi riflettori bianchi della terrazza incipriavano la ghiaia del viale e i rami degli
alberi di una fredda luce teatrale.
“Senti che aria,“ ripeté Hoyos, ”tira vento dalla Spagna, si sente profumo di cannella, non trovi?“ “No,”
replicò Gloria asciutta.
Urtò contro una panca.
“Sediamoci, camminare al buio mi stanca.” Hoyos si sedette al suo fianco, accese una sigaretta: la
fiamma dell’accendino gli illuminò d’un tratto il viso chino, le palpebre gonfie, fragili e sgualcite come
fiori morti, il disegno puro delle labbra, ancora giovani, colme di vita.
“Ah! Che succede, questa sera? Siamo soli?” “Aspetti qualcuno?” chiese lei distrattamente.
“No, nessuno in particolare… ma il fatto mi stupisce… Questa casa è sempre affollata come una
locanda nel giorno di mercato… Del resto non me ne lamento affatto… Siamo vecchi, mia cara, e
abbiamo bisogno di folla e di rumore intorno a noi. Un tempo non era così, ma tutto passa… “Un
tempo…“ ripeté lei, ”lo sai quanti anni sono, ormai? E’ spaventoso…“ “Quasi venti!” “Era il 1901. Al
carnevale di Nizza del 1901, amico mio. Venticinque anni.“ “Sì,“ mormorò Hoyos, ”una piccola
straniera, sperduta per la città, con la sua paglietta, il suo abituccio semplice… Ma presto le cose sono
cambiate.“ “Allora mi amavi… e… Adesso tieni solo ai soldi, lo so bene, sai… Senza i miei soldi!…“
Hoyos alzò dolcemente le spalle: “Basta, basta… Non ti arrabbiare, sembri più vecchia… mentre io,
questa sera, mi sento pieno di tenerezza. Gloria, ti ricordi, il ballo in azzurro e argento?“ “Sì.” Tacquero,
rivedendo forse nello stesso istante la via di Nizza, quella notte di carnevale, traboccante di maschere
che passavano cantando, e le palme, la luna, le grida della folla in place Masséna… la loro giovinezza…
la notte dolce, voluttuosa e semplice come una romanza napoletana… Hoyos scosse con gesto brusco
la sigaretta. “Oh! Cara, basta con i ricordi: mi mettono addosso il gelo della morte!…“ “E’ vero,“ ribatté
lei, rabbrividendo senza volerlo, ”se penso a quegli anni… Volevo venire in Europa… Non so più
come abbia fatto David a procurarsi i soldi per il mio viaggio. Ho viaggiato in terza classe. Dal ponte
guardavo ballare donne ricoperte di gioielli… Perché la fortuna viene così tardi? E qui… in Francia…
Abitavo in una pensioncina… e quando, alla fine del mese, non arrivavano i soldi dall’America, cenavo
con un’arancia in camera mia… Non lo hai mai saputo, vero? Facevo la spavalda… Sì, Dio mi è
testimone che non c’era sempre da stare allegri… Ma che cosa darei per quei giorni, per quelle notti…“
“Adesso tocca a Joyce… E’ strano, la cosa mi irrita e mi consola allo stesso tempo… A te non capita,
vero?“ “No.” “Ne ero certo, sai,” mormorò Hoyos. Dal suono della sua voce Gloria capì che stava
sorridendo.
D’un tratto sbottò: “C’è una cosa che mi tormenta… Mi hai chiesto spesso che cosa aveva detto
Ghédalia riguardo alla malattia di…“ ”Sì, capisco.“ “Ebbene, si tratta di un’angina pectoris. Può morire
da un momento all’altro.“ “Lui ne è al corrente?” “No. Io… ho fatto in modo che Ghédalia non gli
dicesse niente. Voleva costringerlo a rinunciare agli affari… Di che avremmo vissuto? Non ha messo da
parte niente per me, niente, neanche un soldo. Soltanto, non pensavo che dovesse ripartire così presto.
E, questa sera, ha la morte in faccia. Allora non so più, davvero, che cosa sia meglio…“ Hoyos fece
schioccare leggermente le dita con un’espressione di fastidio.
“Perché hai fatto una cosa simile?” “Be’, pensavo di far bene…“ replicò Gloria stizzita ”E’ di te che mi
preoccupavo, come al solito. Che ne sarebbe di te, il giorno in cui David non dovesse più guadagnare
un soldo? Perché sai bene, suppongo, dove va a finire il mio denaro…“ “Oh!“ ribatté Hoyos ridendo,
”non voglio certo vivere fino al giorno in cui non costerò più niente alle donne. Un vecchio amico del
cuore è un vezzo sordido che trovo incantevole.“ Gloria alzò le spalle spazientita. “Oh! Basta! Non vedi
che ho i nervi a pezzi! Che devo fare, allora? Se gli dico la verità e lui molla tutto?… Non dire di no. Tu
non lo conosci. In questo momento non pensa ad altro che alla salute, è ossessionato dall’idea della
morte. Ma non l’hai mai visto, al mattino, nel suo vecchio tabarro, in giardino, al sole? Ah! Mio Dio, se
dovessi vederlo ancora per anni trascinarsi così preferirei che morisse all’istante! Se soltanto… Ah!
Nessuno lo rimpiangerebbe, parola mia…“ Hoyos si chinò, colse un fiore, lo stropicciò leggermente tra
le dita, poi aspirò il profumo rimastogli sulla mano.
“Che aroma,“ mormorò, ”delizioso… un odore sottile di pepe… Probabilmente sono questi
graziosissimi garofanini bianchi che bordano le aiuole… Sei ingiusta nei confronti di tuo marito, mia
cara. E’ un brav’uomo.“ “Un brav’uomo…“ sogghignò lei. ”Ma lo sai quante rovine, suicidi, disgrazie
ha provocato? E’ a causa sua che Marcus, suo socio e amico da ventisei anni, si è ucciso! Non lo sapevi,
vero?“ “No,” fece Hoyos con indifferenza.
“Che devo fare, allora?” incalzò Gloria.
“Oh! C’è una sola cosa da fare, mia sventurata amica… Prepararlo con delicatezza, se possibile, far sì
che capisca… All’affare che ha tra le mani, credo, non rinuncerà… Fischi me ne ha accennato
vagamente… Ma sai che io non ne capisco gran che… Per quel poco che ne ho cavato, gli affari di tuo
marito in questo momento sono in pessime acque. Per rimettersi in sesto conta su una trattativa con i
sovietici… Credo si tratti di petrolio… Ad ogni modo, una cosa è certa: se morisse all’improvviso, nello
stato in cui si trova il suo patrimonio, ti troveresti di fronte a una successione estremamente intricata, a
debiti, più che a soldi…“ “E’ vero,“ mormorò Gloria, ”i suoi affari sono un caos in cui lui stesso, credo,
non sa raccapezzarsi…“ “E nessuno ne è al corrente?” “No,“ fece Gloria alzando le spalle con rabbia,
”non si fida di nessuno al mondo, credo, e di me, men che meno… I suoi affari! Me li tiene nascosti
come fossero amanti!…“ “Bene, lo vedi: se sapesse, se indovinasse che la sua vita è in pericolo,
prenderebbe provvedimenti, ne sono certo… E poi la cosa lo spronerebbe, in qualche misura…“ Rise
sommessamente.
“Il suo ultimo affare, la sua ultima chance… Pensa… Sì, bisogna fargli capire…“ Istintivamente si
girarono entrambi a guardare la casa. Al primo piano la finestra di Golder era illuminata.
“Non dorme…” “Ah!“ proruppe Gloria con voce cupa, ”non posso vederlo, io… Non mi ha mai
capita, mai amata… I soldi, i soldi, tutta la vita… Una specie di macchina… senza cuore, senza
passione… per anni ho condiviso il letto con lui… è sempre stato come è adesso: duro, gelido… I
soldi, gli affari… Mai un sorriso, una carezza… Grida, scenate… Ah! Non sono mai stata felice…“
Tacque. A un suo movimento, il riflesso della luce del lampione sospeso sul viale fece scintillare i
diamanti alle orecchie.
Hoyos sorrise. “Che notte incantevole,“ mormorò rapito, ”i fiori mandano un profumo veramente
delizioso… Il tuo, invece, Gloria, è troppo forte, te l’ho già detto… sovrasta con prepotenza queste
povere roselline d’autunno… Che silenzio… Straordinario… Si sente il rombo del mare… Che notte
calma… Ascolta: per la strada, cantano voci di donna… Delizioso, non è vero? Queste belle voci pure,
la notte… Mi piacciono questi luoghi. Sarebbe un grande dolore, davvero, vedere questa casa venduta.“
“Sei pazzo,” mormorò Gloria, “che cosa dici?” “Dio mio, può succedere… La casa non è intestata a te,
vero?…” Lei non rispose. Hoyos proseguì: “Ci hai provato tante volte, ti ricordi? Ma lui, sempre con il
suo ritornello: ‘Sono ancora vivo’… Non è vero?
“Bisognerebbe parlargli questa notte stessa…” “Sì, effettivamente, sarebbe meglio…“ ”
Immediatamente…“ ”Sarebbe meglio,“ ripeté lui. Gloria si alzò lentamente.
“Ah! Tutta questa storia mi logora i nervi… Tu resti qui?” “Sì, si sta così bene…” Quando Gloria entrò
nella sua camera, Golder stava lavorando: seduto sul letto, il busto appoggiato a una pila di cuscini
stazzonati, la camicia aperta sul petto con le ampie maniche sbottonate che fluttuavano intorno alle
braccia nude. Aveva appoggiato anche la lampada sul letto, sopra a un vassoio, dove ancora restavano
una tazza di tè semivuota e un piatto con delle bucce d’arancia. La luce della lampada cadeva a
perpendicolo sul suo capo chino, illuminando violentemente i capelli bianchi.
Nell’istante in cui Gloria aprì la porta, Golder si girò di scatto, la squadrò, poi borbottò, abbassando
ancor più la fronte: “Allora? Che cosa c’è ancora?“ “Devo parlarti,” rispose lei in tono asciutto.
Golder si tolse gli occhiali e si passò a lungo un lembo del fazzoletto sugli occhi infiammati. Gloria si
sedette sul letto, al suo fianco, il busto rigido, tormentando le perle.
“David, ascolta… E’ indispensabile che ti parli… Tu parti domani… Sei malato, stanco… Ma se ti
capitasse qualcosa, io rimarrei sola al mondo… ci hai pensato?…“ Golder l’ascoltava con aria tetra e
gelida, senza muoversi, senza far parola.
“David…” “Che cosa vuoi da me?” sbottò alla fine, guardandola con quell’espressione dura, ombrosa,
testarda, che lei sola gli conosceva.
“Lasciami in pace, devo lavorare…” “Quello che ti dico per me è importante quanto per te il tuo
lavoro. Non ti sbarazzerai di me tanto facilmente, ti avverto…“ Strinse le labbra con fredda violenza.
“Perché parti così all’improvviso?” “Per affari.” “Eh! Credo bene che tu non vada a trovare un’amante!”
proruppe Gloria alzando le spalle con rabbia, “Oh! David, stai attento, non mi esasperare! Dove vai?
Gli affari vanno molto male, vero?“ “Ma no,” mormorò Golder senza convinzione.
“David!” Aveva gridato, suo malgrado, perdendo le staffe. Si calmò a fatica: “Sono tua moglie, mi
pare… Avrò bene il diritto di interessarmi a delle questioni che ci riguardano entrambi in pari
misura…“ “Finora hai sempre detto: ‘Voglio dei soldi, arrangiati’,” scandì lentamente Golder. “Mi sono
sempre arrangiato. E così sarà finché muoio.“ “Sì, sì,” lo interruppe lei stizzita, una velata minaccia nella
voce, “lo so a memoria, è sempre lo stesso ritornello: il tuo lavoro, il tuo lavoro!… Ma io, intanto, che
cosa ci ricaverò, se tu vieni a mancare? tu, non è vero?, hai disposto tutto così bene che, il giorno della
tua morte, quando i tuoi creditori mi si butteranno addosso, io non avrò un soldo, neanche un soldo!“
“La mia morte! La mia morte! Non sono ancora morto! Ti pare? O no?” gridò Golder d’un tratto,
fremendo. “Taci, hai capito, taci!…” Gloria sogghignò: “Sì, sì, fai come lo struzzo che nasconde la testa
sotto la sabbia! Non vuoi vedere, non vuoi capire!… Bene, tanto peggio!… Hai l’angina pectoris, caro
mio!… Puoi morire anche domani. Perché mi guardi in questo modo?… Oh! Sei proprio il più gran
vigliacco che io abbia mai conosciuto. Un uomo!… E questo sarebbe un uomo!… Guardate un po’!
Sta per svenire, parola mia! Via, non fare quella faccia,“ continuò, alzando le spalle, “puoi vivere ancora
vent’anni, l’ha detto il medico.
Soltanto, che ci vuoi fare? Queste cose vanno guardate in faccia!… E poi, siamo tutti mortali… Pensa a
Nicolas Lévy, a Porjès, a tanti altri che muovevano fortune immense: pure, quando sono morti, che cosa
è restato alle loro vedove? Uno scoperto bancario. Be’, io, invece, non voglio che mi capiti una cosa
simile, chiaro? Sistema le cose. Tanto per cominciare, intestami questa casa. Se tu fossi stato un buon
marito, già da tempo mi avresti assicurato un capitale adeguato. Non possiedo nulla.“ Si interruppe di
botto, gettò un grido. Picchiando un violento pugno, Golder aveva rovesciato il vassoio e la lampada.
Con un fracasso di vetri in frantumi rovinarono sul parquet nel silenzio della casa addormentata.
Gloria prese a gridare: “Bruto!… Bruto!… Cane!… Non sei proprio cambiato!… Sì, sei rimasto tal
quale: l’ebreuccio che vendeva stracci e ferraglia a New York, con il fagotto in spalla. Te ne ricordi?
Eh?“ “E tu, ti ricordi Kiciniev, e la bottega di tuo padre, l’usuraio, nella strada ebraica?… A quei tempi
non ti chiamavi Gloria, eh!… Havké!… Havké!…“ Gridava quel nome, in yiddish, come un insulto,
alzando il pugno. Gloria lo afferrò per le spalle, gli premette il viso contro il seno, per soffocare quelle
grida.
“Taci, taci, taci!… Bruto!… Villano!… I domestici! I domestici ci stanno a sentire!… Non te la
perdonerò mai!… Taci, ti ammazzo, taci!…“ Ma all’improvviso lo lasciò, con un gemito: Golder la
mordeva furibondo con la vecchia bocca, lì, in mezzo alle perle, gridando, gli occhi iniettati di sangue
come un cane rabbioso: “E osi!… Osi lamentarti!… Non possiedi niente!… E questo? E questo? E
questo?…“ Scuoteva con furia la pesante collana, torcendone il filo tra le dita.
Gloria gli aveva piantato le unghie nelle mani, ma Golder teneva duro.
Soffocava, urlava: “Questa, cara mia, vale un milione!… E i tuoi smeraldi? Le tue collane, i tuoi
bracciali, i tuoi anelli?… Con tutto quello che hai, che ti ricopre dalla testa ai piedi… osi dire che non ti
ho assicurato un patrimonio!… Ma guardati, coperta di gioielli, piena di soldi, i soldi che mi hai estorto,
rubato!… Tu, Havké!… Quando ti ho preso, però, eri una povera ragazzetta, una miserabile,
ricordatene!… Camminavi sulla neve con le scarpe rotte, i piedi che sbucavano dalle calze, le mani rosse
e gonfie dal freddo! Ah! Bella mia, io me ne ricordo!… E mi ricordo anche della nave, quando siamo
partiti, del ponte degli emigranti… E adesso, Gloria Golder! Con abiti, gioielli, case, auto, che ho
pagato io, io, con la mia salute, con la mia vita!… Tutto mi hai preso, mi hai spogliato di tutto!… Credi
che io non sappia come, all’acquisto di questa casa, tu e Hoyos vi siete spartiti quasi duecentomila
franchi di commissioni! Paga, paga, paga… dalla mattina alla sera… paga, paga, paga… tutta la vita…
Ma credi che io non vedessi niente, che non capissi, che non sapessi che tu ti arricchivi, che ingrassavi a
mie spese e a quelle di Joyce?… che ammassavi diamanti, titoli!… Sei molto più ricca di me, da anni, lo
sai, lo sai?…“ Il petto lacerato dal gran gridare, Golder si portò le mani alla gola, in preda a un accesso
di tosse, una tosse terribile che gli squassava il corpo come una tempesta. Per un attimo Gloria pensò
che stesse per morire. Ma ebbe ancora la forza di gridarle, con un sibilo roco, un sibilo straziato,
uscitogli dal profondo del petto sconvolto: “La casa!… Non l’avrai! Capisci? Mai…” poi ricadde
all’indietro, immobile, muto, gli occhi chiusi. Pareva essersi dimenticato di lei.
Ascoltava soltanto il sibilo del suo respiro, quella tosse lamentosa che non si calmava, che gli montava
nella gola a ondate, e il cuore, il vecchio cuore malato che picchiava contro le pareti del petto con colpi
sordi e Profondi… Rimase così a lungo. Poi, pian piano, la crisi si risolse. La tosse si fece più debole,
più leggera. Golder girò il capo verso Gloria, mormorò a fatica, estenuato, sfinito, con un fil di voce:
“Accontentati di quel che hai… Perché, te lo giuro, non avrai più niente da me, niente…“ Gloria lo
interruppe suo malgrado. “Non parlare. Fa male sentirti dire certe cose.“ “Lasciami,” sbottò lui,
respingendo la mano che lei gli porgeva: non poteva sopportare il contatto di quella pelle, di quelle dita,
di quegli anelli freddi.
“Lascia perdere. Voglio che tu sappia, una volta per tutte: fintanto che sono vivo, va bene così… Sei
mia moglie, ti ho dato tutto quello che ho potuto… Ma dopo la mia morte non avrai niente. Capisci?
Niente, bella mia, all’infuori di quello che hai già arraffato… ed è già troppo… Ho sistemato le cose in
modo che Joyce abbia tutto. E tu?
Neanche un soldo. Neanche di che vivere. Niente. Niente. Niente. Chiaro?
E’ chiaro?“ Vide le guance di Gloria sbiancare a vista d’occhio sotto il trucco che andava sfacendosi.
“Che cosa dici?” chiese con voce sorda, “sei pazzo, David?” Golder si asciugò il sudore che gli colava
sul volto, guardò cupamente Gloria: “E’ mia volontà, mio desiderio che Joyce sia indipendente, ricca…
Quanto a te…“ Serrò violentemente le mascelle: “Niente, hai capito? Niente…” “Ma perché?” si lasciò
sfuggire Gloria, con una sorta di ingenuità.
“Perché?“ ripeté Golder lentamente. ”Ah! Guarda un po’, vuoi davvero che ti dica il perché?… Bene:
penso di aver fatto abbastanza per te… ti ho arricchita abbastanza, te e i tuoi amanti…“ “Cosa?”
Golder rise bruscamente. “Ah! La cosa ti stupisce?… Ma adesso, ci scommetto, ti è tutto più chiaro,
vero?… Sì… i tuoi amanti… tutti… il piccolo Porjès, Lewis Wichmann… e gli altri… anche Hoyos…
soprattutto Hoyos… Ah! Quello… E’ da vent’anni che ce l’ho sotto agli occhi, con i suoi anelli, i vestiti,
persino le donne pagate con i miei soldi… Ebbene, ne ho abbastanza, chiaro?“ Visto che lei restava in
silenzio, ripeté: “Chiaro? Ah! Se ti vedessi in faccia!… Non provi neanche a simulare!…“ “Perché?”
fece Gloria, e la voce le usciva a fatica, come un sibilo, dalle labbra contratte. “Perché?… Io non ti ho
tradito… Perché si può tradire un marito… un uomo con cui dividi il letto… che ti dà piacere… Ma tu!
… E’ da anni che sei un vecchio malato… uno straccio d’uomo… Tu non ci pensi… non hai contato
gli anni… Sono quasi diciott’anni che non mi tocchi… E prima?“ Scoppiò a ridere. “E prima? David, ti
sei scordato…” D’un tratto il vecchio viso di Golder avvampò, pervaso da un fiotto di sangue, gli occhi
gli si empirono di lacrime. Quella risata… Da anni non la sentiva… da quelle notti in cui tentava invano
di soffocarla sotto i suoi baci… Mormorò, come un tempo: “E’ colpa tua… Non mi hai mai amato…“
Lei rise più forte. “Amare? Te? David Golder? Ma si può amare uno come te? Forse vuoi lasciare tutto
alla tua Joyce perché credi che lei ti voglia bene? Ma anche lei vuol bene solo ai tuoi soldi, vecchio
imbecille!… E’ partita, vero, la tua Joyce?… Ti ha piantato, vecchio, malato, solo!… La tua Joyce!… Ma
quando eri malato, a due passi dalla morte, lei, ti ricordi, quella sera era a ballare… Io, almeno, sono
rimasta, per pudore… Quella? Andrà a ballare anche il giorno del tuo funerale, imbecille! Ah, sì, ti vuol
bene, quella!…“ “Me ne frego!…” Golder tentava di gridare, ma la sua voce straziata era ridotta a un
sibilo roco, strozzato in gola: ‘Me ne frego, non dirmi niente, lo so, lo so. Far soldi per gli altri e poi
crepare, è per questo che sono in questo dannato mondo… Joy è una sgualdrina come te, lo so
benissimo, ma lei, lei non può farmi del male… E’ una parte di me, è mia figlia, tutto quello che ho al
mondo…“ “Tua figlia!…” Gloria, buttata lunga distesa sul letto, era scossa da un riso stridulo, folle.
“Tua figlia! Ne sei certo? Non lo sai, vero? Tu che pure la sai sempre lunga!… Ebbene non è tua! Hai
capito? Non è tua figlia… E’ figlia di Hoyos… Imbecille! Ma non hai mai visto come gli assomiglia,
come gli vuol bene… Perché l’ha capito da un bel po’, te lo assicuro… Non hai mai visto come ridiamo
quando tu abbracci la tua Joyce, la tua bambina!…“ Si interruppe di colpo. Golder non si muoveva, non
diceva niente. Gloria si chinò verso di lui. Golder si nascose il viso tra le mani.
Gloria, meccanicamente, mormorò: “David… Non è vero… Ascolta…” Ma lui non la ascoltava. Si
premeva le mani contro il volto, in preda a una sorta di vergogna, e taceva. Non si accorse che lei si era
alzata, che restava un attimo sulla soglia ferma a guardarlo. Alla fine, Gloria se ne andò.
Più tardi Golder si alzò, si trascinò faticosamente nella vicina stanza da bagno. Voleva bere. Cercò a
lungo la caraffa d’acqua bollita preparata per la notte, senza trovarla. Aprì i rubinetti della vasca, si
bagnò le mani e le labbra. Si rimise lentamente diritto: le ginocchia gli tremavano come a un vecchio
cavallo caduto, tramortito, che ancora tenta di mettersi in piedi sotto i colpi della frusta. Il vento
impetuoso della notte entrava dalla finestra aperta. Golder, con fare assente, vi si accostò, guardò fuori
senza vedere nulla, protendendo il viso in un gesto da cieco. Poi sentì freddo e tornò in camera.
Calpestò delle schegge di vetro, mandò un’imprecazione a mezza voce, guardò con indifferenza il
sangue colare dai suoi piedi nudi, si rimise a letto.
Batteva i denti. Si strinse addosso le coperte, si coprì anche il viso, premette la fronte contro il cuscino.
Era spossato. “Devo dormire… dimenticare… domani, penserò al da farsi… domani…“ Domani? Che
cosa poteva fare? Non c’era niente da fare. Niente. Hoyos… quello sporco mantenuto… e Joyce… “E’
vero, gli assomiglia!” gridò d’un tratto con voce disperata. Ma tacque quasi immediatamente, strinse i
pugni. Gloria aveva detto: “Come gli vuol bene… non te ne sei mai accorto?… ha capito da tanto
tempo…“ Joyce sapeva, rideva di lui, veniva a fargli le moine solo per i soldi. Piccola sgualdrina,
piccola… A fatica, le labbra secche, mormorò: “Non mi merito una cosa simile…“ Come l’aveva
amata, come era stato fiero di lei… Eppure, tutti quanti, se ne erano bellamente infischiati di lui… Una
figlia sua, povero imbecille, davvero aveva potuto credere di possedere qualcosa di suo al mondo… Che
destino… Lavorare tutta la vita per restare alla fine solo e abbandonato, a mani vuote… Una figlia! Ma
a quarant’anni era già vecchio e freddo come un morto! Era colpa di Gloria, l’aveva sempre detestato,
disprezzato, respinto… come rideva… perché era brutto, goffo, impacciato… E, all’inizio, quando
erano poveri, come era terrorizzata, spaventata all’idea di un figlio… “David, mi raccomando, David, fa
attenzione, se mi metti incinta mi ammazzo…“ Belle notti d’amore, davvero! E poi… ora si ricordava,
si ricordava bene… Erano passati diciannove anni da allora. Fece il calcolo: era il 1907. Diciannove
anni. Gloria era in Europa, lui in America. Qualche mese prima, come non era mai accaduto, aveva
guadagnato dei soldi, molti soldi in una transazione immobiliare… E di nuovo non aveva più nulla.
Gloria si aggirava da sola da qualche parte, in Italia.
Di tanto in tanto spediva laconici telegrammi: “Senza soldi”. Ogni volta lui se ne procurava, per lei.
Come? Ah! Un marito ebreo deve sapersi arrangiare… Si era costituita una compagnia di finanzieri
americani per creare una linea ferroviaria all’Ovest, una regione impervia, piatta, paludosa… Nel giro di
di ciotto mesi il denaro era esaurito e tutti, uno dopo l’altro, avevano abbandonato l’impresa… Era
stato lui, allora, a riprendere in mano l’affare. Aveva trovato dei capitali, si era recato sul posto, vi si era
fermato… Quando aveva le mani in pasta in un affare – quelle sue mani forti, tozze – non lo mollava
tanto facilmente, no davvero… Viveva come gli operai, in una baracca di assi marce. Era la stagione
delle piogge. L’acqua trasudava dai muri, colava dai tetti sconnessi; all’imbrunire le enormi zanzare delle
paludi sibilavano nell’aria. Ogni giorno degli uomini morivano per le febbri. Venivano sepolti di sera per
non interrompere il lavoro. Le bare stavano in attesa tutto il giorno, sotto teloni fradici, luccicanti di
pioggia, che sbattevano al vento.
Ed era lì che Gloria aveva fatto la sua comparsa un giorno, con le sue pellicce, le sue unghie laccate, i
suoi tacchi aguzzi che affondavano nella melma… Golder ricordava ancora come era arrivata, come era
entrata da lui, come aveva aperto a fatica una finestrella dai vetri incrostati. Fuori gracidavano le rane.
Era una sera d’autunno, dal cielo basso, purpureo, quasi bruno, che si rifletteva nelle paludi… Bello
spettacolo… Un villaggio miserando… odore di legno ammuffito, di fango, d’acqua… Golder
continuava a ripetere: “Sei pazza… Ma perché sei venuta? Ti prenderai le febbri… Mi manca solo
d’accollarmi il peso di una donna…“ “Mi annoiavo, volevo vederti, siamo marito e moglie e viviamo
come estranei, ai due capi del mondo. “ Più tardi le aveva chiesto: ”Dove dormirai?“ C’era solo un
lettino da campo, stretto e duro. Lei, ancora se ne ricordava, aveva risposto, con un fil di voce: “Con te,
David…” Dio solo sapeva come, quella notte, lui non la desiderasse affatto. Era abbrutito dalla fatica,
dal lavoro, dalle notti insonni, dalla febbre… Respirava con una sorta di timore il suo profumo
dimenticato. Ripeteva: “Sei pazza, sei pazza…” mentre lei gli si stringeva contro, il corpo ardente,
mormorando con odio, a denti stretti: “Possibile che tu non senta niente? Non sei più un uomo? Non ti
vergogni?…“ Non aveva forse già intuito qualcosa allora?… Non si ricordava più neanche lui… A volte
si chiudono gli occhi, si guarda altrove, non si vuole vedere… A che scopo, del resto? Quando non si
può far niente… E, in seguito, ci si dimentica… Quella notte, quando lei si era staccata da lui, con un
gesto stanco, sazio, di bestia soddisfatta, si era addormentata, buttata sul letto, le braccia spalancate,
Aspirando violentemente, come in preda a un incubo… Lui si era alzato. Aveva lavorato come tutte le
notti. La lampada a petrolio scoppiettava e faceva fumo, pioveva, le rane gracidavano sotto alle finestre.
Qualche giorno dopo Gloria era ripartita. Quell’anno era nata Joyce… Naturalmente… Joy… Joy…
Golder ripeteva quel nome, inebetito, con un singhiozzo roco e breve, come il grido di un animale…
Quanto l’aveva amata… La sua piccola… la sua bambina… Le aveva dato tutto. E lei se ne infischiava,
gli faceva le moine proprio come una sgualdrina accarezza e bacia il vecchio che la ama… Sapeva
benissimo che lui non era suo padre… Tutto per i soldi, solo per i soldi. Sarebbe partita, altrimenti,
come aveva fatto? E quando le dava un bacio, e lei si scostava… “Oh! Dad, mi porti via la cipria…” Si
vergognava di lui.
Era goffo e maldestro, rozzo di maniere… Un’umiliazione selvaggia gli straziava il cuore. Dagli occhi
gonfi, giù per una guancia, gli rotolò una grossa lacrima calda. La asciugò con dita tremanti. Piangere
per un motivo del genere, per quella puttanella, lui, David Golder!… “E’ partita, ti ha abbandonato,
malato, solo…“ Ma, almeno, quella volta non aveva ottenuto un soldo da lui. Si ricordò, con un piacere
acuto, irrefrenabile, come fosse partita senza un soldo. Hoyos… aveva detto: “Bisognava darle uno
schiaffo, caro mio…” A che scopo? Era quella la migliore vendetta. Si erano scordati che i soldi erano
suoi e che domani, se lui voleva, sarebbero crepati tutti di fame, tutti… Diceva “tutti”, ma era a Joyce
che pensava. Non le avrebbe lasciato più niente, neanche un soldo, niente… Batté un’unghia, con un
colpetto secco, contro i denti serrati… Ah! Si erano scordati chi era lui… Un poveruomo malato, a due
passi dalla morte, ingannato, ridicolo, ma pur sempre David Golder! A Londra, a Parigi, a New York
dire “David Golder” era fare il nome di un vecchio ebreo spietato, detestato e temuto da che era al
mondo, che aveva annientato quelli che gli si opponevano.
“Canaglie, canaglie,“ mormorò. ”Ah, gliela farò vedere prima di morire..- perché lei ha detto, perché si
deve morire…“ Le mani tremanti si impigliavano nelle pieghe della coperta; Golder guardò, con una
sorta di compassione disperata, quelle dita tozze scosse dalla febbre. “Come mi hanno ridotto!” Chiuse
gli occhi, con una smorfia d’odio mormorò: “Gloria”. Le sue perle viscide e gelide come serpi
aggrovigliate… e quell’altra… la sgualdrinella… “Che cosa sono tutte e due senza di me? Niente, feccia.
Ho lavorato, ho ucciso,“ gridò tutt’a un tratto, con voce strana; poi fece una pausa, prese a torcersi
lentamente le mani, “sì, ho ucciso Simon Marcus, lo so bene… Lo sai benissimo, andiamo,“ ripeté
cupamente rivolgendosi a se stesso, ”e adesso… Quella si immagina che continuerò così, a lavorare
come un cane finché crepo, se lo immagina di sicuro, ci scommetto!…“ Fu preso da un accesso di riso
convulso e bizzarro, come una tosse strozzata. “La vecchia pazza… e quell’altra, la…“ Imprecò in
yiddish, sussurrò una maledizione… “No, bella mia, è finita, proprio finita…” Faceva giorno. Sentì un
rumore dietro alla porta. Con fare assente gridò: “Che cosa c’è?” “Un telegramma, signore.” “Entri.” Il
domestico ebbe un moto di sorpresa: “Il signore è malato?” Golder non rispose, prese il telegramma,
lesse: “Senza soldi. Joyce.” “Se il signore vuole rispondere,” fece il domestico, che lo guardava in modo
strano, “il telegrafista è ancora qui…” “Come?“ replicò Golder, parlando con lentezza, ”No… Non c’è
risposta…“ Tornò a coricarsi, rimase immobile, a occhi chiusi. Qualche ora più tardi Loewe lo trovò
così. Non si era mosso. Ansimava con un’espressione di sforzo doloroso, il capo riverso all’indietro, le
labbra socchiuse, tremanti, livide per la febbre e per la sete.
Rifiutò di alzarsi, di rispondere: né una parola, né un ordine gli uscirono dalle labbra. Pareva per metà
morto, distaccato dal mondo.
Loewe gli mise in mano delle lettere con richieste di credito, di dilazione, d’aiuto, ma, ogni volta, quelle
dita inerti ricadevano senza firmare. Loewe, sconvolto, ripartì la sera stessa. Tre giorni più tardi,
trascinando con sé destini diversi, come una massa d’acqua indifferente, la rovina di David Golder in
Borsa si era compiuta.
CAPITOLO 7.
Quella notte Joyce e Alee l’avrebbero passata nei pressi di Ascain.
Avevano lasciato Madrid da dieci giorni, e si aggiravano così, per i Pirenei, incapaci di staccarsi uno
dalle braccia dell’altra. Di solito era Joyce a guidare, mentre Alee e Jill dormivano storditi dal sole. Di
sera si fermavano, cenavano nei giardini di locande piene di innamorati, di organetti, di glicini in fiore;
lanterne di carta oleata ardevano tra i rami, a volte prendevano fuoco all’improvviso: una fiamma viva,
dorata, lambiva le foglie e ricadeva in ceneri nere. I due ragazzi, i gomiti appoggiati a un tavolo
zoppicante, bevevano vino freddo, si accarezzavano, serviti da una giovane donna dai capelli raccolti
sulla nuca con un fazzoletto scuro, poi salivano per la notte in camere spoglie e fresche, facevano
l’amore, dormivano, ripartivano il giorno seguente.
Quella sera erano sulla strada di Ascain, in montagna. Il sole al tramonto dipingeva di rosa, di un tenero
rosa confetto, le case del piccolo villaggio.
“Domani,” disse Alee, “sai che gusto… Lady Rovenna…” “Oh!“ proruppe Joyce incollerita, ”è una
donna orribile, brutta, perfida…“ “Bisogna pur vivere. Quando saremo sposati andrò a letto soltanto
con delle belle ragazze, Joy,“ soggiunse Alee ridendo. Posò con dolcezza una mano sulla nuca sottile di
Joy, la strinse: “Joy… Ti desidero tanto, lo sai. Te sola…“ “Ma certo, lo so perfettamente,” replicò Joy in
tono fatuo, con quella smorfia di trionfo che le inturgidiva le belle labbra dipinte, “lo so, dai…“
L’oscurità avanzava. Alle falde dei Pirenei le piccole nuvole tranquille della sera cominciavano a
scivolare in fondo alle gole dove si rincantucciavano in attesa della notte. Joyce fermò l’auto davanti a
una locanda. La padrona venne ad aprire la portiera.
“Un’unica camera con letto matrimoniale, signore, signora?” chiese sorridendo appena li vide.
Era una stanza immensa, con il pavimento di legno chiaro, un letto enorme, alto e massiccio; Joyce
corse a buttarsi in tutta la sua lunghezza sul piumino a fiori.
“Alee… vieni…” Alee si chinò su di lei. Un po’ più tardi, Joyce gemette: “Guarda… quante zanzare…“
Volavano in tondo all’altezza del soffitto, intorno alla lampada accesa.
Alee si affrettò a spegnerla. La notte era calata all’improvviso, di soppiatto, mentre si abbracciavano.
Sotto alle finestre, nel piccolo giardino piantato a girasoli, si sentì a un tratto colare l’acqua della
fontana.
“Metteranno in fresco il vino bianco?“ disse Alee, gli occhi accesi, ”ho fame, ho sete…“ “Che cosa ci
sarà da mangiare?” “Ho ordinato i gamberi e il vino,“ rispose Alee, ”ma, per il resto, ci accontenteremo
di quel che c’è, bella mia. Ti rendi conto che ci restano cinquecento franchi? In dieci giorni ne abbiamo
fatti fuori cinquantamila. Se tuo padre non ti manda niente…“ “Quando penso che quell’uomo mi ha
lasciato partire senza un soldo!…” lo interruppe Joyce con rancore. “Non gliela perdonerò mai… Se
non fosse stato per il vecchio Fischi…“ “Che cosa ti ha chiesto esattamente di fargli in cambio dei suoi
cinquantamila franchi, il vecchio Fischi?“ domandò Alee in tono ambiguo.
Joyce gridò, punta sul vivo: “Niente! Oh! te lo giuro!… Soltanto l’idea che possa toccarmi con quelle
sue manacce mi fa vomitare! Sei tu, mascalzoncello, che vai a letto con delle vecchie come Lady
Rovenna per i soldi!…“ Gli ghermì con i denti la bocca, quasi fosse un frutto, e gli morse
violentemente le labbra.
Alee lanciò un grido. “Oh! Mi hai fatto sanguinare, brutta bestiola, guarda…“ Joyce rideva nella
penombra.
“Su, dai, andiamo giù…” Uscirono in giardino, con Jill alle calcagna. Erano soli, la locanda sembrava
deserta. Una grande luna gialla stava sospesa tra gli alberi, nel cielo ancora chiaro. Joyce sollevò il
coperchio della zuppiera fumante e ne aspirò il profumo con un piccolo mugolio di piacere.
“Oh!… Che profumino… Passami il piatto…” Lo serviva in piedi. Aveva un’aria così buffa, truccata, a
braccia nude, tutta intenta a ricacciare all’indietro, con gesti bruschi, la collana di perle – che Alee,
guardandola, scoppiò a ridere.
“Che c’è?” “Oh! Niente… E’ buffo… non hai l’aspetto di una donna…” “Di una ragazza,” lo
interruppe lei con una smorfietta.
“Non riesco a immaginare che tu sia stata piccola… Non sarai per caso venuta al mondo cantando e
ballando, con gli occhi dipinti e gli anelli alle dita, eh? Sei capace di tagliare il pane? Ne vorrei un po’.“
“Io no, e tu?” “Neanch’io.” Chiamarono la serva che tagliò a fette la pagnotta appoggiandosela contro il
seno. Joyce, il capo riverso all’indietro, la osservava con noncuranza, stirando languidamente le braccia
nude. “Quando ero piccola ero molto bella… Mi accarezzavano, mi tormentavano…“ “Chi?” “Gli
uomini. Soprattutto i vecchi, naturalmente…” La serva portò via i piatti vuoti e tornò con una terrina
piena di gamberi che navigavano in un brodo bollente, profumato di spezie. Li divorarono con un
appetito straordinario. Joyce li insaporì ancora con il pepe e la lingua le si infuocò. Alee versò
delicatamente il vino ghiacciato nei bicchieri, che si appannarono.
“Ci porteremo dello champagne in camera, questa notte, come sempre,” mormorò Joyce un po’ brilla,
schiacciando tra i denti un gambero enorme, “di’ un po’, che champagne hanno? Voglio del Cliquot
molto secco.” Alzò il bicchiere con entrambe le mani. “Guarda… Questa sera il vino ha lo stesso colore
della luna, tutto d’oro… guarda…“ Bevvero insieme, congiungendo le labbra umide, odorose di spezie,
ma così giovani che nulla poteva alterare il loro tenero gusto di frutti.
Con il pollo al salto guarnito di olive e peperoncino vuotarono una bottiglia di chambertin scarlatto,
caldo e gustoso, che lasciava la bocca profumata. Poi Alee ordinò dell’acquavite, e la versò in grandi
bicchieri già colmi a metà di champagne. Joyce beveva. Al momento del dessert cominciò a perdersi in
fantasticherie. Il cane accoccolato sulle ginocchia, guardava il cielo con il capo riverso, passando e
ripassando, con gran foga la punta delle dita tra le ciocche dei suoi corti capelli d’oro.
“Vorrei dormire all’aperto la notte intera… Vorrei restare qui tutta la vita… Vorrei fare l’amore tutta la
vita… E tu?“ “Mi piacciono alla follia i tuoi piccoli seni,” fece Alee. Poi tacque.
Quando beveva diventava taciturno. Continuò a mescere, goccia a goccia, l’acquavite nello champagne
dorato.
Era una tranquilla notte di campagna; il chiaro di luna sfavillava sui monti, le cicale frinivano.
“Credono che venga già chiaro,” mormorò Joyce incantata. Tra le sue braccia il cagnolino si era
addormentato e Joyce, che non voleva muoversi, disse: “Alee, mettimi in bocca una sigaretta, e
accendila”.
Alee, a tastoni, le infilò una sigaretta tra le labbra, poi la ghermì violentemente al collo, balbettando
parole indistinte. Joyce distese bruscamente le gambe e il cagnolino, risvegliato, saltò a terra, si adagiò
nell’erba, allungò le zampe e prese a scavare con il naso nel terriccio umido e profumato di settembre.
Alee, in un sussurro, la supplicò: “Joy, vieni, giochiamo all’amore…” “Jill, andiamo!” ordinò Joyce al
suo cane.
Jill alzò gli occhi e parve esitare. Ma i due già sparivano nell’ombra, camminando verso casa con passo
incerto e lento, i giovani visi inebriati stretti uno all’altro. Jill si alzò con un lieve brontolio, simile a un
sospiro umano, e li seguì, fermandosi a ogni passo per annusare il terreno.
Una volta in camera, come al solito, si piazzò di fronte al letto, e Joy non mancò di dire, come tutte le
sere: “Jill, vecchio libertino, per lo spettacolo si paga!“ La luna macchiava di grandi chiazze d’argento
l’impiantito. Joy si svestì lentamente, poi, nuda, si mise davanti alla finestra: addosso aveva solo le perle,
che brillavano in quel chiarore freddo. “Sono bella, ti piaccio, Alee?“ “L’ultima notte,“ disse Alee in
tono lamentoso, come un bambino, ”senza più soldi, senza più niente… Dobbiamo tornare, dobbiamo
lasciarci… Per quanto tempo?“ “E’ vero, Dio mio…” Per la prima volta, quella notte, non si buttarono
ingordamente nell’amore, per poi addormentarsi come giovani animali selvaggi stanchi di giocare:
sentivano un peso sul cuore e, al chiar di luna, distesi sul piumino a fiori, si tennero a lungo tra le
braccia, cullandosi teneramente, senza parlare e quasi senza desiderarsi.
Poi sentirono freddo, chiusero le imposte, tirarono la tenda di cretonne blu e rosa davanti alla finestra.
La corrente elettrica era stata tolta, era tardi, una candela accesa, sopra a un angolo del tavolo,
proiettava le loro ombre danzanti sul soffitto; da molto lontano si udì uno scalpiccio sordo di zoccoli
che colpivano il suolo.
“Qui accanto c’è una fattoria, probabilmente,” disse Alee, visto che Joy sollevava la testa, “sono animali
che sognano…” Jill, nel sonno, si girò su un fianco con un gran sospiro, talmente spossato e infelice
che Joy, ridendo, mormorò: “Daddy sospira così quando ha perduto in Borsa… Oh! Alee, come sono
fresche le tue ginocchia!…“ Sul soffitto bianco le loro ombre congiunte formavano un nodo bizzarro,
come un mazzo di fiori e di erbe.
Joyce si passò lentamente le mani sulle anche frementi e indolenzite.
“Oh! Alee, quanto amo l’amore…”
CAPITOLO 8.
Golder fece ritorno da solo a Parigi. Venduta la casa di Biarritz, Gloria e Joyce partirono per una
crociera sullo yacht di Behring insieme a Hoyos, Alee e i Mannering. Soltanto a dicembre Gloria tornò a
Parigi: immediatamente si recò da Golder con un antiquario per procedere alla vendita dei mobili. Con
una sorta di tetro piacere Golder assistette alla partenza del tavolo ornato di sfingi di bronzo, del letto
Luigi XV, con i suoi amorini, i suoi carquois, il suo baldacchino a cupola. Da tempo dormiva nel salone
sopra una branda stretta e dura. Verso sera, quando gli ultimi furgoni carichi di mobilia si furono
allontanati, nell’appartamento restò soltanto qualche sedia impagliata e un tavolo da cucina in legno
d’abete. Trucioli e vecchi giornali erano disseminati per il pavimento. Gloria tornò. Il vecchio Golder
non si era mosso.
Stava semidisteso sul suo letto, il busto avvolto da un plaid nero a riquadri, gli occhi fissi, con
un’espressione di sollievo, alle grandi finestre spoglie, liberate dai tendaggi di damasco che impedivano
il passaggio della luce e dell’aria.
Gloria entrò e il parquet sguarnito scricchiolò sonoramente sotto ai suoi passi. Quel rumore parve
sorprenderla: trasalì nervosamente, si fermò, poi proseguì, sforzandosi di camminare sulla punta dei
piedi, oscillando involontariamente con tutta la persona, ma quel gemito stridulo non si attenuava.
Gloria si sedette con fare brusco di fronte a Golder.
“David…” Per un istante si fissarono, senza proferire parola, gli occhi duri.
Gloria cercava di sorridere ma, senza che se ne avvedesse, la sua mascella rozza, squadrata, sporgeva in
avanti con quel movimento ferino che conferiva al suo viso, quando non lo controllava, un’espressione
animalesca. Infine, sferzando nervosamente l’aria con i guanti arrotolati, disse: “Allora, sei soddisfatto,
sei contento, adesso?” “Sì,” rispose Golder.
Gloria strinse con violenza le labbra e sussurrò, con una voce strana e acuta, sibilante: “Pazzo…
vecchio pazzo… tu credi che io, senza di te e i tuoi maledetti soldi, crepi di fame, vero?… Guarda,
allora… Non ho poi un aspetto così misero, mi pare! E questo, l’hai visto?“ chiese, e con gesto brusco e
ostentato fece tintinnare il bracciale nuovo che portava al poso. “Questo qui non l’hai pagato tu, vero?
E allora, che diavolo hai creduto di fare? Sei il solo tu a pagarne le conseguenze, imbecille… Io, da
parte mia, mi sono arrangiata… E tutto quello che si trovava in questa casa appartiene a me, a me,“
ripeté, picchiando contro il legno della seggiola con furia, “e se tu provassi mai a impedirmi di vendere
come e quando io vorrò, avrai a che fare con me, ladro!… Meriteresti la galera…“ sibilò. ”Lasciare
senza risorse una donna, dopo tanti anni di vita in comune e… Ma di’, di’ qualcosa!“ gridò a un tratto.
“Vedi bene che sono al corrente di tutto, no?
Confessa! L’hai fatto per lasciarmi senza soldi… Hai mandato in rovina, hai portato al fallimento dei
disgraziati, e te stesso… preferisci crepare solo come un cane pur di sapere anche me in miseria, vero?
E’ per questo? Sì? Per questo?“ “Io me ne infischio bellamente,” disse Golder. Chiuse gli occhi, ripeté
in un soffio: “Me ne infischio a tal punto di te, se tu sapessi… di te, dei tuoi soldi e di tutto quello che ti
riguarda… E poi, cara mia, i tuoi soldi finiranno presto… credimi, quando non c’è un marito ad
alimentare la cassa se ne vanno in fretta…“ Parlava senza collera, con voce sommessa, mite, da vecchio,
rialzando con gesto assente, il colletto della giacca fino a coprirsi le guance. Un vento gelido tirava dalla
strada dalle sconnessure della finestra spoglia.
“Sì… se ne vanno in fretta… Avrai giocato in Borsa, suppongo… Quest’anno dicono che basta mettere
gli occhi su un titolo perché vada alle stelle… ma non durerà… e Hoyos…“ gli sfuggì un risolino
inatteso, quasi giovanile. “Ah! Che vita farete, fra uno, due anni, ragazzi miei!…“ “E tu? Che vita fai? Ti
sei sepolto vivo!…” “L’ho voluto io,” replicò bruscamente Golder con una sorta di violenza altezzosa,
“e ho sempre fatto quello che volevo io, a questo mondo…” Gloria tacque e prese lentamente a
districare i guanti arrotolati.
“Resterai qui?” “Non so.” “Hai ancora dei soldi, vero?” mormorò Gloria. “Ti sei arrangiato?” Golder
chinò il capo da un lato.
“Sì,“ rispose, parlando di nuovo con mitezza, ”ma non provarti a chiedermene, sai… non è il caso… mi
son arrangiato bene…“ Lei sogghignò, accennando con il mento alla stanza vuota.
“Oh! Son ben contento di essermi sbarazzato di tutta questa roba… delle sfingi, degli allori… non ho
bisogno di cose simili, io,“ disse Golder con aria stanca, chiudendo gli occhi.
Gloria si alzò, raccolse la sua pelliccia di volpe, la borsetta e cominciò a incipriarsi lentamente davanti
allo specchio del camino.
“Credo che Joyce verrà a trovarti presto…” Visto che Golder non replicava aggiunse piano: “Ha
bisogno di soldi…” Riflessa nello specchio scorse un’espressione strana sul vecchio volto indurito di
Golder. Allora, a mezza voce, in un soffio, disse, quasi suo malgrado: “E’ a motivo di Joyce che è
successo tutto questo, vero?” Si avvide chiaramente che a Golder tremavano le guance e le mani, scosse
da un fremito improvviso.
“E’ per lei soprattutto, non è vero? Lei, che non ti ha fatto niente?… E’ strano.“ Le sfuggì un risolino
forzato, secco e stridulo.
“Quanto la ami… Mio Dio, quanto la ami… come un vecchio innamorato… è ridicolo…“ “Basta!
”gridò Golder.
Gloria represse un moto di spavento e mormorò, inarcando le sopracciglia: “Allora, si ricomincia? Vuoi
che ti faccia rinchiudere?” “Ne saresti capacissima, credo…” Golder sospirò, con aria stanca e
incollerita.
“Vattene.” Sembrava calmarsi, a costo di molti sforzi. Lentamente si asciugò il sudore che gli colava sul
viso.
“Va’. Per favore.” “Allora… addio?” Senza rispondere Golder si alzò e andò in un’altra stanza. Si chiuse
la porta alle spalle con uno schianto sordo che rimbombò a lungo nella casa deserta. Gloria pensò che
era sempre così che si concludevano un tempo i loro litigi… e poi che, verosimilmente, non l’avrebbe
più rivisto… quella vita solitaria l’avrebbe consunto in breve tempo… “Tanti anni vissuti insieme per
finire così… E perché? Alla loro età… Cose che succedono ogni giorno… L’aveva voluto lui… Peggio
per lui… Ma che cosa insulsa, mio Dio… insulsa…“ Uscì, richiuse la porta, scese a passi pesanti le
scale. Golder era solo.
CAPITOLO 9.
Golder restò solo a lungo. Perlomeno la famiglia non lo tormentò più.
Tutte le mattine veniva il medico; attraversava affrettando il passo le stanze deserte immerse nella
penombra, entrava in camera di Golder, auscultava il vecchio petto ancora pieno dei profondi e sordi
rantoli della notte. Ma il cuore andava meglio. La malattia si era assopita. E anche il vecchio Golder
sembrava sprofondato in una specie di sonno, di cupo torpore. Si alzava, si vestiva ansimando,
lentamente, come per risparmiare il più possibile le forze, le energie prime della vita.
Faceva due volte il giro dell’appartamento, calcolando ogni movimento dei muscoli, ogni battito delle
arterie e del cuore. Dosava di persona i cibi grammo per grammo sulle bilance dell’ufficio, sorvegliava,
orologio alla mano, il grado di cottura del suo uovo alla coque.
Nell’immensa cucina, dove un tempo si aggiravano comodamente cinque domestici, ora, sola, una
vecchia donna tuttofare, curva sui fornelli, gli preparava i pasti, guardandolo con certi occhi rassegnati e
stanchi, mentre lui passeggiava avanti e indietro, le mani allacciate dietro la schiena, avvolto in una
vestaglia acquistata un tempo a Londra, la cui logora seta viola lasciava sfuggire dai buchi che qui e là la
costellavano dei ciuffetti di lana bianca.
Poi Golder faceva portare una poltrona e uno sgabello davanti alla finestra del salone e restava lì tutto il
giorno, facendo solitari sopra a un vassoio appoggiato di traverso sulle sue ginocchia. Quando c’era il
sole usciva, arrivava fino dal farmacista nella strada accanto, si pesava, e tornava lentamente a casa,
fermandosi ogni cinquanta passi per tirare il fiato, curvo sul suo bastone, tenendo ben stretti, con la
mano sinistra, i due lembi della sciarpa di lana, rigirata due volte intorno al collo e chiusa sul petto da
una spilla.
All’imbrunire veniva a giocare con lui a carte Soifer, un vecchio ebreo tedesco conosciuto molti anni
prima in Slesia, poi perso di vista e ritrovato da pochi mesi. Soifer era stato rovinato dall’inflazione, ma
aveva in seguito speculato sul franco e riguadagnato tutto quello che aveva perso. Ciò nonostante aveva
serbato una grande diffidenza, accresciutasi di anno in anno, verso il denaro, che guerre e rivoluzioni
potevano trasformare, dall’oggi al domani, in vecchi titoli senza valore. Soifer, a poco a poco, aveva
reinvestito il suo capitale in gioielli. In una cassaforte, a Londra, possedeva dei diamanti, delle perle
meravigliose, degli smeraldi di tale bellezza che nemmeno Gloria, un tempo, ne possedeva di uguali.
Eppure era di un’avarizia che confinava con la follia. Abitava in un sordido appartamento ammobiliato,
in una viuzza sudicia di Passy. Non era mai salito su un taxi, nemmeno quando un amico si offriva di
pagare: “Non mi piace,“ diceva, ”prendere delle abitudini al lusso che poi non mi posso permettere“.
D’inverno aspettava l’autobus, sotto la pioggia, per ore e ore: uno dopo l’altro li lasciava partire quando
la seconda classe era al completo. Per tutta la vita aveva camminato sulla punta dei piedi per far durare
più a lungo le scarpe. Da qualche anno, avendo perso tutti i denti, mangiava soltanto pappette e verdure
passate per evitare la spesa della dentiera.
Con la sua pelle gialla, secca e trasparente come una foglia d’autunno, aveva un’espressione di patetica
nobiltà, come hanno a volte i vecchi ergastolani carichi d’anni. Ma la bocca, sdentata, bavosa, persa tra
le rughe profonde del volto, ispirava una sorta di repulsione e di spavento.
Tutti i giorni Golder lo lasciava vincere una ventina di franchi e lo ascoltava parlare degli affari altrui.
Era dotato di una specie di umorismo caustico simile a quello dello stesso Golder, cosa che li faceva
gradire uno la compagnia dell’altro. In seguito a Soifer sarebbe toccato morire solo come un cane, senza
un amico, senza una corona di fiori sulla tomba, sepolto nel cimitero più a buon mercato di Parigi dalla
famiglia che lo odiava, e che lui pure aveva odiato, ma a cui lasciava una fortuna di più di trenta milioni,
compiendo così fino in fondo l’incomprensibile destino di ogni buon ebreo su questa terra.
Ogni giorno, alle cinque, intorno a un tavolo in legno d’abete, davanti alla finestra del salone, Golder,
nella sua vestaglia viola, e Soifer, le spalle avvolte da uno scialle da donna di lana nera, giocavano a carte.
Nell’appartamento silenzioso gli accessi di tosse di Golder riecheggiavano con un cupo e strano
rimbombo. Il vecchio Soifer si lamentava, la voce irritata e piagnucolosa.
Accanto a loro c’era del tè bollente dentro a grandi bicchieri con la base d’argento, che Golder aveva
fatto venire un tempo dalla Russia.
Soifer si interrompeva, appoggiava le carte sul tavolo, coprendole con gesto istintivo con la mano piatta
e beveva dicendo: “Lo sa lei che lo zucchero sta per rincarare ancora?“ E poi: “Lo sa che la Banca
Lalleman finanzierà la Compagnia mineraria franco–argentina?“ Allora Golder alzava di scatto il capo,
lo sguardo vivo e ardente come una fiamma soffocata che sbuchi da sotto la cenere per poi tornare a
languire. Mormorava fiaccamente: “Non dev’essere un cattivo affare“.
“L’unico buon affare è prendere il proprio danaro, convertirlo in beni sicuri – se ancora se ne trovano –
sedercisi sopra e covarlo come una vecchia chioccia… Tocca a lei, Golder…“ Riprendevano le carte.
“Lo sa lei,“ disse Soifer entrando, ”lo sa lei che cos’altro escogiteranno ancora?“ “Chi?” Soifer mostrò il
pugno alla finestra e a Parigi intera.
“L’altro ieri,“ proseguì con quella sua voce acuta e gemebonda, ”erano le imposte sul reddito, domani
l’affitto. Otto giorni fa quarantatrè franchi di gas. Poi mia moglie va a comprarsi un cappello nuovo.
Settantadue franchi!… Una specie di vaso capovolto!… Mi sta anche bene pagare per qualcosa di bello,
per qualcosa che duri… ma quel coso! Non le farà neanche due stagioni!… E alla sua età!… Un bel
lenzuolo funebre, ecco quello che fa per lei! Ecco quello per cui avrei speso volentieri!… Settantadue
franchi!… Ai miei tempi, al mio paese, per questo prezzo si comprava una pelliccia di pelo d’orso!…
Oh! Mio Dio, mio Dio, se mio figlio un giorno volesse prender moglie lo strozzo con le mie mani…
sarebbe la cosa migliore anche per lui, povero ragazzo!… piuttosto di continuare a pagare tutta la vita,
come lei e come me!… E oggi sembra che, se non vado a rinnovare la mia carta d’identità, mi
espellono!… Povero, vecchio, malato, dove potrei andare, le chiedo!“ “In Germania.” Soifer borbottò:
“Ah sì, proprio, in Germania… che peste la colga!… Lei sa che in Germania ho avuto delle storie
annose per delle forniture di guerra. No, non lo sapeva?… Be’, bisogna che vada: chiudono alle
quattro… E lo sa lei quanto viene a costare questa bazzeccola?… Trecento franchi, caro il mio Golder,
trecento franchi, più le spese, senza contare il tempo perso, i venti franchi che lei mi lascia vincere, visto
che non abbiamo neanche il tempo di fare una partita!… Ah! Signore Iddio! Non vuole venire con me?
Così si distrae un po’, il tempo è bello.“ “Vuole che paghi io il taxi?” chiese Golder con il suo sorriso
aspro e repentino come un accesso di tosse.
“In fede mia,“ rispose Soifer, ”speravo solo in un tram… Lei sa che io non salgo mai su un taxi per non
prendere cattive abitudini… Ma oggi le mie vecchie gambe pesano come piombo… E se le fa piacere
buttare i suoi soldi dalla finestra…“ Uscirono insieme, entrambi appoggiati a un bastone. Golder, in
silenzio, ascoltava il compagno raccontare un affare riguardante delle partite di zucchero che si era
appena concluso con una bancarotta fraudolenta.
Menzionando le cifre e i nomi degli azionisti compromessi, Soifer si fregava le mani tremanti, con
espressione beata.
CAPITOLO 10.
Uscendo dalla questura, a Golder venne voglia di camminare. Era ancora chiaro: gli ultimi raggi di un
rosso sole invernale illuminavano la Senna. Attraversarono il ponte, risalirono a caso una strada dietro
l’Hotel de Ville, poi un’altra che risultò essere la Vieille–du-Temple.
D’un tratto Soifer si fermò. “Lo sa dove siamo?” “No,” rispose Golder con indifferenza.
“Caro mio, qui, a due passi, nella rue des Rosiers c’è un ristorantino ebreo, l’unico a Parigi dove
sappiano fare come si deve il luccio farcito. Venga a cena con me.“ “Non penserà mica che io mi metta
a mangiare del luccio farcito, quando son sei mesi che non tocco né pesce né carne!“ borbottò Golder.
“Nessuno le chiede di mangiare il luccio farcito. Venga soltanto e paghi. D’accordo?“ “Vada al diavolo.”
Tuttavia seguì Soifer che arrancava faticosamente su per la strada, annusando l’odore delle bottegucce
buie che puzzavano di polvere, di pesce, di paglia imputridita. Alla fine si girò, prese Golder
sottobraccio.
“Che sordido ebreume, eh?” disse intenerito. “Che cosa le ricorda?” “Niente di buono,” rispose
cupamente Golder.
Si fermò e, alzando gli occhi, considerò un istante senza far parola le case, la biancheria appesa alle
finestre. Dei bambini gli ruzzolarono tra le gambe. Li fece allontanare garbatamente con la punta del
bastone, sospirò. Nelle bottegucce non si vendeva altro che ciarpame o pesce, aringhe fritte, tonni in
salamoia. Soifer indicò un piccolo ristorante con un’insegna in caratteri ebraici.
“E’ qui. Allora, viene, Golder? Potrà pure offrirmi una cena, per far piacere a un povero vecchietto?“
“Oh! Che vada al diavolo! ” ripeté Golder. Ma di nuovo seguì Soifer. Qui o là, che importa?… Si sentiva
più stanco del solito.
Il piccolo ristorante aveva un’aria molto pulita. Sui tavoli c’erano dei tovaglioli di carta colorati, in un
angolo brillava un bollitore di rame. Non c’era neanche un’anima.
Soifer ordinò una porzione di luccio farcito con il rafano. Afferrò cautamente il piatto caldo, se lo portò
all’altezza del viso.
“Che profumino!…” “Oh! Per l’amor di Dio, mangi e mi lasci in pace,” mormorò Golder.
Si girò, alzò un lembo della tenda di cotonina a quadretti bianchi e rossi. In strada sostavano due
uomini e parlavano appoggiati contro la finestra. Non si sentiva quello che si dicevano, ma a Golder
bastava vedere i movimenti delle loro mani gesticolanti per indovinarlo. Uno dei due era un polacco con
uno straordinario berretto di pelliccia con i paraorecchi, logoro e spelacchiato, e un’enorme barba
grigia, riccia, che le sue dita impazienti pettinavano, intrecciavano, tormentavano e scompigliavano mille
volte al secondo. L’altro era un ragazzo dai capelli rossi che guizzavano da tutte le parti come fiamme.
“Di che staranno trattando?“ pensò Golder. ”Fieno, ferraglia, come ai miei tempi?…“ Socchiuse gli
occhi. In quel momento, mentre la notte avanzava e il fracasso di una carretta copriva, sferragliando e
cigolando, il rumore delle auto nelle rue Vieille–du-Temple, e l’ombra dissimulava l’altezza delle case,
provava la sensazione di essere tornato in sogno al suo paese, in una sorta di visione dai tratti familiari,
ma deformati, distorti dal sogno… “Ci sono sogni come questi,“ pensò di sfuggita, ”dove si vedono
delle persone morte da anni…“ “Che cosa sta guardando?” chiese Soifer. Allontanò il piatto, coperto di
resti di pesce e di patate schiacciate. “Ah! Questo si chiama invecchiare… Una volta avrei fatto fuori tre
porzioni come queste… Ah! I miei poveri denti!… Inghiotto senza masticare… e sento un gran
bruciore qui…“ disse, indicandosi il petto.
“A che cosa pensa?” Si interruppe, seguì lo sguardo di Golder e scosse la testa.
“Ohi,” salmodiò tutt’a a un tratto con il suo inimitabile tono lamentoso e ironico a un tempo, “ohi,
Signore Iddio!… Non crede che siano più felici di noi?… Sporchi, poveri, ma un ebreo ha forse
bisogno di molto?… La miseria conserva l’ebreo come la salamoia l’aringa… Vorrei venire più spesso
qui. Se non fosse così lontano, e soprattutto così caro – perché ormai è caro tutto – verrei tutte le sere a
cenare qui in pace, senza la mia famiglia, che il diavolo se la porti…“ “Dovremmo venire qualche
volta,” mormorò Golder.
Protese le mani verso la stufa incandescente che era stata appena accesa e che, in un angolo, ronfava e
irradiava luce e un calore opprimente.
“A casa,” pensò, “con un puzzo del genere mi sentirei soffocare…” Ma non si sentiva affatto male. Una
specie di tepore animale, a lui ancora sconosciuto, gli penetrava nelle vecchie ossa.
Per strada passò un uomo reggendo in mano una lunga pertica con una fiammella in cima: toccò il
becco a gas di fronte al piccolo ristorante; la luce scaturì dal nulla e illuminò una finestrella buia davanti
alla quale, sopra a dei vecchi vasi vuoti, stava appesa della biancheria.
Golder si ricordò all’improvviso di una piccola finestra, messa di sbieco come quella, di fronte alla
bottega in cui era nato… e quella strada battuta dalle neve e dal vento, che a volte rivedeva in sogno.
“E’ un lungo cammino,” rifletté ad alta voce.
“Sì,” incalzò il vecchio Soifer, “lungo, duro, e inutile.” Tutti e due, alzando gli occhi, guardarono a
lungo, sospirando, la misera finestra, gli stracci che sbattevano contro i vetri. Una donna socchiuse i
battenti, si affacciò, ritirò la biancheria, la scosse. Poi sporse il viso verso il chiarore del riverbero, trasse
dalla tasca uno specchietto e si dipinse le labbra.
Golder si alzò di scatto. “Andiamo, torniamo a casa… questo odore di petrolio mi fa male…“ Quella
notte rivide Joyce in sogno, i lineamenti confusi con quelli della piccola ebrea della rue des Rosiers. Era
la prima volta da molto tempo. Il ricordo di Joy stava sopito in lui, come la malattia… Si risvegliò, le
gambe tremanti e spezzate dalla fatica come se avesse camminato per chilometri e chilometri. Tutto il
giorno, trascurando le carte, restò seduto davanti alla finestra, avviluppato in plaid e scialli. Batteva i
denti, un freddo sottile, un senso di gelo, gli penetrava fin nelle ossa.
Più tardi venne Soifer, ma anche lui si sentiva malato e triste e non aprì bocca. Se ne andò prima del
solito, percorrendo a passi veloci la strada buia, l’ombrello stretto contro il petto.
Golder cenò. Poi, quando la domestica si fu ritirata, fece il giro dell’appartamento e mise il chiavistello
alle porte. Gloria aveva fatto portar via i lampadari. In tutte le stanze, appesa a un filo, oscillava nelle
correnti d’aria una lampadina, illuminando, in fondo agli specchi sopra ai camini, il vecchio Golder,
scalzo, le chiavi strette in pugno, i folti capelli bianchi scarmigliati, il volto di un pallore impressionante,
che la tinta livida dei cardiopatici rendeva ogni giorno più scavato.
Suonarono alla porta. Prima di aprire Golder, stupito, guardò l’ora. I giornali della sera erano già arrivati
da un pezzo. Pensò che Soifer avesse avuto un malore e che si fosse fatto portare da Golder perché gli
pagasse il medico.
Chiese attraverso la porta: “E’ lei, Soifer? Chi è?” “Tùbingen,” disse una voce.
Golder, i tratti del viso tesi da una subitanea emozione, tolse la catena di sicurezza. Le mani gli si
imbrogliavano. Procedeva con lentezza, si spazientiva, ma Tùbingen aspettava in silenzio. Golder sapeva
che poteva restare così, senza muoversi, per ore e ore. “Non è cambiato,“ pensò.
Alla fine riuscì a tirare il chiavistello. Tùbingen entrò.
“Salve,” disse.
Si tolse il capello, si tolse il soprabito, lo appese con cura, poi aprì l’ombrello bagnato, lo mise in un
angolo e strinse la mano a Golder.
Il suo viso oblungo aveva una forma strana, tale che la fronte sembrava smisurata e luminosa. Un viso
da puritano, pallido, le labbra strette.
“Posso entrare?” chiese, accennando al salone.
“Prego, si accomodi…” Golder lo vide lanciare un’occhiata alle camere spoglie e abbassare
involontariamente gli occhi, come un uomo che abbia colto un segreto.
Disse: “Mia moglie se ne è andata”.
“Biarritz?” “Non so.” “Ah,” mormorò Tùbingen.
Si sedette, e Golder di fronte a lui, respirando a fatica.
“Come vanno gli affari?” chiese alla fine.
“Come al solito. Alcuni bene, altri male. Lo sa che l’Amrum ha firmato con i russi?“ “Come, per le
azioni di Tejsk?” chiese rapido Golder, protendendo le mani in un gesto come se volesse afferrare
un’ombra di passaggio. Le lasciò ricadere subito, alzò le spalle.
“Non lo sapevo,” concluse sospirando, “Non per le Tejsk. Un contratto che stipula la vendita di
100.000 tonnellate di petrolio russo all’anno, per una durata di cinque anni, dai porti di Costantinopoli,
di Porto Said e di Colombo.“ “Ma… e Tejsk?” fece Golder con voce soffocata.
“Niente.” “Ah!” “Ho saputo che l’Amrum aveva inviato per due volte una commissione a Mosca.
Niente.“ “Perché?” “Ah! Perché?… Forse perché i sovietici volevano ottenere dagli Usa un prestito di
23.000.000 di rubli–oro e l’Amrum ha dovuto comprare tre membri del governo, tra cui un senatore.
Hanno esagerato. E hanno avuto anche torto a lasciarsi sottrarre le ricevute, cosa che ha provocato una
campagna di stampa.“ “Ah, sì?” “Sì.” Tùbingen chinò il capo.
“L’Amrum ha pagato per i nostri campi in Persia, Golder.” “Lei ha ripreso i negoziati?” “Certo.
Immediatamente. Volevo possedere il Caucaso intero. Volevo avere il monopolio della raffinazione ed
essere il solo distributore in tutto il mondo dei prodotti petroliferi russi.“ Golder fece un sorrisetto.
“Era esagerato, come ha detto lei poco fa.
Quelli non vogliono dare in mano agli stranieri una forza economica, e, di conseguenza, politica, troppo
grande.“ “Sono degli imbecilli. La loro politica non mi interessa. Ognuno è libero di fare quello che
vuole a casa propria. Ma, se fossi riuscito, non avrei permesso che ficcassero il naso troppo da vicino
nei miei affari… lo giuro.“ Golder fantasticava ad alta voce: “Io… avrei cominciato con Tejsk e le
Arungis. Poi, dopo, a poco, a poco…“ Con un moto rapido della mano aperta fece il gesto, chiudendo
il pugno, di afferrare qualcosa nel vuoto, “avrei preso tutto… tutto… tutto il Caucaso, tutto il
petrolio…“ “Bene, sono qui proprio per proporle di riprendere l’affare.” Golder alzò le spalle.
“No, io ormai non conto più niente. Sono malato… mezzo morto.” “Ha ancora le sue azioni di Tejsk?”
“Sì,“ rispose Golder esitando, ”non so perché… Per quello che valgono… Posso venderle un tanto al
peso…“ “Certo, se è l’Amrum a ottenere la concessione, l’11 be damned, ammesso che ne valga la
pena… Se invece la otterrò io…“ Tacque. Golder scosse la testa.
“No,” disse stringendo i denti con un’espressione sofferta, “no.” “Perché? Io ho bisogno di lei e lei di
me.” “Lo so. Ma io non voglio più lavorare. Non posso più. Sono malato. Il cuore… So che non
rinunciare agli affari, ora, equivale a morire. Non voglio. A che scopo? Alla mia età non ho più bisogno
di molto. Solo di vivere.“ Tùbingen tentennò il capo.
“Io,“ disse, ”ho settantasei anni. Tra venti, venticinque anni, quando tutti i pozzi di Tejsk verranno
sfruttati, sarò già da tempo sottoterra.
A volte ci penso… Anche quando sottoscrivo un contratto di locazione: novantanove anni… Ah! In
questo lasso di tempo non solo io, ma anche mio figlio, i miei nipoti e i loro figli, tutti riposeremo nel
grembo del Signore. Ma ci sarà sempre un Tùbingen. E’ per lui che lavoro.“ “Io,” disse Golder, “non ho
nessuno. Perciò, a che scopo?” “Anche lei ha dei figli, come me.” “Io non ho nessuno,” ripeté Golder
con forza.
Tùbingen chiuse gli occhi.
“Resta sempre quello che si è creato.” Sollevò lentamente le palpebre, parve guardare attraverso Golder.
“Tutto ciò che…” ripeté, animandosi tutto, con quella voce sorda e profonda dell’uomo che mette a
nudo il lato più segreto e indifeso del suo cuore, “che si è costruito… creato… che è destinato a
durare…” “Nel mio caso, che cosa resta? Il denaro? Ah! Non ne vale la pena… Forse, se si potesse
portarselo sottoterra…“ “Il Signore me lo ha dato, il Signore me lo toglie. Che sia benedetto il suo
santo nome,“ recitò Tùbingen a mezza voce, con quell’inflessione monotona e sbrigativa del puritano
nutrito fin dall’infanzia di testi della Sacra Scrittura. “E’ la legge. Non c’è niente da fare.” Golder
sospirò profondamente. “No. Niente.”
CAPITOLO 11.
“Sono io,” disse Joyce.
Si era avvicinata a tal punto da arrivare a toccare Golder, che pure non si muoveva.
“Si direbbe che non mi riconosci più…” D’un tratto gridò, come un tempo: “Dad!” Solo allora Golder
trasalì e chiuse gli occhi, come ferito da una luce troppo viva. Le porse la mano così fiaccamente da
sfiorare appena quella di lei, e la lasciò subito ricadere senza far parola.
Joyce trascinò uno sgabello ai piedi della sua poltrona, si sedette, si tolse il cappello, scosse
violentemente la testa con un gesto a lui noto, poi restò immobile, abbattuta, muta.
“Sei cambiata,” disse Golder in un soffio, suo malgrado.
Lei sogghignò.
“Sì.” Si era fatta più alta, più magra, con una strana, indefinibile aria di consunzione, di smarrimento e
di fatica.
Portava una splendida pelliccia di zibellino. La lasciò cadere a terra scrollandosela dalle spalle con un
gesto brusco e scoprendo così intorno al collo, al posto della collana di perle donatale da Golder, un
filo di smeraldi verdi come l’erba e talmente limpidi ed enormi, che Golder li fissò per un attimo senza
capire,, senza dir nulla, con una sorta di stupore. Infine uscì in una risata amara: “Ah, bene, a quanto
vedo… Anche tu ti sei arrangiata… Ma allora, perché sei venuta? Non capisco…“ Joyce, con voce
monotona, mormorò: “E’ un regalo del mio fidanzato. Mi sposerò presto“.
“Ah!” fece Golder, e concluse con sforzo: “Congratulazioni…” Joyce non rispose.
Golder prese a riflettere, si passò più volte la mano sulla fronte, sospirò.
“Bene, ti auguro…” Si interruppe: “E’ ricco, a quanto pare, no?… Allora sarai felice…” “Felice!…”
Joyce scoppiò in una breve risata disperata, si girò verso di lui.
“Felice? Lo sai chi sposo? Il vecchio Fischi!” gridò, visto che Golder non faceva domande.
“Fischi!…” “Eh, sì, Fischi! Che cosa volevi che facessi? Non ho un quattrino, io, lo sai? Mia madre non
mi passa niente, neanche un soldo, la conosci, sai che preferirebbe vedermi crepare di fame piuttosto
che darmi un centesimo, no? La conosci? E allora! Che cosa pretendi? Cara grazia che voglia
sposarmi… Altrimenti sarei semplicemente andata a letto con lui, no? Forse sarebbe meglio, più
semplice: una notte di quando in quando… ma lui non vuole, ci crederesti? Vuol essere ben
ricompensato per il suo denaro, il vecchio porco…“ disse Joyce, con voce improvvisamente tremante
d’odio. “Ah, vorrei…” Si interruppe, si passò una mano tra i capelli, tirandoli con tutte le sue forze con
espressione smarrita.
“Vorrei ucciderlo,” disse infine, lentamente.
Golder si sforzò di ridere.
“Perché? Invece va tutto benissimo, a meraviglia!… Fischi! Quando non è in galera di soldi ne ha, lo sai,
e tu lo potrai tradire con il tuo piccolo… come lo chiami?… il tuo piccolo gigolò… e sarai felice e
contenta, no?… Ah! era così che dovevi andare a finire, piccola sgualdrina, ce l’avevi scritto in faccia…
Eppure, eppure, un tempo, non era questo che avevo sognato per te, Joyce…“ Si fece ancora più
pallido, pensò febbrilmente: “Che cosa me ne importerà poi, Signore? Che cosa? Che vada a letto con
chi le pare, che vada dove vuole…“ Ma il suo cuore orgoglioso sanguinava come un tempo.
“Mia figlia… per gli altri, nonostante tutto, è la figlia di Golder… Con Fischi!…“ “Sono così infelice, se
tu sapessi…” “Tu pretendi troppo, ragazza mia, i soldi, l’amore, bisogna scegliere… Ormai, comunque,
i giochi sono fatti, no?“ E aggiunse, con una smorfia di sofferenza: “Nessuno ti costringe, non è vero?
E allora? Perché piagnucoli? L’hai voluto tu.“ “Ah! Tutto quello che è successo è colpa tua, tua!… Soldi,
soldi… non posso vivere altrimenti, che cosa ci vuoi fare? Ho provato, ti giuro che ho provato… Se tu
mi avessi vista questo inverno… sai… c’è stato un gran freddo, vero?… come non era mai accaduto
prima, no?… Io andavo in giro con il mio soprabituccio grigio di mezza stagione… l’ultima cosa che mi
ero fatta fare prima che tu te ne andassi… Ah! facevo proprio una bella figura… Ma non posso, non
posso, non sono fatta per queste cose, io! Non è colpa mia!… E allora, debiti, grane, e via di questo
passo… e, alla fine, bisognerà pure, no? Uno o l’altro. Ma Alee, Alee!… Tu dici: tradire Fischi! Certo!
Ma se credi che me lo lascerà fare tanto facilmente, ti sbagli!… Ah! Non lo conosci! Quando ha pagato
per qualcosa se la tiene stretta, sai, se la tiene stretta! Quel vecchiaccio, quell’orribile vecchio! Ah! Vorrei
morire, sono infelice, sola, sto male, aiutami, Dad, ho soltanto te!“ Gli afferrò le mani, le strinse, le
serrò convulsamente. “Rispondimi, parlami, dimmi qualcosa!… Oppure, uscita di qui, mi ucciderò. Ti
ricordi Marcus?… Si dice che si sia ucciso per causa tua… Ebbene, avrai anche la mia morte sulla
coscienza, capito?“ gridò tutt’a un tratto con una voce infantile vibrante e acuta che rimbombava
stranamente nelle stanze vuote.
Golder strinse i denti.
“Vuoi farmi paura, eh? Non prendermi per un imbecille! E poi non ho più soldi. Vattene. Non sei
niente per me. Lo sai benissimo… L’hai sempre saputo… Non sei mia figlia… Lo sai… Sai benissimo
di essere figlia di Hoyos… Ebbene, vai da lui… Che ti protegga e si prenda cura di te, che lavori lui per
te… è il suo turno… Io ho fatto abbastanza per te, la cosa non mi riguarda più, non mi interessa più,
vattene, vattene!…“ “Hoyos? Sei… sei sicuro?… Oh! Dad, se tu sapessi! E’ da lui che incontro Alee…
e davanti a lui, noi…“ Si nascose il volto tra le mani. Golder vide scorrere le lacrime tra le sue dita
contratte.
Joyce ripeté, disperata: “Dad! Ma io ho solo te, non ho nessun altro al mondo! Mi importa così poco, se
tu sapessi, che tu non sia mio padre… Ho solo te!… Aiutami, te ne supplico… Desidero talmente
essere felice, sono giovane, voglio vivere, voglio, voglio essere felice…!“ “Non sei certo la sola, mia
povera ragazza… Lasciami, lasciami…” Abbozzò un gesto vago con la mano, che la respingeva e
l’attirava a un tempo. D’un tratto ebbe un fremito, lasciò correre le dita su quella nuca china, su quei
corti capelli d’oro intrisi di profumo… Sì, toccare ancora una volta quella carne estranea… sentire sotto
la palma della mano il palpito lieve e concitato della vita, come un tempo… e poi… Mormorò, a cuore
stretto: “Ah! Joyce, perché sei venuta, figlia mia? Ero così tranquillo…“ “E dove volevi che andassi, mio
Dio?” Joyce si torse nervosamente le mani. “Ah! Se tu volessi, se tu soltanto volessi!…“ Golder alzò le
spalle: “Cosa? Tu una volta volevi che io ti facessi dono del tuo Alee, e per tutta la vita, insieme ai soldi,
ai gioielli, come fosse un giocattolo… Già. Ma adesso non mi è più possibile. E’ troppo caro. Tua
madre ti aveva detto che ho ancora dei soldi?“ “Sì.” “Guarda come vivo. Ho ancora lo stretto
necessario per tirare avanti finché campo. Ma a te questi soldi durerebbero un anno.“ “Ma perché?“ lo
supplicò lei disperata. ”Fai come una volta: buttati negli affari, fai soldi… E’ così facile…“ “Ah! Sì,
credi?…” Di nuovo Golder sfiorò, con una sorta di tenerezza impaurita, quella graziosa testa di capelli
d’oro. “Povera piccola Joyce…” “E’ strano,“ pensò, con un’acuta sofferenza, ”so alla perfezione come
andrebbe a finire… Tra due mesi andrebbe a letto con il suo Alee… o con qualcun altro… e sarebbe
finita… Ma Fischi!… Ah! Se almeno fosse un altro, uno qualsiasi!… Ma Fischi…“ ripeté con odio. ”E
poi dirà, quel porco: ‘La figlia di Golder l’ho presa con niente… in brache di tela!’…“ Bruscamente si
chinò in avanti, afferrò il viso di Joyce con entrambe le mani, lo rialzò di forza. Affondava le vecchie
unghie coriacee in quella carne delicata, con accanimento, con una sorta di passione. “Tu… tu… se tu
non avessi avuto bisogno di me mi avresti lasciato crepare solo come un cane, eh? Non è vero?“ Joyce
mormorò: “E tu, mi avresti chiamato?” Sorrise. Golder contemplava, rapito, quegli occhi pieni di
lacrime e quelle belle labbra rosse e carnose che si schiudevano lentamente come fiori.
“La mia piccola…“ pensò, ”forse, dopotutto, è proprio mia figlia, chissà? E poi, che importanza può
avere, mio Dio, che importanza può avere?“ “Sapevi benissimo da che verso prendere il vecchio, eh,
Joy?” bisbigliò febbrilmente. “Con le lacrime… e l’idea che quel porco potesse comprare qualcosa che
mi appartiene… vero? Non è vero?“ ripeté come un folle, con una sorta di odio e di tenerezza
selvaggia. “Allora… vuoi che provi?… Che faccia ancora un po’ di soldi per te prima di morire?…
Aspetta un anno, va bene? Tra un anno sarai più ricca di quanto tua madre non sia mai stata in tutta la
sua vita.“ La allontanò, si alzò in piedi. Sentiva di nuovo in tutto il vecchio corpo sfibrato il calore e il
formicolio della vita, la forza e la febbre di un tempo.
“Manda al diavolo Fischi,” proseguì d’un tratto con voce mutata, secca e precisa, “e se tu non fossi
completamente idiota ci manderesti pure il tuo Alee. No? Se permetti che ti faccia fuori i tuoi soldi che
cosa farai quando io sarò morto? Te ne infischi bellamente, vero? Ci sarà sempre tempo per ripescare il
vecchio Fischi? Ah! Son proprio un vecchio imbecille, nient’altro,“ gridò d’un tratto. Afferrò il mento di
Joyce, lo strinse con tale violenza tra le dita che lei gettò un grido. “Mi farai il sacrosanto piacere di
firmare senza condizioni il contratto che farò preparare per il tuo matrimonio. Non ho nessuna voglia
di sfiancarmi per il tuo gigolò. Intesi? Vuoi dei soldi?“ Lei annuì con la testa senza rispondere. Golder la
lasciò, aprì un cassetto.
“Ascoltami, Joyce… Domani andrai a mio nome da Seton, il mio notaio.
Lui provvederà perché ti vengano versate ogni mese centocinquanta sterline…“ Scarabocchiò rapido
qualche cifra sul margine di un giornale abbandonato sul tavolo.
“Più o meno è quello che ti davo una volta. Un po’ meno. Ma dovrai accontentartene ancora per un po’
di tempo, figlia mia… perché è tutto quello che ho. Poi, quando sarò di ritorno, ti sposerai.“ “Ma dove
vai?” Golder alzò con foga le spalle: “La cosa ti riguarda, forse?” Le posò una mano sulla nuca, fino a
farla chinare.
“Joyce… Se muoio in viaggio Seton si occuperà di tutto per salvaguardare il più possibile i tuoi
interessi. Dovrai solo lasciarlo fare. Firma tutto quello che ti dirà di firmare. Hai capito?“ Joyce annuì.
Golder sospirò profondamente.
“Bene… è tutto…” “Daddy darling…” Joyce si era accoccolata sulle sue ginocchia, la fronte contro la
sua spalla, gli occhi chiusi.
Golder la guardò, abbozzò un vago sorriso, un fremito subito represso all’angolo delle labbra.
“Come ci si sente teneri quando non si hanno più soldi, eh? E’ la prima volta che ti vedo così, figlia
mia…“ “E anche l’ultima!…” pensò, ma non disse niente. Si limitò a sfiorare con le dita le palpebre e il
collo di lei, a lungo, come se le plasmasse per conservarne più a lungo l’impronta.
CAPITOLO 12.
“Le due parti contraenti convengono di concludere l’accordo, per quanto concerne le concessioni,
entro un termine di giorni trenta, a partire dalla ratifica del presente trattato…“ I dieci uomini seduti
intorno al tavolo guardarono Golder.
“Sì, avanti,” mormorò questi.
“Alle condizioni seguenti…” Golder agitò nervosamente una mano davanti al viso, scacciando a fatica il
fumo denso che gli riempiva la bocca. A tratti il volto dell’uomo che leggeva, di fronte a lui, pallido,
tutto spigoli e rientranze, la voragine nera delle labbra aperte, gli pareva distinguerlo appena, come una
chiazza di colore semidissolta in mezzo al fumo.
Un odore intenso di tabacco russo, di cuoio, di sudore umano impregnava l’aria.
Erano due giorni che quei dieci uomini cercavano inutilmente di raggiungere un’intesa sulla stesura
definitiva del contratto. E, in precedenza, la discussione era durata diciotto settimane.
Golder guardò l’ora, ma l’orologio al suo polso si era fermato. Diede un’occhiata alla finestra.
Attraverso i vetri incrostati, si scorgeva il giorno levarsi su Mosca. Era una splendida mattinata d’agosto,
che già aveva la vitrea purezza di ghiaccio delle prime albe d’autunno.
“Il governo sovietico accorderà alla Compagnia Tubingen Petroleum una concessione estesa al 50% dei
terreni petroliferi compresi tra la regione di Tejsk e la pianura detta degli Arungis, descritti nel
memorandum presentato dal delegato della Compagnia Tübingen Petroleum, in data 2 dicembre 1925.
Ciascuno dei campi petroliferi summenzionati sarà di superficie rettangolare, la dimensione di ciascuno
non sorpasserà le 40 desjatine ed essi non saranno in comunione…“ Golder fece un gesto, “Vuole
rileggermi quest’ultimo articolo, per favore?” chiese stringendo le labbra.
“Ciascuno dei campi petroliferi…” “Andiamo bene,“ pensò Golder esasperato, ”di questo non c’era
traccia, prima… Aspettano l’ultimo minuto per infilare le loro maledettissime clausolette equivoche, che
all’apparenza non vogliono dir niente di preciso… il tutto per avere poi un pretesto per rompere il
contratto, quando già sono stati investiti dei capitali per le prime spese… Si dice che abbiano fatto lo
stesso con l’Amrum…“ Si ricordò di aver letto a suo tempo la copia del contratto con l’Amrum, che si
trovava tra le carte di Marcus. I lavori dovevano iniziare a una certa data… Ufficiosamente, a un
rappresentante dell’Amrum, era stato assicurato che il termine avrebbe potuto essere dilazionato… poi
il contratto era stato annullato… La cosa era costata all’Ammiri parecchi milioni… “Razza di porci,”
borbottò.
Batté con violenza il pugno sul tavolo. “Depennate immediatamente quest’articolo…!“ “No!” gridò
qualcuno.
“Allora non firmerò.” Uno degli astanti esclamò: “Oh! Carissimo David Issakic…” L’accento russo,
suadente e melodioso, e le formule slave, cortesi e carezzevoli, stridevano in maniera bizzarra con il
suo viso duro e ingiallito, dove brillavano due piccoli occhi a mandorla, scintillanti, fissi e crudeli. Poi,
tendendo le braccia come se volesse stringersi Golder al cuore, proseguì: “Che dice mai, carissimo
amico? Golubcik… Lei sa benissimo che questo articolo non ha alcun significato preciso, vero? Ha
l’unico scopo di placare le legittime inquietudini del proletariato che non potrebbe assistere senza
indignarsi alla consegna nelle mani dei capitalisti di una parte del territorio sovietico, senza
assicurarsi…“ Golder alzò violentemente le spalle. “Basta! E con ciò? E l’Amrum? Eh?
D’altronde io non ho il potere per firmare un articolo che non è stato né letto né approvato dalla
compagnia… E chiaro, Simon Alekseevic?“ Simon Alekseevic chiuse la cartelletta e scandì con voce
mutata: “Perfetto! Dunque aspetteremo che la Compagnia ne abbia preso conoscenza e che l’abbia
approvato o respinto“.
Golder pensò. “Di questo si tratta dunque… Vogliono ancora tirare per le lunghe… Forse che
l’Amrum?…“ Si alzò, scostando rumorosamente la sedia. “Io non aspetterò proprio niente, è chiaro?
Niente!… Il contratto sarà firmato adesso o mai più!… Fate attenzione!… Dite ‘sì’ o ‘no’, ma
immediatamente!… Perché io non resterò un’ora di più a Mosca, sia ben chiaro!… Venga, Valleys,“
disse, rivolto al segretario della Tùbingen, che da trentasei ore non aveva avuto un attimo di riposo e
che lo guardava con una sorta di disperazione. Avrebbero ricominciato tutto daccapo, Dio mio, per
quella questione insignificante? Le discussioni, le urla, e il vecchio Golder con quella voce straziata,
spaventosa, che a tratti si riduceva a una sorta di gorgoglio inarticolato, come di sangue che scorra per
la gola… “Come fa a gridare così?” pensò Valleys, con un moto istintivo di sgomento, “e gli altri?…”
In quel momento, ammassati in un angolo della stanza, tutti lanciavano grida selvagge, tra le quali
Valleys riusciva a distinguere soltanto le parole “interessi del proletariato“ e ”tirannide dello
sfruttamento capitalistico“, che tutti si scagliavano in faccia ogni due secondi, come pugni.
Golder, il viso gonfio e paonazzo dall’ira, martellava a ritmo febbrile il ripiano del tavolo con il palmo
della mano aperta, facendo schizzare tutt’intorno le carte di cui era coperto. A ogni grido Valleys aveva
l’impressione che il cuore del vecchio stesse per schiantarsi.
“Valleys! Per Dio!” Valleys trasalì e si alzò precipitosamente.
Golder gli passò davanti come una furia, trascinandosi dietro uomini che gesticolavano e sbraitavano.
Valleys non capiva più una parola. Seguiva Golder come in un incubo. Erano già sulle scale quando uno
dei membri della commissione, il solo che non si fosse mosso dal suo posto, si alzò e raggiunse Golder.
Aveva uno strano viso piatto e squadrato, quasi cinese, un incarnato olivastro come terra riarsa. Era un
ex forzato.
Aveva le narici tagliuzzate in modo orribile.
Golder parve calmarsi. L’uomo gli disse qualcosa all’orecchio. Insieme rientrarono nella stanza, si
sedettero di nuovo. Simon Alekseevic riprese: “Sulla produzione annuale di petrolio, valutabile intorno
alle 30.000 tonnellate di metri cubi, il governo sovietico riscuoterà un diritto del 5%. Per ogni 10.000
tonnellate in sovrappiù, verrà aggiunto un diritto dello 0,25% finché si arrivi a un rendimento annuale
di 430.000 tonnellate, caso in cui i diritti del governo sovietico saranno portati al 15%. Parimenti il
Tesoro sovietico riceverà una retribuzione pari al 455% del petrolio dei pozzi attivi e un diritto sul gas,
oscillante tra il 10% e il 35%, a seconda dell’etere di petrolio in esso contenuto…“ Golder ascoltava
senza dir nulla, una guancia appoggiata alla mano, le palpebre basse. Valleys pensò che dormisse: aveva
un viso pallido, sfatto, due solchi profondi agli angoli della bocca e le narici contratte, come un morto.
Valleys soppesò con lo sguardo i fogli dattiloscritti che Simon Alekseevic teneva ancora in mano.
Scoraggiato, pensò: “Non finirà mai, impossibile…“ Golder, d’un tratto, si chinò verso di lui.
“Apra la finestra dietro di lei,“ bisbigliò, ”svelto… sto soffocando…“ Valleys fece un gesto stupito.
“Apra!” gli ordinò nuovamente Golder, senza quasi disserrare i denti.
Valleys spalancò rapido i battenti e si fece vicino a Golder, aspettandosi di vederlo crollare dalla sedia.
Nel frattempo Simon Alekseevic continuava a leggere: “La società Tùbingen Petroleum è abilitata allo
sfruttamento di tutti i prodotti grezzi e raffinati senza diritti e senza autorizzazione speciale. Allo stesso
modo potrà importare senza costi aggiuntivi i macchinari, [‘attrezzatura e la materia prima necessaria
alle sue operazioni, oltre alle derrate per i suoi operai…“ Valleys balbettò concitato: “Signor Golder, lo
faccio smettere… Lei non è nelle condizioni… è livido…“ Golder gli strinse violentemente la mano.
“Stia zitto… Mi impedisce di ascoltare… Ma stia zitto una buona volta, per Dio!…“ “I pagamenti per
le concessioni, da effettuarsi da parte dei beneficiari al governo sovietico, oscilleranno tra il 5% e il 15%
del rendimento totale dei campi petroliferi e il 40% del rendimento dei pozzi attivi…“ Golder mandò
un gemito inarticolato e si piegò in due sopra al tavolo.
Simon Alekseevic si interruppe.
“Le faccio notare che, per quanto riguarda i pozzi attivi, la seconda sotto–commissione, di cui abbiamo
qui il rapporto, valuta…“ Valleys sentì la mano ghiaccia di Golder afferrare la sua sotto al tavolo e
stringerla convulsamente. Con mossa istintiva gli premette le dita con tutte le sue forze. Gli tornò il
vago ricordo di aver tenuto allo stesso modo, tempo addietro, la mascella ferita e sanguinante di un
setter in fin di vita. Perché quel vecchio ebreo gli ricordava tanto spesso un cane malato, allo stremo, ma
che ancora si rigira digrignando i denti, ringhiando selvaggiamente, per dare l’ultimo, violento morso?
Golder stava dicendo: “La vostra clausola all’articolo 27… ma abbiamo parlato e riparlato per giorni e
giorni, non vorremo per caso ricominciare?… Avanti…“ “La società Tùbingen Petroleum è autorizzata
a costruire edifici, raffinerie, oleodotti e tutto quanto sia necessario al suo operato. La durata delle
concessioni copre un periodo di novantanove anni…“ Golder, liberata la mano da quella di Valleys
sotto al tavolo, curvo, riverso sulla tela cerata macchiata d’inchiostro, si apriva gli abiti sul petto, li
dilaniava con le unghie, come se volesse mettersi a nudo i polmoni. Si premeva sul cuore le dita
tremanti, con l’accanimento selvaggio, istintivo, di una bestia malata che prema contro la terra il punto
dolorante del suo corpo. Era livido. Valleys vedeva colargli sul viso il sudore in gocce pesanti e copiose
come lacrime.
La voce di Simon Alekseevic si era fatta stentorea, quasi solenne. Si sollevò leggermente dalla seggiola
per concludere: “Articolo 74, e ultimo. Allo scadere della concessione le costruzioni summenzionate e
tutte le attrezzature dei campi diventeranno proprietà inalienabile del governo sovietico“.
“E’ fatta,” sospirò Valleys, con una sorta di stupore. Il vecchio Golder rialzò lentamente la testa, fece
segno che gli passassero una penna.
Ebbe inizio la cerimonia delle firme. I dieci uomini erano pallidi, silenziosi, sfiniti.
Golder si alzò, si diresse alla porta. I membri della Commissione lo salutarono a distanza, con riserbo.
Solo il cinese sorrideva. Gli altri sembravano stanchi e furiosi. Golder fece un cenno col capo, un
movimento brusco e rigido d’automa. Valleys pensò: “Adesso… crolla, di sicuro… è allo stremo…“ Ma
Golder non crollò. Scese le scale. Una volta in strada, soltanto, sembrò colto da una specie di vertigine.
Si fermò, appoggiò la fronte contro il muro, restò in piedi, muto, scosso da tremiti.
Valleys chiamò un’auto, lo aiutò a salire. A ogni scossone la testa di Golder oscillava e gli ricadeva sul
petto come quella di un morto.
Tuttavia, a poco a poco, l’aria lo rianimò. Respirò profondamente, si toccò il portafoglio all’altezza del
cuore.
“Finalmente, è fatta… Canaglie…” “Quando penso,“ disse Valleys, ”che siamo qui da quattro mesi e
mezzo!
Quando ripartiamo, signor Golder? E un paese infame!“ concluse con energia.
“Sì. Lei partirà domani.” “Come? E lei?” “Io vado a Tejsk.” “Oh!” fece Valleys, colpito.
Esitò: “Signor Golder… è proprio necessario?” “Sì, perché?” Valleys arrossì.
“Non potrei venire con lei? Non mi piacerebbe affatto saperla da solo in questo paese selvaggio. Lei
non sta bene.“ Golder non rispose, poi si strinse nelle spalle con gesto vago e imbarazzato: “Bisogna
che lei parta prima possibile, Valleys.” “Ma non potrebbe… far venire qualcuno, le pare?… Non è
prudente mettersi in viaggio nelle sue condizioni, da solo…“ “Ci sono abituato,” borbottò seccamente
Golder.
CAPITOLO 13.
“Camera 17, la prima a sinistra nel corridoio,” gridò il ragazzo dal basso. Nel giro di un minuto la luce si
spense. Golder continuò a salire, a incespicare, come in un sogno, contro dei gradini che non finivano
mai.
Il braccio gonfio gli faceva male. Posò la valigia a terra, cercò a tentoni la ringhiera, si sporse, gridò. Ma
nessuno rispose. Imprecò a bassa voce, boccheggiante, la schiena a ridosso del muro, il capo riverso.
Eppure la valigia non era pesante, conteneva soltanto qualche oggetto per la cura personale, un po’ di
biancheria di ricambio: in quelle province sovietiche arrivava sempre il momento in cui bisognava
trascinare da sé i propri bagagli, Golder l’aveva imparato fin da quando aveva lasciato Mosca… Ma,
anche così alleggerita, aveva appena la forza di sollevarla. Era stanco come un cane.
Era partito da Tejsk il giorno prima. Il viaggio l’aveva sfinito a tal punto che aveva dovuto fermarsi per
strada. Ventidue ore in automobile!… “Ah! Che vecchia carcassa!” borbottò. Era una Ford
malandatissima e le strade, in montagna, erano quasi impraticabili. I sobbalzi, gli scossoni spezzavano le
ossa. Verso sera il clacson si era rotto, e l’autista, passando per un paese, aveva caricato un ragazzetto
che, salito sul predellino, aggrappandosi con una mano al tetto, due dita cacciate in bocca, aveva preso a
fischiare, senza sosta, dalle sei a mezzanotte. Gli sembrava ancora di sentirlo. Si premette le mani sulle
orecchie con una smorfia di dolore. E il fracasso di ferraglia della vecchia Ford, il tintinnio dei vetri che,
a ogni tornante, sembravano lì lì per cadere a pezzi… Era quasi l’una quando, finalmente, avevano
scorto delle luci vacillanti. Era il porto da cui, il giorno seguente, Golder avrebbe dovuto imbarcarsi per
l’Europa.
Nel passato era stato uno dei principali centri di smercio delle granaglie. Golder lo conosceva bene. Ci
era venuto a vent’anni. Era da lì che, per la prima volta, si era messo per mare.
Attualmente nel porto erano ormeggiati soltanto dei piroscafi greci e delle navi da carico sovietiche. La
città aveva un aspetto di abbandono e di miseria che stringeva il cuore. E quell’albergo, buio, sporco, i
muri segnati da tracce di pallottole, era inesprimibilmente sinistro.
Golder rimpianse di non esser passato per Mosca, nel ritorno come gli era stato consigliato a Tejsk. Le
navi trasportavano soltanto gli schurum–burum, i mercanti levantini che sciamano per il mondo intero
con i loro fagotti di tappeti e di vecchie pellicce. Ma una notte passa in fretta. E Golder era impaziente
di lasciare la Russia. Dopodomani sarebbe stato a Costantinopoli.
Entrato in camera, cacciò un profondo sospiro, accese la luce e si sedette in un angolo, sulla prima sedia
che gli capitò a tiro, dura e scomoda, con uno schienale rigido di legno scuro.
Era talmente stanco che, chiuse le palpebre per un secondo, perse coscienza e gli parve di
addormentarsi. Questo stato durò appena un minuto. Poi aprì gli occhi, guardò con fare assente la
camera. La lampadina appesa al soffitto era alimentata da una corrente molto bassa e la luce vacillava,
quasi stesse per spegnersi, come una candela esposta al vento. Illuminava degli affreschi sbiaditi, degli
amorini dalle carni un tempo vermiglie, color del sangue fresco, ma ricoperte ora da uno strato di
polvere nera. La camera era immensa, alta, spaziosa, con mobili di legno scuro e velluti rossi, nel mezzo
un tavolo e un’antica lampada a petrolio, il cui globo di vetro, pieno di mosche morte, sembrava
ricoperto da una spessa poltiglia nerastra.
Naturalmente, le pallottole avevano provocato dei buchi nel muro. Da una parte, soprattutto, si
aprivano enormi buchi nella parete e l’intonaco, segnato di crepe a forma di stella, cadeva lentamente a
scaglie, colando come sabbia. Golder sovrappensiero vi infilò le dita, poi si fregò a lungo le mani, si
alzò. Erano le tre passate.
Fece qualche passo, poi tornò a sedersi, si chinò per togliersi le scarpe e restò così, curvo, il braccio
allungato, senza muoversi. A che scopo spogliarsi? Dormire non avrebbe potuto. Non c’era acqua. Aprì
un rubinetto del lavabo. Era a secco. Il calore era soffocante. E non un filo d’aria. La polvere e il sudore
gli incollavano i vestiti alla pelle. Quando si muoveva la tela inzuppata gli ghiacciava le spalle, con un
brivido lieve ma tormentoso, come un accesso di febbre.
“Signore,” pensò, “quando me ne andrò da questo paese?” Gli sembrava che la notte non sarebbe mai
passata. Ancora tre ore. La nave sarebbe partita all’alba. Ma avrebbe fatto ritardo, di certo… Una volta
in mare aperto, tutto sarebbe andato meglio. Ci sarebbe stato un po’ di vento, un po’ d’aria. Poi,
Costantinopoli. Il Mediterraneo.
Parigi. Parigi? Provò un vago senso di soddisfazione al pensiero di tutte quelle sporche canaglie in
Borsa. “Ma come, non sa del vecchio Golder?… Già, chi l’avrebbe creduto?… Sembrava proprio
spacciato…“ Gli pareva di sentirli. Farabutti… Quanto potevano valere adesso le Tejsk? Tentò di
calcolarlo, ma era difficile… Dopo la partenza di Valleys non aveva più avuto notizie dall’Europa. Più
tardi… Ansimò pesantemente. Che strano… non riusciva a immaginarsi la sua vita dopo la traversata.
Più tardi… Joy… Fece una smorfia di dolore. Joy… Di tanto in tanto, probabilmente quando il marito,
o lei stessa, avesse perso al gioco, si sarebbe ricordata dell’esistenza del vecchio e sarebbe venuta a
batter cassa, per poi scomparire di nuovo per mesi… Per questo aveva fatto mettere nel contratto a
Seton che lei non potesse intaccare il capitale. “In caso contrario, a partire dal giorno delle nozze fino a
quello della mia morte…“ Non terminò la frase. Non si faceva illusioni. “Ho fatto tutto quello che ho
potuto,” disse con tristezza.
Si era tolto gli stivaletti. Andò fino al letto, si distese. Ma, da qualche tempo, non riusciva più a stare
coricato. Non respirava. A volte cadeva addormentato, ma subito, nel sogno, soffocava e si risvegliava
con grida lamentose, strane, che gli giungevano indistintamente all’orecchio, come in un sogno, e che gli
parevano spaventose, incomprensibili, cariche di un’oscura e sinistra minaccia. In quelle notti non ebbe
mai coscienza di essere lui stesso a gridare così, gemendo, come un bambino.
Anche quella volta, appena disteso, fu colto da un senso di soffocamento. Si rialzò a fatica, trascinò una
poltrona vicino alla finestra, l’aprì. Ai suoi piedi, il porto. Un’acqua cupa… l’alba. Si addormentò di
colpo.
Alle cinque i primi colpi di sirena nel porto svegliarono Golder.
Si chinò a stento, prese le scarpe, girò ancora una volta il rubinetto del lavabo, completamente a secco,
suonò, attese a lungo, invano; era rimasta un po’ d’acqua di Colonia sul fondo della bottiglia, in valigia:
se la versò sulle mani e sul viso, raccolse le sue cose, scese.
Solo quando fu da basso riuscì a farsi servire un bicchiere di tè. Pagò, uscì.
Istintivamente cercò con gli occhi una macchina. Ma la città sembrava deserta. Una sabbia spessa,
sollevata dal vento di mare, seppelliva quasi per intero i paracarri, ricopriva le strade, dove restava la
traccia profonda dei passi, come nella neve. Golder fece un cenno a un ragazzino che correva senza far
rumore, scalzo, in mezzo alla carreggiata.
“Puoi portarmi la valigia fino al porto? Non ci sono auto pubbliche?” Il ragazzino sembrava non capire.
Ma si caricò la valigia e si mise in cammino.
Le case erano deserte, le finestre sbarrate da assi inchiodate. Si scorgevano delle banche, degli edifici
pubblici non più in funzione, abbandonati. Sui muri, la traccia dell’aquila imperiale raschiata via dalla
pietra, come una ferita… Senza volerlo, Golder affrettava il passo.
Riconosceva vagamente certi vecchi vicoletti bui, qualche casa in legno, cadente. Ma che silenzio…
D’un tratto si fermò.
Non erano lontani dal porto. L’aria era impregnata di un acuto odore di sale e di putredine. Una
botteguccia di ciabattino, scura, angusta, con la sua insegna in ferro a forma di stivale che oscillava
davanti alla finestra cigolando… All’angolo della via l’albergo dove aveva abitato un tempo, un gami per
marinai e ragazze di vita, era ancora in piedi. Il ciabattino era un cugino di suo padre, che aveva messo
su famiglia in quel paese; qualche volta Golder era andato a pranzo da lui. Se ne ricordava bene… Fece
uno sforzo per tentare di ricostruire i tratti del volto di quell’uomo. Ma ritrovò soltanto il suono della
sua voce, acuta, lamentosa, probabilmente perché assomigliava a quella di Soifer: “Non partire,
figliolo… Credi che laggiù i soldi si trovino per strada? Ascolta, la vita è grama ovunque.“
Istintivamente Golder fece per girare la maniglia, ma la mano gli ricadde. Erano passati quarantotto
anni! Alzò le spalle, e andò oltre.
“E se fossi restato?” Ridacchiò a fior di labbra. Chissà? Gloria a badare alla casa e a friggere le frittelle
con il grasso d’oca, il venerdì sera… Con un fil di voce mormorò: “La vita…” Ma come era strano che,
dopo tanti anni, gli capitasse di tornare in quell’angolo sperduto di mondo… Il porto. Lo riconobbe
come se l’avesse lasciato il giorno prima. Il piccolo edificio, semidiroccato, della dogana. Qualche barca
arenata, sepolta nella sabbia scura, di grana grossa, piena di carbone e di sporcizia… L’acqua verde,
torbida, densa, costellata, come un tempo, di bucce di anguria, di animali morti. Salì a bordo. Era un
piccolo battello a vapore greco che, prima della guerra, faceva rotta da Batum a Costantinopoli. Doveva
esser adibito al trasporto passeggeri, perché conservava ancora l’apparenza di un certo lusso. C’era un
salone, un pianoforte. Ma, dopo la rivoluzione, caricava soltanto merci, e doveva aver fatto degli strani
traffici. Era sporco e misero. Golder pensò: “Per fortuna la traversata non è lunga…” Alcuni uomini,
sul ponte, degli schurum–burum con le loro calettine rosse ben calcate in testa, seduti per terra,
giocavano a carte. Quando Golder passò levarono gli occhi. Uno di loro, per inveterata abitudine, agitò
una collanina di perle di vetro rosa che portava arrotolata al braccio e sorrise: “Compra qualcosa,
signore…“ Golder scosse la testa, facendo loro segno gentilmente di scostarsi con la punta del suo
bastone. Quante volte, durante quella prima traversata, il cui ricordo, con una strana, insistente tenacia,
non lo abbandonava, aveva giocato a carte con personaggi simili a quelli, di notte, in un angolo del
battello… Molto, molto tempo addietro… Gli uomini si erano fatti da parte per lasciarlo passare.
Golder scese nella sua cabina, guardò il mare attraverso l’oblò, sospirando. Il battello stava salpando.
Golder si sedette sulla sua cuccetta, un’asse ricoperta di un materasso sottile imbottito di una specie di
paglia secca e scricchiolante. Se il tempo fosse rimasto bello avrebbe passato la notte sul ponte. Ma il
vento soffiava con violenza. Il battello, sballottato, beccheggiava. Golder guardò il mare con una sorta
di odio. Come era stanco di quell’universo eternamente agitato, eternamente in moto intorno a lui… Il
paesaggio che sfrecciava dai finestrini del treno e delle auto, quelle ondate, con le loro grida inquiete di
animali, gli sbuffi di fumo nel cielo sconvolto d’autunno. Fissare fino alla morte un orizzonte
inalterabile… Mormorò: “Sono stanco”. Con gesto esitante, tipico dei cardiopatici, si premette
entrambe le mani sul cuore. Lo sosteneva con dolcezza, come se potesse venire in aiuto, assecondare,
sollevare un po’, come un bambino, come una bestia morente, quel congegno logoro, testardo, che
batteva debolmente nella vecchia carne.
D’un tratto, a una oscillazione più violenta, gli parve che cedesse, poi che prendesse a battere più in
fretta, troppo in fretta… Nello stesso istante lo colse un dolore folgorante alla spalla sinistra. Si fece
livido, protese il viso in avanti, con un’espressione di terrore, e restò così a lungo, in attesa. Gli pareva
che l’eco del suo respiro riempisse la cabina, coprendo il fragore del vento e del mare.
A poco a poco il dolore si affievolì, si quietò, sparì del tutto.
Golder, parlando a voce alta, disse, sforzandosi di sorridere: “Non era niente. E’ cessato“.
Ansimò, spossato, emise un lieve sospiro: “Cessato…” Si alzò. Barcollava. Fuori, il cielo e il mare si
erano impercettibilmente incupiti. La cabina era buia come in piena notte.
Solo attraverso l’oblò penetrava uno strano chiarore verde, una luce fasulla, torbida, povera, che non
illuminava niente. Golder cercò il suo cappotto a tentoni, si vestì, uscì. Teneva entrambe le mani protese
davanti a sé, come un cieco. A ogni ondata il battello fremeva per tutta la sua lunghezza, si impennava e
sprofondava, come se fosse sul punto di scomparire, di inabissarsi nell’acqua. Golder salì faticosamente
la scaletta ripida e diritta che portava al ponte.
“Stia attento, compagno!… C’è un vento là sopra!” gli gridò un marinaio che scendeva in tutta fretta.
Alitò sul viso a Golder un puzzo violento di acquavite.
“Si balla, compagno…” “Ci sono abituato,” mugugnò seccamente Golder.
Pure raggiunse il ponte a fatica. Masse d’acqua marina si abbattevano contro il battello. In un angolo,
sotto un telone fradicio, buttati per terra, pigiati l’uno contro l’altro, gli schurum–burum tremavano
come una mandria immobile di bestie avvilite. Uno di loro, scorgendo Golder, alzò il viso e gridò
qualche parola con voce acuta e lamentosa che si perse nel frastuono. Golder fece segno che non
sentiva. L’uomo ripeté quelle parole con più forza, storcendo il volto livido, dove roteavano due occhi
scintillanti. Poi fu colto da un accesso di nausea, si ributtò a terra di colpo e restò disteso, immobile,
sulla sua vecchia pelle di montone, tra le balle di merce e gli uomini sdraiati.
Golder andò oltre.
Ma presto si dovette fermare. Stava in piedi, curvo da un lato, come un albero piegato dalla «violenza
del vento, il viso proteso, gustando sulle labbra il sapore penetrante, amarognolo e salmastro, del mare.
Ma non riusciva ad aprire gli occhi; con entrambe le mani stringeva una sbarra di ferro gelida e bagnata,
che gli intirizziva le dita.
Il battello, a ogni ondata, sembrava inabissarsi e spezzarsi in due sotto il peso del mare. Dalle sue
fiancate si alzava un lungo gemito, sordo e straziante, che copriva, a tratti, il mugghio del vento e delle
onde.
“Bene,” pensò Golder, “mi mancava solo questa…” Eppure non si muoveva. Con un oscuro piacere
lasciava che la tempesta scuotesse il suo vecchio corpo. L’acqua di mare, mista alla pioggia, gli
inzuppava le guance, le labbra; ciglia e capelli erano induriti dal sale.
D’un tratto, vicinissima a lui, sentì una voce che gridava, ma il vento portava via le parole. Golder
socchiuse a fatica le palpebre, scorse vagamente un uomo piegato in due, che si aggrappava alla sbarra
di ferro cingendola con entrambe le braccia.
Un’ondata si rovesciò ai suoi piedi. Golder sentì l’acqua entrargli negli occhi e nella bocca. Indietreggiò
d’un balzo. L’uomo gli veniva dietro. Scesero a fatica la scaletta, scaraventati a ogni passo conto le
pareti. L’uomo, in russo, con voce terrorizzata, mormorava: “Che tempo… oh! Che tempo, mio
Dio…“ L’oscurità era fitta, e Golder riusciva a scorgere soltanto una specie di palandrana lunga fino a
terra, ma riconosceva bene quell’accento cantilenante che modulava ogni parola come in una melopea.
“La prima traversata?“ chiese. “A Yid?” ..“Sei ebreo?”
L’uomo rise nervosamente.
“Sì,” si affrettò a rispondere in tono gioioso, “anche lei?” “Anch’io,” fece Golder.
Si era seduto su un vecchio divano rivestito di velluto logoro, fissato alla parete. L’uomo restava in piedi
davanti a lui. Con le dita intorpidite, Golder frugò faticosamente nella tasca della giacca alla ricerca del
portasigarette, quindi, apertolo, lo porse all’altro.
“Prendi.” Nello sfregare il fiammifero lo alzò un istante e guardò quel viso chino, giovane, quasi
d’adolescente, pallido, dal lungo naso triste, i neri capelli crespi, lanosi, gli occhi enormi, inquieti,
febbrili.
“Da che paese vieni?” “Kremenez, signore, in Ucraina.” “Lo conosco,” mormorò Golder.
Un tempo era un misero villaggio dove sguazzavano insieme nel fango maiali neri e bambini ebrei. Non
doveva essere cambiato di molto.
“E allora, te ne vai?… Per sempre?…” “Oh, sì.” “Perché andarsene adesso? Ai miei tempi, sì che aveva
un senso!: “Ah! Signore,” disse il piccolo ebreo con il suo accento comico e doloroso a un tempo,
“cambieranno mai le cose per noialtri? Io, signore, sono un ragazzo onesto, eppure sono uscito di
prigione l’altroieri. E perché? Avevo ricevuto un’ordinazione: spedire dal sud a Mosca un carico di
montpensier, sa, quei confetti alla frutta? Era estate, un caldo torrido, nei vagoni tutta la merce si è
sciolta. Quando sono arrivato a Mosca i confetti erano colati fuori dalle casse. Era colpa mia, forse?
Ho fatto diciotto mesi di prigione. Adesso sono libero. Voglio andare in Europa.“ “Quanti anni hai?”
“Diciotto, signore.” “Ah!“ fece Golder, parlando con lentezza, ”pressapoco l’età che avevo io quando
sono partito.“ “E’ di queste parti?” “Sì.” Il ragazzo tacque. Fumava avidamente. Nell’ombra Golder
vide muoversi le sue mani inquiete, illuminate dalla brace rossa della sigaretta.
Ripeté: “La prima traversata… E dove vai?” “Per cominciare, a Parigi. Ho un cugino che fa il sarto a
Parigi. Si è trasferito lì prima della guerra. Ma, appena avrò un po’ di soldi, andrò a New York!“ ripeté in
tono ispirato, “fin laggiù!” Ma Golder non lo ascoltava. Osservava soltanto, con una sorta di sordo e
doloroso piacere, i movimenti delle mani, delle spalle di quel ragazzo in piedi davanti a lui. Quei fremiti
incessanti di tutto il corpo, quella voce impaziente, che mangiava le parole, quella febbre, quella giovane
forza nervosa… Anche lui era stato giovane, di quella giovinezza avida ed esuberante della sua razza…
Molto, molto tempo addietro… D’un tratto disse: “Creperai di fame, lo sai?” “Ah! Ci sono abituato…”
“Sì… Ma da quelle parti è più dura…” “Che importa? Passerà…” Golder scoppiò all’improvviso in una
risata secca e sferzante come un colpo di frusta.
“Ah! Sì, credi?… Imbecille… Andrà avanti per anni… E alla fine, in fondo, non si sta mica meglio…“ Il
ragazzo, con voce profonda, ardente, mormorò: “Alla fine… si diventa ricchi…“ “Alla fine si crepa,“
disse Golder, ”soli come cani, così come si è vissuti…“ Si interruppe e rovesciò il capo all’indietro con
un gemito soffocato.
Di nuovo quel dolore tormentoso all’incavo della spalla e l’angoscia del cuore che sembra cessare di
battere… Sentì che il ragazzo mormorava: “Non si sente bene?… E’ il mal di mare…“ “No,“ rispose
Golder con voce fioca, impuntandosi a ogni parola, ”sono malato di cuore… il mal di mare, sai…“
Respirò a fatica. Parlare gli faceva male… gli lacerava la gola… e, d’altronde, a quel piccolo imbecille
che cosa poteva importare del passato, del suo passato?… La vita era cambiata, adesso, era più facile…
E poi, se ne infischiava proprio di quel piccolo ebreo, Dio mio… Mormorò con un fil di voce: “Il mal
di mare, sai, ragazzo mio,… tutte stupidaggini… quando ne avrai viste quante ne ho viste io… Ah!
Vuoi diventar ricco?…“ Aggiunse, a voce ancor più bassa: “Guardami bene. Credi che ne valga la
pena?“ Aveva lasciato ricadere il capo sul petto. Per un attimo gli parve che il frastuono del vento e del
mare si allontanasse, divenisse un brusio confuso, una sorta di nenia. All’improvviso sentì la voce
spaventata del ragazzo chiamare soccorso. Si alzò in piedi, barcollò violentemente, poi, a braccia tese,
annaspò nel vuoto e crollò a terra.
Più tardi, nel cuore della notte, tornò in sé, come se affiorasse da un’acqua profonda. Era disteso sulla
schiena, nella sua cabina. Qualcuno gli aveva infilato sotto la nuca un soprabito arrotolato e aperto la
camicia sul petto. Dapprima credette di essere solo. Poi, muovendo intorno febbrilmente gli occhi, sentì
la voce del piccolo ebreo mormorare dietro di lui: “Signore…” Golder fece un movimento. Il ragazzo si
chinò su di lui.
“Oh! Signore, sta un po’ meglio?” Per un lunghissimo istante Golder mosse le labbra, come se avesse
dimenticato la forma e il suono delle parole umane. Infine mormorò: “Accendi”.
Una volta accesa la luce sospirò a fatica, si agitò, poi gemendo, cercò istintivamente, con un movimento
goffo, il punto, nel petto, dove batteva il cuore, ma le mani gli ricaddero. Pronunciò qualche parola
confusa in una lingua straniera, poi sembrò ritornare del tutto in sé.
Aprì gli occhi, disse, con voce stranamente intellegibile: “Va’ a cercare il capitano“.
Il ragazzo uscì. Golder restò solo. Gemeva flebilmente a ogni scossa più violenta del battello. Ma il
rollio si calmava a poco a poco. Dall’oblò brillò la luce del giorno. Golder, sfinito, chiuse gli occhi.
Quando il capitano, un omaccione brillo, entrò, sembrava che dormisse.
“Ma come? E morto?” chiese il greco, e lanciò un’imprecazione.
Golder girò lentamente verso di lui il viso scavato, terreo, la bocca livida e contratta. Mormorò:
“Fermi… il battello…” Dal momento che il capitano non replicava, ripeté, a voce più alta: “Lo fermi…
Ha capito?” I suoi occhi, al di sotto delle palpebre socchiuse, vibravano, ardevano di una tale fiamma,
che il capitano, tratto in inganno, alzando le spalle, gli rispose come se si rivolgesse a una persona in
piena salute.
“Lei è pazzo.” “Le darò dei soldi… mille sterline.” Il greco mugugnò: “Bene… questo non ci sta più
con la testa… si comincia bene… Che il diavolo mi pigli… Chi me l’ha fatto fare di tirar su uno così?
…“ Golder farfugliò: “La terra…” Poi: “Volete che crepi qui, solo come un cane? Belve…” E poi
ancora parole che nessuno comprese.
“Non c’è un medico a bordo?” chiese il ragazzo. Ma il capitano si era già dileguato.
Il ragazzo si accostò a Golder che ansimava con un ritmo insolitamente affannato.
“Abbia un po’ di pazienza,“ mormorò con dolcezza, ”presto saremo a Costantinopoli… Stiamo
andando veloci… La tempesta è passata… Conosce qualcuno a Costantinopoli? C’è qualche suo
parente? Un amico?“ “Come?” mormorò Golder, “Come?” Pure, alla fine, sembrò capire, ma si limitò a
ripetere: “Come?” e poi tacque.
Il ragazzo continuava a bisbigliare nervosamente: “Costantinopoli… E’ una grande città… Là la
cureranno bene… guarirà subito… Non abbia paura.“ Ma in quell’istante capì che il vecchio Golder
stava morendo. Dal suo petto straziato salì, per la prima volta, il rantolo sordo della morte.
Passò quasi un’ora. Il ragazzo era scosso da un tremito. Eppure non se ne andava. Ascoltava l’aria
passare nella gola del morente con un brontolio profondo e roco, con una forza misteriosa, come se già
una vita estranea ne abitasse il corpo.
Pensava: “Ancora… ancora un attimo. Poi tutto sarà finito… Dovrò andarmene… nemmeno so come
si chiama, Dio mio…“ Gettò un’occhiata al portafoglio gonfio di valuta inglese, che Golder aveva
lasciato cadere a terra quando si era disteso. Si chinò, lo raccolse, lo aprì con cautela, poi sospirò e,
trattenendo il fiato, lo fece scivolare delicatamente in quella mano aperta, una mano enorme, pesante,
gelata, già morta.
“Chissà? Magari… Può riprendere coscienza un attimo prima di morire… e lasciarmi questi soldi…
Chissà? Chi può sapere? Sono io che l’ho portato fino a qui. E’ solo.“ Si dispose di nuovo all’attesa.
Man mano che si faceva sera il mare si andava calmando. Il battello scivolava senza scosse. Il vento era
calato. “Sarà una bella notte,” pensò il ragazzo.
Protese una mano, tastò il polso di Golder, inerte davanti a lui: batteva così debolmente che il ticchettio
dell’orologio lo soffocava quasi. Ma Golder era ancora vivo. Il corpo è lento a morire. Era vivo.
Aprì gli occhi. Parlò. Intanto, nel suo petto, l’aria gorgogliava sempre con quel rumore sinistro,
indifferente, come un torrente in piena. Il ragazzo tendeva l’orecchio, chino su di lui. Golder disse
qualche parola in russo, poi, all’improvviso, prese a parlare in yiddish, la lingua dimenticata della sua
infanzia che, d’un tratto, gli tornava alle labbra.
Parlava veloce, con voce strana, confusa, rotta da lunghi sibili rochi.
Di tanto in tanto si interrompeva, si portava lentamente le mani alla gola e faceva un gesto, come se
sollevasse un peso invisibile. Una metà del viso restava immobile, l’occhio socchiuso, vitreo, fisso, ma
l’altra era viva, ardente. Il sudore colava incessantemente sulla guancia. Il ragazzo fece per asciugarlo.
Golder gemette: “Lascia perdere… Non ne val più la pena… Ascolta. A Parigi, va’ dal notaio Seton, rue
Aubert 28. Digli che David Golder è morto. Ripeti. Ripeti ancora. Seton. Il notaio Seton. Consegnagli
tutto quello che sta nella mia valigia e nel portafoglio. Digli che disponga tutto per il meglio… per mia
figlia… Poi va’ da Tùbingen… Aspetta.“ Ansimava. Le sue labbra si mossero ancora, ma il ragazzo non
sentiva più nulla. Si chinò talmente da avvertire sulla bocca l’odore di febbre, il respiro del morente.
“Hotel Continental. Scrivi,“ mormorò alla fine Golder, ”John Tùbingen.
Hotel Continental.“ Il ragazzo in gran fretta trasse di tasca una vecchia lettera, strappò un lembo della
busta e scrisse i due indirizzi. Golder, con voce che andava spegnendosi, gli ordinò: “Digli che David
Golder è morto, che lo prego di sistemare tutto… per mia figlia… che ho fiducia in lui e…“ Si
interruppe. Stralunò gli occhi, già invasi dall’ombra.
“E poi… No. Basta così. E’ tutto. Va bene così.” Guardò il pezzo di carta che il ragazzo aveva in mano.
“Da’ qui… Voglio firmare… è meglio…” “Non c’è la può fare,” osservò il ragazzo. Pure prese la mano
di Golder e infilò tra quelle dita senza forza una matita.
“Non ce la farà mai,” ripeté.
Il morente mormorava. “Golder… David Golder…”, con una sorta di smarrimento, di ostinazione
spaventata. Quel nome, forse, le sillabe che lo componevano suonavano alle sue orecchie come parole
sconosciute di una lingua ignota… Tuttavia riuscì a firmare.
In un soffio disse ancora: “Ti lascio tutti i soldi che ho addosso. Ma giura di fare tutto esattamente
come ti ho detto.“ “Sì, lo giuro.” “Davanti a Dio, che ti è testimone,” ripeté Golder.
“Davanti a Dio.” Sul viso di Golder passò una contrazione improvvisa, un fiotto di sangue sgorgò dagli
angoli della bocca, gli bagnò le mani. Il rantolo cessò. Il ragazzo, con voce sconvolta, gridò: “Mi sente
ancora, signore?” Tutta la luce della sera, rifrangendosi sull’oblò, andava a cadere su quel volto riverso.
Il ragazzo rabbrividì. Questa volta era davvero la fine. Il portafoglio, aperto, era rimasto sotto alla mano
distesa. Lo afferrò di scatto, contò i soldi, se lo infilò in tasca, poi introdusse nella cintura, a contatto di
pelle, la busta con i due indirizzi.
“Sarà morto adesso?” pensò.
Protese una mano verso il petto di Golder, nel punto dove la camicia era aperta, ma le mani gli
tremavano talmente che non riusciva a sentire il battito del cuore.
Si ritrasse. Come se temesse di svegliarlo indietreggiò sulla punta dei piedi fino alla porta. Poi, senza
voltarsi, fuggì.
Golder restò solo.
Aveva l’aspetto e l’immobilità raggelata di un morto. Pure la morte non l’aveva invaso per intero, tutto
d’un tratto, come una fiumana. Golder aveva sentito scemare la voce, il calore umano, la coscienza
dell’uomo che era stato. Ma fino all’ultimo conservò lo sguardo. Vide come la luce del sole al tramonto
si specchiava sul mare, come l’acqua riluceva.
E, al fondo del suo animo, fino all’ultimo respiro, non cessarono di trascorrere immagini, sempre più
labili e più pallide man mano che avanzava la morte. Per un attimo gli parve di toccare i capelli, la pelle
di Joyce. Poi Joyce si allontanò da lui, che sprofondava sempre più nell’ombra, e lo abbandonò. Per
l’ultima volta gli parve di sentire la sua risata, dolce e leggera, come un tintinnio lontano di sonagli.
Poi la dimenticò. Vide Marcus. Dei volti, delle forme vaghe, come se galleggiassero a pelo d’acqua
all’imbrunire, turbinarono un istante e scomparvero. E, alla fine, non restò altro che un vicolo scuro,
una bottega illuminata, una via della sua infanzia, una candela dietro a un vetro gelato, la sera, la neve che cadeva e lui, Golder… Sentiva sulle labbra fondere i grossi fiocchi di neve, con un sapore di
ghiaccio acquoso, come un tempo. “David, David…” sentì chiamare una voce soffocata dalla neve, dal cielo basso e dall’ombra, una voce esile, che si perdeva e si spezzava di colpo, come portata lontano, dietro una curva della strada. Fu l’ultimo suono terrestre a penetrare fino a lui.
Stampa Grafica Sipiel Milano, febbraio 1992
http://www.altrestorie.org/libri/Nemirovsky-David%20Golder.pdf










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