lunedì 25 agosto 2014

Fante. La confraternita del Chianti. Sì, me ne andai. Lo feci ancora prima di compiere vent'anni. Furono gli scrittori a portarmi via. London, Dreiser, Sherwood Anderson, Thomas Wolfe, Hemingway, Fitzgerald, Silone, Hamsun, Steinbeck. In trappola, barricato contro il buio e la solitudine della valle, me ne stavo lì coi libri della biblioteca pubblica impilati sul tavolo da cucina, ad ascoltare il richiamo delle voci dei libri, con la brama di altre città




"Chiedi alla polvere" (Fante)
Arturo Bandini è un giovane scrittore che si trasferisce a Los Angeles cercando spunti per scrivere il romanzo del secolo che lo renderà immortale. Quello che troverà in realtà è la miseria, è il sopravvivere mangiando solo arance per giorni e giorni, è vivere in un alberguccio con strani vicini di stanza, finché nella sua vita non apparirà Camilla e da quel momento in poi tutto sarà diverso.
Lo stile di Fante è semplice, lineare, a volte ironico, a volte tragico e costellato di piccoli picchi poetici che rendono il libro qualcosa di indimenticabile. Il personaggio di Bandini è uno di quelli con cui entri subito in sintonia: contorto, complicato, generoso ma umano in tutti i suoi pregi e i suoi difetti. Un romanzo che sembrano tanti romanzi insieme e che alla fine, con il suo epilogo così incisivo, ti farà commuovere fino alle lacrime.
‎Erica Braconi‎ a Leggo i classici di letteratura, di Walter Ruffini



"....Si, Fante ha avuto una grande influenza su di me. Non molto tempo dopo averlo scoperto, mi misi a vivere con una donna. Beveva come una spugna, anche più di me, e assieme facevamo delle litigate feroci, durante le quali le gridavo: "Non chiamarmi figlio di puttana! Io sono Bandini, Arturo Bandini!". Fante era il mio dio e io sapevo che gli déi vanno lasciati in pace, non si andava a bussare alla loro porta. E tuttavia mi piaceva immaginare la casa dove era vissuto, in Angel's Flight, e illudermi che ci abitasse ancora. Ci passavo davanti quasi ogni giorno e mi chiedevo: è questa la finestra da cui è uscita Camilla? E' quella la porta dell'albergo ? Quella la hall? Non l' ho mai saputo. Ho riletto Ask the Dust quest'anno, trentanove anni dopo la prima volta, e ho dovuto riconoscere che ha resistito al tempo, come tutte le altre opere di Fante. Questa, però, resta la mia preferita perché è con essa che ho scoperto la magia. Fante ha scritto altri libri oltre Dago Red e Wait until Spring, Bandini, e i loro titoli sono Full of Life e The Brotherhood of the Grape. Attualmente sta lavorando al suo nuovo romanzo, A Dream of Bunker Hill. Per una serie di circostanze, quest'anno l'ho finalmente conosciuto. Ma la storia di John Fante non è tutta qui. E' la storia di un uomo fortunato e sfortunato in ugual misura, di un uomo di raro coraggio naturale. Un giorno qualcuno la racconterà, ma ho la sensazione che lui non voglia che lo faccia qui. Dirò solo che, nel suo caso, linguaggio e personalità coincidono: entrambi sono forti, buoni e caldi. E ora basta. Il libro è vostro".
Tratto dalla vecchia introduzione che Charles Bukowski fece a Chiedi alla polvere di John Fante.


Decido di entrarci, per ragioni sentimentali, non per altro.
Non ho mai letto Lenin, ma l’ho sentito citare: la religione è l’oppio dei popoli.
Quanto a me, sono ateo: ho letto L’Anticristo e la considero un’opera fondamentale.
Credo nel cambiamento dei valori, Signore.
La Chiesa deve sparire; è il ricettacolo degli stolti, delle canaglie e delle mezze cartucce.
Tirai il portale, che diede un lieve gemito. Sopra l’altare sfrigolava il lume perenne, rosso come il sangue, illuminando di un riflesso cremisi la quiete di quasi duemila anni. Mi ricordava la morte, ma anche gli strilli dei neonati che venivano battezzati. Mi inginocchiai, solo per abitudine, poi mi sedetti. Tornai a inginocchiarmi, perché il legno duro sotto le ginocchia serviva a distrarmi dalla calma terribile che mi circondava. Pregai; certo, pregai. Per ragioni sentimentali. Dio Onnipotente, mi dispiace di essere diventato ateo, ma hai mai letto Nietzsche? Ah, che libro! Dio Onnipotente, voglio essere onesto. Ti farò una proposta. Fai di me un grande scrittore e io tornerò alla Chiesa. A proposito, Signore, devo chiederti un altro favore: fa' in modo che mia madre sia felice. Del vecchio non mi interessa; lui ha il suo vino e la sua salute, ma mia madre si tormenta sempre. Amen.
John Fante, Chiedi alla polvere


«Camilla Lopez se n'è andata, il deserto l'ha inghiottita. Può essere che qualcuno l'abbia tirata su e l'abbia portata in Messico. Può darsi che sia tornata a Los Angeles e sia morta in una stanza polverosa. Quello che so io è che è sparita, che il cane è sparito, e nulla ne è rimasto a parte la sua storia che vi voglio raccontare».
John Fante, “Chiedi alla polvere”


Ho vomitato sui loro giornali, ho letto i lori libri, studiato le loro abitudini, mangiato il loro cibo, desiderato le loro donne, ammirato la loro arte. Ma sono povero, il mio nome termina con una vocale dolce e loro odiano me, mio padre e il padre di mio padre. Avrebbero voluto succhiarmi il sangue e abbattermi come un animale, ma ora sono vecchi e stanno morendo sotto il sole e nella polvere calda delle strade, mentre io sono giovane e pieno di speranze e di amore per il mio paese e i miei tempi.»
John Fante, Chiedi alla polvere



Guardai le facce della gente attorno a me, e sentii che la mia era uguale alle altre.
Facce senza sangue, facce tirate, preoccupate, smarrite.
Facce sbiadite come fiori strappati alla radice e ficcati in un vaso.
John Fante, Chiedi alla polvere

Forse le cose stanno esattamente così: quelli che vale la pena di amare veramente sono quelli che ti rendono estraneo a te stesso. Quelli che riescono a estirparti dal tuo habitat e dal tuo viaggio e ti trapiantano in un altro ecosistema, riuscendo a tenerti in vita in quella giungla che non conosci e dove certamente moriresti se non fosse che loro sono lì e ti insegnano i passi, i gesti e le parole: e tu, contro ogni previsione, sei in grado di ripeterli.
John Fante,  "Chiedi alla polvere" (dalla prefazione)

Così l'ho intitolato Chiedi alla polvere, perché in quelle strade c'è la polvere dell'Est e del Middle West, ed è una polvere da cui non cresce nulla, una cultura senza radici, una frenetica ricerca di un riparo, la furia cieca di un popolo perso e senza speranza alle prese con la ricerca affannosa di una pace che non potrà mai raggiungere. E c'è una ragazza ingannata dall'idea che felici fossero quelli che si affannavano, e voleva essere dei loro.
John Fante, Chiedi alla polvere (dalla prefazione)




Guardai le facce della gente attorno a me, e sentii che la mia era uguale alle altre.
Facce senza sangue, facce tirate, preoccupate, smarrite.
Facce sbiadite come fiori strappati alla radice e ficcati in un vaso.
John Fante,  Chiedi alla polvere

Il passato è un lusso da proprietari. Ed io dove potrei conservare il mio?
Non ci si può più mettere il passato in tasca; bisogna avere una casa per sistemarvelo.
Io non possiedo che il mio corpo; un uomo completamente solo, col suo corpo soltanto,
non può fermare i ricordi, gli passano attraverso.
John Fante,  Chiedi alla polvere


Il mondo non era che un mito, un aereo trasparente, su cui tutto era in transito; anche noi, Bandini, Hackmuth, Camilla e Vera, eravamo qui solo di passaggio per finire poi chissà dove. Non eravamo vivi, noi, ci limitavamo a sfiorare la vita senza mai afferrarla. E poi saremmo morti, tutti sarebbero morti e anche tu, Arturo, avresti fatto la fine degli altri.
John Fante, Chiedi alla polvere

La mia parte migliore si destò e tutto quello a cui aspiravo negli oscuri recessi del mio essere affiorò in quel momento alla coscienza. Davanti a me c'era la muta tranquillità della natura, indifferente alla grande città; oltre queste strade, attorno a queste strade, c'era il deserto che attendeva che la città morisse per ricoprirla di nuovo con la sua sabbia senza tempo. Fui sopraffatto dalla consapevolezza del patetico destino dell'uomo, del terribile significato della sua presenza. Il deserto era lì come un bianco animale paziente, in attesa che gli uomini morissero e le civiltà vacillassero come fiammelle, prima di spegnersi del tutto. Intuii allora il coraggio dell'umanità e fui contento di farne parte. Il male del mondo non era più tale, ma diventava ai miei occhi un mezzo indispensabile per tenere lontano il deserto.
John Fante  "Chiedi alla polvere"


Così tutti i vecchi che incontro per la strada sono mio padre.
Ogni vecchio mi fa stringere lo stomaco, sento una pietà incontrollata che mi lascia perso.
Voglio prendere quei vecchioni fra le mie braccia e dargli delle pacche sulle spalle e dirgli di smetterla di scherzare, che sono soltanto ragazzini, che il mondo ha ancora terrore di loro. Allo stesso tempo vorrei che ognuno di loro morisse, perché mi sembra che solo pochi uomini si sappiano impadronire della sottile arte di invecchiare.
John Fante, da una lettera a Henry Louis Menken, direttore del "The American Mercury" - 06/01/1934



Poi accadde. Una sera, mentre la pioggia batteva sul tetto spiovente della cucina, un grande spirito scivolò per sempre nella mia vita. Reggevo il suo libro tra le mani e tremavo mentre mi parlava dell'uomo e del mondo, d'amore e di saggezza, di delitto e di castigo, e capii che non sarei mai più stato lo stesso.
Il suo nome era Fedor Michailovic Dostoevskij. Ne sapeva più lui di padri e figli di qualsiasi uomo al mondo, e così di fratelli e sorelle, di preti e mascalzoni, di colpa e di innocenza.
Dostoevskij mi cambiò. "L'idiota", "I demoni", "I fratelli Karamazov", "Il giocatore". Mi rivoltò come un guanto. Capii che potevo respirare, potevo vedere orizzonti invisibili. L'odio per mio padre si sciolse. Amavo mio padre, povero disgraziato sofferente e perseguitato. Amavo anche mia madre, e tutta la mia famiglia.
Era tempo di diventare uomo, di lasciare San Elmo e andarmene nel mondo.Volevo pensare e sentirmi come Dostoevskij. Volevo scrivere.
John Fante, La confraternita dell'uva

 Come Paolo, che ebbe il suo momento di verità prima di Damasco, così Henry Molise aveva avuto il suo frammento d'estasi venticinque anni prima nella biblioteca civica di San Elmo. Mi fermai su un lato del grazioso edificio, salii i gradini di arenaria rossa che mio padre aveva costruito con le sue proprie mani, entrai nel foyer e percorsi a grandi passi un corridoio di scaffali fino a quel punto familiare in un angolo vicino alla finestra, vicino al temperamatite sotto il ritratto di Mark Twain, ed estrassi la copia rilegata in pelle de "I fratelli Karamazov". La tenni tra le mani, sfogliai le pagine, la tenni stretta tra le braccia: la mia vita, la mia gioia, il mio sublime Dostoevskij.
Magari l'avevo tradito nei fatti, mai nella devozione.
Il mio amato papà se nìera andato ma Fedor Michailovic sarebbe rimasto con me fino alla fine dei giorni.
John Fante, La confraternita dell'uva


Sì, me ne andai. Lo feci ancora prima di compiere vent'anni.
Furono gli scrittori a portarmi via. London, Dreiser, Sherwood Anderson, Thomas Wolfe, Hemingway, Fitzgerald, Silone, Hamsun, Steinbeck. In trappola, barricato contro il buio e la solitudine della valle, me ne stavo lì coi libri della biblioteca pubblica impilati sul tavolo da cucina, ad ascoltare il richiamo delle voci dei libri, con la brama di altre città
John Fante, La confraternita del Chianti




Mi alzai, pieno di vergogna e di nausea, e poi presi posto sulla panca, singhiozzando. Avevo un mio talento per i pianti. Mi aveva procurato svariati riconoscimenti nel corso della vita, e anche qualche fastidio. Quando le tue debolezze sono la tua forza, che fai? piangi. Dal momento che il pianto semina sconcerto, la gente non sa come prenderla; sono lì che magari si aspettano un'esplosione di violenza e d'un tratto tutto svanisce in una pozza di lacrime. Piansi alla prima comunione. Le mie lacrime ebbero ragione di Harriet e così alla fine lei mi sposò. Senza lacrime non avrei mai potuto sedurre una donna; con le lacrime non mi andò mai buca. Era una cosa che devastava il cuore delle donne alle quali non andavo a genio e che, in seguito, avrebbero voluto uccidermi perché le avevo fatte soccombere. Piangevo persino mentre scrivevo cose melanconiche. E più invecchiavo, più piangevo.
John Fante, La confraternita del Chianti



Guarderò mio padre al di sopra dell'orlo del mio bicchiere di vino. Vedrò me stesso. Proverò un'altra volta quel brivido di crudeltà e di slealtà che mi assale quando lo guardo. Osserverò le sue mani, e avvertirò in me una ripulsa e una disdetta, perché mio padre possiede ancora il seme di una grandezza, ma io so - lo so sempre troppo tardi - che è come se la slealtà e la crudeltà che covano in me l'avessero soffocato. Mio padre si accorgerà di tutto questo: i suoi occhi me lo riveleranno, e così a lui non potrò tenere nascosto il medesimo sentimento nei miei, e non saremo abbastanza forti da continuare a fissarci, da lasciare che quei due sguardi collidano, da uccidere quel che sta nascosto negli sguardi di ciascuno di noi.
Un'altra sensazione si farà strada attraverso il tavolo, e non sapremo che fare, perché entrambi l'aborriamo: sarà vergogna. La percepiremo, ci farà male, ma non avremo mani né per scacciarla, né per lusingarla. Distoglieremo lo sguardo, ci accontenteremo di qualche povera occhiata. E io so che sarà sempre così, e pure mio padre. Mio padre continuerà a riempirmi il bicchiere, e insieme berremo; sempre sentiremo quel legame come un abisso dal quale non possiamo scappare.
John Fante,  "Casa, Dolce Casa"





E John Fante ha reso il rapporto con il padre, oltre che freudiano...l' ha reso arte



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