domenica 22 gennaio 2012

Elias Canetti. Le parole hanno un'importanza enorme per il paranoico. Sono ovunque, come le cimici, e continuamente sul chi vive. Si serrano insieme in un ordine universale che esclude ogni cosa al di fuori di sé. Forse la più accentuata tendenza alla paranoia è rivolta alla completa cattura del mondo mediante parole, come se il linguaggio fosse un pugno e il mondo vi stesse dentro.

Chi obbedisce a se stesso soffoca non meno di chi obbedisce ad altri.
Soltanto l'incoerente non soffoca, colui che si dà ordini ai quali si sottrae.
Talvolta, in circostanze particolari, è giusto soffocare.
Elias Canetti, Il cuore segreto dell'orologio



Gli adulatori appassionati sono i più infelici degli uomini. Di tanto in tanto li coglie un odio selvaggio e imprevedibile per la creatura che hanno a lungo adulato. Quest’odio, non possono padroneggiarlo; a nessun prezzo riescono a domarlo; vi cedono come la tigre alla sete di sangue. È uno spettacolo sconcertante: l’uomo che prima aveva per la sua vittima solo parole della più cieca adorazione, revoca ciascuna di esse con altrettanto esagerate ingiurie. Non dimentica nulla di quanto potrebbe aver fatto piacere all'altro. Nella sua collera frenetica ripercorre l’elenco delle sue precedenti dolcezze e le traduce con precisione nella lingua dell’odio.
Elias Canetti, La provincia dell'uomo, 1973



C'è la povera parola engagement (impegno), che era nata per divenire banale e che oggi cresce ovunque come la gramigna. Essa suona come se di fronte alle cose davvero importanti dovessimo assumere una posizione impiegatizia. La vera responsabilità è cento volte più ardua poiché è sovrana e si determina da sé.
Elias Canetti, "La coscienza delle parole" (Karl Kraus, scuola di resistenza)


Perché vuoi sempre spiegare? Perché vuoi sempre scoprire che cosa c'è dietro? E più dietro ancora, sempre e solo dietro? Come sarebbe una vita limitata alla superficie? Serena? E sarebbe da disprezzare solo per questo? Forse c'è molto di più alla superficie – forse è tutto falso ciò che non è superficie, forse tu vivi ormai tra immagini illusorie, continuamente cangianti, non belle come gli dèi, ma svuotate come quelle dei filosofi. Forse sarebbe meglio: tu allineeresti parole (giacché hanno da essere parole), ma ora sei sempre alla ricerca di un senso, come se ciò che tu scopri potesse dare al mondo un senso che il mondo non ha.
Elias Canetti, La rapidità dello spirito


Ci sono libri che si posseggono da vent'anni senza leggerli, che si tengono sempre vicini, che uno si porta con sé di città in città, di paese in paese, imballati con cura, anche se abbiamo pochissimo posto, e forse li sfogliamo al momento di toglierli dal baule; tuttavia ci guardiamo bene dal leggerne per intero anche una sola frase. Poi, dopo vent'anni, viene un momento in cui d’improvviso quasi per una fortissima coercizione, non si può fare a meno di leggere uno di questi libri d’un fiato, da capo a fondo: è come una rivelazione. Ora sappiamo perché lo abbiamo trattato con tante cerimonie. Doveva stare a lungo vicino a noi; doveva viaggiare; doveva occupare posto; doveva essere un peso; e adesso ha raggiunto lo scopo del suo viaggio, adesso si svela, adesso illumina i vent’anni trascorsi in cui è vissuto; muto, con noi. Non potrebbe dire tanto se per tutto quel tempo non fosse rimasto muto, e solo un idiota si azzarderebbe a credere che dentro ci siano state sempre le medesime cose.
Elias Canetti, "La provincia dell’uomo"


La più dolorosa illusione del trattamento psicoanalitico è l’eterno prestare orecchio al paziente. Questi trascorre ore e ore a parlare, ma in verità non viene nemmeno ascoltato, se non per quello che già si sa prima che egli abbia aperto bocca. Avrebbe anche potuto rimanere muto ad ogni seduta. Se non fosse così, tutta la teoria della psicoanalisi si sarebbe già da molto tempo dissolta in niente. Infatti un solo uomo cui veramente si presti orecchio porta a pensieri completamente nuovi. L’impresa dello psicoanalista consiste perciò nella resistenza verso il suo paziente, il quale può dire quello che vuole; il risultato è già noto e anticipato come in una inscalfibile sentenza dell’oracolo. La posa dell’ascoltare non è altro che arroganza.
Elias Canetti,  La provincia dell'uomo, 1973


Elias Canetti, "La coscienza delle parole" (Karl Kraus, scuola di resistenza).
In questo volume sono presentati in ordine cronologico i saggi che ho scritto fra il 1962 e il 1974. 
A un primo sguardo potrà sembrare un po’ strano trovare qui riunite figure come Kafka e Confucio, Büchner, Tolstoj, Karl Kraus e Hitler, catastrofi terrificanti come quella di Hiroshima e considerazioni letterarie sulla stesura dei diari o sulla genesi di un romanzo. Ma io mi sono appunto occupato man mano di queste cose, poiché solo in apparenza esse sono fra loro incompatibili. Il pubblico e il privato non sono più separabili ormai, si compenetrano a vicenda in modi che in passato sarebbero apparsi inauditi. I nemici dell’umanità hanno acquistato potere rapidamente, sono assai prossimi alla meta finale, la distruzione della terra, è impossibile non tener conto di loro e ritrarsi nella esclusiva contemplazione di modelli spirituali che ancora possono avere per noi un certo significato. Questi sono diventati più rari, molti che potevano bastare alle epoche passate non hanno in sé una ricchezza sufficiente, il campo che abbracciano è troppo limitato per poter essere utili anche a noi. Tanto più importante diventa dunque parlare dei modelli che hanno retto perfino alla mostruosità di questo nostro secolo». Così scriveva Elias Canetti presentando la prima edizione di questo volume (1974). E spiegava poi che, unica eccezione, era incluso nel libro il suo discorso su Hermann Broch, tenuto a Vienna nel 1936, soprattutto perché in esso aveva formulato i «tre comandamenti» dello scrittore. Essi ci mostrano, nella loro congiunzione, il nodo inestricabile dei rapporti fra lo scrittore e il suo tempo: esserne «l’umile e devotissimo schiavo»avere la «ferma volontà» di darne una «visione d’insieme» e, infine, opporvisi, essere «contro il suo specifico odore, contro il suo aspetto, contro la sua legge». A distanza di quarant’anni, nel discorso di Monaco che chiude questo volume, Canetti offriva poi una definizione che implica quei «tre comandamenti» e schiude l’accesso a tutta l’opera sua, oltre che a questo libro stesso: lo scrittore come «custode delle metamorfosi», erede della capacità mitica di aprire in sé un vasto spazio dove ospitare le figure più contrastanti. Figure che, per lo scrittore, «sono la sua molteplicità, articolata e consapevole, e siccome vivono dentro di lui, rappresentano la sua resistenza alla morte.

Le parole hanno un'importanza enorme per il paranoico. Sono ovunque, come le cimici, e continuamente sul chi vive. Si serrano insieme in un ordine universale che esclude ogni cosa al di fuori di sé. Forse la più accentuata tendenza alla paranoia è rivolta alla completa cattura del mondo mediante parole, come se il linguaggio fosse un pugno e il mondo vi stesse dentro.
Elias Canetti
Massa e Potere - tascabili Bompiani - pag 548


La memoria si blocca.
Ma è ancora lì tutta intera.
Anche le cose più dimenticate si ripresentano,
ma quando vogliono loro.
Elias Canetti


Non vince la donna che corre dietro,
né quella che scappa.
Vince quella che aspetta.
Elias Canetti


"Si può vivere soltanto se, con una certa frequenza, non si fa quello che ci si propone.
L'arte consiste nel proporsi la cosa giusta da non fare."
Elias Canetti, scrittore bulgaro naturalizzato britannico, premio Nobel per la letteratura 1981, che nacque nel 1905


"Schivare il concreto è uno dei fenomeni più inquietanti della storia dello spirito umano."
BMN - Bookshop Magazine News con Elias Canetti


"La differenza consiste oggi che tutto viene fotografato. Non c'è più miseria che si possa celare. 
Tutta la miseria è divenuta pubblica. Ma questo significa soltanto che tutti vi si abituano più in fretta. Prima un uomo poteva pretendere di non sapere nulla. Oggi un uomo può pretendere di essere inerme, perchè sa troppo. [...]
Così ogni momento di tranquillità è abissale ipocrisia"
Elias Canetti, "La provincia dell'uomo"


Non sarà che sopravvaluti le metamorfosi degli altri? Ce ne sono tanti che hanno sempre la stessa maschera, e quando gliela si vuole strappare ci si accorge che è il loro volto.
Elias Canetti, La Provincia dell'Uomo


"Lei abita nella vecchia camera di lui e la ama, come lui fosse morto. Le dà molto fastidio quando, poi, ci viene lui"
Elias Canetti, "La provincia dell'uomo"

L'amenità della storia sta nel fatto che l'asino, dopo aver mangiato, si sente solo. Non appena vede di lontano qualcosa che gli ricorda un suo simile, vorrebbe che si trattasse di un'asina. Raglia e accorre verso la presunta asina. Ma con il suo raglio rivela d'essere un'asino e viene ucciso dal guardiano del campo. - Senza saperlo, il guardiano è stato preso per un'asina anziché per una preda gradita alla tigre. Anziché l'amore desiderato, l'asino trova la morte.
Elias Canetti, Massa e Potere, pag. 450





Ama un "lui" che non esiste più, che non riconosce più in chi si trova davanti.....che tristezza!!!




...così ha modo di figurarselo come più gli piace... Quale realtà può competere col suo sottoprodotto immaginario ?




Ho l'impressione che lui sia morto, non ci sia più ..è rimasta solo la stanza, la casa, l'ambiente condiviso, vissuto...ogni tanto riaffiora il ricordo che infastidisce lei, il ricordo di lui come se fosse un fantasma




Elias Canetti (Ruse, 25 luglio 1905 – Zurigo, 14 agosto 1994) è stato uno scrittore, saggista e aforista bulgaro naturalizzato britannico di lingua tedesca, insignito del Nobel per la letteratura nel 1981. È considerato l'ultima grande figura della cultura mitteleuropea, per quanto la sua opera risulti abbastanza eccentrica rispetto alla tradizione stessa che quella cultura ha formato tra l'inizio del Novecento e la fine della seconda guerra mondiale. A parte Karl Kraus, figura dominante sino al 1960 e in seguito Hermann Broch, è difficile infatti trovare riferimenti precisi senza scorgere influssi taoisti e buddhisti nel pensiero canettiano.

Elias Canetti nacque a Rusčuk (oggi Ruse, Bulgaria), primo dei tre figli di Jacques Canetti, commerciante ebreo di remote origini spagnole (gli avi paterni nacquero con il cognome di Cañete ma, in seguito all'espulsione degli ebrei dalla penisola iberica avvenuta nel 1492, modificarono il proprio cognome e si rifugiarono inizialmente in Anatolia), e di Mathilde Arditti, nata da una ricca famiglia ebraica sefardita bulgara di remote origini italiane (gli avi materni erano sefarditi livornesi che intorno al XVII secolo si stabilirono in Bulgaria). La lingua della sua infanzia fu il ladino o giudeospagnolo parlato in famiglia, ma il piccolo Elias fece presto esperienza con la lingua tedesca usata in privato dai genitori (che la consideravano la lingua del teatro e dei loro anni di studio a Vienna).

Dopo avere appreso il bulgaro, si trovò ad avere a che fare con l'inglese quando il padre decise di trasferirsi per lavoro a Manchester nel 1911. La decisione fu accolta con entusiasmo da Mathilde Arditti, donna colta e liberale, che poté sottrarre Elias all'influenza del nonno paterno che lo aveva iscritto alla scuola talmudica. Nel 1912, con la morte improvvisa del padre Jacques, cominciarono le peregrinazioni della famiglia, che si spostò prima a Vienna e poi a Zurigo, dove Canetti trascorse, tra il 1916 e il 1921, gli anni più felici.
In questo periodo, nonostante la presenza dei fratelli più piccoli, il rapporto di Canetti con la madre (che dal 1913 soffriva di periodiche crisi depressive) diventò sempre più stretto, conflittuale e segnato dalla dipendenza reciproca.


La tappa seguente fu Francoforte, dove ebbe modo di assistere alle manifestazioni popolari a seguito dell'assassinio del ministro Walther Rathenau, prima esperienza di massa che gli lasciò un'impressione indelebile. Nel 1924 Canetti fece ritorno con il fratello Georges a Vienna, dove si laureò in chimica e rimase quasi ininterrottamente fino al 1938. Canetti si integrò velocemente nell'élite culturale viennese, studiando con avidità le opere di Otto Weininger, Sigmund Freud (che gli suscitò diffidenza sin dall'inizio) e Arthur Schnitzler, e assistendo alle conferenze di Karl Kraus, polemista e moralista. In uno di questi incontri culturali conobbe la scrittrice sefardita Venetiana (Veza) Taubner-Calderòn, bella ma fin dalla nascita priva dell'avambraccio sinistro; nel 1934 la sposò, nonostante l'avversione della madre.
Sotto l'influenza del ricordo delle manifestazioni viste a Francoforte, nel 1925 cominciò a prendere forma il progetto di un libro sulla massa. Nel 1928 andò a lavorare a Berlino come traduttore di libri americani (soprattutto Upton Sinclair) e qui conobbe Bertolt Brecht, Isaak Babel' e George Grosz. Due anni più tardi conseguì il dottorato in chimica, professione che però non praticò mai e verso la quale non mostrò comunque alcun interesse. Tra il 1930 e il 1931 incominciò a lavorare al lungo romanzo Die Blendung (letteralmente L'accecamento, tradotto in italiano come Autodafé), pubblicato nel 1935, e, tornato a Vienna, continuò le frequentazioni dell'ambiente letterario: Robert Musil, Fritz Wotruba, Alban Berg, Anna e Alma Mahler.
Nel 1932 uscì il suo primo lavoro teatrale, Nozze. Due anni dopo fu la volta di La commedia della vanità. Nel 1937 Canetti si recò a Parigi per la morte della madre, evento che lo segnò profondamente e che chiude simbolicamente l'ultimo volume dell'autobiografia.
Nel 1938, a seguito dell'annessione dell'Austria alla Germania nazista, Canetti emigrò prima a Parigi e poi a Londra. Nei vent'anni successivi, si dedicò esclusivamente all'imponente progetto sulla psicologia della massa, il cui primo e unico volume, Massa e potere, fu pubblicato nel 1960. Nel 1952 prese la cittadinanza britannica: due anni dopo, al seguito di una troupe cinematografica, trascorse un periodo in Marocco, da cui trasse il volume Le voci di Marrakesh.
La prima del suo dramma Vite a scadenza si tenne a Oxford (1956). La moglie Veza, sposata nel 1934 e con la quale condivideva gli entusiasmi socialisti e la venerazione per Karl Kraus, morì suicida nel 1963 in seguito al fallimento del loro matrimonio, forse dovuto anche ai frequenti tradimenti di Elias. Nel 1971 Canetti sposò la museologa Hera Buschor, dalla quale ebbe l'anno seguente una figlia, Johanna. Nel 1975 le Università di Manchester e di Monaco gli conferirono due lauree honoris causa. Nel 1981 ricevette il premio Nobel per la letteratura, "per opere contraddistinte dalla visione ampia, dalla ricchezza di idee e dalla potenza artistica". Dopo la morte di Hera (1988), Elias Canetti tornò a Zurigo, dove si spense nel 1994, e nel cui cimitero fu sepolto accanto a James Joyce.

Traduzione di Renata Colorni e Furio Jesi










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